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Racconti sull'amicizia

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A Vincenzo Capitanucci

Era un po' che ci pensavo: fare un viaggio, respirare altro per ritemprarmi.
Sono andata ad Arcachon, Sud-Ovest della Francia; è un bacino di mare interno che comunica con l'oceano Atlantico. Non solo verde e azzurro, flora la più variopinta, spiagge candide accecanti al sole, ma anche vere e proprie dune fanno di questo posto un paesaggio mozzafiato.
Sono andata nell'ile aux oiseaux, dove ogni giorno c'è un alternarsi di alta e bassa marea tanto da portare allo scoperto le fondamenta di palafitte moderne, ma prive di energia elettrica, abitazioni dei coltivatori di ostriche.
Avevo l'acqua che mi arrivava solo alle caviglie e la possibilità di camminare nel mare, godermi tutta quella luce e quelle sensazioni da sogno.
Ho potuto scambiare qualche frase nel mio stentato francese con qualche ostricoltore.
Un lavoro il loro che è nato con il mare: ostriche da gustare e da cui trarre perle preziose ma qualcuno di loro mi ha detto anche che pian piano tutto è destinato a scomparire, per i muri di cemento costruiti ad arginare opere dell'uomo.
Il mare imprigionato si vendicherà.
Io non ho forza per abbattere certi muri ma i miei muri di fragilità si e mi sono allora ricordata... di essere andata via dal mare di parole di PR che invece è libero ma soprattutto di aver lasciato sulla riva una stella lucente e tante conchiglie splendenti, raccolte lungo questo breve tratto della mia vita.
Ultimamente è in burrasca PR ma ripeto, è libero e se qualcuno abusa di questa libertà è poca cosa in confronto a ciò che di emozionante regala.
I cloni?! Quasi quasi li ritengo geniali quando riescono perfino a cambiare registro al loro solito modo di scrivere: doppia, tripla personalità, perché no se per loro è meglio di sedute psicoterapeutiche o addirittura mero divertimento?!
Mi ripeterò ogni tanto che sono solo parole e che basta evitare scogli, schivare freccette varie, ma ne varrà sempre la pena purché PR continui ad esserci con la sua LIBERTà

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   4 commenti     di: Chira


La strana storia di un'amicizia (ultima parte)

Ore 23, 40 - Sotto le finestre illuminate e semiaperte di casa Boccia. Firmato, senza alcuna fretta ha raggiunto il lampione dove solitamente si appoggia per caricarsi nelle sue filippiche. Anche stasera fa la stessa cosa poi, come un fulmine a ciel sereno squarcia il silenzio ad alta voce.
"Vittorio, compagno Vittorio, bugiardo in vita e bugiardo anche nella morte!"
Un simile attacco davvero nessuno osava immaginarlo, infatti tutti, nessuno escluso, si sono stropicciati le mani pensando <se questo è l'inizio figuriamoci ora il seguito!>,
Anche in casa Boccia l'improvvisa irruzione fonetica del ciabattino ha procurato più di un brivido sulla schiena dei presenti, in particolare i parenti del defunto, con Alfredo in testa, sono rabbrividiti.
"In vita sei stato un grande bugiardo Vittorio. Quando mi dicevi che le lotte si fanno sempre insieme. Ed ora mi hai escluso proprio dall'ultima, la più grande! Sì, non mi hai voluto al tuo fianco. Cos'hai pensato? Che forse questo miserabile non è capace di darti una mano proprio quando ce n'è più bisogno?
Vigliacco, hai dimenticato le tante lotte che abbiamo sostenuto insieme, sin da giovani? Quelle per dare le terre ai poveri braccianti contro i ricchi padroni? Quelle contro la corruzione dei tanti compagni deviati? Le hai dimenticate tutte? Eppure io non ti ho mai lasciato solo! E tu invece, cosa fai? Mi lasci qui da solo contro tutta questa marmaglia! Avevi ragione. Hai sempre avuto ragione, non sei stato tu a lasciarmi ma io a non seguirti. E per questo non mi sono mai dato pace. Ma cosa potevo mai fare io per te? Io, un misero ciabattino mezzo analfabeta? Se non darti calore e incoraggiamento? L'ho fatto, Vittorio mio, ma senza farmi mai vedere. Quante volte ho pregato Dio per te affinché desse a te la forza di mantenerti onesto in questo mondo di disonesti! E Dio mi ha ascoltato Vittorio perché tu sei sempre stato l'uomo più corretto e onesto che ho mai avuto l'onore di conoscere. Vittorio, amico

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   5 commenti     di: Michele Rotunno


