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Racconti autobiografici

Pagine: 1234... ultimatutte

Il giorno in cui scavalcammo il recinto -parte finale-

2
Ci guardammo attorno solitari in un turbine di foglie morte. Eravamo giovani corpi puri in un'orgia dai mille colori e odori esilaranti che ballavano, che si contorcevano, nel lamentoso vento di un autunno ancora caldo. Ispirammo profondamente quella sensazione che sentivamo scorrere nelle vene come una dose pura di adrenalina sparata dritta nella nostra anima.
L'albero dalle sottili dita scheletriche stava sempre li, imponente nella sua agonia, e ci pareva il punto più adatto dove un tesoro poteva esservi seppellito. C'era un ramo che sembrava indicarne l'esatta ubicazione; esattamente là, dove il manto erboso tutto'ora non vi cresce, là dove la palla sfavillante, quel giorno, non riusciva a filtrare del tutto i suoi raggi lucenti.

"Secondo me si trova li" disse Lapo indicandone il punto.

"Già ..." dissi "Cerchiamo"

3
Sotto l'albero se ne stavano due ragazzi che parevano i suoi frutti:
non troppo acerbi, non troppo maturi; rimanevano semplicemente la sotto, qualcosa sembrava trattenerli, sembrava aspettassero il momento in cui sarebbero marciti del tutto sotto di esso.
Avvicinandoci la scena si apriva davanti a noi. Notammo con i nostri occhi innocenti gli stracci e i volti, scavati con occhiaie fonde a circondare occhi cupi e spenti, di quei due ragazzi che, con mani e dita ben più sottili di quei rami, si sverginavano la propria vena in silenzio, senza opporre resistenza, come incatenati all'albero della vita.

"Cos'è quella?" disse infine Giuseppe timidamente, ma incuriosito dal luccicante ferro che spruzzava inchiostro rosso dalla sua punta.

Uno dei ragazzi alzò lo sguardo dal niente che lo stava mano a mano risucchiando nel proprio vortice e ci guardò

"Andate via" ci disse poi

Ma noi rimanemmo immobili. Continuavamo ad osservarli, cercando di capire cosa stessero facendo.

"Non vedi che sono solo bambini" disse l'altro ragazzo che, alzandosi lentamente, ci venne incontro accartocciandosi infine alla nostra altezza, come

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   1 commenti     di: STEFANO ROSSI


Una città in un giorno

Aveva abbandonato il suo corpo lì. Come cappotto ad ogni cambio di stagione.
E lasciato il suo cuore libero di andare. Impaziente. A zonzo per la città.

Era il 21 marzo, primo giorno di primavera. 1958.
Infilò la porta a mare con l'impeto degli anni.
Poi, dopo l'abbrivio, smise di pedalare. Allargò le braccia.
Lasciandosi trasportare come brezza spensierata.
Incontrò biciclette che correvano nell'aria col ronzio di petulanti catene.
Portavano in sella donne che si tenevano pudicamete la gonna con la mano.
Sorridenti e libere, ai primi tepori.
E uomini, per nulla indifferenti al loro fascino, che si recavano al lavoro.
Un intenso odore li inebriava. Di canapa e barbabietola.
Più dolce dello zucchero filato.

Vagabondò a lungo attorno all'immensa piazza ovale.
Cinta da platani giganti che, agitando pigramente i rami,
guardavano giovanette dalle gambe tornite,
mentre sfilavano sulla pista di cemento sui loro skettini gracchianti.
Ragazzi spavaldi le superavano, girandosi a sognare un incontro prodigo di intimità.
Più avanti, l'antico parco: ad un tiro dall'orto botanico.
Dal grande cancello apriva ad un mondo di fiaba.
Alberi con radici lunghe e tormentate traversavano ogni sentiero.
Cespugli odorosi spuntavano all'improvviso, seminando intorno le loro seducenti essenze.
Fuori, il bianco palazzo corazzato di mille punte stava lì, sull'angolo opposto,
a vegliare la strada più romantica del mondo.

Pedalò a lungo. Senza sosta.
Sul percorso incontrò piccole panetterie che sfornavano i loro pani dalle lunghe dita incrociate.
Il loro profumo si spandeva fragrante per le strade;
entrava dalle finestre che si aprivano generose ai raggi del sole.
Le basse case di mattoni a vista sembravano custodire gelosamente i loro giardini.
Esuberanti di fiori e rampicanti, all'interno dei loro ventri.
Ignari della vita che si andava risvegliando intorno.
Quella di mattoni scuri, del poeta, stava lì intatta. Immobi

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La matria potestà (nemesi genetica!)

