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Racconti di attualità

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Nasci a Napoli e poi muori

A Napoli, per morire, basta poco. Anche esserci nato. Non c'è bisogno di lavorare sodo per fare strada nella camorra prima di cadere a terra dopo un agguato oppure essere riempito di pallottole in una sparatoria. Morire a Napoli è diventato di una semplicità disarmante. Basta passeggiare per le strade della città, andare a lavorare, andare a giocare a calcetto con gli amici, prendere l'autobus. Che sia un proiettile vagante oppure un intero caricatore, un regolamento di conti andato a buon fine o uno scambio di persona, Napoli concede a tutti il brivido di sentirsi in pericolo di vita. In nessun posto come a Napoli, la morte è "una livella". Un camorrista, un pusher, un tossico, un bravo ragazzo, uno studente, una bambina... nessuna categoria di persone è esente. Siamo tutti in bilico, tra la vita e la morte, tra i sogni più belli e gli incubi peggiori. Perchè a Napoli, in un attimo, diventa tutto nero. E non c'è spiraglio, non c'è un briciolo di luce. Pasquale Romano, l'ultima vittima di questa assurda città, è l'ennesimo schiaffo alla vita, un altro graffio all'anima di un popolo che sta estinguendosi come i dinosauri. L'ultima vittima in ordine di tempo, sia chiaro. Dopo Pasquale, arriveranno Francesca, Carla, Fulvio, Simone, Enrico, Debora. Nomi a caso, pescati a sorte ed offerti in sacrificio ad una città che diventa sempre più rossa, di sangue, di disperazione, di vendetta. Rossa come la lava di quel vulcano che vorrebbe sputare addosso ai suoi concittadini la rabbia per averlo fatto diventare un oggetto da esporre in vetrina e niente più, un soprammobile di lusso, l'impressione su una cartolina che diventa sempre più opaca. A Napoli si muore, ed è una cosa triste. A Napoli si sopravvive, ed è deprimente. A Napoli non si respira più.

Non bastano il lungomare, il golfo, il Vesuvio, Posillipo e Marechiaro. Non bastano. Questa città sopravvive da troppo tempo grazie a questi panorami-palliativo che nascondono il dolore dei suoi cittadini ed

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Il bambino senza nome

Era lì dentro soltanto da quattro settimane, ma gli sembrava un'eternità. Nuotare in quel liquido, nel buio di quella grande mongolfiera che era la pancia di sua madre, non gli risultava di certo la sua attività preferita. E se pensava che era costretto a starci per altri otto mesi gli veniva da impazzire. Era un abbozzo di esistenza, il passo iniziale di una vita che di lì a poco sarebbe sbocciata in tutto il suo splendore. Avrebbe aperto gli occhi al mondo, riempendosi della luce che in quell'inferno chiamato utero lasciava decisamente a desiderare.
Si trovava all'inizio del suo percorso, la prima tappa della maratona che gli avrebbe dato la luce, ma già pensava al futuro. Quello immediato, ma anche quello che lo aspettava lì fuori. Gli piaceva, ad esempio, immaginare le emozioni di sua madre nel momento in cui avrebbe scoperto di portare in grembo un bambino. E di quando avrebbe scoperto che quello scricciolo al suo interno sarebbe stato un bel maschietto. Si è vero, stava solo alla quarta settimana, ma quell'embrione pieno di vita conosceva già il suo destino. Sarebbe stato un maschio.
Ma il suo pensiero più ricorrente era quello del nome che i suoi genitori avrebbero scelto per lui. Lo riteneva una cosa importante. Conoscere la scelta dei suoi genitori era la cosa che più desiderava. E sapeva già che sarebbe stato orgoglioso di portarlo, quel nome. Qualunque nome. I nomi sono il primo regalo che riceviamo quando siamo ancora una cosa sola con nostra madre. E sono anche l'unica cosa che ci portiamo dietro quando la vita finisce. Il regalo più prezioso, che custodiamo in eternità. Lui era desideroso di ricevere quel regalo, perchè sarebbe stata la prima firma sulla sua vita.
Purtroppo, però, il suo desiderio si trasformò nella tragica fine dei suoi sogni. Era alla settimana numero nove, e lui continuava il conto alla rovescia che l'avrebbe accompagnato al regalo tanto atteso. Una manciata di mesi e sarebbe diventato un bambino con un nome

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Moralisti e furfanti

Moralisti, sociologi e politologi si aggirano nei salotti televisivi. I media si buttano sulla preda e la spolpano fino all'osso.
"È tutta colpa della legge elettorale, della legge dei nominati", pontificano come oracoli. E poi si scopre che gli eletti con una valanga di preferenze sono ancora più corrotti e qualcuno avverte che "i mali delle preferenze li abbiamo già sofferti nella prima repubblica, sono preferibili i collegi uninominali".

