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Racconti autobiografici

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Le vere qualità maschili (autoanalisi semi-umoristica)

Ancora oggi si discute su quali siano le doti migliori necessarie agli uomini per piacere alle donne e viceversa.
In clima di frivolezza si tende a privilegiare l'aspetto fisico, senza considerare che si tratta di una falsa dote; le bellezza o la bruttezza non sono meriti personali. Al massimo può valere la cura di sé e in questo so di essere prodondamente inadeguato: non sono sportivo, me ne infischio di seguire mode o di conciarmi in modi particolari.
Ma nella mia esperienza di vita una cosa che ho capito con assoluta certezza è la illusorietà di determinate doti maschili che vengono ancora sbandierate in programmi televisivi di serie B e C o nei vergognosi telegiornali disinformativi delle nostre reti Rai e Mediaset (che peccano per cose anche molto più gravi).
Mi riferisco in particolare a quando molte intervistate dicono frasi del tipo "deve essere intelligente" o "deve farmi ridere". Riguardo alla seconda dote mi limito a rammentare quanto avessi fatto ridere la ragazza di cui mi ero innamorato e che mi ha poi spezzato il cuore.
Ma soprattutto vorrei chiarire a chiunque ancora ne dubiti quanto relativa sia la prima delle 2 doti su citate. Essere intelligenti non significa assolutamente nulla, in parte perché l'intelligenza è un termine complesso, che si presta ad equivoci, in parte perché ho conosciuto maschi che non brillavano per intelligenza, ma che non avevano alcuna difficoltà a piacere alle donne.
Sarebbe meglio dire che piacere alle donne è possibile ma non scontato se non si ha un intelligenza sub-normale, tutto quì. Le intervistate penso che, col loro "deve essere intelligente", sottointendano in realtà "non deve essere un ritardato".
Riassumendo commenti, discorsi e consigli che ho ricevuto da altri maschi (senza mai dar credito ad oltre il 50% delle cose che mi ha raccontato ciascuno di loro) sono giunto alla conclusione che l'unica vera qualità per non sentirsi dei falliti (di sensazione e di fatto) con

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il sorriso perduto

Mi ricordo bene che quando ero bambino d'estate si andava in montagna ed i pomeriggi erano tutti uguali; il cielo fermo immobile si addensava di nubi vaporose sul tardo del pomeriggio, l'acqua della fontana della piazza scrosciava tutto il giorno così forte che mi chiedevo come si potesse dormire la notte nelle baite lì vicino. Io uscivo con i miei pantaloncini a mezza gamba e i sandali di gomma appena dopo pranzo e andavo giù al torrente, mi portavo dietro una barchetta a forma di catamarano che mi ero fatto col fondo di una vecchia grattugia trovata in un angolo della cantina, per vela ci avevo messo un pezzo di tela che mi aveva dato mia madre come ritaglio di un scampolo.
Avevo anche un omino di plastica di quelli con la faccia gialla e il sorriso nero stampato sopra, le braccia e le gambe snodate che se ne stava seduto sul fondo della mia imbarcazione che si reggeva a galla grazie ad un paio di tappi di sugaro assicurati alla meno peggio sullo scafo.
Quando scendevo al torrente avevo una pozza segreta dove andavo a giocare, abbandonavo il sentiero costeggiato da alte file di ortiche e tagliavo per un prato e l'erba alta mi accarezzava le magre gambe scoperte da ragazzino;le coccinelle mi si attacavano alla vita sul bordo della maglia e i tafani ronzavano attorno al mio sudore, alla mia emozione di scendere là in basso dove l'acqua faceva una conca profonda e scura di cui solo io potevo scorgene il fondo.
Il greto del torrente era fatto come di lastre di ardesia, scivolose e scure, e sul lato a ridosso della montagna nascosta dalla alta vegetazione, c'era quella che chiamavo la pozza dei girini: uno specchio d'acqua caldo e immobile denso di alghe pieno di uova di rana come chicchi d'uva sospesi e ci potevo vedere le piccole larve attraverso la membrana trasparente. Passavo sempre a dare un occhio alle piccole uova a vedere giorno per giorno quei bozzoli lucidi e vischiosi pulsanti di vita.
Un giorno poi non trovai più le uova ma guardando bene sul fon

