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Racconti sull'amicizia

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Pensa che ti stai facendo un lifting

fai così... metti a bollire l'acqua. fredda. non prenderla dallo scaldabagno.. se no, invece di attenuarle, le rughe, te le scolpisci. mentre aspetti che bolle puoi anche fumare, tanto dopo ti fai la maschera.. puoi pure piangere e lamentarti, o ridere e rallegrarti, secondo il momento..
quando bolle l'acqua, però, piantala, scordati tutto e butta giù il riso. guarda l'orologio, non importa se va indietro o avanti, prendilo per buono.. ma quanti c... di problemi ti fai, Eli?
dopo sette minuti e mezzo, puoi mettere il sale, prima ricordati di prendere l'acqua. prendi mezzo bicchiere d'acqua, dove ha bollito il riso, e mettila in un bicchiere.
sdesso puoi mettere il sale, se vui mangiare il riso. dopo altri sette minuti il riso è pronto. scolalo. mettilo nel piatto. un filo d'olio, spremici mezzo limone. mangialo.
quando hai finito, e hai pure lavato i piatti, prendi il mezzo bicchiere d'acqua di riso e stenditelo sulla faccia. con due dita.
... due dita di niente, Eli.. dicevo con le tue due dita qualsiasi.
tienila fin quando senti la pelle che tira. pensa che ti stai facendo un lifting.. Eli. non pensare a nient'altro.
poi, sciacqua. vestiti ed esci. tanto... non hai pagato.



Gli amici che

L'altro giorno riflettevo. In realtà non solo l'altro giorno, diciamo sempre.
Ma mi è capitato di pensare al concetto di amicizia, alla sua essenza. Ho pensato al nostro modo di scegliere gli amici, i nemici, i confidenti, gli sconosciuti. E ho dovuto comprendere un bel po' di cose;ad esempio che da molti amici noi vorremmo davvero di più, ma non possiamo nè pretenderlo nè ottenerlo con le forze. Ed inconsciamente cerchiamo di essere gli amici che vorremmo avere, e questa è la verità. Io provo ad esserci per tutti e per ogni difficoltà, grave o meno che sia. Il fatto è che riesco ad esserci sempre, per amici, confidenti, sconosciuti. Chiunque.
Perchè non mi aspetto che qualcuno possa essermi d'aiuto come io lo sono per gli altri, perchè nelle relazioni non si deve pretender nulla;però vorrei trovare qualcuno come me, che sa aiutare, consigliare, risolvere, consolare, rincuorare. Per fortuna so essere d'aiuto anche per me stesso oltre che per gli altri. Ma ciò non cambia ciò che vorrei e ciò che ritengo giusto...
Noi cerchiamo di essere gli amici che vorremmo avere. E per me è una grande verità.



Quello che importa

La musica sommergeva la stanza. Era musica potente, un ritmo incalzante, che non dava pace. Non era roba da mezzeseghe, era musica per tipi tosti. Quella stanza non era un granchè': piccola, sporca, umida. Era un tugurio fatto e finito. Ma a loro andava bene cosi', non c'erano stronzi e scazzi. Il fumo creava quel'atmosfera che rende le cose un po' più intime. Ballavano, sballavano, ballavano. Era una tribu', era il loro rito. Cento ragazzi circa, ma sembravano molti di piu'. C'era un'affiatamento nel gruppo, un qualcosa che si vede in poche serate. L'alcol abbondava a fiumi, le pasticche erano tutte gia ' state mangiate, e l'effetto era nella mente e nel corpo di chi faceva festa.
Roberto era sballato forte. Faceva scena. Questo ragazzone alto e grosso con due tatuaggi sul collo. Addosso aveva una polo nera Fred Perry, e sotto gli immancabili levis 501. Era il suo stile, la sua gente, la sua musica. Lo vedevi vicino alle casse appena saliva il ritmo e non si staccava finche' non si metteva roba più tranquilla, qualcosa di più chill out. Marco era il miglior amico di Roberto. Era tutto l'opposto di lui, pero'. Piccolo, quasi anoressico, preferiva stare in disparte godersi le vibrazioni più da lontano. Il suo carattere discreto veniva leggermente intaccato solo quando si pigliava qualche E. Insieme ai due c'era anche Fabrizio, il tipo più strano del trio. Questo era infatti l'alternativo della situazione: era una specie di punk, con un botto di piercing: al naso, al sopraciglio, al setto, al labbro, sulla guancia e una moltitudine sparsi sulle orecchie. Immancabili erano gli occhiali con la lente gialla che gli davano di più l'aria di uno schizzato sfattone.
La serata andava avanti, la musica non si fermava, incessante. Tutti ballavano, chi da solo, chi sotto le casse, chi sopra un tavolo, chi con una ragazza. I nostri tre si erano divisi perl a serata, cioe', facevano sempre cosi' alle serate, pur essendo molto affiatati tra lor

