Era un po' che ci pensavo: fare un viaggio, respirare altro per ritemprarmi.
Sono andata ad Arcachon, Sud-Ovest della Francia; è un bacino di mare interno che comunica con l'oceano Atlantico. Non solo verde e azzurro, flora la più variopinta, spiagge candide accecanti al sole, ma anche vere e proprie dune fanno di questo posto un paesaggio mozzafiato.
Sono andata nell'ile aux oiseaux, dove ogni giorno c'è un alternarsi di alta e bassa marea tanto da portare allo scoperto le fondamenta di palafitte moderne, ma prive di energia elettrica, abitazioni dei coltivatori di ostriche.
Avevo l'acqua che mi arrivava solo alle caviglie e la possibilità di camminare nel mare, godermi tutta quella luce e quelle sensazioni da sogno.
Ho potuto scambiare qualche frase nel mio stentato francese con qualche ostricoltore.
Un lavoro il loro che è nato con il mare: ostriche da gustare e da cui trarre perle preziose ma qualcuno di loro mi ha detto anche che pian piano tutto è destinato a scomparire, per i muri di cemento costruiti ad arginare opere dell'uomo.
Il mare imprigionato si vendicherà.
Io non ho forza per abbattere certi muri ma i miei muri di fragilità si e mi sono allora ricordata... di essere andata via dal mare di parole di PR che invece è libero ma soprattutto di aver lasciato sulla riva una stella lucente e tante conchiglie splendenti, raccolte lungo questo breve tratto della mia vita.
Ultimamente è in burrasca PR ma ripeto, è libero e se qualcuno abusa di questa libertà è poca cosa in confronto a ciò che di emozionante regala.
I cloni?! Quasi quasi li ritengo geniali quando riescono perfino a cambiare registro al loro solito modo di scrivere: doppia, tripla personalità, perché no se per loro è meglio di sedute psicoterapeutiche o addirittura mero divertimento?!
Mi ripeterò ogni tanto che sono solo parole e che basta evitare scogli, schivare freccette varie, ma ne varrà sempre la pena purché PR continui ad esserci con la sua LIBERTà
Il rombo del mare risuonava tra il fruscio del vento di maestrale.
Nuvoloni neri minacciosi all' orizzonte correvano lontano. Sulla spiaggia umida Malena passeggiava raccogliendo conghiglie e piccole pomici grige. Aspettava, come al solito, il pescatore dai capelli bianchi, ancora non si vedeva in lontananza con la sue reti sulle spalle e lei temeva di non incontrarlo più per quella mattina, o forse mai più per sempre.
Era bello vederlo apparire, arrivare camminando lentamente lungo la riva,, affondare ogni tanto nella sabbia bagnata immergendo le sue gambe nella schiuma di un' onda più lunga.
Snello, abbronzato pareva nella sua tranquilla solitudine il padrone del mare.
A volte arrivava correndo, leggero e morbido nella sua andatura scattante, e sorrideva trionfante.
La sua tenera voce salutava con dolcezza la donna in attesa.
Si sedeva accanto per leggere quel messaggio scritto sulla sabbia che ogni giorno Malena aveva composto per lui.
Ogni lettera era decorata da piccoli fiori bianchi, erbe grasse, frammenti di conchiglie, ruvidi gusci, come a lui piaceva.
Erano parole di tenerezza, di sostegno, di amicizia.
Risuonavano con il mare in un canto sottile appena percepibile, non più parole ma suoni che si fondevano al fragore e si perdevano nel vento.
Il pescatore si alzava lentamente, salutava Malena con un abbraccio e riprendeva il suo cammino.
"La fine della scuola chiude un capitolo della vostra vita e ne segna l'inizio di uno nuovo. La consegna del diploma rappresenta un passaggio. Fino ad oggi siete stati protetti, guidati, coccolati in un comodo e caldo nido chiamato 'famiglia'".
Aveva appena iniziato a parlare e già nell'aula risuonavano sbuffi e sospiri d'impazienza.
"Nei primi diciotto anni dalla vostra vita la famiglia, innanzitutto, e poi la scuola, vi hanno forgiato e preparato ad aprire le vostre giovani e inesperte ali per spiccare il volo oltre i confini di quel nido sicuro. Vi è stata affidata la chiave della conoscenza che vi renderà possibile esplorare e scoprire nuovi mondi."
Numerosi sguardi rotearono verso il soffitto e si udì qualcuno mormorare "Oh Dio!".
"Ragazzi! È arrivato il momento di entrare in campo e dimostrare di che pasta siete fatti. Tenete presente che il mondo del lavoro non è tanto diverso da una partita di football, è pieno di concorrenza, anche spietata. Dovrete correre forte e qualche volta dare spallate robuste per farvi strada fino alla meta. Ma io sono convinto che voi avete la stoffa! Ognuno di voi farà il suo 'touch down'.
