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Racconti autobiografici

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L'impatto

Un pugno in pieno volto può causare tutta una serie di strane sensazioni, alcune inaspettate. Non è il dolore la prima cosa che si percepisce, come forse verrebbe spontaneo pensare, anzi nell'ordine degli eventi è quasi sempre l'ultima.
La prima è una preoccupazione cosciente, perché, se lo si vede arrivare, e in genere si fa in tempo a vederlo, invariabilmente un pensiero ancora coerente attraversa il cervello, ed è "mi farà molto male, forse mi spaccherà qualcosa". Questo pensiero dura solo una frazione infinitesimale di secondo e, mentre il maglio si sta avvicinando alla sua incudine, si fa ancora in tempo a provare un senso di rassegnazione, di fatalismo e di speranza, la speranza che non sia un evento devastante.
Poi arriva il colpo.
Di per sé non è una cosa così tremenda, al momento; si avverte l'urto, ma ancora nessun dolore, nessuna sensazione veramente spiacevole. L'attimo in cui le nocche sprofondano nella carne è quasi come fosse la liberazione da un indugio che sembra eterno; se ne sente la durezza, la forza dell'impatto che si propaga nella testa con il moto di una lunga frusta, ma è come se colpissero qualcun altro.
Subito dopo, però, il cervello sembra esplodere, come un vetro caldo immerso nell'acqua gelata, e per un po' smette completamente di pensare; da questa esplosione una miriade di frammenti luminosi e colorati si proiettano sulla faccia interna delle palpebre serrate, rimbalzando l'uno sull'altro fino a spegnersi, alla maniera delle scintille di braci smosse.
Spente le scintille resta solo il buio, un buio totale che non si dissolve neppure se si trova la forza di riaprire gli occhi; ma non è ancora finita, perché, a questo punto, si perde del tutto il contatto con il proprio corpo e si diventa incapaci di compiere qualsiasi movimento, qualsiasi percezione viene annullata e per qualche istante non si esiste più.
La penultima fase è quella del ritorno; si sente la mente mentre si riappropria di ciò che le apparti

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   4 commenti     di: enrico ziohenry


Iolanda

Iolanda era una mia zia.
Si, c'era una lontana parentela ma per me sin da bambina è stata sempre zia Iolanda.
Avevo anche delle altre zie, tutte sorelle di mia madre, più o meno giovani, ma erano tutte normali, lavoravano o stavano a casa, avevano il fidanzato o il marito e abitavano in famiglia; zia Iolanda invece compiuti i 18 anni lasciò il paesino natio nella più profonda Sicilia e si trasferì a Milano perché diceva lei: "cosa ci faccio in questo buco dimenticato da Dio a vivere di miseria, vado al nord in una grande città e mi invento una vita migliore".
Queste parole dette da una ragazza di 18 anni negli anni 30/40 erano a dir poco aggressive, ma forse per questo mi ha sempre incuriosita.
Zia Iolanda aveva fratelli e sorelle, ma come spesso succedeva in quegli anni se la miseria e la povertà sopraffacevano le famiglie ad alleggerirne il peso delle numerose bocche da sfamare ci pensavano gli orfanatrofi. In poche parole non che i bambini fossero abbandonati ma qualcuno di loro se in casa si era in tanti, con l'assenso della famiglia, veniva portato in "collegio".
Zia Iolanda ce la portarono sin da piccola e ci stette sino ai 18 anni. Sognando di fuggire e di vivere in una grande città. Era una ragazza esuberante, sincera, senza peli sulla lingua e quindi fu una vera sofferenza per lei vivere per tanti anni in un collegio gestito da suore dove vigeva la preghiera forzata, la repressione sessuale (tutto era peccato) con l'accanimento delle pie donne a domare quella sua testa calda.
Però imparò a cucire e ricamare, così bene come solo in questi posti si può imparare. Aveva le mani d'oro come si diceva allora. Dalle sue mani uscivano capolavori di certosina fattura. La sua vita all'interno delle mura del collegio fu di forzata sottomissione, altrimenti non si poteva, e la sua evidente simpatia smussava gli attriti di convivenza con le suore del collegio. Era molto bella zia Iolanda, di quella bellezza non appariscente ma elegant

