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Racconti sull'amicizia

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Le strade di Dio sono finite

Questo è il mio mondo senza rose e senza fiori, questo pensava Jack mentre tornava in quel treno dalla guerra, erano appena arrivati all'ultima stazione; da qui in poi il treno non faceva più fermate per nessun motivo ora si andava dritti a casa.
Jack si girò verso il finestrino e appoggio la testa, guardava fisso il paesaggio verso le belle montagne che facevano da sfondo al triste rumore del treno sulle rotaie.
La sua mente vagava senza controllo verso giorni lontani che gli parevano quasi anni o forse secoli,
ritornava alla sua casa di campagna dove trascorreva le lunghe giornate d'estate con la sua famiglia, rivedeva sua mamma e suo padre che prendevano il sole fuori dalla terrazza e suo fratello che dipingeva le montagne, proprio quelle montagne che ora si proponevano con la stesso forma e con lo stesso senso di grandezza di allora, questi ricordi provocarono un lieve senso di benessere sul viso di Jack, e sorrise.
Poi i ricordi diventarono meno vaghi, ricordò il giorno in cui decise di partire per la guerra, in quel tempo egli pensava che era la cosa più fantastica e più avventurosa che gli potesse mai capitare, quasi gli ritornò in tutto il corpo quel energia che possedeva allora, quel energia infusa di gioia e di giovinezza che ormai da tempo l'aveva abbandonato. Questa sensazione gli diede un così senso di benessere e di pace che si addormentò.
Ma i sogni che fece dopo essersi addormentato non furono dello stesso stampo, rivide il sangue dei nemici alzarsi dalla polvere a causa del vento e finirgli addosso, dipingendo di rosso la sua divisa verde, ricordò quel infausto giorno, il più brutto della sua vita, quando durante una ricognizione lui e tre suoi amici trovarono delle truppe nemiche di passaggio: fu il panico; rapidamente Jack incalzo il mitra, pesava come un macigno e non riusciva nemmeno a impugnarlo correttamente, la paura lo aveva devastato, ma i suoi amici furono molto più lesti e coraggiosi in un batter d'occhi crearono

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   1 commenti     di: ciro perino


Con un'ala sola

Con un'ala sola.
"Mase?"
L'esclamazione di un ragazzino di sette anni echeggiò per il cortiletto. Oliver si mise a quattro zampe sul tappato d'erba e sbirciò sotto una delle panchine affiancate al muro di casa. Ignorò gli schiamazzi degli altri bambini che giocavano appena oltre il muretto di cinta.
"Mase?" ripeté, tornando ad alzarsi in piedi e spolverandosi i jeans all'altezza delle ginocchia: il bambino di nome Mase non rispose nemmeno a quel secondo richiamo. Oliver aveva attraversato il cortile dei Lockwood in lungo e in largo alla ricerca del suo migliore amico: con pazienza e accuratezza aveva scandagliato ogni angolo, dai nascondigli più azzardati fino a ai più banali, come i sedili posteriori della jeep del padre. Tuttavia, non vi era traccia dell'altro ragazzino. Non era preoccupato - lo trovava sempre, alla fine - ma stava incominciando ad esaurire le idee per i nascondigli. Infine, ebbe un'illuminazione. Attraversò il praticello di corsa, restituì a Ricki e Jeff il pallone finito a pochi metri di distanza da lui e sbucò nel giardino sul fronte della tenuta. Individuò in fretta il gigantesco tappeto di plastica a forma di scacchiera che ricopriva un generoso quadrato d'erba; lo raggiunse di corsa. Lì, sdraiato a pancia in giù, e circondato da una decina di pedine grandi quanto nani da giardino, un ragazzino stava sfogliando un libro. Solo quando Oliver si sedette di fianco a Mase, si accorse dell'espressione triste dell'amico. Spostò ancora una volta lo sguardo in direzione del libro e si accorse che la copertina era interamente fradicia, così come gran parte delle pagine.
"Chi è stato?" domandò, assumendo un'espressione preoccupata. Mason si strinse nelle spalle e non disse nulla, facendo bene attenzione a non ricambiare lo sguardo dell'altro bambino. Infine, tirò su col naso, e prese a stuzzicarsi una crosticina sul ginocchio.
"C-co-come va c-con l'aaereo che stai, stai costruendo?" balbettò infine, continuando a mantenere lo

