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Racconti di attualità

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Let's imagine

Mi chiamo Tanemo, ero il più bello, il più logico, il più giovane di tutti. Ben presto venni apprezzato e desiderato, non perché fossi l'ultimo arrivato, ma perché sono sempre stato il migliore.
Un giorno vidi delle oche volare. Non sapevo spostarmi in aria, a malapena camminavo, ma seguendo l'esempio presi la rincorsa e mi staccai dal suolo. Non mi pareva vero, mi ritrovai sopra di loro e, visto la presunzione che mi ha sempre caratterizzato, ne catturai una e tornai a terra. La rinchiusi in una gabbia, le detti da mangiare, finché mi si rivolse un uomo offrendomi del denaro. Gliela consegnai, sicuro di avere la possibilità di ripetere l'operazione. E così feci, e andava tutto bene, i guadagni superavano ampiamente le mie spese, fin quando le oche capirono di venire sfruttate e si unirono tutte insieme per evitare di essere catturate. Invece di vendere loro stesse si dettero da fare e crearono dei beni materiali, erano anche obbligate a cedere le uova agli uomini per procurarsi del denaro, ma almeno in questa maniera riuscirono ad aver salva la vita. Così piano piano le oche iniziarono ad arricchirsi a scapito degli umani, fino a quando riuscirono a ricattare i loro padroni. Io continuavo ad essere importante, facevo da tramite in queste transizioni finanziarie, solo che avevo cambiato le vittime da colpire, ora erano gli esseri umani a restare in debito con me. Ero felice di fare lo strozzino, mi gratificava. Poi un giorno arrivò la mia rovina, quando anche quest'ultimi capirono che era inutile la competizione, anzi dannosa, iniziai a non essere così indispensabile. I padroni si allearono ai servi, oltre che fra loro stessi, e da quel momento io venni mandato in pensione. E gli abitanti terrestri vissero in pace e senza sgomenti.
Spero non dovranno andare in questo modo le cose, mi auspico che non dovremo aspettare il loro cannibalismo, ma so che vivere senza ricatti né sfruttamenti è l'unico modo di affrontare un futuro che non promette nulla di b

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   0 commenti     di: vasily biserov


Scenari apocalittici dal fronte.

Roboante il cannone in lontananza!
S’ode il tuono del guerreggiare,
il trambusto di un’Odissea di vite,
d’insensate, fatali sparatorie.
Il cammino disegnava incoraggianti
scenari per il caporal-maggiore.
S’auspicava l’indomani il nemico domare;
il nemico, barricato oltre siepe,
nella coscienza sua
avviluppata da sordidi vapori
di belligeranti tattiche.
Il detonatore applicato al mitra,
silenziatore d’ineffabile strage,
mascheramento d’intrigo putrido.
La Ragion di Stato non s’infrange
per la salvaguardia del capitale!
Paventava la guerra, quel Profeta:
lottava per il trionfo della socialità,
cosmopolita, arcadico sognatore
di multi-etnici ginepri festanti,
di non rari coacervi razziali.
Avea riposto nell’umana pigrizia
la sensibilità del fervido “passionario”
per raggiunger l’unità dei pensieri,
le unità, la sacralità di momenti
vissuti in società multi-razziali,
popolate da convivi di arabi, rabbini,
lasciando che il Kamikaze della vita
si suicidi in cerca di fraternità!
Lo stelo dell’incoscienza,
il monatto della concupiscenza
il cuor suo, sincero, deluse
la pacifica convivenza
tra consanguinei fratelli!
Ora il Profeta è stanco, inerme,
imbrigliato dal calcolatore
stratega, guerrafondaio.
Sotto la manna di un cielo apocalittico
l’inferno già sfiora le dita dell’animo.
Ora la Guerra incombe su noi!
Il lacustre predatore d’anime
va nutrendosi d’inimicizie, di odi,
sempre di più,
insaziabile, irrefrenabile!
La frenesia spezza via
la polvere del buon senso,
il sapore della Primavera s’incancrenisce,
così come la cristallina gioia estiva,
così come il freddo colore del general Inverno!
S’inalbera il vento di un matto incrocio
di pezzi forti di gendarmeria;
si scaraventa a terra la giustizia
dalla canna mozza di un corrucciato Kalashnikov
che punta lassù in alto, nel cielo
e va a spezzar il volo dell’airone
che, maestoso, abbraccia l’Infinito!



