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Racconti autobiografici

Pagine: 1234... ultimatutte

Tiparlodime (intervista)

A cuore aperto con l'editore (Bibliotheka edizioni/La novella arca di Noè)... di cotanta speme è ciò che alfin mi resta!


Da dove nasce la sua passione per la scrittura?
La mia scrittura nasce da un incontenibile esigenza interiore alle avversità della vita (rimuginavo spesso nella mia mente: ma capitano proprio tutte a me?)
La prima mia sofferta scrittura è in versi (Follie epatiche da amorevolezze), non sopportando più la malattia di mia madre e forse neanche più mia madre, da me curata per circa un ventennio di encefalopatia epatica cronica, malattia caratterizzata da ricorrenti episodi di coma profondo che, ad un certo punto, stava coinvolgendo la mia stessa mente! Dal 1998, anno dell'abbandono dei miei figli (incompatibilità di carattere con mia moglie!), ho cominciato a scaricare nella scrittura, sempre con rabbia, i miei insonni pensieri notturni. Sempre in tema di donne (ce l'avevo a morte... a cominciar da Eva e Elena!) il fato mi ha, però, ripagato con una Musa epatologa (in veste di Poesia mi ha ispirato poesie!), nata nel giorno (lo stesso di mia madre epatopatica!) di San Giustino, patrono dei filosofi e primo apologista (e martire) cristiano!


Secondo lei quale è il ruolo della letteratura oggi e, in particolar modo, il ruolo del letterato?
Oggi, con il mondo in devastante degrado morale, la letteratura non può immergersi nelle favole ed ha l'obbligo di fare qualcosa per risollevarlo, ricorrendo anche ad altre discipline.
Il Sommo Poeta realizzò "La divina commedia" alla luce dell'"Amor che move il sole e l'altre stelle", io nel mio piccolo, sotto strani segni lampanti e segnali lampeggianti, ho scritto (la legge dell'anima!) e mi sono inventato cose molto interessanti (il sistema spirituale!)
La prima disciplina a cui mi sono rivolto è naturalmente la filosofia e ho seguito la traccia lasciata da Cartesio. Il padre della filosofia moderna definì il pensiero, io mi diletto con la mente.
Sempre in ambito filosofico ho aggiorn

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La sorella del prete

"Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell'anno 1628, don Abbondio, curato d'una delle terre accennate di sopra: il nome di questa, né il casato del personaggio, non si trovan nel manoscritto, né a questo luogo né altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l'altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l'indice della mano destra, e, messa poi questa nell'altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi all'intorno, li fissava alla parte d'un monte, dove la luce del sole già scomparso, scappando per i fessi del monte opposto, si dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali pezze di porpora..." (Alessandro Manzoni, "I promessi sposi").
Stava di casa, il don Abbondio di cui non ti parlerò, in una frazione di una frazione, in fondo ad una valle dell'entroterra ligure. Scofera e Boasi le due località più vicine. La strada provinciale passa in alto, e uno sterrato di circa tre chilometri porta alla piazza della chiesa, dove terminava improvvisamente, una curva, la chiesa e la piazza. Sterrato che ad ogni votazione veniva asfaltato per circa 200-300 metri, a spese del candidato di turno che desiderava approvvigionarsi di voti. Così, nel volgere di circa 20 anni, l'asfalto deve essere arrivato alla chiesa, anche se io non l'ho mai visto.
Paese di vecchi, in cui passavo un mese estivo ogni anno da mia nonna Caterina, con il suo compagno Pietro. Non un bambino, pochissimi giovani che tornavano unicamente il fine settimana da Genova, e non tutti i fine settimana. L'acqua da prendere alla fontana del paese, distante, troppo distante per mia nonna, che partiva con due secchie da 10 litri, faceva il pieno, e rientrava, ingobbita sotto il peso. Galline e co

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   4 commenti     di: Nino Dal Borgo


