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Racconti amore

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Noi

Poi si erano lasciati ma non in quel modo che è un lasciarsi veramente: lei era un po' matta, lui troppo bello, ma si volevano da morire. Non potevano stare insieme, non potevano stare lontani: non esci da quelle storie. Loro non ci erano mai usciti veramente. Lei passava i giorni col viso di lui stampato nella mente. Nel cuore. Andava a letto con la speranza di riuscire a dormire, di non pensarlo per quelle poche ore. Niente. I ricordi peggiori le sfioravano la mente proprio quando il buio sorgeva. Lui, bhè lui faceva il duro come fanno sempre tutti i ragazzi. Dentro urlava. Ogni fottuto secondo urlava il suo nome. Quello di lei. I suoi occhi parlavano ma lui con la sua bocca riusciva a spezzare quella magia. Riusciva a confondere lei. Come sempre. Lei era orgogliosa. Lui pure. Nessuno che faceva il primo passo. Dicevano che erano amici. La loro storia il passato. Sapevano entrambi di mentire. Eppure nessuno riusciva a prendere il controllo. Vedevano la loro storia allontanarsi sempre più. Crollare. Ma ancora niente. Nascondevano tutto il loro dolore dietro uno sguardo coperto da un finto sorriso. Lei ci pensava. Voleva fare la prima mossa. Lui la confondeva così tanto, che pur sapendo che lui, la voleva ancora, lei aveva comunque paura di un rifiuto. Di una nuova crepa al cuore. Per questo lei sopprimeva quello che provava con un silenzio soffocante. Soffocante per entrambi. Arrivati ad un certo punto però, lei non c è l'ha fa più. Non è da lei rinunciare. Mollare. Non le è mai importato delle conseguenze. Non inizierà a dargli peso proprio adesso. Decise così di andare dal suo lui. Gli urlò in faccia ciò che provava. Le lacrime l'accompagnarono. Lui muto la fissò. Attimi interminabili. Dopo poco la prese. La baciò. Fu così che lei capì che l'orgoglio spesso non è la soluzione migliore. Fu così che capì che l'amore vince su tutto. La fine? Invecchiarono insieme.

   3 commenti     di: Valentina I


SOTTO IL CARRUBO (la panchina)

Carlo arrancò sul breve pendio. Si sentiva sotto una cappa di calore che aveva dell'incredibile.
La stradina sterrata attraversava una spianata spoglia di alberi, solo viti.
Un caldo così afoso da quelle parti non si era mai sentito.
Il sole implacabile donava alla campagna quella cortina tremolante da far sembrare il mondo immerso in un acquario.
Solo un nuovo attacco del frinire monotono delle cicale fece scattare in lui una molla, e aprì bocca per urlare: "Fermate il mondo, voglio scendere!" per poi dirsi che c'entrava quel vecchio carosello del Cynar con la sua luna di traverso, e si sentì un povero cristo!
Che ci facesse in quel posto, Carlo spesso se lo chiedeva.
Ormai era cosa fatta.
Aveva trasferito famiglia e interessi in campagna: per un suo bisogno si era dato alla nobile professione del contadino. Possiamo dire con molto impegno. Anni e acciacchi avevano avuto la meglio.
Carlo cercò di dimenticare con un certo dispiacere una vita trascorsa molto liberamente.
A lui erano sempre piaciute le belle donne: il corteggiamento e la capitolazione erano stati la sua fonte di vita e il lavoro che aveva lasciato lo aveva ben fornito di occasioni.
Con quel mondo aveva chiuso o forse lo credeva. La stanchezza sulle spalle la sentiva tutta.
Mancava poco alla curva e alla agognata sosta sotto un grande carrubo. Qualcuno aveva posto tempo prima una provvidenziale panchina.
Qui, Carlo leggeva il giornale, appena comprato, in santa pace; chiudeva anche il cellulare, e quando faceva molto caldo, si levava la camicia che appendeva a un ramo, per lui quei piccoli refoli che accarezzavano la sua schiena erano una goduria.

Giunse alla meta e scostò le cortine dei rami dell'albero che arrivavano quasi a terra ed ebbe un moto di sorpresa.
la sua panchina aveva già un intruso, o meglio, un'intrusa che si girò.
Carlo non la riconobbe subito, ma quando due dolcissimi occhi neri lo guardarono, sussurrò: - Irene, sei tu?

