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Poesie di Giovanni Pascoli

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Il ciocco

I
Il babbo mise un gran ciocco di quercia
su la brace; i bicchieri avvinò; sparse
il goccino avanzato; e mescè piano
piano, perchè non croccolasse, il vino.
Ma, presa l'aria, egli mesceva andante.
E ciascuno ebbe in mano il suo bicchiere,
pieno, fuor che i ragazzi: essi, al bicchiere
materno, ognuno ne sentiva un dito.
Fecero muti i vegliatori il saggio,
lodando poi, parlando dei vizzati
buoni; ma poi passarono allo strino,
quindi all'annata trista e tribolata.
E le donne ripresero a filare,
con la rócca infilata nel pensiere:
tiravano prillavano accoccavano
sfacendo i gruppi a or a or coi denti.
Come quando nell'umida capanna
le magre manze mangiano, e via via,
soffiando nella bassa greppia vuota,
alzano il muso, e dalla rastrelliera
tirano fuori una boccata d'erba;
d'erba lupina co' suoi fiori rossi,
nel maggio indafarito, ma nel verno,
d'arida paglia e tenero guaime;
così dalla mannella, ogni momento,
nuova tiglia guidata era nel fuso.
Io dissi: «Brucia la capanna a gente! »
E i vegliatori, col bicchiere in mano,
tutti volsero gli occhi alla finestra,
quasi vedere il lustro della vampa,
ad ascoltare il martellare a fuoco,
ton ton ton, nella notte insonnolita.
Non c'era nella notte altro splendore
che di lontane costellazioni,
e non c'era altro suono di campana,
se non della campana delle nove,
che da Barga ripete al campagnolo:
—Dormi, che ti fa bono! bono! bono! —
Non capparone ardeva per le selve,
zeppo di fronde aspre dal tramontano;
non meta di vincigli di castagno,
fatti d'agosto per serbarli al verno;
non metato soletto in cui seccasse
a un fuoco dolce il dolce pan di legno:
sopra le cannaiole le castagne
cricchiano, e il rosso fuoco arde nel buio.
Al buio il rio mandava un gorgoglìo,
come s'uno ci fosse a succhiar l'acqua.
Tutto era pace: sotto ogni catasta
sornacchiava il suo ghiro rattrappito.
In cima al colle un nero metatello
fumava appena in mezzo alla Grand'Orsa.
C

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Il fringuello cieco

Finch. . . finchè nel cielo volai,
finch. . . finch'ebbi il nido sul moro;
c'era un lume, lassù, in ma' mai,
un gran lume di fuoco e d'oro,
che andava sul cielo canoro,
spariva in un tacito oblio. . .
Il sole! . . . Ogni alba nella macchia,
ogni mattina per il brolo,
«Ci sarà ? » chiedea la cornacchia;
«Non c'è più! » gemea l'assïuolo;
e cantava già l'usignolo:
Addio addio dio dio dio dio. . .
Ma la lodola su dal grano
saliva a vedere ove fosse.
Lo vedeva lontan lontano
con le belle nuvole rosse.
E, scesa al solco donde mosse,
trillava: «C'è, c'è, lode a Dio! »
« Finch. . . finchè non vedo, non credo »
però dicevo a quando a quando.
Il merlo fischiava «Io lo vedo»;
l'usignolo zittìa spiando.
Poi cantava gracile e blando:
« Anch'io anch'io chio chio chio chio »
Ma il dì ch'io persi cieli e nidi,
ahimè che fu vero, e s'è spento!
Sentii gli occhi pungermi, e vidi
che s'annerava lento lento.
Ed ora perciò mi risento:
a O sol sol sol sol. . . sole mio? »



I due girovaghi

Siamo soli. Bianca l'aria
vola come in un mulino.
Nella terra solitaria
siamo in due, sempre in cammino.
Soli i miei, soli i tuoi stracci
per le vie. Non altro suono
che due gridi:
—Oggi ci sono
e doman me ne vo. . .
—Stacci!
stacci! stacci!
Io di qua, battendo i denti,
tu di là, pestando i piedi:
non ti vedo, e tu mi senti;
io ti sento, e non mi vedi.
Noi gettiamo i nostri urlacci,
come cani in abbandono
fuor dell'uscio:
—Oggi ci sono
e doman me ne vo. . .
—Stacci!
stacci! stacci!
Questa terra ha certe porte,
che ci s'entra e non se n'esce.
È il castello della morte.
S'ode qui l'erba che cresce:
crescer l'erba e i rosolacci
qui, di notte, al tempo buono:
ma nient'altro. . .
—Oggi ci sono
e doman me ne vo. . .
—Stacci!
stacci! stacci!
C'incontriamo. . . Io ti derido?!
No, compagno nello stento!
No, fratello! È un vano grido
che gettiamo al freddo vento.
Nè c'è un viso che s'affacci
per dire, Eh! spazzacamino! . . .
per dire, Oh! quel vecchiettino
degli stacci
degli stacci! . . .
—stacci! stacci!



