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Racconti di Edgar Allan Poe

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Pagine: 12tutte

una sepoltura prematura

Vi sono alcuni argomenti d'interesse vivissimo, avvincenti, ma troppo
totalitariamente orribili agli scopi di una giustificata invenzione. Da
questi il romanziere puro deve astenersi, se non vuole offendere o
disgustare. Possono essere trattati giustificatamente solo quando siano
santificati e avvalorati dalla severita' e dalla maesta' del Vero. Noi ci
emozioniamo, per esempio, di un'acutissima e "piacevolissima sofferenza"
alle descrizioni del passaggio della Beresina, del terremoto di Lisbona,
della peste di Londra, del massacro di San Bartolomeo, o della morte per
soffocazione dei centoventitre' prigionieri nel Black Hole di Calcutta.
Ma in queste descrizioni e' il fatto, e' la realta', e' la storia
l'elemento che emoziona; come invenzioni le considereremmo con vero
aborrimento.

Ho citato solo alcune tra le più famose e note calamita', ma in queste
e' non soltanto la portata, ma l'aspetto stesso della calamita' cio' che
cosi' vivamente impressiona la fantasia. Non ho bisogno di ricordare al
lettore che dalla lunga e lugubre enumerazione delle umane miserie avrei
potuto scegliere molti casi singoli più impregnati di sofferenza
essenziale che non uno solo di questi immani disastri generici.
L'infelicita' vera, l'afflizione suprema e' delimitata, non diffusa. E
che le estreme ambasce dell'agonia siano sopportate dall'uomo individuo,
non mai dall'uomo massa... sia ringraziato di questo un Dio
misericordioso! Essere seppelliti ancora vivi e' senza dubbio il più
spaventoso di questi estremi che mai sia toccato in sorte a essere
mortale. Che cio' sia accaduto frequentemente, assai frequentemente, non
sara' certo negato da coloro che pensano. I confini delimitanti la Vita
dalla Morte sono innegabilmente tenebrosi e vaghi. Chi puo' dire dove
quella finisce e dove questa incomincia? Sappiamo che esistono malattie
in cui avviene una cessazione totale di ogni apparente funzione di vita,
e nondimeno queste cessazion

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   6 commenti     di: Edgar Allan Poe


il barilotto di ammontillado

Avevo sopportato come meglio avevo potuto le mille offese di Fortunato. Ma
quando egli si spinse sino ad insultarmi giurai vendetta. Voi pero' che ben
conoscete la natura del mio animo non immaginerete certo che io possa avere
espresso alcuna minaccia. Mi sarei vendicato COL TEMPO; questo lo avevo
ben stabilito, ma la determinazione stessa con la quale avevo deciso di agire
precludeva ogni idea di rischio. Non soltanto dovevo punire, ma dovevo farlo
senza riportarne danno. Un torto non e' riparato, se la punizione ricade sul
vendicatore; e rimane ugualmente inespiato, se il vendicatore non riesce a
farsi riconoscere da colui che gli ha recato offesa.

Voglio fare chiaramente intendere che non ho dato modo a Fortunato ne' con
parole ne' con gesti di dubitare della mia buona disposizione d'animo nei suoi
riguardi. Continuai, com'era mia abitudine, a sorridergli, ed egli non si
accorse mai che il mio sorriso ADESSO nasceva dal pensiero del suo prossimo
annientamento.

Aveva un punto debole, questo Fortunato, benche' per altri versi fosse uomo da
incutere rispetto e persino paura. Egli si vantava di essere gran conoscitore
di vini. Pochi italiani hanno il temperamento del vero VIRTUOSO: di solito il
loro entusiasmo e' adeguato al tempo e alle circostanze, e si affina
soprattutto nell'imbrogliare i MILLIONAIRES inglesi o austriaci. In fatto di
pittura e di gemme, Fortunato, come tutti i suoi compatrioti, era un
ciarlatano; ma in quanto a vini vecchi se ne intendeva. Sotto questo riguardo
io non differivo molto da lui; ero anch'io esperto di vini italiani, e ne
compravo in grande quantita' ogni qualvolta mi era possibile.

