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Racconti autobiografici

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Danni collaterali

"Svegliati, è per te..." Mi disse mia madre.
Andai al telefono.
"Buongiorno, ci sarebbe l'incarico per una supplenza di un giorno, alle scuole Razzauti, in via Basilicata, per la sostituzione dell'insegnante di Inglese."

Accettai, anche se l'inglese l'ho sempre trovato ostico. Si trattava comunque di una scuola elementare, via, me la sarei cavata!
Si trattava di fare un'ora d'inglese a diverse classi delle elementari, sarei stato lo specialista insomma. Era la legge del contrappasso. Io che pensavo che la Neda Rossi, insegnante alle superiori, avesse avuto ragione quando mi disse:
"... Ma oh, si vive anche senza sapere l'inglese, eh..." chiosando la fine del mio patimento scolastico nel liceo scientifico "Cecioni".

Purtroppo anche all'università, invece, c'era stato l'esame di lingua inglese, ed era passato non senza preoccupazioni. Ora arrivava la supplenza che tornava a smentire la profezia; che l'inglese servisse davvero?

Parto, col mio bravino blu notte, alla volta delle scuole, puntuale, alla seconda ora dei bambini. Il fatto di fare una sola ora per ogni classe è in un certo senso positivo, ottimizzando, diciamo, l'effetto sorpresa, mi mantengo meglio nel ruolo d'insegnante, senza che i bambini prendano confidenza. Vado per tentativi sul cosa farli fare. Sento come si chiamano, ma non ho la necessità di fare appello, perché le presenze le prendevano alla prima ora le insegnanti che li accompagnavano nell'"Aula di Inglese".
Peccato, qualche minuto se ne sarebbe andato così, invece c'è da impiegarlo inventandosi qualcosa.

Mi oriento sui numeri. Inizialmente li scrivo in lettere chiedendo alla classe la traduzione, poi, visto che su alcuni ho anche dei dubbi, le comincio a scrivere volutamente sbagliati, cosa che mi riesce benissimo, chiedendo a tutti di correggere i miei errori.
Questa tecnica paga con i bambini più piccoli. Per i più grandi c'è la tombola in inglese che mi dicono che a volte fanno con l'insegnante vera.
Per allonta

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Entrare in libreria

Un passo deciso ed entri, la commessa alla cassa ti guarda. Solo dall'espressione che accompagna il primo passo dentro il negozio, riesce a capire che tipo di lettore sei.
Quello appassionato che già si emoziona al solo vedere tutte quelle copertine in piedi sugli scaffali o appoggiate una fianco all'altra a coprire un tavolo troppo basso. Lo snob che evita accuratamente i best sellers per fiondarsi sul mattone di un qualche autore dell'est sconosciuto ai più, ma di cui lui conosce tutte le opere, pur non avendone letta nessuna. Il lettore saltuario che si mette a gironzolare superficialmente sperando che una copertina un po' più accattivante delle altre attiri la sua attenzione. O, ancora, quello da una botta e via che entra e va dritto alla cassa a chiedere. "Ce l'avete l'ultimo di...? Copertina rossa, con una ragazza". "No, l'abbiamo terminato stamattina."."Quando vi ritorna?"."La prossima settimana". Esce, veloce come era entrato.
Poi ci sei tu. Entri timidamente, saluti perchè sei educato, ma anche per far capire che ci sei, che potresti avere bisogno di aiuto. Cerchi un libro, ma non sai quale. Ne vorresti uno poco impegnativo, magari da leggere in spiaggia o giusto prima di addormentarti. Non il classico libro che potrebbe cambiarti la vita o il modo di vederla. Questa volta ti accontenti di meno.
Per prima cosa cerchi uno dei libri che conosci. Hai bisogno di sicurezza per compiere la scelta e quella te la può infondere solo un libro che già hai letto. Specie se l'edizione è la stessa che hai a casa. Ne trovi uno su uno scaffale proprio all'altezza dei tuoi occhi, sembra fatto apposta. Quello è il tuo punto di partenza per cercare il nuovo libro.
Noti che i libri sono ordinati per autore. Cominci a muoverti a sinistra, risalendo l'alfabeto. Niente che ti susciti curiosità. Ti sposti per un paio di lettere poi cambi direzione. Questa volta il movimento è più ampio. La testa leggermente inclinata a destra, il movimento degli occhi per leggere ti