Le farfalle non invecchiano

"Tutte le ore feriscono, l'ultima uccide."
Difficile convincersi che la donna che avevo davanti fosse la stessa che mi aveva fatto scoprire il sesso. Difficile scorgere quella voglia di vivere dirompente, quello sguardo irriverente.
Quarant'anni... sembra ieri ed è passato quasi mezzo secolo.
I pensieri scorrono a ritroso, non si possono controllare, riaffiorano sensazioni mai perdute,;? un tredicenne ansioso e arrapato e una splendida contadina disinvolta e un po' stronza che si diverte a torturarlo.
"Sembri sempre un ragazzo."
Mi rivedo seduto davanti alla televisione, il vecchio divano, lei che avvicina le sue gambe alle mie, il suo corpo profumato e abbondante che mi sfiora, si mostra. Il suo sorriso malizioso e il mio terrore di essere scoperto. Mi viene ancora il fiato corto se ripenso a quelle tette, al suo collo.
Il fattaccio avvenne d'inverno. Un pomeriggio piombò da noi chiedendo a mia madre di farmi dormire da lei, la notte sarebbe stata sola, la morte improvvisa di una zia.
"È una casa immensa e io ho paura."
L'espressione di mia madre non nascondeva l'apprensione ma non trovò motivi validi per rifiutare. Lei sembrò leggerle il pensiero. "Nella mia stanza ci sono due letti singoli, anche se enormi" disse prendendomi sottobraccio mentre mi trascinava fuori. Erano appena le sei ma il buio era totale, un freddo cane. L'entusiasmo inferiore solo alla paura.
Cenammo praticamente in piedi, salame, prosciutto, coppa, cipolline e lei stranamente taciturna mi guardava sorridendo. Affettava con maestria i salumi appoggiata alla madia e me li allungava con le mani, staccando ogni tanto un crostino. Mi sorpresi nel constatare che trovavo il tutto molto eccitante. In condizioni normali mi sarei sentito male.
"Nel mondo succedono cose orribili. Mi piaceva Kennedy, lo hanno ucciso perché voleva bene ai negri. Lo sai che era stato l'amante di Marilyn? Tutti gli uomini importanti hanno un'amante. Vorrei essere una farfalla. Le fa

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   7 commenti     di: Ivan Bui


Cara Maestra

"Com'è triste il giorno di maggio dentro il vicolo povero e solo! Di tanto sole neppure un raggio, con tante rondini neanche un volo.."

Cominciava così "La gioia perfetta", la poesia che la Maestra ci spiegava quella mattina di maggio. Una poesia che in quegli anni andava per la maggiore nelle scuole elementari che narrava di una povertà ben portata, una povertà serena perché "pure, c'era in quello squallore, in quell'uggia greve e amara, un profumo di cielo in fiore, un barlume di gioia chiara."
Non c'era da dolersene, in fondo non era drammatica, una condizione della vita che non era colpa di nessuno, e poi bisognava anche sapersi accontentare di quello che si aveva, gioendo delle piccole soddisfazioni che non erano per niente negate. I fiori, per primi, ma anche i bambini.
"C'era... c'erano tante rose affacciate a una finestra, che ridevano come spose preparate per la festa. C'era, seduto sui gradini d'una casa di pezzenti, un bambino piccino piccino dai grandi occhi risplendenti."
Si sa i bambini stavano seduti sui gradini delle case, magari soli; non crescevano molto perché le vitamine e le proteine non abbondavano. Gli occhi sembravano più grandi per la magrezza atavica dei pezzenti, anche se risplendevano della luce che veniva da dentro, visto che il vicolo era strettissimo, tanto che il sole non penetrava e neanche le rondini riuscivano a volare tra le case.
Va bene, via, non si potevano lamentare, i pezzenti, e neanche noi alunni. Una bella poesia che si mandava bene a memoria, che non avrebbe richiesto molte ripetizioni; ma non era finita.

La signora Maestra ci dette, quel giorno, una lezione che non avremmo scordato facilmente. Ci insegnò il significato della parola "razzismo".
Le bastò spiegare il verso successivo:
"C'era, in alto, una voce di mamma
così calma, così pura!
che cantava la ninna nanna
alla propria creatura."
Non fece la parafrasi del verso, ma una frase di sei parole con la quale definì il suo giudizio su alcune

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Fantasie biografiche (3a parte)

Sempre per trama fatale mio padre Angelo Raffaele, vero angelo quaggiù in terra per condotta esemplare e adesso lassù governatore della terra per meriti morali, ebbe due figli medici esperti di coscienze con la differenza che mio fratello Antonio (esperto anestesista) dolcemente le addormenta mentre io con caparbietà le risveglio dal torpore della materia grigia dopo la ventennale esperienza vissuta con mia madre encefalopatica. E non a caso i miei professori (De Ritis, Coltorti, Giusti) sono gli scopritori delle transaminasi con il sottoscritto che, dalla cellula epatica (centrale metabolica/genera aminoacidi) a quella nervosa (materia grigia/elabora il pensiero), è passato addirittura alla cellula spirituale (anima/ci dona l'amore) per dare validità scientifica alla cirrosi psicosomatica di suo padre (sensibilità, disponibilità, bontà, intelletto e cristiana pazienza erano i suoi nobili attributi) lungo questo percorso:

