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Racconti sull'amicizia

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Amica

Credo che la curiosità sia, nel bene e nel male, l'elemento che può fare la differenza tra un essere e l'altro. Il Sommo scrisse "fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza" ed io fin dai tempi delle scuole ho fatto mio questo "consiglio", in modo da non dover un giorno dire "chissà...".
Ho un amico, tal Vincenzo, da tempo separato, che non ha più ritenuto opportuno legarsi ad altre donne ed ha trovato il suo equilibrio intimo frequentando sistematicamente prostitute. La sua scelta non è mai casuale, è sempre una scelta ponderata e soprattutto azzeccata. Quando ne trova una all'altezza della situazione diventa la "sua" donna, instaurando con lei un rapporto di complice amicizia.
Della donna del momento, una Venezuelana di 25 anni, è da tempo che mi parla un gran bene, ma tanto bene da scatenare in me una curiosità di conoscerla che fatico a gestire. Non ho difficoltà ad ammettere di non aver mai avuto occasione di andare con una prostituta, anzi, la cosa non mi ha mai attratto, ritenendo poco allettante l'idea di non arrivare al "rapporto" dopo aver esercitato da entrambe le parti quel sottile gioco erotico che fa scatenare la sana voglia...
Decido comunque di provare questa esperienza, in modo piuttosto razionale ma comunque senza alcun pregiudizio, esclusivamente spinto dalla "curiosità" di conoscere questa ragazza "speciale".
Era un giorno di fine estate, mi presento alla porta dell'appartamento, dopo aver telefonato per verificare la "disponibilità" ed ecco la prima sorpresa: la bellezza di questa ragazza supera ogni più rosea aspettativa, ma soprattutto mi colpiscono di lei, in modo prepotente, due cose: la bellezza della sua bocca ed il fatto che mi accoglie con un sorriso come pochi se ne vedono.
Due labbra perfette, carnose al punto giusto i cui contorni disegnano un cuore "schiacciato", il colore roseo naturale lascia immaginare quale possa essere la loro morbidezza. Questo già è sufficiente per "promuovere"

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   5 commenti     di: mario rossi


Silenzi che uccidono

"La fine della scuola chiude un capitolo della vostra vita e ne segna l'inizio di uno nuovo. La consegna del diploma rappresenta un passaggio. Fino ad oggi siete stati protetti, guidati, coccolati in un comodo e caldo nido chiamato 'famiglia'".
Aveva appena iniziato a parlare e già nell'aula risuonavano sbuffi e sospiri d'impazienza.
"Nei primi diciotto anni dalla vostra vita la famiglia, innanzitutto, e poi la scuola, vi hanno forgiato e preparato ad aprire le vostre giovani e inesperte ali per spiccare il volo oltre i confini di quel nido sicuro. Vi è stata affidata la chiave della conoscenza che vi renderà possibile esplorare e scoprire nuovi mondi."
Numerosi sguardi rotearono verso il soffitto e si udì qualcuno mormorare "Oh Dio!".
"Ragazzi! È arrivato il momento di entrare in campo e dimostrare di che pasta siete fatti. Tenete presente che il mondo del lavoro non è tanto diverso da una partita di football, è pieno di concorrenza, anche spietata. Dovrete correre forte e qualche volta dare spallate robuste per farvi strada fino alla meta. Ma io sono convinto che voi avete la stoffa! Ognuno di voi farà il suo 'touch down'.
Infervorato dal suo stesso discorsetto, al prof. si erano scompigliati i pochi capelli che aveva sistemato a riporto per camuffare la pelata. Indossava un pantalone di tuta tirato su fin sotto le ascelle che esaltava un pancione da gestante all'ottavo mese. La T-Shirt rigorosamente decorata con l'emblema della squadra di football della scuola, ovvero un castoro, era talmente attillata che i denti del castoro erano tridimensionali. Le maniche strette evidenziavano muscoli ormai appassiti e cadenti. Per completare l'ensemble, portava appeso al collo con una cordicella troppo lunga l'immancabile fischietto, adagiato sulla pancia.
Il professore di storia, che era anche supplente di educazione fisica raccattato all'ultimo minuto in virtù del suo passato (molto passato) agonistico, aveva presentato le sue pillo

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L'ultima volta

L'ultima volta eri bellissima.

