«Cosa ti manca? », gli domandò lei, rompendo il silenzio.
Oltre il finestrino il paesaggio scorreva veloce, impregnato dalla pioggia e privo di ogni colore: sembrava un film in bianco e nero.
Si voltò a guardarla. I suoi occhi verdi erano come un accordo stonato in quel mattino uggioso. Provò a sorriderle e in parte ci riuscì; lei gli sorrise di rimando.
«Il problema non è cosa mi manca, ma cosa ho».
«Hai paura? »
«Forse si. Ma alla fine va bene anche così».
Aprì la bocca per dire qualcosa, ma la richiuse e sorrise scuotendo la testa.
Aurora poggiò una mano sul suo ginocchio e strinse delicatamente.
«Cosa c’è? » gli chiese.
«Nulla. Stavo per dirti che ti amo, ma non lo farò».
«Meglio. Perché io non lo voglio sentire».
«Perché? Hai paura tu adesso? »
«Forse si».
non ci lasceremo mai. ci conosciamo da così poco. 7257600 minuti non sono serviti neanche a sapere come fai di cognome... perchè 30000 sono stati spesi a pensarci, 425000 ad amarci, 7550 a parlarci, 40 a sospettarci. restano 10 minuti... e quelli servono per tornare a casa..
Aprii gli occhi e sollevai la testa in cerca del cielo, lo trovai dove sapevo. Stetti fermo un po' guardandolo in cagnesco, ero arrabbiato con lui.
Richiusi gli occhi e nel buio gettai un amo nel passato, nostalgia la solita esca.
Labbra rosse, occhi smeraldi, pelle candida.
-Merda!- pensai -Ancora Lei!-
Tornai al cielo, ancora in collera sia chiaro, invidiavo il suo poter guardare ovunque e invidiavo di più il suo saper sempre dov'era lei.
Tante volte gli avevo chiesto di guardare per me e il figlio di puttana celeste stava sempre muto come una tomba, per nulla intenzionato ad assecondare le richieste d'un povero cristo non esattamente sobrio. Lasciai perdere.
Affondai le mani nelle tasche cercando qualche spiccio, quanto bastava per un altra birretta, ne trovai abbastanza per due, forse tre.
Mi alzai dalla panchina su cui ero sdraiato ed una coppia di vecchietti mi lanciarono uno sguardo di sdegno, manco avessero visto un cadavere sollevarsi dal tavolo dell'autopsia.
Non gli diedi peso.
Attraversai il parco per raggiungere il piccolo discount, non trovando la birra che mi gradisse afferai una bottiglia di vino rosso a buon mercato.
Poco dopo ero di nuovo sulla panchina di prima.
Stappai il vino e prima che avessi potuto berne un sorso un uomo, che non avevo visto avvicinarsi, mi chiese "da fumare".
Il tipo ebbe la sua sigaretta ed anch'io me ne accesi una.
Tornai al vino e mandati giu' un paio di sorsi di nuovo quell'immagine:
Labbra rosse, occhi smeraldi, pelle candida.
Incominciai a ingoiare quel vino avidamente per dissipare l'immagine.
Mi sbagliavo, perchè l'alcool stava rendendo quell'immagine nella mia mente ancora più nitida, ancora più vera, ancora più bella.
Cercai di visualizzare il quadro generale della mia vita e non potei definirlo positivo: nessun lavoro, nessuna certezza, nessun posto a cui potessi dire di appartenere davvero.
No, decisamete non la migliore delle situazioni.
Eppure non ne facevo un dram
"Mute parole "
Non trasmetteva neanche uno dei suoni che avevano contribuito alla elaborazione e scrittura di queste due parole. Neanche uno dei battiti d'alette che avevano spento la candela al cui chiarore, vere, erano nate. Forse non aveva alcuna importanza averle pensate. Ma la materia dei pensieri, non era forse la stessa, fitta e pregnante dei desideri? E non aveva forse anche a che fare con la deliziosa sostanza dei sogni?
Così, rileggeva e rileggeva, ora convincendosi della vacuità diurna delle creazioni in cui sprofondava gli occhi pesanti; ora illuminandosi di quella felicità stoica dell'eroe che, solo, anela e difende il vero. Nel primo ora, ripeteva "zzz!" e si diceva che questa era la lingua conosciuta, questa l'unica da usare per non cadere nei capricciosi vortici della superbia e ancora questa per amare con l'umiltà insita nelle sue dimensioni, il mondo e il cielo.
Nel secondo ora, voleva. Spasmodicamente voleva, con tale intensità che senza accorgersene, alla fine del vagheggiare, poteva ritrovarsi a molte miglia di distanza da dove aveva iniziato a desiderare, mossa appunto dalle contrazioni veloci e involontarie dei piccoli muscoli alla base delle ali. Molti suoi simili avevano scritto e cantato componimenti la cui sola vicinanza, faceva volare Scerì, fino alla cima dei più alti e imponenti Baobab. Quando la vicinanza delle opere di simili esemplari era tale e tanta, così come può accadere arrotolandosi per caso o intuizione in uno spartito, Scerì poteva volteggiare anche più in alto. Una volta gli sembrò per esempio, di essere giunta fin quasi alla via lattea. Una delle plausibili spiegazioni di quel volo (assai arduo per un moscerino piccolo come lei e non facile neanche per i grandi aviatori della sua specie o delle altre), era che le righe del pentagramma, svoltolandosi, si fossero dapprima frammentate e poi, con legami di tempi e toni tra le note ora fluttuanti, si fossero riunite a formare due lunghe righe parallele ch
Eccomi.
