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Racconti amore

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il cuore in un cassetto

“Il cuore in un cassetto”

Probabilmente non camminava ancora perché era nelle sue braccia. Faceva freddo, ma il calore della mamma in quel pomeriggio d’inverno la rendeva felice. Guardando la foto, Laura ormai ventenne quel contatto lo cercava ancora.
Era anoressica ormai da oltre un anno. Nella sua angoscia si era inventata un personaggio su misura e lo difendeva strenuamente.
Nei primi anni novanta in pochi conoscevano bene questo tipo di malattia, ancora meno in quella piccola frazione di poche anime, sperduta nella Pianura Padana, come Corvione di Gambara. Per questo si teneva tutta per sé quella sofferenza inaudita, senza consegnarla a nessuno. Passava da anoressia a bulimia come cambiare un vestito. Ingurgitava quantità enormi di cibo per vomitarle subito dopo, oppure divideva una mela in quattro parti e la centellinava per l’intera giornata. Aveva chiuso il cuore in un cassetto e non era intenzionata ad indossarlo di nuovo.
La sua mamma stentava a capire il perché di quello strano comportamento, lei che era cresciuta in campagna a polenta e salame.
Laura nei pochi momenti di lucidità si ripeteva che “da domani”non l’avrebbe più fatto. Non capiva che questo profondo disagio non era una questione di volontà, ma la conseguenza di un susseguirsi d’incomprensioni accumulate e radicate sin dall’infanzia.
Anoressia - era un termine ambiguo per una ragazza affamata d’amore e d’aiuto.
Daniel, il suo ragazzo, aveva intuito qualcosa. Da un po’ di tempo non era più la stessa, dimagriva a vista d’occhio e non le interessava niente al di fuori di rinchiudersi in bagno.
Quale viatico migliore del proprio corpo per gridare aiuto al mondo intero? Stava diventando invisibile ma forse Laura inconsciamente non cercava altro. Mettersi da parte sarebbe stata sicuramente la strada migliore. Non avrebbe ostacolato il lavoro della mamma, che in certi periodi dell’anno la portava v

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   0 commenti     di: manuel carvaio


Lei mi è sacra (prima parte)

1.

"Lei mi è sacra. Ogni desiderio tace alla sua presenza. Non posso dire quello che succede in me quando le sono vicino; mi pare che tutta l'anima si riversi nei miei nervi."
Queste frasi tratte da "I dolori del giovane Werther" di Goethe mi vennero in mente quella sera, mentre la guardavo seduta sul divano che discorreva animatamente, sorridendo e gesticolando con grande scioltezza. Capii di amarla così forte, che mi sentii un romantico di inizio ottocento; con tutta quella sbobba retorica sull'amore spirituale che travolge un uomo e una donna quando si amano e non possono amarsi, quando vorrebbero toccarsi e non devono farlo, quando sanno benissimo che ciò che fa crescere a 'sti livelli stratosferici la loro attrazione è proprio l'impossibilità di cedere ad essa, eppure, pur sapendolo, continuano ad amarsi.
La sostanza dell'amore è questa d'altronde, la distanza tra desiderio e realizzazione. E lo sforzo di non realizzare il desiderio per non annullarlo.
Ma quando le provi comunque, queste sensazioni, ti coinvolgono troppo. E le ami, queste sensazioni, come qualcosa di sacro, che ti svela per l'ennesima volta qual è il senso profondo e unico della nostra vita, la sola cosa per cui valga la pena di vivere.
Si, si, va beh... Ma cominciamo dall'inizio, appunto.
Avevo conosciuto Beatrice per mezzo di un'amica comune. Una sera mi aveva invitato alla sua festa di compleanno, dicendomi: " Dai vieni, è gente simpatica, ho detto che avrei portato un amico... Mi scoccia andarci da sola... "
Ed ero andato. Curioso il giusto, ma anche cosciente che la cosa poteva essere noiosissima. Era una di quelle situazioni sleccate della buona borghesia milanese, colta e ricca, che pur piene di buoni propositi di informalità, diventano ultraformali di fatto, a causa della pretenziosità politico-culturale che vogliono emanare. Comunque andai. Dovevo troppe cose a Carlotta e quello era uno dei modi meno faticosi per sdebitarmi.
Quando arrivammo e l

