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Racconti autobiografici

Pagine: 1234... ultimatutte

Il Canto del Cigno

Cado. Polvere mi invade la bocca. E voi. Ridete intorno a me. Io. Che cerco disperatamente di alzarmi. Forza. Appoggiati sulla mano. Sollevati. Brava così. Ora cerca di puntare il piede. Forza. Puoi farcela. Cado. Ritento. Risate sguaiate nei miei timpani. Al sapore acre della polvere si aggiunge quello amaro delle lacrime. Frustrazione. Sconfitta. Un angelo che non vuole chinare la testa all'ineluttabile. Una macabra ballerina allo scherno del pubblico. Io. Attorniata da avvoltoi. Che danzano. Danzano sulla mia carcassa. Si beffano della mia non-resa al destino. Della mia lotta. Sempre e comunque. Forza. Ricomincia la sfida. Mi sollevo nuovamente facendo perno sul ginocchio. Una folata di vento mi sferza gli occhi. Cado. Ridete. Voi. I fustigatori. Che godete di ciò che sta avvenendo. Sotto i vostri occhi. Ottusi passanti. Così inconsapevoli eppure così complici della mia sconfitta. E ricomincia la sfida. Daccapo. Sollevati sulla mano. Sì. Così. Brava. Lentamente. Ora. Punta il piede. Punta il piede! Cado. Da un angolo della mia bocca lacrima tiepido vermiglio. È buffo. Assomiglio quasi a quell'automobilina che avevo da piccola. Quella che se anche sbatteva conto il muro continuava ad agitare le ruote. Non rassegnandosi ad accettare la realtà. Così. In un continuo e testardo ciclo provo ancora ad alzarmi. A variare il destino. A cancellare il mio nome da quel dannato libro. A cambiare quel punto. The end. A cambiare quell'imprevisto punto in una virgola. A convincermi che dopotutto non è così grave. È solo una caduta. Dalle cadute ci si rialza. E si ricomincia. Un romanzo tutto ancora da scrivere. Una nuova storia da iniziare. È buffo. Non lo avrei mai immaginato così questo momento. Punta il piede. Sollevati. Fai perno sui gomiti. Aiutati con la mano. Comandi senza senso che si affollano nella mia mente. Greggi disordinati di parole che scorrono davanti ai miei occhi ottenebrati. Insistenti. Impellenti. Eppure. Non ne comprendo l'urgenza. Punta. Pied

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   4 commenti     di: Maria Angelino


Appunti da una clinica per pazzi

il mio ricovero alla Speranza di Cristo fu lungo e logorante.
arrivai a Giugno, il ventitré, alle 9 del mattino.
nel reparto 1 (al primo piano) c'erano i malati di depressione, nel 2 i casi con problemi più gravi. io stavo al 2.
gli infermieri erano carini e sorridenti. prendevano la pressione, mettevano le flebo, pulivano i culi dei vecchi e dei giovani già belli che andati.
non penseresti mai che qualcuno debba studiare almeno 3 anni per diventare infermiere.
cerano molte cose a cui non avrei pensato. e poi quei sorrisi!
la mattina facevamo colazione con latte e biscotti. ma c'era una macchinetta del caffè e io, dopo sveglio, ne prendevo sempre 4 o 5. poi passava la terapia. c'erano incontri con psicologi e attività ricreative a cui non partecipai mai.
quello che rifiutavo della clinica non era tanto la reclusione. la prigionia è sempre una questione mentale. quello che proprio non potevo soffrire era il senso fasullo d'armonia che gli addetti ti volevano trasferire.
non volevo disegnare fiori in una stanza con le pareti azzurre, non volevo armarmi di buona volontà e sculettare su un tapis roulant. non volevo raccontare i miei stati d'animo né essere etichettato con questa o quella patologia. ma quello che non volevo più di tutto era socializzare col mio prossimo.
i colli rosa dei pazienti mi sbattevano in testa. li vedevo dalla finestra aperta della mia stanza, mentre conversavano con la dottoressa Mustacchio, bizzarri, ispidi, rognosi, come la pazzia, come quando le speranze si rivelano un bluff.
i loro occhi mi dicevano omicidio e stupidità, le loro camminate, morte, ma la dottoressa era così cordiale, splendente nell'ampio camice bianco dove sopra aveva affisso un cartellino con la semplice scritta: Franca.
nel pomeriggio si organizzavano uscite per le vie di Palermo. si andava soprattutto in parchi comunali, a guardare le papere o a mangiare coni gelati. non era obbligatorio uscire. e infatti io non uscii mai.
quello che ricordo con pi

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   1 commenti     di: Ferdinando