Si guarda al centro e i buoi scappano in periferia. Si dice che c'è bisogno di una ventata di novità e arrivano sulla scena giovani arroganti, ubriachi di potere. Gente che improvvisamente si trova con tanti soldi in mano e perde la testa, accecata dall'oro.

I moralisti alzano la voce, indignati. Loro non sapevano, non immaginavano, vivevano sulla nuvola bianca dell'etica, gonfia dei loro sacri principi.

I politologi, che fino a ieri volevano portare lo Stato vicino al popolo sovrano per un controllo diretto e immediato degli eletti, criticano la modifica del titolo quinto della Costituzione, dicono che fu fatto per sottrarre il cavallo di battaglia del federalismo alla Lega. Dimenticano che la sinistra voleva favorire se stessa nel governo del territorio. Un modo elegante per impadronirsi del potere.

È solo un attimo di smarrimento. Subito sociologi e politici illuminati contrappuntano con voce suadente che non bisogna far di tutta l'erba un fascio (loro sono buoni e puri!) e che si deve andare alla radice di questa dissoluzione. E alla base di tutto si materializza un demone, come nel peccato originale. Il Demone corruttore, il Caimano ha abbassato l'asticella dell'etica, della parsimonia, della moderazione. Bisogna ricostruire i partiti di un tempo, ritornare alle ideologie, a formare la classe politica. Ma con quali formatori?

Si distingue da spreco a spreco, da peccato a peccato, da sesso a sesso. Le ostriche rovinano lo stomaco, la colla dei manifesti crea coesione sociale; i festini chiamati conve

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   2 commenti     di: Ettore Vita


Il Batavo

Attraversava la piazza: non mi sembrava cambiato.

Magro come lo avevo conosciuto quando da ragazzetto frequentava l'istituto per geometri. La chitarra era la sua altra passione, perlomeno sembrava così nei primissimi anni novanta.
Dopo il diploma si era buttato sull'informatica ed era diventato bravo, tanto da lavorare come professionista prima in Italia, per un ministero, poi fuori per grandi multinazionali.
Ora era in ferie a casa, ma sarebbe dovuto tornare in Irlanda per il suo lavoro. Prodotto felice della Generazione Erasmus.

Poche parole scambiate però mi hanno fatto capire quanto poco invidiabile considerasse lui, la sua vita che sembrava piana, ma aveva scoperto quanto giocasse d'azzardo.
"Mi accorgo, mi ha detto, quanto di volta in volta mi allontani sempre più da casa e per sempre più tempo. "La trama è sempre più spessa e difficile da passare; a questo punto sarebbe meglio non tornare più per poi non dover nuovamente andarsene."
La vita lo aveva birillato come bocce da biliardo. I birilli le stava abbattendo con la sua boccia.
"Perché non torni qua, un lavoro lo troveresti con le tue specializzazioni e la tua esperienza"- gli ho detto.
"Dovrei accontentarmi di molto meno, di un lavoro che non sarebbe allo stesso livello; anche dal punto di vista economico, là guadagno il triplo".
Pagava anche il suo conto, il triplo, anche se non c'erano osti.
L'ho salutato con la sensazione che non lo vedrò più. Il Batavo ripartiva per la sua vita errante, preso dal suo gioco da giocare fino in fondo, a tutti i costi.

Attraversava di nuovo la piazza: dentro era cambiato.



Un numero di telefono

Le ultime parole pronunciate dal padre, prima di andarsene di casa e lasciarla sola con la madre, le giravano in testa fin dalla mattina appena alzata dal letto. Arrivata all'ora di cena era ormai esausta, provata da quella specie di disco che le si era incantato nella mente.
" Me ne vado, Chiara. Dillo tu a tua madre. Preferisco non vederla. Non lo sopporterei. Chiamami a questo numero se avrai bisogno di me. Ciao. "
Tenendo nella mano il biglietto di carta con sopra scritto un numero di telefono, guardò l'auto grigia allontanarsi finché quell'immagine non sparì dalla sua vista e, aveva a lungo sperato, dai suoi ricordi.

" Chiara, sei tu? "
Posò le chiavi sulla mensola ed entrò in cucina con in testa quell'unico, invadente pensiero. Si avvicinò ad una figura minuta seduta al tavolo, intenta come sempre a guardare sul televisore uno dei tanti programmi che trasmettono ripetutamente le immagini dei delitti famosi.
" Sì mamma. Senti, la possiamo spegnere? -
" Sì, sì, un attimo solo. Pensa, stanno per collegarsi con la casa... "
Ormai Chiara non ascoltava più i discorsi della madre. La lasciava parlare limitandosi ad annuire con la testa. Aveva bisogno di lavarsi e se ne andò in camera.
Sotto la doccia, mentre la mente le riproponeva la stessa frase, all'improvviso ebbe come una scossa.
Lasciando una lunga scia d'acqua dietro di sé raggiunse la mensola dove aveva posato le chiavi appena entrata in casa. Sul piatto di ceramica sul quale di solito c'era la posta, giaceva un biglietto di carta giallastra ripiegato in quattro.
Quel biglietto. Lo aprì, vide il numero scritto a penna.
" Mamma dove hai preso questo? "
La donna si voltò verso la figlia, che era corsa in cucina urlando agitando con la mano quel foglio.
" Non andare in giro nuda, ché poi ti ammali."
" Il biglietto, mamma, il biglietto!"
Senza rispondere la donna tornò a rivolgere l'attenzione verso il televisore, che continuava a trasmettere lo stesso programma.
Esa