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   0 commenti     di: Laura


Silenzi che uccidono

"La fine della scuola chiude un capitolo della vostra vita e ne segna l'inizio di uno nuovo. La consegna del diploma rappresenta un passaggio. Fino ad oggi siete stati protetti, guidati, coccolati in un comodo e caldo nido chiamato 'famiglia'".
Aveva appena iniziato a parlare e già nell'aula risuonavano sbuffi e sospiri d'impazienza.
"Nei primi diciotto anni dalla vostra vita la famiglia, innanzitutto, e poi la scuola, vi hanno forgiato e preparato ad aprire le vostre giovani e inesperte ali per spiccare il volo oltre i confini di quel nido sicuro. Vi è stata affidata la chiave della conoscenza che vi renderà possibile esplorare e scoprire nuovi mondi."
Numerosi sguardi rotearono verso il soffitto e si udì qualcuno mormorare "Oh Dio!".
"Ragazzi! È arrivato il momento di entrare in campo e dimostrare di che pasta siete fatti. Tenete presente che il mondo del lavoro non è tanto diverso da una partita di football, è pieno di concorrenza, anche spietata. Dovrete correre forte e qualche volta dare spallate robuste per farvi strada fino alla meta. Ma io sono convinto che voi avete la stoffa! Ognuno di voi farà il suo 'touch down'.
Infervorato dal suo stesso discorsetto, al prof. si erano scompigliati i pochi capelli che aveva sistemato a riporto per camuffare la pelata. Indossava un pantalone di tuta tirato su fin sotto le ascelle che esaltava un pancione da gestante all'ottavo mese. La T-Shirt rigorosamente decorata con l'emblema della squadra di football della scuola, ovvero un castoro, era talmente attillata che i denti del castoro erano tridimensionali. Le maniche strette evidenziavano muscoli ormai appassiti e cadenti. Per completare l'ensemble, portava appeso al collo con una cordicella troppo lunga l'immancabile fischietto, adagiato sulla pancia.
Il professore di storia, che era anche supplente di educazione fisica raccattato all'ultimo minuto in virtù del suo passato (molto passato) agonistico, aveva presentato le sue pillo

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Attilio

Il mare dalla finestra è un incanto, si vedono alcune barche veleggiare e molti gabbiani che stridono in volo, mentre altri si tuffano sulle prede in superficie.
Sono alla scrivania e come tutti i giorni sono impegnato con firme, contratti, testamenti e registrazioni.
Un lavoro che m'affascina e che mi fa guadagnare molti soldi.
Maggio è ormai alle porte, devo precipitarmi al supermarket per comprare le scatole di tonno, non ho più nulla in frigo!
"Signor Filippo ha per caso un ristorante? "mi chiede il commesso alla cassa.
"Ha portato via tanto di quel tonno che basterebbe per sfamare un delfino!"
Rispondo che, in effetti, è tanto, ma che è per un amico che soggiorna da me alcuni mesi all'anno e mangia solo del tonno. "Gli faccia fare gli esami per il tasso di mercurio nel sangue, nel tonno ce n'è tanto!"- mi suggerisce- mentre vado via. Abbozzo un sorriso e mi avvio verso casa.
Il pensiero va ad Attilio, questo amico che tutti gli anni da maggio ad ottobre viene a trovarmi.
I ricordi della nostra amicizia sono ancora davanti ai miei occhi.
"Che tenerezza la prima volta! quante visite, tanto per dirmi ci sono, sono qui! buona giornata.."
"Grazie amico mio! La tua presenza è una benedizione, mi dai serenità e dopo la tua visita ricevo i miei clienti tranquillo e pacato."
Ripenso al nostro primo incontro..
Un giorno di maggio di circa quattro anni fa, sono entrato nel mio studio notarile e come faccio tutte le mattine sollevo la serranda e spalanco la finestra.
Il mio studio è al 6° piano di un palazzo proprio sul porto di Cagliari, un porto vivo, con navi che attraccano e altre che partono, pescatori che scaricano dai loro barconi ceste colme di pesci ancora saltellanti, un via vai di persone sul molo in attesa di partire e altre che stringono in forti abbracci amici e parenti che rientrano dalla penisola.
Si sente più volte il suono delle sirene che annunciano le partenze, un rumore cupo che per me è diventato musica, fa parte del mio v

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   3 commenti     di: antonina


