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Racconti di attualità

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Lo schianto

Svetka apre a fatica lo sportello della Ferrari e scende barcollando dall'auto. "caspita che botta!" farfuglia, ancora un po' scossa. Fa un rapido ripasso delle ossa del suo corpo per assicurarsi che rispondano tutte all'appello e che siano uscite illese dallo schianto. La luce del lampione l'acceca per un istante, "nic nie zlamane " - sussurra- niente di rotto", e subito si tasta il viso da madonna botticelliana, tanto per accertarsi che non ci siano ferite. Tutto aveva potuto immaginare Svetka, tranne che a fare la puttana avrebbe rischiato di morire in un incidente d'auto. Ha immaginato tanti modi per morire: massacrata da un serial killer, malmenata dal suo protettore-amante, schiantata da una polmonite fulminante buscata nelle fredde notti passate sul marciapiede del piazzale della discoteca, ma nella sua fantasiosa mente non si è mai affacciata l'eventualità di rimetterci la pelle, nel pieno esercizio della sua professione, in una macchina schiantatasi contro un palo.
"sukin syn... figlio di cagna" sibila rivolta al suo cliente, ancora frastornato dai fumi dell'alcool e dalla violenza dello schianto. Anche lui sembra miracolosamente incolume, e tremendamente ridicolo con i pantaloni ancora slacciati ed i boxer a mezz'asta. A Svetka scappa una risatina ironica " se solo gli uomini immaginassero quanto sono ridicoli mentre scopano ci penserebbero due volte prima di farlo". E quelli che vanno a puttane sono ancora più tristemente ridicoli degli altri, inesorabilmente esposti alla cruda meschinità della loro condizione, senza nemmeno il pietoso velo che l'amore cala sugli occhi delle donne affinché non scoppino in una risata fragorosa ogni qual volta si trovino a letto con il proprio amante.
Svetka ha 25 anni, ma ha lo stesso sereno disincanto di una centenaria, fa la puttana per scelta e non per costrizione. È arrivata in Italia 6 anni fa con un unico obiettivo: fare soldi, ma farne tanti, e senza spezzarsi la schiena come sua madre in fabbrica, o come l

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   7 commenti     di: Simona Durante


Brutta ma buona

Uffa che crisi... sono in crisi a forza di sentire parlare di questa crisi, alla televisione, con il sindacato, alla cassa dove il vuoto parla più di mille parole. Uno stomaco vuoto per esempio, è molto più loquace di uno pieno. Economisti al lavoro, non fosse altro per gli stipendi che chiedono, politici preoccupati, per la disoccupazione giovanile, non fosse altro per la colla che gli impedisce di cedere ai giovani le loro poltrone.
Crisi che è poi diventata recessione, l'imbuto di acqua fan va molto meno veloce. E dirigenti di azienda improvvisati che non sanno fronteggiarla solo mandando il lavoratore al macero o privando dei più elementari dei diritti i virtù del fatto che fuori della porta c'è la fila di polli pronti a farsi spennare.
Già ma che c'entra? Proprio loro... eppure in questo clima proprio chi parla di crisi contribuisce ad ingrassarla ed ogni volta che trovo un pollo tra i detersivi, ormai si sa che lavoro nella grande distribuzione, con grande fatica, lo ammetto di sti tempi a dover sopportare tutti gli effetti in grande... ecco mi domando... biiiip sarei troppo cattiva e mi rispondo biiippp che anche questa è crisi.
Ma dietro a un pollo fatto nascere, crescere, sfruttato in gabbie o "campese" un centimetro di campo, povera bestia, ucciso lavato pulito e tagliato, messo in pacchetti che anche questi vengono dalla fabbrica, trasportato, scaricato ed esposto... lo sapete quanto lavoro c'è?... che nessuno pagherà... anzi pagheranno tutti con effetto a cascata dal momento che quel costo non ha avuto un ritorno, se non è crisi questa... riflettiamo fratelli... prima di andare in pace.
Poi ci sono loro i brutti ma buoni, io aggiungerei simpatici, sono come quelle persone che non si danno importanza, ma salvano la vita agli altri, o almeno nel loro piccolo ci provano, si rimboccano le maniche nell'ombra e nessuno saprà mai di loro. Sono quelle persone di cui non si sa nulla, come quei prodotti senza etichetta, quelle scatole un po' sch

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   3 commenti     di: laura marchetti


