Non soffro più.
Mi sento bene, ho visto tanta luce e ora guardo la mia stanza e vedo persone attorno a me e osservo il mio corpo sul letto. Vorrei sapere dove sono e perché penso ancora e conoscere cosa farò quando non vedrò più e non ascolterò e non proverò più nulla.
Ho paura di dimenticare, di sapere se sono ancora vivo o morto. Ho paura del castigo di Dio per quello che è accaduto, del giudizio di chi mi conosce e di chi mi ha conosciuto e stimato e voluto bene.
Ho paura del nulla e del buio che verrà quando gli ultimi lumi della mia coscienza si spengeranno e nuvole di oscurità mi avvolgeranno e mi porteranno via.
Lontano da qui, da questo letto di dolore. Via dai miei ricordi e i miei pentimenti.
Credo che sia troppo tardi per chiedere perdono e spiegare tutto a Dio che non mi capirà.
Per questo, ne sono sicuro, mi ha punito e ha voluto che morissi per la colpa che ho commesso.
Eppure non mi sono accorto di morire.
Ho solo finito di avere dolore.
È come se potessi parlare, ridere, gioire, scaldarmi e accecarmi di luce. Vedo un colore bianco che sfuma la stanza e non so più descriverlo con parole umane, chè ormai non so più cosa sono e cosa diventerò, prima che i demoni degli inferi spegano questi ultimi attimi di percezione.
Madame è lì, seduta accanto a me, con le sue stoffe nere e il suo cappello in mano.
E altre persone sono venute dopo che i dottori sono andati via.
Hanno messo un paravento attorno al mio letto.
Posso guardare dappertutto. Vedo gli altri malati. Passo attorno alle volte del soffitto, mi sembra di sentire l'odore dei loro escrementi e delle loro piaghe, soffro le loro pene e non sento dolore. I loro pensieri entrano dentro di me come mille voci. Ora in coro ora sole. Pensieri e parole che sento senza orecchie. Non so ancora se sono già morto. Eppure hanno coperto il mio corpo con un lenzuolo bianco.
È passato solo un mese dal giorno in cui iniziò tutto e sembra un attimo e un secolo insieme, in questi
Sono alla scrivania che mi preparo una canna. Seduto sulla sedia con solo i boxer addosso.
Lei è sdraiata a pancia in giù sul letto, che litiga con le stazioni radio che gracchiano sempre. Gira la manopola e salta di frequenza in frequenza ma alla fine, esausta, rinuncia e spegne l’apparecchio.
Mischio il tabacco con l’erba sopra la Rizla aperta, poggiata sul ripiano in formica bianca del tavolo comprato una settimana fa all’Ikea, che è l’unico oggetto in condizioni passabili, in questo buco dove abito.
«Ti sei mai innamorato veramente? » mi domanda.
Comincio ad arrotolare la cartina e infilo un filtro ad una delle estremità.
Mi volto lentamente. Ora è seduta sul materasso coperta a malapena dal lenzuolo dall’ombelico in giù. Ai piedi gli immancabili calzini colorati, si passa le mani fra i capelli per ravvivarli. Seni piccoli e grandi occhi scuri.
«Veramente? ».
«Si, veramente. Sul serio. Davvero».
Chiudo la canna per il suo lato lungo e lecco il bordo per farlo aderire a quello sottostante.
«Si, credo di si» rispondo.
Lei inarca le sopracciglia in un’espressione di sorpresa. Ma dietro c’è dell’altro: piacere o forse delusione.
«Chi era? » chiede a voce bassa sorridendo.
«Una ragazza che ho conosciuto una volta in treno».
Prendo la candela che brucia sul tavolo - l’unica lampadina della stanza è fulminata - e l’avvicino all’estremità dello spinello. Si accende quasi subito. Tiro una lunga boccata assaporandone il gusto e lo passo a lei.
«Continua».
«Tornavo dall’università verso sera, quasi al tramonto, e lei era seduta di fronte a me. Ci sorridiamo ma senza dirci una parola. Era bellissima, di quella bellezza che basta a se stessa, e la luce del tramonto che rifrangeva dal vetro sul suo viso la rendeva tanto intensa che spesso dovevo abbassare lo sguardo. Restiamo così a guardarci, fino a che lei si alza per scendere alla sua stazione, mi accarezza piano il ginocchio e mi dice semplicemente “ciao?
"Vorrei che fossi qui" disse Piero. "Si... anch'io" rispose Bianca, dopo un momento di silenzio. "Vieni, ho bisogno di vederti" "Non posso... adesso non posso".
"Ti prego raggiungimi: voglio stringerti tra le mie braccia, sentire il tuo odore, accarezzarti e prendermi cura di te". "Amore..." disse Bianca e chiuse il cellulare.
