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Racconti sull'amicizia

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L'amicizia aiuta

Luigi, Enrico e Cristian hanno 18 anni sono amici dalle elementari, hanno sempre studiato insieme e giocato a pallone, erano bravi ragazzi spensierati e felici, Luigi è sempre stato il più vivace del gruppo.
Hanno fatto anche le patenti della macchina insieme, Enrico e Cristian sono ancora molto legati, Luigi è andato con un'altra compagnia un po' strana per Enrico e Cristian, quindi gli hanno detto di stare attento ma Luigi testardo se ne fregato dei loro consigli.
Ha incominciato con un banale spinello poi alle pasticche e poi è passato alla coca, Luigi ora è irriconoscibile ed è aggressivo con tutti, anche con i suoi migliori amici, loro nonostante tutto gli sono stati vicini, ora lo stanno convincendo ad entrare in comunità tramite Don Carlo, che è un volontario in una comunità di tossicodipendenti.
Don Carlo è giovane ha 40 anni, e anche lui ha avuto amici con quel problema la tossicodipendenza, quindi ha voluto aiutare quelli della comunità, quando ha tempo.
Enrico e Cristian hanno convinto Luigi e adesso frequenta la comunità, loro vanno a trovarlo spesso perché anche loro come Don Carlo sono diventati volontari.
Ora Luigi si sente più sereno e tranquillo, più al sicuro e ha ritrovato i suoi amici Enrico e Cristian, e ne ha fatti dei nuovi nella comunità.

   0 commenti     di: daniela


Al di qua degli ochi - stralcio

...
Spero che Sandra mi prepari qualcosa da mangiare, qualcosa di leggero come ha detto il medico; purché mi piaccia e mi faccia sparire questo sapor di lingua che mi da la nausea.
Ma Sandra non si è neppure fatta vedere. Forse non sa che sto male; intanto io me ne sto qui buona- buona e rilassata; ora che il grande freddo è passato e non tremo più.
Il termometro, dov'è il termometro? Ah, è qui nel cassetto del tavolino; dovrò tenerlo in bocca per almeno cinque minuti.
Quarantuuuuunoooo??? Mioddio, ma io forse sto morendo e nessuno me lo dice! Sono forse già morta? Ma non vedo la lunga galleria buia che finisce in fondo nella grande luce. Che stupida, quella è riservata ai pochi fortunati che probabilmente sono destinati ad andare direttamente in Paradiso. E se fossi davvero già morta? In questo caso non avrei potuto leggere il termometro. No, non lo sono ancora; quasi, però! Se non si sbrigano a vincere questi benedetti antibiotici finiranno per avere la meglio i batteri del virus micidiale.
Sandra mi ha lasciato il risotto con una bella manciata di parmigiano. Ha pensato che dormissi e se n'è andata subito. Il risotto mi attira, ma forse non lo posso mangiare con la febbre a quarantuno gradi.
Poveretta, non lo sa ancora che sono malata; quando lo saprà si metterà ad urlare come al solito, rimproverandomi la negligenza per tutto ciò che riguarda la mia salute.
A suo parere dovrei vivere di pesce, insalata e frutta; mai un gelato, mai una brioche, e assolutamente vietato ogni tipo, di salume, di formaggio dal vago odore di stagionatura. Con questo malanno che mi sono presa, la lista sarà ancor più ridotta. Ahimè! Guai ad ammalarsi, perché per guarire da un male c'è un modo solo ed è quello di digiunare, o quasi. I grassi sono causa d'infarto in quanto lasciano residui di colesterolo nelle arterie, facendole irrigidire, rendendole quindi fragili e facili alla rottura.. Se poi pensiamo che le arterie sono numerosissi

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   0 commenti     di: Verbena


La bandiera

Stavamo realizzando i getti di completamento dei solai di copertura.
Il lavoro doveva essere eseguito in modo continuo ed era molto pesante. Si doveva lavorare a seguire, se necessario fino al tramonto del sole.
Le betoniere si avvicendavano e le pompe continuavano incessantemente a vomitare il calcestruzzo; gli operai con movimenti frenetici, sudati e trafelati, tenevano il ritmo, distribuendo e governando questo magma grigio con sapiente destrezza.
Tutto doveva essere perfetto... l'ingegnere aveva raccomandato tutti, ricordando che in alcun modo i getti delle travi portanti dovevano essere interrotti.
Ne andava dell'orgoglio degli operai fare bene.