Avevi i capelli biondi (come quando eri bambina), occhi azzurri, un sorriso timido, e i tuoi caratteristici fianchi larghi, quasi volessi dirmi "Ehi, sono fatta per essere una mamma!".

È strano, avrei giurato che fossi diversa... Mi ricordavo i piercing e il trucco scuro e pesante, la sigaretta costantemente accesa e uno sguardo triste e superficiale, aveva perso ogni brillantezza giovanile.

L'ultima volta il tuo sguardo era vivace e profondo.
Era diverso. Non lo sguardo in sé, ma qualcosa in te era cambiato.
Mi guardavi come se io fossi l'amico che avevi sempre avuto, e mi è sembrato che in quell'attimo io, per te, esistessi davvero.
Non l'avevi mai fatto prima.

Ho riordinato le idee alla ricerca di una qualsiasi spiegazione. Non ti eri fatta sentire per un lungo, lungo tempo.
Eri riapparsa sola, sotto casa, in quel pomeriggio cocente.
La tua presenza aveva accellerato il mio cuore che sembrava essere sotto i colpi di un mortaio.

Eccoti qui, serena, pulita, semplice.
Eri quella che desideravi essere e che cercavi, e che non ti dava sonno, quando ti urlava nella testa "Cercami! Io ci sono! Davvero!", e quando usciva le ti nascondevi tu.

Mi hai guardato negli occhi e mi hai abbracciato e baciato.
Profumo di pesca, i tuoi capelli.

Ti ho rivista stamattina.
La foto non rende molto, il bianco e nero appiattisce il tuo sorriso vecchio secoli.
Hanno sbagliato foto, non è così che ti ricordo io. Portavi ancora quei teschietti al collo e quell'eye liner da gatta nera...
No, la foto è sbagliata, ma in un momento come questo cosa non lo sarebbe?

Hai lasciato tutto e ora sai la verità.
Io sono ancora qua, e la verità la sto scoprendo vivendo giorno dopo giorno. Ed è fantastica.

Il cancro ti ha distrutta velocemente e il tuo fisico non ce l'ha fatta.
Eppure dovevi sentirti così nella pace, durante quell'ultima volta, ultimo pomeriggio insieme.

Mi hai parlato del male che ti affligge

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   4 commenti     di: Desio Sicario


Nino

Nino, figlio di Turiddu e di Stella, abitava in campagna con i suoi genitori e con i suoi fratelli. Tutti lavoravano un appezzamento di terreno di proprietà di un tale, chiamato don Totò.
Nino aveva sei anni ed, oltre a lavorare, andava a scuola, in una scuola rurale, che raggiungeva a piedi ogni mattina, attraversando campi seminati e percorrendo viottoli interpoderali limacciosi.
In una vecchia casa di campagna, adibita a scuola, con vecchi banchi molto malandati, dove la luce entrava solo da una finestra, ogni giorno perveniva con mezzi di fortuna una povera maestra con il suo scaldino, attesa con piacere dai suoi pochi alunni.
Tra i suoi compagni Nino era il più indigente, ma il suo corpo appariva pulito ed ordinato come i vecchi indumenti che indossava ben rattoppati; anche le scarpe, a suo malgrado sporche, mostravano una sommaria pulitura.
Nino non aveva libri nè quaderni, perchè la sua famiglia molto povera e numerosa disponeva solo di quel poco per sostentarsi quotidianamente. Nino non poteva scrivere nè leggere; solo ascoltava le lezioni, adoperandosi sempre ad imparare.
Un giorno, Nino, cresciuto di due anni, dopo l'abbacchiatura delle mandorle, sapendo che non tutte venivano raccolte e qualcuna veniva lasciata a terra o sull'albero sol per mera svista, portando con sè un lungo bacchio, andò subito per i campi a cercarne qua e là, aguzzando sempre più la vista verso terra e verso i rami.
Settembre fu per Nino faticoso, però in ottobre il ragazzo raccolse i frutti del suo lavoro onesto. Diede al padre la metà di quelle mandorle e lo pregò, dicendogli il motivo, di vendere la sua restante parte.
Turiddu chiamò subito la moglie e volle che anche lei ascoltasse attentamente quanto il figliuolo gli aveva appena detto. Stella benedisse il suo fanciullo e rivoltasi al marito così dissè: " Vai, Turiddu, subito in paese, il primo ottobre è fra qualche giorno ". Turiddu comprese e si affrettò a sellare il mulo, mentre Stella ritornò