Rimase un attimo con lo sguardo sul telefono come se quell'oggetto potesse darle il consiglio giusto. Sentì il suo cuore pulsare in preda ad una forte emozione. Nonostante fosse una donna razionale non riusciva a non pensare a lui. La sua mente sembrava vuota e ogni azione era meccanica. I pensieri erano tutti convogliati verso lo stesso punto. Che senso avrebbe avuto resistere? In fondo era padrona delle sue scelte. Salì in auto, avviò il motore e partì. Il tragitto verso la casa di lui rappresentava una scelta importante: sapeva che non sarebbe tornata sulla sua decisione e la cosa le dava una sferzata di energia. Stava veramente lasciandosi finalmente andare. Sentiva di fare la scelta giusta. Per un attimo ancora ripensò al suo passato, al suo vecchio rapporto incancrenito dalle incomprensioni e dai continui malumori. Non aveva senso tormentarsi con dubbi e incertezze. Stava scegliendo di vivere. Bianca pigiò sull'acceleratore: aveva fretta di arrivare, bussare alla sua porta e buttargli le braccia al collo; abbandonarsi senza più freni al desiderio di amore, al piacere di un lungo, caldo bacio. Occhi negli occhi... in silenzio... felicemente esausti!
Percorreva l'autostrada che la stava portando verso casa di Piero: mancava ancora qualche chilometro per l'uscita. Cominciò a tornare indietro con la mente. Si conoscevano da anni lei e Piero e c'era sempre stato feeling tra di loro. Qualcosa di non detto apertamente, ma che si percepiva appena si avvicinavano. Un fluido attraente concentrava il suo effetto rendendo difficile mantenere le distanze. Un frequente gioco di sguardi, frasi accennate, pensieri intuiti.
Non c'er
Lunedì
Posai il telecomando sullo sgabello di vimini e finalmente mi vestii.
Non ero mai arrivato alle cinque di pomeriggio col pigiama della notte prima.
Il guaio è che quel pigiama mi piace. Non solo perché Paperino mi è simpatico, ma anche perché ci sto comodo dentro.
L’importante è non passare mai davanti lo specchio e soprattutto non far caso alla tua immagine riflessa.
Carla non torna prima delle sei, pensai, ma è meglio non rischiare.
Spensi la tv almeno un’ora prima per non farla trovare calda.
Carla è diventata terribilmente furba da quando ha cominciato a sospettare qualcosa.
Devo pianificare tutto con meticolosa cura.
Non posso trascurare neppure il più piccolo particolare.
Spensi il computer e cancellai le tracce della mia navigazione in rete.
Indossai il completo marrone, quello con le righine sottili. Mi annodai la cravatta e lasciai sbattere la porta di casa dietro di me. La barba l’avevo fatta ieri ma siccome si è ingrigita non si nota il giorno dopo.
Avevo neanche un’ora per consumare quella stupida messinscena quotidiana.
Girai per la Tuscolana come un cane senza padrone.
Mi attardai nel traffico delle sei e arruffai un po’ i capelli. Poi parcheggiai dietro l’angolo e rincasai.
“ Ciao “.
“ Ciao “ disse Carla senza alzare gli occhi per guardarmi. “ Tutto bene?”
“ Il solito. E tu?”
“ Il solito”.
Ormai le nostre conversazioni erano di un ermetismo estremo, in cui ogni parola vibrava ridondante di tutti i verbi e le frasi pronunciate in una vita assieme. Di tutto il detto ne era rimasto ben poco e quei pochi suoni appagavano i nostri istinti comunicativi.
Andai al bagno. Lasciai scorrere l’acqua per non far sentire a Carla lo scosciare lungo della mia urina nel water. Mi lavai le mani. Le asciugai.
In camera da letto riposi il vestito marrone, quello con le righine sottili, nel guardaroba. La cravatta la appoggiai sulla spalliera della
A me piace una persona, e lo sanno anche i sassi. Se te vieni a Sesto, sollevi un sasso, e lo avvicini all'orecchio, lui te lo dice. Provate, è vero. Ma non con la selce, quella è proprio stronza.
Intorno a casa sua, con delle pietre rosse, ho scritto il suo nome, tipo linee di Nazca. Si può leggere solo sorvolando l'area con un elicottero, o al limite con Google Maps appena aggiornano le immagini del satellite.
Si vede anche dalla Luna.
C'era un merlo parlante davanti ad un "Caccia e Pesca" in Centro. Ora dice solo quello che gli ho insegnato io. Ci ho passato le ore come un bischero a ripeterglielo. Poi l'ho liberato e ora sta insegnando questa frase a tutti i passeracei del mondo, in modo che lei, alzandosi alla mattina, invece dell'inutile cinguettio, si senta dire "Sei la più bella cosa al mondo!".
