.. E mi ritrovo donna che piange lacrime rumorose.. lacrime da bambina..
Quel che di me ami, il mio esser tutto un po.. il mio saperti amare con passione di donna.. il mio saperti coccolare con dolcezza da bambina.. il mio offrirmi a te senza pudori o riserve.. il mio girare gli occhi quando sento il tuo sguardo su di me..
.. E mi ritrovo a ripercorrere, ora donna, strade che correvo non conoscendoti.. bambina..
cerco quel posto che tanto ho amato.. quel posto magico che mi ha cresciuta..
li seduta a pensarti, a pensare di portarti con me..
.. E mi ritrovo donna, seduta su quella tomba che tante lacrime di figlia bambina ha raccolto.. mi ritrovo li a chiedere un aiuto.. a piangere un dolore che non posso sopportare.. parlo ad alta voce come se lei potesse sentirmi.. pregando che possa farlo..
.. E mi ritrovo donna che con l'ingenuità di una bambina aspetta il tuo ritorno..
Giuseppe aveva trovato il suo costume da diavolo ad un mercato rionale, durante una vacanza nel centro Italia, l'aveva colpito la verosimiglianza della maschera, perfettamente aderente al volto:
dal giorno in cui l'aveva comprato aveva messo su qualche chilo, ma gli stava ancora, tirando un po' sulla pancia faceva ancora la sua onesta figura.
Ogni domenica mattina, dacché era arrivato in paese, si preparava per la messa delle undici e con tanto di coda e forcone si appostava nelle vicinanze della chiesa.
Il parroco iniziava la lettura come se nulla fosse, ma tanto lui quanto i fedeli aspettavano con divertita rassegnazione il momento in cui Giuseppe sarebbe apparso:
poco prima della comunione il portone si spalancava e lui faceva il suo ingresso, cantava a squarciagola l'Ave Maria, e lasciava la chiesa.
Giuseppe era arrivato in paese dieci anni prima, per coprire un posto vacante da ingegnere nella locale vetreria, e si era fatto subito conoscere per le stranezze del suo carattere e per la sua assoluta invulnerabilità al freddo, capace com'era di uscire in canottiera a febbraio inoltrato, trovava nelle burle che progettava con assoluta dedizione, la risposta più lieve alla serietà feroce delle persone per bene:
se le prime volte il prete e i fedeli praticanti erano rimasti stupiti ed irritati dalle sue apparizioni, si era col tempo instaurata una pacifica convivenza, si potrebbe persino dire che la nota folkloristica da lui introdotta avesse riportato all'ovile alcune pecorelle smarrite.
Viveva da solo in una grande casa inerpicata sulla collina alla periferia del paese, un giardino mal curato che fra una pendenza e l'altra si estendeva per circa cento metri quadri, e poi due piani con la zona giorno al piano terra e quattro stanze da letto appena salite le scale.
Sua moglie se ne era andata quando da poco si erano trasferiti, portando con se il figlio di dodici anni, e Giuseppe li vedeva raramente, quando il ragazzo trascorreva un fine settimana con lu
Per motivi di lavoro ho conosciuto Floriana, una giovane dattilografa, bella, bionda, gentile.
Due o tre volte alla settimana passo dal condominio dove abita e consegno i testi da preparare per la tipografia oppure le dò indicazioni su come deve svolgere il lavoro.
All'inizio, fra noi c'è un muro di diffidenza. Lei è ben difesa dalla sua famiglia. All'inizio i nostri unici rapporti sono le poche parole dettate al citofono; poi deposito i fogli nella cassetta per la posta situata nell'androne.
Questo totale distacco dura tutto l'inverno.
Un giorno di primavera, qualcosa cambia. Mi aprono il portone e mi invitano a salire. Trovo la madre di Floriana ad attendermi davanti alla porta dell'appartamento, così consegno a lei le cartelle.
Passano altre settimane. Un giorno d'estate mi stupisco di vedere Floriana che mi apre la porta; accanto a lei c'è sua madre. Io consegno il manoscritto alla dattilografa, saluto e vado subito via.
Dopo altre settimane, madre e figlia mi fanno entrare in casa. Mi fanno sedere in salotto per parlare e bere il caffè.
Passa dell'altro tempo. Adesso rimango in salotto solo con Floriana. Sua madre è di là e non si fa vedere, non viene a disturbarci.
Passano ancora settimane. La ragazza mi accoglie con sorrisi, mi mostra la sua collezione di bambole. Mi chiede di accompagnarla in banca, in ditta...