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   5 commenti     di: write


Ciò che non è

Se mi fidassi di quello che mi dice la gente non so a che punto sarei adesso. Probabilmente non qui. Probabilmente starei meglio, non lo so e temo che mai potrò scoprirlo. Mi chiedo costantemente perché non ho mai dato retta alle persone che mi dicevano che non eri adatto a me. Alcune mi dicevano anche che il mio non è amore. Non so cosa sia ma fa male. Un dolore fisico, sordo e continuo che non mi lascia mai. Ho provato a trovare rifugio nei miei sogni ma tu mi perseguiti anche li, con i tuoi sorrisi falsi e frasi che mai e poi mai mi diresti. Con delle speranze che sono solo il frutto della mia immaginazione. E poi mi sveglio con il desiderio di vederti più forte che mai. Guardo sempre il mio telefono appena svegliata e sempre non trovo un tuo messaggio. E questo mi fa male. Ti scrivo sempre io. Ho bisogno di parlarti. È come se tu fossi la mia droga, io ne sono dipendente e più ne ho più ne voglio. Faccio sempre l'errore di invitarti fuori e costantemente tu accetti, quando puoi. Perché non dovresti, in fondo siamo amici da anni. E così usciamo, tutte le volte, e tutte le volte penso a quanto si possa odiare qualcuno. Odio il tuo sorriso perché sento il bisogno di vederlo ogni volta mettendomi anche in ridicolo. Odio come mi fai sentire, così piccola e insignificante alla disperata ricerca di qualcuno che mi possa proteggere e odio quando mi sento rassicurata perché quel qualcuno sei tu. Non importa se non hai il fisico per sollevare il mondo, per me puoi farlo. Non importa se tutte le volte spendo quasi tutti i miei risparmi per vederti. Sono soldi ben spesi perché nessun'altra cosa al mondo mi fa sentire come mi fai sentire tu. Quindi sì, sono sicura di essere innamorata di te, della persona più sbagliata che potesse capitarmi. Della persona più giusta per me. E poi, poi non so esattamente che cosa sia successo. Mi hai confidato di provare ancora qualcosa per la tua ex. Qualche giorno dopo ti ubriachi e mi dici delle cose splendide da lasciarmi

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   0 commenti     di: Micole


La volta buona

Il campanello della porta interrompe la voce della televisione, l'unica voce che fino a quel momento aveva tenuto compagnia a Carlo. Si alza velocemente, impaziente, per l'ennesima volta convinto che quella sarebbe stata la volta buona, del definitivo chiarimento, dell'esplosione dei sentimenti. Con una faccia seria si appresta ad aprire la porta e come sperava dietro c'è lei. Bella, incredibilmente bella, più del solito, con i suoi occhi chiari di un infinito unico e quel suo viso degno di ogni complimento. Come al solito vestita semplice e sensuale, con la camminata di chi sapeva che faceva effetto a Carlo, che ogni suo movimento creava un fuoco dentro di lui. Cammina tranquilla senza imbarazzo, si vede che non è la prima volta che entra in quella casa, anzi spavalda si siede dolcemente sul divano, guardando lui in piedi incantato da tanta sensualità e dolcezza. Non trova le parole per iniziare un discorso sensato, l'unica cosa che riesce a fare è sedersi dalla parte completamente opposta a lei, incapace di dirle quello che prova e di esternare ogni suo piccolo sentimento. Lo schermo al centro del salotto fa da distrazione alla bella donna e il suo volume fa da sottofondo al silenzio imbarazzante di Carlo. Ha paura di parlare, di muoversi, di dire o fare qualcosa di sbagliato, che potrebbe dare a quell'incantevole principessa la scusa per abbandonarlo definitivamente. Ancora non lo ha fatto, ancora parla ed esce con lui, ma in cuor suo Carlo già sa che non sarà l'uomo della sua vita. Non per questo si arrende, anzi è deciso più del solito a dirle chiaro e tondo come stanno le cose. La osserva con ammirazione mentre cambia canale al televisore, invidioso di quella delicatezza nel premere i tasti e quell'eleganza nel chiedergli se gli piace il canale a cui si è fermata. Annuisce senza nemmeno sapere a cosa, ormai completamente disorientato e sicuro. Sa che ha poco tempo, ma non trova ancora il coraggio per avvicinarsi e parlarle seriamente. L'oro

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   1 commenti     di: Carlo Pascotto


Spiegatemi cos'è

Ho sempre pensato che l'amore fra due persone fosse una bella storia immaginata dagli uomini per rendere meno cruda e dura la realtà. Perché la gente fa presto a dirsi ti amo, a passare anni d'abitudine e di convivenza, e così pian piano la routine diventa affetto, un affetto molto forte, che chiamiamo convenzionalmente amore. Prendersi cura l'uno dell'altro. Ma, ora che ci penso, io cerco nel possibile di prendermi cura di tutti. Significa che amo tutti? Certo che no. E allora cos'è? Sarà per caso quel sentimento che si prova quando aspetti tanto tanto di vedere una persona? No, nemmeno, sarebbe troppo vasto l'elenco.
E a questo punto non so nemmeno se centrino farfalle nello stomaco o cose simili. Sarà che io, campane che suonano al primo bacio, non ne ho mai sentito, ma ho seria difficoltà nel credere a questo mistico sentimento amoroso che unisce un uomo e una donna, o una donna e una donna, o un uomo o un uomo o chicchessia.
Io non ho bisogno di nessuno.

