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Racconti sull'amicizia

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L'altalena

Strano a dirsi, ma è passato in fretta. Sembra ieri infatti il farsi portare a allenamento dalla mamma, riportare la borsa ed accorgersi che ti manca ancora una volta un calzino, parlare di videogiochi allacciandosi le scarpe negli spogliatoi.
Andare al parco, e dondolarsi sull'altalena, pensando a come chiedere a Stefania di andare a prendere un gelato insieme.
Su e giù, con il cigolio delle catene a tenerti con i piedi per terra, perché l'altalena si può rompere.
Un giorno eravamo all'asilo. Il mio amico Paolo voleva salire sull'altalena, ma c'era sopra Marco Pozzi. Paolo era lì con sua mamma. Sua mamma stava parlando con la mia, ma era lì.
Marco Pozzi era forse il bambino più stronzo delle elementari del paese. Era abituato così, a non parlare con nessuno. Si faceva i fatti suoi, non comunicava. Nonostante fosse scorbutico, Paolo pensava che gli avrebbe fatto fare due minuti di altalena, prima di andare via. Era venuta sua mamma a prenderlo... A Marco non lo venivano a prendere mai. Restava lì dalle suore fino alle 7, e poi tornava a casa a piedi. Era sempre l'ultimo ad andare via, ma non voleva lo stesso lasciare l'altalena agli altri bambini. Sembrava odiarli perché agli altri li venivano a prendere. Si dondolava sempre su quella vicina alla fontana. E se scendeva per un attimo a bere, e tu facevi per salirci sopra, ti pizzicava finché non te ne andavi a fare la coda per salire sull'altra, dall'altra parte del cortile.
Nessuno poteva farci niente. Neanche le suore, ascoltava. Non gli importava di prenderle, solo non dovevi entrare nel suo spazio.
Quel giorno Paolo gli chiese di lasciargli fare due minuti di altalena, prima di andare via. Paolo e la sua famiglia avevano una pizza alle sette e mezza, ed erano già venti alle sette. Sua mamma stava parlando con la mia, ed io ero lì ad ascoltare il "gnic gnic" delle catene contro le giunture di ferro. Paolo ha chiamato Marco, e quello nemmeno si è girato. La mamma: "dai che a

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   0 commenti     di: Luca Grazioli


Giorgia

Ero un'ordinata ombra grigia incamminata lungo una linea diritta, prima che Graziana una mattina di un certo Settembre (precisamente il 2004) mi proponesse una scorciatoia.
Ho sentito una voce di donna chiedere una cosa senza senso: "Come li fate qui i frappè al latte di mandorla?"
Mi sono girata e davanti a me ho trovato un volto d'estate ancora bollente, seminascosto da una quantità impensabile di capelli, sembravano ancora gonfi di salsedine. Solo più tardi ho capito che i capelli di Graziana sono proprio così. Sembrava più grande di me, una al quarto o quinto anno, ma poi ho realizzato che solo chi non ha mai vissuto a Torino potesse fare una domanda del genere. Dissi soltanto: "Al latte di mandorla... non li facciamo."

Il mio unico problema era completare il modulo di iscrizione matricole al Politecnico, appoggiarmi al tavolino distante due metri senza perdere il posto in fila, scrivere sorvegliando la borsa, con bella calligrafia, nascondere il viso al momento in cui avrei dovuto leccare la marca da bollo prima di attaccarla al foglio. Gli occhi dei ragazzi mi infastidivano: d'accordo che non c'era nient'altro di meglio da fare nell'attesa che si smaltisse la coda, però perchè dovevano guardare tutti me? Ero ridicola, ecco perchè, nel giro di tre minuti mi erano caduti per terra la fotocopia del diploma del liceo, la penna, senza accorgermene avevo abbandonato la borsa tra le braccia di uno sconosciuto per raccogliere i miei pezzi smarriti. Nel restituirmela quello aveva preteso gli dicessi il mio nome, da dove venivo, a che corso mi stessi iscrivendo.

