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Racconti sull'amicizia

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Non mollare mai

Non essere il burattino di qualcuno solo perchè hai paura di vivere la tua Vita. Quando soffriamo ci aggrappiamo alla prima mano che ci viene tesa, ma non è detto che sia la scelta giusta. Fidati di te. tu hai la facoltà di scelta, solo tu hai la possibilità di renderti felice.
Avere accanto qualcuno è importante, ma se deve diventare una gabbia allora fuggi finchè sei in tempo. Chi ci ama davvero vuole la nostra felicità, cerca di guidarci verso un futuro bello. Chi ci ama non è interessato al tuo portafoglio, ma alla tua anima. Non è facile comprendere chi ci usa per ottenere dei benefici personali, non è facile capire che quel falso amore ci porterà alle lacrime e non al sorriso.
Alle volte bisogna affrontare la paura più grande per capire chi abbiamo veramente al nostro fianco," La Solitudine" Non accontentarti perchè pensi che non c'e' di meglio, guarda più avanti, guarda nel cuori sinceri e leali, lascia chi ti allontana dalla tua vita, dalla tua personalità. Non rischiare di perdere tutto ciò che hai meritato con fatica, Non perdere la consapevolezza che non sarai mai solo se non perdi te stesso.

   5 commenti     di: laura


Perdere un amico

Sembra che sto combattendo per nulla.
Mi soffoca il fatto di affrontare tutto da sola,
di vedere una giornata vuota senza le tue preoccupazioni,
di vederla finire senza un reale risultato soddisfacente.
Ogni mio sforzo,
ogni mia premura,
sembra non darti spago.
La tua indifferenza esaurisce ogni mia minima speranza.
Accompagno le mie lacrime durante la notte
affinché esse si liberino dal male che stanno vivendo..
ma anche una sola lacrima, invade in me, l'oscurità più totale.
Non so se essere perplessa, schifata o amareggiata.
Può mai una persona di così tanto cuore, andare via per un semplice equivoco?
Eppure, vieni abbandonata anche da colui che non ti avrebbe mai respinto o portata ad avere tutti i sensi di colpa possibili ed immaginabili.
Perchè? Mi chiedo.
Sono ancora qui a sperare che una sua attenzione entri nella mia giornata e la soffochi di domande continue ed interminabili che solo io e lui ne sappiamo il reale significato.
Un pezzo di carta non porta a nessun cambiamento,
non alleggerisce la voce rauca che ho da quel dannato giorno in cui sei scomparso
nonostante le mie lacrime t'abbiano fatto effetto.
Neanche le mie parole portano a qualcosa...
Rimangono lì. Sospese in aria.
Lasciando solo il desiderio smisurato di esser apprese e consolate.

   2 commenti     di: Martina Di Toro


Nina

Nina era una cuccioletta bastarda che mio padre mi regalò, cedendo
alle mie insistenze ed al mio forte desiderio di avere una cane. La mia famiglia
era molto piccola: mio padre, mia madre ed io e la nostra casa era troppo
angusta anche per tre persone. Nel mio egoismo di bambina non prestati troppa
attenzione ai problemi che Nina avrebbe procurato a mia madre. Nessuno di noi
tre riuscì ad educare gli sfinteri di Nina e mia madre doveva pulire in continuazione
i pavimenti. Però anche lei le voleva bene e quando io, consigliata da "esperti"
educatori di cani, la picchiavo o le strofinavo il musetto sul laghetto di pipì che
aveva appena fatto, mia madre la guardava con occhi teneri e diceva: "Povera
bestia". Nina rivelò presto una bella intelligenza ed una grande capacità di affetto.
Se qualcuno dei miei compagni di giochi fingeva di picchiarmi, Nina abbaiava,
mostrava i denti e si lanciava contro l' aggressore. Facevo appena in tempo
a prenderla in braccio e a dirle che era tutto uno scherzo, che l' aggressore
era amico mio ed anche suo. Allora accoglieva, docile, le carezze del nuovo amico.
Se prendevo in braccio la bambina di pochi mesi di nostri amici, Nina si agitava,
abbaiava. Io mi affrettavo a rimettere nelle braccia della madre la bambina,
ma sono sicura che non l' avrebbe mai aggredita. Credo che i cani considerino
i bambini loro parenti.
Dopo pranzo mio padre si sdraiava sul letto per un pisolino e invitava Nina
a distendersi con lui, nel cavo del suo braccio. Questo mia madre non lo tollerava
e se mio padre, prima di addormentarsi, avvertiva i passi di mia madre avvicinarsi
alla stanza da letto, bastava che dicesse: " Nina, arriva la padrona!" perché
questa si precipitasse giù dal letto e vi si nascondesse sotto.
Facevamo lunghe passeggiate a Villa Borghese dove le insegnai a nuotare
in modo spartano: buttandola in una delle tante fontane circolari della Villa.
Nina nuotava verso il bordo della fontan