Assisto ai getti sui solai, qualche schizzo di cemento mi ringhia di starmene lontano; parlo col capo dei carpentieri che impartisce gli ordini, perentori, secchi e brucianti.
Chiedo se l'impresa ha provveduto il pranzo per gli operai... (è questa la tradizione quando si ultima il solaio di copertura.)
Il capo dei carpentieri mi risponde che l'impresa non può farlo in quanto non ha la disponibilità economica.
È un uomo robusto, di bassa statura, abbronzato (in pieno inverno), ha un'aria mite che contrasta con l'autorità con la quale dirige i suoi uomini; fuma le
sue Marlboro infilandole in un bocchino che gli conferisce una inaspettata signorilità.
A tratti lo osservo e mi sembra un nostromo con l'equipaggio alle vele.
Naviga sicuro, calmo e determinato, conosce la rotta; osserva con gli occhi socchiusi, gustando nelle narici il maestrale gelido.
Comincia a piovere... penso: "Speriamo non continui, dovremo sospendere il lavoro."
" Ma... gli operai si sono portati il pranzo?"- domando
" No ingegnere, purtroppo non ci sono i soldi perché neppure io ho potuto pagarli; mangeranno questa sera, a cena, a casa loro."
Non mi sfugge una sottile nota di dignitosa tristezza nella risposta.
" Dannazione!", esclamo: "questo non è possibile!!"
Rifletto - " Stai perdendo il controllo,

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Spalding

Ormai fuori dalla portata per recuperarla, come la voce che "dal sen fuggita, più richiamar non vale", così la palla a spicchi, come strale non più "trattenibile", era richiamata all'ordine terrestre attirata dal quarto piano verso il suolo.

Già non si vedeva più il disegno degli spicchi nei quali era divisa.

La terrazza ci aveva attirato nella trappola; troppo invitante per non essere preferita alle sudate carte per lo studio dell'ostile lingua franca.

Tutte le volte lo dicevamo; prima due tiri al canestro sulla terrazza, poi lo studio. Poi i due tiri diventavano una sfida, poi ci voleva la rivincita, poi la "bella" e via andare. Lo studio rimandato di quarto d'ora in quarto d'ora. Alla fine sudaticci e stanchi decidevamo di lasciarlo stare.

La sfida, dunque era iniziata, quando un rimbalzo sul ferro, ad altezza molto inferiore a un canestro vero, portò il pallone a rimbalzare anche su un muretto divisorio facendo uscire la palla dal terrazzo, ma soprattutto precipitare verso la strada sottostante.

"No... cazzo!"

Non avemmo il coraggio di affacciarci alla piccola prolunga recintata per vedere l'effetto della caduta, ci sdraiammo ad ascoltare il rumore sperando che non succedesse nulla d'irreparabile.

La strada non era molto trafficata dalle auto, ce ne erano, però, due file parcheggiate che potevano essere colpite, se fosse atterrato sopra il tettuccio di qualcuna, sicuramente, sarebbe stato un bel danno, senza contare l'eventualità di colpire un vetro che si sarebbe frantumato in mille pezzi.
Non avevamo finito di pensare ai danni materiali che... E se avesse colpito qualcuno?
Ci sarebbe scappato il morto, da quattro piani un peso del genere, una carrozzina, ma chiunque se lo fosse preso in testa...

Attendemmo in quest'attesa irreale, seppur brevissima, il primo rumore sordo che ci fu, ma non drammatico. Poi i rumori sempre più ravvicinati che definivano la pericolosità decrescente dei rimbalzi irregolari, quindi il silenzio.

