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Racconti autobiografici

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Dopo il mattino

Tutto doveva ricominciare da capo. Tutta la strada fatta fino a quel momento non contava più, tutte le cose imparate, tutte le esperienze vissute era come se non fossero state provate. Come lo scrittore che ad un certo punto arriva al fondo del paragrafo mette un punto e va a capo, così avrei dovuto fare io.
Nuovo paragrafo, nuovo argomento, nuovo foglio bianco su cui scrivere, su cui pigiare i tasti ed imbrattare d'inchiostro la pagina, fino a farla sanguinare, fino a farle chiedere pietà, fino ad un altro punto. Poi nuovamente il ciclo ricomincia. Lettera maiuscola e via a pigiare sui dannati tasti, odiati e amati.
Questo avrei dovuto fare da quando quel giorno la vita mi era sfuggita di mano. Da quando ogni cosa aveva deciso di andare a farsi un giro senza chiedermi prima il permesso. Già allora avrei dovuto prender la mia vita per le palle e viverla, semplicemente viverla, come un capitolo nuovo. Tutto bianco senza niente di deciso.
Invece come un amante impazzito ero rimasto attaccato alla vecchia vita, come un neonato ero rimasto attaccato al seno della mamma, senza che comunque da esso ne scaturisse nulla. Imprigionato nella mia stessa prigione dorata, nella mia incapacità di viver le cose senza avere la sicurezza degli affetti che fino a quel momento mi avevano accompagnato.
Ci sono persone che riescono ad andare avanti, una bella stretta tra le spalle, magari un sospiro e una bestemmia e poi via nuovamente a batter la strada nuova senza voltarsi indietro, senza timori, senza rimpianti. Io invece non c'ero riuscito ed ero rimasto attaccato a quel seno arido che neanche a spremerlo come un limone ne sarebbe più uscita una goccia di latte.
Non ho rimpianti per quei tempi, non ho rimorsi, se non il dolore infinito di aver fatto del male a chi amavo. Ecco forse è questo l'unica mia ferita di allora le cui cicatrici sono incise indelebilmente nel mio cuore. Profonde, come solchi in un campo appena arato, son lì. Alcune volte le sfioro e mi

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   1 commenti     di: Enrico Olivero


Alda (ovvero la noce)

Sgranocchia la noce, bambino, ascolta il suo sapore.
Come miele ti entra tra i denti e non se ne vuole andare.
Non apparirà mai come una mandorla pelata, bianca e liscia.
Rugosi, scuri e irregolari sono il suo aspetto e la sua vita.
Il suo sapore ti rimane dentro, con un residuo di amaro, che offusca il primo assaggio.
Lei è come un panorama di montagna che scopre i suoi colori solo se illuminato dal sole, dopo il temporale.
Nata in un guscio dai pori serrati, anela il respiro.
Uno schiaccianoci sapiente rompe la scorza legnosa e libera il frutto.
Lo rinchiude nel guscio di plastica riciclata, senza luce né calore.
Negli anni della neve sui capelli, il frutto rinsecchito trova una incrinatura e scappa. Si rifugia nel terreno di lettere e suoni.
Respira brezza di primavera, si lascia cullare dai sogni di bambina.
Ridono gli occhi innocenti di chi ascolta.
La noce accarezza con le parole.



Una indimenticabile esperienza vissuta

All'alba del nuovo millennio che vede l'uomo contemporaneo non più vittima della propria ignoranza, ma protagonista della propria storia attraverso la conoscenza e l'autoconsapevolezza che senso ha parlare del Demonio?
Ma poi, Satana, esiste veramente, oppure è una trovata della Chiesa che serve per incutere timore e assoggettare tante fragili coscienze, come fu a suo tempo la caccia alle streghe?
Lucifero è davvero quell'uomo terrificante come ci viene rappresentato dotato di corna, coda e artigli, armato di forcone e dallo sguardo cattivo? Oppure Lucifero è la sete incommensurabile dell'uomo di possedere il denaro, il potere e il successo?
Che ciascuno dia le risposte che vuole.
Il mio primo approccio con il Principe delle tenebre avvenne nel lontano 1996.
Nell'aprile di quell'anno mi trovavo a Rimini al convegno nazionale del Rinnovamento nello Spirito Santo, come aggregato in uno dei tanti gruppi di preghiera.
Un'amica mi aveva prenotato il posto, poiché gli avevo fatto presente un bisogno personale e anzicché rivolgermi ad uno dei tanti maghi o fattucchiere che pullulano le nostre città, mi ero rivolto a lei perché mi era parsa una persona seria ed affidabile e in grado di accogliere la mia richiesta.
Partii con il torpedone, unendomi a persone che non conoscevo.
La cosa non mi preoccupò, poiché volevo risolvere un problema che mi arrecava un peso non indifferente.
Il convegno durava tre giorni, durante i quali ascoltammo testimonianze di conversione, insegnamenti bibblici, pregammo assieme e cantammo.
Oltre 50. 000 persone accalcate nella fiera di Rimini esaltavano e cantavano all'unisono un solo nome.
Il nome di Gesù, vero Dio e redentore dell'umanità.
Una sera mentre stavamo rientrando presso la pensione a bordo del nostro torpedone, cantavamo gli allegri canti religiosi del Rinnovamento, quando d'un tratto fummo interrotti da una voce inumana, bestiale, che con un tono rabbioso e spaventoso ci intimò di smetterla di nominare

