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Racconti autobiografici

Pagine: 1234... ultimatutte

L'Albero di Natale

Alla fine mi sono deciso, e sono sceso in cantina a recuperare l'albero di Natale ed il presepe. Anche se... vabbe' Diego, ti racconterò più avanti.
Aperto il sacco, ho constatato alcuni particolari: il cielo era parzialmente spiegazzato, ma ho deciso di tenerlo buono. La Madonna (non la cantante! Quella vive in un residence) si è staccata dalla capanna; con la colla ho rimediato al guaio.
Le statuine hanno risposto "presenti!" all'appello; tranne il dormiglione che, nomen omen, dormiva. Albero ok, cosiccome le luci. Percepivo, tuttavia, il bisogno di inserire un elemento di nuovo. Con quell'idea mi sono seduto a tavola.
Nel pomeriggio eccomi al supermercato Rcorta, per la spesa. Osservando gli orpelli natalizi, mi sono soffermato su un fuoco elettrico. Avendo ancora una presa libera da sfruttare... taac! Alla modica cifra di 14 euro e 99 centesimi l'ho acquistato. Felice come un fringuello a primavera, ho proseguito per gli scaffali. Andando sempre a braccio; aborro scrivere la lista della spesa. Questa sporca incombenza la lascio ai comuni mortali.
Mentre pensavo ai massimi sistemi (organo genitale femminile), ho avuto un incontro ravvicinato con l'espositore dei cosmetici: disastro epocale. Fortunatamente non mi ha visto nessuno, e sono svicolato tutto a mancina. Tanto Pecorotto, il proprietario dell'Rcorta, ne predisporrà uno nuovo. Al boss i soldi escono dalle orecchie, ed anche da altri orefizi.
Al momento di pagare mi sono accorto di odorare di mascara. La cassiera, in effetti, mi fissava perplessa. Nessun problema; la mia reputazione con le donne è già infinitesimale.
Nutrivo una mezza idea di andare in centro a Como; ho desistito. Un po' perché avevo fretta di collaudare il fuoco, il resto perché non volevo vedere l'ennesima edizione della CITTA' DEI BALORDI. Solita pista del ghiaccio, stessi mercanti, medesime giostrine, baraccopoli in Piazza Mazzini. In questa città è più facile trovare il petrolio di un refolo di fantasia. Inversione,

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Amore al bacio più lungo della carezza infusa

Così lessi di te, in una tiepida giornata di tardo Marzo ove la primavera ancora non s'era fatta sentire nelle torbide acque intorno ad Alghero. Nessuno conosceva la tua voce, sembrava appartenere solo a chi ti aveva posseduto, come il mare, in questo momento si ruba i miei ricordi tracciati sulla sua sabbia.
Quasi come un granello tanto desiderato sei entrato a far parte della mia vita, e con rapidità sei tornato nel mare, fuggendo chissà per quali oceani.

Se passeggio sulla battigia lascio impronte. Solchi tracciati dal tempo sembrano fiorire tra le nuvole e i bambini che allegri ( loro ) saltellano. Così spensierati anche loro abbandonano impronte sulla spiaggia, e lei teneramente le accoglie affidandole alla vastità azzurra. Cadessi da questa altezza, così da potermi far notare, umiliandomi ancora una volta quasi ribrezzo. E se la via non è illuminata, io passo volentieri, magari con un filo di pioggia che lenta bagna tutto il mio gracile corpo che tutti continuano ad osservare. Acqua che bagna l'auricolare canta.
Tutto così veloce, ed io così inesperto lasciandomi trasportare nell'insieme delle cose. Me ne ho detto tante, purtroppo ne ho detto ancora, dopo tanti fatti successi e le tue inutili scoccianti parole irreversibili pertanto ripugnanti.
E non riesco ad ascoltare nemmeno una canzone che s'è improvvisata quella sera, poichè mi fa ricordare quell'attimo orribile tuttora. Mi odio per essermi fidato in questo semplice modo, e mi supplico di non farlo mai più, mentre forme affusolate e fumo e sigarette passanti occhi, io fumo.
Il fumo aiuta a dimenticare. Specialmente se accompagnato da canzoni, amici, sussurri, parole. Gesti.
Gesti che contano. Passano, feriscono.
Nella nostra piccola vita andremo incontro a tante cose e io, tornando indietro e, immaginando la scena, non avrei saputo se farla continuare, o meno. Molte indecisioni accompagnano l animo umano, e codesto essere ha bisogno di certezze.