Nel ricordo delle metempsicosi (il dèjà vu) studiai a fondo la vita e, con Eva responsabile della precaria condizione umana e con Elena a scatenare la prima guerra epica (storie di gelosia e di mele!), nel mio ultimo concepimento...

mi vidi fluido d'amor rovente,
seme di anima nascente,
già cellula vivente,
pronto a germogliar
nel tiepido calor
del grembo materno

da primogenito, finalmente, feci man bassa dei gran geni paterni (dominanti) tralasciando quelli materni (recessivi), pregni di dolori e di lamenti!
Per nemesi genetica, ahimè, il mio primogenito, invece, ha fatto in maniera del tutto inversa, facendo man bassa dei geni materni (dominanti) e trascurando del tutto i miei (recessivi), sicché ora è tutto sua madre e la genetica si è così vendicata perché mi ritrovo un figlio serio (parla poco) e severo (con me non ride mai) come sua madre, mentre io sono loquace ed ilare, un vero buffone...

nacqui buffone
e già calciatore
mi ritrovai nel pallone,
divenni poi un esaltato
con il calcio giocato,
sempre avvezzo
a ogni tipo di scherzo.

Ognuno di noi, sempre analizzando la vita, è un coacervo genetico di ben 4 famiglie (quelle dei nostri nonni) ed io presi, di sana pianta (il suo seme generò l'angelica figura di mio padre), da mio nonno Francesco (gran buffone per i nipoti con il nomignolo di picchippone) che, sin dall'infanzia, mi educò allo scherzo e all'ilarità, preavvertendo, forse, le insidie e i dolori che di lì a poco (già alle prime luci dell'adolescenza) mi sarebbero capitati.
Comunque superai l'ineluttabile malattia materna curando la sua fatale encefalopatia epatica, ma poi, stanco ed irascibile, non sopportai più la severità di mia moglie (vivo separato ma non divorziato) andandomene a vivere da solo.
Per non turbare ancor di più i miei figli, facendo il tiramolla tra padre e madre (alla controversa sindrome di alienazione parentale contrapposi il sacrificio genitoriale!), non pretesi la loro presenza

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ossessioni

Quando il cuore comincia a battere più lentamente, quando le gambe e le braccia sono distese comodamente su candide e linde lenzuola, quando il capo si adagia su di un confortevole guanciale, quando quei pochi automatismi involontari necessari alla vita nel sonno si ripetono senza che fastidio alcuno vada a turbarne la monotona regolarità, libera da qualsiasi angoscioso imperativo, libera di involarsi dietro i veli di una coscienza, di una morale, come una fiera maldestramente ingabbiata, la mente elude la recinzione che la guida di un intero corpo le impone e fugge nelle intricate viscere di una foresta che si estende oltre palpebre serrate, oltre labbra socchiuse, alimentata da un lento respiro che matura i frutti di alberi contorti, alberi imponenti, arbusti spogli e rigogliosi rovi, dove il passo è ostacolato da un sottobosco fitto e cangiante, dove il sentiero battuto all’andata non sarà mai quello sul quale ci si perderà al ritorno.
Dai frutti maturi non prenderanno vita nuove piante, nessun albero verrà mai abbattuto, nessuna folgore ne incenerirà mai un ramo.
Se ne nutrirà la mente incattivita e vorace perché poche sono le ore durante le quali potrà sfuggire dal giogo della coscienza, quando lasciato il corpo privo di sensi, il cervello potrà essere per lei sola.
Sarà suo sposo, suo schiavo, suo amante perché possa sognare.
Ne divorerà uno, e poi un altro ancora e poi ancora altri e per sempre ancora e in ogni frutto è celato un frammento di sogno.
Ingorda la mente impasta nei suoi umori i frammenti perché possa districarsi tra il fogliame avvolgente e soffocante della selva, perché possa indossare ali di Cupido e con esse librarsi e diffondersi nelle sconfinate distese dell’incoscienza, con esse spaziare oltre le colonne d’ercole dell’anima, con esse traversare gli oceani che separano gli uomini dalle divinità, lambire le sponde delle terre consacrate, acquistare la capacità di creare, impossessarsi del potere di so

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Buonanotte alla mia Madame Bovary, a te, a me

Forse è così che dobbiamo viverci: lontani.
Tu in una fredda e lontana e bella e fertile città del nord.
Io nella tua madre terra, arida e deserta, che ormai si è abituata ai tuoi, sempre più frequenti, addii.
Io no, non riesco ad abituarmici. Forse perché non ci siamo neanche detti " ciao", un semplice a fior di labbra saluto innocuo, e pure, così grondante di chissà quali ignote ( e da me sognate) conseguenze! Come faccio a lasciarti se non ti ho mai avuto?
E pure mi trovo a parlare di te. Tu che non sai nemmeno come mi chiamo, chi sono, cosa faccio. Io di te invece so tutto: brutta cosa spiare la vita altrui da un profilo virtuale sotto mentite spoglie. Spero mi perdonerai...
So, ad esempio, che c'è qualcosa tra noi, che non si può spiegare. Rileggendo questa ultima frase, non nascondo, che mi meraviglio di me stessa e non mi piaccio. È una tipica frase da ragazzina quindicenne alla prima cotta, o da cantautore stile Pausini o Antonacci o D'Alessio. Con te non posso esser scesa così in basso!
Ora recupero, dammi il tempo di una riga e giuro che recupero!
Da circa un anno ospitiamo una cagnolina randagia. È diventata la cocca di mia madre, la sua ombra, e non esce mai dal giardino, forse perché è tale la sua paura di essere abbandonata un'altra volta da schiacciare la sua natura curiosa e girovaga. In questo arco di tempo tuttavia ha ricevuto delle visite da cani di passaggio. Sia ben chiaro incontri privi di qualsiasi finalità procreativa dato che la bestiolina è stata sterilizzata.
Dal momento che faccio come lavoro a tempo pieno la spettatrice della vita altrui, in forma virtuale o reale che sia, non potevo perdermi lo spettacolo offerto da i comportamenti della mia amica a quattro zampe e dei suoi nuovi amici. Ebbene lei ha sempre dimostrato una certa simpatia per un pitbull a macchie nere, un cane del tutto innocuo e per esser cattivi anche un po' stupido. Ho pensato, sarà per la prestanza fisica. Ed in effetti questo cane,

