PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti autobiografici

Pagine: 1234... ultimatutte

Andrea

L'ultimo anno delle Medie al Collegio salesiano comportava la possibilità di concorrere a una borsa di studio, finalizzata però all'iscrizione a un liceo classico. Le borse di studio le vincevo sempre e vinsi anche quella.
Mi ritrovai così iscritto alla quarta ginnasio del liceo più severo di Torino, il Cavour (non per scelta, era quello di zona).
"Il liceo di Livio Berruti!" - ci teneva a precisare il prof di Educazione Fisica.
Una buona scuola, che ha formato delle persone in gamba: quello che era il mio compagno di banco, in quinta ginnasio, oggi scrive sui giornali e viene intervistato in televisione, tanto per dire.
Io però non arrivavo da un'ottima scuola media, come invece molti dei miei compagni, ma dalle Medie dei salesiani del collegio, e - pur studiando come una bestia - (mia madre la sera tardi spegneva la luce quando mi addormentavo sui libri, nel disperato tentativo di prepararmi per le interrogazioni del giorno seguente), arrancavo, arrancavo.

I professori dell'epoca, (siamo nel 1965-67) salvo alcune lodevoli eccezioni, scambiavano la scuola per una caserma. Il concetto era: devono passare solo i migliori; se qualcuno si è iscritto qui per sbaglio, deve essere tartassato finché non si scoraggia. Se per caso non si lascerà scoraggiare, vorrà dire che è proprio bravo e merita di andare avanti nonostante tutto (dove il "nonostante tutto" significava in buona sostanza "nonostante non sia di buona famiglia": una questione di censo, o di classe, come preferite).
In quarta eravamo in tanti, ma una buona metà abbandonarono o vennero respinti.
Io ero riuscito a raggiungere la sufficienza in tutte le materie, tranne latino e greco.
La prof di Lettere, che non era neanche la peggiore - come carogna - mi rimandò a settembre con quattro in entrambe le materie. Passai l'estate spendendo soldi per ripetizioni, senza nulla aggiungere alle mie conoscenze delle due materie, e a settembre mi promosse con due bei sette.
L'anno successivo la

[continua a leggere...]

   20 commenti     di: PIERO


L'invito alla festa

Probabilmente è stato l'unico a volermi bene davvero, ma io non ho saputo apprezzarlo. Gli altri mi hanno sempre usata e poi gettata, come una bambola e io gliel'ho lasciato fare.
Torno con la mente ai giorni passati al mare. Sulla spiaggia c'è il rumore dei ragazzi che giocano sul bagnasciuga, il caldo lambisce la pelle rendendo l'acqua simile a un miraggio irresistibile.
Io e le mie amiche ce ne stiamo sotto l'ombrellone facendo finta di niente, ma in realtà fissiamo i ragazzi che giocano.
Maddalena lancia di tanto in tanto uno sguardo nella loro direzione, Marina protetta dagli occhiali da sole, li fissa senza essere vista, io li guardo con il mento appoggiato alle ginocchia senza farmi troppi scrupoli.
Francesco, il capo del gruppo è consapevolissimo del proprio potere seduttivo e di tanto intanto si mette di tre quarti come un attore di fronte al pubblico, sa che lo guardiamo e la cosa gli piace.
I muscoli delle sue spalle guizzano sotto la pelle a ogni movimento, nel rincorrere la palla i capelli neri ondeggiano da una parte all'altra coprendogli gli occhi, lui li sposta con l'anulare della mano.
<<Certo che è davvero un gran figo.>> Dice Madda fingendo di leggere una rivista.
<<Madonna.>> Fa eco Marina <<Ha un corpo roba.>>
Continuo a guardarlo rapita. Da quello che mi hanno detto è tanto bello quanto bastardo, secondo mia nonna è uno di quelli destinati a finire in galera nel giro di pochi anni.
<<Pare che sia uno stronzo.>> Mormoro.
<<Di quelli grossi.>> Aggiunge Marina <<Spaccia a tutto spiano.>>
La spiegazione attira la nostra attenzione, la guardiamo in attesa che continui.
<<Peggio per lui>> taglia corto Madda. <<Ho sete, andiamo a prendere qualcosa al bar.>> Dice alzandosi.
Marina fa una smorfia ma poi si alza e la segue.
I ragazzi vedono che ci siamo alzate, interrompono la partita e ci fissano, si tirano gomitate d'intesa fra dei risolini.
Comportandosi come se non ci fossero le mie amiche gli passando davanti ancheggiando. I

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: Arianna Soleri


Il diciotto natalizio

L'esame di francese all'università è stato il mio peggiore esame.
La dimestichezza con le lingue, già dimostratasi negativa alle medie ed alle superiori, si è era confermata all'università.

