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Racconti autobiografici

Pagine: 1234... ultimatutte

Un ricordo d'infanzia

... eravamo al mare, mia mamma, come al solito, non sapeva nuotare e scendeva in acqua acquattata e con una mano sul fondo di 30 cm. l'altra mano teneva qualcosa di me, e contemporaneamente m'infilava la ciambella, non commestibile, che m'avrebbe protetta da ogni tentativo di rapimento da parte di qualsiasi mostro marino...
a un certo punto, arriva un bimbo, un maschietto che, del tutto incurante dei mostri in agguato e... ssshhhchiaffete! una sonora panciata... e il mare che sprizza su da ogni lato come un petardo estivo... è senza costumino e io, che vivevo una vita circondata da femmine... toh..!!! ma che ha..?!
mamma, guarda... quello c'ha un tappo..! e lei : ma no, non è un tappo, e si fa rossa, ma forse era il sole... impiegai 12 anni per sapere cos'era...



Farò la maestra

Il paese dove mi fece cadere la cicogna sopra al tetto di una vecchia casa, dentro un nido già stretto, è situato in mezzo alle montagne. È un posto molto bello dove ancor oggi si può respirare un'atmosfera di tranquillità. Al tempo in cui io venni al mondo, nei primi anni 50, esso era abitato solo da gente semplice, contadina e si viveva partecipando ai ritmi delle stagioni, con tempi giornalieri ben scanditi dal suono delle campane: l' Ave Maria all'alba, insieme al canto dei galli, l'Angelus e l'odore della polenta ormai pronta per il desinare che si spargeva nell'aria a mezzo giorno, e il vespro che invitava i contadini a lasciare i campi al tramonto.
Un giorno bussò alla porta di casa Ernesto il postino, aveva un pacco; ricevere posta allora era cosa rara, tutti in paese lo sapevano ed era quasi una festa, se poi si trattavo di un pacco, figuriamoci!
- "C'è un pacco per voi, dall'America "- gridò il postino.
Di tanto in tanto a distanza di mesi, arrivava dall'America un pacco d'indumenti; a inviarlo era una zia, Alice, che io non avevo mai conosciuto e della cui esistenza sapevo attraverso il racconto dei nonni, qualche vecchia fotografia ingiallita e quei pacchi...
La mamma col suo gran pancione, dove teneva l'ennesimo fratellino, le sue caviglie gonfie e uno stuolo di bambini attorno andò alla porta e disse:
- "Avanti entrate pure, appoggiate qui, sul tavolo" - poi aggiunse solennemente - "È la Divina Provvidenza!"
Con il candore dei miei sei anni pensai che la Divina Provvidenza dovesse essere qualche cosa di molto bello, importante e buono poiché quando entrava in azione lei, tutti diventavano più allegri.
Io e i miei fratellini ci avvicinammo al pacco incuriositi e ansiosi di vedere... la Divina Provvidenza...
-"Non toccate" - disse la mamma - "Il pacco lo apro io"
Intanto osservavo la carta marrone, lo spago incrociato che teneva chiuso il pacco, la targhetta di colore blu con scritte parole misteriose

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   8 commenti     di: lidia filippi


Ringraziamento

Un cambiamento di lavoro, non volontario, motivato, sofferto, fece fare una improvvisa svolta al mio percorso di vita. Si presentò innanzi a me, una diversa, sconosciuta realtà che, all'età di ben cinquantaquattro anni non è facile da accettare e comprendere. Chi l'avrebbe detto che, io, così piena di fantasia e di voglia di cambiare il mondo, mi sarei ritrovata catapultata bruscamente sulla poltroncina nera di un ufficio, davanti ad una scrivania ad inserire dati da una fredda e anonima tastiera.

" Grazie a Dio che hai un lavoro" mi ripetevano familiari ed amici. Ma io, non avevo voglia di ringraziare proprio nessuno.
Il rapporto con la maggioranza dei colleghi fu da subito di facile impatto. Mentre quello con " Lui" si rivelò invece essere: difficoltoso e problematico. Tutto ciò mi impensieriva molto, perché con lui dovevo lavorare a stretto contatto.
La mattina appena mi affacciavo, lui era già lì che mi aspettava. Lo avrei volentieri ignorato ma ciò non era ovviamente possibile.
La nostra relazione sopratutto da parte mia era pervasa da una diffidenza sconcertante, che lui percepiva e ciò non era assolutamente proficuo per il lavoro che dovevamo condividere.
Lo giudicavo freddo e inutile, non nutrivo verso di lui alcuna fiducia, ciò mi portava a commettere errori grossolani dei quali gli attribuivo sempre la colpa.
Certo lui, non risparmiava mai nei miei confronti i suoi sarcastici commenti.
La mia vita, a causa sua era divenuta insostenibile, un vero inferno
Chissà cosa avrei fatto per non vederlo più, sopratutto per riuscire a fare a meno di lui.
" Giulia non puoi continuare così mi ripeteva Laura, la mattina, scorgendo la mia solita espressione angosciata."
" Laura ma come devo fare se non riesco ad andarci d'accordo, le risposi stremata"
" Dobbiamo assolutamente trovare una soluzione, così non va! Mi rispose"
In seguito Laura mi suggerì di andare a casa sua, dove avremmo potuto parlare con più calma. Acconsentii con la