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   3 commenti     di: sauro


Storia di una chiamata - Capitolo 1°

Si avvicina un anniversario, anzi L’ANNIVERSARIO che ha “rivoluzionato” tutta la mia vita. Dalla Bibbia aperta appare la colorata figurina che mi ricorda l’anniversario dell’anno scorso: “Rosarita, possa tu rivivere, grazie alla luce vibrante e calda dello Spirito Santo, “l’innamoramento” vivo, gioioso e appassionato per il tuo-nostro Gesù, affinché nel tuo cuore e nella tua mente ci sia sempre il canto stupendo della gioia e dell’amore”. È l’augurio fraterno-paterno di P. Andrea che ben conosce l’importanza di questa “data storica”, anche se allora (nel 1968) era solo un bambino di appena nove anni, mentre oggi è la mia valida guida spirituale.
Vieni ora, o Spirito santo, e guida la mia penna veloce sul foglio bianco e possa io scendere nel profondo del mio essere con pace… grande e memoria viva…
Ecco sono seduta sul vecchio, ansimante pullman, indosso il grembiule nero e il candido collettino bianco e da Canolo, paesello montano, sto andando a Locri, cittadina marina, dove si trova l’istituto magistrale. È il mese di maggio del 1960 e sto per conseguire il sospirato diploma!
Mi guardo, ma come sono esile! Con i lisci castani capelli ribelli, con la voglia prepotente di voler cambiare il mondo! Ma sì, ho vent’anni! Ho solo venti anni! Tutta la natura è in festa di colori e di profumi e vedo i due monti che si abbracciano, il fiume che li bacia e il mare in lontananza è un tremulo sussurro. Mi guardo, trascino una grossa cartella zeppa di libri, ma non pesa più di tanto: sono forte, ricca di affetti; mio padre è già andato in ufficio e, quale maresciallo, guida i nostri “baldi” carabinieri. Tutto è sicuro… il paesello già pulsa di canti e di quotidiane fatiche…
… Che strano! Sono ancora sul pullman, ma ora esso è nuovo, davanti a me la strada è ben asfaltata, tante macchine nuove sfrecciano veloci.
Mi giro di scatto, ma dove sono Erminia, Vanni, Emilio, Noretta, Annamaria? Ed io perché non ind

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D'Annunzio e Pasolini

Istituto tecnico agrario Marcantonio Bentegodi, Verona, anno di grazia 1976. Esami di maturità. Tra i circa ottanta esaminandi ce n'erano anche di quelli che avevano completamente sbagliato indirizzo, favoriti dal fatto che l'accesso all'università era allora libero per tutti, senza obblighi specifici pregressi. Tra quelli, io.
Nelle tre sezioni di allora io ero nella B, soprannominata "fascista" un po' a torto e un po' a ragione. In realtà solo un terzo degli studenti lo era, ma questo già faceva specie. Tra questi io.
Fascisti sui generis in realtà, con piuttosto l'animo degli antagonisti o l'esigenza del "fuori dal gregge", ma bastava perché fossimo definiti tali. Poi avevamo un professore di letteratura (allora si chiamava "italiano") che rosso proprio non era, anzi, aveva tendenze elitarie e completamente antitetiche. In cui peraltro noi ci riconoscevamo. Ben prima di "carpe diem" lui fu il nostro "capitano mio capitano". Forse questo, più di quello, ci fece passare per la classe più fascista della comunque sempre fascista, per definizione (chissà poi perché) sezione B. L'anno dei nostri esami, il settantasei, fu poi un anno al calor bianco in cui la nostra già triste nomea si lustrò di nuova e meritata infamia.
Il motivo fu semplice. All'inizio dell'anno ci fu la ormai solita occupazione studentesca della scuola. Senza motivo, o con pochi motivi, quasi ormai per abitudine, dopo che in tutti gli anni precedenti della mia frequentazione in quell'istituto si era già verificata. Ora già quando ti costringono a occupare una scuola senza una motivazione specifica e senza rischiare niente, nemmeno la contrarietà dei professori e la disapprovazione dei genitori, il divertimento si tramuta in noia, ma se questo accade quando alla fine dell'anno tu hai gli esami, la noia diventa fastidio. E il fastidio richiede sollievo.
Per questo, al terzo giorno d'occupazione, forzammo il blocco dei cancelli d'entrata, entrando, appunto, e facendo lezione. O tenta

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   6 commenti     di: mauri huis


Ricordi di scuola

In quel Tempo
nel radioso mattino di un'estate precoce,
me ne stavo seduto, intontito, abbruttito dal vino,
sul ciglio di una via polverosa.
Ebbro di melma stavo a piangermi addosso,
quando presi a volare sul scintillante Carro di Fantasia,
una voce misteriosa e bizzarra mi giunse all'orecchio,
sopra ad un fiore avvelenato da nubi di piombo
un'ape mi guatava con occhi simili a capocchie di spillo roventi.
Ma la voce proveniva dall'alto, dall'interno di un serico bozzolo,
domicilio di larva, qual ero io in quel momento.
Il sussurro si trasmetteva nell'etere come onde di idromassaggio,
dello stesso aveva il potere di rilassare i miei muscoli tesi.
"Ricostruiremo Tutto, più Antico di Prima."
Furono queste le prime note curiose di quella melodia che giungeva dal Nulla.
Antico: fu ciò che mi costrinse a pensare,
a far scoccare la scintilla che mise in moto il motore e presi a rammentare.
Ero tornato sui banchi di scuola, durante l'ora di Epica e Mitologia,
udivo una dolce voce di donna narrare ad un allievo rapito
dell'Ira funesta del Pelide Achille, invulnerabile Eroe,
della tragica morte di Ettore, del dolore di Andromaca sua sposa adorata,
ma quello che più esaltava il fanciullo eran le gesta di Ulisse l'Astuto.