Aquiloni maestosi

Ampie e maestose si ergono le colline fuori da questa stanza.
Il cielo si tinge di un colore turchino che mi alleggerisce il respiro.
Le case, assolate e piene di vita, si lasciano sormontare da nuvole soffici e di angelico dipinte.
Bagno i miei occhi di colori maestosi e lascio che il vento smuova queste lenzuola e questi abiti nuovi che ancora odorano di festa.
C'è una guerra non lontano da qui, ci sono uomini che fuggono da aride terre e bambini che vorrebbero stringere le mani di una mamma che non c'è più.
Guardo questo splendido sole di Marzo e penso a quante tenebre stia dando riparo questa luce.
Volteggiano ancora gli aquiloni dentro questo caos imperfetto.
Le guerre tingono i volti di cenere e polvere.
Quella polvere invisibile che ricopre ogni cosa.
Brace e miseria sui corpi di chi, stanco, si muove veloce alla riva.
Fuggire ora resta alle gambe di chi dal mondo è ferito.
Continuo a guardare questo cielo di pace.
Si contraddice a noi uomini e alle armi che in grembo portiamo.
Si contraddice a questi occhi di morte vestiti.



La dolce schiavitù

Tra Orwell e Huxley sono sempre stato convinto che il secondo abbia visto più lontano. Anche se 1984, per la sua immediatezza e forza visionaria, è rapidamente assurto per tutto il '900 a paradigma del totalitarismo dietro l'angolo e di ciò che si contrappone all'utopia; mentre Il Mondo Nuovo, dove l'invasività del potere è più morbida e strisciante, è invece passato via quasi inosservato.
In realtà è il futuro immaginato da Huxley che si sta realizzando oggi. Attraverso un sistema talmente sofisticato da riuscire a indurre gli individui ad amare, senza accorgersene, la loro dolce schiavitù.
Ciò che mi interessa non è tanto esaltare la lungimiranza della visione di Huxley, quanto fermarmi a considerare se, alla luce di ciò che sta avvenendo, della mutazione antropologica in atto, liquidare la sua opera come distopica (o cacotopica, giusto per cambiare) sia corretto. Ma soprattutto un sentimento percepito e condiviso da tutti: vecchie e nuove generazioni.
Se è vero che fino alla fine del secolo scorso un sistema come quello descritto da Huxley, soggiogato da scienza, pubblicità e consumismo, poteva apparire eccessivo, e non desiderabile, non in quanto opposto all'utopia, ma perché in antitesi col principio di libertà e progressivo miglioramento della condizione dell'individuo, oggi ci andrei più cauto.
Chi ci dice che una società che si rende conto che un ciclo di sviluppo sta per chiudersi ed è in in grado di "rallentare" , "deviare", e "riprogrammarsi" ad uno stadio di moderato benessere diffuso; di un'aurea mediocrità di massa, sotto l'occhio vigile e discreto di poteri più o meno occulti, debba essere vissuta per forza come qualcosa di minaccioso, temibile e negativo? O non semplicemente come un prezzo equo da pagare per continuare a godere delle cose che sembrano riempire le nostre esistenze.
Se mi sforzo di pensare senza pregiudizi alle nuove generazioni, devo almeno riconoscerne le diversità. I punti di vista. Gli orizzon

