su un vasto altopiano tra Afghanista, Cina e Tagikistan ci venne incontro uno scheletro con tanto di falce e con, nell'altra mano, un quadro fatto a pezzi. non era un amante del bello, voleva solo che scrivessimo in colonna il nostro necrologio e omettessimo i nostri nomi, leggendo; voleva che gridassimo spazientiti, che ci riducessimo allo stato liquido dinanzi alla sua puteolente maestà, che ci prosternassimo, che prendessimo nota della nostra incorreggibile nullità, che innalzassimo a lui, inni di lode con verso di pecorella.
come Dio volle, la piccola benefattrice della favola, che cresceva con noi, ci donò formelle di metallo che rinvigorirono i nostri berretti flosci con un'imperiosa chiamata alla ribalta, spronati a fare intingoli di idee, potenti miscele di esplosivi pensieri, come oratori senza orari che intingono parafulmini nei calamai dei loro scrittoi.
" La signora Flavia", così la chiamò anche il vecchio parroco della chiesa di S. Pantalone, nel corso delle esequie.
Non gli venne affatto spontaneo chiamarla "sorella". Pensavo a quel suo portamento così distaccato e distante, a volte forse anche un po' sussiegoso. Non veniva altro da definirla se non " signora Flavia".
Benchè fosse più giovane di me, di ben otto anni, anch'io mi rivolgevo a lei, dal momento in cui l'avevo conosciuta, con l'appellativo di " signora".
Da viva era un figuretta sottile, magrissima e tutta scura. Nera di capelli, neri gli occhi molto vivaci, d'incarnato olivastro, naso piccolo con narici a fessura. Costantemente vestita di nero, anche se con abiti di gran firma. Scarpe decolleté con tacchi a spillo, borsa nera in pelle con manici a forma di anelli in ottone. Ombrello, se pioveva, nero. In primavera azzardava vestirsi di blu. Ricordo un suo tailleur in seta, blu fondo con risvolti color panna.
Al caffè dove la incontravo casualmente , o a mezzogiorno o prima della chiusura serale, non mangiava mai, spiluccava " salatini" , sorseggiando un calice di prosecco. Fumare, fumava assai. Le dita ne rivelavano un vizio assiduo.
Dalla finestra del mio ufficio, sorvolato con lo sguardo un piccolo giardino condominiale, potevo scorgere la finestra del suo studiolo, le cui pareti erano cariche di stampe d'epoca, incorniciate.
Tutto ciò non ha più alcuna importanza, poiché l'esistenza di Flavia, rimasta vedova già prima dei quarant'anni, si era volatilizzata nella proverbiale polvere, ma aveva preso risalto, per me, proprio nel giorno della sua morte e del suo funerale.
Era da più di un mese che non mi capitava di vederla arrivare al solito incrocio ed avevo deciso di telefonarle. Si avvicinava il Natale, potevo farle gli auguri. L'anno precedente lei mi aveva regalato dei vasetti di confettura, confezionata con le sue mani. Era bravissima nel f
Sento ancora l'ansia che trasmetteva mia madre ogni qualvolta si dovesse partire. Si giungeva in stazione con un'ora di anticipo perché lei diceva: il treno non aspetta, e quando in lontananza tra sbuffi, fumo e vapore cominciava a prendere forma la sagoma nera e imponente della locomotiva, il cuore iniziava a battere forte con lo stesso ritmo del campanello che ne annunciava l'arrivo. Di li a poco sarebbe iniziato l'assalto, i più lesti salivano sui vagoni ancora in movimento, e dopo avere occupato i posti per tutta la famiglia si affacciavano immediatamente dal finestrino per farsi passare i bagagli. Accadeva spesso che quando il treno si fermava già tutti i posti erano occupati e bisognava così rassegnarsi a rimanere in piedi per tutto il viaggio o al massimo usare come seduta un pacco o una valigia, ostacolando il defluire degli altri passeggeri costretti il più delle volte a incredibili evoluzioni. Si partiva così tra lacrime e abbracci e la promessa di scrivere una lettera appena giunti a destinazione, destinazione che però spesso era ignota a molti di loro che per la prima volta si recavano al nord o all'estero in cerca di lavoro, e ignoto, quasi sempre voleva dire sacrifici, sofferenze, mortificazioni. Oggi diremmo che fra quei passeggeri non c'era privacy perché fatti pochi chilometri ognuno sapeva tutto degli altri, dopo di che i discorsi cadevano inesorabilmente sulla politica e sui politicanti, e non si aveva timore di iniziare il dialogo parlando male del governo perché l'interlocutore, di sicuro, era dello stesso parere e chi la pensava diversamente viaggiava nelle carrozze di prima classe dove i sedili semivuoti avevano i poggiatesta di panno bianco e le valige non erano di cartone e dove chi aveva il viso bruciato dal freddo e dal sole era allontanato prima che potesse esibire il biglietto. Io, i discorsi dei grandi non li capivo e ne mi interessavano, l'entusiasmo iniziale con cui intraprendevo ogni viaggio pian piano cedeva il posto alla
[continua a leggere...]È qui che sei nato e cresciuto,
in questo palazzo grigio e fatiscente di una periferia sopita
nella nebbia.
