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Racconti autobiografici

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PERSONE DI CERVELLO E NON - LA DINASTIA DEI MAXIMUS

Molte volte possiamo vivere eventi che a prima vista sembrano normali, quasi monotoni e ripetitivi, ma che in realtà nascondono situazioni ben più gravi di quelle apparenti. Per intenderci meglio basti pensare a quelle persone che normalmente, quasi meccanicamente, quando siedono a tavola e tra le pietanze c’è, ad esempio, il pollo, loro non lo mangiano. Se analizziamo bene, loro non mangiano il pollo perché non gli piace il sapore del pollo, oppure non sopportano di mangiare animali che da vivi fanno quasi tenerezza, oppure sono vegetariani. Ecco, mille cause possono essere dietro il fatto che a loro il pollo non piace.
Nella mia famiglia dietro comportamenti oramai naturali, c’è qualcosa di diverso. Forse in ogni elemento della mia famiglia c’è la voglia di prevalere sugli altri, di imporsi con le proprie armi, di rendersi superiori. Ecco, adesso vi racconterò come vedo nella mia mente la mia famiglia.
Nel mio nucleo familiare si possono distinguere due scuole di pensiero, ben distinte tra di loro, con le proprie usanze, modi e cultura. La maggioranza è formata dalle “Persone di Cervello”, che comprende i Quadri Dirigenti, suddivisi in Dirigente Massimo (mio padre, amichevolmente detto Maximus) e Dirigente Minimo (mia madre, amichevolmente detta Minimus) e a seconda delle occasioni uno o più figli, che a causa della loro precarietà, vengono chiamati Vaghi.
Un’esigua minoranza è composta dalle “Persone senza Cervello”, che comprende, a seconda delle occasioni, uno o più figli (affettuosamente detti Mezzi Cervelli).
Io per mia sfortuna o fortuna, appartengo di diritto ai Mezzi Cervelli, e di conseguenza il mio operato, in qualunque campo venga applicato, subisce una notevole svalutazione, con percentuali che raggiungono il 50-60%. Questa forte diversificazione, con dovute restrizioni, comporta il subire silenzioso e l’assuefazione alla condizione con gravi conseguenze per chi, a seconda delle occasioni, le subisce. Ca

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   2 commenti     di: Artemio Podani


Storia di una chiamata - Capitolo 5° (prima parte)

È una ventilata mattinata settembrina dell’ 80. Il caldo acuto è già passato ed io mi guardo dentro: sono serena perché ho smesso l’aria cupa di “affossatrice della speranza” ed ora (dopo l’incontro con Francesco ad Assisi) non sono più disposta a “piangermi addosso” bensì ho ripreso a lottare per ricercare qui, a Catania, una comunità.

Certo sarà diversa dalla mia prima speciale comunità catanese nata lì a Lentini, tra i verdeggianti filari di pere, impreziosita dalle “nostre” Messe celebrate fra i campi a contatto diretto con la natura!

Ora sono pronta a ripartire perché ho portato via da Assisi il bastone … della speranza. Lo so, dovrò attraversare, ancora una volta, “deserti di città”, “oceani d’indifferenza” per vivere la mia unica, personale, ineliminabile chiamata, quella della comunità intesa come “luogo privilegiato” della presenza dello Spirito, anzi della Trinità.

<<… Neppure Tu ami restare solo>>

Sei un Dio di compagnia,

un Dio-comunità, un Dio-insieme,

un Dio: Trinità.

Ho chiaro perché tutte le anime

entrano in terra innamorate.

Ho chiaro perché l’insieme è medicina,

la solitudine veleno

perché l’uomo solo è in cattiva compagnia,

perché la gioia è a portata di cuore,

non a portata di mente.

Ho chiarito perché gli uomini risorgono

quando smettono di stare accanto

e si mettono insieme.

Solo insieme si parla,

solo insieme si canta,

solo insieme si ride,

solo insieme si ama,

solo insieme si è felici.

Ho chiaro tutto.

L’inferno è tenere le porte chiuse.

La felicità è spalancare le persiane.

(Anonimo)


Mi trovo ora già in via Etnea alla ricerca dei francescani e d’altronde, tempo fa, passando per la strada li ho visti uscire dalla chiesa di via Sangiuliano; convinta ci vado, giro l’angolo, salgo la scalinata, infilo la porta. L’ambiente è in penombra, mi trovo dentro una

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Domenica di giugno in collina

Lasciata la città andai, come al solito, in collina. Qui tutto tace, si sentono solo uccelli e si gode la natura, ci si ritempra per tutta la settimana. Colgo i frutti del ciliegio, rossi, dolci e succosi. Sono biologici, perchè non hanno subito nessun trattamento. Nell'orto crescono fresche e rigogliose insalate, radicchi e spinaci. E nei prati e boschi fiori a volonta':margherite bianche e gialle, orchidee selvatiche dal color rosa intenso, campanule grandi e piccole di un azzurro stupendo. Ecco, ora, possiamo ripartire verso casa con buone verdure e fiori splendidi!!