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   3 commenti     di: Fabio Mancini


La premonizione

su un vasto altopiano tra Afghanista, Cina e Tagikistan ci venne incontro uno scheletro con tanto di falce e con, nell'altra mano, un quadro fatto a pezzi. non era un amante del bello, voleva solo che scrivessimo in colonna il nostro necrologio e omettessimo i nostri nomi, leggendo; voleva che gridassimo spazientiti, che ci riducessimo allo stato liquido dinanzi alla sua puteolente maestà, che ci prosternassimo, che prendessimo nota della nostra incorreggibile nullità, che innalzassimo a lui, inni di lode con verso di pecorella.
come Dio volle, la piccola benefattrice della favola, che cresceva con noi, ci donò formelle di metallo che rinvigorirono i nostri berretti flosci con un'imperiosa chiamata alla ribalta, spronati a fare intingoli di idee, potenti miscele di esplosivi pensieri, come oratori senza orari che intingono parafulmini nei calamai dei loro scrittoi.



Il giorno in cui scavalcammo il recinto -parte finale-

2
Ci guardammo attorno solitari in un turbine di foglie morte. Eravamo giovani corpi puri in un'orgia dai mille colori e odori esilaranti che ballavano, che si contorcevano, nel lamentoso vento di un autunno ancora caldo. Ispirammo profondamente quella sensazione che sentivamo scorrere nelle vene come una dose pura di adrenalina sparata dritta nella nostra anima.
L'albero dalle sottili dita scheletriche stava sempre li, imponente nella sua agonia, e ci pareva il punto più adatto dove un tesoro poteva esservi seppellito. C'era un ramo che sembrava indicarne l'esatta ubicazione; esattamente là, dove il manto erboso tutto'ora non vi cresce, là dove la palla sfavillante, quel giorno, non riusciva a filtrare del tutto i suoi raggi lucenti.

"Secondo me si trova li" disse Lapo indicandone il punto.

"Già ..." dissi "Cerchiamo"

3
Sotto l'albero se ne stavano due ragazzi che parevano i suoi frutti:
non troppo acerbi, non troppo maturi; rimanevano semplicemente la sotto, qualcosa sembrava trattenerli, sembrava aspettassero il momento in cui sarebbero marciti del tutto sotto di esso.
Avvicinandoci la scena si apriva davanti a noi. Notammo con i nostri occhi innocenti gli stracci e i volti, scavati con occhiaie fonde a circondare occhi cupi e spenti, di quei due ragazzi che, con mani e dita ben più sottili di quei rami, si sverginavano la propria vena in silenzio, senza opporre resistenza, come incatenati all'albero della vita.

"Cos'è quella?" disse infine Giuseppe timidamente, ma incuriosito dal luccicante ferro che spruzzava inchiostro rosso dalla sua punta.

Uno dei ragazzi alzò lo sguardo dal niente che lo stava mano a mano risucchiando nel proprio vortice e ci guardò

"Andate via" ci disse poi

Ma noi rimanemmo immobili. Continuavamo ad osservarli, cercando di capire cosa stessero facendo.

