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Racconti autobiografici

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Piacere... sono Laura Marchetti

Una qualunque una delle tante qualche volta bella altre meno che hanno una testa e un cuore, niente di particolare, una cassiera part time, una moglie e una mamma per il resto della giornata, una che ama la vita, ma non programmarla, rispetto le regole del gioco anche se spesso vado fuori dalle righe.
Scrivo ma non mi rileggo per capire cosa cerco cosa voglio, ho una scrittura indecifrabile per questo uso il pc, una tastiera che allontana ma che avvicina a chi lo vuole fare, non mi sono ancora capita.
Amo le parole semplici che arrivano dirette, uno schiaffo o una carezza, ma mi stupisce un bacio inaspettato, non mi trucco, non mi nascondo, sono sincera, anche se non sempre mantengo le promesse si me stessa non su altri... del tipo prometto di cambiare e se lo faccio sempre in peggio... quando riscopro di essere stata bella senza saperlo, in vecchie fotografie.
Non m piace l'arroganza, la presunzione, la supponenza, di chi vede solo se stesso, di chi si sente vittima di tutti dopo avere ferito o i pirati dei sentimenti che scappano dopo avere investito.
Non voglio aver ragione ma se non ritengo di darla non la do nemmeno io, non mi piace dire le cose alle spalle passo diretta come un intercity che ha poche fermate.
Non più tardi di ieri ho avuto una discussione con una delle tante, non per il motivo futile, ma per l'atteggiamento che questa aveva che rispecchia quanto sopra ho detto. Vittima presuntuosa egocentrica... lo siamo tutti in ugual maniera basterebbe riconoscerlo, come chi ha l'umiltà di chiederti scusa pur restando della propria opinione senza pretendere di aver ragione. Qualche volta l'ho fatto io pensando di riuscire qualche volta ad averlo questo dono in cambio... il perdono ma ora ho smesso visto che nessuno lo fa... la ragione la restituisco sempre al mittente... no grazie non mi interessa.
Sono passionale quanto basta per non cadere nella trappola di un ti amo, fedele a volte, mantengo segreti e non dimentico nulla anche se sono sbadata.
Ta

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   4 commenti     di: laura marchetti


La sua Venezia

Vita vissuta, primavera ormai lontana ma non dimenticata. Un uomo separato da una donna con struttura psicotica di personalità. Se non sapete cosa sia immaginate una doppia personalità, quasi completamente inaffidabile nei rapporti umani, certamente inadatta a crescere una figlia, peraltro contesa da quando è nata ed affidata alla madre da leggi ottusamente e pervicacemente matriarcali.
Il padre che si arrangi. Con cinque anni di causa civile approdati a niente, se non a garantire proprio ciò che avrebbero dovuto evitare, cioè che la madre potesse usare la figlia come arma di ricatto come e quando gli accomodasse. Cioè la bimba nelle mani della madre proprio quando le sue condizioni mentali avrebbero dovuto proibirlo oltrechè sconsigliarlo. Esposta a pericoli di ogni genere e tipo, compreso quello di suicidio, peraltro già tentato senza successo almeno due volte. Impossibile, per il padre, proteggere la figlia: due volte erano intervenuti i carabinieri per costringerlo a riconsegnarla alla madre, che peraltro la reclamava soltanto se e quando tornava utile ai propri scopi.
Arrivato ad uno stadio di completa disperazione, l'uomo prese il coraggio a due mani e, scavalcando assistenti sociali ed avvocati, scrisse una lettera al tribunale dei minori. Una lettera per niente avvocatizia, ma col cuore in mano, scritta e spedita come fosse un messaggio in bottiglia con dentro l'ultimo ed estremo sfogo della propria frustrazione.
Caso volle che proprio quest'ultimo appello producesse più risultati che tutti gli atti compiuti in precedenza, avendo un giudice attento e coscienzioso incaricato un'assistente sociale, altrettanto attenta e coscienziosa, di effettuare un'indagine. L'indagine portò all'unica conclusione possibile: la bimba doveva essere affidata al padre.
Senza por tempo in mezzo, era stata fissata un'udienza in quel di Venezia, sede regionale del tribunale dei minori, mentre l'assistente sociale aveva rassicurato il padre sul quasi sicuro buon esito

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   3 commenti     di: mauri huis


