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Poi li dimentichi là fuori, a morire di freddo

Se poi penso che tra due ore non ci saranno
più cavalli su cui puntare e migliaia di discorsi
messi da parte perderanno gran parte
del loro valore e cadranno in pezzi,
mi viene da rivoltare i fogli rosa e farlo subito,
insieme a tutte le altre carte salvate dall'umido,
alla disperata ricerca di un segno valido
che suggerisca la strada meno pericolosa
per quando anche le mie case saranno ridotte
in orrendi macelli senza calore.
E non si tratta del solito scandalo annacquato
di metà pomeriggio, all'ombra di capanne
rattrappite sulle spiagge desolate di dicembre;
non è la fame di arrivare per poi scendere
a passo di danza fino ai piloni del vecchio porto,
e neanche il din don dan delle campane
che rattrista perché non è più quello di un tempo.
È la materia di cui sono fatti i colori
dei dipinti sui pianerottoli di scale rancorose e nere
ad aver interrotto l'ordine naturale delle linee,
bruciando rime a casaccio ed inventandone di nuove,
solo per rimettere le ossessioni di una vita in ordine sparso.
Come l'errore che commisi una volta
sovrapponendo anelli d'avorio all'orlo di un vaso giallo,
mentre il nodo diventava un cerchio
da ripetere all'infinito in ossequio
ai più servili dei padroni che amavano dormire
a gambe incrociate sulle panchine delle piazze.
Peccato che i livori antichi resistano ancora,
nonostante le delizie imbottite degli sbagli
in cima a ciò che rimane delle verdi colline
che t'immaginavi da giovane, sempre ricche
di mandorli, carretti su cui era lecito salire a coppie
e di minuscoli dettagli a forma di fiore.
Petali soffiati via lontano, come pegno
di un sentimento che non diventava magia
neanche a scolpirlo nell'oro. Eppure si ergeva
a paladino di pace e futuro propizio,
insieme a tutte quelle altre idee
che magnificavano spasmi improvvisi
su addomi piatti e levigati dall'affetto degli anni più belli.

Ma camminare ti ha reso cieca, se non ti accorgi
quanto sia ridicolo mostrarti col fiato corto
davanti a gente che aspetta da secoli
che il tuo occhio migliore si adagi con garbo
sull'inconsistenza della loro stretta fraterna.
Lo spessore inutile di certi abiti pesanti.
Non hai voce, e nemmeno la pazienza

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