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Racconti amore

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La lunatica

A casa di un amico ho conosciuto Milena, una ragazza bionda che mi è subito piaciuta e adesso desidero conoscerla di più.
Un pomeriggio la incontro per strada, la invito al bar e lei accetta con entusiasmo. La porto in un bar piccolo ma caratteristico. È un locale stile liberty con le luci schermate da paralumi rosa e azzurri. Al cameriere, lei ordina una cioccolata e io un vermouth.
Milena è una ragazza bella e dolcissima; i suoi capelli biondi sono un'aureola al verde degli occhi, che incantano. Dalle vetrate vedo le ombre della sera avvolgere il paese, là fuori, con nebbia e tenebre. Ma qui dentro, nel nostro tavolino in un angolo, mi sento protetto come in un dolce rifugio.
Milena mi sta raccontando tante cosette della sua giornata; io ascolto la sua voce graziosa, sento il suo profumo e sono avvolto da un alone di tepore. Questi momenti deliziosi in sua compagnia mi fanno provare una sensazione di ebbrezza.
Il tempo del piacere, si sa, corre in fretta. Siamo qui da quasi due ore e adesso la ragazza guarda l'orologio e dice che deve andare.
Usciamo fuori e ci immergiamo nel freddo e nell'oscurità della notte di nebbia. Il paesaggio è cambiato: le vie si perdono nel buio, le case sfumano, i lampioni appaiono sfocati. Restando vicini accompagno a casa la ragazza. Arrivati all'ingresso della sua villetta, la abbraccio prima di separarci e mi sembra di abbracciare qualcosa di soffice e meraviglioso. Poi lei sale alcuni gradini e scompare oltre la porta. Allora faccio ritorno a casa, felice di aver fatto amicizia con questa splendida ragazza.
Due giorni dopo, in un pomeriggio freddo ma col sole, mi trovo seduto al bar all'angolo della via dove abita Milena, in attesa di rivederla.
Da lontano vedo la ragazza uscire di casa e camminare verso di me. Allora mi alzo, mi pettino i capelli e resto in attesa di salutarla.
La ragazza arriva davanti al bar e prosegue dritta senza guardarmi. Per un attimo resto allibito. È impossibile che non mi abbia vi

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   0 commenti     di: sergio bissoli


Dedicato a una biondina

Ho conosciuto Rossana, una biondina che mi piace e che mi fa pensare solo a lei.
La vedo tute le volte che passo davanti a un negozio di mobili e spesso con un pretesto entro per parlare con lei.
Rossana è una ragazza bionda, con i capelli lunghi, gli occhiali e una espressione seria sul suo bel viso. Sta seduta ore dietro la vetrina con i mobili, in attesa dei rari clienti.
Adesso che mi sono innamorato di Rossana devo chiudere il mio ventaglio di interessi per dedicarmi solamente a lei. Gli altri interessi portano via tempo, energia e non sono conciliabili con questo mio nuovo ed esclusivo interesse.
Questo mio nuovo amore è appena incominciato e incontra tutte le difficoltà degli inizi. Per conquistare Rossana devo fare i sorrisi giusti, quelli che costano cari. Voglio dire che io non ho il senso comico della vita e non sono abituato a ridere.
Sarebbe bello abbracciare la ragazza e concludere questo bisogno d'amore. Mi piacerebbe seguire il mio istinto di maschio, cioè baciarla, spogliarla, accarezzarle seno e sesso Ma non è possibile.
Rossana segue il suo istinto di femmina, che consiste nel creare un piccolo labirinto di comportamento, dentro il quale io devo trovare da solo la via da seguire. Lì dentro, sarò guidato dai sorrisi di Rossana quando prendo la strada giusta e dai suoi sguardi imbronciati quando sbaglio.
Questo è il rituale dell'amore, che ho vissuto con altre donne prima di questa.
Adesso ho le notti insonni, i miei giorni sono alternativamente neri o luminosi e provo disinteresse per il cibo e per tutto, eccetto per lei.
In questo gioco tormentoso e delizioso il protagonista principale è la fantasia. La mia fantasia che costruisce immagini irreali della ragazza.
Come posso uscire da questa trappola? Sposando Rossana e vedere così la dura realtà dell'esistenza.
Però, adesso, nella maturità esiste anche un'altra soluzione che non era possibile nella gioventù. Con uno sforzo di volontà, fra cadute e ripensamenti, n

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   0 commenti     di: sergio bissoli


