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Racconti autobiografici

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Il concone di rame

L'ho sorpreso così, quasi nascosto nell'ampio ripostiglio.
Se ne stava in un angolo, con in gola ragnatele, in disparte e rabbuiato.
C'erano anche bottiglie col pomodoro dell'estate perfettamente impilate, i pezzi di legna per il camino accatastate a seconda della grandezza.
L'otre con l'olio denso poggiava sull'opposta parete, coperto e protetto.
Mensole senza un solo granello di polvere ergevano barattoli di vetro con salsicce sott'olio, olive sotto sale e la terrina col formaggio marzolino, come corolle di fiori bianchi e rossi appese intervallate, corone di agli e cipolle.
Il concone mamma l'aveva accantonato con la sua gioventù e le dissi invece che volevo portarmelo a casa mia, a Roma.
" Ma cosa devi farne ormai? è vecchio, pesante, non serve più e poi non lo pulisco da tanto tempo... "
Aceto e sale ed ora splende e vive, col suo vitino e i bracci a volute, occhieggia anche il ricamo sottile e delicato ad arte raffinata martellato.
L'ho ricolmato di fiori colorati ed è per me uno spettacolo per gli occhi e un tuffo al cuore ogni volta.
Mia madre lo riempiva alla fontana grande quando a quei tempi l'acqua non poteva che arrivare in questo modo nelle povere case del paese. Erano necessari più viaggi al giorno. Colmo fino all'orlo alla sorgente lo poneva sulla testa, sopra il cercine, in equilibrio perfetto.
Ora non piana, è un po' sbilenco alla base e ho rimediato con un feltrino nascosto, rifulge e vive nonostante le ferite.
Le donne nei vicoli si davano la voce per andare "all'acqua" e ogni tanto, lungo il viale fino a casa, bisognava riposare dal peso ed era allora che il concone veniva poggiato non troppo delicatamente sui muretti di sassi e da qui... i bozzi.
Ho voluto che rimanesse così, con le sue cicatrici.
Quando lo guardo rivedo mia madre giovane, con le lunghe trecce, le braccia a reggerlo, fiera nel suo ancheggiare faticoso e sensuale, col seno in su a fendere l'aria dei suoi sogni.

   1 commenti     di: Chira


Buon mio compleanno

Oggi è il mio quarantaseiesimo compleanno, tanti auguri a me! Nella mia vita ho passato gioie e dolori, come tutti, e tutto sommato sono abbastanza fiera di me, anche se cambierei alcune cose, mi consolo gaurdando chi sta peggio, vorrei solo avere più tempo da poter dedicare a ciò che mi piace, e qualche soldo in più, per non arrivare sempre a fine mese con l acqua alla gola, ho due figli splendidi, che mi fanno un po' arrabbiare, un compagno che mi adora, anche se non sò perché, so di essere piuttosto pretenziosa, e dò poca soddisfazzione, però sono molto leale e rassicurante, forse è per questo che sopporta i miei difetti.
Comunque arrivata qui, direi che di strada ne ho già fatta molta, spero di farne altrettanta e poter invecchiare per vedere crescere i miei figli, e chissà quali avventure mi riserverà ancora la vita, speriamo la maggior parte siano positive. Buon compleanno Anna!!!!



Una cosa importante

.. oggi ho guardato un documentario. c'erano alcuni che stavano su una nave e rincorrevano delle balene. per appuntargli un ricetrasmettitore satellitare. alle balene non gliene fregava un cacchio. correvano(si può dire correvano?) così tanto che alla fine quelli hanno preso il gommone per fare prima e ficcargli addosso quel maledetto ricetrasmet.. sat...
da tutto l'insieme, mi è parso che quella fosse davvero la cosa più importante dell'universo.. di cui un essere sensato debba occuparsi.
.. sì, dev'essere così. se c'è gente che paga altra gente perchè si metta a rincorrere le balene, o qualsiasi altra bestia, deve essere così, per forza.
peccato che non tutti sono d'accordo..



