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Racconti amore

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Alla scoperta del sesso.

Diciotto anni è una vita da scoprire, si fanno tantissime cose a quell’età, si è molto incoscienti, spesso non ci rendiamo conto se quello che facciamo sia giusto o sbagliato, non c’è lo chiediamo nemmeno, lo facciamo e basta.
In quei giorni scoprivo attimo dopo attimo le innumerevoli occasioni che offriva la vita, non vedevo l’ora di finire gli studi per potermi tuffare anima e corpo all'amore, al sesso che smuoveva i miei ormoni giovanili, facendoli roteare con tutta la sua intensità nel mio corpo scultoreo da efebo acerbo.
Erano rimasti dieci giorni per gli esami, la vista del mare liscio, azzurro e senza un alito di vento, mi attraeva sempre di più, ormai era diventato un rito giornaliero portarmi un libro sulla spiaggia sotto l’ombrellone e ripassare le lezioni già studiate, mi dava un po’ l’aria dell’intellettuale, ma questo non mi importava, non ci pensavo nemmeno, però mi accorgevo che quell’aria piaceva alle ragazze, invece io ero attratto da lei, "quella donna era inarrivabile", aveva circa trent’anni i capelli illuminati dal sole riflettevano la sua bellezza, la vedevo ormai tutti i giorni, lei non aveva ombrellone, solo un telo da mare ed il suo corpo da dea dell’amore, quando si alzava per andare a bagnarsi in mare, restavo fulminato dal suo sculettare, il suo ritmo era perfetto, speravo che la riva si allontanasse sempre di più per allungare il mio delirio, ma presto scompariva nell’acqua. Mi mordevo le labbra, era diventata una tortura vederla lì a portata di mano, invece dovevo restare lì fermo imbambolato, la guardavo senza poter fare niente. Basta! mi ero stancato, dovevo inventare qualcosa per conoscerla, ma non volevo fargli capire la mia passione, così decisi che successivamente, dopo che lei si fosse asciugata dal bagnetto, l’avrei buttata in mare. Infatti scherzavo con i miei amici buttando in mare ora quello ora quell’altro, ma i miei occhi erano rivolti sempre verso lei; chiamai i ragazzi, dissi loro

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La lunatica

A casa di un amico ho conosciuto Milena, una ragazza bionda che mi è subito piaciuta e adesso desidero conoscerla di più.
Un pomeriggio la incontro per strada, la invito al bar e lei accetta con entusiasmo. La porto in un bar piccolo ma caratteristico. È un locale stile liberty con le luci schermate da paralumi rosa e azzurri. Al cameriere, lei ordina una cioccolata e io un vermouth.
Milena è una ragazza bella e dolcissima; i suoi capelli biondi sono un'aureola al verde degli occhi, che incantano. Dalle vetrate vedo le ombre della sera avvolgere il paese, là fuori, con nebbia e tenebre. Ma qui dentro, nel nostro tavolino in un angolo, mi sento protetto come in un dolce rifugio.
Milena mi sta raccontando tante cosette della sua giornata; io ascolto la sua voce graziosa, sento il suo profumo e sono avvolto da un alone di tepore. Questi momenti deliziosi in sua compagnia mi fanno provare una sensazione di ebbrezza.
Il tempo del piacere, si sa, corre in fretta. Siamo qui da quasi due ore e adesso la ragazza guarda l'orologio e dice che deve andare.
Usciamo fuori e ci immergiamo nel freddo e nell'oscurità della notte di nebbia. Il paesaggio è cambiato: le vie si perdono nel buio, le case sfumano, i lampioni appaiono sfocati. Restando vicini accompagno a casa la ragazza. Arrivati all'ingresso della sua villetta, la abbraccio prima di separarci e mi sembra di abbracciare qualcosa di soffice e meraviglioso. Poi lei sale alcuni gradini e scompare oltre la porta. Allora faccio ritorno a casa, felice di aver fatto amicizia con questa splendida ragazza.
Due giorni dopo, in un pomeriggio freddo ma col sole, mi trovo seduto al bar all'angolo della via dove abita Milena, in attesa di rivederla.
Da lontano vedo la ragazza uscire di casa e camminare verso di me. Allora mi alzo, mi pettino i capelli e resto in attesa di salutarla.
La ragazza arriva davanti al bar e prosegue dritta senza guardarmi. Per un attimo resto allibito. È impossibile che non mi abbia vi

