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Racconti autobiografici

Pagine: 1234... ultimatutte

Loro... lei... io... loro

Ci sono dei momenti in cui mi sento... felice. mi sento appagato dalla gente che ho intorno, dalla sabbia sotto i piedi, dal bicchiere che ho in mano. Mi piace bere e guardarla sorridere. Mi piace bere e guardarla negli occhi. Mi piace flirtare con lei. Dirle quello che vuole sentirsi dire... forse... ma provocarla è ancora più bello. Non mi interessa. Non mi colpisce. Pensa e dice esattamente quello che mi aspetto da lei. Si sforza di confermare l'idea che ho di lei... che ho di loro.
"Loro"... detto così sembrano un qualche non meglio identificato... antagonista... invece sono solo speranza... di una giornata non noiosa... di una passione di una notte... di un ricordo piacevole.. con cui distrarmi... con cui sentirmi vivo.
"Loro"... sono forma... non contenuto... loro sono uno spazio vuoto riempito di suoni, odori, contatto. Ma poi sei comunque solo.
"Lei" è comunque sempre un'estranea. Ti ama... dice... e si sforza di capirti. Ti ama e vede in te quello che non c'è ... quello che non hai. Ma lei lo trova lo stesso. E non capisce che sono solo uno strumento verso la sua felicità... che è già in lei.
"Lei" cerca in te quello che già ha... quello che vuole... crede di trovarlo... ma è solo casualità... potevo essere chiunque. Ma purtroppo sono solo io. Io lo so... è in rari momenti di condivisione... le confido la mia inadeguatezza. Ma lei non mi crede... e cerca l'errore in sé.
Poi si stanca... e ricomincia con un altro. Non è una sorpresa, ovvio, lo sapevo, la ho spinta verso questo momento. L'ho aspettato ed immaginato, ma è sempre uguale. Lei si scopre diversa. Io la ricordo uguale a tutte le altre.
È la saluto, senza passione, senza rimorso, senza un bacio.
Per poi rimpiangerla...
... ma non troppo, non a lungo... solo fino a te.
... per poi ricominciare... e l'universo è indifferente.



A little real story

L'aveva notato perché il più silenzioso tra tutti, con una strana tristezza sul volto. Era come se ogni altra espressione fosse completamente estranea all'immobilità vuota di quegli occhi scuri.
Con la sua pelle chiara sembrava ostinarsi a rispettare tacitamente quel ruolo di fantasma assegnatogli chissà da chi...
La sua matita tracciava veloce segni scuri macchiando un foglio bianco senza alcuna pietà, incedeva ossessiva sulla carta piagandola calcando e ricalcando ossessivamente gli stessi punti neri.

Nessuno ti sorride quando disegni morte.

Lei lo fece. Forse perché sentiva che in fondo condividevano la stessa assurda tristezza senza senso.
Sempre più caoticamente l'inchiostro andava agglomerandosi fino a formare linee note, forme riconoscibili.
Due orecchie rotonde. Un naso a palla. Si sarebbe potuto dire che stesse disegnando Topolino.
Quando il corpo fu completo, sospirò un attimo fissando il risultato complessivo e sollevò la penna nera dal foglio abbandonandola sul banco, concedendole riposo.
Poi afferrò la penna rossa e la impugnò come una condanna.
La scagliò di punta contro il foglio più volte, a casaccio, con foga, poi rallentò e si fece più accurato.
Iniziò a insanguinare un braccio, poi passò alle orecchie dilaniando l'innocenza infantile di quella figura.
Eppure il suo volto non tradiva nessuna emozione, nessun pensiero. Era come se la sua mano avesse una volontà propria, come se volesse svelare segreti troppo tristi.
Allora lei prese la matita e un foglio. Nella sua mente si era svegliato qualcosa, un desiderio di provare a curarlo, una curiosità, di quelle che portano solo male, di quelle risvegliate dalle cose oscure.
Disegnò Topolina, le fece indossare un camice da infermiera e le mise un cerotto in mano.
Appena quel ragazzo uscì dall'aula, infilò quel foglio un po' stropicciato nel suo quadernino nero.

Tracce di nessuno che tenta di rendere visibile un fantasma triste.