Vacanze rumene

Abbandonati per l'ennesima volta gli studi universitari, il Tannino si cimentò nella ricerca di un'occupazione definitiva; durante quest'affannosa impresa incontrò diverse opportunità, una delle quali consisteva nella vendita a domicilio d'enciclopedie per ragazzi, in alternativa alla quale poteva proporre agli occasionali clienti una meno impegnativa Bibbia a fumetti.
Dopo un breve periodo di formazione fu lanciato sul mercato, ma le prime difficoltà legate all'innata timidezza ed alle scarse motivazioni che lo animavano non tardarono a palesarsi.
Vagò per un intero pomeriggio alla ricerca di un portone, di un numero civico, di un cognome che lo ispirasse; era stato fornito di un elenco di nomi di bambini legati ad un indirizzo, dove secondo le teorie del marketing avrebbe agevolmente trovato clienti da soddisfare, come se bastasse un foglio di carta per fare di una vendita " porta a porta" una missione umanitaria.
La serata volgeva al termine e l'anomalo venditore intendeva concluderla, se non con una vendita almeno con una visita a domicilio, il timido individuò l'obiettivo da colpire in una casa relativamente isolata, dove secondo le preziose indicazioni fornitegli, avrebbe dovuto abitare un bambino.
S'infuse coraggio e suonò il campanello, come da copione chiese se il bimbo fosse in casa, a seguito della risposta affermativa agì come gli era stato impartito, passando, dopo la presentazione di rito, alla fondamentale fase della socializzazione.
La signora che apparve agli occhi del Tannino, mostrava un aspetto non più giovanile e decisamente la vestaglia e le ciabatte con le quali si presentò non l'aiutavano a nasconderlo, quindi scartando l'ipotesi che si trattasse della madre di una così giovane creatura, pensò bene di domandarle se avesse avuto il piacere di parlare con la nonna.
Ancora prima di terminare la frase, comprese l'entità della gaffe alla quale era andato incontro, la donna sollevò le spalle e rivelò al paralizzato Tannino il

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   2 commenti     di: giancarlo


Gita scolastica

Frequentavo il terzo magistrale e si avvicinava la fine delle lezioni.
Ogni anno, come è usanza ancora in essere nelle scuole, i professori, valutando l'importanza e la formazione che ne deriva, organizzano una gita scegliendo mete artistiche o archeologiche o più raramente per semplice diporto.
Quell'anno ne venne programmata una per la fine del mese di maggio ad Ischia, isola dell'arcipelago campano sorella minore della più famosa Capri.
Con me e le mie compagne del 3° D erano pronti a partire i ragazzi di altre sezioni del nostro istituto con i quali avevamo in comune qualche docente tra quelli a cui veniva attribuito un valore minore, non legato alla loro capacità o preparazione, ma alla materia insegnata.
Come ad un professore d'italiano sicuramente in una scala da uno a dieci viene assegnato un dieci di certo ad un professore di fisica (educazione fisica!) si darà al massimo un sei.
C'era tra i ragazzi che avevano aderito alla gita anche la mia amica Paola cosa che dava all'evento un'aria più allettante. Condividere il divertimento con gli amici è già un divertimento, così ho sempre pensato e oggi, a sessant'anni, non ho ancora cambiato idea.
E deve essere una verità sacrosanta perché io della gita ricordo ben poco e quel poco sono i momenti vissuti con Paola.
Non avevamo occhi che per i ragazzi delle altre sezioni che avevano il pregio di piacerci e di cui parlavamo sottovoce giù, affondate nelle poltrone, in fondo al pullman.
Il panorama? Chi l'ha visto?
A Napoli so di essere salita sul traghetto ma solo perché conservo una magnifica foto che mi vede ripresa su una panchina bianca di metallo sistemata come le altre in file ordinate su un ponte di quel gran barcone che ci stava portando a largo, verso la nostra meta.
Forse neanche i professori avevano saputo dare interesse agli obiettivi proposti e non so se fu questa le causa o più verosimilmente per altre già accennate, fatto sta che nella memoria, tra i pochissimi ricordi c'

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   1 commenti     di: patrizia chini