Loro, che poi siamo noi

Un debole respiro di luce attraverso la tapparella difettosa. Rumori indistinti, richiamo del vento. Silenzio. Profumo di schiuma, odore di donna, pulito. Respiri. Calore di corpi, strofinio di lenzuola spostate. Vapore. Carezze leggere, solletico, inesistenti pudori. Mani. Sorrisi nel buio, gemiti nel dormiveglia, a scacciar via una passata innocenza. Amore. Odore di passione, respiri affannosi, sussurri rochi nella stanza. Labbra. Baci di tulle. Abbracci di morbida seta.
Lei non riusciva a tenere gli occhi chiusi per più di dieci minuti. Continuava a guardare il buio, concentrata più che mai sul contatto con la sua pelle, sulla temperatura di quel corpo forte accanto al suo. Preoccupata, cercava di coprirlo con quel lenzuolo ingarbugliato, incastrato chissà come tra di loro. Un respiro più lungo degli altri, le labbra che si cercavano nella notte di quella piccola stanza.
Lui si addormentava un po', abbracciato alla sua piccola, in posizioni assurdamente scomode, ma che gli permettevano di sentirla fra le sue braccia, di avere la sua pelle legata alla propria. Cadeva momentaneamente nell'oblio, ma un suo minimo movimento lo riportava a quell'incredibile e dolce realtà. Erano lì, soli, senza occhi indiscreti a guardarli, senza il mondo esterno a spiare.
Senza limiti.
Lei, che lo ama con ogni sua cellula, che venderebbe l'anima al diavolo per potergli stare così vicino giorno e notte, gli posa la mano sul petto.
Lui, che la ama con ogni sua fibra, che le farebbe scudo con tutto se stesso per proteggerla e tenere intera la sua fragile anima, accarezza con dolcezza il suo seno.
Il buio è più denso, come il loro respiro affrettato. Non c'è quasi nulla a separarli dall'essere un tutto. Sono vicini, non solo col corpo. Si cercano, si trovano. Si sfiorano e sussurrano, un tacito accordo. Un semplice sì, un cenno. Ed è luce.
Si cercano ancora. Si trovano ancora. E si prendono.
Nessuna paura, né esitazione. Lei non si pentirà mai di tutto ciò, c

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   4 commenti     di: *Sunflower*


Parigi in foto

Sette giorni a Parigi ed è tornata, mia figlia. Io so che ogni volta al suo arrivo, torno con lei dove è stata, attraverso le sue foto, il suo narrare ed i suoi occhi.
Ieri sera per tre ore con la sua innata vena artistica, la sua intelligente curiosità sono volata a Paris.
Come spiegare che anche io sono stata a Ile de la Citè con Notre-Dame maestosa, la Saint Chapelle dalle policrome vetrate, al Quartiere Latino odoroso, al centre Pompidou modernissimo e colorato ed ancora la tour Eiffel, gli Champs Elysèes, lungo la Senna vivace, ai giardini Luxembourg verdi, Monmartre e di più...?!
Visioni che ancora girano nella mia mente e nel mio immaginario come potrebbero fare le pale del Moulin Rouge.
Sbirciando il tomo della guida si capisce senza dubbio che non bastano sette giorni per vivere e conoscere una città unica, ma entrambe facciamo posto fra le nostre emozioni di ciò che ci è stato possibile vedere.
Mia figlia non è andata al mercato dei fiori e degli uccelli e questo mi mancherà sempre, ma come fare a dirglielo?
Però è entrata nel cimitero du Père Laschaise per Proust, Sara Bernhardt, Gericault, Edit Piaf e sopratutto Oscar Wilde; mostrandomi la sua tomba mi ha detto: "mamma guarda attentamente, che noti?" ed io sforzando lo sguardo ho visto infiniti baci, stampati di rossetto, sulla sfinge scolpita contenente i resti del drammaturgo.
Inviso dalla sua bacchettona Inghilterra, per aver voluto vivere libero da schemi la sua "diversità", è morto qui, malato e di stenti ma ancora le sue opere sono nei teatri e nei cinema di tutto il mondo, ancora riceve baci, a compenso d'incomprensione e sofferenza.
Non credo che la pietra sia barriera: gli arrivano tutti, quei baci.

   9 commenti     di: Chira


Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte (11)

L'amore comportava: fedeltà eterna, non avrei mai potuto annusare le tette di un'altra donna, mai sfiorare la passera di un'altra donna, mai essere felice delle attenzioni a sfondo sessuale di un'altra donna e ammettere, con tutti, anche parlando di una spruzza sesso da tutte le taglie che invece che piacermi, mi faceva schifo. Comportava attenzione nei comportamenti: niente eccessi che potessero turbarla, niente comportamenti schizofrenici dinanzi ai suoi genitori, zero allusioni al sesso non edulcorate fino allo schifo davanti ad amici, amiche e parenti, niente polemiche sui ridotti orari per vederci né intrusioni sulla decisione dai parte dei suoi genitori che non poteva andare in moto. Comportava attenzione nello scrivere perché poi lei avrebbe letto: mai più un testo per un'altra donna, attenzione a non offenderla, dedicare buona parte degli scritti alla nostra storia, almeno sul piano della poesia. Per fortuna l'ultima parte mi veniva bene perché era un diretto derivato dell'amore.
Ci avevo messo un anno per convincermi che stare da solo era la cosa migliore e tutto era andato per il meglio. In Una di quelle notti avevo scritto anche di lei. Le avevo dato il ruolo di una ragazza di quattordici anni che veniva stuprata da un vecchio ubriaco e poi uccisa a coltellate. Questo era molto interessante, ma adesso forse avrei dovuto cambiare la storia. Era un gran bordello, ma la mia vita era fatta così ed io non avevo il cuore di buttare via una cosa così bella come lei. La prima volta ero stato io a lasciarla, ma due giorni dopo lei non aveva più voluto saperne di tornare insieme. Avevo ormai decretato che fosse meglio così. E invece era successo ancora. Questa volta c'erano di mezzo il sesso e la verginità. Cose serie.
Scambiare una ragazza innamorata per una puttana era una svista non da poco, ma tipica di me. Di solito mi era capitato il contrario. Ma, dal momento che ero innamorato anch'io, per quanto mi fossi allenat

