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Al Gran Canyon

Deserto grondante di raggi di luna,
carni e ossa rosse ci spiavan dalla duna.

Pelle di stelle, di stelle ombreggiate,
alberi senza gambe con satiri sulle fronde,
suonano i flauti, in riti, in albe criptate.
Questa sera di roccia viva siam come anaconde.
Amore che si nutre di abitudini plasmate,
cospargon le note, ci accarezzan beate.

Deserto superiore, si lamentano i coyote,
nella casa di vetro ci scordammo il peyote.

Quaggiù il cremisi lo si indossa come una corona.
Strade senz'auto e carovane di pellegrini
piangevano e toccavano le rocce d'anima a Sedona.
Ma per cosa poi? Cos'è un mondo senza giardini?
Così solo al cospetto di queste scale,
al freddo come dentro una cattedrale.

Deserto centrale, naufraghi dei sorrisi,
da un sole in cenere venivamo derisi.

In fondo al canyon cecità di passaggi,
nel buio senza svincoli d'un cimitero sfiorito,
tra polveri dorate e le grida dei selvaggi,
mi fissavan nel vuoto del mio corpo denutrito,
Potessi ora far salti tra le ombre naturali,
potessi ora nuotare in questi fiumi tribali.

Deserto inferiore, occhi giù dal cielo,
nascondo il mio nome in vista del disgelo.

Antico più del tempo chi dimora in questi luoghi
con occhi per svelare il mio io bugiardo,
salvo il salvabile, la salvezza ineffabile,
salvo l'ebrezza tra manie di grandezza.
Riso, sorriso, sottile la risata ed io rido beffardo,
non approfitto del momento e tu m'afferri e m'affoghi.

Dicono che non si risiede nella felicità trasmessa,
dicono che ciò che non conosciamo somigli allo specchiarsi.
A terra! Non pensare di pensare, creati nuvole con la mente,
vaporizzano le apparizioni nella trama che ti doni,
ma stai ormai cedendo alle emozioni, e sono apparsi.
Ti stai sgretolando, troppe proclamazioni, una vita compromessa.

Tutte interne,
bugiarde eterne.

E pensare che amavo stare in questi posti,
in questi drappi d'ocra calda
a gustarci i monsoni d'estate, nascosti,
sotto una luna spavalda.
Dopo il diluvio finì il nostro momento.

Ci siamo persi (in) un altro tramonto.

 

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