Mi è capitato una volta di pensare giorno e notte ad una persona. E ancora oggi mi viene il groppone se ci penso. Sapete, lei era il mio chiodo fisso. La sognavo, e cercavo in ogni modo di catturare la sua attenzione. Ogni volta che la vedevo mi sentivo morire dalla felicità, e ogni volta che lei considerava più gli altri che me, tornavo a casa con uno strano senso di incapacità. Non riuscivo a dire cose intelligenti in sua presenza, avrei fatto qualsiasi cosa mi avesse chiesto. Eppure, arrivato il momento della confessione della mia attrazione, sono diventata solo un'ombra. E così il mio cuore è stato calpestato brutalmente. Sì, ci ho sofferto, e sì, trovo ancora che sia bella. Ma riesco a vederne i difetti, ora.

Era per caso quello l'amore? E se così fosse, quale assurda ingiustizia ha voluto che io amassi lei, lei amasse un'altra e un altro amasse me?
Ma no, non era amore. Ve lo dico io, non lo era. Perché l'amore si fa in due.

E allora cosa diamine è questo amore? Perché v

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   6 commenti     di: Elena


Il suono dell'ukulele magico

James sorseggiava il cocktail disteso sotto la sua palma preferita, immerso nella noia e nella solitudine di giorni sempre uguali. Tamburellava le dita sulla rilegatura di un libro, immerso leggermente nella sabbia. Il mare cristallino, sotto il sole cocente e luminoso di agosto, gli ricordava una di quelle fotografie nei depliant sparsi sui tavolini delle agenzie turistiche. Luoghi lontani, desiderati da chiunque, fosse anche solo per pochi giorni. Luoghi che lui stesso ha selezionato con accurata attenzione nel corso degli anni, fino a mollare tutto della sua vita precedente e a scegliere come nuova casa questo piccolo isolotto immerso nel blu. Una scelta coraggiosa di cui ne è sempre andato fiero.
La vita scorse tranquilla come una barca abbandonata fra le onde, lasciando che il vento lo trasportasse da attimi di assoluto relax ad altri più movimentati e curiosi. Da un palpito di nostalgia per il passato a una passione sfrenata per il presente. Vagabondò per il villaggio ascoltando i racconti dei saggi del luogo, si divertì a costruire imbarcazioni con l'aiuto dell'amico Joe, assaggiò ogni qual genere di mollusco riuscisse a trovare lungo la riva. Nonostante questo però gli mancava sempre qualcosa.
Di certo non le donne. Il baldo giovane faceva più conquiste di un esperto Casanova. Nessuna di loro era mai quella giusta però e dopo che il suo desiderio si era placato tornava alla vita di sempre, con la sola differenza di avere le guance ormai raggrinzite a forza di sonori schiaffi.
Non gli restava altro che mantenere la mente occupata con piccoli lavoretti giornalieri, veloci letture disteso sull'amaca e vani tentativi di imparare la cucina locale.
Se per lui tutto questo sembrava solo una veloce discesa nel baratro dell'infelicità, in realtà erano solo i motori della provvidenza che cominciavano a scaldarsi e a rombare lentamente. La ruota avrebbe presto girato e lo avrebbe fatto il giorno in cui James si sarebbe diretto a Yashalvà, un mercatin

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   1 commenti     di: Andrew Abel


Salute!

"Mute parole "
Non trasmetteva neanche uno dei suoni che avevano contribuito alla elaborazione e scrittura di queste due parole. Neanche uno dei battiti d'alette che avevano spento la candela al cui chiarore, vere, erano nate. Forse non aveva alcuna importanza averle pensate. Ma la materia dei pensieri, non era forse la stessa, fitta e pregnante dei desideri? E non aveva forse anche a che fare con la deliziosa sostanza dei sogni?
Così, rileggeva e rileggeva, ora convincendosi della vacuità diurna delle creazioni in cui sprofondava gli occhi pesanti; ora illuminandosi di quella felicità stoica dell'eroe che, solo, anela e difende il vero. Nel primo ora, ripeteva "zzz!" e si diceva che questa era la lingua conosciuta, questa l'unica da usare per non cadere nei capricciosi vortici della superbia e ancora questa per amare con l'umiltà insita nelle sue dimensioni, il mondo e il cielo.
Nel secondo ora, voleva. Spasmodicamente voleva, con tale intensità che senza accorgersene, alla fine del vagheggiare, poteva ritrovarsi a molte miglia di distanza da dove aveva iniziato a desiderare, mossa appunto dalle contrazioni veloci e involontarie dei piccoli muscoli alla base delle ali. Molti suoi simili avevano scritto e cantato componimenti la cui sola vicinanza, faceva volare Scerì, fino alla cima dei più alti e imponenti Baobab. Quando la vicinanza delle opere di simili esemplari era tale e tanta, così come può accadere arrotolandosi per caso o intuizione in uno spartito, Scerì poteva volteggiare anche più in alto. Una volta gli sembrò per esempio, di essere giunta fin quasi alla via lattea. Una delle plausibili spiegazioni di quel volo (assai arduo per un moscerino piccolo come lei e non facile neanche per i grandi aviatori della sua specie o delle altre), era che le righe del pentagramma, svoltolandosi, si fossero dapprima frammentate e poi, con legami di tempi e toni tra le note ora fluttuanti, si fossero riunite a formare due lunghe righe parallele ch

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   2 commenti     di: Elena



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