L'incontro

Voglio raccontare una mia storia anche se so che a nessuno potra' interessare ma sento dentro di me che devo farlo.
Un giorno di maggio per errore ti ho incontrata e pronunciandoti la parola più brutta al mondo ti ho conosciuta, abbiamo parlato per molto tempo quella sera e da subito ho capito che avevamo molte affinita' anzi a momenti sembravamo la stessa persona e capii subito che saresti stata Speciale.
La mente mi porta a ricordare le belle frasi che ci scrivevamo e mentre le commentavamo, ascoltavamo musica io la classica e tu jazz e blues e in silenzio sognavamo di nascusto, l'uno dall'altro. Poi mentre passano i giorni le nostre affinita' si trasformano in emozioni. Ricordo il primo messaggio che ho ricevuto da te, la prima foto, tu in bici sotto la pioggia con il cappello che ti copriva il tuo bel viso e ancor di più non mi lasciava vedere la bellezza dei tuoi bei occhi verdi e poi da li un susseguirsi di sms 70 80 anche 100 al giorno sembravamo due ragazzini, in alcuni di questi sms scambiati non scrivevamo nulla era troppa la foga di vedere spuntare quella bustina sul cellulare ma non importava era un modo per stare vicini e per setire il calore dell'emozione. Poi arriva Giugno e tu parti per le tue vacanze, una settimana di malinconia per me, una settimana che non passava mai i giorni duravano 48 ore tutto era raddoppiato in quella settimana l'attesa del giorno seguente era come durante gli esami di stato, tu stai fuori dall'aula, è il tuo turno e dentro c'è il tuo compagno di classe che è interrogato e non esce mai fuori, minuti interminabili, è cosi' che aspettavo giorno dopo il tuo ritorno.
Finalmente eccoti, sei tornata, più bella che mai, il mio cuore fermo da un una settimana comincia a pulsare di nuovo, il fiore appassito che ero torna a splendere di nuovo.
La favola continua... i nostri cuori battono due colpi per volta, il nostro rapporto va nella direzione che ingenuamente vogliamo e non ci accorgiamo di quanto male c

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   6 commenti     di: Fabrizio berti


Lei mi è sacra (seconda parte)

Quando la vidi arrivare avvolta nello stesso impermeabilino nero che le avevo visto alla festa, con la cintura stretta alla vita, le scarpe nere coi tacchi e quella camminata flessuosa ed elegante, mi chiesi com'era possibile che i miei sogni più intimi si stessero realizzando in quel modo così pedissequo, con il tipo di donna alla francese che avevo sempre sognato. Mi sentii grande, immenso; incommensurabile rispetto a quello che ero stato fino ad allora. E frenai quell'orgia di emozione dicendomi che lei era troppo per me e che non avrei mai avuto il coraggio di provarci veramente. Sia per paura di soffrire in modo brutale se lei mi avesse detto di no, sia per paura di arrivare a qualche forma di depressione pre-suicidio, se dopo avermi detto di si, mi avesse lasciato.
Appena mi fu vicina, venne fuori lo sfioramento di guance per il saluto e poi lei si avviò guidandomi e cominciando a parlare con la solita disinvoltura: " Ah, ma c'è un sacco di gente!"...
Parlò sia dei quadri della mostra che del più e del meno per tutta l'ora della visita, mostrandosi ancora ai miei occhi, stavolta in versione "esterna", vestita in modo autunnale e non paraestivo, come era successo quelle sere in casa sua.
Dopo aver preso un caffè con me in un bar del centro, mi salutò dicendo: " È stato carino, no? " E poi: " Dimmi il tuo numero dai che ti faccio uno squillo..." Io glielo lo dissi e lei squillò. Poi se ne andò verso il metrò, accorgendosi benissimo del fatto che io la stavo squadrando da dietro, gustandomela come ti gusti un'attrice che ti fa impazzire, mentre guardi uno di quei film che poi ti lasciano il segno dentro per tutta la vita.
Non sapevo cosa pensare dopo. Camminavo piano lungo Corso Vittorio Emanuele e mi chiedevo che significato avesse quel nostro incontro. Lei era sposata ed aveva spinto perché facessimo insieme quella visita. Poi si era comportata normalissimamente, come se lì, con noi, potesse benissimo esserci anche suo marito: ca

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   7 commenti     di: write


La ragazza che non ho sposato

Abita lassù, Miretta, la ragazza dei miei sogni. Abita lassù, con il marito, un uomo più fortunato di me.
Io non sono riuscito ad avere Miretta. Quando era signorina era una ragazza dai capelli neri, con vestiti blu notte. Aveva un modo di sorridere che incatenava per tutta la vita. Da ragazzo, quante notti sono rimasto sveglio pensando a lei.
Adesso che è sposata è cambiata poco: è una bella signora, con i capelli neri, che porta ancora vestiti blu.
Lassù, in quel piccolo appartamento al terzo piano, si svolge la sua vita ordinata, metodica, fatta di momenti felici e di piccole cose: accogliere il marito che torna dal lavoro a mezzogiorno e alla sera, preparare da mangiare, tenere pulito il terrazzo, lavare i vetri Non so se ha figli, ma credo di no.
Io sto seduto ore sulla panchina di fronte al condominio giallo, fingendo di leggere il giornale. A volte la vedo per pochi attimi, e allora sono contento. Anche oggi, una domenica invernale di sole, sto seduto qui, in attesa Le finestre verdi dell'appartamento sono chiuse. Forse saranno a letto o saranno andati via.
Vorrei essere io al posto di quell'uomo? Provo invidia per lui? Mah, non so. Non so se riuscirei ad adattarmi a una vita così semplice, così precisa, così regolata. Dovrei rinunciare alle ricerche, ai libri, ai piaceri infuocati delle emozioni, alle speculazioni filosofiche, alla vita sregolata.
Certo, in quella casa avrei Miretta come compagna. Però Però Anche lei invecchia, anche lei cambia. Poi, un giorno, entrerà una cassa in quel piccolo salotto e attorno ci metteranno i fiori e le candele.
Allora io penso. Quando arriverà il momento della morte, non vorrei aver rinunciato a tutte le mie esperienze, avventure, cambiamenti, tormenti e felicità. No. Una vita così semplice non mi basterebbe e il giorno della morte proverei rimorsi, rimpianti per non aver vissuto intensamente, per aver barattato una vita intensa con una vita uniforme e scolorita.
Non si può avere tutto.