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Rebecca & Facebook

Rebecca decise di comprarsi un portatile, non aveva mai avuto un computer ma ora che aveva tanto tempo libero pensò che un computer le sarebbe servito per sentirsi in sintonia con l'universo, aveva tante cose ancora da imparare e con internet avrebbe risolto. Si, c'erano tutti i segreti dell'universo che lei voleva sapere : Il triangolo delle Bermuda, I cerchi nel grano, gli ufo, l'aria 51 e tante altre cose.
Incominciò così per lei una nuova vita, non era più chiusa in casa aspettando l'arrivo dei nipotini, o il rientro dal lavoro del marito, ma si sentiva proiettata nell'universo, cercò i suoi i vecchi amici, ritrovò una persona a lei molto cara, una vecchia amica di Torino, conversava ogni sera con alcune sue cugine e per il principio tutto andava bene. Suo marito la guardava incuriosito, le ripeteva che ormai avevo perso la testa, che non la seguiva più, a lui le nuove tecnologie non piacevano, aveva verso di loro una specie di paura ancestrale che lei non sapeva spiegare, ma la lasciava fare, l'unica sua condizione era che non si iscrivesse a FACE-BOOK, lei non avrebbe mai dato ascolto alle sue parole, era testarda e ribelle, però non essendo ancora brava sul p c, se ne stava buona, buona, faceva le sue belle ricerche su google, chiacchierava con messenger , questo era tutto il suo mondo. Poi si sa che l'uso ci fa diventare padroni delle nostre stesse cose, ormai il suo p c non aveva più segreti e lei voleva andare oltre, e così decisi di aprire quella porta che il marito pensava di poterle negare, (beh in effetti lui non aveva mai avuto potere decisionale sui suoi pensieri e sulle sue azioni anche se per molto tempo aveva creduto di si, ma lei apparteneva solo a se stessa, ogni tanto quando il gioco delle parti si faceva duro lei gli ricordava chi era e cosa voleva , Rebecca era stata sempre determinata quando decideva una cosa,), comunque sia si iscrisse più volte a face-book, ogni volta inventava un nom

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   2 commenti     di: bruna lanza


Come eravamo

Eravamo io e te.
Potevamo contare l'una sull'altra. Ah, che momenti memorabili! Non potrò mai dimenticarli, ora che tutto è finito. La prima volta che ci siamo viste eravamo due semplici conoscenti, come tante. Ma nel giro di poco siamo diventate inseparabili, non è vero? Per noi non c'erano segreti, sapevamo divertirci, ci conoscevamo come una madre che si prende cura di suo figlio. Quanti pomeriggi passati al cinema, quante mattinate, a scuola, passate a scriverci bigliettini. Quante confidenze sui ragazzi che ci piacevano. La nostra non era una semplice amicizia, era un legame profondo. Poi, la decisione di andare in viaggio studio insieme. "Che bello!", dicevamo, "Finalmente un'occasione per divertirci davvero!". Stolte, non sapevamo che sarebbe stata la nostra rovina.
Eravamo nel college, io e te come sempre. A ridere e parlare. Poi, come le tempeste che si abbattono sul mare improvvisamente, quelle due ragazze si avvicinarono, per fare conoscenza. Era tutto bellissimo, ci divertivamo. Fino a quando hai iniziato a escludermi, a prendermi in giro, a parlare male di me con quelle due false amiche. Non so perchè. Non so cosa ti ho fatto. Forse ho preteso troppo da te, forse sono stata troppo possessiva. Ammetto le mie colpe. Ma spero tu sappia che stavo male quando tu e le tue amiche mi prendevate in giro, quando facevate finta di parlarmi senza secondi fini. Non posso dire quante notti ho passato a piangere, a rodermi dentro. Tre mesi, dopo il nostro ritorno in Italia, ho affrontato la nera nube di infelicità.
Tre lunghissimi mesi.
Ed ora eccoci qui. In classe insieme al liceo, di nuovo come due semplici conoscenti.
E il cerchio si chiude, come sempre.

   0 commenti     di: Marta ///


La vera amicizia

" Il mio αmico non è tornαto dαl cαmpo di bαttαgliα.. Signore."
Le chiedo il permesso per αndαre α cercαrlo " disse un soldαto αl suo tenente.." Permesso negαto! ", replicò l'ufficiαle," Non voglio che lei rischi lα suα vitα per un uomo che probαbilmente è giα' morto " .. Il soldαto, senzα prestαre αttenzione... αl divieto, se ne αndò e un'orα dopo ritornò ferito mortαlmente, trαsportαndo il cαdαvere dell'αmico.. L'ufficiαle erα furioso: " Le αvevo detto che ormαi erα morto! Mi dicα se vαlevα lα penα αndαre fin lα' per recuperαre un cαdαvere?! "Il soldαto, moribondo, rispose: " Certo, Signore! Quαndo l'ho trovαto erα αncora vivo e hα potuto dirmi:- Ero sicuro che sαresti venuto.. Ti voglio bene"
UN AMiCO È COLUi CHE ARRiVA SEMPRE ANCHE QUANDO TUTTi Ti HANNO GiA' ABBANDONATO.. ♥

   4 commenti     di: Emanuele



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