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Nell'aria interdetta agli incapaci

La voce che mi rimane amica a quest'ora
ha la docilità di un animale stanco,
perso nel fondo di un affumicatoio
insieme a quattro barzellette sporche
e un ditale travolto da matasse di lana grezza.
Eri in vita e alta allora più del paradiso,
me lo ricordo; e scopro di nuovo illuminato
il soggiorno liso e la pietra pomice
con cui raschiavi via la polvere dai muri.
Morte che infesta! Una regina che divora carta,
innamorata di chissà chi, se nonostante
gli anni mi basta mutare prospettiva
di uno angolo o due per ritrovarti
florida come avessi appena
finito di scrivere un poema
sugli ultimi che abbandonarono il regno.
E le rime, sorella fradicia di vento,
le congetture che tornavano sempre,
e l'alto ingegno con cui farcivi
le risposte alle mie domande
e la necessità di ridurre tutto
al silenzio trasecolato di un vecchio
foglio e un abbaino! Ti piaceva la parola,
e pronunciarla a labbra strette,
e ballare senza vestiti e di nuovo
azzannare, dall'alba al tramonto,
immaginando che dopo l'arrivederci
non ti avrei più tradito.

E dimmi allora della pasta che diventa colla,
dei piedi che rimangono gelo
anche dopo aver aggiunto acqua calda,
e di quel giorno in cui la mia mano
si fermò a un passo appena dalla tua benedizione.
Dalla cornice che tutto indora, dalla febbre
che non sale perché c'è il rosso
a tingere le federe e l'innocenza
di una pagina rovinata da una biro
che lascia colare inchiostro blu,
e poi chi lo sa se ci sarà altro.
L'amore, che insegna e poi traduce,
l'esercito di ottoni che perde pezzi
di piombo fuso e la pazienza
delle molle e dei meccanismi
che rinunciano alla sfida. E intanto
salvi, inneggi alla vittoria,
a fuochi fatui che contrabbandavano
bandiere e praterie senza confini.
Siamo distanti quanto una marea
da un tifone annunciato da anni.

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