"La fine della scuola chiude un capitolo della vostra vita e ne segna l'inizio di uno nuovo. La consegna del diploma rappresenta un passaggio. Fino ad oggi siete stati protetti, guidati, coccolati in un comodo e caldo nido chiamato 'famiglia'".
Aveva appena iniziato a parlare e già nell'aula risuonavano sbuffi e sospiri d'impazienza.
"Nei primi diciotto anni dalla vostra vita la famiglia, innanzitutto, e poi la scuola, vi hanno forgiato e preparato ad aprire le vostre giovani e inesperte ali per spiccare il volo oltre i confini di quel nido sicuro. Vi è stata affidata la chiave della conoscenza che vi renderà possibile esplorare e scoprire nuovi mondi."
Numerosi sguardi rotearono verso il soffitto e si udì qualcuno mormorare "Oh Dio!".
"Ragazzi! È arrivato il momento di entrare in campo e dimostrare di che pasta siete fatti. Tenete presente che il mondo del lavoro non è tanto diverso da una partita di football, è pieno di concorrenza, anche spietata. Dovrete correre forte e qualche volta dare spallate robuste per farvi strada fino alla meta. Ma io sono convinto che voi avete la stoffa! Ognuno di voi farà il suo 'touch down'.
Infervorato dal suo stesso discorsetto, al prof. si erano scompigliati i pochi capelli che aveva sistemato a riporto per camuffare la pelata. Indossava un pantalone di tuta tirato su fin sotto le ascelle che esaltava un pancione da gestante all'ottavo mese. La T-Shirt rigorosamente decorata con l'emblema della squadra di football della scuola, ovvero un castoro, era talmente attillata che i denti del castoro erano tridimensionali. Le maniche strette evidenziavano muscoli ormai appassiti e cadenti. Per completare l'ensemble, portava appeso al collo con una cordicella troppo lunga l'immancabile fischietto, adagiato sulla pancia.
Il professore di storia, che era anche supplente di educazione fisica raccattato all'ultimo minuto in virtù del suo passato (molto passato) agonistico, aveva presentato le sue pillo
Una notte con Bryter Layter in loop. Il sole sorgerà più tardi, non potrà essere altrimenti. Rubare le parole alle canzoni. Come fanno i ragazzini con i cantanti melensi che si sentono alla radio.
Perché c'è una gran confusione. Dar retta a tutti non si può. Vorrei ascoltare quello che non ha più la stessa voce. Ha cambiato anche le parole. Non è più muto. Ma neanche il contrario. Povero ragazzo per lui è davvero difficile volare. E tutti gli amici che ha conosciuto sono rimasti indietro. In un altro tempo, in un altro spazio. Loro lo mantenevano vivo. Non c'è altra spiegazione. Adesso rimanda il distacco, già avvenuto, al giorno dopo. A quello dopo ancora. Prima o poi dovrà decidersi. Come sempre non avrà fretta.
It's really too hard for to fly.
Vorrei, per favore, una seconda possibilità, vorrei poter provare con una nuova faccia, per favore.
La prima volta sono caduto, sono finito più in fondo di quanto potessi mai pensare. Adesso sono di nuovo sulla terra, un vagabondo, arrivato dal passato, che forse è un ostacolo. Che vorrebbe un'altra possibilità. Un'altra possibilità di volare.
Povero ragazzo, così dispiaciuto per se stesso,
Povero ragazzo, così preoccupato per la sua salute.
Ogni giorno può dire dove passerà la notte.
Non saprei dire il motivo per cui sono venuto, meno ancora perché sono tornato. Sembra che me ne sia dimenticato, però me lo ricordo. Me lo ricordo bene. Vorrei, riprovarci, per favore, un'altra volta. Nonostante le molte difficoltà. Nonostante la caduta, vorrei che le nuvole rotolassero via, anche se non posso negare che è veramente troppo difficile volare.
Povero ragazzo, così preoccupato per la sua vita.
Povero ragazzo, così dispiaciuto per se stesso,
Sarà davvero entusiasta d'aver preso moglie?
È ancora nella mia mente, è ancora un illusione. Vorrei ritrovare per un momento la nostra strada.
Prendere un po' di tempo per rendere chiara la storia. Sollevare i piedi da terra, tog
Era l'estate dell'ottantanove, mio figlio Marco aveva poco più di un anno e mi sembrava che il mondo tutto intorno fosse a colori. Eravamo in ferie e faceva un gran caldo.
