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Racconti amore

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L'altruista

Ho conosciuto Carla, una ragazza che mi piace, e adesso sono fidanzato. Mi sento più importante, mi sento più realizzato. Adesso non invidio più gli amici fortunati che hanno la ragazza.
Avere la fidanzata mi fa sentire più impegnato, perché la ragazza porta con sé anche dei problemi: il lavoro, il maggior bisogno di denaro, i progetti per la casa Avere una ragazza porta dei vantaggi e degli svantaggi. È un vantaggio perché la mia fame di sesso è calata; quando ho voglia di un corpo femminile, lei è abbastanza disponibile. È uno svantaggio perché comporta obblighi, doveri, rinunce
Senza Carla avrei sicuramente meno problemi: mi impegnerei meno nel lavoro; avrei meno bisogno di denaro per soddisfare le mie piccole necessità; disporrei di maggior tempo libero per frequentare gli amici, per leggere ed esplorare la campagna. Avrei più tempo da dedicare a me stesso.
Oggi, ad esempio, io starei volentieri a casa, per leggere alcuni libri rari che mi sono appena arrivati. Invece devo andare a casa di Carla perché lei mi aspetta, perché le ho promesso che andremo a passeggiare nel parco o a vedere le vetrine.
Ci vado perché sono altruista. Ma che cosa è l'altruismo? Dentro di noi ci sono forze che spingono al piacere, e forze che attirano verso il dolore, verso la sofferenza, il pericolo, la morte. Il masochismo è una di queste. Allora, anche l'altruismo è una forma di egoismo, più mascherato, più sottile, più sotterraneo, ma sempre egoismo, per il piacere di soffrire, per il desiderio di autodistruzione.
Conosco queste verità psicologiche però vado ugualmente a casa di Carla, mi sacrifico egualmente.
Per chi lo faccio? Per me stesso? Per il sesso? Perché desidero soffrire? Per Carla? Per i figli che verranno?

Ottobre 2002

   3 commenti     di: sergio bissoli


Il momento più bello

Il ragazzo è un cretino. E lui lo sa.
Non perché che lo sia veramente, in realtà è un bravo ragazzo. È intelligente e sensibile, anche se non si direbbe, visto che a volte è anche scorbutico, introverso e chiuso in se stesso. Ma oggi è stato un cretino, e sa bene il perché. Solo che non riesce a scusarsi, perché è convinto di avere almeno un po' ragione.
La ragazza invece è testarda, e anche lei convinta di avere ragione. È una sognatrice romantica, che sperava di trovare in lui il grande amore della vita. O forse non proprio quello della vita, ma almeno un grande amore. E anche se non è così alla fine loro due stanno bene insieme, e non se la sentono di lasciarsi. Per ora.
Insomma, lui crede di aver un po' torto ed un po' ragione, e non vuole cedere. Lei invece è convinta di avere tutta la ragione, e forse ce l'ha davvero.
La questione è quasi stupida, nella sua banalità: lui vorrebbe fare l'amore, ma lei non ne ha voglia. Non sarebbe niente, se succedesse una volta ogni tanto, dice lui. Ma ultimamente succede troppo spesso. E lei risponde che non ci può fare niente, che non è colpa sua se non ha voglia. Lui insiste tutto il giorno, come un babbeo, e lei sempre convinta a non cedere.
È un sabato pomeriggio, e sono a casa di lei. Staranno insieme fino ad ora di cena, poi lui prenderà il treno per tornare a casa. In serata si separeranno: lui andrà con suo fratello ad un concerto di un gruppo che gli piace tantissimo a Cesena. Lei andrà con le sue amiche ad un concerto di un gruppo che le piace tantissimo a Perugia. Per questo motivo lui si preoccupa un po', siccome stasera non si vedranno voleva che almeno nel pomeriggio stassero bene insieme, senza litigare.
Ma loro due litigano pochissimo. Il più delle volte parlano, senza alzare la voce ma senza riuscire a venirsi incontro. E a lui dispiace tantissimo, perché vorrebbe fare di più, vorrebbe farle capire quanto le vuole bene, ma non riesce a farlo perché è convinto che non deve ca

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Diciassette aprile duemilanove