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In confidenza

molte volte le poesie che scrivo non corrispondono alla realtà che vivo. Spesso mi capita che dei conoscenti, mi narrino le loro esperienze. Essendo una persona disponibile all'ascolto pronta a dire sempre quando occorre una parola di conforto, accade che le loro sensazioni, toccandomi l'animo, diventano per me fonte di ispirazione per scrivere. Pur ringraziando gli amici del sito che sempre mi incoraggiano quando pensano che io viva quella sofferenza che ho scritto, ciò un po mi infastidisce... la poesia non può essere sempre scritta in base alla propria, personale vita, ma deve accogliere il concetto di universalità, traendo ispirazione anche dalla vita reale, quotidiana, dalle persone, dai fatti, dal mondo etc etc.



Il lusso di amarti

Ho sognato ch'eri morto e che il tuo corpo giovane, avvolto chissà perché in una bandiera americana di lustrini giaceva in una bara bianca di pasta di mandorle.
Avevo attraversato vent'anni di separazione per varcare la soglia di quella camera ardente, ma avevo messo tacchi troppo alti e i miei piedi lanciavano fitte lancinanti alla bocca dello stomaco.
Un popolo rock sfilava silenzioso per l'ultimo saluto e per tua volontà, ognuna di quelle persone folli e variopinte staccava un pezzo della tua bara morbida e se lo infilava in bocca come un'ostia, in un silenzio religioso, carico di musica sacra.
Io partecipavo docile al rito, scioglievo sul palato una dolcezza mai provata e sorridevo di quell'ultima tua genialata: Renato-dio, "Prendete e mangiatene e godetene tutti", di nuovo sul palcoscenico a guadagnare, anche da morto, gli applausi del pubblico e un trafiletto sui quotidiani. Già immagino il titolo: "Ultima tragica opera di un noto artista".
Tornavo ad amarti nel sogno. E ti amo adesso, seduta in quel bar di Piazza di Spagna con gli ombrelloni rossi, davanti ad un cappuccino e una brioche traboccante di nutella.
C'è sciopero a scuola, sì faccio ancora l'insegnante. Enrico è al lavoro. Ho tutto il tempo per stare con te su questo quaderno a quadretti, che riempio di parole.
Nostro figlio ha compiuto trent'anni l'altro ieri ed è partito per l'Afghanistan con Emergency. Ha un neo sotto il capezzolo sinistro, come te. E da quando te ne sei andato sbattendo la porta non ti ha più nominato. Sì, solo una volta... ed ecco la fitta, ma frantumata ormai in mille molecole tiepide, levigata, assopita da anni di terapia.

"È passato tanto tempo mamma, non te l'ho detto prima per non farti soffrire.
Era ubriaco fradicio, non sapeva quel che faceva. Dentro il lettone, lui immaginava di avere una donna... Sono riuscito a scivolare via, volevo telefonarti perché venissi a prendermi, ma mi tremavano le gambe e avevo paura che si svegliasse. Sono rima