LUISA E L'ISOLA DI WIGHT

Luisa aveva riccioli biondi, pelle chiara, occhi celesti, Portava una lunga catenina d’oro che all’epoca testimoniava la sua appartenenza a famiglia benestante e al tipo di lavoro di suo padre, orefice.
Luisa era mia compagna di banco alle elementari e spesso ci scambiavamo reciproci piaceri.
Lei mi faceva il problema di matematica, io l’ aiutavo nel tema.
Condividevamo tutto, persino la gomma masticata che lei mi porgeva amorevolmente dalla sua bocca e che io accettavo inconsapevole dell’esistenza di microbi e batteri.
Avevo per lei una sorta di ammirazione - invidia, sentimenti piuttosto confusi a quell’età, perché era di una bellezza non comune dalle nostre parti e inoltre capiva di matematica tra una massa di alunne sprovviste di quelle abilità.
Alla fine delle elementari suo padre, sull’orlo del fallimento, decise di chiudere il negozio ed emigrare in Inghilterra per raggiungere dei parenti.
Rimasi malissimo a quest’annuncio perchè ci eravamo giurate eterna amicizia.
Cosi un giorno d’ autunno partirono.
Restammo per alcuni anni in contatto ma poi pian piano quelle lettere, che aspettavo sempre con tanta ansia, si trasformarono in cartoline e poi non ci furono più rapporti.
Gli unici contatti sporadici che mi legavano a lei erano ormai solo i racconti di sua sorella maggiore Celeste che mi teneva al corrente della sua vita.
Ma quella estate del 69 ricevetti una cartolina. Arrivava da un posto che non conoscevo: l’isola di Wight una piccola isola al largo della costa sud della Gran Bretagna.
Alla fine di agosto si svolgeva là un grande concerto con la presenza di Bob Dylan.
Il Festival britannico era alla sua seconda edizione e riprendeva l'altrettanto celebre festival americano di Woodstock in quanto a rassegna giovanile musicale improntata al concetto di pace e amore, flower power, summer of love, e tutti gli altri slogan del periodo hippy.
Luisa mi scriveva che era lì con il suo compagno e mi raccontava brevemente le sue

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   3 commenti     di: MD L.


QUELLE INDIMENTICABILI ESTATI SULL'ALTOPIANO

Cap. 1




Per Andrea, per Giuseppe, per Mariolino, per Stefano, per Rolando, Lorenzo, Tiziano, Ervedo, Paolo, Ricky, Gianni, Giannino, Vittorio, Beppe, Armando, Giorgio, Silvano, si aggiungano Anita, Maria Luisa, Barbara, Mary, Paola, Rosy, Francesca… quelle estati sull’Altopiano dei Faggi, nel verdebruno dei prati protetti dai monti intorno, nelle nottate vissute nel delirio dei sogni adolescenziali, furono e resteranno indimenticabili, e Aldo Antonelli - Aldino, più semplicemente - ne fu il fulcro.
Ancor’oggi è presente e quasi palpabile il ricordo di colui che degli anni Sessanta/Settanta fu il Sire incontrastato di quelle terre. Esordire descrivendone i tratti fisici offrirebbe una sua immagine fuorviante, se non offensiva, ci si limita a riportare gli asfittici dati della carta d’identità: altezza e peso appena superiori alla media, occhi sinceri, carnagione abbronzata, capelli castano scuri per niente curati, all’apparenza. Professione: studente. ( Dapprima al liceo Manzoni di Milano, successivamente alla Facoltà di Medicina, sempre con eccellenti risultati.)
Già si erano provati, senza successo ovviamente, parecchi individui invidiosi, gelosi, meschini, accidiosi o qual’altro aggettivo in tema, ad insinuare quello che Aldino non era e, soprattutto, quello che pretendevano apparisse per sminuirne, almeno in parte, la grandezza. Lui stesso, per quel tubo che gliene importava di detrattori e di cortigiani, si era sempre guardato bene dal negare di essere “lievemente “ soprappeso per colpa dell’amore sviscerato che nutriva per i cappuccini e le brioche al cioccolato, anzi, di buon grado ci aveva romanzato sopra. Di essere indolente invece se ne era sempre fatto un vanto, il suo sangue “ aristocratico “non gli consentiva nessun tipo di attività sp

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alla catena

ALLA CATENA


In una masseria della terra di Puglia campava un cane - un lupo dal pelo nero intenso - inchiodato ad una catena lunga tre o quattro metri, per tutte le stagioni : e al vento, e alla pioggia, e all’afa soffocante. Una ciotola davanti, d’acqua neppure limpida, e gli avanzi dei pasti dei suoi padroni ; a Natale e a Pasqua le ossa dell’agnello. Probabilmente nessuno si era premurato di dargli un nome, ma a che sarebbe servito? L’animale era nato quale cane da guardia, il brillare degli occhi, che ancora emettevano l’assoluta fierezza della sua razza, bastava a tenere alla larga i malintenzionati.
Anni su anni vissuti con quella catena come compagna avevano reso “ Senzanome “ - così lo chiameremo - cattivo. L’odio che ogni suo tratto sprigionava avvertiva che non era il caso di avvicinarsi, manco per scherzo, al suo angolo. Le oche e le galline del cortile, abituate da sempre all’abbaiare e credule di quanto tramanda il proverbio, subito avevano sperimentato di avere incontrato una eccezione, perciò il loro becchime lo cercavano altrove e avevano reso l’animale ancora più solo e ancora più feroce.
A Senzanome tenevano compagnia, certo! la luna, le stelle, il cielo, il sole, alti sopra il suo sguardo, altissimi, ma egli non poteva non spiare e non immaginare oltre la recinzione, di dove gli provenivano i rumori ed il chiasso dei contadini, di dove s’incamminavano i camion e gli aratri per un viale fra olivi che si smarrivano alla vista, e non gli era per niente di conforto intuire la presenza di altri cani e lo strusciare di mille gatti. L’unica consolazione gli derivava da una cuccia, ricavata fra carcasse d’auto e tirata su con pezzi di lamiere, nella quale si rifugiava nei momenti in cui percepiva più intensi i suoni della vita. Allora, là dentro, pur vergognandosi di sé stesso, si domandava perché mai fosse venuto al mondo e quali colpe dovesse espiare.
Forse neppure era più in grado di camminare ; la sua stes

