Caro amico ieri 29/09/2006 improvvisamente ci hai lasciato
che brutta notizia sapere che non ti rivedremo mai più...
.. certo che resterai per sempre nei nostri pensieri
e in tutte le feste che ci saranno sentiremo la tua nostalgia.
Caro Fabio abbiamo le foto e dei filmati delle nostre belle feste e vacanze
con te e tutta la tua famiglia.. non piangeremo rivedendole ma tu prometti che
starai bene la dove adesso ti trovi e che ci aspetterai tutti senza essere impaziente.
Noi che siamo ancora qui continueremo a scegliere il cammino di questa vita e quasi come
fosse eterna... continueremo a sbagliare.
Sceglieremo quando essere amici di qualcuno e quando dimenticare qualcuno.. quando
essere contenti e quando essere arrabbiati...
continueremo a dire che fa troppo caldo in estate e troppo freddo d'inverno
.. che la mezza stagione non esiste più e che ci sono troppe zanzare.
Continueremo a sperare in un mondo migliore senza guerre e malattie per i nostri figli e nipoti.
Sai stamani mattina Giacomo pensava a te e ha portato un mazzo di fiori in quel luogo del mortale incidente.
Pregheremo il Signore per te e chiederemo a Lui
che ti faccia riposare in pace e per noi chiederemo che non ci faccia troppo soffrire.
Ciao caro Fabio.
Una cara amica come lei ce ne sono poche e rare, trascorrevamo giornate intere nelle nostre camere, parlavamo di tutto e di più.
Ci confidavamo i nostri segreti belli e brutti senza problemi, parlavamo delle tappe che dovevamo affrontare da adolescenti, i ragazzi, il primo bacio ecc, ci incoraggiavamo per rendere i nostri sogni reali.
Progettavamo i nostri matrimoni, e la nascita delle nostre bambine, e il come farle crescere volendosi bene come io e lei.
Le feste trascorse insieme, gli auguri di compleanno degli anniversari che ci facciamo tutt'oggi.
Le amiche come lei sono tesori da tenere stretti, sono preziosi e indelebili, come per me spero anche per lei.
L'ultima cucciolata Lilli l'aveva partorita dentro un tronco cavo di un ulivo saraceno, dimora principesca per lei e soprattutto sicuro come un bunker antiaereo, difficile vederli, difficile per alcuno poterli toccare. Lui dopo una settimana si decise ad aprire gli occhi e si scoprì in una cuccia calda assieme a tanti altri suoi fratelli, non sapeva contare, sapeva che erano molti e comprese in pieno il vecchio detto: "Lu Signuri binidiciu centu mani chi manciavanu; ma no tutti 'nta un piattu" solevano ripetere con arguzia i vecchi. Comprese subito che per vivere doveva succhiare più latte degli altri, stare attaccato alle mammelle della madre allontanando anche bruscamente i concorrenti e divenne bravo! Poco alla volta i cuccioli più deboli cominciarono a fermarsi, sparivano portati via da mani misericordiose. Lui rimase, forte e candido, per cui si meritò il nome "Leone" che tutti decisero di ridurre a "Leo". Leo è un meticcio maremmano, da piccolo era bellissimo, un batuffolo di lana bianca, arruffata e calda che tra le dita suscitava emozionanti sensazioni invernali. Poi crescendo cominciarono a comparire alcune macchie che testimoniarono senza ombre di dubbio che non fu un accoppiamento in purezza (ahimè, noi sapevamo il triste imbroglio e siamo stati silenti -abbiamo taciuto sperando che tutta la storia potesse passare in silenzio- colpevoli per amore), e poi ha cominciato a crescere; uno spilungone, anche su questo ha tradito l'armoniosa robustezza del suo avo. Ad ogni buon conto io e Simona gli abbiamo perdonato tutto; avevamo già perdonato la Ss. ma Memoria di sua madre, lo abbiamo fatto anche con lui, questo è amore in seno ad una grande famiglia, come si dice oggi: "allargata"! Leo è cresciuto bene, nei momenti in cui tornavamo in campagna a trovarlo lo abbiamo viziato un po', Simona perfino di più. Ogni tanto mi accorgevo che il sacchetto dei miei biscotti calava paurosamente, così il formaggio che neanche avevo il tempo di assaporarlo che r
[continua a leggere...]Nina era una cuccioletta bastarda che mio padre mi regalò, cedendo
alle mie insistenze ed al mio forte desiderio di avere una cane. La mia famiglia
era molto piccola: mio padre, mia madre ed io e la nostra casa era troppo
angusta anche per tre persone. Nel mio egoismo di bambina non prestati troppa
attenzione ai problemi che Nina avrebbe procurato a mia madre. Nessuno di noi
tre riuscì ad educare gli sfinteri di Nina e mia madre doveva pulire in continuazione
i pavimenti. Però anche lei le voleva bene e quando io, consigliata da "esperti"
educatori di cani, la picchiavo o le strofinavo il musetto sul laghetto di pipì che
aveva appena fatto, mia madre la guardava con occhi teneri e diceva: "Povera
bestia". Nina rivelò presto una bella intelligenza ed una grande capacità di affetto.
