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Arabeschi sul muro di fronte

Sarebbe peggio di un'invasione di cavallette
lasciarci scivolare su discorsi ombrosi
che insegnano l'arte della contemplazione
e poi la ferocia improvvisa di dirottatori inermi
e andare avanti così, per mesi e anni,
a rileggere ciò che abbiamo scritto
per confondere gli spaventati del giorno prima.
Quel che vedo da qui non è mai demone eterno:
a volte è una fine, a volte un inizio.
Un quadrato di pietra adesso,
su un arco irregolare, quattro pilastri grezzi,
una finestra con le sbarre tagliate,
fili elettrici che attraversano ambienti,
tre tazze colorate, arabeschi sul muro di fronte.
Potrebbe essere una discesa, e allora?
Un ponte tra una porta di legno blu
e un'apertura che dal pavimento sfatto
fugge verso la superficie che meno seduce.
A nessuno importa veramente del buio,
se l'attesa finisce in mezzo a una piazza
che non ha spigoli compatti. Diluiamo piano
malinconie e ricordi ancora e ancora,
invece di ridurli in birilli di vetro sottile
lungo la parvenza innamorata di una ringhiera a scacchi.
È così che funziona lo spazio tra gli incidenti,
non c'è lotta e non ci sono bandiere;
solo movimenti impercettibili di occhi,
macchine che passano, gente che saluta
e poi va via. La felicità di chi disegna col gesso
e si lascia disegnare. Una volta, poi di nuovo.

E se non è la pace il fondo dell'armonia
e nemmeno del bicchiere in carta che non si scioglie,
quando ti svegli assassina e chiedi ai passi di rispondere
con modeste inversioni attorno ai tavoli,
perché poi rimani così, parentesi ancestrale,
in bilico tra i due quadri che rappresentano lame,
invece di sdraiarti come una Venere al sole
e dire "amami adesso perché domani sono morta?"
È un'immagine doppia col gesto soave che l'attraversa,
secca al centro ma senza fenditure,
fatta di balconi che non si perdono mai,
fiori e vasche per ammansire gli squali di passaggio,
istantanee di uomini che tornano indietro
alla ricerca di valvole e parti di compressore
andati in frantumi a metà maggio.
È un grido che dura, poi diventa favola da intuire col tatto.
Quando chiudi tutto e poi ti apri su una sedia
in penombra, con un libro in mano e un pensiero dolce,
e nell'altra il niente di una visione

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