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Ti conoscevo appena, e tu mi eri sorella

Se ti penso nello stesso punto di ieri
è perché non ho più sabbia da raccogliere
e non è tempo di ginestre sui fondali.
Ti scopro a trascendere la letizia di tre discese
che conoscemmo, allungarti di un gradino appena
e poi saltare, in un mare di miracoli consunti,
padri e madri dalle ossa rotte,
atroci nello spasimo del momento prediletto.
Eppure, e lo dico con garbo,
è incompleto più di allora il consiglio
che ti portò a decidere di lasciare tutto;
un punto che rallenta e una bandiera strappata,
ai margini di un salice che non ha mai pianto.
È scrittura avara, che rende liberi e imprigiona,
pietra di paragone che si confonde
con le preghiere dei pellegrini
sui pullman e le fanfare,
in sonnolenti paesi di montagna.
Il filone d'oro che annotavi
da ragazza su quaderni senza righe,
e la lastra di marmo, scheggiata,
su cui piangevi per una mano trattenuta a stento.
E perché dovrei mentire allora? In punta di piedi
mi trascinavo tra le radici e le strade di terra.
Ti conoscevo appena, e tu mi eri sorella.

Poi di nuovo, baciavo i muri e le speranze
cancellate dalle folate di vento,
dalla pioggia insensata e dai fischi dei contadini
che rientravano curvi. Chiedevo un'ora
per poterti accarezzare di notte
e svelarti un segreto ancora, un'altra fortezza.
Ti ho ritrovato, vedi? In fondo a una percentuale
che non mi tornava da anni.
Cadi e risali, placida e lenta,
come un lamento sospirato,
nato nella parte più buia di un canterano
che ha cassetti di legno smorto, e tracce
di gelsomini ad ingentilire i pallidi accenni
di chi ancora crede di potere sistemare
gli angoli ad arte. Tagliando, smussando con le dita
e le unghie, indovinando fessure, e poi cos'altro?
Non c'è apertura se dici di avere il cuore stanco.

E io rinasco, un po' più pallido di allora,
con meno fretta negli entusiasmi appesi
ai pontili sventurati, una pietra e una foglia.
Non ci fermammo, quando ci fu detto
che c'era ancora tempo per indugiare tra i vicoli,
alla ricerca di che cosa, te lo ricordi?
Non c'erano che finestre sfondate,
canali d'amianto, lutti alle porte
e vecchie che ricamavano senza vedere.
Di chi sei figlia, tesoro bello?
E ci sedevamo, trattenendo il fiato,
per ascoltare storie e inseguire gatti
che saltavano di tetto in tetto e
andavano a ficcarsi chissà dove.
Sono quattrocento lampi ormai,
e un rosario che srotoli tra le dita
innamorate di un'ombra finta.
La passione che ti arrossa il viso
se mi avvicino ad occhi chiusi
e ti chiedo se mi ami ancora.

 

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1 commenti:

  • anna marinelli il 16/06/2020 18:36
    Testo coinvolgente, emozionante. Bravo Salvatore.

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