Di notte ho preso tutti gli annaffiatoi della città, quelli che ad una certa ora sbucano dalle aiuole (e spruzzano acqua ovunque meno che sulle aiuole stesse). Li ho piegati in un'unica direzione, e il sole, rifrangendosi su quelle gocce leggere, le ha formato un arcobaleno davanti alla finestra.
Ho risparmiato un po' di spiccioli, e le ho comprato alcune rose rosse. Alcune. E ho decorato tutto il viale, fin sotto la sua porta, di petali. Ci ho decorato le finestre della sua strada, le porte, e ho fatto ghirlande appese fra un palazzo e l'altro, che col vento mandavano giù una pioggia di delicati petali. E la strada era invasa di rosso.
Ho chiesto un favore ad un amico, Hugh Laurie (si, Dottor House, insomma), e proprio l'altro giorno abbiamo scaricato con un vecchio biplano una nuvola di volantini argentati con scritto "Sei la più bella cosa al mondo" sopra tutta la città. Mi sa che ve li siete persi. Lui ha fatto dei commenti sarcastici, ma scoprendo che sono più cinico di lui si è rattristato.
Ho addomesticato due cuccioli di tigre bianca per lei, uno con gli occhi verdi ed uno con gli occhi azzurri.
Barack Obama era alle Nazioni Un
Arrivò improvviso quando l’aridità della Terra era seconda solo a quella dell’anima degli uomini.
Età indefinibile, occhi scuri, dolcissimi, sorriso ingenuo, quasi da bambino.
Dicono di lui che spesso lo vedevano osservar le stelle.
Quella domenica, alle ore 12 il mondo seppe che lui era parte dell’umanità.
Da un piccolo paesino dell’entroterra Ligure iniziò il suo viaggio.
Quel giorno salì sulla statua al centro del paese, i pochi passanti frettolosi lo scambiarono per matto.
Lui non fece nulla disse solo una parola: AMORE.
Iniziarono a fermarsi molte persone, ben presto tutto il paese si radunò nella piazza.
Le 1750 anime erano tutte presenti e lui ripetè: AMORE.
Lo sguardo, l’intonazione della voce riempirono quei cuori.
Improvviso come un temporale d’agosto, l’amore divampò tra quelle persone.
Tutto cambiò.
L’uomo scese dalla statua passando in mezzo a loro, si chinò accarezzando un fiore ed aggiunse:
PER LA NATURA.
I molti che lo toccarono, dissero poi, che da lui emanava una forza spirituale indescrivibile.
L’uomo sempre sorridendo, si fermò davanti ad un anziano di 80 anni e disse: PER L’UOMO.
Ben presto la TV locale tentò di intervistarlo, arrivarono in piazza, lo fermarono ed il giornalista iniziò a far domande, anzi, tentò senza riuscirci.
Un testimone raccontò che tentarono letteralmente di sequestrarlo, ma quando gli si avvicinavano egli emanava una forza tale che tutti ne rimanevano colpiti. Era impossibile obbligare quell’uomo a far cose che non voleva.
Le telecamere furono accese, le puntarono su lui, in diretta.
Sorrise al mondo pronunciando: AMORE, PER LA NATURA, PER L’UOMO.
Il messaggio fu trasmesso a livello nazionale e ben presto tutta la nazione si trasformò.
Si dice che improvvisa una luce lo sollevò da terra, e scomparve dal paese.
Poco tempo dopo si seppe che la stessa cosa successe in Francia, Spagna, Germania tutta l’Europa fu colpita dall’ AMORE, PER LA NATURA, PER L?
Le dita si cercavano nel buio. Vagavano tra lenzuola di morbido cotone verde, sfioravano soffici cuscini di piume. Si cercavano in quella notte senza luna, mentre fuori imperversava la tempesta. Ad intervalli quasi regolari, i lampi illuminavano brevemente il cielo, luci lanciate da invisibili bacchette magiche. Rombi di tuono squarciavano il silenzio, già abbastanza disturbato dal ticchettare insistente della pioggia e dal respiro funereo del vento.
Le mani si strinsero, le dita si intrecciarono ad imitare i corpi nel loro dolce abbraccio rassicurante. Un tuono più forte degli altri scosse le mura. Lei sussultò in quell'abbraccio. Lui la strinse più forte, le dita che si muovevano ritmicamente sulle sue, in una protettiva carezza. E si addormentarono.
" Paura che amor solo vince,
Che strugge i mostri della notte e l'incubi.
Amor che nel silenzio è manifesto
E quando il ciel s'oscura
Vigor dona.
Amor senza rivali a questo mondo
L'umanità protegge in la tempesta."
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