L'aiuola disordinata ti ricorda l'infanzia appena passata.
Sei venuto su come un fungo, tra le muffe, in questo sottobosco
industriale e distratto, tra l'indifferenza di un padre assente,
anestetizzato di tv, che ha fatto dell'omertà una regola di vita.
Tua madre è un ombra da sconfiggere che si aggira per casa,
sempre pronta a dispensare buoni consigli al momento
giusto ma...
- "Dov'eri quando urlavo e vagavo nelle tenebre!"
Si dov'era, quando avevi bisogno della sua mano ed
un po' di affetto.
Parlare è inutile! Parlare è impossibile in questa
casa...
- "Ultimo pezzo della mia vita in cancrena!"
Guarda fuori, vedrai la gente che vive.
Guarda fuori, sentirai che l'aria è fredda e pungente,
ed un brivido correrà sulla tua pelle.
Guarda fuori, lascia correre lo sguardo, la dove l'azzurro
si mescola con il verde.
Guarda fuori ti prego, ci sono albe e tramonti, c'è vita da vivere,
ci sono emozioni semplici e fortissime.
Guarda fuori e senti la vita attraverso l'amore, le delusioni,
i traguardi raggiunti.
Guarda fuori!!!
- "Lo so è difficile!"
Guarda fuori e dimmi...
Non vale la pena di provarci ancora?
Nel mio paese la caccia era molto praticata, forse per questo noi ragazzi ci costruivamo dei fucili di legno, simili almeno per noi a quelli veri, mancavano però le munizioni, allora applicavamo all'altezza del castello di sparo le mollette (quelle per tendere i panni) chi aveva fantasia ne metteva due, tre o quattro, addirittura qualcuno anche sei, ad ogni molletta corrispondeva un colpo, poi si costruivano i proiettili, utilizzando le camere d'aria delle biciclette, si tagliavano in piccoli tondi da ¾ millimetri, poi si collegavano tra loro con un nodo marinaro, si provava l'estensione e quindi quando si capiva la giusta misura se ne facevano altri uguali, le migliori camere d'aria erano quelle di colore rosso, erano molto potenti.
Una volta terminata l'operazione della preparazione munizioni, si provava la gittata, per essere dei buoni proiettili, dovevano almeno arrivare a 15/20 metri ed avere una potenza che a 7/8 metri permettesse di colpire con una certa violenza.
Quando tutto era pronto, in relazione alle nostre esigenze si mostrava il fucile agli amici, alcuni di noi lo rifiniva, applicando pezzi di camera d'aria nera delle moto, nel calcio, come una specie di rivestimento.
Quando si caricava si doveva seguire un ordine, che poteva essere in senso orario o senso antiorario secondo l'abitudine di sparo, si inseriva l'anello dentro la morsa della molletta, si tendeva l'elastico fino alla punta del fucile e così fino all'ultimo colpo da caricare.
L'importante poi era ricordarsi come far partire i proiettili altrimenti se si sbagliava rimanevano bloccati dalla sovrapposizione degli elastici nella punta del fucile.
Tali armi come detto erano molto potenti gli elastici potevano arrivare a colpire con una certa violenza anche a sette/otto metri.