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Oblio

A volte mi perdo guardando la luna e desiderando volare nel cielo aggrappandomi freneticamente con le mani a stelle luminose e correre nell'universo infinito e contemplare il minuscolo pianeta in cui tutto è niente. A volte mi estraneo da tutti e chiudo la porta con lacrime trattenute che premono bollenti contro le palpebre subito richiamate indietro da aspre parole del mio inconscio. Mi stacco da tutto tagliando i ponti con il mondo esterno premendomi auricolari vibranti contro i timpani per ascoltare voci incazzate che urlano la merda del mondo e urlo con loro strillando di vite distrutte e cancellate in quell'assassino che è il tempo. A volte vorrei sprofondare a terra trovare lucciole fatate-lucciole che mi entrino negli occhi vedere solo lucciole fatate-lucciole che si rincorrono svolazzano davanti alle mie pupille creando strani giochi di luci. A volte rimango a fissare un punto pensando e pensando sempre e guardando alla realtà con la meraviglia di chi ancora non ha visto nulla o forse ha visto troppo e osservo le persone che corrono lungo il filo della loro esistenza senza pensare al baratro sotto di loro e le invidio. Chiudo la porta della mia anima accessibile solo a me e con rabbia sbarro la strada a chi cerca di vagliarne le parti più remote desiderando allo stesso tempo un tocco amico che mi consoli che rida insieme a me e che pianga insieme a me e vorrei non sentirmi ribelle incazzata e strafottente ma così vulnerabile che un legnetto potrebbe spezzarmi. Penso a metafore e a storielle moralistiche orientali mentre strillo al mio cuore sei una stronza no sono sola no sei tu non puoi fare nulla arrenditi al ruolo che qualcuno ha già scelto per te comportati da docile bestia da macello mentre una mano falsamente gentile ti porta alla totale distruzione che è la vita. Non puoi farci niente perché sai di essere fatta così perché sai di quanto può ferire la tua fottutissima incostanza perché sai di voci rotte al telefono supplichevoli di un bran

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   3 commenti     di: Maria Angelino


Un giorno a Tokyo

11 dicembre 2008
Destinatario: a chi lo legge
Titolo: “Un giorno in Giappone
Caro/a Destinatario,

Carissimo/a,
l’altra sera, mentre guardavo in TV un documentario sul Giappone, mi sono ricordato di un divertente episodio di qualche anno fa, che voglio raccontare.
Mi trovavo con un collega a Tokyo per affari e per partecipare ad una fiera settoriale, dormivamo in uno dei soliti costosissimi mini alberghi in centro città, vicino alla Stazione Centrale, da cui ogni mattina partivamo per recarci alla Fiera che si trovava ad una ventina di minuti di treno locale. Ogni nuovo viaggio in Giappone era per me una nuova scoperta, non sempre positiva; la mia camera d’albergo era stretta, rettangolare, ed il letto occupava il lato corto del rettangolo opposto alla porta d’ingresso. Il fatto è che il letto era lungo 170 cm. e, disgraziatamente, io sono alto 178 cm.
La stanza da bagno era un monoblocco in plastica contenente tutti i servizi, all’interno c’era un cartello bilingue che sollecitava a chiudere la porta del bagno durante le funzioni, pensavo che con quella chiusura s’impedisse la diffusione degli effluvi, sbagliavo. Un giorno lasciai inavvertitamente la porta aperta e, mentre facevo una bella doccia calda, era Febbraio, improvvisamente udii la sirena d’allarme antincendio suonare: era la capsula d’attivazione del sistema Sprinkler che si era attivata con l’alto calore del vapore. Vi risparmio le scene che seguirono...
Il collega era una persona simpaticissima con cui avevo un ottimo “feeling”, utile anche alla conclusione degli affari. Ogni giorno, durante il viaggio, si chiacchierava sulla precisione dei giapponesi, i tedeschi dell’Asia, e sulla diversità con noi italiani. L’imperturbabilità soprattutto mi rendeva nervoso; tra noi si diceva che sarebbe stato bello poter dare una scossa a questo loro essere. L’amico, che mi conosceva bene, mi diceva che sicuramente, prima di partire, avrei avuto l’idea vincente.
L’ide

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