Il professore, dopo che avevo letto un testo, ha preso il libro e, dopo averlo riletto lui mi disse:
"Ah era questo che hai letto!" Non avendo capito niente del mio francese maccheronico.
Il dialogo che ne seguì fu questo:
"Si rende conto vero che la sua preparazione non è sufficiente?"
non potei che annuire!
"Purtroppo il mio livello di francese" - gli dissi - " è questo e non sono in grado di migliorarlo. Dovrei perfezionarlo, ma più che frequentare il corso non so che fare. Onestamente potrei solo approfondire maggiormente i contenuti del testo, ma per la lingua il mio livello è questo."
" Va bene" mi disse "visto che siamo prossimi al Natale le propongo un 18, una specie di voto politico ed un regalo per le feste."
"Grazie lo accetto volentieri."- Gli dissi.

E fu il mio 18 natalizio.



E manchi tu, amico mio

Un racconto come tanti, un ricordo come pochi.
Esilarante follia, di una vita volata via.
Pochi giorni sono passati dalla tua scomparsa. Il dolore riecheggia in questa valle, dove tutti ci conosciamo, dove tutti ci amiamo.
Fratelli, amici, compagni di giochi anche proibiti.
Destini che si incrociano silenziosamente, e sguardi indelebili.
Ci conoscemmo tanti anni fa, ricordi?
Eravamo piccoli, giovani fanciulli alle porte dell'adolescenza,
uniti come fratelli di un'unica vita.
Tu da buon brasiliano, volevi insegnarmi a tutti costi ogni ballo tipico del tuo paese, caldo e solare come te. Passavamo le giornate in bicicletta a correre nei campi, a fare il bagno al fiume freddo, ricordi? Amavamo l'estate, perché rendeva tutto vivo, unico, incontaminato.
Poi crescendo ci siamo dispersi nella nostra terra, nella nostra casa, ognuno ha creato un suo piccolo mondo ma nonostante ciò in fondo... non ci siamo mai persi.
Le tue improvvise telefonate, allegre, scherzose, facevano esplodere tutti i colori attorno a me.

Parole così futili, adesso che non ci sei più.
Il mio respiro ha deciso di non contribuire ad alimentare il mio corpo mentre la mia mente ti pensa.
Anche lui a suo modo, soffre.
Parlerei in eterno, parlerei tanto, soffermandomi in quelle sfumature eteree e pazienti di te.

Incredula, mercoledì mattina ti porterò una rosa arancione.
Perché arancione? ti rispondo ancora una volta Amico mio; arancione è il colore della vita, della forza e del sole al tramonto d'estate, quando diventa enorme, e si prepara a scendere per lasciare spazio alla luna.
La mia gola si sta stringendo, meglio che ti lasci andare su nel cielo amico mio.

Abbi cura di me...
Come io avrò cura del tuo sguardo eterno e luminoso.

" Boa viagem menino... não sei se nos veremos novamente, mas foi muito bom te conhecer... espero que não se esqueça de mim ".

"Buon viaggio piccolo.. non so se un giorno ci rivedremo, ma è stato bello conoscerti.. spero n

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Carlotta S.


Tieni la mano sul petto ed inspira profondamente

Avevo provato ad essere costantemente felice, come se fosse possibile. L'uomo è un animale dipendente dalle tragedie. Le abbiamo sempre amate, persino l'amarezza di ritrovarsi soli, dopo il tramonto, può essere una droga per noi. Noi romantici quasi del tutto estinti, noi dai destini intrecciati con le sofferenze più delicate. Avevo tramutato le ore in piacevoli e altrettanto sfuggenti secondi, interpretando quel cambiamento come una promessa, un patto solenne con l'anima del mondo. Ma il mondo, troppo spesso, delude le nostre aspettative. Ci lascia abbandonati sulla spiaggia, sporchi di sabbia e pece. Certo, era comunque meraviglioso contemplare l'Oceano delle memorie, era comunque dolce e lo sarebbe stato fino alla nostra morte. Persino l'affaccendarsi dei doveri poteva essere una valida distrazione. Ma prima o poi riesci a portare a termine il lavoro. Spegni il computer, la luce della lampada sulla scrivania, chiudi la porta dell'ufficio e torni a casa. Quando sei lì, tra le mura domestiche, con le voci dei tuoi familiari a tenerti compagnia, puoi fingere di aver lasciato il passato alle spalle. Puoi fingere, ma la verità è sempre più forte e crudele. Ti segue fino al letto, sotto le lenzuola, sopra al cuscino. Chiudere gli occhi è peggio, tutto saetta in un continuo vorticare di ricordi. Si fondono alle visioni, agli incubi, anche e persino al sonno senza sogni. E il mattino dopo ti da il buongiorno, appena apri gli occhi. Ci sarebbe da chiedere: c'è una cura? Un trattamento farmacologico? Beh, si. Ma il trucco più semplice è fare in modo da conviverci fino a farla scomparire tra le docce e i cassetti pieni di calzini spaiati. Far si che quella verità, quell'amarezza, quel continuo scrosciare di immagini sulla tua testa diventi un canto passato. Una melodia che può solo farti sorridere quando l'ascolti. In fondo è tutto lì: accettare che la sofferenza è propria dell'uomo che sa vivere e non solo esistere.