"Non vedi che sono solo bambini" disse l'altro ragazzo che, alzandosi lentamente, ci venne incontro accartocciandosi infine alla nostra altezza, come

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   1 commenti     di: STEFANO ROSSI


Per Amore

Non mi hai mai amato.
Ma come puoi amare ciò che ti toglierà alla vita, alla gioia.
Quando eri viva lo sapevi, che io sarei stato il tuo assassino, portandoti via dalla luce dei tuoi Arcobaleni, dal canto melodioso dei tuoi azzurri Oceani che bagnano i mondi del tuo Universo Lontano.
Lo sapevi che avresti dimenticato chi sei, che ti avrei dato un nome ed una mente trascinandoti negli abissi profondi dell'oblio mortale, dandoti me, e murandoti viva nelle mie carni, togliendoti il vitale respiro e strappando le tue ali per non farti fuggire, lacerando il tuo essere per dargli una sembianza, una forma che ti rendesse visibile agli occhi e tangibile al tocco di una realtà finta di uno dei tanti mondi finti.
Attendevi la tua morte, mentre aspettavi che venissi generato per te, che sei figlia del tuo stesso amore.
Lo so che non mi ami; perchè ti ho tolto all'amore che eri, facendo scempio della tua memoria e della tua conoscenza infinita. Non avrei potuto contenerti altrimenti, sarei esploso, mi sarei disintegrato!
Sebbene ti abbia strappato le ali, a volte riesci a fuggire.
Lo sai che la tua morte e' la mia vita; allora ritorni e rientri nella tua prigione di carne, profumata di consapevolezza.
Lo so che ti opprimo con la mia massa corporea, ed ora lo sai anche tu, perchè sai di non essere quello.
Non mi hai mai amato, neanche quando ero giovane e bello e mi pulsavi dentro piena
di quella vita che sei. Lo so e lo sai.
Ma devo tenerti finchè ancora posso, il tuo rifiuto mi fa accelerare la tua perdita, per questo
sono pieno di dolore di cui sono generoso con te. La tua e' solo un'esperienza che tu stessa hai scelto, finita la quale tornerai alla tua immortale eternità, mentre per me sara' la fine con te, senza di te.
Amami un poco, quel poco che ti rimane.
Lasciami godere della tua Essenza, del tuo canto d'amore di cui ignoravo il suono e di cui ora riempio le vene. Sentimi il cuore, ascolta anche tu: il mio canto, la mia musica dentro, come qu

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   2 commenti     di: Odessa


La Cattedrale e le sardine

Percorro la litoranea pugliese diretto a Roma. Preferisco evitare l'autostrada fino al confine nord per godermi sino all'ultimo la bellezza del mare e delle città costiere. È un vero e proprio atto d'amore, quello che compio ogni anno, per rendere il distacco dalla mia " amata " il meno traumatico possibile. Mi allontano dal mare, e da questa terra, un poco alla volta, a scalare, come si fa per ogni dipendenza. Ed io, lo confesso, sono assolutamente Puglia-dipendente e a tutto ciò che vi contiene : la generosa terra rossa ferrosa, pregna di sudore della fatica di uomini, donne, bambini, che per secoli l'hanno lavorata per ricavare i frutti per il loro sostentamento e il nostro benessere. I secolari ulivi coi loro corpi antropomorfi così umani e inquietanti da far rabbrividire per la paura. Sono tutti bellissimi, alcuni sembrano sculture contemporanee alla Henry Moore, altri lunghi e sottili da sembrare gracili e delicati, altri ancora tozzi e corti dalla folta capigliatura. Alcuni sono talmente vecchi e ricurvi da dover essere sorretti da mura di tufo. Ci assomigliano molto, oppure siamo noi ad assomigliare a loro? Io propendo per la seconda ipotesi, se non altro perché vivono sul Pianeta da molto tempo prima della nostra comparsa. L'olivo è una pianta che sa essere molto generosa di frutti, che sono ottimi sia da mangiare così come sono, dopo un trattamento essenziale che serve a mitigare l'amarezza dei frutti freschi ed a garantirne la conservazione, come la salamoia, oppure spremuti e pressati per farne fuoriuscire l'olio, universalmente noto per la sua bontà e le sue eccelse qualità nutritive.

Ricordo con affetto misto a nostalgia quando, ancora un bambino, i miei genitori mi portavano in campagna da mia nonna materna Concetta, quando era tempo per la raccolta delle olive. Per l'occasione venivano chiamati parenti e amici per raccogliere quel prezioso frutto che, una volta spremuto, avrebbe fornito un saporito nettare per tutti. A

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   3 commenti     di: Michele Rescio



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