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   1 commenti     di: Franco Martelli


Fantasie biografiche (3a parte)

Sempre per trama fatale mio padre Angelo Raffaele, vero angelo quaggiù in terra per condotta esemplare e adesso lassù governatore della terra per meriti morali, ebbe due figli medici esperti di coscienze con la differenza che mio fratello Antonio (esperto anestesista) dolcemente le addormenta mentre io con caparbietà le risveglio dal torpore della materia grigia dopo la ventennale esperienza vissuta con mia madre encefalopatica. E non a caso i miei professori (De Ritis, Coltorti, Giusti) sono gli scopritori delle transaminasi con il sottoscritto che, dalla cellula epatica (centrale metabolica/genera aminoacidi) a quella nervosa (materia grigia/elabora il pensiero), è passato addirittura alla cellula spirituale (anima/ci dona l'amore) per dare validità scientifica alla cirrosi psicosomatica di suo padre (sensibilità, disponibilità, bontà, intelletto e cristiana pazienza erano i suoi nobili attributi) lungo questo percorso:

-Livello superiore (è il pensiero a far da sinapsi tra cervello e anima)

Sistema nervoso (cervello)
Pensiero - sinapsi
Sistema spirituale (anima)

-Livello intermedio (è l'ipotalamo a far da sinapsi tra anima e corpo)

Sistema spirituale (anima)
Ipotalamo (barriera psicosomatica)
Sistema somatico (corpo)

-Livello inferiore (è il sistema nervoso autonomo a far da sinapsi)

Ipotalamo (centralina psicosomatica)
Sistema nervoso autonomo (simpatico, parasimpatico, enterico)
Fegato (centrale metabolica)

Da questo schema si evince chiaramente che il fegato è la fucina della vita, laddove un dì si unirono in matrimonio con vincolo indissolubile l'azoto con il suo corredo amminico (-NH2, costituente aereo sulla luminosa strada della spiritualizzazione) e il carbonio con il suo corredo carbossilico (-COOH, costituente terreno sul buio sentiero della fossilizzazione) per generare gli aminoacidi, la cui magica sequenza ci dona la giusta informazione (DNA) per la trascrizione (RNA) della vita.

La scala della vita

Nell

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Anima

Io parlo, parlo con chiunque mi dia l'imput per farlo, ma quando parlo, parlo di tutto e di nulla, parlo del tempo, del mondo, parlo a volte di cosa fa lui o lei, parlo di quello che mi succede... ma c'è qualcuno di cui non parlo mai "me".
La Me profonda, quella che vive nell'abisso del mio corpo, quell'entità strana presente ma trasparente, ecco di lei non dico mai nulla.
Cosa prova?
Come vive davvero una data cosa?
Cosa desidera davvero?... è tutto un mistero; è un segreto ermetico.

A volte sguscia fuori una strana voglia, quella di "condividere"ma come è mai possibile condividere l'anima?
Come possono altri occhi vedere quello che io vedo?
Come possono altre orecchie sentire come io sento?
Come possono altri mani sentire al tatto ciò che le mie mani percepiscono.

Come si comunica fra anime? Solo puramente anime, scevre di corpo e fuori controllo dalla logica pura della mente.

Eppure a volte misteriosamente accade...



Una vita elementare

.. io, quando non vado al mare sono tutt'uno col divano, con la sedia del computer e con la cucina. ho una vita elementare, ogni tanto viene a prendermi qualche mia amica e usciamo, per fare una cosa diversa... diversa dal fatto del divano, la cucina, ecc..
dopo, torno ad essere tutt'uno col divano, con la sedia del pc o con la cucina, dipende da che ora si è fatta.
oggi, non sono stata al mare, e non è venuto nessuno a prendermi...