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   3 commenti     di: aleks nightmare


Le strade di Dio sono finite

Questo è il mio mondo senza rose e senza fiori, questo pensava Jack mentre tornava in quel treno dalla guerra, erano appena arrivati all'ultima stazione; da qui in poi il treno non faceva più fermate per nessun motivo ora si andava dritti a casa.
Jack si girò verso il finestrino e appoggio la testa, guardava fisso il paesaggio verso le belle montagne che facevano da sfondo al triste rumore del treno sulle rotaie.
La sua mente vagava senza controllo verso giorni lontani che gli parevano quasi anni o forse secoli,
ritornava alla sua casa di campagna dove trascorreva le lunghe giornate d'estate con la sua famiglia, rivedeva sua mamma e suo padre che prendevano il sole fuori dalla terrazza e suo fratello che dipingeva le montagne, proprio quelle montagne che ora si proponevano con la stesso forma e con lo stesso senso di grandezza di allora, questi ricordi provocarono un lieve senso di benessere sul viso di Jack, e sorrise.
Poi i ricordi diventarono meno vaghi, ricordò il giorno in cui decise di partire per la guerra, in quel tempo egli pensava che era la cosa più fantastica e più avventurosa che gli potesse mai capitare, quasi gli ritornò in tutto il corpo quel energia che possedeva allora, quel energia infusa di gioia e di giovinezza che ormai da tempo l'aveva abbandonato. Questa sensazione gli diede un così senso di benessere e di pace che si addormentò.
Ma i sogni che fece dopo essersi addormentato non furono dello stesso stampo, rivide il sangue dei nemici alzarsi dalla polvere a causa del vento e finirgli addosso, dipingendo di rosso la sua divisa verde, ricordò quel infausto giorno, il più brutto della sua vita, quando durante una ricognizione lui e tre suoi amici trovarono delle truppe nemiche di passaggio: fu il panico; rapidamente Jack incalzo il mitra, pesava come un macigno e non riusciva nemmeno a impugnarlo correttamente, la paura lo aveva devastato, ma i suoi amici furono molto più lesti e coraggiosi in un batter d'occhi crearono

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   1 commenti     di: ciro perino