Quando il ragazzo notò quel fog

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   10 commenti     di: ayumi


Aspettando il calare del sole

Aspettando il calare del sole contemplo ciò che ho sotto il naso, il telefono con un tuo messaggio. Lo leggo, immagino la tua voce, parole dolci, d'amore, semplice scriverlo su un apparecchio elettronico, semplice mentire a distanza, quel che assicurazioni, non è semplice è accettare l'inganno. Tante promesse, baci, rassicurazioni, non pensavo fossero solo simulazioni, sentimenti preparativi in atteso di quello vero, autentico e sincero, quello da tutti desiderato, che tu però hai destinato ad un altro. È solo un messaggio, ma smaschera totalmente il tuo volto bugiardo. Mi chiamo Vas, un nome come un altro, non un termine tedesco, tu invece hai fatto proprio questo, mi hai trattato in modo tale, non pensando avessi dei sentimenti, deridendo i miei desideri, dimenticando di essere sincera, ti preoccupavi solo della tua esistenza, un oggetto non ha vita propria. Questo credevi, così agivi, e io rimpiango solo di aver perso tempo a pensarti, urlare il tuo nome ai quattro venti, mi scuso di essere rimasto a lungo in letargo, invece che passare subito all'azione. E aspettando il calare delle tenebre ho deciso di anticipare i tempi.

La vita è tutto e io non sono che tre punti, di sospensione. Stufo di aspettare tolgo il disturbo e mi seppellisco tra i miei pensieri. Chi saprà ascoltarmi capirà i miei voleri.

   0 commenti     di: vasily biserov


E perché no?

Dio, quanto lo amavo quel ragazzo! Amavo quella sua aria di pensatore tenero.
Quella delicatezza nei gesti e nelle parole mi illanguidivano, eccitandomi al contempo la fantasia.
Sono un'inguaribile entusiasta, sanguigna, sempre pronta allo scontro, un modo come un altro per nascondere la mia fragilità, le mie paure ma lui mi rendeva forte e sfrontata.
Lui, con quella sua perenne inadeguatezza, era riuscito a rompere il guscio spinoso di terrore, entro cui si celava la mia sessualità curiosa, sfrenata e bizzarra.
In quel tempo lavoravamo per il censimento, un lavoretto per ragazzi.
Ci avevano dato due quartieri limitrofi, dal momento che eravamo una coppietta di buffi bimbetti.
Lui serio e composto era per me un punto fermo, un'ancora di salvezza in quello strano tempo di fine adolescenza.
Al suo fianco mi sentivo euforica e sicura, tanto da sfoderare comportamenti a volte sfrenati.
Come cominciammo a girare per palazzi, ogni volta che arrivavamo all'ultimo piano, mi assaliva un'irresistibile voglia di fare l'amore, lì, in mezzo alle scale.
Una fantasia eccitante: la scomodità del posto, la paura di venire sorpresi, tutto concorreva a convincermi a tentare, solleticandomi il desiderio.
Mi trattenevo perché conoscevo il mio lui fin troppo bene, così educato e vergognoso.
Ma non ho retto a lungo e dopo una settimana, all'ennesima vista di quelle scale, esordii:
" Senti posso dirti una cosa? " sentivo un bruciore strano agli occhi e quasi distrattamente feci scivolare la lingua sulle labbra, che avvertivo leggermente riarse.
" Dimmi " rispose tranquillo e ignaro dei miei strani pensieri erotici.
" Facciamo l'amore in cima alle scale ti va? " quelle parole mi erano uscite come un siluro, trattenendo il fiato, mentre cercavo di leggere un consenso nel suo sguardo.
Figurati! Neanche a parlarne. Un mucchio di sacrosante ragioni, gettate a secchi, come acqua sul mio incendio erotico.
Un lampo d'odio attraversò il mio cervello, ma lo amavo t

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   5 commenti     di: silvia leuzzi


Vago e non mi stanco.

La festa non è ancora finita, l'alcohol ormai è agli sgoccioli e solo i residui continuano a fare la loro comparsa tra una risata e l'altra. La musica continua a battere i colpi nelle casse tuonanti, rimbombando nei timpani, e la gente si spassa tra un bacio e un abbraccio.
Cerchi di sospenderti anche te nel turbine di gioia infinita che la notte continua a portare, fingendo che il resto del domani deve ancora arrivare, mentre invece lo stai già vivendo.
Si battono le mani al tempo del tamburo: dieci, cento, mille volte di seguito, per sentir dentro quello scandire del tempo che ti dà la voglia di tirare avanti.
Si susseguono le facce davanti allo sguardo quasi perso, occhi piccoli come le asole dei bottoni, percependo appena quello che dicono. Orecchie ovattate, parole masticate, fanno di quelle ore un solo tremendo collasso generale.
I visi cominciano a diventare pallidi, fiammelle rosse ogni tanto si accendono sfumandosi dietro una nuvola di catrame che si schianta direttamente nei polmoni.
Sale poi la voglia di andare sù, nei piani alti delle sensazioni, allora ci si immerge tra la folla e le luci accecanti della pista.
La mente trasuda fiaccole di spensieratezza che stimolano il movimento incosciente di ogni parte del corpo: vago, vago, vago e non mi stanco.
Pattino nella semirealtà della situazione, siamo tutti nello stesso mondo parallelo che fa di noi le uniche persone che possono fare quello che vogliono senza averne nessuna responsabilità, quello che tutti amano dannatamente allo stesso modo.
Vaghiamo e non ci stanchiamo, finchè la luce artificiale della coscienza non ci riporta sulla terra ferma, spiegandoci che quella sensazione esiste solo nel momento della desolazione e che non dobbiamo farci sopraffare da essa.
Ma io, appena posso, vago, vago e non mi stanco.