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Come s'avessi cald'in petto

Un saluto, delle mani in aria ora, mentre la via è lunga e continuo incessante la mia lunga passeggiata. La nebbia s'interseca tra le architetture dei nuovi sfavillanti palazzi, mi sfiora allegramente il viso, un cane solitario passeggia per la via. Ho superato la via, via Europa.
Le 16:38, lo ricordo ancora. ''Quando vuoi, (:'' e poi hai chiamato, è apparso il tuo nome sull oschermo quando appena stavo attraversando un lato soleggiato di via Lido. Quel poco Sole, che mi ha abbagliato in quel momento, e in quello successivo, mentre spariva tra la nebbia che s'infittiva nelle montagne lontane, e si spargeva nell'orizzonte, lontano.
La curiosità di sentire la tua voce, ma m'ero completamente dimenticato di chiederti se potevo chiamarti, un giorno o quasi un'altro giorno, ma sei stato tu, a chiedermelo, e questo è stato davvero bello. La tua voce, ''ansiosa'' ti dissi, ma pensiamo a quest'ansioso tremolio che mi venne sentendoti rispondere, di quest'ansiosa vocina allegra e spensierata che mi ha accompagnato lungo i miei passi successivi.
Ecco, i miei passi si trasferiscono sulla sabbia, formano note tangibili di un passaggio umano, un calpestio, la sabbia che rovina le mie scarpe. Ecco, il mare, l'unica cosa che allevia i miei sensi, che li appaga, satura la mente e libera i pensieri, cui li dono al vento dolcemente.
''Alghero si trova su un'insenatura praticamente. Quindi la spiaggia si trova un po' lontana dal centro, e si può ammirare la sua bellezza, la nebbia ricopre persino il campanile.'' La battigia mi appaga; gioco coi tronchi posati da vecchi passaggi qui.
''Mani in'aria, occhi al cielo.'' La voce stridula, e Sanremo, che non mi piace. Ma basta vivere le parole per accorgersi di chi scrive. Vivere le parole, vivere la, voce espressa nel singolo attimo quand'è che le alghe si alzano al cielo.
Rifrangersi delle onde. Immaginalo ora, sentilo. ''Lo senti il rumore del mare?'' Si che lo senti, è nel cuore. Le onde son

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   0 commenti     di: Giuseppe Tiloca


Le gemelle

Allora Jack, mi sono rotto le scatole di questa musica a tutto volume che dietro di me, come ben sai, c'e' una tipa che mi piace parecchio e vorrei dare movimento alla serata. Capito il senso?. Jack conosce Bill da tempo ma non lo aveva mai visto così aggressivo.


Stà bevendo solo acqua da ore e come è entrata quella ragazza ha cominciato a sorridergli ricambiato con Jack sempre più teso, visto che quella è la ragazza di Jack, e dietro il banco mentre lavora e serve cocktail su cocktail comincia a innervosirsi sul serio.


