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Racconti amore

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Non lasciarmi andare

Tienimi, tienimi, stringimi, non lasciarmi andare, non lasciarmi cadere in questa voragine di solitudine e incomprensione;con te mi sento al sicuro!
Dammi lamano, non la lasciare, non lasciare che perda il mio unico appiglio alla vita, che finisca nella paura di diventare ciò che non sono!
Solo tu puoi farlo, solo tu puoi starmi vicino senza farmi soffrire, senza farmi cambiare. Solo tu riesci a farmi essere me stessa con me stessa, solo tu riesci a non farmi odiare, a non farmi distruggere.
Voglio stare tra le tue braccia ancora per un po', voglio sentirmi al sicuro, lontana da tutto e tutti ancora un po'... voglio godere di questo amore ancora un attimo, e starti vicino sempre!
Aiutami amore, aiutami a non lasciarmi andare!



Sensazioni... da una canzone

Cade la pioggia, TIC... TIC... TIC... la sento battere sul vetro della mia finestra: è malinconica, guardo fuori, osservo quelle piccole gocce che scivolano sul vetro e sembra quasi possano cancellare qualsiasi cosa, qualsiasi dolore.
Ma l'atenzione che prestavo a quelle goccioline viene distolta da un autobus, si ferma accanto al marciapiede e lascia scendere una ragazza, cammina lentamente e senza alcun riparo; guardandole il viso scorgo un velo di tristezza, gli occhi lucidi, e la pioggia confonde le lacrime.
Mi sembra di conoscere quello sguardo, quel viso, quell'espressione, che accomuna tutte le ragazze con il cuore spezzato.
Conosco già la storia, sempre la stessa, quella storia che pare una favola, che si crede infinita, ma che resta in bilico, come un acrobata sulla corda tesa ad un'altezza impressionante.
Quasi mi riconosco in lei, e questa sensazione mi accompagna.
Illusa e disillusa, tutto nel giro di poco tempo, a causa di quel qualcuno che non ci merita, che ci regala il mondo e che, cinque minuti dopo, ci toglie l'universo.
Quel mondo che ci teniamo sotto una campana di vetro, per proteggerlo dalle intemperie o anche da un leggerissimo soffio di vento, ma che viene distrutto ugualmente anche dopo tanto lottare.
Si dà tutti noi stessi per quella storia, per farla andare per il verso migliore, e quando tutto sembra perfetto, il nostro castello di carte... crolla!
La delusione cresce man mano che ci si rende conto che ci si è persi per sempre, perchè se è finita una volta ci sono dei motivi, e ritentare è inutile.
Poi, una telefonata che sembra ridare speranza, invece, sulle note di una canzone sibilò solamente: "La mia pelle è carta bianca per il tuo racconto, ma scrivi tu la fine, io sono pronto. Non voglio stare sulla soglia della nostra vita, guardare che è finita. Nuvole che passano e scaricano pioggia come sassi. E ad ogni passo noi dimentichiamo i nostri passi, la strada che noi abbiamo fatto insieme, gettando sulla pietr

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   1 commenti     di: Lorena Crema


Libero Arbitrio

Mi tradì la lacrima che poco prima era colata sulla guancia creando un piccolo sentiero pallido sul mio make-up.
Lui mi trattenne per un braccio.
Mi voltai, terrorizzata. Sapevo che da lì in poi, tutto sarebbe potuto cambiare.
Non ressi il suo sguardo, in realtà non lo avevo mai retto. Ogni volta che ci trovavamo faccia a faccia a parlare, non ci riuscivo, no, a guardarlo negli occhi. Abbassavo lo sguardo, io che non lo abbasso mai di fronte a nulla. Mentre, di fronte a lui, di fronte a quel suo sguardo senza malizia, io mi sentivo disarmata, sentivo che si mi avesse guardato negli occhi non avrei più avuto nascondigli.
"Non fare così...", mi disse. Non risposi, continuavo a guardare per terra, il respiro corto.
Eravamo come rimasti incantati in quella posizione, io voltata verso la porta della stanza, pronta ad andarmene, lui che mi tratteneva per un braccio. Avremmo potuto essere una statua del museo di arte moderna, il titolo: "l'abbandono" o forse "non lasciarmi".
E poi mi decisi.
Con aria di sfida, mi voltai, e per la prima volta, a pochi centimetri di distanza, lo guardai diritto in volto. Ora eravamo entrambi allo scoperto.
"Che c'è?" dissi, con un tono di voce che voleva essere dolce ma che in realtà colava risentimento.
Non rispose, continuava a tenermi per il braccio, i suoi occhi verdi mi stavano facendo male.
Non rispose. Solo un attimo prima di tirarmi a se, si fermò e disse: "per questo, di certo, andrò all'inferno".
E poi, mi baciò.
Smisi di respirare e per qualche secondo il mio cuore si fermò, in bilico tra il farmi continuare a vivere e il volermi lasciare morire lì, in quell'istante, appoggiata a quelle labbra, aggrappata a quel bacio.
Chiusi gli occhi e, ormai senza più nulla da difendere, come una città fortificata le cui mura siano state irrimediabilmente abbattute, mi lasciai attraversare dal suo odore, che risalì lungo le narici fino a mescolarsi alle circonvoluzioni del mio cervello facendomi girare la t

