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Racconti amore

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Il legame

Un forte odore d’incenso impregnava l’aria e le cose.
Nella piccola stanza, dal braciere posto in un angolo si sollevavano sottili fili di fumo profumato che, fluttuando mollemente a mezz’aria, si dissolvevano disegnando ragnatele nella debole luce ambrata.
Penombra. Quella penombra che rende reali anche le cose meno materiali, così che tutto può apparire diverso da come realmente è; penombra che può diventare uno stato d’animo, tanto che allora anche gli odori possono prendere corpo e il toccarli sembra possibile.
La fragranza dell’incenso diventa una tenda che si scosta sull’immagine di altri e diversi odori: subito sotto, come un velo sottile, appare chiaro l’odore fresco della notte e delle sue brezze e, nel punto più profondo, si svela l’aroma degli olii profumati e delle essenze.
Piani diversi, diversi livelli. L’atmosfera appariva stratificata in un susseguirsi concentrico di odori, fino ad un nucleo centrale che dava valore agli altri e che sembrava esserne lo scopo.
Si riempiva le narici e il cervello degli odori che quella notte gli stava offrendo e senza volerlo li andava fermando dentro di sé. Non erano per lui odori nuovi, così come non erano nuovi ne’ la situazione, ne’ le carni che sotto di lui si agitavano.
Ogni volta che giaceva con quella donna veniva a tal punto preso dai sensi che si sentiva come estraniato dal proprio corpo; immerso com’era nella concentrazione di quegli attimi perdeva l’idea delle cose e si sentiva fluttuare, mosso dai venti irresistibili che agitavano a tempesta il suo intimo.
Ubriaco. Era come ubriaco di passione e, come gli ubriachi non sanno smettere di bere vino, lui non era capace di staccarsi dalla fonte del suo piacere e voleva berne avidamente, fino ad annegare.
Scivolava dentro di lei come in un fiume, ne riemergeva senza fiato, pronto a tuffarsi di nuovo per toccarne finalmente il fondo; ma per quanto in profondità si spingesse, il fondo appariva sempre un po’ oltre, di

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   5 commenti     di: enrico ziohenry


Respiro a metà

Un colpo. Secco, deciso, in pieno viso. Un pugno, potente, energico, che non ti lascia scampo. Non puoi reagire, non ne hai la forza. Resti immobile, cerchi di capire, provi a darti una spiegazione, ti guardi dentro. Sei al tappeto. Il sangue viene giù dal naso. Lacrime rosse, lente, disegnano solchi profondi sul tuo volto. Non le puoi fermare, sfuggono ad ogni tipo di controllo. Ti lasci andare, chiudi gli occhi, stringi i denti. I pugni serrati, per non lasciar andare quel che è rimasto dopo il colpo subito. Tieni duro, stringi più che puoi. Ti aggrappi alla speranza, al ricordo, alla bellezza dei tuoi sogni. Ti senti all'inferno, ma sei pronto per correre verso il paradiso, il punto più alto, l'apoteosi della felicità.
Un groviglio di emozioni ti prende lo stomaco. Ti strattona, ti spinge, ti sbatte da una parte all'altra. Sei una pallina in un flipper grande quanto il mondo. Testa, cuore, gambe, piedi. Il corpo è una scheggia impazzita, dal Polo Nord all'Equatore. Una centrifuga infinita. Tutto intorno la realtà è uno schizzo, una sfumatura.
Corri dietro a cose irraggiungibili, scappi da paure troppo veloci. Sei sfinito. Senti il cuore in gola. Il respiro è un vento freddo che ti blocca i muscoli. Paralizzato.
Ti salverà il calore.
Un cuore che ti batte vicino, la sua pelle che si affaccia sulla tua, il suo alito che ti sfiora le orecchie. Una stufa vivente. Ti scioglie il sangue nelle vene. Senti le dita riprendere vita, i denti smettono di battere forti tra di loro. Il flipper si spegne. Ti stai fermando. O forse no. Hai qualcuno che corre insieme a te. Alla tua stessa velocità. E ti stanchi di meno. La corsa è una passeggiata sul lungomare, un gelato al sole, un tuffo nel mare azzurro. Senti di potercela fare, il paradiso è più vicino, l'inferno diventa un puntino sempre più piccolo, lontano. Non fa paura, stai correndo più veloce di tutti, insieme a qualcuno con cui dividere il respiro.