La città si era spopolata, come accadeva allora in modo evidentissimo e in certe ore del primo pomeriggio, sembrava di esserne gli unici abitanti. Giovanni mi aveva invitato a casa sua per parlare un poco; erano le tre e non trovai anima viva sul percorso, mentre raggiungevo la graziosa villetta dei suoi genitori, con cui viveva da ventisette anni. Appena varcato il piccolo cancelletto in ferro battuto nero, mi venne incontro e mi abbracciò fraternamente, come faceva sempre. Ci sorridemmo a vicenda e accomodandoci all'ombra della grande altalena che ondeggiava lenta in giardino, gli mostrai orgoglioso il regalo che mi aveva appena fatto mia moglie Luisa in occasione del mio ventiseiesimo compleanno: un orologio da vela con cassa in acciaio, fondo bianco, ghiera blu oceano e cinturino dello stesso colore. Un piccolo gioiello della Seiko che entrambi apprezzavamo molto. Lo guardò con ammirazione e mi fece i complimenti; lo studiammo insieme, poi mi chiese:
"quante atmosfere?"
"quindici credo, appena sufficienti per me!" e ci mettemmo a ridere. Subito dopo mi disse che era quasi terminato il suo periodo di vacanza e che voleva trovare un posto per sé e la sua ragazza in cui andare a pescare e rilassarsi:
" Due settimane sarebbero l'ideale, anche perché non mi rimane molto di più. "
Gli altri amici erano tutti fuori, prevalentemente nelle spiagge limitrofe. Per gente come noi che viveva di mare, era difficile sopportare la permanenza forzata in città, soprattutto sapendo che le condizioni meteo portavano bel tempo e mare calmo ancora per molto. Così Giovanni mi propose Lampedusa. Io gli risposi che per me e la famiglia era impossibile:
"Giova', ma perchè incaponirsi nel voler partire a tutti i costi, dal momento che ciò significherebbe pescare da solo?"
" Vabbe', ma t
Credo che la curiosità sia, nel bene e nel male, l'elemento che può fare la differenza tra un essere e l'altro. Il Sommo scrisse "fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza" ed io fin dai tempi delle scuole ho fatto mio questo "consiglio", in modo da non dover un giorno dire "chissà...".
Ho un amico, tal Vincenzo, da tempo separato, che non ha più ritenuto opportuno legarsi ad altre donne ed ha trovato il suo equilibrio intimo frequentando sistematicamente prostitute. La sua scelta non è mai casuale, è sempre una scelta ponderata e soprattutto azzeccata. Quando ne trova una all'altezza della situazione diventa la "sua" donna, instaurando con lei un rapporto di complice amicizia.
Della donna del momento, una Venezuelana di 25 anni, è da tempo che mi parla un gran bene, ma tanto bene da scatenare in me una curiosità di conoscerla che fatico a gestire. Non ho difficoltà ad ammettere di non aver mai avuto occasione di andare con una prostituta, anzi, la cosa non mi ha mai attratto, ritenendo poco allettante l'idea di non arrivare al "rapporto" dopo aver esercitato da entrambe le parti quel sottile gioco erotico che fa scatenare la sana voglia...
Decido comunque di provare questa esperienza, in modo piuttosto razionale ma comunque senza alcun pregiudizio, esclusivamente spinto dalla "curiosità" di conoscere questa ragazza "speciale".
Era un giorno di fine estate, mi presento alla porta dell'appartamento, dopo aver telefonato per verificare la "disponibilità" ed ecco la prima sorpresa: la bellezza di questa ragazza supera ogni più rosea aspettativa, ma soprattutto mi colpiscono di lei, in modo prepotente, due cose: la bellezza della sua bocca ed il fatto che mi accoglie con un sorriso come pochi se ne vedono.
Due labbra perfette, carnose al punto giusto i cui contorni disegnano un cuore "schiacciato", il colore roseo naturale lascia immaginare quale possa essere la loro morbidezza. Questo già è sufficiente per "promuovere"
Questo che vado a scrivere non è propriamente un racconto, ma non lo si può nemmeno annoverare tra gli aforismi, sarebbe meglio definirla una dedica, una dedica ad un gruppo di persone che hanno dato un senso alle mie giornate fino ad ora.
Però, visto che si sono, preferisco metterla sotto forma di racconto:
"C'era una volta una stanza che non aveva nessuna utilità, fino a che un gruppo di persone venne messo li, senza aver scelto quel posto, ma con la possibilit di renderlo speciale.
Era un giorno di fine estate e questo gruppo di persone, formato da diciotto ragazze e due maschi, si trovò insieme per la prima volta, naturalmente non tutti furono subito amici di tutti, ma le prime simpatie iniziarono a prendere forma. Il nostro Giorgio non sempre nelle classi precedenti si era trovato bene, anzi in passato era rimasto isolato dal resto del gruppo per tutto l'anno, non voleva correre quel rischio, e quindi decise di essere se stesso, perchè in molte occasioni questo bastava a farlo entrare nel cuore delle persone con cui aveva a che fare.
Col passare dei giorni iniziò a legarsi molto all'altro elemento maschile della classe, anche lui molto timido, di nome Fabio.
Ma non entrò in sintonia solo con lui ma anche con tre ragazze in particolare Alessia, Carla ed Eleonora.