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   3 commenti     di: Stefy L.


La canzone di Maria

Perché era andata a rovistare nella soffitta, fra ragnatele e vecchie cassapanche polverose?
Maria se lo andava chiedendo, mentre buttava da un lato vecchi stracci, conservati senza un motivo, senza una logica.
Forse era il tempo che non le mancava, le poche ore di sonno, la tediosità di una vita in solitario di una signora che aveva passato ormai la settantina.
Quella mattina si era alzata assai presto, quando ancora non albeggiava, e dopo le abluzioni aveva preso il solito caffè, d'orzo però, come le aveva consigliato il medico a causa dei disturbi del suo cuore; più che un malanno era un fastidio, un'aritmia ricorrente che le metteva affanno.
Il giorno prima aveva lavorato a lungo, preparato la camera degli ospiti, armeggiato in cucina per preparare quei piatti che a sua figlia piacevano tanto e questo perché lei e il marito sarebbero arrivati con il nipotino all'indomani. Non la vedeva da un anno, perché Livia, così si chiamava, da quando si era sposata si era trasferita con il marito negli Stati Uniti, dove lui lavorava in un laboratorio di ricerche. I contatti, se pur telefonici, erano frequenti, ma rivederla era tutta un'altra cosa.
Nell'attesa, quindi, le era venuta l'idea di fare un salto in soffitta a fare un po' d'ordine.
Mise da una parte una gran quantità di giornali ammuffiti, poi passò a un'altra cassapanca, l'aprì e sotto una patina di polvere vide una grossa agenda. Avvertì una forte palpitazione, la prese subito in mano e rimase a contemplarla: sul dorso era impresso l'anno 1938.
Aveva sempre avuto la passione di tenere un diario, ma aveva conservato solo quello e lei sapeva bene il perché. Con mani tremanti iniziò a sfogliarla fino a quando arrivò al 10 aprile; si aggiustò gli occhiali e si mise a leggere.

"Oggi ho compiuto gli anni; c'è stata una grande festa in famiglia e il papà ha comprato una torta con 20 candeline. Mi sono emozionata e anche commossa: sono venute tutte le mie migliori amiche e c'era anche lui, St

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Affacciato sul porto

Ogni mattina mi alzo e vado fuori sul balcone ad osservare ciò che ha da offrirmi il paesaggio. Non mi ha mai deluso.
La vista di un simile spettacolo ti fa molto pensare. Quante ore ho passato seduto su questa sedia bianca...
Ogni volta che mi sono sentito giù per un fatto o per un altro sono sempre andato qui... questa vista mi ha sempre ridato il sorriso e riempito di gioia.
Oggi è una giornata particolare, mi è appena giunta una notizia molto triste... e credo che questo sia il miglior posto dove riflettere.
Io nella mia vita sono sempre stato un tipo molto solitario e tranquillo, tant'è che ho sempre avuto pochi amici proprio per questa mia tendenza. Purtroppo non ho mai avuto una donna, e ormai ho una certa età, sta incominciando pure per me la via del tramonto. Con le donne sono sempre stato una frana, in tutta la mia vita non sono mai riuscito a racimolare un bacio.
Da adolescente ho sofferto molto per questo fatto, io e la depressione eravamo una cosa sola e avrei tanto voluto porre fine a tutto. Poi però mi sono fatto coraggio e sono andato avanti per la mia vita nonostante il grande dolore.
Ho conosciuto una persona otto mesi fa, era così fantastica che manco mi sembrava reale. Si chiamava Giada, e incredibilmente con lei riuscivo a parlare con una spontaneità che non faceva parte minimamente del mio essere.
Era strabiliante come ci intedevamo a vicenda, prima ancora che pronunciavo una frase sembrava che lei avesse già capito cosa volevo dire. È nata una splendida amicizia, profonda... ci volevamo davvero bene e ci aiutavamo in qualsiasi problema.
E presto mi resi conto che mi ero innamorato, per la prima volta in tutta la mia vita.
Era pazzesco... non potevo credere in me stesso. Ogni giorno mi mettevo a ballare in questo appartamento come un imbecille pensando a lei.
I mesi passavano, e la nostra amicizia si rafforzava sempre di più, insieme all'amore che provavo.
Avevo paura a dirglielo, non lo nego. Ma non era una novità per