La Selezione Naturale

Mi ritrovai a passeggiare per i viottoli del bel parco di Teramo che qui chiamano “La Villa”. Era un pomeriggio di primavera inoltrata, l’aria profumava di tigli ed un discreto tepore accompagnava l’aria tersa e pulita. Canti e richiami diversi si intrecciavano tra gli uccelli che erano presenti tra quegli alberi centenari. Camminavo lentamente ed il solo disturbo che arrecavo era il crepitio dei miei passi sulla ghiaia di quel viottolo, volevo quasi sollevarmi da terra per non sentire il mio passo e per lasciare inalterata quell’atmosfera di pace. Mentre passeggiavo, cercavo di liberare la mia mente da cupi pensieri e, in quell’ambiente, ero riuscito ad allontanarne diversi e mi sentivo più sollevato anche se il peso maggiore che premeva sul mio cuore era del tutto inamovibile.
Al centro del parco vi è un laghetto artificiale che ben si sposa con i salici e gli altri alberi che lo circondano; è popolato da cigni, anatre, papere e dagli immancabili pesci, alcuni davvero enormi. Giunto ad una piazzola, che si affaccia sul laghetto, mi sedetti su di una panchina a fumare e lasciai libero il mio sguardo al fine di interessarmi ad ogni particolare circostante ed avere la mente impegnata da visioni più leggere e rilassanti.
Sulla piazzola cominciò ad arrivare un discreto numero di piccioni forse speranzosi di ricevere del cibo ma del quale ero sprovvisto. Ne erano davvero tanti ed i maschi, per rendersi gradevoli alle femmine, cominciarono la loro danza girando su se stessi ed emettendo un profondo e cupo suono gutturale. Queste danze si susseguivano instancabili ma assistetti ad una scena davvero interessante o, quanto meno, inaspettata che mi ha dato modo di riflettere su cosa possa essere la selezione naturale.
La mia attenzione fu rapita da un maschio che insistentemente continuava a corteggiare una femmina, le danzava intorno invitandola all’accoppiamento, ma lei si allontanava; a volte solo spostandosi di pochi passi, a volte volando su di una

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Il vicolo

Camminavo esplorando le tante viuzze di quell'angolo di città, mi accorsi che mettevo semplicemente un piede davanti all'altro e mi facevo condurre docilmente, dalla curiosità dei miei occhi, imboccai una via che si interrompeva davanti ad un muro, un muro confinante con un'altra abitazione la cui facciata era ricoperta da insegne luminose, che si scorgevano anche da lontano, quasi fosse una specie di faro che occhieggiava i passanti, due o tre alberghi ad ore si erano insediati in quelle casette basse di tre o quattro piani, nelle cui camere si consumavano illusioni d'amore, o si tentava di dimenticare qualcuno. Ero così distratto dalle mie visioni che non mi accorsi di trovarmi a sfiorare gli abiti profumati e i volti sfacciati di quelle signorine, che sorridevano, ammiccavano, a volte tentavano di strattonare qualche potenziale cliente.
Arrivai in fondo a quella via e decisi di tornare indietro, imboccando uno dei tanti vicoli che convergevano in quel luogo, quando mi si parò davanti una di quelle ragazze. Venticinque anni al massimo, ma ne dimostrava molti di meno, un trucco vistoso che non aggiungeva nulla alla sua bellezza, alla sua gioventù. Mi guardava con aria di sfida sorridendo, mi allungò quella mano "bambina" e disse " Vuoi un po' di compagnia?".
Era la voce un po' roca di un'adolescente cresciuta in fretta, una voce come soffiata da un sassofono, un po' stridente, forse l'alcool le sigarette, le poche ore di sonno.
Si, volevo un po' di compagnia, ma non era quel genere di compagnia a cui lei alludeva, ma come uno stupido la seguii su al primo piano, senza pensare senza riflettere, mi feci trascinare dolcemente da quello sguardo complice color del mare, da quelle movenze sinuose, da quelle false promesse d'amore. Un'occhiata veloce del portiere ci salutò, poi tornò alle sue parole crociate, trangugiando un ennesimo calice di vino bianco.
Lei si sedette sul letto, sotto quell'unica finestra che si affacciava sulla strada

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   5 commenti     di: Marco Uberti


Luce dei miei occhi

17 dicembre 1990...
Ricordi lontani, ma ancora e sempre vivi nel mio cuore.
Era una gelida giornata d'inverno, stavo beatamente dormendo, quando alle h. 6, 31 bussasti alla porta della vita, avevi una gran fretta di nascere; non era ancora il momento, ma la tua voglia di vivere e venire al mondo era così tanta... che non chiedesti il permesso a nessuno.
Eri così piccolo e fragile, che nessuno poteva immaginare la grande forza d'animo che possedevi
e che un dì avresti tirato fuori.
La stessa, che da lì a poco, ti avrebbe fatto crescere in fretta.
Sei stato piccolo per soli 7 anni e poi, sei divenuto "l'uomo" di casa.
Sei stato un padre e un fratello per Nicholas e Andrea...
E per me, la mia gioia di vivere.
Sei la luce dei miei occhi, luce guida dei miei momenti bui.
Non potrò mai dimenticare i tuoi abbracci, mentre con una carezza asciughi le mie lacrime dicendomi: "non ti preoccupare, ci sono Io vicino a te! Ti voglio bene mamma".
Erano momenti di grande silenzio ed io ti abbracciavo forte, forte, cercando di soffocare le lacrime per strapparti un sorriso e farti sentire quanto apprezzavo quel tuo gesto.
Ti ricordi quando a tavola, sgridavi i tuoi fratellini perché litigavano o ne combinavano una delle loro, come se tu fossi il loro papà?
Eri così preso da quel ruolo, che ti dimenticavi che in fin dei conti, eri solo un ragazzino.
Hai messo da parte la tua fanciullezza per divenire grande e questo mi dispiace, ancora oggi, me ne faccio una colpa.
Avrei voluto preservare ogni attimo della tua età ... donandoti solo gioia, come del resto meritavi.
Sono felice e fiera di essere la tua mamma.
Sei il dono più bello, assieme ai tuoi fratelli, che Dio mi potesse fare; e Tu, lo sai quanto ti ho desiderato... contro tutti e la mia stessa vita.
Matthias, Amore mio, ti voglio bene.

