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Racconti autobiografici

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Anestesia con l’A maiuscola

Camminavo di fretta nel corridoio verso la sala operatoria, arrabbiato e risentito quel pomeriggio, rimuginando tra me e me “voglio proprio vedere come andrà a finire " e " adesso gli dico io cosa farò!". Entrato in spogliatoio mi cambiai in fretta. Indossai la divisa operatoria senza dire una parola ed entrai dentro in sala.
Il paziente era già sul letto operatorio, disteso e in attesa; il chirurgo stava preparando tutto l'occorrente per quel delicato intervento chirurgico al polmone. Si trattava di una infezione da echinococco, malattia parassitaria diffusa tra i pastori karimojong, trasmessa dagli ovini e presente anche in Italia, tra i pastori sardi.
Stimavo il chirurgo, un bravo operatore, ben preparato da un'ottima scuola chirurgica in Africa, con un grandissimo numero di interventi alle spalle.
Non mi andava, però, proprio giù, che m’imponesse quale anestesia dovessi fare. Egli era convinto, dopo anni d'Africa, che l'anestesia generale si potesse fare sempre e solo con un farmaco, la Ketamina, con il paziente in respiro spontaneo, non attaccato al respiratore, e ripeteva che così aveva imparato in Africa e non vedeva la ragione di cambiare.
Ero deciso e gli dissi, tutto d'un fiato, che quel pomeriggio non avrei operato assolutamente con lui, perché sarebbe stato assurdo, in quel delicato intervento, non impiegare una buona e più sicura anestesia generale. Gli dissi, ancora, che sarei rimasto in sala operatoria, pronto soltanto a salvare il paziente in caso di necessità.
Quasi neanche mi badò, mentre parlavo e allora, visto il mio rifiuto di operare con lui, fece lavare un altro, al mio posto, perché lo aiutasse. Pensavo tra me: “È impossibile fargli cambiare idea tanto è cocciuto e testardo”.
L'intervento iniziò dopo la somministrazione della solita Ketamina ed io, in sala, mi detti subito da fare per controllare tutta l'attrezzatura del respiratore e il numeroso armamentario necessario per pra

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


A bordo - parte terza -

La vita di bordo dell'orchestrale si svolgeva prevalentemente di notte con piccoli interventi musicali durante il giorno: alle quattro p. m. (ora in cui veniva servito il the) le orchestre si riunivano, ognuna nella propria sala, per intrattenere i passeggeri per una mezz'oretta suonando qualcosa di "leggero" tipo Chopin, Beethoven, Rossini ed altro. Alle 19, ora dell'aperitivo, stesso impegno con musiche variabili tra il classico e il moderno.
Poi (a parte le "prove" dei nuovi pezzi che avveniva alle 17) si era liberi sino alle ventuno, ora in cui si dava inizio alle danze fino alle 24.
Mezz'ora di pausa nella quale le orchestre si davano il cambio: quella di prima classe si trasferiva a suonare in seconda e noi della terza classe ci spostavamo al night di prima sul ponte superiore. Per la terza classe invece l'intrattenimento terminava alla mezzanotte.
Le sale da pranzo, come quelle da ballo erano tre: turistica (per i meno abbienti), seconda classe formato dal ceto medio e la prima classe per clienti facoltosi o presunti tali.
Tra le sale da pranzo della prima e della seconda classe vi era una saletta vetrata: era il "refettorio" per noi orchestrali, tredici in tutto suddivisi in tre orchestre: il quartetto di turistica, quello di seconda ed il quintetto di prima classe.
Solo in una occasione ci si riuniva formando un'unica orchestra ed era in occasione dello show "Around the world" (il giro del mondo musicale) dove eseguivamo i pezzi di maggior successo di tutti i Paesi del mondo (un concerto di due ore circa) a partire dall'Italia per terminare naturalmente con il classico "O sole mio".
Ma qual'era il "fatto del giorno" di cui ero stato protagonista?
Un giorno, poichè non stavo troppo bene, su suggerimento del medico di bordo che mi aveva prescritto vitto in bianco, decisi, come primo piatto, di ordinare del riso.
Quando giunse la portata notai che l'alimento era scondito per cui, richiamato il cameriere, gli feci presente il fatto il

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   19 commenti     di: Bruno Briasco


La perla... nera!