E il naufragar m'è agrodolce. (memorie dal dormiveglia di un anno fa)

  Il momento magico dell'ispirazione, per molti, è la notte.  Sturm und drang di pensieri, idee, premonizioni, e piccole illuminazioni. Quando milioni di cellule si trovano a vagare e divagare, spesso in ordine sparso e senza meta apparente, su e giù come in ascensore, tra  stadi Rem  e quasiveglia.   Zona franca in cui coscienza, inconscio, e sistema nervoso, al contrario del corpo apparentemente inerte, spesso orgasmano tra loro. Dove lo spazio si  avvolge e srotola come uno zerbino, e il tempo si ribella all'orologio. Mentre talamo e ipotalamo sonnecchiano. L'ippocampo galoppa. L'amigdala trema. E il corpo calloso si masturba.
       Due sere fa mi trovavo sprofondato in questo stato di turbolenta grazia, senza aver fatto ricorso a stimoli di alcun tipo. Da anni ormai non vedo canna, se non quella da zucchero. D'altronde, l'alcol rimbambisce. L'assenzio è démodé. L'oppio è la religione dei popoli. Il caffè inibisce il sonno. Il cioccolato provoca le carie ai denti. E i talk-show, pur eccitando i bassi istinti, nulla possono per favorire il sesso: vera, grande risorsa della mente.   Anzi, da recenti studi, pare che alla lunga portino all'impotenza.
 
 
FRENA IL TUO CUORE
E LENTO  ACCORDATI ALLA NOTTE
 
che notte questa notte fa caldo forse sogno forse son desto di certo giaccio lungo disteso mentre inseguo qualcosa  nella mia mente ma cos'è questo suono che mi titilla i timpani tra un sibilo e qualche sbuffetto puf puf puf  la mia compagna dorme lei dorme della grossa sembra sognare beata dal sorriso che le disegna le labbra e tenera mi rimanda a dolce sposa nel tuo letto riposa al mattino sai di avermi vicino grande gruppo l'equipe che anni erano quelli i  favolosi  sessanta tutti energia  entusiasmo e promesse  ah già quasi dimenticavo  fra echi richiami e smarrimenti  stavo inseguendo un racconto  allo stato prelarvale forse poema epico commedia tragica tragedia cosmica  chi può dirlo ce l'avevo qui sulla punt

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I postumi dell'esame di maturità

Finalmente ci siamo. Dopo un inverno passato a studiare e a sognare questo posto, siamo di nuovo qui, nel nostro lungomare preferito pullulante di luci, colori, suoni. È già la metà di luglio e l'atmosfera è carica d'estate. Le mie spalle sono rosse e doloranti, reduci della prima giornata di mare. Daniela, la mia inseparabile compagna di vacanze, è nelle mie stesse condizioni. Non c'importa, abbiamo tempo per abbronzarci. Passeggiamo euforiche ridendo e facendo commenti sarcastici sui penosi tentativi delle tredicenni di acquistare qualche anni in più grazie a un paio di tacchi sui quali barcollano e una sigaretta tenuta tra le labbra con aria annoiata. Ricambiamo i sorrisi di un paio di ragazzi che ci passano accanto e io strizzo l'occhio al più carino. "Virgi, ma sei matta?" mi rimprovera la mia amica accorgendosi del mio gesto. "Ma dai! È estate" le faccio notare "e non li conosciamo, quindi chissenefrega"
"E se poi ci si attaccano?"
"Meglio, almeno ci pagano da bere" mi do un'occhiata intorno squadrando attentamente tutti i locali invitanti che ci circondano "a proposito, dove andiamo a sperperare la paghetta?"
"Dove andavamo l'anno scorso?" propone Daniela. Facciamo retro-front e raggiungiamo il locale. Il posto è pieno, ma fortunatamente riusciamo ad accaparrarci un tavolino all'aperto. Siamo entrambe raggianti. Ormai l'esame di stato è solo un lontano ricordo anche se, fino a pochi giorni fa, eravamo fuori da un'aula del liceo, con le mani sudate e la tesina sottobraccio, nell'attesa di sentire il nostro nome dalla voce del presidente della commissione. E fino a oggi pomeriggio l'esito era ancora un'incognita. Ma ormai che è andata, ed è andata bene, abbiamo il diritto, anzi no, il sacrosanto dovere di divertirci. "Ragazze, vi porto il solito?" chiede il cameriere ricordandosi di tutte le lemon soda che ci siamo scolate l'anno scorso nelle calde serate di fine agosto. Chiediamo il menu e, mente lui si allontana, gl

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