Ritrovato nei pensieri, dopo tanti cambiamenti, dopo una vita riordinata e un po' rimarginata.
Ma lui quel amico c'è sempre stato, forse anche vicino a me, nei miei ricordi e pensieri, nei momenti più bui.
La paura di rincontrarlo per tante ragioni, forse anche stupide, quelle che l'avevano accantonato e allontanato.
Per fortuna l'ho ritrovato era li che mi aspettava, un po' imbronciato e forse deluso, non me la mai detto sinceramente, forse per paura di toccare un argomento dolente, certo per entrambi.
Un giorno mi venne in mente di scrivergli una lettera anonima per paura che non la gradisse, su quel foglio bianco al momento non sapevo cosa scrivere, per fagli capire, che lui il mio amico mi mancava.
Tutto ad un tratto mi resi conto che la lettera era troppo lunga, le scuse erano troppe forse banali.
Però non fu più anonima, io volevo solo "il suo perdono"allora decisi che non fu l'ultima lettera, ma una delle tante.
Non so fino a che punto sia riuscita, ma penso che troverai il fiore che avevo "raccolto" per te a Pasqua. L'avevo catturata, questa immagine, proprio pensando al tuo compleanno e l'ho trasferita su una chiave usb per averla con me in agosto.
Ti rinnovo i miei auguri e ti invio questo colore di vita, di passione, che ti abita per il tuo Gianni e per la vita, che so che ami, perché ti faccia compagnia nei giorni appannati, smorti, o quando vai a nasconderti nello stanzino delle scope...
Anche oggi è una bella giornata, anche se mi assalgono svariati pensieri come al solito e non è facile tenere il cielo sgombro in queste condizioni.
Ma sento cose attorno a me che accadono a persone che conosco, che sono raccapriccianti e non puoi pensare altro di essere fortunata.
La vita è certamente bellissima ma, a volte o molte volte, è come una fiera feroce, con un solo gesto della mano ti può annientare o distruggere tutti i tuoi sogni, i tuoi idoli.
Scrivere poesie o altro, camminare tra le parole, spesso sembra solo una perdita di tempo tra i balocchi, una fuga per rifugiarsi in una terra che non esiste a continuare il gioco dei bambini.
È un po' il mio, ma non solo il mio, eterno dilemma, cercando di capire se ciò che accade ha un senso, è un compimento, è una nuova frase di un romanzo o è solo una accozzaglia di casualità.
Nessuno dentro di me, se non una voce sconosciuta che ancora dorme o che si sveglia solo a tratti, può rispondermi.
Intanto guardo il luccichio del mare sotto il sole e aspetto, sto come in ascolto, forse del canto delle sirene, come Ulisse, che voleva e non voleva sentirle.
Nel frattempo ti mando i miei più cari auguri, insieme al profumo ideale di questa rosa rossa che non sa sbiadire.
Un tenero abbraccio
"Ti amo!"
"Non è vero!"
"Come scusa?"
"Tu non mi ami, io sono solo il tuo migliore amico... Tu ami Federico, non me!"
"No... Ce... Alex, io ti amo... Punto!"
"Io no Ele..." Alex la stringeva forte fra le braccia... Non la lasciava andare. "Ti voglio troppo bene per amarti... Sei il mio angioletto, la mia giuda, la mia migliore amica..."
Bacio...
Erano riusciti ad evitarlo fino ad ora, ma, a quel punto era inevitabile...
Quel bacio, iniziato piano piano, molto timidamente, si trasformò pian piano in un bacio sempre più grande, passionale, ma amichevole...
E poi si ritrovarono così, coricati l'uno di fianco all'altra su una spiaggia deserta...
Ele, occhi chiusi e mani incrociate al petto, pensava... Che cosa aveva fatto?! Non ci poteva credere... Non ci voleva credere...
Alex occhi spalancati, aveva paura che la cosa potesse degenerare e sfuggirgli di mano...
Il sole nel frattempo si immergeva all'orizzonte, in quello specchio chiamato mare... Chiamato "Marina Piccola"...
Parlavano...
Non si guardavano negli occhi e nessuno dei due aveva il coraggio di accennare a quello che era appena successo fra loro... I due quindicenni non volevano credere a quello che tra loro stava succedendo...