La perla nera, seppur rara e di valore inestimabile, a me non piace, perché io amo i valori spirituali
e "La luce dell'anima, secondo la profezia 21/12/2012 del calendario Maya" introduce con le sue scale cognitive e traduce con le sue poesie istruttive la nuova era spirituale (ultrapallio).
Se Perlanera queste cose non le capisce o non le concepisce non ci posso fare niente, nella mia arca (sono il Noè dell'era moderna!) porterò solo LUOMOKESA (non ha caso si sta spiritualizzando!) che ha coniato la Maiellizzazione, termine che davvero mi piace!
In breve ricordo che sono una persona mite (decano dei medici di famiglia da sempre massimalista!) che rispetta tutti, ma se s'infuoca anche Satana e Belzebù scappano a gambe levate perché, naturalmente, la luce vince il buio!
Perlanera se le tira addosso e, pertanto, "il mercato della casa editoriale" non mi riguarda, tutto ciò che è vile danaro a me non riguarda, anche perché sono l'unico medico che non si fa pagare neanche i certificati Inps!
Non ho bisogno di vendere libri né... di prendere 3 nobel in contemporanea (pace, poesia e medicina) dal momento che sono già stato insignito dall'alto a colpi di sole e stelle e questa volta non scherzo più mandando in campo il bipolare, da me definito disturbo spirituale, per cui le medicine (invece di prenderle io!) le consiglio a psichiatri che non concepiscono l'anima!

Per la cronaca vi riporto ai commenti che hanno portato a questa polemica, ricordando che sulle mie scritture frutto d'insonnia notturna e di lavorio mentale non mi va di esser deriso neanche minimamente (a cominciar da mio nipote e dalla mia famiglia) perché mi costano fatica.

COMMENTO di Perlanera al mio testo "Per la leggenda ci vuole il doppio nome (per la storia basta un personaggio)!
Ho un amico con problemi d'insonnia, gli regalerò il tuo libro. Grazie per la dritta. Buone vendite e buon natale!

MIA RISPOSTA
Ciao Perlanera, è un piacere risentirti. Fammi, però, un po' di

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Siamo tutti persi

Quelli che hanno visto cosa e chi si può incontrare sulla propria strada e non c'è sicurezza, tranquillità e amore che li possa trattenere. E si buttano e dopo è troppo tardi: diventa una molla che, per quanto si allunghi, richiama sempre a se.
Quelli a cui la molla ha portato via la persona amata, quella che era la vita e che andandosene ha portato con se anche un pezzo di cuore e ha lasciato ferite, sporco e ossa rotte.
Quelli che sono rimasti lì a vacillare spinti da un'onda piuttosto che da un'altra, che tanto non fa differenza: birilli legati al suolo dalla paura di questo mondo che rotola, dove non ci sono ostacoli perchè è un deserto. E rotola rotola e quello che incontra è talmente piccolo e insignificante e impaurito che lo schiaccia e nessuno se ne accorge.
Quelli che credono di poter fare la differenza ma che alla fine si ritrovano a lottare contro i mulini a vento e vengono presi per pazzi e giudicati molto più di coloro che hanno tradito e fatto soffrire e molto più di quelli che hanno deciso di farsi da parte per paura e si nascondono nella propria casetta sull'albero e scendono solo quando non c'è nessuno.
Quelli che cambiano e non si piacciono più però ormai è fatta.
Quelli che accettano le gabbie solo perchè ad un certo punto o scegli l'amore o scegli la compagnia perchè sono stanchi della solitudine.
Quelli che hanno trovato l'armonia che ben consapevoli della loro fortuna si chiudono nel proprio universo e ci lasciano qui a guardarli a testa in sù: e si perderanno anche loro a forza di girare in tondo nella propria gabbia di cristallo.
Quelli che sono diversi, che sono sempre stati diversi e che si sentono diversi ma che nessuno crede che possano essere così e che la gente pensa che sicuramente nascondano qualcosa di brutto ma che in realtà non hanno niente di brutto da nascondere. Sono solo così chiari che la gente furba se ne approfitta e poi li abbandona quando si siedono a riposare un po' e la gente ottusa si

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E quale sarebbe la direzione?

Aveva ancora duecento chilometri di rotaie davanti a sé.
Camminando separatamente su l'una o sull'altra due persone avrebbero potuto scegliere di essere eternamente vicine e esponenzialmente distanti. Senza una destinazione.
Ma i treni hanno una destinazione. "Se un treno non ha una città in cui arrivare è un treno che non ha senso". E un giorno salì sul treno con quella incrollabile certezza: sapere dove andare. Come se il desino le avesse fissato un appuntamento proprio là, al capolinea. Se lo immaginava sulla banchina a braccia conserte, a scrutare ogni volto.
Si sedette volutamente contraria al senso di marcia. Volutamente, ostinatamente contraria. Vide il mondo abbandonarla. Lo vide allontanarsi nei cartelli delle stazioni, negli alberi già precocemente tinti di rosso per l'estate arida, avara di piogge.
In fondo quel treno non era altro che una biglia di lamiere schizzata da una stazione.
Da una stazione ad un'altra.
Duecento chilometri più in là.
Osservando terra e cielo correre via da lei sentì che quel movimento del mondo le apparteneva da sempre. La mente rivolta al passato, lo sguardo si fermava su un istante che da presente scivolava nel passato e lei ferma. Ferma lì. Senza curarsi delle immagini successive, incondizionatamente assorta in quel mai più che era già scorso via per sempre. Ma lei lo teneva agganciato. Con gli occhi. Ferma lì. Agganciava il tempo come agganciava le persone. E qualora queste talvolta continuassero su un binario diverso dal suo, lei si bloccava a guardarle. Ferma lì a scongiurarle con gli occhi di non uscire dalla propria vita.
E il tramonto esce dalla sua visuale.
Scompare a sinistra del suo finestrino.
Scompare sotto l'orizzonte.
Alla stazione non incontrò nessuno. Tanto meno il proprio destino. Se lo immaginava sulla banchina a braccia conserte, a scrutare ogni volto. Nessuno scrutò il suo volto. E lei fece altrettanto.

