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Aspettando invano il miracolo di una nuova epifania

C'è sempre la parte buona in bella vista
(e il lardo lasciato ai ladri di anime e agli affamati),
anche se a volte perde l'equilibrio dei saggi
e poi s'infossa, preannunciando facce
che irretiscono i poveri in canna
e li trascinano su strade asfaltate
come pezze da traforo. Tu li insegui
con occhi grigi, e il ricordo delle piaghe sulle dita
ti fa pentire di essere già sul punto che non si sposta.
Non conti gli anni ma le carezze che sfregano
sui bordi dei dischi di tua madre, le ossa rotte,
la ruggine falsa sugli specchi di seconda mano.
I sogni che sono rimasti a prendere pece
e fumo in rivoli sempre più sottili.
Finalmente ti sei svegliata!, ti gridano
da lontano. E ti pare di ricordare
qualcuno che ogni volta che riempivi
il secchio di terra ti incoraggiava
ad andare avanti a testa bassa. Aveva un naso
che ti aveva fatto innamorare.
E ancora adesso, se ti perdi per la campagna,
ripensi alle strade piene di pietre
e ai rastrelli abbandonati contro i muri;
fai la prova della resistenza, attaccandoti
a travi che reggerebbero una nave,
e poi ridiscendi dimenticando i piedi.
Che bel nome che hai!
Somiglia a quello di un'attrice.

Nel cammino maledetto da mille streghe,
eppure così bianco, sciolto da ogni intenzione
di ripercorrere il viaggio a ritroso, perverso
nella sua luce e nei colori di un autunno
sferzato dal vento. Un dolore al collo che si torce,
mentre con la mente scivolosa
ti attacchi a un dettaglio cresciuto
troppo in fretta, sopra un canale
che credevi deserto; potrebbe essere notte,
in mezzo agli alberi di pino morti storti,
le fontanelle che perdono acqua
e i quattro tavolini mangiati dalla rogna
e dalla furia dei cani. Come un'adolescente,
cerchi l'amore tra ciò che non si è ancora perso.
E intanto io, corrotto dalle unghie di giovani
malate di vita, mi danno a tradurre in minuscolo
tutto ciò che mi appare snervato
e, puntando i denti contro i miei desideri,
mi fa tornare a casa col terrore dipinto
sulle ginocchia e sulla faccia. Non capirò mai
dov'è che può finire il filo di un racconto

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