Seduta ancora una volta davanti al mio computer con il desiderio di tirare le somme della mia vita.
Ogni volta ci provo, scrivo, rileggo e cancello.
Riprova e controlla.
Sono particolarmente irrequieta oggi. Fuori piove nonostante siamo in piena estate. Il profumo dell'erba bagnata
entra dalla finestra spalancata, e il mio cuore mi dice di scrivere. Ne sento il bisogno, è una forma
di liberazione, a volte uno specchio dove non voglio guardare, a volte un lettino del terapista, a volte fa davvero male.
Ripercorri a ritroso il sentiero che ti ha fatto arrivare fin qua, e ti accorgi che alcuni checkpoint li hai saltati,
ti sei persa certi scorci di vita e non puoi più tornare indietro. E allora non ti resta che guardare avanti e decidere.
Mi sento vuota, mi sembra di non vivere una vita tutta mia, ma in condivisione, scelte decise con ponderata
moderatezza, troppa, scelte sbagliate per me ma giuste per gli altri, o per il quieto vivere. Ecco il mio problema,
non riesco a scindere ciò che realmente fa bene a me stessa e non riesco a concepire che può capitare nella vita
di far star male gli altri. Troppo rumore da sopportare dentro di me, shhhh... ora basta.
Sto per esplodere lo sento, non sono io in questi panni, ma prima o poi torna fuori tutto e ti presenta il conto...
con gli interessi.
Insicura, gelosa, possessiva, isterica, rabbiosa e delusa. A giorni alterni.
Non sono mai stata così non so cosa mi prenda negli ultimi mesi, forse è solo colpa mia, mi sento come un paguro dentro un conchiglia troppo stretta, troppo piccola per il mio corpo. La mia mente ha fame, e non c'è niente che la soddisfi pienamente, è solo momentanea la certezza di sazietà, poi ritorna quel senso di vuoto allo stomaco.
Sogni infranti raccolti dentro ad un fazzoletto bianco, ricordi ingialliti dimenticati dentro ad una scatola rosa, profumo di bergamotto e arance ritrovato aprendo un barattolo di confettura.
Il sole che mi acceca, l'aria aperta, cammina
Il piccolo cancello, in legno verniciato di rosso, si aprì lentamente, cigolando sommessamente.
Un cigolio quasi impercettibile, leggero, quasi come un sussurro.
La stradina sterrata del viale, che si inoltrava fra filari di viti, da un lato ed una lunga siepe di rose, dall’altro, mi accolse.
Una stradina in terra scura, terra scura ed arsa dal sole del Sud, che dopo, una decina di metri, terminava davanti ad una piccola casetta rurale, ad un piano.
Percorsi lentamente il vialetto sterrato, le rose erano ancora fiorite, nonostante ottobre fosse iniziato da qualche giorno.
Le foglie del roseto stavano delicatamente sfumando verso il giallo: segno tangibile ed inequivocabile dell’autunno, stagione malinconica, che stinge il verde dell’estate ed i suoi colori, trasformandoli in tinte pastello forti di rosso e giallo.
Mi avvicinai al roseto e colsi una rosa, un bocciolo amaranto sgargiante che si ergeva su un lungo stelo.
Il delicato profumo mi avvolse, avvicinandola la viso : quel profumo mi ricordava te.
Tutto mi parlava di te, il vialetto con le rose fiorite, il vigneto con i suoi colori di verde striato di giallo, il profumo dell’uva, i colori ed i rumori di quel posto.
Mi sembrava di udire la tua voce, mi tornavano in mente gli echi lontani dell’estate appena trascorsa, i momenti vissuti qui, con te.
Una primavera odorosa d’amore, quando ti ho incontrato, un’estate calda di passione, intensa e vibrante : un’estate d’amore.
Ma ormai era autunno, autunno anche per il mio cuore.
Ricordo le tue parole, ancora : -Devo andare, non posso più restare. Addio-
Sei andata via così dalla mia vita, all’improvviso, così come eri entrata.
L’autunno mi aveva portato la tua assenza e con esso la tristezza aveva avvolto il mio cuore.
Pensavo al tuo sorriso, alle tue labbra mentre mi baciavano, alle tue mani nelle mie.
I tuoi occhi dolci mi fanno compagnia nei sogni, l’eco della tua voce in essi mi fa trasalire!
Ma ora più niente, solo l
"Tu mi completi" è molto più forte di un "Tu mi fai felice". Perchè appartenermi è tutta un'altra cosa, non mi causi solo felicità, non mi porti solamente sorrisi stampati sul volto. Il tuo completarmi sta nel sentire anche gelosia, tristezza per la distanza, dolore per i litigi e le discussioni. La completezza è un tutt'uno che, per quanto possa essere ricco di sfumature, appartiene a te. E quelle sfumature stai riuscendo a riempirle tutte.
Il "Tu mi completi" intende che sei distrazione piacevole mentre studio, mentre leggo. Significa che sei pensiero costante anche nei momenti in cui sto facendo una qualsiasi altra cosa. "Tu mi completi" vuol dire che riempi gli spazi, mancanti e non, delle mie giornate.
Se ti dicessi solamente che mi fai felice, probabilmente non avresti l'importanza che nutro adesso per te. Perchè, completandomi, tu mi rendi anche felice. Ma mi rendi tutto... Geloso, fragile, a volte arrabbiato, triste, felice, innamorato. Ma è proprio questo che fai. Sai completare gli spazi vuoti delle mie giornate, ed anche quelli pieni. Sai essere pensiero costante e desiderio continuo.
Tu mi completi e, in questa completezza, c'è di mezzo anche la felicità.
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