Aveva ancora duecento chilometri di rotaie davanti

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   2 commenti     di: Silvia Zordan


Il mio tesoro

Sono una persona che si potrebbe definire benestante, anzi spesso mi sento rimproverare di essere borghese e forse è vero.
Da agiata sessantenne, senza molti problemi finanziari, ho cercato di localizzare un "mio tesoro" arricchitosi nel tempo. Ho deciso che il mio tesoro è una piccola agendina piena di indirizzi e preziosi numeri telefonici.
Andrea l'imbianchino: Proviamo a scorrere le pagine ed inizio con Andrea, che poi è un imbianchino. Uno strano omone che si è presentato al mio appartamento per valutare i lavori, aveva una curiosa borsa di paglia che conteneva una parte dei suoi attrezzi, una borsa smisuratamente piccola e graziosa per quella figura enorme. Forse l'insistenza con cui l'ho osservata lo ha indotto, con un certo imbarazzo, a dichiarare di aver trovato comodo quell'accessorio sicuramente inadatto e vezzoso.
Andrea è un artigiano allegro e puntuale, riesce a non lasciare tracce del suo lavoro e deve essere difficilissimo. Soffre di solitudine mentre lavora e allora si è presentato il secondo giorno con un amico che non fa niente altro che chiacchierare con lui, così con il suo compagno, soprannominato "bimbo" , chiacchierano tutto il tempo e mi sono incuriosita. Parlano di sport, un giorno BIMBO lo ha lungamente sollecitato a decidersi ad accompagnarlo in barca, Andrea però era titubante e alla fine sembrava capitolare a patto che Bimbo avesse la ciambella per lui, sì ha proprio detto la ciambella e non il salvagente ed io ho immaginato questo gigante avventurarsi per mare con una ciambella che è un salvagente da bambini. Andrea mi ha detto che adora il suo lavoro perché si sente libero, gli dispiace solamente di imbrattarsi tutto perché è un imbianchino. Dopo che hanno finito i lavori ho cercato disperatamente un paio di pantaloni neri che avevo dimenticato in un attaccapanni. Solo quando è tornato a prendere i soldi dovuti mi ha confessato che, siccome aveva inavvertitamente schizzato i pantaloni con la vernice, ha deciso di

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I panni sporchi

'I panni sporchi si lavano in casa'.
E chi l'ha detto? Una volta forse era così, oggi no, oggi i panni sporchi si lavano su Facebook.
Ebbene sì, è proprio così. Ammetto di essere di parte, nel senso che detesto in modo particolare questo social network, però quest'affermazione è sufficientemente veritiera e difficilmente smentibile.
Da reo confessa ammetto pure la mia iscrizione con un nick. Cosa abbastanza limitativa perché con un nick astratto difficilmente ti chiedono amicizia. Infatti ho pochissimi amici, tanto che penso che se ci mette gli occhi il Signor Zuckerberg mi assegna il premio 'utente con minor numero di amici'. Che poi 'amici'... si va beh lasciamo perdere, non è sul concetto amicizia che voglio far confluire il pensiero. Non mi sono iscritta con i miei dati anagrafici per diversi motivi, primo fra i quali, appunto, la mia antipatia verso questo social network.
Poi ho pensato che se avessi usato le mie generalità mi sarebbero piombate addosso le richieste di contatto di tutti quelli che conosco. Orbene: dal momento che la mia vita si dipana in spazi molto ristretti (parlo su base chilometrica) se ne desume che, dopo 8 ore di lavoro mi sarei ritrovata a parlare (chattare) con le stesse identiche persone con le quali ho trascorso, più o meno bene, la giornata.
No, pietà, breack, intervallo, coffee-time please! . A pensarci bene ho tipo una decina di persone che conosco e che abitano abbastanza lontano da me. Non so perché ma mi affascina ancora molto comporre il loro numero telefonico e sentirle 'live'. Sono retrò ma anche curiosa. Volevo sapere e verificare di persona cos'era questa droga collettiva, micidiale e virtuale che ha infettato come un virus il mondo intero. Volevo sapere cosa c'era di così interessante, stupefacente, accattivante.

Niente - come sospettavo.
Di interessante, stupefacente, accattivante c'è solo il sistema, figlio di un cervello niente male: Zuckerberg.
Ho sempre sostenuto che la fortuna

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   7 commenti     di: Ely xx



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