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Racconti sull'amicizia

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Spalding

Ormai fuori dalla portata per recuperarla, come la voce che "dal sen fuggita, più richiamar non vale", così la palla a spicchi, come strale non più "trattenibile", era richiamata all'ordine terrestre attirata dal quarto piano verso il suolo.

Già non si vedeva più il disegno degli spicchi nei quali era divisa.

La terrazza ci aveva attirato nella trappola; troppo invitante per non essere preferita alle sudate carte per lo studio dell'ostile lingua franca.

Tutte le volte lo dicevamo; prima due tiri al canestro sulla terrazza, poi lo studio. Poi i due tiri diventavano una sfida, poi ci voleva la rivincita, poi la "bella" e via andare. Lo studio rimandato di quarto d'ora in quarto d'ora. Alla fine sudaticci e stanchi decidevamo di lasciarlo stare.

La sfida, dunque era iniziata, quando un rimbalzo sul ferro, ad altezza molto inferiore a un canestro vero, portò il pallone a rimbalzare anche su un muretto divisorio facendo uscire la palla dal terrazzo, ma soprattutto precipitare verso la strada sottostante.

"No... cazzo!"

Non avemmo il coraggio di affacciarci alla piccola prolunga recintata per vedere l'effetto della caduta, ci sdraiammo ad ascoltare il rumore sperando che non succedesse nulla d'irreparabile.

La strada non era molto trafficata dalle auto, ce ne erano, però, due file parcheggiate che potevano essere colpite, se fosse atterrato sopra il tettuccio di qualcuna, sicuramente, sarebbe stato un bel danno, senza contare l'eventualità di colpire un vetro che si sarebbe frantumato in mille pezzi.
Non avevamo finito di pensare ai danni materiali che... E se avesse colpito qualcuno?
Ci sarebbe scappato il morto, da quattro piani un peso del genere, una carrozzina, ma chiunque se lo fosse preso in testa...

Attendemmo in quest'attesa irreale, seppur brevissima, il primo rumore sordo che ci fu, ma non drammatico. Poi i rumori sempre più ravvicinati che definivano la pericolosità decrescente dei rimbalzi irregolari, quindi il silenzio.

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Curtain Falls

La camera ha poca luce, come tutte le altre volte, come la prima e come l'ultima.
Gli oggetti sparsi per la stanza assistono immobili a quello spettacolo che da un po' sta intrattenendo l'unico spettatore presente, uno spettatore a cui si sono inariditi gli occhi, a cui non è rimasto più un goccio di saliva e che preferirebbe essere all'inferno.
Mat è in ginocchio e non sa più cosa fare.
Mat è all'inferno.
Troppo tardi per tutto.
Cosa c'è sui muri? Le foto, alcuni poster, la bandiera della Spagna e una Fender Stratocaster con tanto di autografo di Brian May.
Daniel non c'è più, non ci sarà mai più.
Il letto ancora sfatto, il tappeto a forma di occhio, la scrivania senza sedia e le due librerie.
Poche cose sono rimaste ma Mat ci mette centinaia di minuti per guardarle.
Si alza e si avvicina alla finestra che dà sul corso, l'unica finestra di casa che mette in comunicazione quella stanza ormai spoglia e il mondo là fuori perché il resto delle finestre, compreso il balcone, si affaccia tutto su quel grigiore periferico che i condomini di quel palazzo si ostinano a chiamare "cortiletto interno".
Sposta un po' la tenda rossa per poter gettare un occhio sulla strada e vede uomini, donne, vecchi e bambini, tutti che continuano a camminare, guardare vetrine, attraversare la strada e parlare al cellulare senza fermarsi un attimo. Auto che scorrono come nuvole in piena bufera e clacson che suonano per ricordare quanta poca pazienza esista a questo mondo.
Finito di guardare fuori Mat ritorna nella stanza, ma prima di fare qualsiasi cosa si sofferma sulla tenda che prima aveva scostato per potersi affacciare.
Rossa.
"E questa che cos'è?"
"Una tenda rossa, non si vede?"
"Ma... ma... è rossa!"
"Sì e ieri hanno scoperto l'acqua calda"
Quando riapre gli occhi Mat è solo, come lo era prima e come lo sarà dopo.
Quella tenda rossa Dan se l'era comprata dopo aver visto la seconda stagione, quella conclusiva, di quel telefi

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   9 commenti     di: Guido Ingenito