Se qualcuno dei miei compagni di giochi fingeva di picchiarmi, Nina abbaiava,
mostrava i denti e si lanciava contro l' aggressore. Facevo appena in tempo
a prenderla in braccio e a dirle che era tutto uno scherzo, che l' aggressore
era amico mio ed anche suo. Allora accoglieva, docile, le carezze del nuovo amico.
Se prendevo in braccio la bambina di pochi mesi di nostri amici, Nina si agitava,
abbaiava. Io mi affrettavo a rimettere nelle braccia della madre la bambina,
ma sono sicura che non l' avrebbe mai aggredita. Credo che i cani considerino
i bambini loro parenti.
Dopo pranzo mio padre si sdraiava sul letto per un pisolino e invitava Nina
a distendersi con lui, nel cavo del suo braccio. Questo mia madre non lo tollerava
e se mio padre, prima di addormentarsi, avvertiva i passi di mia madre avvicinarsi
alla stanza da letto, bastava che dicesse: " Nina, arriva la padrona!" perché
questa si precipitasse giù dal letto e vi si nascondesse sotto.
Facevamo lunghe passeggiate a Villa Borghese dove le insegnai a nuotare
in modo spartano: buttandola in una delle tante fontane circolari della Villa.
Nina nuotava verso il bordo della fontan
ALLA CATENA
In una masseria della terra di Puglia campava un cane - un lupo dal pelo nero intenso - inchiodato ad una catena lunga tre o quattro metri, per tutte le stagioni : e al vento, e alla pioggia, e all’afa soffocante. Una ciotola davanti, d’acqua neppure limpida, e gli avanzi dei pasti dei suoi padroni ; a Natale e a Pasqua le ossa dell’agnello. Probabilmente nessuno si era premurato di dargli un nome, ma a che sarebbe servito? L’animale era nato quale cane da guardia, il brillare degli occhi, che ancora emettevano l’assoluta fierezza della sua razza, bastava a tenere alla larga i malintenzionati.
Anni su anni vissuti con quella catena come compagna avevano reso “ Senzanome “ - così lo chiameremo - cattivo. L’odio che ogni suo tratto sprigionava avvertiva che non era il caso di avvicinarsi, manco per scherzo, al suo angolo. Le oche e le galline del cortile, abituate da sempre all’abbaiare e credule di quanto tramanda il proverbio, subito avevano sperimentato di avere incontrato una eccezione, perciò il loro becchime lo cercavano altrove e avevano reso l’animale ancora più solo e ancora più feroce.
A Senzanome tenevano compagnia, certo! la luna, le stelle, il cielo, il sole, alti sopra il suo sguardo, altissimi, ma egli non poteva non spiare e non immaginare oltre la recinzione, di dove gli provenivano i rumori ed il chiasso dei contadini, di dove s’incamminavano i camion e gli aratri per un viale fra olivi che si smarrivano alla vista, e non gli era per niente di conforto intuire la presenza di altri cani e lo strusciare di mille gatti. L’unica consolazione gli derivava da una cuccia, ricavata fra carcasse d’auto e tirata su con pezzi di lamiere, nella quale si rifugiava nei momenti in cui percepiva più intensi i suoni della vita. Allora, là dentro, pur vergognandosi di sé stesso, si domandava perché mai fosse venuto al mondo e quali colpe dovesse espiare.