Fu verso l'imbrunire, in una sera in cui il carnevale al suo colmo impazziva
nelle sue estreme follie, che io incontrai il mio amico. Mi si avvicino' con
eccessivo calore, poiche' aveva bevuto moltissimo. Era travestito da buffone:
indossava un abito aderente a striscie, e in capo aveva il caratteri

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Ombra - Una parabola

Voi che mi state leggendo siete ancora tra i vivi, ma io che scrivo sarò da molto e molto tempo partito per la regione delle ombre, perchè strani fatti accadranno, segreti saranno rivelati e molti secoli passeranno prima che queste mie pagine siano lette dagli uomini; e quando le avranno viste, alcuni non vi presteranno fede, altri dubiteranno e solo pochi troveranno di che meditare su queste parole che sto tracciando con uno stilo di ferro.
Quello era stato un anno di terrore, pieno di sentimenti più intensi del terrore, per i quali sulla terra non c'è nome: c'erano stati infatti molti prodigi e segni e vicino e lontano, sul mare e sulla terra si erano largamente spiegate le nere ali della peste. Coloro però che conoscevano le stelle ben sapevano che i cieli presagivano sventure e per me, il greco OINOS, era evidente che stavamo per ritornare a quel settecentonovantaquattresimo anno nel quale, entrando in Ariete, il pianeta Giove si trova in congiunzione con l'anello rosso del tremendo Saturno; il particolare spirito dei cieli, se non m'inganno troppo, si manifesta non solo sul globo fisico della Terra, ma anche nelle anime, nelle fantasie, nelle meditazioni degli uomini.
Una notte, entro un nobile palazzo della triste città chiamata Tolemaide, sedevamo in sette intorno ad alcune anfore di rosso vino di Chio; la nostra camera non aveva altro ingresso che un'alta porta di bronzo, che, costruita dall'artista Corinno, era di rara bellezza e si chiudeva dall'interno; nell'oscura camera neri drappeggi, nello stesso modo, chiudevano al di fuori la Luna, le lugubri stelle e le strade spopolate... Ma non si erano potuti così facilmente escludere il presagio e il ricordo del Male. C'erano intorno a noi e presso di noi eventi di cui non riesco a render ragione... sia materiali che spirituali... una pesantezza nell'atmosfera... un senso di soffocazione... un'ansietà e... soprattutto quel tremendo modo di vivere che è proprio delle persone nervose, quando

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Hop-frog

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Il Corvo

Una volta in una fosca mezzanotte, mentre io meditavo, debole e stanco, sopra alcuni bizzarri e strani volumi d'una scienza dimenticata; mentre io chinavo la testa, quasi sonnecchiando - d'un tratto, sentii un colpo leggero, come di qualcuno che leggermente picchiasse - picchiasse alla porta della mia camera.
«È qualche visitatore - mormorai - che batte alla porta della mia camera. »
Questo soltanto, e nulla più.
Ah! distintamente ricordo; era nel fosco Dicembre, e ciascun tizzo moribondo proiettava il suo fantasma sul pavimento.
Febbrilmente desideravo il mattino: invano avevo tentato di trarre dai miei libri un sollievo al dolore - al dolore per la mia perduta Eleonora, e che nessuno chiamerà in terra - mai più.
E il serico triste fruscio di ciascuna cortina purpurea, facendomi trasalire - mi riempiva di tenori fantastici, mai provati prima, sicchè, in quell'istante, per calmare i battiti del mio cuore, io andava ripetendo: «È qualche visitatore, che chiede supplicando d'entrare, alla porta della mia stanza. Qualche tardivo visitatore, che supplica d'entrare alla porta della mia stanza; è questo soltanto, e nulla più».
Subitamente la mia anima divenne forte; e non esitando più a lungo:
«Signore - dissi - o Signora, veramente io imploro il vostro perdono; ma il fatto è che io sonnecchiavo: e voi picchiaste sì leggermente, e voi sì lievemente bussaste - bussaste alla porta della mia camera, che io ero poco sicuro d'avervi udito». E a questo punto, aprii intieramente la porta.
Vi era solo la tenebra, e nulla più.
Scrutando in quella profonda oscurità, rimasi a lungo, stupito impaurito sospettoso, sognando sogni, che nessun mortale mai ha osato sognare; ma il silenzio rimase intatto, e l'oscurità non diede nessun segno di vita;
e l'unica parola detta colà fu la sussurrata parola «Eleonora! »
Soltanto questo, e nulla più.
Ritornando nella camera, con tutta la mia anima in fiamme; ben presto udii di nuovo battere, un poc