Rebecca & Facebook

Rebecca decise di comprarsi un portatile, non aveva mai avuto un computer ma ora che aveva tanto tempo libero pensò che un computer le sarebbe servito per sentirsi in sintonia con l'universo, aveva tante cose ancora da imparare e con internet avrebbe risolto. Si, c'erano tutti i segreti dell'universo che lei voleva sapere : Il triangolo delle Bermuda, I cerchi nel grano, gli ufo, l'aria 51 e tante altre cose.
Incominciò così per lei una nuova vita, non era più chiusa in casa aspettando l'arrivo dei nipotini, o il rientro dal lavoro del marito, ma si sentiva proiettata nell'universo, cercò i suoi i vecchi amici, ritrovò una persona a lei molto cara, una vecchia amica di Torino, conversava ogni sera con alcune sue cugine e per il principio tutto andava bene. Suo marito la guardava incuriosito, le ripeteva che ormai avevo perso la testa, che non la seguiva più, a lui le nuove tecnologie non piacevano, aveva verso di loro una specie di paura ancestrale che lei non sapeva spiegare, ma la lasciava fare, l'unica sua condizione era che non si iscrivesse a FACE-BOOK, lei non avrebbe mai dato ascolto alle sue parole, era testarda e ribelle, però non essendo ancora brava sul p c, se ne stava buona, buona, faceva le sue belle ricerche su google, chiacchierava con messenger , questo era tutto il suo mondo. Poi si sa che l'uso ci fa diventare padroni delle nostre stesse cose, ormai il suo p c non aveva più segreti e lei voleva andare oltre, e così decisi di aprire quella porta che il marito pensava di poterle negare, (beh in effetti lui non aveva mai avuto potere decisionale sui suoi pensieri e sulle sue azioni anche se per molto tempo aveva creduto di si, ma lei apparteneva solo a se stessa, ogni tanto quando il gioco delle parti si faceva duro lei gli ricordava chi era e cosa voleva , Rebecca era stata sempre determinata quando decideva una cosa,), comunque sia si iscrisse più volte a face-book, ogni volta inventava un nom

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   2 commenti     di: bruna lanza


Storie di un radioamatore-Tutto come prima

Questo è uno dei tanti racconti di Hill ma stavolta ambientato in un luogo diverso ovvero nell'ambito familiare, a casa sua. La sua famiglia è composta da sua moglie, i suoi due figli e due cani molto intelligenti, addestrati molto bene ed ogni volta aspettano Hill sul ciglio della strada. Sembra la solita storia da radioamatore ma non lo è.
Quel giorno ad Hill mancavano una manciata di metri per arrivare a casa e riposarsi durante il weekend con la sua famiglia, sapendo anche che i suoi due cani lo aspettano sul ciglio della strada, un po distante da casa. Quel giorno invece fu diverso, ci fu un solo cane ad aspettarlo, ad Hill pareva strana questa cosa ma si avviò verso casa per capirne di più su questa vicenda. Arrivò, scese dal camion e si avvicinò alla porta per entrare, Hill da fuori udì dei pianti ed allora capì, uno dei cani è morto. I figli che erano affezionati, chiesero al loro babbo di cercare un cane con le stesse sembianze in tutta la nazione tedesca o anche ai suoi confini, Hill non si fa pregare due volte ed accontentò la loro richiesta, allora andò in stanza accese la sua ricetrasmittente ed iniziò a parlare con un mucchio di persone alla ricerca di un cane simile a quello che gli era morto. Parlò per svariate ore, finché un signore nella regione vicina dice di avere un allevamento di cani e ne ha uno simile alle informazioni di Hill e fissa con lui un incontro il giorno dopo. Arrivata la mattina presto, intorno alle 10 circa, il signore si presentò alla porta di Hill con il cane che gli aveva promesso. Egli staccò il cane, esso si annusò con l'altro cane di Hill e poi la scena che si presenta davanti agli occhi della famiglia Hill è memorabile;iniziarono a scorazzare come se nulla fosse successo, tutto come prima, gli Hill rimasero impressionati. Johnny Hill ringraziò il signore, lo pagò e andò a rigodere lo spettacolo ecclatante dei due cani. Gli Hill scoppiarono in lacrime di gioia e rimossero presto quel brutto ricordo.



Quello che importa

La musica sommergeva la stanza. Era musica potente, un ritmo incalzante, che non dava pace. Non era roba da mezzeseghe, era musica per tipi tosti. Quella stanza non era un granchè': piccola, sporca, umida. Era un tugurio fatto e finito. Ma a loro andava bene cosi', non c'erano stronzi e scazzi. Il fumo creava quel'atmosfera che rende le cose un po' più intime. Ballavano, sballavano, ballavano. Era una tribu', era il loro rito. Cento ragazzi circa, ma sembravano molti di piu'. C'era un'affiatamento nel gruppo, un qualcosa che si vede in poche serate. L'alcol abbondava a fiumi, le pasticche erano tutte gia ' state mangiate, e l'effetto era nella mente e nel corpo di chi faceva festa.
Roberto era sballato forte. Faceva scena. Questo ragazzone alto e grosso con due tatuaggi sul collo. Addosso aveva una polo nera Fred Perry, e sotto gli immancabili levis 501. Era il suo stile, la sua gente, la sua musica. Lo vedevi vicino alle casse appena saliva il ritmo e non si staccava finche' non si metteva roba più tranquilla, qualcosa di più chill out. Marco era il miglior amico di Roberto. Era tutto l'opposto di lui, pero'. Piccolo, quasi anoressico, preferiva stare in disparte godersi le vibrazioni più da lontano. Il suo carattere discreto veniva leggermente intaccato solo quando si pigliava qualche E. Insieme ai due c'era anche Fabrizio, il tipo più strano del trio. Questo era infatti l'alternativo della situazione: era una specie di punk, con un botto di piercing: al naso, al sopraciglio, al setto, al labbro, sulla guancia e una moltitudine sparsi sulle orecchie. Immancabili erano gli occhiali con la lente gialla che gli davano di più l'aria di uno schizzato sfattone.
La serata andava avanti, la musica non si fermava, incessante. Tutti ballavano, chi da solo, chi sotto le casse, chi sopra un tavolo, chi con una ragazza. I nostri tre si erano divisi perl a serata, cioe', facevano sempre cosi' alle serate, pur essendo molto affiatati tra lor