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Malena

Il rombo del mare risuonava tra il fruscio del vento di maestrale.
Nuvoloni neri minacciosi all' orizzonte correvano lontano. Sulla spiaggia umida Malena passeggiava raccogliendo conghiglie e piccole pomici grige. Aspettava, come al solito, il pescatore dai capelli bianchi, ancora non si vedeva in lontananza con la sue reti sulle spalle e lei temeva di non incontrarlo più per quella mattina, o forse mai più per sempre.
Era bello vederlo apparire, arrivare camminando lentamente lungo la riva,, affondare ogni tanto nella sabbia bagnata immergendo le sue gambe nella schiuma di un' onda più lunga.
Snello, abbronzato pareva nella sua tranquilla solitudine il padrone del mare.
A volte arrivava correndo, leggero e morbido nella sua andatura scattante, e sorrideva trionfante.
La sua tenera voce salutava con dolcezza la donna in attesa.
Si sedeva accanto per leggere quel messaggio scritto sulla sabbia che ogni giorno Malena aveva composto per lui.
Ogni lettera era decorata da piccoli fiori bianchi, erbe grasse, frammenti di conchiglie, ruvidi gusci, come a lui piaceva.
Erano parole di tenerezza, di sostegno, di amicizia.
Risuonavano con il mare in un canto sottile appena percepibile, non più parole ma suoni che si fondevano al fragore e si perdevano nel vento.
Il pescatore si alzava lentamente, salutava Malena con un abbraccio e riprendeva il suo cammino.



Messaggio nella bottiglia

Scrivo queste righe, che mi sorgono dal cuore, in questo bellissimo sito, con la certezza che Sabrina non le leggerà mai (non credo neppure che sappia della sua esistenza e tanto meno che io ci scriva in esso), ma lascio questa testimonianza a futura memoria e a beneficio di tutti coloro che avranno la pazienza di leggere queste modeste parole, che tuttavia sono impregnate di un affetto che non credevo di poter più provare.
Potrei iniziare a parlare del rancore che ho provato (e che a ben vedere provo ancora) per Sabrina, per le ferite profonde che ha inferto al mio animo, ai miei sentimenti. Ma sarebbe come iniziare un racconto dalla frase "e tutti vissero felici e contenti". Sarebbe un'operazione inutile, sterile, fine a se stessa.
Voglio invece parlare della delusione provata sul fatto di come l'egoismo umano non riesca a far vedere le cose come stanno, come non si riesca a capire quali sono i sentimenti di chi ti sta davanti, di colui che pensi di conoscere e supponi di poter giudicare. E tutto quanto è intriso da falsità e menzogne. Quando si crede di essere più forti dell'altro, quando si pensa di poterci muovere autonomamente con le nostre gambe, bisogna sempre ricordarsi di quando non era così, di quando avevamo bisogno dell'altra persona per non incespicare o addirittura per non precipitare. Quando dicevi "ti voglio tanto bene" e non erano solo parole gettate al vento o vuote ipocrisie, ma ci credevi veramente e sapevi di poter contare su di me.
E quando sei "vincitore", invece, diventi cattiva, egoista, vuoi vendicarti. Di cosa poi? Dell'affetto che l'altro prova per te?
Come dicevo, c'è rimasto solo il senso di delusione, perché hai pensato di avere di fronte una persona che quando fosse stato il tuo turno di avere bisogno di aiuto, si sarebbe dimostrata generosa e ti sarebbe stata vicino a qualunque costo anche di fronte al mio pianto, al mio dolore, alla mia tristezza.
Perché è questa l'amicizia, quella che - anche sotto altre spoglie - h

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   5 commenti     di: Stefano Bacci


Quando il sole torna a splendere

"Benissimo, può andare"
Letizia salutò la commissione e con la tesina sottobraccio abbandonò l'aula. Tutto finito. Per l'ultima volta uscì dal portone del liceo nei panni di un'alunna. Era una bella mattinata di inizio luglio e una qualunque diciottenne avrebbe sprizzato gioia da tutti i pori. Avrebbe finalmente potuto godersi il sole, il mare, le serate all'aperto... un nodo le strinse la gola. Non aveva nessuno con cui condividere tutto questo.