L'altalena

Strano a dirsi, ma è passato in fretta. Sembra ieri infatti il farsi portare a allenamento dalla mamma, riportare la borsa ed accorgersi che ti manca ancora una volta un calzino, parlare di videogiochi allacciandosi le scarpe negli spogliatoi.
Andare al parco, e dondolarsi sull'altalena, pensando a come chiedere a Stefania di andare a prendere un gelato insieme.
Su e giù, con il cigolio delle catene a tenerti con i piedi per terra, perché l'altalena si può rompere.
Un giorno eravamo all'asilo. Il mio amico Paolo voleva salire sull'altalena, ma c'era sopra Marco Pozzi. Paolo era lì con sua mamma. Sua mamma stava parlando con la mia, ma era lì.
Marco Pozzi era forse il bambino più stronzo delle elementari del paese. Era abituato così, a non parlare con nessuno. Si faceva i fatti suoi, non comunicava. Nonostante fosse scorbutico, Paolo pensava che gli avrebbe fatto fare due minuti di altalena, prima di andare via. Era venuta sua mamma a prenderlo... A Marco non lo venivano a prendere mai. Restava lì dalle suore fino alle 7, e poi tornava a casa a piedi. Era sempre l'ultimo ad andare via, ma non voleva lo stesso lasciare l'altalena agli altri bambini. Sembrava odiarli perché agli altri li venivano a prendere. Si dondolava sempre su quella vicina alla fontana. E se scendeva per un attimo a bere, e tu facevi per salirci sopra, ti pizzicava finché non te ne andavi a fare la coda per salire sull'altra, dall'altra parte del cortile.
Nessuno poteva farci niente. Neanche le suore, ascoltava. Non gli importava di prenderle, solo non dovevi entrare nel suo spazio.
Quel giorno Paolo gli chiese di lasciargli fare due minuti di altalena, prima di andare via. Paolo e la sua famiglia avevano una pizza alle sette e mezza, ed erano già venti alle sette. Sua mamma stava parlando con la mia, ed io ero lì ad ascoltare il "gnic gnic" delle catene contro le giunture di ferro. Paolo ha chiamato Marco, e quello nemmeno si è girato. La mamma: "dai che a

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   0 commenti     di: Luca Grazioli


La cucina è sporca

"Ste" nessuna risposta.
"Steeee" niente.
"STE FA NO, questa volta ti uccido" Mariella era imbestialita;
per l'ennesima volta il suo coinquilino, nonché amico di una vita,
aveva lasciato la cucina come se volesse suggellare nella loro
casa il passaggio dell'uragano Katrina. In quella stanza di quasi
quindici metri quadrati, c'erano così tanti suppellettili e utensili
da cucina che lei stessa si meravigliò di quanto stava osservando:
forse Stefano, al posto di organizzare una di quelle cene dove
ognuno avrebbe portato qualcosa da bere, aveva chiesto a tutti i
suoi amici e conoscenti di lasciare una padella sporca in ricordo.
Prima di entrare nel suo appartamento sperava di trovare Ste-
fano in casa; non l'aveva chiamato per comunicargli il suo arrivo
perché immaginava volesse passare la domenica con i suoi amici
a bere birra e guardare le partite di calcio, inoltre, da quando
il suo fidanzato l'aveva mollata per una collega, Stefano aveva
sopportato le sue lacrime fin troppe volte. Anche per quello
aveva deciso di passare il fine settimana appena trascorso nel
suo paese natale: la speranza di partenza era quella di distrarsi
un pò, la verità di fondo era il far sopportare le sue isterie a
persone diverse.
Ora sulla porta della cucina, ancora con il cappotto addos-
so, una profonda malinconia la avvolse, si sentiva come se il
Karma, incazzato e depresso, le avesse tirato un pugno nello
stomaco: l'immagine della mamma che le implorava di rimanere
per riposare qualche altro giorno le si materializzò davanti agli
occhi come un'allucinazione. Voleva nuovamente le coccole di
casa, l'essere viziata dai suoi, il non alzare un dito per i servizi
domestici.
Mentre era assorta nei suoi pensieri Stefano le comparve di-
etro, tuta e maglietta, capelli arruffati e borse, non quelle da
viaggio ma da sonno.
"Perché stai urlando, sembri una vecchia isterica, se non ti
conoscessi ti direi che hai bisogno di scopare" scoppiò a ridere
e corse in

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Stagioni d'amicizia

Sciolgo sempre remore nelle parole dell'amicizia, me ne avvolgo come calda coperta in inverno, la percepisco come ombra accogliente d'ombrellone all'azzurro accecante in estate, mentre in autunno la avverto d'oro e frizzante apparente d'epilogo sul viso, e in primavera, ecco essa com'è intuita meravigliosamente nel cuore: colorata di ridenti riflessi di fioritura che inteneriscono d'affettuosa rinata simpatia e vivacità pure la mia vita!

   2 commenti     di: mariella mulas



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