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A spina di pesce

La scena che più amo a volte è antica,
quando non si nasconde agli occhi
senza affanno a farsi sale che non decide,
e a me rimane il sentore di spiragli
che si lasciano attraversare dall'aria ferma
del primo pomeriggio di un mese che non mi attrae per niente.
E ricordo l'arco che non si chiudeva e le pietre larghe,
a raggiera, la cornice sbeccata e tutte le fantasie
che in quell'epoca andavano di moda tra i vicoli
e le fontane che perdevano acqua a litri.
Insieme alla tua ferocia nel mantenere in ordine una stanza
che era immensa ma senza specchi appesi alle pareti.
Stiravi e prendevi in giro Rimbaud,
il gatto innamorato dei balconi e dei precipizi.
"È come me", dicevi,
ma non lo pensavi veramente.
E l'altezza, quanto la avrai odiata,
prima di diventare occhio che non spaventa e deride?
Era tutto un precipitare, nelle ossa
che ammiravano i cardini delle porte,
e negli scatti che spesso erano solo tentativi di risalita e basta.
Avresti voluto che mi sdraiassi insieme a te
sulla ghiaia sporca di catrame e fango,
ma non c'era nessuno, e così piangevi a dirotto.
Cosa abbiamo perso da allora?
La ruggine, il secchiello di latta che ammansiva il vento,
lo sguardo truce della vecchia
che cuciva fino allo sfinimento e poi?
Che sguardo che aveva, te la ricordi?

Ma ecco che ti affacci di nuovo e ancora,
ferma all'angolo di una via senza padrone,
ed io non so più come dirtelo
che sfioriscono solo i fiori ma non i traguardi,
e tu gridi "sentimenti?" Allungando le vocali,
per mostrarmi che il fiato è sempre quello.
È la sintesi del viale e di una periferia che è tornata campagna,
e noi soffriamo insieme per uno sfregio
che rimonta a passo doppio. Ma è brindisi anche,
in coppa d'avorio, in una notte che si ammira dall'alto
di una palazzina liberty, di quadrati imperfetti
che piano piano riacquistano un senso.
Del tepore che annoia ma redime anche,
o delle mille angustie di cui mi parlavi
quando la bufera si annullava contro i bastioni di cemento
della villa che avevamo preso per unire due fuochi.
Sono attimi, di cristallo sopraffino, e pensieri
che fanno a gara per rientrare in un ordine prestabilito,
ma dove? Solido quanto una nave dopo il varo,

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