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Racconti autobiografici

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Vana speranza

Quel complice peccaminoso sentimento, nato per una duplice e diversa necessità che felici ci ha uniti in armonia appagando le necessità di entrambi, per un lungo periodo, percorre ora le mie vene con la forza di spinta di un cuore ferito che sanguina che non accetta il rifiuto.
Rifiuto, nato da un malinteso da me provocato per un guizzo di gelosia e dal tuo carattere orgoglioso, duro, che non sa capire o non vuol comprendere (forse) per una condotta mutata.
Sei stata e lo sei ancora, la cosa più bella, che il destino ha voluto elargirmi.
Il sentimento che ho sempre provato e che continuo a nutrire per te, è limpido e puro, quelle oscene parole delle quali mi accusi, mi offendono.
Il bene che ho sempre dichiarato di provare per te, è sincero immenso, la gioia che provo al pensiero di te mi rende felice tanto da sentirmi in volo, intento ad accarezzare la tua immagine sempre presente impressa a carattere indelebili nella mia mente.
Consapevole di una improbabile tua decisione di ripensamento affidabile solo ad un miracolo, resto ardentemente speranzoso, affinché tu non debba nel tempo provare lo stesso dolore che mi tormenta di continuo.

   1 commenti     di: AGOSTINO


Un giorno qualunque

Ri-costruire se stessi è l'unica possibilità che abbiamo per poter dire di aver vissuto veramente.

Io, sto giro, ricomincio da qui.
16 Ottobre 2010

Tiro fuori la moleskine, sono in taxi. Guardo fuori dal finestrino.
L'immagine è sfocata.
Fuori campagne londinesi.
Dentro migliaia di pensieri che si scontrano per poi scoppiare come bolle di sapone.

Frammenti di ricordi che si scagliano contro il petto. Mi sforzo di non pensare agli sguardi che ho lasciato in aeroporto ma a volte sembra quasi che voglia soffrire, come se fosse questo l'unico modo per respirare l'essenza della vita.

Domande su supposizioni.
Pause.
Supposizioni su domande.
Idiosincrasie.
Vertigini.
Ancora pause.
Sospiri di speranze, sospiri a scacciare le ombre.

Guardo ancora dal finestrino, la luna continua a seguirmi o almeno così avrei detto da bambina.
Il cielo è ancora lì e il mondo sembra non accorgersi di niente.
Eppure in quel preciso istante forse la mia vita sta cambiando.
O forse in effetti non sta succedendo granché.

Anche il taxi continua a lasciarsi dietro asfalto senza esitare.
Neanche una minima di idea di dove sto andando ma improvvisamente la più straordinaria consapevolezza di quello che ho lasciato e che possiedo mi riempie il cuore.

   5 commenti     di: dafne _


Il governatore della terra

Per le referenze angeliche di mio padre (Angelo Raffaele), vero angelo quaggiù in terra per condotta esemplare e governatore della terra lassù per meriti morali, sono diventato, obtorto collo, il referente (all'unanimità) delle anime celesti (all'umanità) costretto a scrivere di morale.
Pur eccellendo in più di un campo a partir dal pallone (e non sono palle!), il campo letterario, ad onor del vero, non mi andava a genio (nevrosi del foglio bianco in italiano!) in virtù di una mente matematica abituata a fare soprattutto conti (anche nel prender moglie... ma li sbagliai!) e, sognando da sempre una vita gaudente, mi diedi nottetempo allo studio delle schedine per il colpo vincente e rimpinguare così il mio conto gemente per il piatto piangente (poker).

Ma anche qui i conti non tornarono per l'interferenza (benedette referenze angeliche!) di mio padre che, dopo aver assillato il prossimo quaggiù nel tessere le lodi del suo primogenito (studente modello, gran calciatore e conquistatore di cuori), una volta lassù in paradiso stremò finanche santi e madonne per farmi scrivere sotto dettato (altro che ispirato!), dal momento che a scuola, seppur abituato a primeggiare (e son palle... ammaliavo i professori!), avevo scarsa simpatia per le lettere (compiti d'italiano) e per le inutili chiacchiere di filosofia ma non certo per i numeri (matematica) per fare i conti!