Senti Bill, è un'ora che ti stò spiegando che quella è la mia ragazza e io sono un tantino geloso, la conosco da due giorni ma è come se la conoscessi da sempre. Io ho fiducia in te, sei il mio amico del cuore, ma ti ricordi che te l'ho presentata ieri. Ma Bill tutto muscoli e tatuaggi maglietta a canottiera che è un freddo fuori da urlo, che gli avventori lo guardano spaventati, da quell'orecchio non ci sente.


È completamente fulminato. Ma cosa stai dicendo, io ieri sera nemmeno c' ero. Come si chiama, dai, dimmi come si chiama! Si chiama Diana per la miseria, e ieri sera siamo andati a casa sua e... insomma è stata una notte meravigliosa, ci siamo promessi delle cose. Perchè vuoi rovinare tutto? Anche Jack è un tipo tosto.


Due spalle così, moro che pare un bronzo di Riace, e tendenzialmente sul collerico, che se non fosse che Bill è il suo amico del cuore a quest' ora lo avrebbe già lanciato fuori dal locale. A questo punto Diana si avvicina al bancone e saluta Jack. Ciao. Jack fa per dargli un bacio ma lei allontana le labbra e le spiega che lei è la sorella gemella identica di Diana e si chiama Paola.


Jack rimane interdetto e arrossisce. Lui è tuo amico? Fa Paola a Jack. Ce, certo, il mio migliore amico. Bill è tutto un fuoco si avvicina a Paola e le bacia il collo lei ci stà e come se ci stà e sussurra: Diana arriverà tra poco, mi posso fidare di lui? Ma certo Bill è un bravo ragazzo!


Bene

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   7 commenti     di: Raffaele Arena


Spalding

Ormai fuori dalla portata per recuperarla, come la voce che "dal sen fuggita, più richiamar non vale", così la palla a spicchi, come strale non più "trattenibile", era richiamata all'ordine terrestre attirata dal quarto piano verso il suolo.

Già non si vedeva più il disegno degli spicchi nei quali era divisa.

La terrazza ci aveva attirato nella trappola; troppo invitante per non essere preferita alle sudate carte per lo studio dell'ostile lingua franca.

Tutte le volte lo dicevamo; prima due tiri al canestro sulla terrazza, poi lo studio. Poi i due tiri diventavano una sfida, poi ci voleva la rivincita, poi la "bella" e via andare. Lo studio rimandato di quarto d'ora in quarto d'ora. Alla fine sudaticci e stanchi decidevamo di lasciarlo stare.

La sfida, dunque era iniziata, quando un rimbalzo sul ferro, ad altezza molto inferiore a un canestro vero, portò il pallone a rimbalzare anche su un muretto divisorio facendo uscire la palla dal terrazzo, ma soprattutto precipitare verso la strada sottostante.

"No... cazzo!"

Non avemmo il coraggio di affacciarci alla piccola prolunga recintata per vedere l'effetto della caduta, ci sdraiammo ad ascoltare il rumore sperando che non succedesse nulla d'irreparabile.

La strada non era molto trafficata dalle auto, ce ne erano, però, due file parcheggiate che potevano essere colpite, se fosse atterrato sopra il tettuccio di qualcuna, sicuramente, sarebbe stato un bel danno, senza contare l'eventualità di colpire un vetro che si sarebbe frantumato in mille pezzi.
Non avevamo finito di pensare ai danni materiali che... E se avesse colpito qualcuno?
Ci sarebbe scappato il morto, da quattro piani un peso del genere, una carrozzina, ma chiunque se lo fosse preso in testa...

Attendemmo in quest'attesa irreale, seppur brevissima, il primo rumore sordo che ci fu, ma non drammatico. Poi i rumori sempre più ravvicinati che definivano la pericolosità decrescente dei rimbalzi irregolari, quindi il silenzio.

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