Distretto Di Polizia (Parte 6 - Invenzione) Pierluigi Coppola

Il pianto di una donna è come una luna ricoperta dalle nuvole... si nasconde, ma sai che c'è. E lo stesso vale per le lacrime: le donne si nascondono quando piangono, ma sai che le loro lacrime possono cadere da un momento all'altro e non puoi fermarle. Sabina si sentì in quel modo... come una persona che volesse soltanto nascondersi dal mondo, perchè non riusciva a trovare niente di buono in esso.
Giulia si alzò dal letto andando a darle il buongiorno, ma la trovò giu di morale e strana. ''Tutto ok? Chiese Giulia interrompendo il silenzio. ''Sì, tutto perfettamente ok... Ho solo fatto un po' tardi ieri sera.'' - "Sabina è finita l'ora dei giochi... Tu lavori adesso, la sera lo sai meglio di me che devi rientrare a casa prima... è anche pericoloso per la tua età stare a quell'ora in giro di notte. Anche se siete un gruppo numeroso, qualche tipo strano lo trovi sempre per strada, lo sai. Hai diciotto anni ormai, dovresti saperle da sola certe cose, senza che te le ricordi io..." - "Ora mi stai dicendo che sono grande per capire... e allora perchè la stessa cosa non vale per Ira?"- "Ira è un concetto a parte, perchè non si sa quali intenzioni abbia con te, se provi un piccolo interesse. Non si sa nulla, e forse è meglio così... Perchè se non avesse intenzioni serie, farebbe meglio a starti alla larga. Non credi? E in più, alla tua età, non si hanno le certezze che hanno gli adulti." - "Forse sei tu che alla mia età non eri sicura... E pensi che gli errori che hai fatto tu, possono rifarli anche gli altri! Credi che da persona adulte si possa capire meglio, ma alla fine non è per niente così..." Rispose Sabina andandosi a preparare per andare a lavoro. Giulia rimase immobile, come se una ventata di freddo gelida le fosse arrivata tutta insieme in faccia, ostacolandole una via d'uscita. Nel frattempo, Ira arrivò al Distretto diretto verso l'ufficio di Giuseppe e Vittoria... ma prima di andare lì, si fermò da Anna... "Ehy." - "Finalmente ti degni

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   0 commenti     di: Martina Di Toro


RITRATTO DI PADRE E FIGLIO IN UN INTERNO

Il ronzio del climatizzatore acceso era diventato un’abitudine, uno di quei rumori che se all’inizio danno fastidio alla fine diventano familiari, per amore o per forza. Claudio era curvo sulla scrivania e stava compilando il suo modulo della dichiarazione dei redditi, con gli occhi bassi e gli occhiali calati sulla punta del naso. La vista era peggiorata parecchio negli ultimi tempi, anche se le visite oculistiche aziendali lo consideravano ancora nella norma; d’altra parte è normale, pensava, dopo vent’anni con gli occhi incollati allo schermo, ma il momento peggiore era arrivato da poco, subito dopo i suoi primi quarant’anni. Si allentò la cravatta, senza curarsi della parte di tessuto liso che si era premurato di nascondere sotto il nodo, bevve un sorso di caffè lungo della macchinetta e con la mano libera continuava a battere cifre sulla calcolatrice. Arrivò Sergio Trivella, il suo capo settore, serio magro e smorto, con quella perenne aria scocciata che lo invecchiava, eh sì, perché a conti fatti era anche più giovane di Claudio, non arrivava nemmeno ai quaranta.
“Che fai?” disse
“Finisco il 7 e trenta.” Rispose senza distogliere lo sguardo dal modulo.
“E quando lo devi consegnare?”
“Giovedì mattina.”
“Sai che non ci piace che lo si compili durante l’orario di lavoro.” Fece, con un tono che a Claudio non piacque affatto.
“Smonto fra tre quarti d’ora, e per oggi ho finito il lavoro.” Cercava in ogni modo di non causare motivi di scontro senza però cedere del tutto al servilismo, era un equilibrio sottile, ma indispensabile, o almeno, Claudio ci teneva a mantenerlo, un po’ per amor proprio un po’ perché non poteva permettersi di essere scavalcato ancora una volta.
“Hai finito la presentazione? Sai che per domani dobbiamo presentarla all’ufficio progetti.” Cercava di coglierlo in fallo.
“Finita, è salvata nella cartella condivisa, puoi andarla a prendere quando vuoi.” Non era il suo mestiere,

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Let's imagine

Mi chiamo Tanemo, ero il più bello, il più logico, il più giovane di tutti. Ben presto venni apprezzato e desiderato, non perché fossi l'ultimo arrivato, ma perché sono sempre stato il migliore.
Un giorno vidi delle oche volare. Non sapevo spostarmi in aria, a malapena camminavo, ma seguendo l'esempio presi la rincorsa e mi staccai dal suolo. Non mi pareva vero, mi ritrovai sopra di loro e, visto la presunzione che mi ha sempre caratterizzato, ne catturai una e tornai a terra. La rinchiusi in una gabbia, le detti da mangiare, finché mi si rivolse un uomo offrendomi del denaro. Gliela consegnai, sicuro di avere la possibilità di ripetere l'operazione. E così feci, e andava tutto bene, i guadagni superavano ampiamente le mie spese, fin quando le oche capirono di venire sfruttate e si unirono tutte insieme per evitare di essere catturate. Invece di vendere loro stesse si dettero da fare e crearono dei beni materiali, erano anche obbligate a cedere le uova agli uomini per procurarsi del denaro, ma almeno in questa maniera riuscirono ad aver salva la vita. Così piano piano le oche iniziarono ad arricchirsi a scapito degli umani, fino a quando riuscirono a ricattare i loro padroni. Io continuavo ad essere importante, facevo da tramite in queste transizioni finanziarie, solo che avevo cambiato le vittime da colpire, ora erano gli esseri umani a restare in debito con me. Ero felice di fare lo strozzino, mi gratificava. Poi un giorno arrivò la mia rovina, quando anche quest'ultimi capirono che era inutile la competizione, anzi dannosa, iniziai a non essere così indispensabile. I padroni si allearono ai servi, oltre che fra loro stessi, e da quel momento io venni mandato in pensione. E gli abitanti terrestri vissero in pace e senza sgomenti.
Spero non dovranno andare in questo modo le cose, mi auspico che non dovremo aspettare il loro cannibalismo, ma so che vivere senza ricatti né sfruttamenti è l'unico modo di affrontare un futuro che non promette nulla di b

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   0 commenti     di: vasily biserov


Marmellata di mandarini.