Era sempre stata una persona socievole, spontanea, allegra, piena di amici... la leader del gruppo, quella che tira su i morali, sdrammatizza, la classica ragazza "se cade il mondo io mi sposto un po' più in là". Ma quella storia con Edoardo l'aveva trasformata, era ridotta ad essere la buccia di se stessa.
Si erano conosciuti durante la gita scolastica a Napoli, in terza superiore. Edoardo stava andando nella camera dei suoi amici e per errore, bussò alla porta della camera di Letizia. Lei, convinta che fosse Gaia, la sua compagna di stanza, aprì fiduciosa. Era avvolta in un morbido asciugamano di spugna, aveva i capelli bagnati sciolti sulla schiena e le spalle imperlate di goccioline. Lui era rimasto senza parole. Come aveva fatto a non notarla prima? "Ho sbagliato stanza..." spiegò senza riuscire a staccarle gli occhi di dosso "scusa"
"Non fa niente..." balbettò lei imbarazzatissima.
"Ci vediamo a cena. Ciao"
Letizia lo guardò allontanarsi, con il passo sicuro di chi sa di avere un fisico perfetto e un viso da angelo.
A cena le si sedette vicino e non si staccò più per il resto della gita. Tutte le ragazze la guardavano con invidia e facevano commenti maligni su Letizia. Lei non le sentiva, in ogni caso non le sarebbe importato. Passeggiava sempre accanto a Edoardo, lui ogni tanto la prendeva sottobraccio e la stringeva a sè. Si sentiva così lusingata che avesse scelto lei per passare il suo tempo, proprio lui, che al termine delle gite scolastiche si lasciava dietro una lung

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Nino

Nino, figlio di Turiddu e di Stella, abitava in campagna con i suoi genitori e con i suoi fratelli. Tutti lavoravano un appezzamento di terreno di proprietà di un tale, chiamato don Totò.
Nino aveva sei anni ed, oltre a lavorare, andava a scuola, in una scuola rurale, che raggiungeva a piedi ogni mattina, attraversando campi seminati e percorrendo viottoli interpoderali limacciosi.
In una vecchia casa di campagna, adibita a scuola, con vecchi banchi molto malandati, dove la luce entrava solo da una finestra, ogni giorno perveniva con mezzi di fortuna una povera maestra con il suo scaldino, attesa con piacere dai suoi pochi alunni.
Tra i suoi compagni Nino era il più indigente, ma il suo corpo appariva pulito ed ordinato come i vecchi indumenti che indossava ben rattoppati; anche le scarpe, a suo malgrado sporche, mostravano una sommaria pulitura.
Nino non aveva libri nè quaderni, perchè la sua famiglia molto povera e numerosa disponeva solo di quel poco per sostentarsi quotidianamente. Nino non poteva scrivere nè leggere; solo ascoltava le lezioni, adoperandosi sempre ad imparare.
Un giorno, Nino, cresciuto di due anni, dopo l'abbacchiatura delle mandorle, sapendo che non tutte venivano raccolte e qualcuna veniva lasciata a terra o sull'albero sol per mera svista, portando con sè un lungo bacchio, andò subito per i campi a cercarne qua e là, aguzzando sempre più la vista verso terra e verso i rami.
Settembre fu per Nino faticoso, però in ottobre il ragazzo raccolse i frutti del suo lavoro onesto. Diede al padre la metà di quelle mandorle e lo pregò, dicendogli il motivo, di vendere la sua restante parte.
Turiddu chiamò subito la moglie e volle che anche lei ascoltasse attentamente quanto il figliuolo gli aveva appena detto. Stella benedisse il suo fanciullo e rivoltasi al marito così dissè: " Vai, Turiddu, subito in paese, il primo ottobre è fra qualche giorno ". Turiddu comprese e si affrettò a sellare il mulo, mentre Stella ritornò

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