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Breve sfogo di uno sfigato o pensa se... Joyce e Cole Porter

Quella stanza piena di bastardi pronti a prenderti e a portarti via da me FANCULO MUORI no non lo voglio il tuo cazzo di drink sto andando via METTI LE MANI APPOSTO LURIDO BASTARDO non credi che faccia caldo io esco sto andando in fiamme REGGETEMI O LO AMMAZZO queste luci mi stanno accecando no anzi resto qui vediamo cosa fate insieme brutti stronzi mi voglio proprio sedere per guardarti BABY LET'S DO IT, LET'S FALL IN LOVE ma che cazzo dico secondo te quella scema conosce anche Cole Porter? Non mi calcola nemmeno ma come si fa a ballare con quel tipo io posso darti poesia posso darti amore vero baby LET'S DO IT, LET'S FALL IN LOVE guarda mi sono anche vestito bene perderò due diottrie stasera dove sei? DOVE SEI? Non ti vedo ma sappi che ti voglio ORA BASTA con queste luci non ce la faccio più e che cazzo spostati da qui non vedi che sto uscendo VAFFANCULO gli occhiali a terra come faccio adesso puttana piastrata? Eccoli per fortuna fottiti tu il tuo tubino di paillettes e i tuoi trampoli ma ti vedi mentre cammini? cazzo ehi eccomi amore LET'S DO IT vai a fumare vengo anche io così magari scambiamo due parole ecco lo sapevo un altro morto di figa pronto all'attacco anche lui con TE? Però lo capisco sei così bella ma sì rimediamo una sigaretta almeno facciamo qualcosa insieme non ci credo se n'è andato E GUARDA DOVE CAMMINI con quel cocktail da fighetto avresti potuto sporcarmi la camicia cazzo l'ho stirata IO per LEI è rientrata va bene lo stesso fumiamo questa stupida sigaretta e andiamo a casa voglio morire!

   0 commenti     di: Andrea


I postumi dell'esame di maturità

Finalmente ci siamo. Dopo un inverno passato a studiare e a sognare questo posto, siamo di nuovo qui, nel nostro lungomare preferito pullulante di luci, colori, suoni. È già la metà di luglio e l'atmosfera è carica d'estate. Le mie spalle sono rosse e doloranti, reduci della prima giornata di mare. Daniela, la mia inseparabile compagna di vacanze, è nelle mie stesse condizioni. Non c'importa, abbiamo tempo per abbronzarci. Passeggiamo euforiche ridendo e facendo commenti sarcastici sui penosi tentativi delle tredicenni di acquistare qualche anni in più grazie a un paio di tacchi sui quali barcollano e una sigaretta tenuta tra le labbra con aria annoiata. Ricambiamo i sorrisi di un paio di ragazzi che ci passano accanto e io strizzo l'occhio al più carino. "Virgi, ma sei matta?" mi rimprovera la mia amica accorgendosi del mio gesto. "Ma dai! È estate" le faccio notare "e non li conosciamo, quindi chissenefrega"
"E se poi ci si attaccano?"
"Meglio, almeno ci pagano da bere" mi do un'occhiata intorno squadrando attentamente tutti i locali invitanti che ci circondano "a proposito, dove andiamo a sperperare la paghetta?"
"Dove andavamo l'anno scorso?" propone Daniela. Facciamo retro-front e raggiungiamo il locale. Il posto è pieno, ma fortunatamente riusciamo ad accaparrarci un tavolino all'aperto. Siamo entrambe raggianti. Ormai l'esame di stato è solo un lontano ricordo anche se, fino a pochi giorni fa, eravamo fuori da un'aula del liceo, con le mani sudate e la tesina sottobraccio, nell'attesa di sentire il nostro nome dalla voce del presidente della commissione. E fino a oggi pomeriggio l'esito era ancora un'incognita. Ma ormai che è andata, ed è andata bene, abbiamo il diritto, anzi no, il sacrosanto dovere di divertirci. "Ragazze, vi porto il solito?" chiede il cameriere ricordandosi di tutte le lemon soda che ci siamo scolate l'anno scorso nelle calde serate di fine agosto. Chiediamo il menu e, mente lui si allontana, gl

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