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Senza peso e senza pensiero

Siamo arrivati al punto di dire
che la vita è una stanza vuota,
un anfratto sei metri per cinque
da riempire e poi svuotare
perché la notte non regge
ed è già dicembre da un po'.
Quando la verità è che la pace stanca.

Era tutta una corsa sul filo una volta;
facce squadrate che mutavano
il giorno in orpelli da appendere
alle inferriate poco illuminate,
a sfruttare nodi fatti da altri.
E non è nemmeno il verbo
che scivola e poi s'allarga il pericolo
che incombe in queste serate di vento
e pastura a livello delle ginocchia:
a volte è il sole che acceca,
a volte il peso del secchio di latta
che tira su catrame misto ad una gioia
che nonostante tutto ancora galleggia.

Non era questo il gioco di cui ti vantavi
a gambe strette? Non era
il residuo di amore che credevi
di avere lasciato in mano
a chi non meritava neanche
il collasso del rimorso?
Mi piace guardarti scavare,
anche se sono sbiaditi i secoli bui
e siamo tornati alle tavole radenti,
pitturandole a mo' di spicchio d'aglio
e poi non so che cosa ancora.

Porta bene, nonostante le ossa
che ricordano chi eravamo? Dolori,
ma di nuovo più profondi
se vi punti lame e le chiami coraggio.
È la verità a consumarci da dentro,
o solo una risposta che aspettiamo invano?
Forse solo un misero mistero buffo, nient'altro.

Eppure, eri amante gentile
e rosicchiavi steli di rose
in giornate che suonavano eterne,
togliendo le spine
con una forbice a specchio
per poi offrirmi i petali
di quelle più sciupate.
Le altre le lasciavi vivere.

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