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L'unico sentimento che ancora sopravvive

Come scorre il sangue, amore mio,
lo sappiamo noi due, e nessun altro;
di notte, tra le trame secche e le armature,
e poi all'alba, a scavalcare cancelli.
L'inferno è una vaga agonia
che nutre fantasmi e dicerie,
nella vallata grande dei mille abbandoni.
Che ti ricorda Milano, una piazza,
i cuori d'argento, le spille,
l'eco innamorato di un vecchio ritornello.
Le nostre canzoni, ancora,
sul rumore ancestrale degli sbagli,
la mania di un pianto
che goccia a goccia
ci illude e ci plasma in una bolla
dal vago odore di vaniglia,
e diventa occhio che scruta
tra i fili d'erba di una campagna in cartolina.
Fuori, l'asfalto è noia e spasimo costante,
dentro una luce che ogni tanto si accende;
ed è richiamo che trema, melodia
che ti spinge allo scavo a mani nude,
e poi a sbranare strade alla ricerca
di una croce appesa a un pilastro
arrampicato su una torre medievale.
Non ti importa delle unghie nere
né della rovina che ti frana addosso,
quando dall'altra parte è già quiete
il tumulto che incendiava le case basse
e le cure domestiche che chiamavi amore.
Tocca a noi adesso.

E insieme in una caduta distratta,
senza dormire e la pace
costruita a rilento, sopra un colore
ormai ridotto in sterili
filamenti di finta seta.
Se dici che è finita un'epoca
io non ci credo. Ma mi attacco,
come un istrice alla piaga,
e ti chiedo di rimanere un giorno
nella preghiera di un rimpianto
che si fa rimorso pacato che rasserena.
Cosa saremmo adesso senza
le cantilene antiche, i sedili dei tram
che tiravano dritto e le macerie
che credevamo fortezze?
Vuoi la prova che esistiamo,
e anch'io, ma nel sole,
se di gennaio non è rimasto

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