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Poesie di Giosuè Carducci

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Nevicata

Lenta fiocca la neve pe ‘l ciel cinereo: gridi,
suoni di vita più non salgon da la città,

non d’erbaiola il grido o corrente rumore di carro,
non d’amor la canzone ilare e di gioventù.

Da la torre di piazza roche per l’aere le ore
gemon, come sospir d’un mondo lungi dal dì.

Picchiano uccelli raminghi a’ vetri appannati: gli amici
spiriti reduci son, guardano e chiamano me.

In breve, o cari, in breve – tu calmati, indomito cuore –
giù al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò.



Qui regna amore

Ove sei? de' sereni occhi ridenti
A chi tempri il bel raggio, o donna mia?
E l'intima del cor tuo melodia
A chi armonizzi ne' soavi accenti?

Siedi tra l'erbe e i fiori e a' freschi venti
Dài la dolce e pensosa alma in balía?
O le membra concesso hai de la pia
Onda a gli amplessi di vigor frementi?

Oh, dovunque tu sei, voluttuosa
Se l'aura o l'onda con mormorio lento
Ti sfiora il viso o a' bianchi omeri posa,

È l'amor mio che in ogni sentimento
Vive e ti cerca in ogni bella cosa
E ti cinge d'eterno abbracciamento.



Plebiscito

Leva le tende, e stimola
La fuga de i cavalli;
Torna a le pigre valli
Che il verno scolorò!

Via! su le torri italiche
L'antico astro s'accende:
Leva, o stranier, le tende!
Il regno tuo cessò.

Amor de' nostri martiri,
De i savi e de' poeti,
Da i santi sepolcreti
La nuova Italia uscì:

Uscì fiera viragine
De le battaglie al suono,
E la procella e 'l tuono
Su 'l capo a lei ruggì.

Levò lo sguardo; e splendida
Su 'l combattuto lido
Mandò a' suoi figli un grido
Tra l'alpe infida le 'l mar:

E di ridesti popoli
Fremon le valli e i monti,
E su l'erette fronti
Un sangue e un'alma appar.

Già più non grava i liberi
Viltà di cor le ciglia:
Siam l'itala famiglia
Cui Roma il segno diè.

La forte Emilia abbracciasi
A la gentil Toscana:
Legnano e Gavinana
Sola una patria or è.

L'ombre de' padri sorgono
Raggianti in su gli avelli;
Il sangue de' fratelli
Da' campi al ciel fumò.

Già sotto il piede austriaco
Bolle lampeggia e splende:
Leva, o stranier, le tende:
Il regno tuo cessò.

Piena di fati lun'aura
Da i roman colli move;
La terra e il ciel commove
Le tombe e le città.

In ogni zolla, o barbaro,
A te una pugna attesta
L'antica età ridesta
Con la novella età.

Vedi: Crescenzio i tumuli
Schiude nel suol latino:
Levato in piè Arduino
Incalza il nuovo Otton.

T'incalza il sasso ligure,
La siciliana squilla;
E Procida le Balilla
Accende la tenzon.

Ecco: Ferruccio l'impeto
Ed il furor prepara:
Lo stuol di Montanara
Intorno a lui si tien.

Ne i dolor lunghi pallido
Ecco il sabaudo Alberto:
Gittato ha il manto e 'l serto,
Sol con la spada ei vien

A' varchi infidi cacciano
I tuoi destrieri aneli
Poerio con Mameli,
Manara e Rosarol.

Nero vestiti affrontano
Te del Carroccio i forti.
Tornano i nostri morti,
Tornano a' rai del sol.

De i vecchi e nuovi martiri
La voce si diffonde,
E un grido sol risponde
L'Arno la Dora il Po.

Sola una mente e un

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Vendette della luna

Te, certo, te, quando la veglia bruna
Lenti adduceva i sogni a la tua culla,
Te certo riguardò la bianca luna,
Bianca fanciulla.

A te scese la dea ne la sua stanca
Serenitade e con i freddi baci
China al tuo viso - O fanciulletta bianca, -
Disse - mi piaci. -

E al fatal guardo, ove or s'annega e perde
L'anima mia, piovea lene il gentile
Tremolar del suo lume entro una verde
Notte d'aprile.

Ti deponea tra i labbri la querela
De l'usignuolo al frondeggiante maggio,
Quando la selva odora e argentea vela
Nube il suo raggio;

E del languor niveo fulgente, ond'ella
Ride a l'Aurora da le rosee braccia,
Ti diffondeva la persona bella,
La bella faccia:

Onde a' cari occhi tuoi, dal cui profondo
Tutto lampeggia quel che ama e piace,
Nel roseo tempo che sorride il mondo
Io chiesi pace:

Pace al tuo riso, ove fiorisce pura
La voluttà che nel mio spirto dorme,
E che promesso m'ha l'alma natura
Per mille forme.

Ahi, ma la tua marmorëa bellezza
Mi sugge l'alma, e il senso de la vita
M'annebbia; e pur ne libo una dolcezza
Strana, infinita:

Com'uom che va sotto la luna estiva
Tra verdi susurranti alberi al piano;
Che in fantastica luce arde la riva
Presso e lontano,

Ed ei sente un desio d'ignoti amori
Una lenta dolcezza al cuor gravare,
E perdersi vorria tra i muti albori
E dileguare.



Sul Monte Mario

Solenni in vetta a Monte Mario stanno
nel luminoso cheto aere i cipressi,
e scorrer muto per i grigi campi
mirano il Tebro,
mirano al basso nel silenzio Roma
stendersi, e, in atto di pastor gigante
su grande armento vigile, davanti
sorger San Pietro.
Mescete in vetta al luminoso colle,
mescete, amici, il biondo vino, e il sole
vi si rifranga: sorridete, o belle:
diman morremo.
Lalage, intatto a l'odorato bosco
lascia l'alloro che si gloria eterno,
0 a te passando per la bruna chioma
splenda minore.
A me tra 'l verso che pensoso vola
venga l'allegra coppa ed il soave
fior de la rosa che fugace il verno
consola e muore.
Diman morremo, come ier moriro
quelli che amammo: via da le memorie,
via da gli affetti, tenui ombre lievi
dilegueremo.
Morremo; e sempre faticosa intorno
de l'almo sole volgerà la terra,
mille sprizzando ad ogni istante vite
come scintille;
vite in cui nuovi fremeranno amori,
vite che a pugne nuove fremeranno,
e a nuovi numi canteranno gl'inni
de l'avvenire.
E voi non nati, a le cui man' la face
verrà che scorse da le nostre, e voi
disparirete, radiose schiere,
ne l'infinito.
Addio, tu madre del pensier mio breve,
terra, e de l'alma fuggitiva! quanta
d'intorno al sole aggirerai perenne
gloria e dolore!
fin che ristretta sotto l'equatore
dietro i richiami del calor fuggente
l'estenuata prole abbia una sola
femina, un uomo,
che ritti in mezzo a' ruderi de' monti,
tra i morti boschi, lividi, con gli occhi
vitrei te veggan su l'immane ghiaccia,
sole, calare.





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