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Racconti amore

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Dissi che ti amavo

Dissi che ti amavo. Ti dissi anche che non eri la prima per cui provavo un sentimento simile, ma la prima a cui lo confessavo. Fin da subito ti promisi tutto quello che poteva essere promesso. E non lo feci per conquistarti, ma perché avevo solo voglia di darti tutto quello avresti potuto desiderare; per convincerti che nessun altro, oltre a me, sarebbe riuscito nel medesimo intento. Ma tu di questo non te ne sei mai convinta. Mai un grazie, ma non era questo che volevo. Volevo solo il tuo amore. Che detta così sembra ben poca cosa, ma allora per me era quella più grande. Mi ricordo quella sera d’estate, sdraiati sull’erba, davvero sotto le stelle. Una persona normale avrebbe cercato di stare tranquilla, di non correre troppo, di non esagerare. Ma io ero pazzo di te e nella mia pazzia ti promisi Londra, ti promisi Parigi. E non erano promesse vuote. Avrei voluto avere l’occasione di mantenerle, e nient’altro. Ma tu non sembravi colpita, né spaventata, né intenerita. Soltanto indifferente. Ma io ero troppo innamorato per rendermene conto, per non mentire a me stesso. Sono scivolato su quelle illusioni per settimane, sperando in una luce sempre più debole, sempre più lontana, sempre meno luce. Fino al giorno in cui ho deciso di fermarmi, di aprire gli occhi e di svegliarmi da quel sogno che ogni giorno di più sembrava un incubo. Per la prima volta nella nostra storia sceglievo per me e non per te. E per la prima volta smisi di sperare.

Ora lui ti ha portata via, per sempre. Lui non sa di essere l'uomo più fortunato del mondo. Lui non comprende che onore sia baciare le tue labbra. Lui e nessun altro potranno amarti come ho fatto io.

   4 commenti     di: Giacomo Donelli


La Selezione Naturale

Mi ritrovai a passeggiare per i viottoli del bel parco di Teramo che qui chiamano “La Villa”. Era un pomeriggio di primavera inoltrata, l’aria profumava di tigli ed un discreto tepore accompagnava l’aria tersa e pulita. Canti e richiami diversi si intrecciavano tra gli uccelli che erano presenti tra quegli alberi centenari. Camminavo lentamente ed il solo disturbo che arrecavo era il crepitio dei miei passi sulla ghiaia di quel viottolo, volevo quasi sollevarmi da terra per non sentire il mio passo e per lasciare inalterata quell’atmosfera di pace. Mentre passeggiavo, cercavo di liberare la mia mente da cupi pensieri e, in quell’ambiente, ero riuscito ad allontanarne diversi e mi sentivo più sollevato anche se il peso maggiore che premeva sul mio cuore era del tutto inamovibile.
Al centro del parco vi è un laghetto artificiale che ben si sposa con i salici e gli altri alberi che lo circondano; è popolato da cigni, anatre, papere e dagli immancabili pesci, alcuni davvero enormi. Giunto ad una piazzola, che si affaccia sul laghetto, mi sedetti su di una panchina a fumare e lasciai libero il mio sguardo al fine di interessarmi ad ogni particolare circostante ed avere la mente impegnata da visioni più leggere e rilassanti.
Sulla piazzola cominciò ad arrivare un discreto numero di piccioni forse speranzosi di ricevere del cibo ma del quale ero sprovvisto. Ne erano davvero tanti ed i maschi, per rendersi gradevoli alle femmine, cominciarono la loro danza girando su se stessi ed emettendo un profondo e cupo suono gutturale. Queste danze si susseguivano instancabili ma assistetti ad una scena davvero interessante o, quanto meno, inaspettata che mi ha dato modo di riflettere su cosa possa essere la selezione naturale.
La mia attenzione fu rapita da un maschio che insistentemente continuava a corteggiare una femmina, le danzava intorno invitandola all’accoppiamento, ma lei si allontanava; a volte solo spostandosi di pochi passi, a volte volando su di una

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Ippolito e Gabriele

Dalla pioggia raggiunse finalmente nella piazza in cui era la chiesa.
Correva. S’infilò sotto il porticato e guardò fuori. La pioggia era fitta e grigia e Basilea sembrava deserta.
Intorno non c'era un movimento.
Entrò, allora, veloce e intirizzito. Lo prese per quell'oscurità profonda dell'ingresso. Corse all'altare maggiore e i passi risuonavano sul pavimento di cotto.
Solo il centro dell'altare, un vaso di coccio slanciato pieno di girasoli, era illuminato pallidamente sulla tavola sobria dalla tovaglia bianca, ricamata lungo gli orli.
Rimase incantato, nella penombra.
Veniva lontano, un suono d'organo: l'organo immenso della cattedrale taceva. Forse, in sagrestia... Era una solitudine abbagliante, infinita.
Lateralmente si alzava un pulpito di terracotta scura, così finemente lavorato e leggero da sembrare scolpito nel legno. Una scala a chiocciola si arrampicava nel buio e in alto sbocciava il leggio, come un fiore bruno.
Condusse lo sguardo verso il pavimento e seguì i propri passi sulle mattonelle consumate, fino ai sarcofagi dentro le arcate, come nicchie aperte alle navate.
Giacevano giovani donne di pietra rosata ed enormi cavalieri levigati mollemente, nei tratti fatti quasi femminei. Sulle labbra, su tutte le labbra, alitava un sorriso.
Sorrise e accompagnò con le dita i contorni di un viso gelato e liscio, come di giovane creatura spirata.
E lo prendevano, confondendogli il motivo della sua visita, le iscrizioni gotiche in latino, presso le tombe, sotto le vetrate trasparenti arancio, giallo cupo e smorzati marroni.
Sedette, ai piedi di una madre di appena sedici anni che stringeva tra le sottili braccia di pietra un bambino perdutamente addormentato, con gli occhi al soffitto altissimo a travi secolari e stretto nella povera morsa dell'umidità.
Attese.
Per un istante poi lo spazio si riempì del canto sordo della pioggia sulla piazza, poi il brivido del portone massiccio accompagnò un nuovo silenzio.
Laggiù, il passo