Ricordi d'infanzia

È un pomeriggio novembrino. La pioggia regna incontrastata. Dopo tanto tempo, faccio ritorno alla mia vecchia casa di campagna. Cara nonna, ancora penso a te, al tuo sorriso dolce e rassicurante, al tuo bel viso, al tuo modo di fare garbato, elegante. In questa casa abbiamo vissuto gli anni della mia fanciullezza e di tutto quel tempo che mi hai potuto regalare. Cara nonna, ti vedo ancora seduta su quella poltrona di velluto rosso, mentre mi racconti la storia del tuo tempo passato, di una vita non facile, perchè c'erano la guerra e la miseria, ma ugualmente c'era l'amore della famiglia e della povera gente, che nelle difficoltà era propensa ad offrire aiuto, un pezzo di pane, una bottiglia di vino, le cose più semplici. Poi nell'aprire la porta che dà sul balcone, ricordo ancora le nostre passeggiate in giardino, all'ombra di un possente pino austriaco. Rammento il il giorno in cui mi hai insegnato ad andare in bicicletta, percorrendo il selciato fiancheggiato da vasi con larghe foglie verdi e oleandri rosa. Serbo in memoria il tuo sguardo deciso che mi accompagnava durante i primi giri, facendomi sentire tranquilla, sicura. In seguito con i tuoi saggi consigli, imparavo a crescere:per questo ero il tuo orgoglio. Nonna cara, oggi che sono madre, parlo di te ai miei figli, e riferisco loro che ci sono persone, nella vita, il cui rimpianto resta indelebile. Posso dirti che mi manchi moltissimo, soprattutto mentre cerco delle risposte, che non sempre trovo da sola, nel trascorrere dei giorni, e allora rivolgo a te, il pensiero, e ciò mi dà forza e coraggio. Sai se guardo una tua fotografia, non ti nascondo che a volte, una lacrima mi scende sul viso, ma il nostro affetto è stato così forte, che ritrovo nuovamente la pace e la serenità nel cuore.



Cerbottane

Dopo il sisma verificatosi nel mio paese, circa un anno dopo, iniziò la costruzione delle case nel nuovo quartiere denominato Gescal, noi ragazzi nei giorni di domenica, man mano che i lavori andavano avanti, andavamo a curiosare, per vedere cosa stava nascendo, con l'avanzare dei lavori trovammo una cosa, che non avevamo mai visto, l'uso dei corrugati di plastica di colore giallo per far passare i fili della corrente, per gli impianti elettrici nelle nuove case, vi erano di varie grandezze, subito iniziammo a prelevare quelli più piccoli, come al solito, avevamo trovato una destinazione diversa da quella per cui erano nati.
Iniziammo a costruirci le cerbottane, i tubi utilizzati erano molto lunghi anche 40/50 centimetri, per i proiettili usavamo le olive acerbe che erano nel vicino oliveto, una qualità molto piccola e dura (l'olivastra caninese).
Con quelle armi eravamo pericolosi, la potenza di sparo era incredibile si potevano lanciare a 20/30 metri con estrema violenza, ci dividevamo in squadre da 4 o 6 e poi facevamo le guerre tra noi.
Lo scenario, tanto per cambiare, erano le case in costruzione del quartiere Gescal, quando vedevamo l'avversario si sparava con la cerbottana per colpirlo, spesso i colpi andavano a vuoto, fu così che a causa di questi errori scoprimmo che la potenza dei proiettili lanciati era veramente tanta, infatti colpendo per errore i vetri delle finestre questi si bucavano come se venissero colpiti da un proiettile vero, le nostre guerre duravano pomeriggi interi, con il risultato che l'indomani i carabinieri, giravano come trottole, alla ricerca dei vandali che avevano bucato i vetri delle case in costruzione.
Ognuno di noi aveva la sua cerbottana, spesso la portavamo a scuola e con la complicità di tutta la classe uno di noi a turno sparava alle bidelle mentre passavano per pulire i corridoi, tiravano certo urli di dolore!!!! ma non capivano cosa era che li colpiva, eravamo così sicuri che perdemmo la nostra cautela e andò a

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: alta marea



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Autobiografico.