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   5 commenti     di: alba radiosa


Gli inferi (tra fuoco/guerre e acqua/tempo)

Dopo tanta acqua (Talete)/piogge e fuoco (Eraclito)/guerre con strage di innocenti, restando in tema di filosofi naturalisti, speriamo che il mondo non si dissolva nell'àpeiron, nell'indeterminato (o meglio nel nulla) di Anassimandro (l'inventore della carta geografica!), di cui ci è pervenuto questo apocalittico frammento: "principio degli esseri è l'infinito... da dove infatti gli esseri hanno origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l'uno all'altro la pena e l'espiazione dell'ingiustizia secondo l'ordine del tempo".
Per quanto mi riguarda, anticipando il mal tempo, a ottobre scorso ho costruito "La novella arca di Noè"/Bibliotheka edizioni dove vi invito a salire per... tempi migliori!

Intanto, dalla filosofia alla letteratura, l'inferno dantesco è così bello che si fa di tutto per andarci ma, sempre per quanto mi riguarda, da questi veri inferi (lettura straziante) è meglio stare alla larga!

In tempi così bui di guerre e morti per mare (Mediterraneo), per cielo (Ucraina) e per terra (Palestina), di figli illegittimi (presunto killer di Yara), di padri degeneri (strage di Motta Visconti) e, perfino, di condanne a morte per fede religiosa (Meriam), speriamo di non precipitare negli inferi o, addirittura, con la gravità infernale di questi eventi a vincere la stessa forza di gravità solare (e finanche la forza spirituale/misericordia del nostro Creatore!), di non essere espulsi dall'universo dopo il diluvio universale.

Quando alfin il cuor diparte,
nel momento del distacco
dello spirito dalla materia,
se osservi attentamente
questo corpo ormai esanime,
vedi l'anima sortire
nelle sue vere dimensioni
di luminoso abito interiore,
negativo illuminato
della sagoma corporale.
Nella celeste ascesa, però,
le anime in terra
troppo legate alla buia materia,
per il gran peso
(attrattiva terrena)
e senza più luce
restano imbrigliate
nella barriera dell'atmosfera,
formando così in condensa
tetr

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Diecimila e cento giorni

Diecimila e cento giorni di Claudio Martini è un libro scritto con razionalità e passione. Il romanzo è strutturato in quattro parti: Emersione, immersione, navigazione, approdo, ognuna
delle quali divisa in brevi capitoli. Stanno a significare
l' emergere dei personaggi con le loro storie, l' immersione
nel loro vissuto per cercare una stabilità, la navigazione, la parte più importante. Un viaggio metaforico e reale che, tra
sofferenza, momenti di gioia, passi indietro e passi in avanti,
li porterà all' approdo, in un arco di tempo lungo, appunto,
diecimila e cento giorni, 27 anni, dal 1977 al 2004.
L' esigenza di trovare l' equilibrio e un approdo lega
i personaggi, molto diversi tra loro. Quasi tutti troveranno
un buon approdo e questo, secondo me, è uno dei tratti
positivi del romanzo in quanto, senza enfasi, spalanca orizzonti di speranza.
Il protagonista, l' autore, l' io narrate, ha partecipato alle
iniziative e alle manifestazioni rivoluzionarie degli anni 70
ma non se ne sente appagato e vive una crisi che lo spinge,
sotto la pressione di un amico che è emigrato in Perù,
a partire per questo e per altri paesi dell' America Latina dove
vive varie vicende, fa diversi lavori, incontra molte donne.
L' eros è profondamente presente nel romanzo ed è espresso
con un linguaggio scoperto, a volte crudo ma mai volgare.
Riccardo la cui obesità ha una valenza metaforica "del
cannibalismo archetipo" come ha detto Giovanni Invitto nella
sua introduzione, salva dalla morte per overdose Fatima, una
giovane kosovara fuggita dalla sua terra martoriata. Tra loro,
tra alterne vicende, si svolge una storia che li avvicina sempre di più fino a stringerli in un amore dolce e sereno.
Per lei e per Riccardo che ha trovato il gusto della vita che non aveva avuto mai, si apre un tempo tutto da vivere.
Il protagonista inizia un lavoro di alfabetizzazione con
contadini poveri e sfruttati, sull' esempio di Freire e sul
modello del suo metodo di ed

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