A volte capitavano inconvenienti del tipo, che mentre si stava per mirare si rompeva l'elastico che era alla sommità della canna del fucile e quindi il colpo partiva al contrario, con il risultato che veniva
Così lessi di te, in una tiepida giornata di tardo Marzo ove la primavera ancora non s'era fatta sentire nelle torbide acque intorno ad Alghero. Nessuno conosceva la tua voce, sembrava appartenere solo a chi ti aveva posseduto, come il mare, in questo momento si ruba i miei ricordi tracciati sulla sua sabbia.
Quasi come un granello tanto desiderato sei entrato a far parte della mia vita, e con rapidità sei tornato nel mare, fuggendo chissà per quali oceani.
Se passeggio sulla battigia lascio impronte. Solchi tracciati dal tempo sembrano fiorire tra le nuvole e i bambini che allegri ( loro ) saltellano. Così spensierati anche loro abbandonano impronte sulla spiaggia, e lei teneramente le accoglie affidandole alla vastità azzurra. Cadessi da questa altezza, così da potermi far notare, umiliandomi ancora una volta quasi ribrezzo. E se la via non è illuminata, io passo volentieri, magari con un filo di pioggia che lenta bagna tutto il mio gracile corpo che tutti continuano ad osservare. Acqua che bagna l'auricolare canta.
Tutto così veloce, ed io così inesperto lasciandomi trasportare nell'insieme delle cose. Me ne ho detto tante, purtroppo ne ho detto ancora, dopo tanti fatti successi e le tue inutili scoccianti parole irreversibili pertanto ripugnanti.
E non riesco ad ascoltare nemmeno una canzone che s'è improvvisata quella sera, poichè mi fa ricordare quell'attimo orribile tuttora. Mi odio per essermi fidato in questo semplice modo, e mi supplico di non farlo mai più, mentre forme affusolate e fumo e sigarette passanti occhi, io fumo.
Il fumo aiuta a dimenticare. Specialmente se accompagnato da canzoni, amici, sussurri, parole. Gesti.
Gesti che contano. Passano, feriscono.
Nella nostra piccola vita andremo incontro a tante cose e io, tornando indietro e, immaginando la scena, non avrei saputo se farla continuare, o meno. Molte indecisioni accompagnano l animo umano, e codesto essere ha bisogno di certezze.
Fece capolino il Sol caldo e
Abbandonati per l'ennesima volta gli studi universitari, il Tannino si cimentò nella ricerca di un'occupazione definitiva; durante quest'affannosa impresa incontrò diverse opportunità, una delle quali consisteva nella vendita a domicilio d'enciclopedie per ragazzi, in alternativa alla quale poteva proporre agli occasionali clienti una meno impegnativa Bibbia a fumetti.
Dopo un breve periodo di formazione fu lanciato sul mercato, ma le prime difficoltà legate all'innata timidezza ed alle scarse motivazioni che lo animavano non tardarono a palesarsi.
Vagò per un intero pomeriggio alla ricerca di un portone, di un numero civico, di un cognome che lo ispirasse; era stato fornito di un elenco di nomi di bambini legati ad un indirizzo, dove secondo le teorie del marketing avrebbe agevolmente trovato clienti da soddisfare, come se bastasse un foglio di carta per fare di una vendita " porta a porta" una missione umanitaria.
La serata volgeva al termine e l'anomalo venditore intendeva concluderla, se non con una vendita almeno con una visita a domicilio, il timido individuò l'obiettivo da colpire in una casa relativamente isolata, dove secondo le preziose indicazioni fornitegli, avrebbe dovuto abitare un bambino.
S'infuse coraggio e suonò il campanello, come da copione chiese se il bimbo fosse in casa, a seguito della risposta affermativa agì come gli era stato impartito, passando, dopo la presentazione di rito, alla fondamentale fase della socializzazione.
La signora che apparve agli occhi del Tannino, mostrava un aspetto non più giovanile e decisamente la vestaglia e le ciabatte con le quali si presentò non l'aiutavano a nasconderlo, quindi scartando l'ipotesi che si trattasse della madre di una così giovane creatura, pensò bene di domandarle se avesse avuto il piacere di parlare con la nonna.
Ancora prima di terminare la frase, comprese l'entità della gaffe alla quale era andato incontro, la donna sollevò le spalle e rivelò al paralizzato Tannino il
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