Mio padre, comunque, per farmi desistere dai giochi (sistemi di totocalcio elaborati con certosina pazienza) e scongiurare schedine miliardarie con relativi sogni (vita sul mare cullato dalle onde marine), non potendo far niente da lassù, allertò perfino Satana quaggiù per farmi buttare all'aria, proprio all'ultimo istante, vincite sacrosante.
Proprio per questi allucinanti eventi il mio viso sempre più si turbò ed anche l'unione matrimoniale s'incrinò (i soldi, purtroppo, sono linfa... coniugale!) e divenni un padre fallito, da giocatore perdente dedito alle schedine e costretto financh

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Un album.. un mondo d'amore

Nella giornata di ieri mi sono dedicato al riordino di un vecchio armadietto che giaceva da anni in garage.
Non so da quanto tempo non lo aprivo e nell'operazione mi ha aiutato mio nipote.
Tra le tante cose che ho rinvenuto, ho tirato fuori un vecchio album con la raccolta delle figurine dei calciatori.
Come lo ha visto mio nipote con gli occhi sfavillanti mi fa: Zio me lo regali?... Ti piace eh? Gli rispondo... Si, chissà quanto vale oggi, replica lui..
In quel momento ho provato un gran senso di fastidio, nel riscontrare che l'unica sensazione positiva che donasse quel vecchio album ad un ragazzino d'oggi, fosse il suo eventuale valore collezionistico... E gli ho risposto seccamente Poi vediamo.
Ieri sera, dopo che mio nipote era andato via, mi son seduto fuori il terrazzo, ho ripreso l'album, ed ho cominciato a sfogliarlo.
Mi son tornati alla mente tanti ricordi.
Prima di tutto la fatica che avevo fatto da ragazzino per completarlo.
Poi ho cominciato a ricordare le squadre ed i giocatori dell'epoca... Un mondo che non c'è più.
La mia mente è corsa alla vera passione verso questo sport popolare, che albergava in tutti i suoi attori e spettatori... Alla sua grande genuinità.
Non c'erano contratti miliardari, non c'erano menager, non c'erano tv ne pubblicità soffocanti, che inquinano oggi il mondo del calcio.
Soprattutto c'erano i giocatori bandiera, che firmavano i contratti in bianco inizialmente garantiti solo da una stretta di mano... Ed incendiavano i cuori..!!
Le maglie delle squadre erano sempre le stesse... Si lavavano infatti ogni settimana!
E le stesse scazzottature tra tifosi avvenivano anche allora, ma erano esclusivamente legate alle reali vicende della partita.
Per un pò, quell'album mi ha fatto tornare alla mente il mondo della mia gioventù... Con tante cose positive, oggi dimenticate.
Può quello stesso album far venire ad un ragazzo d'oggi un solo pensiero: Chissà quanto vale?
Potrei a questo punto continuare,

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   0 commenti     di: Auro Lezzi


La storia dell'occhio di vetro

Per noi bambini era molto naturale che la nonna avesse un occhio di vetro. Se si abituano i bambini a convivere con un fatto un poco strano o con una persona un po' particolare, essi, con il tempo, riterranno il fatto e la persona davvero normali, e non ci faranno più caso.
Questo è il presupposto della storia che ora narro e che riguarda quest'occhio di vetro.
In giovane età, la mia nonna materna - la stessa per intenderci delle creme, di cui ho scritto in un mio precedente racconto- era stata sottoposta ad un intervento chirurgico, per il quale era stato necessario e ineluttabile estrarle il bulbo oculare sinistro.
Il fatto risaliva agli anni '40. Con il tempo, la povera donna s'era abituata a collocare nell'orbita vuota un occhio in vetro sottilissimo, uguale in tutto e per tutto al fratello gemello. La protesi aveva un'iride e una pupilla del tutto identiche a quelle dell'occhio sano e, tranne che per una evidente fissità dello sguardo, un osservatore attento non avrebbe potuto dedurre altro.
Poiché la nonna era alquanto maldestra e " malanòsa" , ossia propensa a fare malanni e a rompere oggetti per disattenzione ( così come entrare con i piedi nella crema...) , di questi occhi finti ella ne aveva rotti diversi, soprattutto la sera quando, prima di andare a letto, sfilava l'occhio di vetro per riporlo in un bicchiere d'acqua sterilizzata che teneva sul comò.
La nonna dormiva senza quell'occhio, ma al mattino lo doveva rimettere al proprio posto.
Era proprio durante questa operazione di collocazione oculare, che l'occhio le scivolava di mano e si riduceva in mille schegge, frantumandosi al suolo.
La cosa era seccante perché l'occhio finto era molto costoso e non se ne trovava facilmente in commercio proprio di quello stesso preciso colore; bisognava ordinarlo presso un ottico, e nel frattempo alla nonna toccava mettere degli occhiali neri alla Ray Charles che a noi bambini impressionavano