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Mastro Scialanca

Una volta, tanto tempo fa, c'era un bravo muratore, da tutti, chiamato Mastro Scialanca. Per dirla tutta e per raccontarvela in breve, senza annoiarvi, vado subito al sodo. Bravo nella costruzione dei forni e nel bere vino, curava con passione la sua arte. Sappiate, cari amici, che codesta arte non era cosa da poco, anzi, oserei dire arte difficile, quasi... quanto governare una nazione come la nostra. Nella valle del Garigliano c'erano tante masserie ed ognuna di esse aveva il suo bravo forno. I comignoli fumavano e le massaie, dopo aver impastato e fatto lievitare la farina, la ponevano, sotto forma di pani, sul letto di mattoni arroventati. Il buon odore del pane induceva al sorriso. Durante le feste comandate, biscotti, panettoni, pastiere e pizze dolci risarcivano dalle angustie del duro lavoro e dalla mancanza di una equilibrata e sana alimentazione. Profumi di odori e sapori che quelle ardenti miniere sapevano regalarci. Tempi belli, cari lettori, anche se eravamo tutti poveri. Non proprio tutti, ma quasi. Si scassavano carri e carretti, ma i forni costruiti da Mastro Scialanca resistevano ai venti impetuosi ed anche agli eventi estremi, tipo terremoti.. Il segreto del suo successo era dovuto, semplicemente, alla sua abilità nel coordinare i rossi mattoncini dall'interno del forno e una volta rimasto il pertugio per saltare fuori, chiuderlo dall'esterno. Più facile a dire che a farsi, ma proprio per questo, a lui non mancava mai lavoro. I suoi forni, veri igloo d'argilla, ancora oggi, costituiscono meraviglia delle meraviglie. Per ogni nuovo forno inaugurato, la sera, si solea far festa e al suono di pentole e grancasse, schiamazzavamo e giù pacche sulle spalle, anche, tra creditori e debitori. Danzando, le donne, mostravano le caviglie e in tali gesti, tutto un mondo nascosto. Quello che si faceva la notte, non lo diciamo, ma la mattina non si vedevano musi lunghi in giro. Lavorava bene, Mastro Scialanca, ed aspettava il momento giusto per essere pagato,

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   6 commenti     di: oissela


Con la crescita verso il disastro

Gli scambi commerciali sono presupposto di armonia tra i popoli, aiutano a riconoscere l'unicità delle culture e ogni cultura può trarre beneficio da questo.
Ma, l'idea neoliberista che ogni paese, per stare bene, deve "crescere" è una contraddizione in termini.
Le politiche consumistiche e lo spreco di un paese, causano la miseria dell'altro, senza considerare l'inquinamento e il fatto che la terra non ha risorse illimitate.
Stiamo correndo verso il disastro ecologico e psicologico e le attuali crisi, ancora una volta, ne sono la conferma.

   3 commenti     di: rea pasquale


Bartolini Francesco e i suoi diciotto natali

Il primo Natale di Bartolini Francesco, di cui lui ebbe memoria solamente attraverso i ricordi dei parenti, fu in una stalla. Dicono accadde per caso. C'era la guerra, i contadini si rifugiavano sulle montagne ed assaltavano i nemici piombando loro addosso come delle furie. Le case non andavano più bene per star tranquilli, c'era il pericolo di una retata, così molti si trasferivano in vecchi casolari, e rimanevano lì per molto tempo. Fu così che la prima cosa che vide Bartolini Francesco quando non fu sua madre, bensì un grosso porco dal colorito marroncino che in quella stalla era stato portato insieme a due buoi e a un pollo dall'aspetto smagrito. Da quel momento in poi fu celebre la fobia di Bartolini Francesco per i suini. Traumi dell'infanzia che ritornano. Dunque, Bartolini nacque il giorno di Natale, e tutti dicono che è così bello nascere il giorno di Natale. C'è la neve, e in effetti quel giorno la neve c'era. C'è il vischio, e in effetti quel giorno il vischio c'era, sebbene imbrattato dallo sterco di porco. C'è anche il tepore del caminetto acceso, ma quello nella stalla non c'era, anzi, si schiattava di freddo e pare ch il padre di Bartolini Francesco, nel buio della notte, tentando di abbracciare la moglie per riscaldarsi finì con l'abbracciare sempre il famigerato e grasso suino, che taluni sostengono essere non molto diverso in aspetto dalla donna. Comunque, se tutti vogliono nascere a Natale, Bartolini Francesco considerò tal fatto sempre un'enorme sfortuna. <<Bello! Bello nascere a Natale! Così poi di regalo te ne fanno uno solo, per Natale e per il compleanno. E ti dicono che quel regalo vale per due. Ma col cazzo che ti fanno due regali!>>. Ovviamente il regalo per il primo Natale di Bartolini Francesco fu la vita, e si può quindi dire che per quell'anno gli andò molto bene. Di lì a pochi giorni suo padre avrebbe rischiato di essere schiantato da una mitraglia nemica, ma si salvò per il rotto della cuffia. Fu arrestato. Lo libera

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