   2 commenti     di: soloio- samojaz


Le parole che non ti ho detto

Quando al mattina ci svegliavi, con il tavolo preparato con la nostra collazione, in mezzo al tavolo il mazzo dei fiori non mancava mai. Dalle tazze usciva il vapore del tè caldo di montagna che profumava tutta la casa. Ci spalmavi la marmellata da 10 centesimi sul pane tostato, e, con un bacio ci accompagnavi chi a lavoro, e chi a scuola. Mi baciavi davanti alla porta, accarezzandomi i capelli e non facevi altro che raccomandarmi di comportarmi bene. Percorrevo 100 metri di distanza la strada dalla casa a scuola cantando sempre le canzoncine, e saltando dalla destra alla sinistra, dimenticandomi delle scarpe strappate. Quando vedevo i compagni con le belle scarpe, io nascondevo le mie che sembravano di avere fame con la bocca aperta dalla colla attaccata chi sa quante volte. Però ero felice, perché quando entravo in casa trovavo il calore del tuo amore che mi riempiva più di qualsiasi cosa, anche di quelle scarpe che invidiavo cosi tanto oppure un paio di pantaloni nuovi. Tu con la tua fatica mi cucivi e stracucivi quei pantaloni di jeans, e sotto gli occhiali con gli occhi stanchi e le dita punte dall'ago mi dicevi: E allora, ti piacciono? Hai visto come le ho cuciti, sembrano nuovi! Con la tua fatica avevi fatto un lavoro straordinario, però allora non capivo, ero piccola mi vergognavo quando uscivo con tutte quelle cuciture a dosso. Spesso ti dicevo facendo sentire la mia ribellione: no, non voglio indossarle, mi fanno schifo uffa...
"-Oh! M i dicevi: non ferirmi cosi per favore..." Ma io non capivo niente di niente.
Lo sai? Quando ricordo quel capodanno che rimanemmo da soli in casa io, tu e Gimy. Un nodo mi si crea alla gola e il pensiero mi soffoca.
Il vento del ultimo di dicembre era forte e gelido, e fischiava con tale forza che sembrava di portare via i tetti. Ogni tanto rimandava dentro il fumo dal cammino che riscaldava, e per qualche secondo veniva offuscato dal fummo. Io seduta nel angolo del cammino osservavo i tuoi movimenti, che passando la

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   6 commenti     di: Mimoza


Quando i guai si cercano

Dopo il tentato omicidio della Mata Hari la punizione paventata da mio padre di portarmi con se al cantiere il lunedì mattina alle cinque non ebbe seguito, rimase lettera morta. Infatti fui graziato dalla pioggia che per tre giorni si abbatté sulla zona costringendo gli edili a sospendere il cantiere.
Per anni la minaccia fu reiterata e sempre mai eseguita perché per un motivo o per l'altro riuscii sempre a eluderla, finché otto anni dopo andai addirittura a cercarmela. Non solo, ma quella che doveva essere una punizione esemplare si tramutò nella prima delle mie più grosse malefatte giovanili. Andò così.
All'epoca avevo diciassette anni e mezzo, era l'estate del 67 e come sempre le vacanze estive dei ragazzi fuori sede non differivano di una virgola da un anno all'altro. Rientro a casa la mattina all'alba, sveglia a mezzogiorno e il resto della giornata a bighellonare. Qualcuno dirà che il rapporto paterno era inesistente, ebbene lo era per cinque giorni la settimana ma il sabato e la domenica mi attaccavo a lui come una zecca e non lo mollavo per tutto l'oro del mondo, perché mi conveniva. Il fine settimana, infatti, non si lavorava e allora costringevo mio padre a portarmi in una stradina di campagna dove mi faceva da istruttore guida. In pratica quando un anno dopo ho preso la patente ero già un provetto pilota. Per la teoria non sapevo nulla ma in quanto a pratica ero bravo, tanto bravo che venni bocciato la prima volta proprio alla guida per la troppa sicurezza.
Quando l'ingegnere esaminatore mi disse che mi bocciava alla mia domanda del perché mi rispose di chiederlo all'istruttore. Questi, dopo mi fece una solenne lavata di capo, dicendomi che avevo infranto tutte le regole. Ero partito senza guardare negli specchi, avevo fatto un sorpasso senza la freccia e mi ero fermato e poi sceso dalla macchina senza mettere la freccia né guardare negli specchi. In effetti ero già un vero automobilista.
Ma ritorniamo a quella circostanza particolare, i