Sei...
La luce dei miei occhi,
voce del mio essere,
ritmo del mio cuore,
la forza del mio cammino...

Sei tutto quello che di più bello possiedo.
Sei la mi

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Un sogno chiamato "danza"

Sono sempre stata incantata dal fluire impetuoso del corso di un fiume.
Quel moto perpetuo che non si ferma mai, che s'insinua anche tra le le rocce più strette e supera ogni ostacolo assumendo la forma di ciò che gli impedisce il cammino.
Da ragazza sognavo spesso di trasformarmi in acqua.
Divenire sinuosa come il rigolo di un fiume. Non essere composta di materia solida. Non di carne. Non di ossa. Non di muscoli, ma solo d'acqua.
All'età di quindici anni abitavo in un piccolo appartamento affacciato sul Tevere ed ogni mattina mi svegliavo ammirando dalla finestra della mia stanza ogni suo più piccolo mutamento.
I giorni di secca, quando l'acqua torbida lasciava scoperte le banchine di Ponte Milvio rivestendole di un limaccioso muschio verdastro e i più rari giorni di piena in cui le acque del fiume superavano gli argini salendo fin sopra le scalette dell'antico ponte di pietra.
Trascorrevo le mie giornate con il naso incollato alla finestra sognando di tramutarmi in acqua e di scivolare via dalle lenzuola del mio letto, dove mi trovavo bloccata con entrambe le gambe ingessate, a causa di uno sfortunato incidente che mi aveva costretto a trascorre diversi mesi in ospedale prima che potessi fare ritorno a casa.
Un poster di Margot Fontaine e Rudolph Nureyev, immortalati in un passo di danza nel balletto “Il lago dei cigni”, ed una mia fotografia in cui apparivo vestita in un candido tutù il giorno del mio primo saggio di danza, erano gli unici frammenti sopravvissuti al sogno di tutta la mia vita.
Amavo la danza al di sopra di ogni altra cosa. Amavo muovermi assieme alla musica, far si che il mio corpo ne seguisse il melodico fluire, che mi entrasse nel sangue e nei muscoli tesi e tonici, plasmati da ore e ore di duro allenamento.
Danzare era tutto ciò che desideravo dalla vita.
Avrei potuto digiunare giorni interi. Andare per la strada vestita di stracci. Rinunciare a giocare con le mie bambole preferite... ma mai e poi mai avrei potu

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   3 commenti     di: Eleonora Rossi


CIOCCOLATA, ZENZERO E PETALI DI ROSE

“Dai, bella serata anche questa volta.”.
Ha grazia e calma nel muoversi, Stefano, i gesti, misurati anche se abituali, seguono il ritmo di una danza interiore.
Infila la chiave, gira, apre ma non accende subito la luce; per una frazione di secondo si gode il brivido del buio, l’attimo di suspance che nei thriller precede l’agguato.
Ma i sensi si allertano:nel suo mondo privato c’è un intruso. Della sua casa conosce ogni vibrazione, ogni rumore, ogni profumo.. e ciò che annusa non gli appartiene.
L’istinto primordiale di sopravvivenza e difesa si presenta acuto e fulmineo, nello stringersi della mascella, nella contrazione dei muscoli, nelle mani chiuse a pugno.
Conosce la sua tana, sa orientarsi, silenzioso, ovunque:” Se accendo la luce potrebbero spararmi se sono armati. Devo prima trovare il modo per difendermi: un coltello.. un bastone…”.
Riflettendo si muove silenziosamente con i sensi ben attenti a captare ogni singolo battito del suo cuore e di quello altrui.
“ La paura è la nostra miglior difesa: avrà paura anche lui? Sarà uno solo? Forse dovevo uscire e chiedere aiuto…ma cazzo, sono un uomo o no?”.
“ Certo che sei un uomo, stupido! E ci ragioni pure da uomo!”.
Non si era accorto di aver parlato a voce alta, ma di certo non si sarebbe aspettato che una voce femminile gli rispondesse.
Ammutolito per la sorpresa, Stefano non risponde, non reagisce, non pensa: è immobile.
Lo striscio di un fiammifero, un leggero crepitio, una fiammella in rapido movimento e la luce di una candela rischiara debole la fine della scala. Poi un fruscio di seta leggera accompagna il movimento della luce e un’altra candela si accende, e un’altra e un’altra ancora.
Una leggera fragranza fiorita, dolce e sensuale insieme, invade prepotente eppure delicatamente, tutta la casa.
“ Cosa aspetti a salire? Hai il bagno caldo e pronto. Spogliati.”
Non riesce a focalizzare la sua immagine, ma la sua presenza è intrigante, un mix tra tens

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   5 commenti     di: Marta Niero



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