Fece capolino il Sol caldo e

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   6 commenti     di: Giuseppe Tiloca


E manchi tu, amico mio

Un racconto come tanti, un ricordo come pochi.
Esilarante follia, di una vita volata via.
Pochi giorni sono passati dalla tua scomparsa. Il dolore riecheggia in questa valle, dove tutti ci conosciamo, dove tutti ci amiamo.
Fratelli, amici, compagni di giochi anche proibiti.
Destini che si incrociano silenziosamente, e sguardi indelebili.
Ci conoscemmo tanti anni fa, ricordi?
Eravamo piccoli, giovani fanciulli alle porte dell'adolescenza,
uniti come fratelli di un'unica vita.
Tu da buon brasiliano, volevi insegnarmi a tutti costi ogni ballo tipico del tuo paese, caldo e solare come te. Passavamo le giornate in bicicletta a correre nei campi, a fare il bagno al fiume freddo, ricordi? Amavamo l'estate, perché rendeva tutto vivo, unico, incontaminato.
Poi crescendo ci siamo dispersi nella nostra terra, nella nostra casa, ognuno ha creato un suo piccolo mondo ma nonostante ciò in fondo... non ci siamo mai persi.
Le tue improvvise telefonate, allegre, scherzose, facevano esplodere tutti i colori attorno a me.

Parole così futili, adesso che non ci sei più.
Il mio respiro ha deciso di non contribuire ad alimentare il mio corpo mentre la mia mente ti pensa.
Anche lui a suo modo, soffre.
Parlerei in eterno, parlerei tanto, soffermandomi in quelle sfumature eteree e pazienti di te.

Incredula, mercoledì mattina ti porterò una rosa arancione.
Perché arancione? ti rispondo ancora una volta Amico mio; arancione è il colore della vita, della forza e del sole al tramonto d'estate, quando diventa enorme, e si prepara a scendere per lasciare spazio alla luna.
La mia gola si sta stringendo, meglio che ti lasci andare su nel cielo amico mio.

Abbi cura di me...
Come io avrò cura del tuo sguardo eterno e luminoso.

" Boa viagem menino... não sei se nos veremos novamente, mas foi muito bom te conhecer... espero que não se esqueça de mim ".

"Buon viaggio piccolo.. non so se un giorno ci rivedremo, ma è stato bello conoscerti.. spero n

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   2 commenti     di: Carlotta S.


Piccolo

Da piccolo ho imparato ad amare Roma quando per la prima volta sono scappato da scuola.
Avevo circa 8 o 9 anni e ovviamente andavo alle elementari.
Ero in classe e non volevo rimanerci, chiesi alla maestra di andare al bagno e una volta uscito dalla classe mi sono defilato piano piano per le scale di questo palazzo appartenuto a i Barberini al centro di Roma. Ho fatto queste bellissime e larghissime scalinate, mi sembravano infinite prima di arrivare
alla porta della libertà... l'uscita!
Ho incominciato a camminare per le vie e vicoli di questa anima regalata da Dio agli uomini (esagero?:)) Campo dè fiori, piazza farnese, piazza navona e ritorno verso via dei giubbonari.
Poi mi prese mio nonno e mi picchiò sul sedere.
Sono rimasto affascinato da questa città.
Da allora ogni volta che voglio staccare dai miei pensieri, o problemi, quando sento che non ho una via d'uscita, mi faccio una passeggiata per il centro, ponte Garibaldi, via Arenula fino ad arrivare al Pantheon e via del corso e lì, di sera, quando in giro c'è poca gente, Roma si mette il suo abito migliore e non se la tira per niente! Una nobile e UMILE signora che ti ascolta e ti fa vedere quante vie di uscita ci sono. Mi aiuta a pensare, a riflettere!
Roma ha qualcosa che nelle altre città non ho trovato.
Per questo l'amo ancora, perchè quando in una donna scopri tutto
allora non hai più desiderio di vederla.
Invece Roma no ti lascia sempre qualcosa dentro che ti spinge a cercarla di nuovo a rifare le stesse strade da anni, proprio perchè la vuoi conoscere ancora e ancora!
Buonanotte!



Transatlantico alla deriva

Ancora un'altra corsa al pronto soccorso per un attacco di panico. Difficoltà a respirare, tremori, pressione alle stelle, le solite gocce.


Cinque o sei sbirri discutono con un uomo sulla sessantina seduto su una sedia a rotelle. Il volto tumefatto e ferito. L'aggressione è avvenuta sotto la sua casa per futili motivi.


Il medico che mi visita è un ragazzo di circa trent'anni, furbo come una volpe con la faccia tonda e aggraziata. Dall'altra parte una donna in brutte condizioni sopravissuta ad un incidente automobilistico.


Il pronto soccorso è una nave, un transatlantico alla deriva, dove chi arriva si perde nei meandri delle sue preoccupazioni, il calore è insopportabile, gli spifferi di vento gelido penetrano nelle ossa.


Siamo a marzo ma potrebbe essere luglio o dicembre di un giorno di un anno qualunque, parametri vitali, questo è l'importante. Saturazione, pressione, ecg. Questo è l'importante. Questo è un essere umano. Saturazione, pressione, ecg... saturazione, pressione, ecg.


Prima e dopo. Poi c'è la poesia degli sguardi, dei lamenti, delle urla, dei piccoli gesti, delle piccole umanità, dei sorrisi, delle carezze, dei flaconi di ansiolitici, dei legami familiari, della violenza.