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Mio nonno

È un giorno molto triste per me, oggi. Mio nonno, che tante mattine quando ero più piccola era solito farci visita, a me e ai miei fratelli, col suo vecchio motorino, sfidando anche il cattivo tempo e allietandoci col racconto di mille storie, sempre nuove e sorprendenti, ci ha lasciati per sempre.
Mai avrei pensato che, forte e coraggioso com'era, avesse potuto cedere le armi davanti a una malattia tanto "stupida" eppure ostinata, dopo averla scampata per ben due guerre, quelle sì molto più rischiose.
Lui che tante volte scherzava sul fatto di essere più giovane della nonna di ben cinque anni e che per questo sarebbe vissuto molto più di lei!
Pronunciava queste parole con cinico divertimento pregustando la reazione della nonna che con disappunto lo mandava garbatamente a quel paese accompagnando l'imprecazione col gesto scaramantico delle corna, suscitando ogni volta la mia ilarità, spettatrice fortunata e grata.
Questo Natale non lo trascorrerò insieme al nonno come da tradizione: io e i miei cugini, diciotto in tutto, riuniti nella grande casa attorno all'enorme fuoco del camino nel salone, ingaggiati in una lotta accesa ma pacifica per contenderci l'esclusivo posto d'onore accanto a lui che troneggia, imponente e forte come una roccia...
Ripenso alle serate in cui, non molto tempo addietro, il nonno ci raccontava divertenti aneddoti della sua vita passata, gli anni della guerra, gli espedienti escogitati per sfuggire e sopravvivere a quei tempi così difficili, ma senza farci percepire la tragedia che realmente si consumava a danno delle loro fragili vite.
La leggerezza con cui trattava quella materia, al punto da rendere quasi divertente il periodo di cui ci tramandava la memoria, contrastava con la dura versione che di questi stessi fatti la nonna ci dava, rimproverando il nonno di scherzarci su con troppa faciloneria e superficialità, dimenticando i pericoli reali che avevano corso per tutto il tempo, la fame che avevano dovuto pati

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Una briciola della mia vita ( prima parte)

Avevo quattordici anni quando mio padre mi accompagnò a Trivento ( CB)
per frquentarvi la scuola media statale.
Giunti al convitto, con una piccola valigia, nella quale c'era
tutto il mio corredo, chiedemmo del direttore.

Un istitutore ci pregò di attendere mentre ci avrebbe annunciati.
Dopo qualche minuto riapparve con il Monsignor Gianico, uomo di grande fede,
che ci accolse con gentilezza e grande ospitalità e ci invitò ad entrare
nel suo ufficio, la direzione.
Era un uomo di statura normale ma di una grande personalità che metteva ad agio
e disagio allo stesso tempo.
Portava gli occhiali calati un po' sul naso ed aveva il viso roseo e la pelle
molto delicata.
Con molta religiosità e sicurezza pronunciava le parole spontaneamente
e ben amalgamate.

Ad un tratto, standomi di fronte, mi poggiò una mano sulla spalla
mentre con l'altra mi sollevò il mento affinché lo guardassi in faccia e disse:
figliolo, se ti impegnerai nello studio, se sarai corretto con i tuoi compagni
di scuola e col resto dei convittori, solo allora sarai uno studente esemplare
ed io ti aiuterò con tutte le mie forze.

A quelle parole scattò in me una gran timidezza e contemporaneamente una voglia
di non deludereed una forma di rispetto che fino a quel momento non conoscevo.
Mi pregò poi di uscire e di aspettare nel pianerottolo mentre avrebbe parlato del più
e del meno con mio padre di cose che io non dovevo sentire ne sapere.
Dopo poco più di mezz'ora la porta s'aprì e mio padre abbracciandomi, mi disse
di stare attento e di rispettare chiunque, soprattutto Don Gianico che da quel momento
avrebbe fatto le sue veci. Mi guardò, mi strinse in un abbraccio interminabile, singhiozzando
e con le lacrime agli occhi s'allontanò raccomandandomi di scrivere presto e spesso.

Monsignore, che aveva assistito tutto a pochi passi, mi porse la sua mano nella quale rifocillai la mia e mi accompagnò in una camerata con una cinquantina di letti

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Ancora un poco. .

Porto con me una valigia e una manciata di richieste di speranza.
Le porto nel cuore, perché nella valigia non entravano. Troppo grandi!
Parto con la consapevolezza che qualcosa di diverso, fuori dall'ordinario mi attende.
Non cerco emozioni, né episodi da raccontare al grande pubblico, perché non mi interessa che gli altri mi guardino affascinati.
Cerco invece una strada parallela alla banalità, alla noia e alla piattezza.
Il senso vero che è celato nella superficie del visibile.
Sto arrivando. . . Medjugorje!

   2 commenti     di: Fabio Mancini



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