Le due donne, madre e figlia, hanno deciso qualcosa, stanno complottando qualcosa per me e contro di me: la madre ha deciso di maritare la figlia e io dovrei essere la vittima.
In questi giorni noto un gran lavoro sotterraneo per verificare se sono all'altezza del compito. Ci sono domande oblique per verificare il mio conto in banca, i miei possedimenti, la mia posizione... Ci sono ricerche, test di sopportazione per verificare il mio carattere; test per vedere se sono un uomo ostinato o tollerante, religioso o ateo; test per misurare la mia intelligenza, la mia bontà...
Madre e figlia sondano il futuro marito: mi fanno i test
Il foglio bianco chiama, mostra con forza il desiderio di esser colorato con parole d’amore.
È tempo che non lo faccio, è tempo che la mia anima si era asciugata, esaurita, per tutto lo sforzo profuso a vantaggio di persone che non erano in grado di comprendere l’energia profonda del grido provocato da emozioni, violente, pulsanti nelle mie più remote cavità.
Lo facci ora con Te e per Te, dopo giorni nei quali le nostre esistenze si sono unite, toccate, senza veli, senza resistenze, al limite, ed oltre, dell’incoscienza.
Come unica meta il desiderio di stare insieme.
Non io, non Tu, non noi, ma Lui.
Quel sentimento gonfio di caleidoscopiche suggestioni che trascende i nostri corpi ed ad un tempo i nostri corpi nutre e da questi è nutrito.
Quel sentimento che sia Tu che io pensavamo potesse esistere solamente in un luogo oltre i confini del tempo, dello spazio, della luce.
In un luogo del quale poeti e scrittori, i più sensibili, fantasticano cercando di farne conoscere la bellezza ed il senso di serenità dei quali è permeato.
Lo sai, esistono, quel sentimento e quel luogo esistono, sono dentro di noi e ci appaiono quando siamo vicini, quando gli occhi dell’uno danno luce agli occhi dell’altra.
Non abbiamo più bisogno di immaginarli, di cercar di scoprirli attraverso le parole di scrittori o poeti, di proiettarli su persone che faticano ad esserne o che non sono in grado di esserne travolti.
Non ne abbiamo più bisogno perché li abbiamo trovati la prima volta che ci siamo detti di noi.
Di quel momento ho un ricordo di cui non Ti ho mai detto.
Ho visto il sorriso e lo sguardo dai quali eri illuminata.
Ed ho compreso.
Saresti stata, comunque, una presenza costante della mia vita, della nostra esistenza.
Ti amo, Ti amo veramente.
Come ogni volta, quando mi sentivo solo e lontano dal mondo nel quale vivevo, mi ritiravo in un piccolo parco della periferia della città. Là c’era tanto silenzio e potevo ascoltare la mia anima che piangeva. Ero così triste perché non potevo sfuggire alla povertà, a quella vita senza gioia e brutta. Avevo comunque una gioia: in quel parco c’erano tanti uccelli e il loro canto e il loro meraviglioso volo in libertà mi sollevavano un po’ dalla tristezza. Io tiravo fuori dalla mia tasca il pane, il mio cibo quotidiano, e lo dividevo con loro. Si raccoglievano intorno a me e mangiavano con tanto appetito le molliche. Poi mi salivano sulla testa, sulle braccia e iniziavano a intonare un canto struggente che mi penetrava nel cuore. Così trovavo la forza di andare avanti sui sentieri della vita.
Un giorno, quando davo da mangiare agli uccelli, dietro di me ho sentito un fruscìo, come se qualcuno stesse calpestando l’erba. Mi sono voltato e ho visto due occhi grandi e azzurri che mi guardavano con tanto piacere e ho avuto la sensazione che mi penetrassero nel cuore e lo accarezzassero.
Grande meraviglia! Gli uccelli non si sono spaventati e non sono volati via.
La ragazza si è seduta sull’erba di fronte a me. Pareva una maga venuta da un mondo di favola. Una voce calda mi ha chiesto come mi chiamassi. Io ho risposto che non avevo un nome, ma che ero quello che ama gli uccelli e il loro volo in libertà.
“Bella deve essere la tua anima, Quello che ama gli uccelli! Io ti seguo da tanto tempo e solo oggi ho trovato il coraggio di venire a parlare con te. Mi piacerebbe tanto che fossimo amici. ”
Subito la povertà si è risvegliata dentro di me, ha cominciato a battere i piedi, a urlare e continuava a tormentarmi. Era gelosa perché avrei potuto dimenticarla.
