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Sempre in fondo a qualcosa che riconosci

Mi alzo presto, coi pastori e le loro frattaglie insanguinate,
per liberarmi dell'inutile e dell'ovvio,
delle scorte di pane duro e dello zaino in spalla,
anche se non è ancora agosto
e non c'è abbastanza ombra sotto gli alberi
che mi fanno da barriera. Tu dormi.
Conosco le regole della transumanza e se mi guardi
da quella fessura tra i vicoli non ne faccio mistero;
allunghi il collo per sorridere a chi ti vorrebbe
meno santa e poi ti specchi, come fanno le donne di fiume.
È una pietra chiara, vedi? Una canzone che abbaglia,
su un disco che girava veloce, un segno di unghie
su una melodia antica, fatta di voce ammansita e da una chitarra.
Sedie di plastica rossa, balletti sui terrazzi,
fiocchi incatenati a un fil di ferro. Tu dormi.
C'erano una stanza in penombra, un divanetto,
due colonnine intrecciate, gli accendini di marmo,
i quadri tribali alle pareti, il libro dalla copertina
stramba, col cavallo a tre occhi e la prospettiva
indovinata; ti tremavano le mani, mentre leggevi
di quanto può essere insopportabile l'amore
che arriva alle tre di notte. Furioso anche,
ma di seta che scivola addosso e poi si fa
vestito aderente. Perché, dici? Dove porta il ricordo
che si accumula in piccole braci
che nessuno ha il coraggio di spazzare via?
Sempre in fondo a qualcosa che riconosci.

L'orlo di un jeans, per esempio,
o le pieghe indurite di una camicia
lasciata lì, a prendere muffa in un armadio
a sei ante. Potrebbe essere il nuovo taglio
che prende vita da un sole nel buio,
oppure una tripletta di ics al culmine
di frasi che non vogliono dire niente.
Spruzzi di profumo sulla carta da lettera,
come si faceva una volta, o il telefono
attaccato a un filo che arrotolavi tra le dita,
col sospiro atroce di adolescente in agonia.
Ti aspetto se tu mi aspetti, dicevi
con voce impostata. A gambe incrociate
sul letto di tua madre. Ti avevano insegnato
a reggere un angolo dell'universo
con i pugni in alto e lo sguardo fiero,
e a non disperarti neanche dopo
i peggiori disastri. Una poesia,
cosa vuoi che conti? Sono versi,
più storti che mai, in un crepuscolo
che non è ancora estate e brilla di polvere
mista a sabbia e dell'incendio di qualcuno

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