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Racconti autobiografici

Pagine: 1234... ultimatutte

Un risveglio

Strappato dal sonno, forse per sbaglio, ma non un sonno tranquillo, cosa era stato?

Una vertigine come un'anestesia, le immagini che corrono rapide impedendo di renderne chiara l'appartenenza, poi colori e tutto che intorno gira con voci sospese, distorte, irriconoscibili pure sapendo a chi attribuirle.
Quanto è durato quel frastuono di rumori e colori?

Ora però pian piano svanisce, ecco arrivare il nevischio che subito comincia a diradarsi. Gli occhi ancora non si aprono, non per mancanza di volontà ma contro di essa: pesantissime palpebre. Ancora per poco, però, la volontà ha lentamente la meglio, ma è difficile.
Sono su una superficie bianca e liscia, dove sono finito?

La faccia rivolta di lato e la mano che tocca la superficie che vedo ma non sento, provo a muoverla ma nulla, ancora non risponde.
Sì, ora sì, però non si alza, resta anche lei, come me, cosciente ma non animata. L'altro braccio non lo vedo e lo sento poco, dietro di me, forse per quello. Non vederlo non aiuta!

Ecco, pian piano comincio a sentire anche lui. Un breve censimento, un appello delle parti del corpo, chi sento e chi no. Mancano le gambe, le sento ma non le muovo, aspettiamo che rispondano, mandiamoli qualche messaggio.

Gli occhi sempre pesanti ma apribili decisamente meglio e con maggior leggerezza, un timido tentativo di rialzare la testa ma... meglio rimanere ancora sdraiati.

Ora il braccio vicino alla testa si muove, la mano si articola e l'altro comincia ad attivarsi; le gambe pure, ecco ora sono sul binario conosciuto. C'è solo da aspettare, lo so. La natura deve fare il suo corso!

Stavolta lo svenimento mi ha fatto cadere nella vasca da bagno con una fortuna innegabile: era vuota.



La cicogna

È una giornata piuttosto fredda ma non piovosa. Il cielo è coperto di nuvole che non promettono niente di buono ma io e le mie sorelle scrutiamo attentamente il cielo nella speranza di veder comparire l'uccello favoloso di cui i grandi ci hanno tanto parlato, in grado di trasportare i bambini nelle case di chi li desidera.
Il 9 gennaio è esattamente il giorno in cui la cicogna (è questo il nome della creatura) porterà il fratellino o la sorellina e io devo fare molta attenzione affinchè non sbagli direzione e vada a finire altrove. Il mio compito è controllare il suo arrivo dalle finestre della casa dei vicini mentre la mamma e il papà terranno d'occhio i suoi movimenti dalle finestre di casa.
Sono passate circa sei ore da che sono in paziente attesa, con il viso incollato al vetro, curiosa e al contempo timorosa per quello che vedrò, ma nonostante l'attenzione prestata, non è ancora successo nulla. Finalmente alle due del pomeriggio apprendo che il fratellino è giunto a destinazione e che posso vederlo, ma senza fare troppo rumore per non spaventarlo e accoglierlo serenamente.
La nascita del fratellino, il cui unico interesse è legato all'idea di vedere la cicogna nell'atto di consegnare il "fagotto", è rovinata dalla delusione di non averla vista. La curiosità di conoscerla resterà confinata nella mia fantasia chissà fino a quando.
Il fratellino, privo per me di qualsiasi attrattiva, dorme tanto beato che penso non si sia accorto di niente, nemmeno del pericolo che ha corso volando nel becco di quella strana creatura che avrebbe potuto condurlo chissà dove.
Chissà se almeno lui l'ha vista la cicogna!!!



Il maresciallo

Mio padre comandava il presidio della Guardia di Finanza e la caserma era all'interno del porto.
Quando le navi approdavano alla banchina, avvenivano i sopralluoghi; i finanzieri salivano a bordo per controllare i documenti, ispezionare i carichi e sopra tutto individuare le eventuali merci di contrabbando.
Il maresciallo, cioè lui, avrebbe potuto sbarcare dai vapori, impunemente, ogni ben di Dio senza dover rendere conti a nessuno e senza commettere alcun furto.
Liquori, cioccolata, zucchero, carne, sigarette, gli venivano offerti per pura cortesia dai capitani delle navi.
Rifiutò sempre valutando che fosse sconveniente per il suo servizio creare situazioni nelle quali l'obbligo della gratitudine avesse potuto compromettere l'adempimento del suo dovere.
"Il dovereeeeee!!"
" Sempre con questo dovere, mentre qui c'è bisogno di tutto!".
Mia madre non riusciva a trattenersi ma mio padre tirava dritto.
Mamma sosteneva che fosse stupida una tale rigidità, considerando che tutti facevano i loro comodi, si arrichivano, mentre i suoi figli non avevano quello che aveva tale amico o tal altro.
Su questo argomento gli teneva mano quella vipera dell'orfano, zio Gioele, il fratello di mia madre, che a sua volta, facendo gli occhi dolci a mamma, rincarava la dose, raccontando di come mio padre avesse fatto la multa ad una povera vecchia che vendeva abusivamente limoni lungo la strada.
L'aveva visto lui!!
Non era vero.
Uno spettacolo penoso che colpì, a suo dire, la sensibilità dell'orfano, il quale tuttavia non disdegnò di continuare ad abbuffarsi alla tavola di quell'insensibile di mio padre, continuando a parlarne male, con la complicità inconsapevole di mia madre, che continuava ad accarezzarlo con lo sguardo, lodandone la nobiltà di carattere!!
Giovanni è troppo rigido!
Lo diceva con tono rassegnato... il rettile!
La serpe, come sempre, aveva rilasciato il suo veleno.
Missione compiuta e giù la testa nel piatto.
Del resto cosa crede