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La mia bici per te

Sebastian e Karl erano i miei migliori amici; con loro giocavo, andavo in bici e litigavo spesso. Sebastian aveva la mia età, ma era molto più alto di me. Aveva i capelli ricci e biondi, gli occhi azzurri ed era considerato il più carino della classe. Viveva in una villa appena fuori dal paese; tutti dicevano che era la più bella casa della contea.
Karl, invece, tra noi tre era più basso ed era bruttino: aveva gli occhi castani, i capelli rossicci, alcune lentiggini e portava gli occhiali. Nonostante fosse il più brutto della classe, tutti erano attratti da lui per la sua simpatia. Anche lui era ricco e viveva in una bellissima villa vicino al lago. Tutto intorno alla casa vi era un parco con alberi secolari e in uno spazio i suoi genitori avevano fatto costruire dei bellissimi giochi per i loro figli. Tutti i compagni di classe aspettavano con ansia il giorno del suo compleanno, perché nessuno poteva permettersi una festa bella come quella organizzata per Karl in quella meravigliosa casa.
Nonostante fossi il suo migliore amico, andavo poche volte da lui; con il tempo avevo scoperto che sua madre non vedeva di buon occhio la mia famiglia.
Noi tre amici andavamo a scuola assieme e avevamo una passione: la bicicletta. Con quella ogni giorno andavamo in giro per la contea ed era il nostro divertimento preferito.
Io ero di altezza media, non ero né bellissimo, né brutto; le ragazze in classe non mi guardavano mai, insomma, non ero speciale. Mio padre ci aveva abbandonati quando ero ancora piccolo, non ho mai visto la sua faccia e la mamma si era adattata a fare i lavori più umili per poter crescere me e mio fratello. Poi aveva incontrato Markus e con lui aveva ritrovato la felicità. Erano riusciti ad aprire un negozio di ferramenta nella piazza del paese, vicino alla chiesa e le cose da quel giorno per noi erano migliorate.
Da quando Markus viveva con noi la mamma era diventata ancora più bella e aveva ripreso a ridere. Anche con noi Markus si comport

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Le strade di Dio sono finite

Questo è il mio mondo senza rose e senza fiori, questo pensava Jack mentre tornava in quel treno dalla guerra, erano appena arrivati all'ultima stazione; da qui in poi il treno non faceva più fermate per nessun motivo ora si andava dritti a casa.
Jack si girò verso il finestrino e appoggio la testa, guardava fisso il paesaggio verso le belle montagne che facevano da sfondo al triste rumore del treno sulle rotaie.
La sua mente vagava senza controllo verso giorni lontani che gli parevano quasi anni o forse secoli,
ritornava alla sua casa di campagna dove trascorreva le lunghe giornate d'estate con la sua famiglia, rivedeva sua mamma e suo padre che prendevano il sole fuori dalla terrazza e suo fratello che dipingeva le montagne, proprio quelle montagne che ora si proponevano con la stesso forma e con lo stesso senso di grandezza di allora, questi ricordi provocarono un lieve senso di benessere sul viso di Jack, e sorrise.
Poi i ricordi diventarono meno vaghi, ricordò il giorno in cui decise di partire per la guerra, in quel tempo egli pensava che era la cosa più fantastica e più avventurosa che gli potesse mai capitare, quasi gli ritornò in tutto il corpo quel energia che possedeva allora, quel energia infusa di gioia e di giovinezza che ormai da tempo l'aveva abbandonato. Questa sensazione gli diede un così senso di benessere e di pace che si addormentò.
Ma i sogni che fece dopo essersi addormentato non furono dello stesso stampo, rivide il sangue dei nemici alzarsi dalla polvere a causa del vento e finirgli addosso, dipingendo di rosso la sua divisa verde, ricordò quel infausto giorno, il più brutto della sua vita, quando durante una ricognizione lui e tre suoi amici trovarono delle truppe nemiche di passaggio: fu il panico; rapidamente Jack incalzo il mitra, pesava come un macigno e non riusciva nemmeno a impugnarlo correttamente, la paura lo aveva devastato, ma i suoi amici furono molto più lesti e coraggiosi in un batter d'occhi crearono

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   1 commenti     di: ciro perino



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