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In finestre allungate, senza spessore

Niente a confronto di quei momenti intrisi
di mandorle accantonate per l'inverno
e risentimento in sacchi che la mano
faceva oscillare per misurarne l'altezza.
Dopo aver ballato per giorni e piazze,
e riempito buche della miglior progenie,
dense immagini a fiori sul potere tronco
di un oceano avvelenato che da quassù
sembra quasi verde. Persino a mezzogiorno,
con la luce a picco che si intrattiene appena
sui nascondigli delle nostre intese;
e non è mai una protezione vera il tetto,
le pietre levigate a seminare geometrie
imperfette su vasi di plastica e poi
giocattoli colorati che hanno saputo
resistere all'incoscienza dei sussurri amorosi.
Sei più nuda dell'innocenza dell'albero
che intralciava il passo ed è diventato
segno dell'onnipotenza svelata, quasi;
una breve salita solo per dire che domani
avrai cent'anni e altri ancora a benedire
quel che sopravvivrà delle quattro banderuole
agli angoli dell'antica casa che ritrovi
immobile ad addolcirti la notte.
Mosche sul naso, come nella leggenda
del pescatore che torna indietro
solo per scoprire che ormai è tardi.

E l'incidente che preannunci sui seni
non è mai occhio fatidico da rimanere impigliato
in tele vaste come i paesaggi orientali
che ti fulminano le pupille, quando i piatti
sono corsie allineate sugli spettacoli estivi
e la vecchia di fronte ha già ritirato la sedia
e passa pomeriggi interi nella ricerca
di indizi che le possano far scordare
le macchie in fondo alla sua indicibile barriera.
È un salto speciale che rivedi in divertenti
mulinelli tra il muro alto che non protegge
ancora dall'umidità estrema e l'intrico
delle vie invisibili ai trenini turistici.
Spenderesti stagioni e pezze alle ginocchia
pur di riabbracciare la testa rossa che schiacciava
nocciole con la lingua tra i denti.
Non c'è durezza quando dici che è trascorsa
l'epoca delle lettere maiuscole
e delle lucertole imbalsamate
sui fogli di giornale; anche se poi
non rinunci mai ad indovinare
il pericolo che si cela dietro la spavalderia

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