"Dopo un assedio durato due lustri,
cagione di morte per innumerevoli Eroi di entrambe le schiere,
la Superba Ilio dagli Achei fu violata e combusta.
Dopo di ciò gli Eserciti Greci volser le prue delle agili navi verso le rive natie,
verso la Patria lontana.
Ma ad Ulisse, che con l'inganno diede agli Achei la vittoria,
fu negata la rotta più breve.
Poiché Odisseo era inviso a Nettuno, Padrone e Signore dei Mari,
fu, da quel Dio furente ed offeso, condannato per mille tempeste a navigare,
mille perigli costretto ad affrontare, in mille battaglie forzato a pugnare.
Un giorno, esaurite le scorte di acqua e di cibo,
diresse la prua della nave verso la spiaggia di un'isola ignota.
Lui e i suoi com

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Cosa vuoi che sia...

                COSA VUOI CHE SIA…
                È solo una storia…

Guardava verso un punto non ben definito, dove case e strade intrecciano forme difficili da discernere.
Lo spazio si deformava, il tempo no, uguale a scandire un’oggettività senza appello, da lui poco considerata, momentaneamente messa in second'ordine, sperando che l'istinto potesse infine conciliarsi con la ragione.
Il cellulare scarico, con lo schermo nero che rifletteva il suo volto, lo isolava, più di quanto già non lo fosse. Sospeso a metà in un viaggio impossibile. Colto al volo.
-"Biglietto prego".-
-"Si, un attimo".-
Lungo un secolo, dov'è? Lì, nel solito posto, in tasca, non s'è mosso, lui.
E fuori da un vetro scende la sera, mentre in scia il buio avanza e davanti un sereno che più scuro non può essere. Quando ormai il sole è una spenta fotografia,
flash opaco d’immagini verosimili, lo stop.
Arrivato. Dove doveva già essere. Un arrivo che sà ancora di partenza,
la testa ancora in viaggio, mentre la strada riporta alla sua origine.

-"Scusate" -... Cosi, per iniziare. Una semplice parola che vien da sè mentre
pensiero e stanchezza fanno tutt'uno.
-"Allora?...".- A casa cercano una risposta. Un motivo. Ma sono tanti, più o meno grandi, le cause; un’unica aspirazione, ora tremante in un tempo di cui non si conosce l'unità di misura.
Ma c'è da…c'è da andare, di nuovo, semplicemente andare, nessun viaggio.
Chiude la porta, che pesa di responsabilità e il cui rumore sa di giudizio.

Una carreggiata poco trafficata, trenta chilometri non familiari, un cartello silenzioso. Dopo due curve, destra e sinistra, il paese sembra accoglierti.
Novità che continua, e lentamente, trova una posizione.
L’insegna sfocata del locale. Due righe blu sull’asfalto, un motore che si spegne e
la canzone dell’estate come sottofondo. Destinazione raggiunta.
Lui non c'è, ma non tarda, lui. Compare, espressione a me

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   5 commenti     di: Matteo Zanetti


Ciao Essere

“Il nostro errore più grande è quello di cercare negli altri le qualità che non hanno, trascurando di esaltare quelle qualità che invece realmente possiedono”
Marguerite Yourcenar

Un punto interrogativo. Era diventato il suo segno preferito. Un arabesco che, per convenzione, si ritrovava ad essere compagno di chi continua a porsi dei perché che spesso non sono fatti per avere una risposta.
Camminava, con in mente un punto interrogativo, o forse due. O forse molti. Camminava in quella falsa primavera che aveva visto i fiori rosa degli alberi sparire troppo in fretta, sotto le gocce ed il vento di un inverno tornato a reclamare quello che pensava essere suo. Era giovane, era vecchia? Era sbattuta come il ramoscello con i fiori anneriti dai grossi chicchi di grandine, eppure c’era in lei qualcosa che somigliava alle gemme di quelle giovani piante. Si sentiva troppo giovane. Si sentiva troppo vecchia. Ma chi poteva dirgli come era giusto sentirsi?
Camminava, ed aveva smesso di piovere. Aveva deciso di uscire dalla coltre delle coperte sotto la quale i suoi pensieri erano diventati troppo assordanti e disordinati. Nel buio le sembrava di vederli passare, mischiarsi, intricarsi come i fili intrecciati dal becco inesperto di qualche uccello, in un maldestro tentativo di creare un nido d’amore. Così era uscita. In un giorno di festa è quasi tutto deserto. Ed è quasi tutto deserto anche in un giorno di pioggia. Facendo due più due, era sicura che non avrebbe trovato anima viva, sulla sua strada.
Sebbene non avesse una meta precisa, dopo tanti passi compiuti con aria assorta, decise che il suo punto d’arrivo, per un primo momento, sarebbe stata quella panchina, forse un po’ umida, ma lontana quanto bastava dalla strada per non vederla, ma per sentirne ogni tanto i rumori ovattati e discreti. E li ricominciò a pensare.
Quel punto interrogativo si era frantumato in tante piccole copie, l’aveva quasi fatta impazzire. Ed era triste, era euforica, e

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   3 commenti     di: Alessia Ca



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