Sul terremoto

Buona domenica!
Che popolo straordinario gli italiani!
Mi riferisco alla tanta solidarietà per le persone colpite da codesto maledetto sisma.
Sapete ho 60 anni, ma ancora, essendo io Umbra. nativa di Spoleto, ricordo il primo terremoto che ho avvertito con tanto di particolari.
Avevo allora 6 anni, s'era in agosto e una notte, era di domenica, la terrà tremò.
Mia nonna mi prese in braccio e con i miei genitori uscimmo fuori casa. Sentimmo la terra muoversi diverse volte molto fortemente ed anche il rumore delle cose che in casa e nelle case limitrofe cadevano.. ricordo che avevamo una credenza di legno verde chiaro con dei vetri nei quali v'erano incise scenette bucoliche e mia nonna si dispiacque tanto perchè si frantumarono tutti, compresi i bicchieri e i piatti in essa riposti. Tutta la gente del quartiere a stare insieme, vicini e tra una scossa e l'altra qualcuno osava entrare nel fondo per prendere del vino, dell'acqua oppure dei dolci, o del pane, vettovaglie che venivano condivise con tutta la comunità in attesa che scorresse la notte e scemasse il pericolo dei crolli...
ricordo che nel palazzo di fronte alla mia casa, dalla finestra aperta si sentiva un uomo che dormiva russando, lavorava come autista dei pullman e che povero era rientrato in casa da poche ore.. a nulla valeva il richiamo della moglie e dei figli a farlo venir fuori al sicuro, anzi seccato si affacciò e disse:-So stanco e dimani devo arzamme alle 5 per lavurà, tanto se è scrittu che devo morì nun me sarva nisciuno_ poi si rimise a dormire..
impossibile dimenticare ile espressioni di terrore di preoccupazione che segnavano i visi quando c'era la scossa, ma gli adulti subito la mascheravano con un sorriso per non impaurire e traumatizzare ancor di più noi bambini che stavamo in mezzo a loro silenziosi, colpiti dal vedere scendere dal viso delle persone anziane caldi lacrimoni, mentre alcune donne in un angolo recitavano a bassa voce il rosario.
Poi con onestà posso dire di

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Ologramma impoverito delle mie vicissitudini interiori

Avevano interrotto le comunicazioni. Le radio, le televisioni, i giornalisti, le loro stesse menti erano andate a farsi fottere. I cieli sembravano più plumbei del solito, nonostante l'inverno fosse sempre stato abbastanza crudele. Le strade, umide di pioggia, sembravano bocche lascive che bloccavano con cattiveria il volo delle foglie, incollandole alle loro labbra di cemento. Gli alberi grondavano resina e pioggia, nelle giornate di vento non era insolito percepire l'odore delle loro pelli coriacee. Un aroma di marcio e fiori, un profumo che avrei volentieri indossato. Il placido scorrere dei pomeriggi era a tratti ostruito da nubi gravide di altra acqua. Forse era tutto quel succedersi di piogge e fulmini ad aver causato la fine delle trasmissioni dei media. Forse era la stanchezza di tutte quelle persone, una nostalgia come amalgamata in coscienza collettiva. Un sospiro come di discreta rassegnazione. Ne feci parte anche io, prolungando volutamente le ore fino ad ottenere un aspetto consunto, livido e impoverito. Un ammasso di polvere, qualcosa di semplice da spazzare via. Ma in fin dei conti era la notte il vero problema. Quando il soffitto diventava l'unico paesaggio e le mie pupille erano dolorosamente dilatate, accadeva che la mente cominciasse a scivolare sulle proprie teorie. Chi ero? Non ero, forse. Quale sarebbe stato il mio avvenire? Nessuno, forse. La nullità del tutto che mi circondava era asfissiante e la notte, con il suo vestito freddo ed umido, non era d'aiuto. Che il mondo finisca, pensai, che finisca assieme a questi tormenti.



Donne

Donne che ancora non sono tali, donne bambine, donne di vetro, donne in frantumi, donne che tuttavia non sanno di esserlo.
Donne che sono parte di me anche se non le conosco, anche se non so chi siano, donne con cui ho condiviso pensieri, agonie ed ossessioni.
Donne che si vergognano di essere tali e cercano di annullarsi, di scomparire.
Donne che perdono, insieme ai kili, anche speranze e sogni, affogandoli tra gli incubi.
Donne, ossa in pantaloncini che corrono per bruciare se stesse, un'altra volta ancora.
Donne in un letto che non potrà mai scaldarle.
Donne che cercano un segno, donne che chiedono di Dio, che si guardano intorno domandandosi dove sia finito, quando le abbia abbandonate.
Donne che hanno oltrepassato la sottile linea bianca, frastornate da fragorosa ma inudibile euforia.
Donne che combattono loro stesse e la bilancia.
Donne orgogliose, che ridono tra sè e sè guardando altre donne, più grasse, che hanno perso la propria battaglia.
Donne rifiutate, donne cadute, donne che vogliono tornare cenere, donne che sperano ogni giorno in un miracolo, o forse nella morte.
Donne, bambine, anziane, donne che rifiutano la loro condizione di donne.
Donne alla costante ricerca di perfezione, anche se irraggiungibile.
Donne che per raggiungerla preferiscono non essere, essere nulla.
Donne che non parlano, ma che urlano in silenzio, chiedendo aiuto ad ogni passante, supplicando attenzioni in ogni sguardo.
Donne che bramano braccia pronte ad accoglierle, donne che sussurrano parole a loro stesse, per riempire il vuoto che le divora.
Donne che desiderano amore, e trovano calore in una malattia.
Donne e MALATTIA, che rifiutano di chiamare con il suo nome. ANORESSIA.
E io, SONO VIVA.

   7 commenti     di: gaia porcelli



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