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Racconti autobiografici

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mi nutro di voi

Mi nutro di voi. Libagione sono i vostri sorrisi, spuntini i vostri affanni, prelibatezze le ansie e preoccupazioni.
Vi scruto e vi assaggio senza che voi sentiate il minimo sussulto.
Sono seduto in metropolitana mentre chiacchiero amabilmente senza dire una parola con chi mi siede a fianco, chi mi fissa per via del mio sorriso che tutto significa tranne che serenità, chi mi da le spalle mentre ascolta pessima musica italiana a tutto volume. un anziano seduto di fronte a me, memore di chissà quanti giorni si rende conto di cosa mi viaggia in corpo, mi restituisce il sorriso, con la compiacenza di chi sa che alla sua età è bello arrivare, senza dubbio, se hai ancora abbastanza sale in zucca per renderti placidamente conto di quanto faccia schifo.
Lo ringrazio con un cenno impercettibile ma che gli giunge diretto, mentre si fa forza sul bastone per alzarsi: è la sua fermata, chissà quante volte l’avrà vista.
Provo faticosamente a trasfigurarmi in quella figura canuta, la barba rifinita con cura e due baffetti pettinati a dovere, leggermente ingobbito sulla gamba sinistra, un completo spigato di flanella a bardarlo in una giornata già primaverile ma forse non così tiepida. Problema che io non mi pongo minimamente vista la mia totale insensibilità agli agenti atmosferici: presumo che si tratti di una somatizzazione della stessa insensibilità emozionale a cui gli eventi della mia ultima vita mi hanno forzato irrimediabilmente. Pochi sorrisi, nulle le lacrime, molte le parole di conforto per gli altri. Forse anche il signore a cui avevo voluto così bene poco fa si era trovato nelle stesse situazioni, sessanta, settant’anni fa, quando le turbe esistenziali venivano messe in ombra da problematiche ben più immediate. Ma il male è nato prima di noi, questo è sicuro, prima del primo uomo, lo ha tenuto a battesimo…
Diabolicamente sollevato dalle ultime considerazioni mi rendo conto che è il mio turno di abbandonare il traghetto delle anime della l

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Nesciaie...(stupidaggini)

Naturalmente nell’eta’ pre-puberale e puberale si è piu’ “scemi che lunghi”, dice un vecchio adagio genovese tradotto in italiano.
C’era un bisogno impellente di sapere, di ridere, di far casino; il tutto sfociava a volte in scherzi e situazioni ridicole.
La famiglia di un amico milanese, Gualtiero detto Walter, affittava un appartamento a Pegli per 2/3 mesi ogni anno; un anno trovarono posto in via Sabotino, a piano terreno con ingresso indipendente, comodissimo per noi che ci riunivamo sempre in casa di uno o dell’altro.
Il davanzale della finestra nella camera di Gualtiero distava circa 180 cm. dalla strada, per cui trovavamo divertente la notte, quando si tornava a casa, uscire dalla finestra per non svegliare i genitori dell’amico col cigolio della porta. Una notte trovammo i Carabinieri ad aspettarci….. eravamo stati presi per ladri!!!!!!
Finita la guerra, era facile trovare esplosivi in giro, avevamo trovato della balistite e dei proiettili di moschetto in un casolare abbandonato sulle colline e da qui iniziammo a sperimentare bombe e bombette varie, tali che a volte facemmo cadere l’intonaco dei muri! Per fortuna, nella nostra incoscienza, eravamo abili e non ci capito’ mai nulla. Una notte d’estate preparammo una miscela di potassio, zolfo e polvere nera e ne depositammo una striscia lunghissima sulla spiaggia: accendendo una bellissima luce azzurro/verde illumino’ per un attimo il bagnasciuga.
Uno scherzo usuale era la vendetta a chi ci gettava secchiate d’acque dalle finestre perche’ facevamo casino per le strade di notte: si identificava l’appartamento e poi si premeva il campanello infilandoci dentro un cerino in modo che restasse premuto, oppure un cerotto messo di traverso serviva egregiamente allo scopo.
In via Varenna c’era una cartoleria gestita da un vecchio prete che vendeva bombette, fialette puzzolenti e scherzi vari: spesso le fialette venivano lanciate con la fionda nelle finestre di chi ci era nemic

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Spunto per la storia di una vita