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   9 commenti     di: Michele Rotunno


Parentesi di vita

Quella visione stava provocando nel mio cuore una emozione nuova, avere venti anni nel lontano 1960, non era come averli adesso. Nel 60 i ragazzi ventenni erano considerati uomini, anche se possedevano poca emancipazione, e, molta meno esperienza, ma tanto tanto buon senso Quella figura esile, tenera, appena adolescente, scaturiva dentro le mie visceri una rivoluzione paragonabile ad un terremoto. La persona non era più una persona qualsiasi, era la mia emozione, era il nascere nell'animale umano quel sentimento primordiale che permette la continuazione della stirpe. Si trovava li, con i suoi genitori per assistere alla partenza dell'aereo dal nuovo aeroporto i Punta Rais. Il desiderio di avvicinarla era intenso fino allo spasimo. Le circostanze purtroppo non erano favorevoli, il primo aviere, suo malgrado dovette soffocare il suo istinto che forse considerato attentamente poteva paragonarsi ad una freccia scagliata dall'arco di cupido verso un ingenuo essere indifeso.
quello ero io, incosciente, presuntuoso sicuro del mio aspetto aitante, spavaldo nei miei venti anni, decido di affrontare l'imprevedibile. Mi informo sulla sua identità, mi assicuro di potere avere delle occasioni favorevoli per incontrarla. La fortuna mi assiste al trentacinquesimo giorno di estenuante pedinamento, riesco ad accostarmi a Lei appena fuori dal liceo, con apparente sicurezza, ma con il cuore che vuole uscire dal petto, mi rivolgo con una frase stupida da farmi arrossire ancora adesso a cinquanta anni di distanza, e per non smentire i proverbi, anche in quella occasione, la fortuna aveva aiutato l'audacia. Lei non aveva nemmeno sentito il mio dire, si era ricordata di me per quel giorno in aeroporto che aveva provocato anche in Lei qualcosa simile alla mia emozione.
Mi allunga la sua mano e si presenta piacere G. S. tu sei A. vero. Come spiegare il trambusto che mi pervase, comunque non potevo aspettarmi niente di più piacevole. per circa due settimane ci frequentammo per qualche o

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   1 commenti     di: AGOSTINO


Il giusto peso

Mi trovavo in quel particolare stato di grazia che fa seguito all’unione con una donna.
Non ho mai saputo come si chiamasse, o forse col tempo l’ho dimenticato, ma, ora che sono passati così tanti anni, ora che per vedere cose importanti devo girarmi indietro ed è arrivato anche per me il momento di separare il riso dalla pula, solo ora mi rendo conto che di lei almeno il nome vorrei mi fosse rimasto. Ma a quel tempo non mi sembrava importante.
Nel tepore del mio letto, sotto le coperte pesanti, ci godevamo la tranquillità di quei momenti, con la mente libera da qualsiasi tipo di pensiero. Ci lasciavamo trascinare dal lento moto dei sensi che pacificamente si dondolavano in quella sorta di oblio.
Stavo bene, proprio bene; sentivo il suo corpo caldo appoggiato al mio, soffice e dolce come il suo fiato, ancora lievemente ansimante. Ci conoscevamo solo da poche ore. Restammo uno accanto all’altra a godere del silenzio di quegli istanti, senza dover sopportare il peso di parole inutili e non sentendo il dovere di pronunciarle, in una condizione di intimità probabilmente ingiustificata, ma piacevole, e il piacere era, senza ipocrisie, l’unica cosa che in quel momento interessava entrambe.
Poi accadde. All’inizio, tale era il torpore al quale mi ero abbandonato, non compresi quale fosse l’origine di quel suono, ma poi, per la cattiveria che solo le cose normali sanno avere, mi resi conto che era il telefono che suonava. Nel momento meno opportuno. Pregai che quell’odioso trillo smettesse, che chiunque si trovava all’altro capo non si ostinasse nell’intento di parlarmi. Lo lasciai suonare per un po’, poi mi feci coraggio e, scusandomi, sgusciai da sotto le coperte per andare a rispondere, completamente nudo. Rabbrividii, la casa era fredda e il sudore mi si gelò addosso sgradevolmente. Nel breve tragitto che e mi separava dal telefono, il mio cervello, snebbiato dal freddo, passò in rassegna le diverse motivazioni che potevano spingere qualcu

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   9 commenti     di: enrico ziohenry



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