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Ho provato a forzare un po' i tempi oggi. Ma le lungaggini burocratiche non mi aiutano

Arrivata a V. con in mano tutte le richieste del caso, ho trovato il Comune chiuso. Apre solo due giorni a settimana, mi dice la tabaccaia della piazza; molto bene, penso io, ho solo due giorni alla settimana per permettere alla mia vita di andare avanti. Pazzesco che il mio lavoro debba dipendere dalla voglia di lavorare di qualcun altro.
Il parcheggio è pagato fino alle 17, a casa non mi aspetta nessuno, i soldi mi bastano solo per un caffè, al massimo una granita. Che faccio? Ho un bisogno viscerale di un posto fresco, in penombra ed estremamente silenzioso, dove poter raccogliere le idee, e stare da sola.
Camminando a caso con la ventiquattr'ore che mi pesa nella mano sinistra e i sandali alti che mettono a dura prova il mio alluce valgo, passo di fronte ad un edificio che prepotentemente mi invita ad entrare.
È una chiesa. Perfetta, esulto tra me e me.
Velocemente passo in rassegna il mio abbigliamento (il potere del moralismo fine a se stesso!). Il tubino a balze grigio è abbastanza castigato, nonostante lasci scoperte le ginocchia, e comunque, nessuno ci farà caso, visto che la chiesa sembra essere vuota. Non riesco a focalizzare nella mia mente l'ultima volta in cui sono entrata in un posto simile. Probabilmente in occasione di quel matrimonio in cui ho fatto da testimone.
In ogni caso, il posto è fresco, silenzioso, e in penombra, proprio come desideravo, così mi accomodo in una fila di banchi, proprio vicino all'altare. C'è quell'odore tipico di incenso, mi è famigliare nonostante tutto. Non riesco però a svuotare la mente, così cerco di concentrarmi su una composizione posta nella navata. Riconosco san Francesco, è in ginocchio in adorazione di una croce conficcata su un cumulo di pietre. Mi chiedo come faccia ad avere un viso così sereno, considerate le stimmate che gli insanguinano i palmi. Un vaso di fiori freschissimi bianchi e rossi troneggia lì di fianco e il tutto è completato da due deliziose ampolle di vetro da cui si al

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   2 commenti     di: Nilla Qualunque


È morta, mia nonna... ha deciso così

Mia nonna è morta. Ha deciso di non nutrirsi più e a nulla sono serviti il ricovero e le fleboclisi.
Un anno fa, a novantasei anni aveva superato l'intervento per la frattura al femore e aveva affrontato con coraggio il duro periodo di riabilitazione. L'avevano dimessa dopo un mese dalla clinica, nonostante avesse due piaghe ai talloni e non fosse più in grado di camminare autonomamente: queste sono le regole della Regione, trenta giorni, non uno di più, a prescindere dai risultati. Nel frattempo, a causa della protratta cateterizzazione urinaria, era diventata incontinente.
Tornata a casa aveva accettato, non certo con letizia, la necessità di una badante h 24 e la nuova condizione di invalida al 100% e di disabile grave. Le pratiche per il riconoscimento del suo stato avevano comportato spese per le certificazioni, lunghe file e tempi di attesa non indifferenti per la visita della commissione medico-legale ma per fortuna la nonna non era sola e tutti noi nipoti ci eravamo fatti in quattro per darle una mano.
L'evento per cui mia nonna ha deciso di morire può sembrare banale ma per lei non è stato così.
Tra i molti diritti conseguenti al suo stato di invalidità e disabilità (diritti che, tutti, implicano costi non indifferenti alla collettività), c'era quello relativo alla fornitura di pannoloni e traverse usa e getta, che avveniva con cadenza trimestrale. Inizialmente aveva ricevuto 180 pannoloni da giorno, 90 da notte e 90 traverse, per un totale di 360 pezzi che, come ho detto, servivano per tre mesi. Nell'ultima consegna però i pezzi sono stati solo 240: 180 pannoloni e 60 traverse. Non si trattava di un disguido ma di una necessità di risparmio da parte dell'Ente erogatore del servizio.
Sentendo profondamente lesa la sua dignità la nonna ha dichiarato: - Ho novantasette anni: ho il diritto di non volere più vivere in un Paese dove la corruzione dilaga e i privilegi diventano diritti ma si risparmia sull'igiene quotidiana dei vecch