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   3 commenti     di: aleks nightmare


A Vincenzo Capitanucci

Era un po' che ci pensavo: fare un viaggio, respirare altro per ritemprarmi.
Sono andata ad Arcachon, Sud-Ovest della Francia; è un bacino di mare interno che comunica con l'oceano Atlantico. Non solo verde e azzurro, flora la più variopinta, spiagge candide accecanti al sole, ma anche vere e proprie dune fanno di questo posto un paesaggio mozzafiato.
Sono andata nell'ile aux oiseaux, dove ogni giorno c'è un alternarsi di alta e bassa marea tanto da portare allo scoperto le fondamenta di palafitte moderne, ma prive di energia elettrica, abitazioni dei coltivatori di ostriche.
Avevo l'acqua che mi arrivava solo alle caviglie e la possibilità di camminare nel mare, godermi tutta quella luce e quelle sensazioni da sogno.
Ho potuto scambiare qualche frase nel mio stentato francese con qualche ostricoltore.
Un lavoro il loro che è nato con il mare: ostriche da gustare e da cui trarre perle preziose ma qualcuno di loro mi ha detto anche che pian piano tutto è destinato a scomparire, per i muri di cemento costruiti ad arginare opere dell'uomo.
Il mare imprigionato si vendicherà.
Io non ho forza per abbattere certi muri ma i miei muri di fragilità si e mi sono allora ricordata... di essere andata via dal mare di parole di PR che invece è libero ma soprattutto di aver lasciato sulla riva una stella lucente e tante conchiglie splendenti, raccolte lungo questo breve tratto della mia vita.
Ultimamente è in burrasca PR ma ripeto, è libero e se qualcuno abusa di questa libertà è poca cosa in confronto a ciò che di emozionante regala.
I cloni?! Quasi quasi li ritengo geniali quando riescono perfino a cambiare registro al loro solito modo di scrivere: doppia, tripla personalità, perché no se per loro è meglio di sedute psicoterapeutiche o addirittura mero divertimento?!
Mi ripeterò ogni tanto che sono solo parole e che basta evitare scogli, schivare freccette varie, ma ne varrà sempre la pena purché PR continui ad esserci con la sua LIBERTà

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   4 commenti     di: Chira


L'ultima volta

L'ultima volta eri bellissima.

Avevi i capelli biondi (come quando eri bambina), occhi azzurri, un sorriso timido, e i tuoi caratteristici fianchi larghi, quasi volessi dirmi "Ehi, sono fatta per essere una mamma!".

È strano, avrei giurato che fossi diversa... Mi ricordavo i piercing e il trucco scuro e pesante, la sigaretta costantemente accesa e uno sguardo triste e superficiale, aveva perso ogni brillantezza giovanile.

L'ultima volta il tuo sguardo era vivace e profondo.
Era diverso. Non lo sguardo in sé, ma qualcosa in te era cambiato.
Mi guardavi come se io fossi l'amico che avevi sempre avuto, e mi è sembrato che in quell'attimo io, per te, esistessi davvero.
Non l'avevi mai fatto prima.

Ho riordinato le idee alla ricerca di una qualsiasi spiegazione. Non ti eri fatta sentire per un lungo, lungo tempo.
Eri riapparsa sola, sotto casa, in quel pomeriggio cocente.
La tua presenza aveva accellerato il mio cuore che sembrava essere sotto i colpi di un mortaio.

Eccoti qui, serena, pulita, semplice.
Eri quella che desideravi essere e che cercavi, e che non ti dava sonno, quando ti urlava nella testa "Cercami! Io ci sono! Davvero!", e quando usciva le ti nascondevi tu.

Mi hai guardato negli occhi e mi hai abbracciato e baciato.
Profumo di pesca, i tuoi capelli.

Ti ho rivista stamattina.
La foto non rende molto, il bianco e nero appiattisce il tuo sorriso vecchio secoli.
Hanno sbagliato foto, non è così che ti ricordo io. Portavi ancora quei teschietti al collo e quell'eye liner da gatta nera...
No, la foto è sbagliata, ma in un momento come questo cosa non lo sarebbe?

Hai lasciato tutto e ora sai la verità.
Io sono ancora qua, e la verità la sto scoprendo vivendo giorno dopo giorno. Ed è fantastica.

Il cancro ti ha distrutta velocemente e il tuo fisico non ce l'ha fatta.
Eppure dovevi sentirti così nella pace, durante quell'ultima volta, ultimo pomeriggio insieme.

Mi hai parlato del male che ti affligge

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   4 commenti     di: Desio Sicario



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