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Finalmente

Guardo verso l’orizzonte e ti vedo arrivare… il mio cuore batte all’infinito come infinita è la voglia di te… ascolto la brezza del vento che dolce mi accarezza il viso e mi parla di te… sento il richiamo del tuo cuore che mi invita a “danzare” con te… prendo le mie mani e le porgo sulle mie labbra per lasciare che un mio tranquillo e romantico bacio ti possa raggiungere in un battito d’ali… ecco ora ti vedo… sei vicino… sorrido e lascio che il mio abito cada lungo i fianchi e calpesti la terra che mi conduce a te…non appena ti ho raggiunto lascio che i miei occhi si chiudano a ricevere il calore e la carezza delle tue labbra… mi lascio abbracciare ed in un sussurro ti dico: “ora sono tua per tutto il tempo che il destino per quest’oggi ci ha riservato…” insieme ci incamminiamo poi verso il sentiero dell’amore…

   5 commenti     di: sara rota


L'esistenzialista

La vita è un gioco, a volte piacevole, spesso triste, ma sempre pericoloso, molto pericoloso. Se non sto attento, in qualunque momento posso perdere la vita.
Nella vita incontro farfalle colorate, belle ragazze, tramonti incantevoli Ma anche spaventose malattie, feroci nemici, pericoli subdoli e mortali.
Appartengo alla umanità; cioè alla animalità, alla precarietà. Allora mi corazzo con case e castelli, con muri di pietra e porte di ferro, esteriori ed interiori. Mi corazzo con piaceri, gioie e soddisfazioni, ma basta una piccola spina di dolore, basta un colpo di mano del destino avverso, per buttare tutto all'aria.
Quando, dopo tanti sforzi, raggiungo finalmente il piacere, la gioia, scopro che il piacere sfuma, evapora, è fatto di materia instabile, effimera, non duratura. E allora devo incominciare la lotta per cercare un nuovo piacere.
Il giocattolo chiamato donna mi fa divertire, ma dopo un po' mi addolora e mi annoia. Allora la butto via, ma poi vado a cercarla ancora, perché ho ancora bisogno di lei. La mia povera anima umana è instabile, dispettosa e capricciosa.
Ci sono molti altri problemi: devo continuamente lottare contro i nemici. I nemici si formano poiché vogliamo lo stesso oggetto, o la stessa donna. Oppure si creano spontaneamente, per incompatibilità, per invidia, per sovraffollamento, o per sadismo.
Gli alti e bassi dello spirito; le esaltazioni e le depressioni; l'amore e l'odio; il piacere, il dolore e la noia. La genialità e la subnormalità. La voluttà e il dolore nell'amore. La paura e l'attrazione per la morte.
Questa è l'esistenza, con le sue antinomie insanabili, con i suoi quesiti irrisolvibili, con le sue eterne, dolorose contraddizioni.

Maggio 2003

   1 commenti     di: sergio bissoli


incorrisposti di inizio estate

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   4 commenti     di: Umberto Briacco


Faccia di gatto

" Oh, come mi piacerebbe mangiare un'insalatina fresca aromatizzata con il prezzemolo!" sospirava una povera donna. Ma era troppo povera e non aveva in tasca nemmeno un quattrino da dare all'ortolano. Uscì allora dalla sua capanna e s'incamminò per un sentiero.
Vide subito un grande palazzo con porte e finestre chiuse, con intorno un muro alto e grosso. Guardò attraverso il cancello e notò che nel giardino c'era un'intera aiuola di prezzemolo profumato. Visto che non c'era nessuno e che il palazzo sembrava disabitato, la povera donna prese l'abitudine di introdursi tutte le sere nell'orto di quella casa per raccogliere il profumato prezzemolo. Ma una sera, mentre era china a strappare le belle piantine, una voce dura e profonda la fece tremare dalla testa ai piedi.
"Che fai nel mio giardino?" - La povera donna vide davanti a sé un terribile orco con gli artigli.
"Questo giardino è mio!"
"Pietà, pietà" balbettava la donna, ve lo giuro, non ho toccato nient'altro: ho preso solamente del prezzemolo...
Perdono, perdono!...
Io non conosco nè pietà nè perdono! "disse l'orco," - E poiché tu hai rubato il mio prezzemolo, in cambio voglio la tua bambina. Quando sarà grande e sarà capace di vestirsi da sola, verrò a prenderla e la porterò a vivere con me. Inutili i pianti e le suppliche della povera donna: l'orco aveva deciso!
La donna insegnò alla figlia a camminare, a parlare, a prendere l'acqua dalla fontana e non le insegnò a vestirsi da sola.
La bambina che, oltre ad essere bella era anche intelligente, spesso chiedeva: "Sono grande mamma! So lavarmi, so pettinarmi, perché non posso vestirmi da sola?" - "No, no, figlia mia!" rispondeva spaventata la donna, " per carità, non farlo!"
Un brutto giorno la donna andò a lavare i panni al fiume e lasciò dormire Marian un po' di più. La ragazzina si svegliò, girò un po' per la casa, mangiò un boccone e alla fine, visto che la madre ancora non tornava, si vestì da sola.
Quella sera stessa l'o

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   10 commenti     di: Dilaila Bella



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