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La vera poesia del nostro tempo

È un segnale minimo sotto il rumore
delle macine che funzionano a intermittenza,
dai filamenti felici e teneri allunghi
che procedono per gradi, fino alla dissolvenza
in acque che scorrono lente
nelle profondità corrose di un termosifone acceso.
Avresti più fortuna e coraggio,
se già fosse estate anche dentro gli armadi;
nelle discariche a cielo aperto,
a scanso di equivoci, e nei burroni
che la gente colta chiama precipizi,
il vento prende fuoco facilmente
e poi si sfalda al primo cenno di reazione poco elegante.
Dove sei nato, angelo perverso?
Pensi ancora alla mano che si alza con dito fermo,
alla paranza di pesce su tavolate basse,
alla carezza che arriva tardiva e non seduce?
Passo breve di fioretto, se ancora ne sei capace,
e l'occhio che si trattiene nella speranza
di un pappagallo che sappia pronunciare
il tuo nome senza inciampare sulle erre.
Si può anche saltare insieme,
a piedi uniti o su una gamba sola,
con l'aria che entra a getto e poi s'inabissa.
Pace all'anima di chi non s'è mai visto
da queste parti, e i lamenti allora?
Le ossa del tempo, viste dal tuo balcone,
somigliano a una collana. Non di perle,
non di acciaio, non di rame smaliziato.
Sono ruote di carriole mezze sgonfie,
cassette accatastate di uva appena raccolta,
vecchi che discutono fitto fitto del mosto
che venderanno a duemila lire al litro.
Il problema è che prendere forma
è il loro modo di esistere e sparire
un lusso che non puoi più legare
al collo del bicchiere come facevi da bambina.
Il solaio, presto! La scala, il secchio di latte,
l'angelo della desolazione che ti osserva
da un ritratto appeso storto.
C'è chi lo faceva apposta,
e ancora se la ride, e chi ti corteggia
con ami di viole, papaveri e fresie.

Non t'illudano le sorprese. A vincere
non sono i pruni che resistono agli anni,
né le pareti delle case quando
non esistevano i pilastri;
hai provato anche a scrivere
di vite appena trascorse, in brevi capitoli

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