Se adesso camminate per Santa Croce, in Venezia, noterete un bel po' di finestre e porte serrate. Scuri scrostati e davanzali di marmo malsicuri. I muri di certi edifici non sono nemmeno a piombo. Visti di profilo, certuni, hanno pance sporgenti poco rassicuranti. Eppure le case sono lì , in piedi da oltre cent'anni.
Anche di negozi non se ne vedono più. Dalla fondamenta Condulmer, che ai miei tempi era animata a tutte le ore del giorno, anzi: sin dalle prime ore del giorno, quando gli spazzini arrivavano con le loro imbarcazioni cariche di immondizia oppure altre barche scaricavano le bottiglie in vetro, piene di latte, dalla fondamenta - dicevo- si può vedere che, laddove prima c'era il fornaio, per la precisione il mio bisnonno, Osvaldo, con il suo forno a vapore, uno tra i primi in Venezia, adesso c'è l'ufficio postale lungo lungo e stretto. L'orefice all'angolo di Fondamenta Minotto non c'è più. Poveretto! È stato ammazzato nel corso di una balorda rapina. Adesso vendono le solite maschere.
Chiuse anche la bottega del profumiere, un certo Rigo, dove andavo ad acquistare il borotalco Roberts. Forse è rimasta la farmacia e certamente la minuscola osteria che si affaccia in campo dei Tolentini. Un tempo frequentatissima da chiassosi gondolieri. Ora non più perché non c'è più passaggio né attracco di gondole.
Chiusa la bottega di mio nonno, Giuseppe , artigiano pastaio, morto oltre trent'anni fa. Salpata per chissà quali lidi la vecchia barcona di Genio, un fruttivendolo chioggiotto che ci viveva dentro con la moglie grassa e sporca. Già quand'ero bambina la barca era solo capace di galleggiare a stento, ormeggiata con grosse gomene cariche di lunghe barbe verdi, festoni di alghe che emergevano con la bassa marea. Genio teneva cassette di frutta e verdura esposte su delle assi e le donne comperavano sporgendosi dalla riva, cariche di borse a rete rigonfie. In fondo alla fondamenta, infine, prima del ponte del Gaffaro, c'er

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Una briciola della mia vita ( prima parte)

Avevo quattordici anni quando mio padre mi accompagnò a Trivento ( CB)
per frquentarvi la scuola media statale.
Giunti al convitto, con una piccola valigia, nella quale c'era
tutto il mio corredo, chiedemmo del direttore.

Un istitutore ci pregò di attendere mentre ci avrebbe annunciati.
Dopo qualche minuto riapparve con il Monsignor Gianico, uomo di grande fede,
che ci accolse con gentilezza e grande ospitalità e ci invitò ad entrare
nel suo ufficio, la direzione.
Era un uomo di statura normale ma di una grande personalità che metteva ad agio
e disagio allo stesso tempo.
Portava gli occhiali calati un po' sul naso ed aveva il viso roseo e la pelle
molto delicata.
Con molta religiosità e sicurezza pronunciava le parole spontaneamente
e ben amalgamate.

Ad un tratto, standomi di fronte, mi poggiò una mano sulla spalla
mentre con l'altra mi sollevò il mento affinché lo guardassi in faccia e disse:
figliolo, se ti impegnerai nello studio, se sarai corretto con i tuoi compagni
di scuola e col resto dei convittori, solo allora sarai uno studente esemplare
ed io ti aiuterò con tutte le mie forze.

A quelle parole scattò in me una gran timidezza e contemporaneamente una voglia
di non deludereed una forma di rispetto che fino a quel momento non conoscevo.
Mi pregò poi di uscire e di aspettare nel pianerottolo mentre avrebbe parlato del più
e del meno con mio padre di cose che io non dovevo sentire ne sapere.
Dopo poco più di mezz'ora la porta s'aprì e mio padre abbracciandomi, mi disse
di stare attento e di rispettare chiunque, soprattutto Don Gianico che da quel momento
avrebbe fatto le sue veci. Mi guardò, mi strinse in un abbraccio interminabile, singhiozzando
e con le lacrime agli occhi s'allontanò raccomandandomi di scrivere presto e spesso.

Monsignore, che aveva assistito tutto a pochi passi, mi porse la sua mano nella quale rifocillai la mia e mi accompagnò in una camerata con una cinquantina di letti

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Il diciotto natalizio

L'esame di francese all'università è stato il mio peggiore esame.
La dimestichezza con le lingue, già dimostratasi negativa alle medie ed alle superiori, si è era confermata all'università.

Il professore, dopo che avevo letto un testo, ha preso il libro e, dopo averlo riletto lui mi disse:
"Ah era questo che hai letto!" Non avendo capito niente del mio francese maccheronico.
Il dialogo che ne seguì fu questo:
"Si rende conto vero che la sua preparazione non è sufficiente?"
non potei che annuire!
"Purtroppo il mio livello di francese" - gli dissi - " è questo e non sono in grado di migliorarlo. Dovrei perfezionarlo, ma più che frequentare il corso non so che fare. Onestamente potrei solo approfondire maggiormente i contenuti del testo, ma per la lingua il mio livello è questo."
" Va bene" mi disse "visto che siamo prossimi al Natale le propongo un 18, una specie di voto politico ed un regalo per le feste."
"Grazie lo accetto volentieri."- Gli dissi.