Dopo un po', Alex, abbracciò Ele e le sussurrò un -ti voglio bene. All'orecchio.
Lei iniziò a piangere...
"Alex, ti prego, quello che è successo oggi deve restare tra noi! Fede non deve saperne niente!"
"Come vuoi tu Ele... Però, ti prego, abbracciami..." Si abbracciarono e coccolarono un po'...
Finché quel tramonto non finì...
A quel punto andarono alla fermata del pullman, erano ormai le 8 di sera e al capolinea del QS erano soli!
Dopo mezz'oretta scesero dal pullman...
"Ciao Alex, mi son divertita oggi!"
"Anche io Ele..."
Bacetto timido sulla guancia...
Si voltava ogni tre passi ad osservare le proprie impronte rimaste impresse nell’erba umida, Tullio percorreva a passi rapidi il sentiero che separava casa sua dal capanno degli attrezzi. Aveva bisogno di un cacciavite a stella e di una brugola; il primo per fissare gli attacchi delle scarpette ai pedali, la seconda per regolare l’inclinazione del sellino. La giornata era serena, tra i rami degli abeti filtrava il sole pallido e velato dell’ultimo inverno, mentre il terreno era ancora umidiccio per gli scrosci di pioggia di due sere prima. Tullio aveva con sé le chiavi del capanno, dove suo padre teneva gli attrezzi e pezzi di ricambio di vario genere. Non capiva perché si ostinasse a tenere lì anche l’occorrente per la manutenzione delle biciclette, visto che ogni volta bisognava andare e tornare con la ferraglia necessaria anche solo per gonfiare le ruote. D’altra parte portare lì le biciclette sarebbe stato impossibile, vista la natura sassosa e sconnessa del percorso: avrebbe significato rovinare il telaio, sporcare i copertoni, il deragliatore, la catena.
Tullio aveva ereditato la passione per le biciclette dalla madre, sembra incredibile, ma era così; sua madre era stata una buona ciclista in gioventù, fatto piuttosto inusuale per una ragazza: aveva percorso in lungo e in largo la Brianza e tutta la Lombardia, fino a sconfinare spesso e volentieri in Liguria e Piemonte. Era una pioniera, amava ripetere. Fatto sta che aveva spinto Tullio fin dalla più tenera età alle due ruote, gli aveva trasmesso la voglia di misurarsi più che altro in solitudine con salite e rettilinei, da divorare con la sola forza delle gambe. Tullio aveva iniziato così un duro tirocinio, fatto di allenamenti autoimposti e forzati, con qualsiasi condizione atmosferica. Era una passione, nel vero senso della parola, perché non gli costava sforzo, e anzi era un modo come un altro per sfogarsi.
Ora Tullio aveva la sua bicicletta da corsa, in alluminio, con la focella e
ALLA CATENA
In una masseria della terra di Puglia campava un cane - un lupo dal pelo nero intenso - inchiodato ad una catena lunga tre o quattro metri, per tutte le stagioni : e al vento, e alla pioggia, e all’afa soffocante. Una ciotola davanti, d’acqua neppure limpida, e gli avanzi dei pasti dei suoi padroni ; a Natale e a Pasqua le ossa dell’agnello. Probabilmente nessuno si era premurato di dargli un nome, ma a che sarebbe servito? L’animale era nato quale cane da guardia, il brillare degli occhi, che ancora emettevano l’assoluta fierezza della sua razza, bastava a tenere alla larga i malintenzionati.
Anni su anni vissuti con quella catena come compagna avevano reso “ Senzanome “ - così lo chiameremo - cattivo. L’odio che ogni suo tratto sprigionava avvertiva che non era il caso di avvicinarsi, manco per scherzo, al suo angolo. Le oche e le galline del cortile, abituate da sempre all’abbaiare e credule di quanto tramanda il proverbio, subito avevano sperimentato di avere incontrato una eccezione, perciò il loro becchime lo cercavano altrove e avevano reso l’animale ancora più solo e ancora più feroce.