Infervorato dal suo stesso discorsetto, al prof. si erano scompigliati i pochi capelli che aveva sistemato a riporto per camuffare la pelata. Indossava un pantalone di tuta tirato su fin sotto le ascelle che esaltava un pancione da gestante all'ottavo mese. La T-Shirt rigorosamente decorata con l'emblema della squadra di football della scuola, ovvero un castoro, era talmente attillata che i denti del castoro erano tridimensionali. Le maniche strette evidenziavano muscoli ormai appassiti e cadenti. Per completare l'ensemble, portava appeso al collo con una cordicella troppo lunga l'immancabile fischietto, adagiato sulla pancia.
Il professore di storia, che era anche supplente di educazione fisica raccattato all'ultimo minuto in virtù del suo passato (molto passato) agonistico, aveva presentato le sue pillo
La camera ha poca luce, come tutte le altre volte, come la prima e come l'ultima.
Gli oggetti sparsi per la stanza assistono immobili a quello spettacolo che da un po' sta intrattenendo l'unico spettatore presente, uno spettatore a cui si sono inariditi gli occhi, a cui non è rimasto più un goccio di saliva e che preferirebbe essere all'inferno.
Mat è in ginocchio e non sa più cosa fare.
Mat è all'inferno.
Troppo tardi per tutto.
Cosa c'è sui muri? Le foto, alcuni poster, la bandiera della Spagna e una Fender Stratocaster con tanto di autografo di Brian May.
Daniel non c'è più, non ci sarà mai più.
Il letto ancora sfatto, il tappeto a forma di occhio, la scrivania senza sedia e le due librerie.
Poche cose sono rimaste ma Mat ci mette centinaia di minuti per guardarle.
Si alza e si avvicina alla finestra che dà sul corso, l'unica finestra di casa che mette in comunicazione quella stanza ormai spoglia e il mondo là fuori perché il resto delle finestre, compreso il balcone, si affaccia tutto su quel grigiore periferico che i condomini di quel palazzo si ostinano a chiamare "cortiletto interno".
Sposta un po' la tenda rossa per poter gettare un occhio sulla strada e vede uomini, donne, vecchi e bambini, tutti che continuano a camminare, guardare vetrine, attraversare la strada e parlare al cellulare senza fermarsi un attimo. Auto che scorrono come nuvole in piena bufera e clacson che suonano per ricordare quanta poca pazienza esista a questo mondo.
Finito di guardare fuori Mat ritorna nella stanza, ma prima di fare qualsiasi cosa si sofferma sulla tenda che prima aveva scostato per potersi affacciare.
Rossa.
"E questa che cos'è?"
"Una tenda rossa, non si vede?"
"Ma... ma... è rossa!"
"Sì e ieri hanno scoperto l'acqua calda"
Quando riapre gli occhi Mat è solo, come lo era prima e come lo sarà dopo.
Quella tenda rossa Dan se l'era comprata dopo aver visto la seconda stagione, quella conclusiva, di quel telefi
Stavamo realizzando i getti di completamento dei solai di copertura.
Il lavoro doveva essere eseguito in modo continuo ed era molto pesante. Si doveva lavorare a seguire, se necessario fino al tramonto del sole.
Le betoniere si avvicendavano e le pompe continuavano incessantemente a vomitare il calcestruzzo; gli operai con movimenti frenetici, sudati e trafelati, tenevano il ritmo, distribuendo e governando questo magma grigio con sapiente destrezza.
Tutto doveva essere perfetto... l'ingegnere aveva raccomandato tutti, ricordando che in alcun modo i getti delle travi portanti dovevano essere interrotti.
Ne andava dell'orgoglio degli operai fare bene.
Assisto ai getti sui solai, qualche schizzo di cemento mi ringhia di starmene lontano; parlo col capo dei carpentieri che impartisce gli ordini, perentori, secchi e brucianti.
Chiedo se l'impresa ha provveduto il pranzo per gli operai... (è questa la tradizione quando si ultima il solaio di copertura.)
Il capo dei carpentieri mi risponde che l'impresa non può farlo in quanto non ha la disponibilità economica.
È un uomo robusto, di bassa statura, abbronzato (in pieno inverno), ha un'aria mite che contrasta con l'autorità con la quale dirige i suoi uomini; fuma le
sue Marlboro infilandole in un bocchino che gli conferisce una inaspettata signorilità.
A tratti lo osservo e mi sembra un nostromo con l'equipaggio alle vele.
Naviga sicuro, calmo e determinato, conosce la rotta; osserva con gli occhi socchiusi, gustando nelle narici il maestrale gelido.