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Riflessioni di uno scrittore che non è uno scrittore ma per sua sfortuna scrive e non sa che farsene (5)

Vedi vedi vedi i grandi Scrittori. Vedi quelli che hanno avuto successo, quelli che hanno scosso l'opinione pubblica facendo convergere milioni e milioni di consensi/dissensi/critiche ed elogi sui propri testi. Vedi quelli che hanno fatto parlare di sé. Vedi quello che dicono, lascia stare quello che sono stati. Vedi come lo dicono. Vedi? Lo fanno ssssenza alcun dubbio in modo mmmmolto diverso da te. Qualunque cosa dicano o, meglio, scrivano. È così perché sennò non sarebbero definiti Scrittori. Tu invece, che cosa avresti dello Scrittore?
Fermo di fronte alla vetrina di una libreria nel centro commerciale dove eravamo, me ne stavo a dirmi queste terribili cose mentre osservavo le copertine dei libri in versione cartonata che quell'anno si erano aggiudicati il posto in prima fila. Dei grandi Scrittori di successo. E io non c'ero. Qualcuno si era dimenticato di far pubblicare i miei testi.
Avevo diciannove anni e stavo scrivendo il mio quarto libro. Di quelli grossi, voglio dire.
La vetrina esponeva cinque libri con copertine bianche e lucide, splendide immagini sotto i grandi titoli a caratteri dorati con tanto di svolazzi di lettere. C'era il solito testo della saga sull'Egitto largo quanto un mattone, il solito giallo con le strisciate di sangue e un titolo di una banalità sconcertante, un'imitazione malriuscita del Libro Cuore che prometteva buonismo a profusione e altre cose simili.
Ognuno degli Scrittori aveva la sua fissa, per modo di dire. Composta dalle sue paranoie, da uno stile rigido e poco incline all'evoluzione, da una sequenza di personaggi squisitamente non interessanti e dal senso dell'ironia pari a zero. Tutto questo era stato definito da alcune grandi menti: genere letterario. Una cosa che io non conoscevo.
Mi guardai indietro cercando nella mia storia qualcosa che potesse rappresentarsi come una mia caratteristica: una passione particolare per un certo tipo di storie oppure per una specifica civiltà del passato o del pres

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Bella

Occhi di lago, bocca di fragola, corpo di donna.
Morbido e forte, da stringere, toccare, mordere.
Questo pensano, tutti.
Lo pensano subito, senza nemmeno chiedersi quale sia il mio nome.
Non si curano dei miei pensieri, dei miei sogni, nessuno vuole sapere se sotto questi capelli castani c'è una persona che ragiona.
Ci pensano solo dopo, dopo aver capito che non ci sto, che non possono avermi.
Ogni amico che ho avrebbe voluto portarmi nel letto.
A volte vorrei non essere così, vorrei essere come tante altre, anonima, per poter vivere tranquilla, senza rischiare ad ogni passo di rovinare tutto, di far cadere qualcuno in una rete che non sapevo di aver teso.
Soprattutto se a quel qualcuno tengo particolarmente.
Come te.
Sei arrivato per caso nella mia vita, e pensavo di esserti antipatica, con quel tuo modo di fare assurdo mi stavi allontanando, ma ti ho capito e mi sono avvicinata.
Troppo.
Ti capisco come tu capisci me, stesso carattere in due persone totalmente diverse, e la rete si è tesa da sola, per te, che l'hai vista e ti ci sei buttato dentro.

Ne hai tesa una per me, ieri sera.

L'ho vista e mi ci sono buttata dentro, chiedendoti il permesso.

Ora non mi parli più.

   5 commenti     di: Erica C.



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