"E come li fate?" Arrivò mentre trascrivevo il codice fiscale, riuscii a sbagliarlo.
"Dici... come facciamo i frappè?" Lei sorrise e fece di sì con la testa. Alcuni dei ragazzi avevano smesso di squadrare me e preso a farlo con lei.
"Non, non saprei..." Alla vaniglia, ai frutti di bosco e in molti altri modi, ma in quel momento non mi veniva in mente niente che non fosse il mio codice fisca

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   3 commenti     di: giorgia


a te...

... il sogno di un amore che vivi giorno per giorno, attimo per attimo... ma che come un condannato a morte sai la fine, e nn ce cosa piu brutta che spezzare le ali ad un sogno prima ancora che abbia preso il volo... ti amerò sempre.

   3 commenti     di: per_ sempre


Solo per te

Non so fino a che punto sia riuscita, ma penso che troverai il fiore che avevo "raccolto" per te a Pasqua. L'avevo catturata, questa immagine, proprio pensando al tuo compleanno e l'ho trasferita su una chiave usb per averla con me in agosto.
Ti rinnovo i miei auguri e ti invio questo colore di vita, di passione, che ti abita per il tuo Gianni e per la vita, che so che ami, perché ti faccia compagnia nei giorni appannati, smorti, o quando vai a nasconderti nello stanzino delle scope...
Anche oggi è una bella giornata, anche se mi assalgono svariati pensieri come al solito e non è facile tenere il cielo sgombro in queste condizioni.
Ma sento cose attorno a me che accadono a persone che conosco, che sono raccapriccianti e non puoi pensare altro di essere fortunata.
La vita è certamente bellissima ma, a volte o molte volte, è come una fiera feroce, con un solo gesto della mano ti può annientare o distruggere tutti i tuoi sogni, i tuoi idoli.
Scrivere poesie o altro, camminare tra le parole, spesso sembra solo una perdita di tempo tra i balocchi, una fuga per rifugiarsi in una terra che non esiste a continuare il gioco dei bambini.
È un po' il mio, ma non solo il mio, eterno dilemma, cercando di capire se ciò che accade ha un senso, è un compimento, è una nuova frase di un romanzo o è solo una accozzaglia di casualità.
Nessuno dentro di me, se non una voce sconosciuta che ancora dorme o che si sveglia solo a tratti, può rispondermi.
Intanto guardo il luccichio del mare sotto il sole e aspetto, sto come in ascolto, forse del canto delle sirene, come Ulisse, che voleva e non voleva sentirle.
Nel frattempo ti mando i miei più cari auguri, insieme al profumo ideale di questa rosa rossa che non sa sbiadire.
Un tenero abbraccio

   5 commenti     di: Chira


Come un ancora

Il panorama che si dispiegava gentilmente davanti al suo sguardo prometteva vita e speranza. I raggi del sole riverberavano sul verde vivido del prato inglese rendendolo quasi abbagliante. Gli alberi erano ricoperti di germogli pronti a dischiudersi per rivestire i rami spogli di delicati fiorellini tinti di tenui pastelli. L'intera natura era un caleidoscopio di colori cangianti che variavano e mutavano seguendo l'umore del cielo. Emma era rapita da quello spettacolo che si rinnovava puntualmente ogni stagione non arrendendosi mai rigenerandosi continuamente in maniera caparbia, tenace. A quel pensiero le si strinse il cuore e dovette fare violenza su se stessa per reprimere il pianto che stava per assalirla. Strinse gli occhi in un momento di raccoglimento per riacquistare padronanza delle sue emozioni e non essere sopraffatta dal sentimento di sconfitta che la tormentavano. Tirò un sospiro profondo colmo d'angoscia, scosse impercettibilmente il capo per cacciarli via e tornò a sedersi accanto al letto di Sally.