Forse neppure era più in grado di camminare ; la sua stes
inizio con una parola semplice e concisa, scusa. mi sembra un buon modo per iniziare. vorrei poter essere perdonata da te, vorrei poter riaverti come prima, vorrei poter dire ancora la parola: “il mio migliore amico”. ma come il destino volle, tutto finì quello stupido giorno del 22 settembre. non è passato un mese, due, tre, ne sono passati quattro da quel giorno. quattro mesi dove io sono stata malissimo. si, forse nascondevo il mio dolore davvero bene, ma cosa dovevo fare? e quel giorno del 20 dicembre, quando ti ho visto seduto su quello stupido sedile di quella stupida littorina delle 12:36, sono definitivamente sprofondata. ho davvero visto la mia vita sgretolarsi, il mio passato con te, volare via. si, forse sarò paranoica o tutto il resto che vuoi, ma quello che ho visto e stato davvero una fitta al cuore. c’era lei accanto a te, c’era un’altra, quella che un tempo ero io, una persona vicina, che poteva ridere con te, e non come me, nascosta dietro i miei capelli a soffocare le urla dentro. ti chiedo scusa, perdono, tutto ciò che vuoi, ma pensa alla mia vita una volta tanto, a tutto quello che abbiamo vissuto, anche ai dolori che io ti ho commesso, ma ricordati la tua vita passata, ricordati del magnifico 2008. è inutile rinfrescarti la memoria, penso che ti ricorderai benissimo tutto, se sempre non hai rimosso quei ricordi dalla tua mente, dato che mi odi per uno stupidissimo litigio. ti prego, ascoltami solo per l’ultima volta, mi manchi da morire, e non voglio morire per la tua mancanza, perchè voglio ancora vivere di te un giorno o l'altro. per me, non ci sarò mai una parola fine nella nostra vita vissuta.
Ore 23, 40 - Sotto le finestre illuminate e semiaperte di casa Boccia. Firmato, senza alcuna fretta ha raggiunto il lampione dove solitamente si appoggia per caricarsi nelle sue filippiche. Anche stasera fa la stessa cosa poi, come un fulmine a ciel sereno squarcia il silenzio ad alta voce.
"Vittorio, compagno Vittorio, bugiardo in vita e bugiardo anche nella morte!"
Un simile attacco davvero nessuno osava immaginarlo, infatti tutti, nessuno escluso, si sono stropicciati le mani pensando <se questo è l'inizio figuriamoci ora il seguito!>,
Anche in casa Boccia l'improvvisa irruzione fonetica del ciabattino ha procurato più di un brivido sulla schiena dei presenti, in particolare i parenti del defunto, con Alfredo in testa, sono rabbrividiti.
"In vita sei stato un grande bugiardo Vittorio. Quando mi dicevi che le lotte si fanno sempre insieme. Ed ora mi hai escluso proprio dall'ultima, la più grande! Sì, non mi hai voluto al tuo fianco. Cos'hai pensato? Che forse questo miserabile non è capace di darti una mano proprio quando ce n'è più bisogno?
Vigliacco, hai dimenticato le tante lotte che abbiamo sostenuto insieme, sin da giovani? Quelle per dare le terre ai poveri braccianti contro i ricchi padroni? Quelle contro la corruzione dei tanti compagni deviati? Le hai dimenticate tutte? Eppure io non ti ho mai lasciato solo! E tu invece, cosa fai? Mi lasci qui da solo contro tutta questa marmaglia! Avevi ragione. Hai sempre avuto ragione, non sei stato tu a lasciarmi ma io a non seguirti. E per questo non mi sono mai dato pace. Ma cosa potevo mai fare io per te? Io, un misero ciabattino mezzo analfabeta? Se non darti calore e incoraggiamento? L'ho fatto, Vittorio mio, ma senza farmi mai vedere. Quante volte ho pregato Dio per te affinché desse a te la forza di mantenerti onesto in questo mondo di disonesti! E Dio mi ha ascoltato Vittorio perché tu sei sempre stato l'uomo più corretto e onesto che ho mai avuto l'onore di conoscere. Vittorio, amico
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