E fu il mio 18 natalizio.



Ps 315917

Ho tante di quelle fissazioni che se dovessi aprire un'attività sarebbe di colla e chiodi...
Una la vedete voi tranquillamente da lì dietro uno schermo e un tasto che quando non ne potete più offfff e nessuno si offende e nessuno vi vede e quello che si vede, figuriamoci quello che ronza nella testa... qualche volta do i numeri, per esempio conto tutto quello che vedo, dalle righe delle mattonelle alla superficie quadrata di un pacco di pomodori che in fila per quattro con tre bottiglie per fila fanno dodici,
deformazione professionale! Santa Rosa, mi chiamo Laura! cara superficie, volavo via, ero sempre altrove, sicuramente non a misurare la terra, a contare i passi, quei passi verso l'altare, quegli scalini per salire chissà dove e da sempre quella di memorizzare le targhe delle automobili che mi precedono, che mi seguono, poi le cancello, le lascio andare, ma quelle importanti restano. La mia prima automobile 142863, centoventisei bianca usata e poi subito dopo rottamata perché ho sempre collaudato la mia corazza, qualche osso rotto, un dente e qualche cicatrice.
Ricordo solo quando andai a riconsegnare le targhe e quello che restava di lei, accartocciato sotto un fico come una foglia in autunno, venne portata in quei cimiteri di macchine, che tristezza... mi sembrano quasi delle persone, perché a persone sono appartenute, particolari che lasciano il segno.
Poi venne la mia prima macchina piccolina e bianca PS359420 ma mi ricordava lui e quando lo lasciai cambiai anche lei, con una punta di senso di colpa, cancellare un passato a qualunque costo, una Peugeot bianca PS 418488, la mia prima ribellione che mi fece sposare quell'uomo con quella audi 373891 che mi faceva battere forte il cuore. Quando mio padre seppe di questa mia propensione, chissà perché si preoccupò quando mi chiese la sua di targa e gliela riferii a memoria 307210 SEMPLICE! Come bere un bicchiere d'acqua e mio padre mangiò la foglia, per colpa di questa figlia magari cambiò strada.

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   3 commenti     di: laura marchetti


Sarebbe potuta essere una tragedia...

“Ahahaha! Allora io gli tiro una sberla e lui scappa piangendo, lasciando sul pavimento della mia macelleria una copiosa scia di sangue”. “Ehh…ehm andiamo un po’ di fretta. Mi darebbe anche un po’ di vitellone?…Uhm ma come mai è verde?”. “Ma no signora, è un effetto delle luci. Questa è carne di prima qualità, scelta per voi”.
Ma la solita, scusate il termine, puttanata del macellaio Gilberto non fece presa sulla signora Gina, che era sì una gran rompimaroni, ma non si faceva abbindolare facilmente.
“Ehm sa che c’è? C’ho ripensato và. Niente vitellone”. “Ma è di prima qualità!” insistette il macellaio. “Sì ma per stasera ho cambiato idea. Minestrone” cercò di tagliare corto Gina, alchè la figlia Mariolina esclamò “Ma mamma sai che non mi piac…” ma non finì la frase che la madre le diede un poco amorevole quanto opportuno strattone come per comunicarle “E sta zitta PICCOLA ROMPICOGLIONI!”.
Si congedarono. All’uscita Gina era sollevata. Era una bella donna di non più di quarant’anni. Fisico snello, occhi folgoranti. Sua figlia Mariolina, che era nata dal suo terzo matrimonio con un noto tossicodipendente della zona all’epoca era una ragazzina di quattordici anni, un po’ brufolosa e tarchiatella, ma assai affabile e di buona cultura: aveva sorprendentemente già letto per intero ‘Il mondo come volontà e rappresentazione’ di Schopenhauer.
Ad un tratto, mentre facevano ritorno a casa, chiese alla madre: “Mamma ma il signor Gilberto è un bravo signore? Come lo collocheresti nell’ascesi…ehm niente” (ogni tanto la ragazza involontariamente inseriva nelle frasi termini tipici del suo filosofo di riferimento). “Ma certo!” rispose la madre “Non farebbe male ad una mosca! Certo che ne spara di cazzate. Ma è buono come il pane!”. Lo pensava per davvero. E probabilmente aveva ragione. Certo, era un gran contaballe, un po’ disonesto se vogliamo, ma molto tranquillo, generoso. “Io

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   2 commenti     di: Mauro _



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