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   2 commenti     di: sergio bissoli


Insanabilmente corrotto!

Padre ascolta, ti prego... a me porgi l'orecchio e odi, non è una preghiera ma il canto del mio cuore
che ormai saggio si volge a te, per sempre...
nella notte calma e fredda
mi chiedo se mai la gente sappia di te!
ho dipinto nel mio cuore parole amare
che di te nulla sapevano
dita costruire condanne nel tuo nome...
uomo creatura imbarazzante, mai ti chiedi se del male sei tu l'artefice
ogni vita che vola via, per dolori senza cura, dici<<Dio!!!>> e a lui fermi la colpa...
fede parola smarrita...
Padre la tua bontà è pari all'infinito, riconosco in te la sola persona che mai comprese il mio dolore
vedo le mie lacrime vestire un volto chiamato gioia
sento il mio cuore sollazzare tra la vita alla vita eterna, vinco la paura e scopro che esiste la risposta dietro lo specchio...
Se mai fossi tua lettera fa che su di me si legga il sangue versato dal tuo amore che vinse senza remore la morte...
ho trovato strane vie davanti alle mie, erano fatte di tanti corpi e cuori, ma in ogni luce o notte ho trovato quella ch tu chiami Parola, e che la gente esamina come reperto saffico...
non sono un essere speciale, nemmeno un miracolo immortale, sona una semplice figlia che crede nel Padre
il quale sempre porge la mano e per amore della mia vita, mi avrà sempre tra le sue braccia...
se costruissi fiori e creassi cieli, lo farei per dare gloria all''unico che amò la mia vita e diede se stesso ad essere arso...
Ora tu puoi non credere e deridere, beffeggiare, ribattere, non importa, non affronto... il cuore dell'uomo è insanabilmente corrotto!

   3 commenti     di: esther iodice


The One

Le certezze nella vita di un uomo possono essere ben poche. Lei era una di quelle. Ogni mattina, Socrate accendeva il celluare e trovava un suo messaggino: "Buongiorno", "tutto bene", "sono in giro", "sono al lavoro". E ogni volta che ne leggeva uno, Socrate sorrideva, come un bimbo a cui hanno appena regalato un pezzo di arcobaleno. A dirla tutta, Lei era davvero un pezzo di arcobaleno: aveva gli occhi di pioggia e il sorriso multicolore, e i riccioli le schiumavano come rivoli di nuvole. Aveva un nome, ma Socrate preferiva chiamarla "The One", l'unica, perchè ogni volta che stavano insieme, si capacitava che l'amore è un tempio, l'amore è la legge suprema, proprio come urlavano gli U2. Socrate amava The One profondamente, come si riescono ad amare ben poche cose nella vita, solo che non glielo aveva mai detto. In fondo a lui andava bene così: si cibava di quel saluto digitale e di quegli incontri occasionali in cui lei le parlava del proprio mondo e lui immaginava di farla entrare nel suo, e questo lo riempiva più di ogni altra cosa. Lui li chiamava piccoli momenti di piacere, e se li teneva nascosti nel più sacro dei tentacoli del cuore. Ogni tanto, quando non si vedevano per parecchio tempo, una nuvoletta nera e pesante gli si formava nel petto prima di addormentarsi, ma il messaggino del mattino la diradava
e la soffiava via con vigore.
È per questo che quando non trovò il suo saluto quotidiano sul cellulare si sentì cadere il mondo addosso.
Era una bella mattina di autunno, il sole splendeva non troppo cocente e il cielo azzurreggiava con foga. Succede sempre così: quando tutto sorride, tu vorresti piangere. La pioggia a comando è un'invenzione di film e romanzi, nella realtà stai male sempre quando il tempo è buono. Comunque, tornando al povero Socrate, il non ricevere l'sms lo mandò in tilt:il mancato recempimento di quell'input di calore digitale non gli diede neanche la forza di alzarsi, infatti rimase a vegetare nel letto tutta la giorna

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   3 commenti     di: Antonio Villani



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