Comincia a piovere... penso: "Speriamo non continui, dovremo sospendere il lavoro."
" Ma... gli operai si sono portati il pranzo?"- domando
" No ingegnere, purtroppo non ci sono i soldi perché neppure io ho potuto pagarli; mangeranno questa sera, a cena, a casa loro."
Non mi sfugge una sottile nota di dignitosa tristezza nella risposta.
" Dannazione!", esclamo: "questo non è possibile!!"
Rifletto - " Stai perdendo il controllo,
"Ste" nessuna risposta.
"Steeee" niente.
"STE FA NO, questa volta ti uccido" Mariella era imbestialita;
per l'ennesima volta il suo coinquilino, nonché amico di una vita,
aveva lasciato la cucina come se volesse suggellare nella loro
casa il passaggio dell'uragano Katrina. In quella stanza di quasi
quindici metri quadrati, c'erano così tanti suppellettili e utensili
da cucina che lei stessa si meravigliò di quanto stava osservando:
forse Stefano, al posto di organizzare una di quelle cene dove
ognuno avrebbe portato qualcosa da bere, aveva chiesto a tutti i
suoi amici e conoscenti di lasciare una padella sporca in ricordo.
Prima di entrare nel suo appartamento sperava di trovare Ste-
fano in casa; non l'aveva chiamato per comunicargli il suo arrivo
perché immaginava volesse passare la domenica con i suoi amici
a bere birra e guardare le partite di calcio, inoltre, da quando
il suo fidanzato l'aveva mollata per una collega, Stefano aveva
sopportato le sue lacrime fin troppe volte. Anche per quello
aveva deciso di passare il fine settimana appena trascorso nel
suo paese natale: la speranza di partenza era quella di distrarsi
un pò, la verità di fondo era il far sopportare le sue isterie a
persone diverse.
Ora sulla porta della cucina, ancora con il cappotto addos-
so, una profonda malinconia la avvolse, si sentiva come se il
Karma, incazzato e depresso, le avesse tirato un pugno nello
stomaco: l'immagine della mamma che le implorava di rimanere
per riposare qualche altro giorno le si materializzò davanti agli
occhi come un'allucinazione. Voleva nuovamente le coccole di
casa, l'essere viziata dai suoi, il non alzare un dito per i servizi
domestici.
Mentre era assorta nei suoi pensieri Stefano le comparve di-
etro, tuta e maglietta, capelli arruffati e borse, non quelle da
viaggio ma da sonno.
"Perché stai urlando, sembri una vecchia isterica, se non ti
conoscessi ti direi che hai bisogno di scopare" scoppiò a ridere
e corse in
L'ultima cucciolata Lilli l'aveva partorita dentro un tronco cavo di un ulivo saraceno, dimora principesca per lei e soprattutto sicuro come un bunker antiaereo, difficile vederli, difficile per alcuno poterli toccare. Lui dopo una settimana si decise ad aprire gli occhi e si scoprì in una cuccia calda assieme a tanti altri suoi fratelli, non sapeva contare, sapeva che erano molti e comprese in pieno il vecchio detto: "Lu Signuri binidiciu centu mani chi manciavanu; ma no tutti 'nta un piattu" solevano ripetere con arguzia i vecchi. Comprese subito che per vivere doveva succhiare più latte degli altri, stare attaccato alle mammelle della madre allontanando anche bruscamente i concorrenti e divenne bravo! Poco alla volta i cuccioli più deboli cominciarono a fermarsi, sparivano portati via da mani misericordiose. Lui rimase, forte e candido, per cui si meritò il nome "Leone" che tutti decisero di ridurre a "Leo". Leo è un meticcio maremmano, da piccolo era bellissimo, un batuffolo di lana bianca, arruffata e calda che tra le dita suscitava emozionanti sensazioni invernali. Poi crescendo cominciarono a comparire alcune macchie che testimoniarono senza ombre di dubbio che non fu un accoppiamento in purezza (ahimè, noi sapevamo il triste imbroglio e siamo stati silenti -abbiamo taciuto sperando che tutta la storia potesse passare in silenzio- colpevoli per amore), e poi ha cominciato a crescere; uno spilungone, anche su questo ha tradito l'armoniosa robustezza del suo avo. Ad ogni buon conto io e Simona gli abbiamo perdonato tutto; avevamo già perdonato la Ss. ma Memoria di sua madre, lo abbiamo fatto anche con lui, questo è amore in seno ad una grande famiglia, come si dice oggi: "allargata"! Leo è cresciuto bene, nei momenti in cui tornavamo in campagna a trovarlo lo abbiamo viziato un po', Simona perfino di più. Ogni tanto mi accorgevo che il sacchetto dei miei biscotti calava paurosamente, così il formaggio che neanche avevo il tempo di assaporarlo che r
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