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   6 commenti     di: elisa sala


Maschi

La vita nel paese scorreva negli anni prima della guerra regolata dalle norme ferree della consuetudine: lavoro tutto il giorno, dalla mattina alla sera, il sabato pomeriggio gli esercizi ginnici inventati da Starace, la domenica mattina la messa e nel pomeriggio invece la disperata ricerca di qualche cosa di nuovo, che non si trovava mai, per dare un significato a una settimana altrimenti opaca.
Annibale Chiocchetti era uscito da poco dal seminario, il cui ambiente ottuso non era certo di suo gradimento, e, dopo una giornata di duro lavoro nell'officina da fabbro del Dusi, si rifugiava all'osteria, avido di apprendere le novità, che poi tanto novità non erano: a parte qualche notizia del calcio l'argomento principe erano sempre le corna, di cui nessun maritato sembrava immune.
Se ne stava attento ad ascoltare, seduto in un angolo, fantasticando amplessi mirabolanti e accrescendo ancor di più il desiderio sessuale sempre presente e che lo obbligava spesso a un autarchico fai da te.
Il sabato sera l'osteria stranamente contava meno avventori perché una buona parte se ne andava in città al casino; il giorno dopo l'inevitabile argomento delle discussioni era ciò che si era visto, ciò che si era fatto, con annotazioni colorite, vicende al limite dell'inverosimile, ma che affascinavano inevitabilmente un giovane dal ragguardevole desiderio.
Fu così che un giorno, parlando con l'amico Cosimo Gasparini, si decise ad affrontare il problema.
- Cosimo, scusa la domanda: ma tu, sei mai andato a letto con una donna?
Quello lo guardò incerto fra il raccontare una menzogna e il dire la verità, poi si decise per quest'ultima.
- No, Annibale, non ho mai avuto l'occasione. In paese le ragazze non te la danno se non sentono parlare di matrimonio, ma io a legarmi prima del tempo non ci tengo. Ho ben altri progetti! Voglio andarmene per il mondo, a vedere se riesco a uscire da questa miseria che m'accompagna da quando sono nato. Certo che prima di partire vorre

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pozzanghere

Niente miracoli piovono per le mie lacrime, né in cielo né in terra.
Mi scivoli addosso come l’abito nero di una gran signora vecchio stile, e resti lì, a non guardarmi un altro po’, a fumarti la mia anima come l’ultima del pacchetto, quella che si concede all’ergastolano o al futuro padre nevrotico che va avanti e indietro per la sala d’aspetto di un qualsiasi ospedale.
E tu vai avanti e indietro per la sala d’aspetto di un qualsiasi ospedale e fai cenere di me.
Jazz, e io mi lascio sgretolare, ma polvere di Argento non divento, mentre mi guardi sparire come fuliggine da dietro ai tuoi specchi. E infondo credo, vorrei soltanto mi potessi vedere, vedere per quella che sono, quella che sono per tutti gli altri, gli altri che come me arrancano nella corsa contro il tempo, quel tempo del "C’era una Volta" che ha fretta di salutarmi con la mano, e con le mani, le mie, prego tutte le religioni del mondo per l’opportunità di scrivere con nero inchiostro nelle tue pupille e per scavarci dentro, come tante altre prima di me, o forse nessuna. Per scavarci dentro, come tante altre, che forse la mia mappa del tesoro non possedevano.
Ma ci dev’essere una ragione divina, un fottuto perchè, anche per questa fermata non-sense apparente. E allora aspetto, impaziente di mettere il cappotto e la sciarpa, che sarai pur simile agli altri, eppure con te tutto è semplicemente primavera, e corro mentalmente la maratona per arrivare in alto, con tutte le forze che ho in corpo, perché quando trovi qualcosa per cui scrivere, non sei in grado di non fare chiasso di sotto. E allora sto qui, sguazzando con noncuranza nelle pozzanghere di chi c’era prima di te, con la stessa ingenuità di chi rischia per la prima volta la sua bella secchiata d’acqua fredda.

   12 commenti     di: robibreak.


Postille a ANDREA

E così dopo anni di dolore, passione, gioia, avventure...
Francesca (cesca) e Luigi (jil) hanno finalmente raggiunto il desiderato equilibrio, la loro vita scorre serena, con le piccole preoccupazioni della quotidianità, con i piccoli problemi che comporta la responsabilità di crescere ed educare una figlia, i piccoli-grandi problemi sul lavoro, i piccoli-fastidiosi problemi legati al danaro, ma tutto sommato...
posso definire l'attuale vita del mio alter ego, veramente realizzata!

Devo, come è d'obbligo, ringraziare tutti quelli che con le loro critiche e consigli e proposte, mi hanno... letteralmente "costretto" a proseguire la storia di questi due meravigliosi personaggi, storia che doveva finire anni fa, col trasferimento di Cesca, giovane diplomanda, in quel di Bologna... poi, l'insistenza dei miei splendidi amici, nonchè lettori... ha fatto proseguire la storia fino ad oggi, di nuovo a Bologna, dove sono certo potranno invecchiare serenamente!