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QUEL PRANZO COL VECCHIO PARTIGIANO

Non si tratta di un racconto, ma della cronaca di una giornata veramente vissuta, nomi, protagonisti, emozioni, tutto rigorosamente autentico. Non una pagina del diario, quelle si scrivono in diretta, ma la descrizione di un’emozione rimasta intatta nel tempo.
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Da pochi mesi ero responsabile della zona del Delta. Il mio impegno a tempo pieno nel sindacato era iniziato nel novembre del 1980, eravamo nel 1983 e quell’incarico andava oltre le mie aspettative e soprattutto alle mie volontà iniziali.
Operaio in un’azienda metalmeccanica, dove ero entrato di malavoglia circa dieci anni prima. Così impari a diventare papà a vent’anni! Sembrava dire lo sguardo di mia madre, la prima volta che mi vide indossare una tuta.
L’impegno nel sindacato era stato piuttosto casuale, almeno all’inizio, ma quasi senza rendermene conto, era diventato una ragione di vita, o quasi (anche se queste sono affermazioni abusate e spesso discutibili). Ricordo quelle assemblee affollatissime, quei ragazzini, quasi tutti strappati all’agricoltura che faticavano a capire ciò che veniva loro detto. I primi scioperi, la prima volta in sala mensa. Il primo accordo aziendale. Mi sentivo un dio. Non saprei descrivere quelle sensazioni, soprattutto non saprei descriverle senza sembrare retorico, ma chi le ha vissute, è in grado di comprendere e soprattutto sa di avere avuto una grande fortuna.
Poi il salto. La proposta di operare a tempo pieno, alcune notti insonni e l’incarico di responsabile di alcuni comuni (si chiamavano ancora leghe) per la Federbraccianti.
Non potrò mai scordare il primo “blocco” del grano. Avevo smesso la tuta da pochi mesi e di agricoltura non sapevo quasi niente, ma l’entusiasmo fa spesso miracoli.
Un gruppetto di braccianti, decisi e fieri, davanti a una mietitrebbia, le interminabili cene notturne sulla capezzagna. Come si fa a scordare la bellezza, l’entusiasmo

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   18 commenti     di: Ivan Bui


Il mio viaggio in Terra Santa

E il mio cuore canta, il mio cuore eleva il suo grazie al Signore perché per vie imprevedibili, mi ha ridato la comunità, luogo privilegiato dello Spirito impregnato dal comando eterno: "Amatevi l’un l ‘altro come io vi ho amato".
La comunità cercata, ricercata e ora ritrovata è, ancora una volta, uno spazio di vita e mi ridà la carica spirituale che si riflette anche nel campo del lavoro rendendo il mio insegnamento sempre più armonico e attento nel coniugare i valori e la prassi.
Arriva settembre dell’ 86 e la mia stanza ridiventa un campo di lavoro dove io mi districo tra ritagli di fotocopie, colla, colori, forbici che subito perdo e poi di botto ritrovo sepolti in un arcobaleno di carte; ecco ho finito, tiro giù dal tavolo il lungo cartellone colorato, e lo guardo compiaciuta e il mio pensiero va ai ragazzi che, arrivati in quinta classe, completeranno il ciclo elementare ma certo conserveranno nel cuore le nostre conquiste e la nostra amicizia.
Come ogni anno, in largo anticipo, oggi primo giorno di scuola, dopo aver parcheggiato la macchina, d’ incanto mi ritrovo circondata, protetta, avvolta dai caldi abbracci profumati dei ragazzi che mi chiamano, mi sorridono, mi fanno festa e sono felici di rivedermi e io con loro. Evviva! Sono ancora maestra unica e posso spaziare nel loro cuore per arricchirlo di valori, di sentimenti, di speranze insegnando "come l’uom s’eterna" perchè anche il nostro sommo poeta rientra nel loro bagaglio culturale e formativo.
La mia vita è ricca di impegni comunitari e la strada a volte è ancora in salita ma io ho la guida serena e liberante del mio nuovo padre spirituale : Egidio.
Oggi, nel caldo giugno dell’ 87 i ragazzi mi lasciano perché hanno finito la quinta classe e dovranno affrontare la scuola media, ma il mio pensiero li seguirà ancora e certo verranno a trovarmi come hanno già fatto le due generazioni precedenti.
Il mio lavoro mi gratifica e il mio cammino comunitario mi fa assa

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