Nonostante la congestione nasale, mi arrivava forte l’odore di mandarini sbucciati.
Mia nonna sedeva nella penombra, con lo strofinaccio sulle ginocchia ed il coltello in mano. Sbucciava i mandarini metodicamente, eliminando prima la scorza aromatica e poi, con il coltello, ogni pellicina bianca. Lo faceva strizzando gli occhi ogni volta che l’operazione produceva schizzi.
Il fuoco schioccava là accanto, quasi in polemica con i ciocchi che lei aveva appena aggiunto.
“Nonna” le dissi all’improvviso trovando il coraggio chissà dove “hai sentito tutto il casino con mamma e papà?”
Lei continuò il suo lavoro come se non avessi neppure aperto bocca, ma una muta esitazione nei suoi gesti mi disse che aveva inteso.
Assecondai il suo voluto silenzio, perché conoscevo molto bene quella cara donna.
Infatti, dopo qualche minuto trasse un lungo sospiro e: “Ho sentito, ho sentito” disse a bassa voce.
“E cosa ne pensi?” le chiesi ormai padrone di un coraggio effimero come le fiamme della stufa che mi si riflettevano sul viso.
Altra pausa studiata, altre bucce di mandarino, alto crepitio di legna, altri minuti sudati.
“Ma tu gli vuoi veramente bene?” chiese, e dalle sue parole capii la fatica che le erano costate.
“Da impazzire, nonna” fu la mia risposta condita dalle lacrime.
“E allora tappati le orecchie” mi disse, ma lo fece in dialetto come per dare un peso maggiore a quella frase.
Soffiai il naso, per il raffreddore ma soprattutto per il silenzioso pianto di gioia che quelle semplici parole mi avevano provocato.
“Hai ragione” le dissi io a quel punto “ma significa che non mi vorranno più vedere, li hai sentiti?”
Le ultime parole mi uscirono strozzate dalla rabbia di quegli ultimi giorni, di quegli ultimi 18 anni: i miei.
Posò il coltello, radunò le bucce in un barattolo, gli spicchi in una pentola, e con la mano a cucchiaio raccolse i residui da buttar via.
Si alzò leggera, eppure il suo cuore non doveva esser

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Un numero di telefono

Le ultime parole pronunciate dal padre, prima di andarsene di casa e lasciarla sola con la madre, le giravano in testa fin dalla mattina appena alzata dal letto. Arrivata all'ora di cena era ormai esausta, provata da quella specie di disco che le si era incantato nella mente.
" Me ne vado, Chiara. Dillo tu a tua madre. Preferisco non vederla. Non lo sopporterei. Chiamami a questo numero se avrai bisogno di me. Ciao. "
Tenendo nella mano il biglietto di carta con sopra scritto un numero di telefono, guardò l'auto grigia allontanarsi finché quell'immagine non sparì dalla sua vista e, aveva a lungo sperato, dai suoi ricordi.

" Chiara, sei tu? "
Posò le chiavi sulla mensola ed entrò in cucina con in testa quell'unico, invadente pensiero. Si avvicinò ad una figura minuta seduta al tavolo, intenta come sempre a guardare sul televisore uno dei tanti programmi che trasmettono ripetutamente le immagini dei delitti famosi.
" Sì mamma. Senti, la possiamo spegnere? -
" Sì, sì, un attimo solo. Pensa, stanno per collegarsi con la casa... "
Ormai Chiara non ascoltava più i discorsi della madre. La lasciava parlare limitandosi ad annuire con la testa. Aveva bisogno di lavarsi e se ne andò in camera.
Sotto la doccia, mentre la mente le riproponeva la stessa frase, all'improvviso ebbe come una scossa.
Lasciando una lunga scia d'acqua dietro di sé raggiunse la mensola dove aveva posato le chiavi appena entrata in casa. Sul piatto di ceramica sul quale di solito c'era la posta, giaceva un biglietto di carta giallastra ripiegato in quattro.
Quel biglietto. Lo aprì, vide il numero scritto a penna.
" Mamma dove hai preso questo? "
La donna si voltò verso la figlia, che era corsa in cucina urlando agitando con la mano quel foglio.
" Non andare in giro nuda, ché poi ti ammali."
" Il biglietto, mamma, il biglietto!"
Senza rispondere la donna tornò a rivolgere l'attenzione verso il televisore, che continuava a trasmettere lo stesso programma.
Esa

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   5 commenti     di: alba radiosa



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