A Senzanome tenevano compagnia, certo! la luna, le stelle, il cielo, il sole, alti sopra il suo sguardo, altissimi, ma egli non poteva non spiare e non immaginare oltre la recinzione, di dove gli provenivano i rumori ed il chiasso dei contadini, di dove s’incamminavano i camion e gli aratri per un viale fra olivi che si smarrivano alla vista, e non gli era per niente di conforto intuire la presenza di altri cani e lo strusciare di mille gatti. L’unica consolazione gli derivava da una cuccia, ricavata fra carcasse d’auto e tirata su con pezzi di lamiere, nella quale si rifugiava nei momenti in cui percepiva più intensi i suoni della vita. Allora, là dentro, pur vergognandosi di sé stesso, si domandava perché mai fosse venuto al mondo e quali colpe dovesse espiare.
Forse neppure era più in grado di camminare ; la sua stes
Caro amico ieri 29/09/2006 improvvisamente ci hai lasciato
che brutta notizia sapere che non ti rivedremo mai più...
.. certo che resterai per sempre nei nostri pensieri
e in tutte le feste che ci saranno sentiremo la tua nostalgia.
Caro Fabio abbiamo le foto e dei filmati delle nostre belle feste e vacanze
con te e tutta la tua famiglia.. non piangeremo rivedendole ma tu prometti che
starai bene la dove adesso ti trovi e che ci aspetterai tutti senza essere impaziente.
Noi che siamo ancora qui continueremo a scegliere il cammino di questa vita e quasi come
fosse eterna... continueremo a sbagliare.
Sceglieremo quando essere amici di qualcuno e quando dimenticare qualcuno.. quando
essere contenti e quando essere arrabbiati...
continueremo a dire che fa troppo caldo in estate e troppo freddo d'inverno
.. che la mezza stagione non esiste più e che ci sono troppe zanzare.
Continueremo a sperare in un mondo migliore senza guerre e malattie per i nostri figli e nipoti.
Sai stamani mattina Giacomo pensava a te e ha portato un mazzo di fiori in quel luogo del mortale incidente.
Pregheremo il Signore per te e chiederemo a Lui
che ti faccia riposare in pace e per noi chiederemo che non ci faccia troppo soffrire.
Ciao caro Fabio.
Dei suoi sessantotto anni di vita trascorsi a Montepiano per almeno cinquanta Rocco Chito, per gli amici Lampo, Rocco Lampo per la precisione, è stato al centro di quasi tutti gli avvenimenti paesani.
Eppure a vederlo veniva da commentare che non contasse una cicca, alto appena un metro e cinquantacinque e grassoccio come un gomitolo di lana era riuscito a farsi esentare dagli obblighi militari non per l'altezza ma per insufficienza toracica perché a venti anni era magro come un filo di ferro. Il guaio era che dopo i venti anni, causa le abbondanti libagioni e la sua attività sedentaria aveva cominciato a mettere su peso fino a diventare in pochi anni quel batuffolo che tutti abbiamo conosciuto.
Rocco aveva un mestiere che per almeno fino agli anni novanta, compresi, gli ha reso bene, il ciabattino, poi con l'avvento sul mercato di calzature da quattro soldi la gente faceva prima a sostituirle che a riparale perché farlo costava di più.
La caratteristica di Rocco era quella di promettere sempre la rapidità nella riparazione e quindi in una veloce consegna, perciò usava sempre ripetere "sarà fatto in un lampo".
Lampo oggi, lampo domani, gli rimase attaccato sulla pelle per cui divenne ben presto Rocco Lampo.
Nelle ore libere (e lui ne trovava quante ne voleva perché a dispetto del nomignolo le sue consegne si facevano desiderare a lungo) si occupava di mille cose, dai preparativi per i festeggiamenti civili del santo patrono alla ricerca di funghi, dalla pesca nei torrenti e laghetti nei pressi di Montepiano alla caccia grossa, quella per intenderci al cinghiale.
In questa circostanza vedere Rocco Lampo agghindato con stivaloni, calzoni di fustagno, giacca militare mimetica con mille tasche, cartucciera e cappellaccio e, dulcis in fundo, una due canne sovrapposte a momenti più lunga di quanto fosse alto era un vero spettacolo. E il primo a gioirne era proprio lui che quanto ad autoironia non aveva nulla da imparare.
Eppure una volta Rocco Lampo u
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