Ma non basta dire questo, lui era innamorato perso di Alessia, ed inizialmente lei sembrava ricambiare questo sentimento, ma poco dopo si tirò indietro scusandosi se l'aveva illuso, e Giorgio cercava di non illudersi, ma l'amore che provava per Alessia faceva in modo che ogni apertura, che ogni gesto amichevole di Alessia li faceva credere che stesse per cedere e dichiararsi, ma era solo una speranza vana.
Con Carla aveva un rapporto molto confidenziale, affidava a lei i suoi pensieri ed i suoi sentimenti e lei era sempre li ad ascoltarlo e pronta a dargli consigli, ma lui a volte non la trattava bene, perchè Carla aveva un atteggiamento molto esuberante, che usava per mascherare
Ora c'era questo autista che andava per lungo e largo in quello schifo di traffico della sua città.
Alzò la mano al buio e toccò la sveglia.
Trovò subito il tasto e il suono tremendo che gli entrava nella testa smise all'istante.
Poi si riaddormentò ancora e pochi secondi prima che l'orologio segnasse le 05:15 si alzò e disattivò la sveglia.
Uscì in balcone. Da dietro il secondo palazzo, messo di traverso tra il suo e gli altri del cortile, si riusciva a vedere il vialone illuminato.
Nell'aria già calda e puzzolente del mattino estivo ballavano ancora le luci dei lampioni.
Rientrò mentre il camion svuotava i cassonetti con il loro fragore incurante dell'alba.
Indossò la divisa col solito umore.
Voglio dire, non che il suo umore avesse qualche qualità. Di solito non aveva umore prima di iniziare a lavorare. Nulla. Zero sentimenti. Solo balle che si raccontava per non avere troppe complicazioni con se stesso e con gli altri.
Si annodò la cravatta. Si lasciò la porta alle spalle e quel rifugio dove tornare era l'unico calore della giornata.
Scese a piedi. Quei due del piano di sotto già avevano attaccato a litigare eccetera eccetera.
Il lunedì era una brutta bestia.
Alla fine della domenica non vedeva l'ora che arrivasse, all'inizio del lunedì non vedeva l'ora che finisse.
Il deposito era a pochi minuti.
Salì sulla vettura. Aveva gli ammortizzatori andati anche se aveva solo due anni, ma inutile chiedere assistenza. Era un miracolo che potesse ancora fare su e giù.
Arrivò al capolinea alle cinque e cinquantasei, attese le sei fumando una sigaretta sul marciapiede, poi chiuse le porte e partì coi primi passeggeri. Ormai non li osservava più. Li conosceva a memoria, quasi sempre gli stessi: quello con la valigia, le due ragazze slave, il pensionato che legge, quel testimone di Geova con la Bibbia, due operai che ancora non avevano licenziato. Si, più o meno erano tutti.
Partì e cominciò a fare su e giù, prima senza traffico, poi
Alzai gli occhi verso l'immensità del cielo stellato.
A ricambiare il mio sguardo indifferente fu la faccia pallida e gonfia della luna, quel giorno piena, come a voler osservare meglio la tragicità del luogo su cui posava la sua diafana luce.
Una luce debole, peraltro, quasi del tutto aggredita dalle nuvole cariche di umidità che le si avventavano contro, impedendole di splendere.
Sospirai, alzandomi il colletto della giacca: l'aria era gelida e i miei passi sul terreno risuonavano sinistri in tutto quel silenzio.
Un silenzio tetro, foriero di morte: lì a Bergen-Bersen il freddo rigido di quell'inverno senza fine si tramutava nell'alito putrido della morte.
Mi chiamavo Derek Van Der Meer, avevo non più di vent'anni e lavoravo per le SS.
Non era il lavoro che mi ero scelto io, era stato mio padre ad arruolarmi. All'inizio credetti anche io alle cazzate che il governo diceva, secondo le quali le SS avrebbero "ripulito" il mondo, e mi sentii orgoglioso di farvi parte. Ricevetti il grado di sergente e la stima di mio padre fu la più grande gratificazione che potessi ottenere per il mio lavoro assiduo.
Non ero mai stato molto contento dei miei compiti, in realtà. Ma li adempivo, perché era giusto così.
Io facevo parte dell'esercito e il mio incarico era assicurarmi che loro, gli ebrei, la feccia dell'Europa, vivessero nei ghetti, non entrassero nei negozi frequentati dalla razza ariana, non salissero negli stessi mezzi pubblici... Marciavo sulle città e non riuscivo a sopportare il terrore dipinto sui volti cerei di quelle persone con la stella di giuda appuntata sugli abiti.
Non lo sopportavo; non sopportavo quell'ingiustizia. E mi ripetevo, invece, per farmi coraggio, che era corretto così.
Era giusto anche derubarli?
Razziare le loro case privandoli del loro beni, come dei barbari al tempo dell'antica Roma?
Erano troppe le domande che mi ponevo, da quando aveva fatto visita nei miei sogni, con prepotenza, un angelo dagli occhi blu: era belli
La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Amicizia.