Seduta alla mia scrivania, con l’orologio che segna la mezzanotte da trentadue minuti, sorseggio una tazza di latte caldo. Quella sensazione di pace mi scalda, come la tazza la mia mano. Con l’altra scrivo. E mi stupisco. E mi pare nuovo. Vorrei che il sapore del latte mi riportasse ai pensieri di bambina, quando non mi preoccupavo di arrossire e quando bastava guardare negli occhi qualcuno per capire se mi potevo fidare. Era un attimo ed era facile.
Un altro sorso. Metto su un po’ di musica; l’assenza di rumori attorno dà più voce ai miei pensieri che, anche stanotte, mi impongono la loro presenza. E io li lascio fare e sorrido perché loro non sanno che, in fondo, così, mi tengono compagnia qui dentro.
L’ultimo sorso e poi il suono sordo della tazza sulla scrivania mi riporta al dovere, quattordici minuti dopo.
Tiro su i capelli, lascio cadere i vestiti e raggiungo il letto. Non c’è tepore stanotte e il brivido lungo la schiena ritorna.
Devo dormire. Notte.



La tua voce

Sorride la tua voce, golosa di risposte e promesse, è un cavo in tensione che collega cuore e mente, roca soffocata, promette il mondo eppoi un altro mondo e ancora di piu’. Ha ritmi lenti, strascicati, capricciosa, dolce, senza possibilita’ di scampo. Fruga gli argini, filtra attraverso una luce opalescente, a volte tace, nervosa, dura. È attesa di tempo indeciso, si staglia netta nelle ombre con quell’odore di muschio e di attesa.
Mi culla, fa dondolare le gambe e la voglia quando si posa incerta in quelle domande senza senso. Avvolge, cinge, spoglia, senza limiti, entra e percorre il mio corpo, solca le mie labbra con ostinata cura, e soffoca quando mi accarezza, appoggia le parole oltre il desiderio, sale e scende sulla mia pelle. È cibo che divora con frenetico appetito, è un deserto di pioggia quando sale tra le gambe incollandomi a muri inesistenti, mi schiaccia in morbidi contatti, è pressione e torsione, spasmo che offre sguardi e marca curve.
E quelle parole hanno una magia spicciola, sono miracoli ripetuti, chiavi che aprono il cuore, senza fretta, vestite d’amore stringono come una corda in tensione, entrano nella carne, governano il mio respiro, ali di farfalla, sono scelta e condivisione, liberta’ e rinuncia, in prospettiva. Corrono e pulsano, rosse di pesca, stringono nodi improvvisi, hanno voglie strane, profumano di cuoio vecchio, arrivano a onde come la risacca, sono aria eppoi corrente, mi violano nel silenzio di note in sospensione.
Distinte e nette si appoggiano sopra il mio profilo, sono lacci, promesse negli occhi, indugiano entrando di taglio e si nascondono, sono martello che batte ferro, docili e accoglienti e io mi ci adagio come cera molle, gioco di carne che mi sale dentro, stille di pudore trattenuto. Armoniche, coincidono e si sovrappongono, affamate eppoi sazie allungano il ritmo e diminuiscono l’onda sempre piu’ strette al mio inarcarsi.
A volte sono pietra dura, poi mani fresche, le assaporo c

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   1 commenti     di: Tiziana Monari