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AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE/EDEN

AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE
Non ce la facevo più, stabilii di portare dall'analista le mie pulsioni sessuali:
"Continuo a pensare al sesso tutto il giorno,è una cosa incredibile. Non riesco a concentrarmi sul lavoro, sbavo ad ogni donna che vedo. Ho anche dei problemi a dormire".
"Mi sta chiedendo il permesso per andare a puttane?".
"E che sento una forte attrazione verso le femmine. Mi piacciono i meloni, le albicocche e la prugnetta".
"L'ortolano è al numero 6, qui siamo al 9. Non giri la frittata, risponda:mi sta chiedendo il permesso per andare a puttane?".
"Be no, forse, ehm... sì".
"Io non sono qui a fare nè il giudice nè il censore, non è il mio compito. Lei è maggiorenne,è ora che incominci a prendere delle decisioni autonome;poi le analizzeremo".
"Ah si? Noo, cavoli... ora ricordo di non aver chiuso il gas! Posso andare?".
"Certo, ma stia più attento. Arrivederci".
EDEN
"Pronto?".
"Sono Vincenzo, spicciati Leo!".
"Che succede?".
"Stasera sono in tiro, ho voglia di fare sessone".
"Bravo, ti sei deciso a tirar via le ragnatele! Dove ti trovi?".
"Zona Villa Platano".
"Un quarto d'ora e arrivo, non ti muovere!".
"Certo che no, voglio conservare le energie...".
In men che non si dica partimmo per la trasferta oltreconfine.
Ero in fibrillazione, avrei fatto sesso per la prima volta.
Approdati all'EDEN ci dividemmo, dandoci appuntamento fuori dal palazzo ad ostilità finite.
Inascensore pigiai il bottone e giunsi al 3° piano;le girls mi sembravano strane, chiesi news ad un pimpante ottuagenario:
"Scusi, ma quelle donne hanno un certo non so che...".
"Per forza, sono trans...".
"E quelle normali dove le trovo?".
"Al 2° piano".
Feci una rapidissima retromarcia e arrivai alla giusta destinazione. Optai per una bionda tedesca, in un battibaleno ero nella sua stanza. In tv davano un varietà svizzero, uno strano essere imitava l'orso Yoghi. Spense l'apparecchio e domandò:
"Ti piace fare il "missionario"?".
"No, vor

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Fantasie biografiche (2a parte)

Continuando la mia trama fatale, dopo le clamorose sconfitte al gioco e l'abbandono filiale, entrai in severa crisi depressiva, ma poi in un giorno speciale (Epifania del 2004) vidi strani segnali dall'alto (moto solare diurno ed aureola stellare notturna), che mi fecero entrare ancor più in confusione mentale, se adesso mi ritengo il novello Noè (apripista dell'era spirituale) e un moderno Mosè che nottetempo trascrive sotto dettatura finanche poesie morali.
Da qui sono giunto alla lucida conclusione, ahimè, di essere il vero scopritore dell'anima dopo esser pervenuto alla cellula primordiale o spirituale ben celata nella filosofia dei Grandi: pensiero/membrana/Aristotele, amore/citoplasma/Platone e coscienza/nucleo/Socrate.
E in virtù di tanto spero di passare alla storia (o alla gogna) come "L'Einstein spiritale o il novello Platone, fate voi!":

Se ascisse e ordinate
sono coordinate cartesiane
e posizionano un oggetto su di un piano,
spazio e tempo
sono coordinate umane
e posizionano un soggetto nell'universo.
Pertanto se lo spazio
misura la larghezza del corpo,
materia finita, massa
ed energia commutabile,
il tempo misura, invece,
la lunghezza del pensiero,
spirito infinito, luce
ed energia immutabile.
Dinanzi a questa Luce infinita,
che anima i cuori e muove le menti,
spazio e tempo si inginocchiarono
in gloria alla suprema Potenza
e così il gran Renè divenne
il padre della filosofia moderna
mentre quel mostro di Albert
è il sinonimo dell'intelligenza.
Il guaio è sol per me,
Francesco Andrea che,
per l'ardire del sommo esaltato,
passerò alla gogna
con tanta vergogna.
Da pensator incallito
alla costante ricerca dell'anima
mi sia concessa allor
la nomea di novello Platone
per quel mio "amo e sempre sarò",
che completa la triade spirituale
tra il cogito ergo sum cartesiano e
il gnothi sautòn socratico
e ci invita a vivere
alla luce dell'anima
mentre io continuo a dibattermi
tra l'Einstein spirituale