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   4 commenti     di: Luigi Greco


C'est l'amour

Jade si sfilò le mutandine, si aggrappò al palo e, ruotando, e allargò le gambe perché tutti vedessero la sua splendida fighetta, perfettamente rasata con tanto di striscetta bionda, labbra minuscole e rosa a nascondere una clitoride perfettamente proporzionata.
La figa era il suo asset principale e le permetteva di mantenersi comodamente da alcuni anni. Era anche riuscita a mettere via un bel gruzzoletto perché, al contrario delle sue colleghe, stava ben lontata dalla polvere e dalla roccia bianca.
Adorava la sua micetta; se avesse potuto avrebbe passato tutto il giorno ad accarezzarsela e a leccarsela. Invece non poteva e doveva farsela leccare da altri, preferibilmente da altre donne che erano più delicate, precise e sapevano esattamente dove mettere la lingua e come usare le labbra.
Le sue tette invece non erano particolarmente grosse. Erano piccole e sode ma non ci pensava nemmeno a farsi mettere il silicone perché adorava il suo corpo così com’era e quei poveracci dei clienti dello strip club in cui lavorava dovevano farselo andare bene così. Infatti nessuno si lamentava, anzi, in tutto il locale era la spogliarellista più gettonata per lap dance e show nel priveè.
Ogni tanto faceva anche sesso con alcuni clienti ma solo quelli che sceglieva lei e per cifre molto, molto importanti. Farsi penetrare da cazzi troppo grossi non faceva per lei; non voleva che la sua bella patatina si slargasse e si consumasse ma per fortuna i clienti del locale non erano generalmente particolarmente dotati.
Quella sera sul palco del Tigress con lei c’era una ragazza nuova, molto carina, che si chiamava Angela. Si complementavano perfettamente: Jade era bionda, liscia, con gli occhi verde chiaro mentre Angela aveva i capelli ondulati castani e gli occhi dello stesso colore. Jade aveva la pelle rosa mentre Angela era più abbronzata e scura di carnagione. Anche Angela, però, aveva una fighetta bellissima, curata e piccola come la sua, solo che la strisc

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   2 commenti     di: davide sher


Il ritrovo di un amore

Le giornate andavano avanti. Il sole del mattino mi consolava, il buio della notte mi rilassava. Il fuoco che ardeva nel camino tutti i santi giorni di freddo che dovevo sopportare, mi diceva che avrei superato quel momento, che sarei tornata a vivere la mia vita senza la solitudine che da più di un anno mi affiancava costantemente. No alla fine mi davo una risposta non c'è l'avrei fatta a superare quel momento. Da quando lui se ne era andato ero sprofondata in un abisso e temevo di non riemergere più. Lo avevo tanto amato e tanto ancora l'amavo... ma lui non c'era, forse non ci sarebbe stato mai più. Ci eravamo lasciati per chissà quale motivo, di quelle storie che a volte prendono quella brutta piega.. fatta di continui litigi.. parole incomprese.. sguardi assenti. Ultimamente non ci capivamo più e addirittura ero giunta a pensare che avesse un amante. Troppe incomprensioni, avevano portato a tanti litigi fino alla perdita della nostra fiducia che avevamo cresciuto insieme con tanta cura.. il nostro era un rapporto che non doveva aver fine, ci ripetevamo sempre, invece da più di un anno non avevo più sue notizie come lui non le aveva delle mie. Lo avevo lasciato lì su due piedi, davanti la soglia della porta, mi fissava con quei occhi che ogni notte mi ritrovo davanti e che durante il giorno cerco fra la gente. Mi ero trasferita nella casa dei miei genitori, che ormai da tre anni non c'erano più. Avevo lasciato la casa in affitto che distava di un chilometro dalla casa di Alberto per essere più tranquilla. Per evitare di non incontrarlo più avevo scelto la meta più lontana a cui potevo mirare, tenendo sempre in considerazione il fatto che dovevo continuare a lavorare se volevo mantenermi da sola. Avevo trovato impiego in un negozio di alta moda e ottocentocinquanta euro al mese mi facevano più che comodo. Sapevo gestirli bene.
Quel mattino mi ero portata la sciarpa di lana che intorno al collo mi confortava dal freddo che faceva gelare i miei p

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