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   0 commenti     di: sergio bissoli


[Senza titolo]

Ripeto le cose a memoria e mi lascio vomitare addosso le foglie stanche della sera.
Ho saputo correre più veloce di tutti, ed ora.. tremo..
Le lacrime, su di me, sono graffi di pietre affilate dalla pioggia..
Io..
.. non ce la faccio a lasciarti andare..

Sei passato così, con quel viso ancora pieno di me e mi hai salutato da lontano. Le nubi mi hanno detto che eri tu.
Il bollitore ora è caldo.. lo senti? Doveva essere il nostro ultimo tè.. Ma forse sarai già arrivato…
Chissà..
Quando Marta è corsa nella mia stanza con gli occhi sbarrati e le mani urlanti e protese verso di me non c’era più nulla da fare.. L’ho capito subito. L’ho guardata.. e ti ho visto. Dormivi tra le lame della ferrovia.. Tutt’attorno la gente si stava affollando, lanciando grida di terrore. Alcuni, più sommessi, si voltarono e presero a guardare la mia casa.. Li vedevo oltre le tende pesanti e i capelli di Marta che pazza mi era corsa tra le braccia. Ero io a sorreggerla. Incapace di reagire e.. vuota.
Improvvisamente.. vuota.



Questa sera mi sono acceso una candela.

Questa sera mi sono acceso una candela.
Qui, nella mia cameretta, virtualmente vicino a te,
ho spento il sole e ho acceso un fuoco di cera.
Un suono soffice di piano forte mi coccola dolce
e l’aria vibra come farebbe con un fiore.
Ed ora, di fronte a questa pagina bianca,
soffusa da ombre di luce tenue, vorrei dirti tutto.
Colori piccoli dipingono i miei pensieri,
e vedo come veri, cieli tersi e frutteti.
Pensavo, alle mie mani, sporche di fatica,
ai miei occhi tristi sul rosso del tramonto,
per momenti lunghissimi ho fissato lo sguardo verso la luce,
che se ne va,
per dar posto a queste mie mille stelle irrequiete,
a questo mio animo agitato.
E penso sempre se mi capirai, o se mi prenderai per pazzo.
Forse non avevi mai conosciuto un poeta,
forse non lo conoscerai mai, perché io non lo sono.
Sono solo uno sciocco che gioca con le parole,
un bambino che vuole giocare con te.
Ed ora:
Vorrei saltare fra i miei pensieri, come se fosse facile volare.
Adesso ho di fronte due occhi, un pezzo di mare e tanta luce.
Adesso sono al buio in un vuoto di nulla, in un pezzo di poesia.
E tu, tu dove sei?
Hai mai pensato di volare?
O forse lo fai già, ed io non lo so, non lo posso sapere.
Però se tu sai volare, io so sognare, e prendendomi per mano,
potresti portarmi dove non sono mai stato.
Lo stai già facendo. Probabilmente.

Un bambino. Elia.