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Come accade che io scriva

Attacco a scrivere la mattina presto. Sono ancora in pigiama quando mi siedo alla scrivania o, molto spesso, al tavolo di cucina dove, con un gesto della mano, ho liberato da tazzine, barattoli e bucce di frutta. D'inverno non è ancora l'alba e accendo la luce piccola, quella sopra l'acquaio. Dalla finestra vedo a malapena ombre grigiastre e il lampione pubblico che spruzza un cono di luce al fondo della calle.
Ho dei personaggi nella testa, la mattina presto, e sono da riordinare perché vogliono uscire di colpo tutti assieme e cercano una via di fuga. Però prima li devo vestire, pettinare, decide che cosa far fare loro.
Chi sono costoro? Le donne, molto spesso, sono me; me stessa in tanti modi e talvolta inquietanti o soprendenti ; gli uomini , invece, li raccatto un poco ovunque e ne metto assieme le parti. Attingo quasi sempre dalla realtà. Volti e persone che ho osservato in autobus o nella sala d'attesa di qualche luogo.
Iniziare non è mai difficile per me, anzi direi che seguo un modo alquanto delirante di scrivere perché butto giù tutto quello che mi affiora e può essere davvero qualsiasi cosa. Leggo solo alla fine della pagina, per scoprire che ho dato la stura da un vero caos di emozioni e di soggetti.
Intanto il caffè borbotta dalla caffettiera e il piccolo pappagallo che vive con me mi pigola il suo buon giorno in attesa di attenzione. È gelosissimo.
Scrivo fino acchè sento la fucina cerebrale in moto, colpi di martello e zigzagare di pialle. Ma appena ho una qualche esitazione nel pensare o comincia a non piacermi la parola sulla carta, mi fermo. Vuol dire che passo all'aspetto riflessivo. La slavina è scesa, adesso si deve mettere in ordine. Riaffioro dalla mia neve farinosa con tutti gli oggetti sparsi all'intorno. Non so se scrivere sia un mestiere; per me si tratta di una esigenza, una forma di vivere il mio io, di catturare il reale ed inventarne un altro. Io gioco con la Lingua Italiana

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Lui

Era passato mezzogiorno da un pezzo, ero stanco per la camminata sotto l'immensa parete della Tofana di Rozes e mi meritavo qualcosa da mangiare.
Così parcheggiai l'auto all'ombra della chiesa e attraversai la piazza verso il noto ristorantino con i tavoli apparecchiati sotto una tettoia, davanti alle montagne assolate.
Passando vicino alla fontana dalla fredda acqua perenne, vidi che vi sostava vicino un personaggio allampanato e tutto coperto di stracci. Aveva i capelli lunghissimi e lanosi, bianchi e neri, e due occhi azzurri spalancati e quasi meravigliati.
Parlava tra se', come fanno spesso queste povere persone, che vivono una strana vita solitaria e senza bisogni ne' sogni, ne' speranze, senza amici, senza casa, senza nulla.
Mi guardo' e io lo guardai, ciascuno con il proprio punto di vista sull'altro, e capii qualcosa di inafferrabile e di inquietante.
Pensai di dargli qualche spicciolo, ma intanto lo avevo superato e sarebbe stato brutto frugare nel borsello e tornare da lui, troppo eclatante la carità, forse offensiva per quegli occhi innocenti e penetranti.
Così mi ripromisi di dargli i soldi al ritorno e pranzai in fretta con un occhio all'ipad e un altro alla fontana dove lui stava.
Per pagare, dovetti entrare alla cassa e, quando uscii per tornare all'auto, il personaggio non c'era più. Al suo posto, tre uomini e una coppia si dissetavano alla fontana, e lui si era così allontanato, per quel pudore e quella timidezza tipici in queste persone solitarie.
Ne fui dispiaciuto, come di un'occasione perduta, come se quell'uomo mi avesse lasciato in debito verso di lui ed il suo infinito bisogno.
Ma il giorno seguente lo rividi.
Era prima mattina e faceva fresco, quasi freddo in quel paese in quota.
Sono solito portare i cani al primo giretto e comprare i giornali, prima di colazione. Cosi' ero sceso in paese con l'auto e avevo parcheggiato sulla strada di mezzo: lui era la', fermo sul ciglio, a non far nulla, sempre ingolfato d

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   2 commenti     di: Gaetano Giavoni



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