Come s'avessi cald'in petto

Un saluto, delle mani in aria ora, mentre la via è lunga e continuo incessante la mia lunga passeggiata. La nebbia s'interseca tra le architetture dei nuovi sfavillanti palazzi, mi sfiora allegramente il viso, un cane solitario passeggia per la via. Ho superato la via, via Europa.
Le 16:38, lo ricordo ancora. ''Quando vuoi, (:'' e poi hai chiamato, è apparso il tuo nome sull oschermo quando appena stavo attraversando un lato soleggiato di via Lido. Quel poco Sole, che mi ha abbagliato in quel momento, e in quello successivo, mentre spariva tra la nebbia che s'infittiva nelle montagne lontane, e si spargeva nell'orizzonte, lontano.
La curiosità di sentire la tua voce, ma m'ero completamente dimenticato di chiederti se potevo chiamarti, un giorno o quasi un'altro giorno, ma sei stato tu, a chiedermelo, e questo è stato davvero bello. La tua voce, ''ansiosa'' ti dissi, ma pensiamo a quest'ansioso tremolio che mi venne sentendoti rispondere, di quest'ansiosa vocina allegra e spensierata che mi ha accompagnato lungo i miei passi successivi.
Ecco, i miei passi si trasferiscono sulla sabbia, formano note tangibili di un passaggio umano, un calpestio, la sabbia che rovina le mie scarpe. Ecco, il mare, l'unica cosa che allevia i miei sensi, che li appaga, satura la mente e libera i pensieri, cui li dono al vento dolcemente.
''Alghero si trova su un'insenatura praticamente. Quindi la spiaggia si trova un po' lontana dal centro, e si può ammirare la sua bellezza, la nebbia ricopre persino il campanile.'' La battigia mi appaga; gioco coi tronchi posati da vecchi passaggi qui.
''Mani in'aria, occhi al cielo.'' La voce stridula, e Sanremo, che non mi piace. Ma basta vivere le parole per accorgersi di chi scrive. Vivere le parole, vivere la, voce espressa nel singolo attimo quand'è che le alghe si alzano al cielo.
Rifrangersi delle onde. Immaginalo ora, sentilo. ''Lo senti il rumore del mare?'' Si che lo senti, è nel cuore. Le onde son

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   0 commenti     di: Giuseppe Tiloca


Il venditore di angurie

Una volta assai più numerosi, ora meno frequenti, ma chi non ha mai visto quei chioschi in fregio alle strade di uscita dalle città, oppure ai lati di certe provinciali preferite dal traffico veicolare perché più sgombre di auto? Una baracca, con il tetto di lamiera, sovente coperto da un po' di paglia, un bancone ricoperto di alluminio, o più recentemente di plastica, come le quattro o cinque sedie messe lì alla rinfusa accanto a un tavolo di legno segnato dagli anni e dall'uso, una tinozza piena d'acqua con le angurie al fresco e, nella migliore delle ipotesi, un grande frigorifero con la porta a vetro ed in bella mostra delle fette rosse del frutto tipicamente estivo, oppure bene ordinate in un contenitore fra pezzi di ghiaccio che la calura va sciogliendo sempre più rapidamente: questa è una melonaia, annunciata lungo il nastro d'asfalto da cartelli scritti in un italiano spesso approssimativo, evidenziata nelle notti d'estate da una ghirlanda di luci multicolori.
Ce n'è una anche vicino a casa mia: è lì, come il suo proprietario, da quasi trentacinque anni. Si anima con i primi caldi e si chiude non appena le sere si rinfrescano. Dietro il bancone c'è Claudio, capelli bianchi che un tempo erano biondi, occhi chiari, il volto segnato dalle rughe, la voce che si è fatta roca per via di quei sigari che costituiscono al tempo stesso il suo vizio e il suo passatempo.
Di giorno apre i battenti verso le nove e la sera chiude quando non ci sono più avventori.
Lo conosco da quando ero ragazzino; è un po' più vecchio di me e non ha avuto una vita fortunata, perché il matrimonio si è rivelato un fallimento e l'unico figlio, che adorava letteralmente, una sera di novembre non è più tornato dal lavoro: a un incrocio, complice la nebbia, un autocarro gli si è parato davanti; inutile è stata la frenata e in quel fragore di lamiere contorte e vetri infranti con cui si è spenta quella giovine esistenza è iniziata per Claudio una lunga vita di solitu

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Gli amici che

L'altro giorno riflettevo. In realtà non solo l'altro giorno, diciamo sempre.
Ma mi è capitato di pensare al concetto di amicizia, alla sua essenza. Ho pensato al nostro modo di scegliere gli amici, i nemici, i confidenti, gli sconosciuti. E ho dovuto comprendere un bel po' di cose;ad esempio che da molti amici noi vorremmo davvero di più, ma non possiamo nè pretenderlo nè ottenerlo con le forze. Ed inconsciamente cerchiamo di essere gli amici che vorremmo avere, e questa è la verità. Io provo ad esserci per tutti e per ogni difficoltà, grave o meno che sia. Il fatto è che riesco ad esserci sempre, per amici, confidenti, sconosciuti. Chiunque.
Perchè non mi aspetto che qualcuno possa essermi d'aiuto come io lo sono per gli altri, perchè nelle relazioni non si deve pretender nulla;però vorrei trovare qualcuno come me, che sa aiutare, consigliare, risolvere, consolare, rincuorare. Per fortuna so essere d'aiuto anche per me stesso oltre che per gli altri. Ma ciò non cambia ciò che vorrei e ciò che ritengo giusto...
Noi cerchiamo di essere gli amici che vorremmo avere. E per me è una grande verità.




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