   1 commenti     di: Monica P.


Un caffè con lo zaba

Ci sono cose che fanno parte di te anche se non te ne accorgi,
sono talmente assimilate che diventano una seconda pelle.
Gesti, parole, sapori, profumi.
Sono come messaggi subliminali registrati nel solco della tua anima.
Non rinunceresti a loro per nessuna ragione, perchè...

Era bello quel risveglio baciati dal sole
o svegliati dal tamburellare della dita della pioggia
sopra i vetri.
Non feriva gli occhi la luce,
non annoiava mai una giornata grigia.
Già il profumo dalla cucina con i
rumori del giorno richiamava l'
attenzione.
Un tintinnare di cucchiaini, un profumo
di caffè caldo.
Golosa... di tutto, di dolci,
di ricordi, di vita.
Ma già sul tavolo della cucina impaziente
mi aspettava, lo zabajone
Giallo dorato, il cucchiaino affogato
dentro quella crema,
profumava di buono, di vero
di uova calde dentro nidi di paglia
-vai a vedere tu nel pollaio-
quando tornavo stringendo
con delicatezza quel fragile tesoro.
Annegavo in quella crema
la dolcezza ed i sogni di quegli anni
con un punta di caffè amaro.
E da quella riserva di energia
e dolcezza attingo ancora oggi...
Ma non c'è il tempo...
-Un caffè con lo zaba... GRAZIE-
per abbreviare...
al solito bar

   5 commenti     di: laura marchetti


Sabato Sera

Fisso l'orologio con impazienza. Già mezzanotte passata da qualche minuto e noi siamo ancora qui, sedute in questo divanetto ad aspettare che il DJ la faccia finita con i successi del secolo scorso e si decida a mettere qualcosa di più orecchiabile. Se rimette un'altra canzone dei Bee Gees giuro che, con tutta la mia faccia tosta, andrò a dirgli qualcosa. Fra, la mia amica paziente, finge di divertirsi lo stesso. Io mi sto scocciando e non faccio niente per nasconderlo. Non si può ballare e non si può parlare, ci è concesso solo urlare. "L'altra volta a mezzanotte eravamo già in pista" le faccio notare. Lei alza le spalle e capisco che condivide i miei pensieri. "Almeno ci sono dei bei ragazzi da guardare" scherza Fra, indicando il gruppo di ragazzini che sta marciando verso di noi. "Pedofila!" scherzo dandole un colpetto sul braccio. I ragazzini si siedono nel divanetto di fronte al nostro fissandoci, nemmeno in modo troppo nascosto, le scollature. Fra avvicina il suo sedere al mio e, nonostante i tre o quattro metri di divano sui cui siamo sedute, ci stringiamo per ridurre al minimo la distanza tra noi, preparando così la difensiva per il probabile attacco di adolescenti in piena tempesta ormonale. Proviamo a chiacchierare come se niente fosse, ma ci risulta un po' difficile in quanto i ragazzini si danno gomitatine d'intensa e si scambiano battute come "dai, vai te". Ma non si capisce che abbiamo diciannove anni? Uno di loro, preso da un improvviso attacco di coraggio, si siede accanto a Fra con falsa naturalezza e invita gli altri a fare altrettanto. Fra stringe le labbra soffocando una risata e mormora nel mio orecchio "Vi, immagino che questo qui vicino a me sia un cesso!" scruto il ragazzino seduto accanto a lei. Statura media, abbastanza robusto, jeans a vita bassa che lasciano intravedere un paio di boxer gialli e neri a righe. Nascondo una risatina con un colpo di tosse e dico alla mia amica che ha indovinato. Passano altri cinque im

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