Trascinò la poltroncina più vicina possibile al fianco del letto compiendo una manovra complicata dato che doveva destreggiarsi tra fili e macchinari facendo attenzione di non urtare nulla. Prese la mano di Sally e ricominciò a parlare con lei. Le raccontava per filo e per segno tutto quello che accadeva nel mondo parallelo al suo coma. La rendeva partecipe di ogni genere di notizia tenendola aggiornata. Le leggeva il quotidiano, si sfogava delle sue grane lavorative, le riferiva delle tresche che si formavano tra infermiere e dottori nonché dei pettegolezzi che giravano tra la loro cerchia di amici e conoscenti. Ascoltavano i loro CD preferiti. Le stava leggendo il romanzo di Dickens, "Il Circolo Pickwick" che Sally definiva il libro più divertente che avesse mai letto. Emma aveva trascorso ogni attimo libero delle sue giornate in ospedale accanto alla sua migliore amica. Aveva persino chiesto al suo datore di lavoro di anticipare le sue f

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regalo di compleanno

Luglio 2005, un paese ai confini con Torino, al mattino già un caldo afoso. Io ed Ale, mia figlia, avevamo invece i brividi per l'eccitazione, pensando a ciò che sarebbe successo la sera. U2 in concerto e noi saremmo state presenti.
Stadio Meazza, a Milano:un evento eccezionale per noi, per Ale sicuramente perchè era al suo primo concerto ed io quasi cinquantenne, non me ne ricordavo uno dall'età adolescenziale.
Il biglietto del concerto era il regalo della mia amica per il mio compleanno e mai fu più gradito... C'era anche lei quella sera, un amore, una passione sviscerati per quel gruppo e per me è stato subito contagio. Un'emozione nell'ascoltare i loro brani, le luci, lo spettacolo, i cori, le ola... un'emozione grande ancora dentro me per quel regalo di compleanno che porterò sempre nel cuore e custodirò per i giorni che verranno.
L'amicizia, quella vera, compie di questi prodigi.

   13 commenti     di: terry Deleo


Serata in tenda

Caro diario,
quel tardo pomeriggio incontrai Nicolò e Matteo nel piazzale. Me li immaginavo impazienti di trascorrere una serata insieme. Infatti, Matteo camminava, sfiorando il terreno polveroso con le suole delle scarpe da ginnastica, sollevando i sassolini che, innalzandosi, ammiccavano verso il cielo ricadendo sul cemento. E muti come sassi nascondevano il rimpianto di essere nati così: di essere calpestati e schizzati via dalla gente, senza che qualcuno si avvicini dicendo: "scusa, ti ho fatto male?"; di affondare nella disperazione delle acque del limbo e lì rimangono perché non possono riemergere come le foglie, come la verità. Matteo non era così cattivo da lasciarti affondare come un sasso per raggiungere i propri scopi; ma nemmeno così sincero da permettere alla verità di venire a galla come una foglia, ingiallita dagli anni che l'avevano tenuta nascosta al mondo. Purtroppo, in quel mondo viviamo noi oggi; quel mondo, dove tutto è dimenticato perché regna l'egoismo. Dietro al piazzale si ergeva la mia vecchia casa, la mia vecchia vita e quando calpestavo il cemento, riassaporavo i momenti felici che mi avevano cresciuto lontano da quell'egoismo. Ma la mia vecchia casa non era così diversa da quando avevo traslocato: il tetto a doppio spiovente, l'intonaco bianco che si perdeva nei vani delle finestre con le persiane nere abbassate, il portone chiuso e il pavimento del balcone riservava ancora il posto ai cadaveri delle falene uccise da Nicolò. Nicolò adorava uccidere le falene, vederle soffrire. Questo sadismo era nato una bella giornata di primavera; - come scrivono sempre i bambini delle elementari sui loro quaderni - mentre passeggiavamo, avevamo imbroccato un formicaio che spiccava dal terreno come un vulcano ed eruttava formiche rosse come la lava. Ed io ero rimasto a guardare il disfacimento di quella montagnola per opera dei suoi piedi; non avevo fatto niente per salvare quelle formiche e non lo ritenevo capace di un tale gesto. Presto

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   0 commenti     di: Samuele



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