Agitato, mi sono alzato e, senza dire nessuna parola, sono fuggito. Sono fuggito con la vergogna nell’anima: non avevo il diritto di amare una ragazza così bella. Ho lasciato indietro
Artemisia si svegliò con il “Ti amo” che il marito le sussurrava all’orecchio tutte le mattine.
Aspettò il trillo della sveglia abbracciata a lui.
Si sentiva il corpo, ancora addormentato, carezzato dai suoi occhi.
Consapevole di quanto la desiderasse, si compiaceva quando lui si eccitava al pensiero del suo muoversi lento, di quello strano stringere dal di dentro, di quella pausa frenetica, ed al tempo stesso, immobile, simile all’attimo infinito che c’è tra l’inspirazione e l’espirazione.
Quel ritmo, mai sentito prima in altre donne.
Ma quella mattina, ed in quella stanza, illuminata appena da uno splendido sole, Artemisia non vide però il marito, ma l’uomo conosciuto in palestra.
Ne era stata folgorata, e da quel giorno aveva impressa nell’anima l’immagine armoniosa di quei muscoli, di quel viso altero, di quel cranio rasato che racchiudeva un’intelligenza pronta e fascino, tanto fascino, e decise, quel pomeriggio sarebbe andata a trovarlo.
Ricordò con imbarazzo, e solo per un istante, di essersi già presentata, vestita solo con due gocce di profumo, nel negozio del suo precedente amore.
Quella volta si accontentò però di fare solo del sesso, e per giunta fatto male, sul tavolo ingombro di scartoffie e cazzate varie, in un luogo puzzolente e privo di luce naturale.
Fu veramente delusa di quell’uomo, e, in attesa che il poveretto trovasse il coraggio di una erezione degna di questo nome, si perse nella lettura dei post-it appesi come fazzolettini sulla mensola che aveva davanti a sé.
Tornata al presente, Artemisia, prese comunque la decisione di andare dall’uomo conosciuto in palestra.
Domandò al marito dove si sarebbe trovato quel pomeriggio e alla sua risposta sorrise, lo baciò, e scese dal letto.
All’ora di pranzo coraggiosamente fissò un appuntamento e, poco più tardi, si presentò allo studio di lui.
Fu ricevuta dalla segretaria che, cortesissima, l’annunciò.
Quando entrò nella stanza e lo vide, Arte
“Il cuore in un cassetto”
Probabilmente non camminava ancora perché era nelle sue braccia. Faceva freddo, ma il calore della mamma in quel pomeriggio d’inverno la rendeva felice. Guardando la foto, Laura ormai ventenne quel contatto lo cercava ancora.
Era anoressica ormai da oltre un anno. Nella sua angoscia si era inventata un personaggio su misura e lo difendeva strenuamente.
Nei primi anni novanta in pochi conoscevano bene questo tipo di malattia, ancora meno in quella piccola frazione di poche anime, sperduta nella Pianura Padana, come Corvione di Gambara. Per questo si teneva tutta per sé quella sofferenza inaudita, senza consegnarla a nessuno. Passava da anoressia a bulimia come cambiare un vestito. Ingurgitava quantità enormi di cibo per vomitarle subito dopo, oppure divideva una mela in quattro parti e la centellinava per l’intera giornata. Aveva chiuso il cuore in un cassetto e non era intenzionata ad indossarlo di nuovo.
La sua mamma stentava a capire il perché di quello strano comportamento, lei che era cresciuta in campagna a polenta e salame.
Laura nei pochi momenti di lucidità si ripeteva che “da domani”non l’avrebbe più fatto. Non capiva che questo profondo disagio non era una questione di volontà, ma la conseguenza di un susseguirsi d’incomprensioni accumulate e radicate sin dall’infanzia.
Anoressia - era un termine ambiguo per una ragazza affamata d’amore e d’aiuto.
Daniel, il suo ragazzo, aveva intuito qualcosa. Da un po’ di tempo non era più la stessa, dimagriva a vista d’occhio e non le interessava niente al di fuori di rinchiudersi in bagno.
Quale viatico migliore del proprio corpo per gridare aiuto al mondo intero? Stava diventando invisibile ma forse Laura inconsciamente non cercava altro. Mettersi da parte sarebbe stata sicuramente la strada migliore. Non avrebbe ostacolato il lavoro della mamma, che in certi periodi dell’anno la portava v
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