"Da: Racconti di un bambino, 2006"

   6 commenti     di: elia zebe


A. Q. S. S. D. U. I.

Probabilmente anche quella settimana sarebbe diventata un inferno.
Non ce la faceva più A.
Era da più di un mese che andavano avanti a discussioni e senza cavarne mai nulla.
Era orrendo il modo in cui si sentiva non appena riagganciava il telefono dopo una discussione durata due ore. Esausto, esanime.
Senza forze si accaniva nel cercare di capire lei. E gli diceva che l’amava ma che non si sentiva sicuro di lei. Lui aveva paura. Una tremenda paura. Ecco perché gli è bastato sentirla parlare di come si fosse divertita in gita per mandarlo fuori di nervi.
“Cazzo cazzo cazzo…tu hai dormito in un letto matrimoniale insieme a tre tipi e una tipa…come cazzo mi dovrei sentire io!”
non voleva sentir ragioni.
Io personalmente, che conosco il vecchio, non saprei cosa pensare.
Il loro rapporto è così complesso e molto incasinato.
Sta il fatto che però è vero che A. si incazzava come una iena per cazzate tardo adolescenziali.
Forse cercava solo una scusa per doverla lasciare. Forse ci teneva veramente così tanto che sentirla così distante e felice in un letto matrimoniale con tre tipi e una tipa lo innervosiva e basta.
Ma perché non voleva finirla?
Piano piano, andiamo con calma.
Allora…lui non si era innamorato subito di lei. Da principio dico. Lei si era fatta avanti quel giorno. Diceva che doveva dirgli una cosa importante e che non ci riusciva e bla bla bla.
Tutto da li è incominciato.
A. non era mica così stupido da immergersi in una storia subito dopo averne conclusa una. Conclusa così male oltretutto. Era stato male. Aveva sofferto. La sua prima esperienza sessuale era stata un fallimento completo. Una ragazza conosciuta via internet. Un amore telematico. E poi una scopata stratosferica. Ma il danno è arrivato. Quasi aveva pensato al suicidio. No, dico, al suicidio. Cristo santo. La parola suicidio non è che esisteva nel suo vocabolario.
Cazzate ne ha fatte A., ma a sentire questa. Le batte tutte.
Che grande mente. E che

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   6 commenti     di: Edmondo F.


Il seminatore d'amore

L'orologio ha appena battuto l'addio al Secolo dell'egoismo, dell'abominio, del bellicismo, del sangue e delle lacrime che, la rigente notte coglie in un superbo caseggiato il vagire di Davide, il primogenito del Duemila.
Cresce tra poltroni ed efferati, sfarzosi e smargiassi, tra chi non sciupa lo sciapo pasto d'un poverello e chi non solleva chi a terra intriso giace.
I bambini, suoi coetanei, sulle orme paterne, hanno orecchi turati al suo continuo implorare a non battere la strada del peccare. "È dall'igiene del cuore che sorge il primo raggio d'amore" - ripete loro senza alcun minimo riscontro.
Povero Davide! È inutile spronar a chi ignaro è l'amare!
Il cuore sente stringere. Non tollera subire cotanta indolenza Davide, non è raggiante se non divide la merendina col compagno di banco, o non sminuzza del pane per i passerotti, o non lascia un po' della sua minestra per un randagio micetto.
Solingo... sparge il chicco della carità nel solco della miseria, il chicco del sollievo nel solco della tristezza.
Solingo... è nel parco a spingere la carrozzella d'un diversamente abile, in ospedale ad imboccare del cibo ad un degente in un supermercato per la spesa d'una vecchietta.
Da tutti, per il cortese servigio, piovono mance.
Un bel gruzzoletto da scialacquare? Non, per Davide, il denaro non compra che un oggetto, vende la brama di una persona.
La sua brama non è il gelato o il cioccolato, il calcio balilla o il flipper. È debellare il morbo della sofferenza. È comprare la coperta al barbone che dorme sotto una pensilina della stazione, le scarpe, un cappotto per chi ne è sprovvisto...
Vincolato a seminare chicchi di bontà, Davide transita dalla fanciullezza all'adolescenza.
Un meriggio, nel prodigarsi ad interrare in un ciglio della strada un cucciolo, vittima della sbadataggine umana, gli apparve "CHI" un dì, tracciò la Via del probo cammino.
È Davide il preferito del Divino Padre, il delegato a rendere felice l'emarginato, a piegare alla

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12 ottobre 2060

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   4 commenti     di: cesare righi



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