Alfredino

Non ho molta voglia di studiare, oggi. La scuola è finita da qualche giorno ma devo prepararmi per l'esame di maturità, la prova finale. Mi concedo una breve pausa prima di buttarmi a capofitto sui libri ancora caldi del lavorio appena concluso.
Accendo la tivù per rilassare la mente e non pensare a quello che mi aspetta. Salto da un canale all'altro senza un reale interesse per le immagini che lo schermo mi rimanda quando improvvisamente il volto sorridente di un bimbo che campeggia per lunghi attimi in un fermo immagine quasi ipnotico, colpisce la mia attenzione.
Alzo il volume e all'immagine fanno eco le parole del giornalista che spiega il motivo di tale apparizione. Il bimbo cui l'immagine si riferisce si chiama Alfredino, ha appena 6 anni ed è caduto in un pozzo artesiano a 36 metri di profondità da cui non sembra facile tirarlo fuori.
La notizia appena apparsa subito si propaga e rimbalza di canale in canale su tutte le reti più importanti divenendo la storia del giorno. La vicenda mi tiene incollata allo schermo per tutta la durata della diretta.
È una lunga veglia quella che mi appresto a trascorrere e, nell'attesa di un epilogo felice nessuno in casa ha il coraggio di andare a dormire, né tantomeno di spegnere la tivù, nel timore di spezzare quel filo fin troppo fragile cui Alfredino resta appeso, sospeso tra la vita e la morte.
I miei pensieri, le mie preghiere, le mie mani sono tese "virtualmente" ed emozionalmente nell'unico ed estremo sforzo di salvare da quel pozzo infernale quella vita così acerba, che non conosco e che pure si è insinuata in un cantuccio del mio cuore, senza capirne il perché.
L'angoscia mi assale sempre più col passare delle ore e nemmeno per un istante molla la presa. Mi sento soffocare proprio come se fossi io stessa intrappolata nelle viscere della terra e tentassi con tutte le forze di far giungere il mio grido di aiuto, sempre più flebile, a coloro che lassù sono l'unica possibilità di rivede

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sulla stessa ANOMALA lunghezza d'onda

Un’altra serata.
L’ennesima passata e della quale non vi sarà nulla da ricordare. Mentre la città si concedeva al proprio sfogo settimanale, Roger annacquava i propri pensieri nella tranquillità di una spiaggia vuota. Avvolto nella penombra regalatagli da un paio di lampioni cui dava le spalle, seduto, con braccia e gambe distese, sentiva fin nelle ossa di mani e piedi l’incalzante umidità. A pochi metri dal bagnoasciuga l’eco della concitazione cittadina arrivava scarico e piccolo piccolo appariva, rispetto all’intangibile umore di una natura che non conosce festività.
Roger, quella sera, aveva scelto la compagnia del mare, della spiaggia e di tutto ciò che non appartenesse a qualcuno o a qualcosa. Aveva bisogno di rifiatare dallo smog di una routine statica. Questo e quello, quello questo e altro.
”Quale altro?” gli veniva da chiedersi. La sua vita era ricca, molto ricca. Di pensieri, riflessioni, emozioni sentimenti passioni. Diritti di credere e doveri di scegliere. Talvolta desiderava solo un caos calmo, uno stato dinamico che ti lascia spettatore osservante, sospeso su uno scorrere di cose momentaneamente ininfluenti.
Si sarebbe accontentato di una brioche di Miguel Flores, conosciuto come “Miguelito”, titolare di un piccolo ma conosciuto cafè, uno scatolone di intonaco bianco, incastonato in uno marrone edificato nei primi del novecento. Ne aveva comprata una e portata con sé, nel caso la solitudine gli avesse messo appetito. Lui e la fame, presto la sete. Poi svuotarsi per essere piu leggero per qualche ora. Praticamente un animale. Bramava un ritorno al primario, a quella fisiologicità ben conosciuta, contigua all’ istinto, in grado di nascere morire risorgere più volte. Alla sua destra, sinuosamente distesa, se ne stava silenziosa una sagoma nera. La forma era quella inconfondibile di una custodia per chitarra. Vi poggiò sopra il palmo della mano, come a voler infondere un tepore piu umano a quella bara per strumenti musi

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   1 commenti     di: Matteo Zanetti


Il collasso dell'editoria italiana

Una decina di anni fa, mi presento a un colloquio di lavoro presso un noto megastore di Milano, per essere assunto come commesso.