Una rosa rossa

Alle dodici e trenta in punto il geometra Giorgio Trevi entrò, come faceva da quindici anni a questa parte, nella sala da pranzo della trattoria «Oasi del camionista». Si diresse al suo tavolo abituale, in fondo alla sala, nell'angolo accanto alla finestra e al termosifone. Sulla bianca tovaglia di carta il coperto era già predisposto, compresa la mezza bottiglia di minerale liscia e il cestino con una pagnoncella e una busta di grissini all'acqua. La trattoria era semivuota, sia per la giornata di sabato, sia per il fatto che ormai da sei anni i camionisti non passavano più da lì. Terminata la strada di circonvallazione, il comune aveva posto il divieto di transito ai mezzi pesanti su quel tratto di provinciale che attraversava il paese. Anzi, quel tratto di strada era diventato di competenza dell'Amministrazione Comunale, che l'aveva intitolata al poeta e patriota Massimo Guadagnini, gloria locale di cui oramai pochissimi ricordavano le opere e le gesta. Ma penso che questi fatti non interessino alcuno, per cui riprendiamo ad occuparci del geometra Giorgio Trevi. Aveva scelto quel posto in fondo alla sala perché desiderava pranzare in tutta tranquillità, il più lontano possibile dalle tavolate di autisti, rappresentanti di commercio, operai di cantieri edili che disputavano a voce alta sui soliti argomenti di loro interesse, che il geometra non condivideva. A volte, in caso di sovraffollamento, era obbligato a ospitare qualcuno di costoro al suo tavolo. Allora cercava disperatamente qualcosa da leggere, foss'anche un vecchissimo depliant pubblicitario, per scoraggiare chi gli sedeva accanto da qualsivoglia tentativo di conversazione. Possiamo con sicurezza asserire che il geometra non amava per nulla socializzare. Soltanto una volta, appena iniziata la sua frequentazione dell'Oasi del Camionista, si era avventurato in una conoscenza più approfondita nei confronti di un giovane autista siciliano, di nome faceva Salvo Tannà, che percorreva

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Il primo incontro

" ... enigmatica come poche, misteriosa come molte, quella donna lasciò in lui un soffice senso d'inquietudine che lo destò dal torpore di un afoso pomeriggio di Luglio.
I suoi occhi, fin quando chiusi, l'avevano sognata ma presto sentirono la necessità di aprirsi dopo che l'afrore di una pelle umida di desiderio aveva tagliato il cielo.
Quella donna non era, né potrebbe mai essere, uguale alle altre, aveva in sè una magia che nessun incantesimo avrebbe potuto sfidarla.
Lui amava quella donna, lui l'aveva sempre adorata, l'infanzia li aveva legati con l'incanto di un incontro, con la voce di due cuori che seppero comporre una sinfonia senza mai aver conosciute le note."

   0 commenti     di: paolo veronesi


Oggi, ieri, domani..

OGGI... Continuo a “strisciare“, imperterrito percorro la via del dolore, quello sottile, perfido, quello che ti si insinua con spietata precisione in ogni pertugio. Mi sento svuotato di qualsiasi forza reattiva, imbocco ogni volta quella via quasi che ne fossi risucchiato incapace di appigliarmi alla più piccola sporgenza, se solo la intravedessi mi ci aggrapperei con tutto me stesso. Come una impeccabile operazione chirurgica quel dolore mi taglia, incide senza pietà la mia essenza allo sbando, scoperchia ogni angolo del mio animo. Io non mi oppongo, come una cavia con gli occhi sbarrati dall'orrore, cerco un rifugio arretrando, subdolo tentativo di sfuggire all'ennesimo istante in cui mi ritroverò indifeso, in balia dell'oscurità.
IERI... Ricordi così delicati, così soavi. Chiudendo gli occhi ho come l'impressione di poterli toccare se solo allungassi le mani. Se solo potessi sfiorarli, fermerei l'attimo stesso cullandomi dolcemente... solo qualche attimo, rivissuto con l’intensità indelebile di chi ancora non può, non vuole rassegnarsi.
La prima volta che vidi i suoi occhi. Il sorriso che mi intimorì per la semplicità che ne scaturiva. Il suo contatto, quelle sue dita così esili.. Insieme, in ogni momento, condivisione di pensieri, emozioni. La sua capacità nell’elevarmi ad “Essere unico” mi ha permesso di prendere coscienza di chi io fossi. Scoperta continua, quotidiana. Un percorso interiore intrapreso senza regole, senza punti di partenza, ne di arrivo. Momenti vissuti con la curiosità che così tanto mi ricordava quella meravigliosa dei bambini. Curiosità semplice, schietta, velata d’ingenuità pura. Corpi caldi, unione dei sensi, coinvolgimento carnale e spirituale.. totale, sinfonia sublime.
DOMANI…. Il mio sguardo si sofferma all’orizzonte, scruta la linea che divide la terra dal cielo. Questo mio sguardo cerca le risposte, il dolore dicono che sia capace di forgiare, ma non placa la mia sete di perché.
Nel do

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   1 commenti     di: Stefano Nosetti



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