Canzone di Marzo

Che torbida notte di marzo!
Ma che mattinata tranquilla!
che cielo pulito! che sfarzo
di perle! Ogni stelo, una stilla
che ride: sorriso che brilla
su lunghe parole.
Le serpi si sono destate
col tuono che rimbombò primo.
Guizzavano, udendo l'estate,
le verdi cicigne tra il timo;
battevan la coda sul limo
le biscie acquaiole.
Ancor le fanciulle si sono
destate, ma per un momento:
pensarono serpi, a quel tuono;
sognarono l'incantamento.
In sogno gettavano al vento
le loro pezzuole.
Nell'aride bresche anco l'api
si sono destate agli schiocchi.
La vite gemeva dai capi,
fremevano i gelsi nei nocchi.
Ai lampi sbattevano gli occhi
le prime viole.
Han fatto, venendo dal mare,
le rondini tristo viaggio.
Ma ora, vedendo tremare
sopr'ogni acquitrino il suo raggio,
cinguettano in loro linguaggio,
ch'è ciò che ci vuole.
Sì, ciò che ci vuole. Le loro
casine, qualcuna si sfalda,
qualcuna è già rotta. Lavoro
ci vuole, ed argilla più salda;
perchè ci stia comoda e calda
la garrula prole.



La canzone del girarrosto

I
Domenica! il dì che a mattina
sorride e sospira al tramonto! . . .
Che ha quella teglia in cucina?
che brontola brontola brontola. . .
È fuori un frastuono di giuoco,
per casa è un sentore di spigo. . .
Che ha quella pentola al fuoco?
che sfrigola sfrigola sfrigola. . .
E già la massaia ritorna
da messa;
così come trovasi adorna,
s'appressa:
la brage qua copre, là desta,
passando, frr, come in un volo,
spargendo un odore di festa,
di nuovo, di tela e giaggiolo.

II
La macchina è in punto; l'agnello
nel lungo schidione è già pronto;
la teglia è sul chiuso fornello,
che brontola brontola brontola. . .
Ed ecco la macchina parte da sè,
col suo trepido intrigo:
la pentola nera è da parte,
che sfrigola sfrigola sfrigola. . .
Ed ecco che scende, che sale,
che frulla,
che va con un dondolo eguale
di culla.
La legna scoppietta; ed un fioco
fragore all'orecchio risuona
di qualche invitato, che un poco
s'è fermo su l'uscio, e ragiona.

III
È l'ora, in cucina, che troppi
due sono, ed un solo non basta:
si cuoce, tra murmuri e scoppi,
la bionda matassa di pasta.
Qua, nella cucina, lo svolo
di piccole grida d'impero;
là, in sala, il ronzare, ormai solo,
d'un ospite molto ciarliero.
Avanti i suoi ciocchi, senz'ira
nè pena,
la docile macchina gira
serena,
qual docile servo, una volta
ch'ha inteso, nè altro bisogna:
lavora nel mentre che ascolta,
lavora nel mentre che sogna.

IV
Va sempre, s'affretta, ch'è l'ora,
con una vertigine molle:
con qualche suo fremito incuora
la pentola grande che bolle.
È l'ora: s'affretta, nè tace,
chè sgrida, rimprovera, accusa,
col suo ticchettìo pertinace,
la teglia che brontola chiusa.
Campana lontana si sente
sonare.
Un'altra con onde più lente,
più chiare,
risponde. Ed il piccolo schiavo
già stanco, girando bel bello,
già mormora, intavola! in tavola!,
e dondola il suo campanello.





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Poesie Giovanni Pascoli (1855 - 1912) è stato uno dei maggiori poeti italiani, fra i principali esponenti della letteratura italiana della seconda metà dell'Ottocento.
La sua poesia si distingue in particolare dalla presenza di versi endecasillabi, sonetti e terzine sviluppati in modo semplice.
Giovanni Pascoli ha dato vita a moltissime poesie (anche in latino), alcune delle quali raccolte in libri come Myricae.

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