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Il ritratto ovale

Il castello, nel qual il mio domestico s'era deciso di penetrare a viva forza, anziché permettermi, deplorevolmente ferito come io era, di passare una notte all'aria aperta, era una di quelle costruzioni, indecifrabile miscuglio di grandezza e melanconia, che hanno per sì lungo tempo innalzate le loro rocche eccelse in mezzo agli Appennini, tanto nella realtà quanto nell'immaginazione di mistress Radcliffe.- Secondo ogni apparenza, esso era stato abbandonato temporariamente e tutt'affatto di recente.
Noi ci adattammo in una camera fra le più piccole e le meno riccamente ammobiliate, posta in una torre appartata dal fabbricato. Lungo i muri erano tese delle tappezzerie adorne di numerosi trofei araldici d'ogni forma, nonché di una quantità veramente prodigiosa di pitture moderne, in sontuose cornici dorate, d'un gusto arabesco.
Io provai tosto un vivo interesse (e la causa ne era forse il delirio che incominciava ) per questi dipinti che erano affissi, non solamente sulle pareti principali delle diverse camere, ma altresì in una sequela di anditi e corridoi che, per la bizzarra architettura del castello, dovevamo passare inevitabilmente; e crebbe tanto l'interesse, che ordinai a Pietro di chiudere le massicce imposte della camera - di accendere un gran candelabro a più bracci, collocato vicino al mio capezzale, e di alzare invece, quanto era possibile, le tende di velluto nero, guarnite di frangie che circondavano il letto. Io desideravo tutto ciò per poter almeno, quando non mi fosse dato di addormentarmi, consolarmi alternativamente nella contemplazione di quei dipinti e nella lettura di un piccolo volume che io avevo trovato sull'origliere, che enunciava appunto il valore di essi e ne conteneva la descrizione.
Io lessi lungo tempo, assai lungo tempo; contemplai tutto religiosamente, devotamente quasi; e le ore passarono rapide e brillanti, direi così, talché udii suonare la solenne ora della mezzanotte. La posizione del candelabro non mi garbava, e,

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Il pozzo e il pendolo

Impia tortorum longos hic turboa furores
Sanguinis innocui non satiata, aluit.
Sospite nunc patria, fracto nunc funeris antro.
Mors ubi dira fuit, vita salusque patent.

(Distici composti per le porte d'un mercato, il quale doveva sorgere là dove fu il Club dei Giacobini, a Parigi)

Quella lunga agonia mi aveva affranto, ero stremato di forze, e allorché finalmente mi slegarono e potei sedermi, sentii che perdevo i sensi. La terribile sentenza di morte, fu l'ultima frase distintamente pronunciata, che mi colpì gli orecchi. Dopo di ciò, il suono delle voci degli inquisitori mi sembrò che si perdesse nel rumore infinito d'un sogno.

Quel frastuono mi dava allo spirito l'idea d'una rotazione, probabilmente perché nella mia immaginazione associava ad una ruota di mulina. Ma tutto questo durò ben poco; poiché, ad un tratto, non udii più niente. Vidi però per qualche tempo ancora, ma tutto orribilmente esagerato.

Vedevo i giudici tutti vestiti di nero, con le labbra bianche, più candide del foglio sul quale vado tracciando queste parole; e sottili, grottescamente sottili, assottigliate dalla loro intensa espressione di durezza, di risoluzione irrevocabile, di implacabile disprezzo pel dolore umano. Vedevo uscir da quelle labbra i decreti di quello che per me rappresentava il Destino; le vedevo torcersi in una frase di morte. Le vidi muoversi per le sillabe del mio nome e cremai non udendo il suono seguir il movimento; vidi anche, delirante d'orrore, la molle e quasi invisibile ondulazione dei drappi neri che ricoprivano le mure della sala. Allora i miei occhi caddero sui sette grandi candelabri posati sulla tavola: essi dapprima, prendendo l'apparenza della Carità, mi apparvero come angeli bianchi, pronti a salvarmi; ma ad un tratto, la mia anima fu presa da una nausea mortale, ogni fibra del mio corpo tremò, come se avessi toccato il filo di una pila di Volta; le forme angeliche divennero spettri insignificanti, dalla testa di fiamma, e compresi

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Edgar Allan Poe e' stato poeta e scrittore, considerato l'inventore del genere 'giallo' per racconti come 'I delitti della Rue Morgue' e dell'orrore per 'Il gatto nero'. Orfano di madre e abbandonato dal padre viene cresciuto dalla famiglia Allan senza mai una legale adozione. Abbandona l'università a causa dei debiti contratti al gioco d'azzardo e si arruola a West Point anche se verrà cacciato a causa della sua mancanza di disciplina. Nel frattempo pubblica i suoi racconti grazie a dei concorsi letterari riuscendo a diventare nel 1835 vicedirettore di un famoso giornale di Richmond. Si sposa con la cugina Virginia, che morirà giovane pochi anni dopo il matrimonio. Poe perso nella disperazione si dà all'alcool. Nel 1849, anno della sua morte, Edgar Allan Poe ha già pubblicato con successo opere come 'Ligeia', 'Il pozzo e il pendolo' e la sua poesia più famosa 'Il corvo'.