Al pronto soccorso finisco di essere un uomo e divento un numero a tre cifre, un codice, un signor nessuno, decidono loro, i parametri vitali, saturazione, pressione, ecg. Gli infermieri scazzatissimi discutono tra di loro dei giorni di ferie, dell'ultimo pettegolezzo, sorridono. Le infermiere ancheggiano vistosamente, sono belle. Una sottile patina di sudore staziona perennemente sui loro volti da copertina.


Il transatlantico alla deriva...

   4 commenti     di: vincent corbo


Sussurri e grida

Disegno arabeschi sul vetro appannato, come quando, da bambina, cercavo rifugio da una realtà scomoda inoltrandomi nei meandri di quelle linee intricate.
Ero serena da bambina, gioiosa, e la mia scomoda realtà si riduceva al mio viscerale rifiuto per la matematica e per tutto ciò che avesse a che fare, anche lontanamente, con la freddezza dei numeri. Nei grigi pomeriggi d'inverno cercavo di procrastinare il momento in cui avrei dovuto affrontare addizioni, sottrazioni, e problemi con vasche piene d'acqua perdendomi, con la mia inesauribile fantasia, tra le volute sinuose che il mio dito disegnava sul vetro freddo.
Ritraggo di scatto la mano, come quando mia madre interrompeva i miei viaggi immaginari ingiungendomi di smetterla, altrimenti avrei unto il vetro. Ricordo che, fissando il mio pennello immaginario, mi chiedevo come avrei potuto ungere il vetro con il mio polpastrello asciutto e morbido, ma non ho mai domandato a mia madre ulteriori delucidazioni.
Strano che questa domanda si ripresenti ora con una inopportuna urgenza.
La sala di attesa è riscaldata, ma ho freddo dentro, una sgradevole sensazione di un gelo vischioso e ripugnante che mi serpeggia addosso. Nella saletta accanto c'è la bara con mio padre, o almeno quello che mi hanno detto essere mio padre. Perché io non sono riuscita a riconoscerlo in quel corpo senza vita, gonfio ed insultato dalla malattia. Sono entrata nella camera ardente dell'ospedale e ne sono subito uscita fuori, convinta di aver violato l'ultima intimità di un estraneo. Invece è proprio lui.
Non lo vedo da due mesi, l'ultima immagine che ne conservo è quella di un uomo provato dalla malattia, ma ancora in grado, sia pure a fatica, di camminare dritto e di troneggiare con la sua figura alta e snella.
In realtà mio padre l'ho visto molto poco negli ultimi 33 anni, ed io, di anni, ne ho 41.
La bambina serena e gioiosa è andata via in un triste novembre, chiusa nella valigia che conteneva qualche abito, un p

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   4 commenti     di: Simona Durante


La signorina Olimpia

La signorina Olimpia era sottile, con degli enormi occhiali, sempre seria e tesa. Vestiva rigorosamente di scuro, non lasciava mai intravedere un lembo di pelle, e anche quando la calura imperversava, i suoi abitini monocolore erano sempre e rigorosamente accollati. Non beveva caffè, mangiava solo pasta in bianco e non toccava nessun oggetto che potesse venire in suo contatto per timore di buscarsi qualche contagio. Se apriva il portone di casa, si muniva di un fazzolettino di carta che portava più su di dove gli altri erano soliti appoggiare le mani per aprire, così era sicura di non venire contaminata da microrganismi esterni. La signorina Olimpia era molto severa, non era sposata, si dice che in gioventù avesse avuto un unico amore che, arruolatosi, era poi morto in guerra e da allora non aveva mai più aperto o lasciato uno spiraglio del suo cuore a nessuno. Noi bambine giocavamo in cortile molto silenziosamente perché potevamo disturbare il sonnellino pomeridiano che era solita fare. Una volta però non fummo accorte: aveva piovuto tutta la mattina ed eravamo state in casa, poi nel primo pomeriggio, quando aveva finalmente smesso, eravamo scese in giardino felici di poter riprendere i giochi quotidiani, ma a terra c'erano ancora delle pozzanghere. Allora avevamo preso dei ramoscelli secchi e con la punta disegnavamo cerchi in un piccolo pantano d'acqua; la signorina Olimpia udì quelli che a suo dire erano i nostri schiamazzi, in realtà ci aveva viste dalla finestra perché eravamo talmente taciturne che a stento udivamo tra noi quello che dicevamo, e riferì alla mamma che se non avessimo smesso ci saremmo sporcate i vestitini. La mamma, dopo il rimprovero, ci richiamò subito in casa; sapeva quanto fosse pignola la signorina Olimpia e voleva evitare discussioni inutili. Se la incontravi per le scale, difficilmente rispondeva al saluto, prima si alzava gli occhiali, ti soppesava e poi le usciva un lieve mormorio in risposta. A volte se ne stava

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   7 commenti     di: Angel Bruna



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