Il mio sogno sarebbe fare il libraio, consigliare con la mia passione viscerale per la lettura altri lettori, ma le piccole librerie stanno chiudendo una dopo l'altra e devo anch'io accettare quella mutazione per cercare di entrare in questi trionfanti megastore, per cercare di essere dentro il meccanismo dell'industria culturale.
La prova finisce in modo tragicomico:
" Guardi Signor B., lei è molto preparato e animato da una grande e sincera passione, ma se la assumiamo deve imparare a vestirsi meglio e deve cercare di perdere almeno un cinque/dieci chili".
Vestirmi meglio? Perdere cinque/dieci chili?
Purtroppo nella vita di ogni giorno, parto sempre con un handicap: le mie espressioni facciali sono autonome dalla mia volontà.
In quel mentre, un enorme Vaffanculo! si dipinse sul mio volto.
Non fui assunto e proprio quel giorno comprai il mio primo computer e inventai il mio nickname da battaglia: il Moscone.
Da quel radioso giorno cominciai la mia lotta contro quell'industria culturale, falsa e gretta e massificante.
Dieci anni dopo, gongolo leggendo l'attendibile statistica dell'Istat che fotografa la tragica situazione di quella miserabile editoria: in Italia si sono volatilizzati settecentomila lettori, e molti di questi sono quelli definiti "forti", quelli cioè che acquistano più di dieci libri l'anno.
Quei megastore che mi hanno consigliato il frac e la dieta stanno scomparendo come degli scarafaggi della Papuasia in estinzione.
Le cause io le conosco già da dieci anni.
I megastore hanno inondato le librerie con migliaia di volumi, di solito pessimi, solo per fare profitto.
Il libro del calciatore semianalfabeta, della presentatrice televisiva che discetta di ricette di cucina e si fa servire il pranzo dai servi filippini; la rockstar ex ribelle ed ex fuori dal Sistema che c'insegna quant'è bello genufletterci d

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   15 commenti     di: Mauro Moscone


Riflessioni di uno scrittore che non è uno scrittore ma per sua sfortuna scrive e non sa che farsene (sette)

Per quel singolo lettore a cui la mia traccia di penna arriverà restando impressa a vita, io scriverò, ma soprattutto pubblicherò quanto ho da pubblicare. Questo mi dissi riprendendo con buona volontà ad occuparmi dei meccanismi internettiani e delle frequenze su cui lanciare le mie disarticolate riflessioni ispirate direttamente dalla materia informe universale e dando loro una specie di conformazione scritta. Che cosa volevo dire?
Comunque: Liberodiscrivere non era il posto per me. O forse lo era perché nel frattempo che scrivevo ancora non avevo trovato un degno sito con cui sostituirlo. Tutto questo finché il curatore del network non mi mandò una mail su cui scriveva che lo stato del sito cambiava e che stava per diventare a pagamento. Costava poco. Ma io non avevo neanche quello, da investire. Mi diedi tempo un mese per pubblicarci ancora e poi avrei levato le tende.
I commenti negativi tornarono. - Questa non è poesia, poesia, oesia, esia, sia, ia, ia -. Decisi che qualcosa non andava o che qualcosa dovevo fare. Non c'era verso, o meglio c'era, ma non era considerato poesia, appunto.
Una sera del gennaio letterario più triste che avessi mai vissuto, scrissi una cazzata veloce veloce. Si chiamava Radio Ga Ga dedicata a Freddy Mercury. Più tardi scrissi un altro testo. Più tardi ancora un terzo. La mia non era poesia. Me lo dicevano fin dalle scuole medie. Che scrivevo a fare?
Il giorno dopo scrissi un testo. La mattina. La sera altri tre. Cazzate veloci veloci. Ma non erano poesie. Presi un foglio, ci feci le lettere dell'alfabeto cerchiate, lo girai e tristemente, con una mano sotto il mento, lo bucherellai cinque volte pensando che dovevo smetterla con quelle stronzate e trovarmi un interesse vero. O quantomeno un lavoro.
Girai il foglio. Le lettere che avevo bucato componevano la parola Mejfy. Nell'ordine.
Che razza di interesse poteva essere mai quello, certo che di un lavoro con quel nome non avevo mai sentito parlare?
S

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