Ogni riferimento autobiografico è reale, ogni nome di ciascun personaggio ha un riscontro nella realtà, ma molti di loro non sanno di essere stati usati da me, come "oggetti" determinanti di questa storia, Cesca, che dire? Esiste, certo che esiste... io non sono un insegnante in pensione, ma tutti i riferimenti alla vita privata, politica e "religiosa" sono rigorosamente veri, ho usato jil come cavia, come contraltare
di un mio "io" bisognoso di realizzarsi in un mondo ed un contesto, non "violentato" dal grigiore della vita reale!
Ovviamente anche questa "postilla" mi è stata ufficialmente chiesta dai miei lettori-cavia, quelli a cui in anteprima, propongo le mie creazioni...
Per concludere A TUTTI COLORO CHE HANNO AVUTO LA PAZIENZA DI LEGGERMI: VI ADORO gigideluca

   5 commenti     di: luigi deluca


La lunatica

A casa di un amico ho conosciuto Milena, una ragazza bionda che mi è subito piaciuta e adesso desidero conoscerla di più.
Un pomeriggio la incontro per strada, la invito al bar e lei accetta con entusiasmo. La porto in un bar piccolo ma caratteristico. È un locale stile liberty con le luci schermate da paralumi rosa e azzurri. Al cameriere, lei ordina una cioccolata e io un vermouth.
Milena è una ragazza bella e dolcissima; i suoi capelli biondi sono un'aureola al verde degli occhi, che incantano. Dalle vetrate vedo le ombre della sera avvolgere il paese, là fuori, con nebbia e tenebre. Ma qui dentro, nel nostro tavolino in un angolo, mi sento protetto come in un dolce rifugio.
Milena mi sta raccontando tante cosette della sua giornata; io ascolto la sua voce graziosa, sento il suo profumo e sono avvolto da un alone di tepore. Questi momenti deliziosi in sua compagnia mi fanno provare una sensazione di ebbrezza.
Il tempo del piacere, si sa, corre in fretta. Siamo qui da quasi due ore e adesso la ragazza guarda l'orologio e dice che deve andare.
Usciamo fuori e ci immergiamo nel freddo e nell'oscurità della notte di nebbia. Il paesaggio è cambiato: le vie si perdono nel buio, le case sfumano, i lampioni appaiono sfocati. Restando vicini accompagno a casa la ragazza. Arrivati all'ingresso della sua villetta, la abbraccio prima di separarci e mi sembra di abbracciare qualcosa di soffice e meraviglioso. Poi lei sale alcuni gradini e scompare oltre la porta. Allora faccio ritorno a casa, felice di aver fatto amicizia con questa splendida ragazza.
Due giorni dopo, in un pomeriggio freddo ma col sole, mi trovo seduto al bar all'angolo della via dove abita Milena, in attesa di rivederla.
Da lontano vedo la ragazza uscire di casa e camminare verso di me. Allora mi alzo, mi pettino i capelli e resto in attesa di salutarla.
La ragazza arriva davanti al bar e prosegue dritta senza guardarmi. Per un attimo resto allibito. È impossibile che non mi abbia vi

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   0 commenti     di: sergio bissoli


Il quadro

Prese il tubo del giallo e lo spremette sulla tavolozza.
Ne uscì tanto, con un fiotto. Velocemente si formò una chiazza ambrata vicino agli altri colori. Lo sparse con il pennello piatto tirandolo con movimenti sapientemente assestati.
Carolina era impulsiva.
Amava prendere decisioni di getto, senza pensarci su due volte.
Ci stava proprio bene quel giallo disteso sul resto dei colori.
Una volta steso non si percepiva più il colore, ma restava un'aura dorata che lasciava splendere la figura circostante di luce propria.
Quando ebbe finito di aggiungere colore poggiò il pennello. Con un panno intriso di trementina ne pulì le setole. Lo lasciò sul bordo del cavalletto, proprio parallelo alla grande tela e si allontanò per osservare da lontano.
Era soddisfatta.
Quel bosco pieno di foglie la riempiva di serenità.
Prese una sedia, quella di tela che Francesco chiamava la sedia da regista.
Francesco le tornava sempre in mente quando guardava un quadro finito.
Una volta aspettava il suo giudizio.
Ogni gesto, ogni azione, ogni cosa che faceva Carolina, doveva essere avallato dal suo giudizio, sperando che fosse un'approvazione implicita.
Questa era la prima volta, dopo quattro anni, che lo guardava da sola.
Carolina aveva dipinto quel quadro con grande sofferenza.
Da quando Francesco non c'era più aveva perso quasi la forza di fare tutto. Anche le cose più semplici, come cucinare o leggere un giornale.
Figurarsi dipingere, che già richiedeva uno sforzo quando tutto attorno a se sembrava ruotare nel verso giusto.
Ma da un po' di tempo sentiva che qualcosa stava cambiando.
Pragmatismo e precisione non si sposano col caos e l'improvvisazione.
Perché Francesco era un tipo pragmatico.
E preciso anche.
Fino all'esasperazione.
Per lui un problema andava affrontato sul nascere. Non era possibile non poter o peggio ancora non volerne trovare la soluzione. A poco a poco, ripeteva, tutti i problemi si risolvono, basta volerlo, basta pensare. Pensa posi

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   3 commenti     di: Giacomo D'Alia



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