-Livello superiore (è il pensiero a far da sinapsi tra cervello e anima)

Sistema nervoso (cervello)
Pensiero - sinapsi
Sistema spirituale (anima)

-Livello intermedio (è l'ipotalamo a far da sinapsi tra anima e corpo)

Sistema spirituale (anima)
Ipotalamo (barriera psicosomatica)
Sistema somatico (corpo)

-Livello inferiore (è il sistema nervoso autonomo a far da sinapsi)

Ipotalamo (centralina psicosomatica)
Sistema nervoso autonomo (simpatico, parasimpatico, enterico)
Fegato (centrale metabolica)

Da questo schema si evince chiaramente che il fegato è la fucina della vita, laddove un dì si unirono in matrimonio con vincolo indissolubile l'azoto con il suo corredo amminico (-NH2, costituente aereo sulla luminosa strada della spiritualizzazione) e il carbonio con il suo corredo carbossilico (-COOH, costituente terreno sul buio sentiero della fossilizzazione) per generare gli aminoacidi, la cui magica sequenza ci dona la giusta informazione (DNA) per la trascrizione (RNA) della vita.

La scala della vita

Nell

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Piccolo

Da piccolo ho imparato ad amare Roma quando per la prima volta sono scappato da scuola.
Avevo circa 8 o 9 anni e ovviamente andavo alle elementari.
Ero in classe e non volevo rimanerci, chiesi alla maestra di andare al bagno e una volta uscito dalla classe mi sono defilato piano piano per le scale di questo palazzo appartenuto a i Barberini al centro di Roma. Ho fatto queste bellissime e larghissime scalinate, mi sembravano infinite prima di arrivare
alla porta della libertà... l'uscita!
Ho incominciato a camminare per le vie e vicoli di questa anima regalata da Dio agli uomini (esagero?:)) Campo dè fiori, piazza farnese, piazza navona e ritorno verso via dei giubbonari.
Poi mi prese mio nonno e mi picchiò sul sedere.
Sono rimasto affascinato da questa città.
Da allora ogni volta che voglio staccare dai miei pensieri, o problemi, quando sento che non ho una via d'uscita, mi faccio una passeggiata per il centro, ponte Garibaldi, via Arenula fino ad arrivare al Pantheon e via del corso e lì, di sera, quando in giro c'è poca gente, Roma si mette il suo abito migliore e non se la tira per niente! Una nobile e UMILE signora che ti ascolta e ti fa vedere quante vie di uscita ci sono. Mi aiuta a pensare, a riflettere!
Roma ha qualcosa che nelle altre città non ho trovato.
Per questo l'amo ancora, perchè quando in una donna scopri tutto
allora non hai più desiderio di vederla.
Invece Roma no ti lascia sempre qualcosa dentro che ti spinge a cercarla di nuovo a rifare le stesse strade da anni, proprio perchè la vuoi conoscere ancora e ancora!
Buonanotte!



Mia nonna ovvero... avere una Levi Montalcini in famiglia

Mia nonna ha novantasette anni: è nata nel 1918, anno in cui finì la prima Guerra Mondiale.
Il fatto di essere rimasta orfana di padre a dodici anni fu un dolore grande per lei ma aveva una madre forte e moderna che la fece studiare ritenendo che una donna colta potesse più facilmente mantenersi e essere autonoma a prescindere da un marito.
Così mia nonna si laureò, con Lode: nel 1941 vinse il suo primo concorso e incominciò a lavorare l'anno successivo, quando ormai anche l'Italia era entrata nella Seconda Guerra Mondiale. Grazie alle precipitose fughe nei rifugi antiaerei e alla fortuna scampò alle bombe e sopravvisse, con una gran fame, fino alla rovina finale e alla pace faticosamente ritrovata.
Negli anni della ricostruzione conobbe e si innamorò dell'unico uomo della sua vita, lo sposò e con lui mise in piedi casa e famiglia, contro il parere della madre che la metteva in guardia circa i dolori della vita matrimoniale.
Fu un matrimonio riuscito e mia nonna non si pentì mai della decisione presa, anche se dovette ammettere, nel corso degli anni e nel succedersi dei dolori, che sua mamma era stata una Cassandra: il marito, e anche i figli purtroppo, non le sono sopravvissuti.
Gli studi fatti e la cultura sempre rinfrescata e aggiornata hanno consentito a mia nonna di lavorare con sua soddisfazione economica e spirituale ben oltre l'età della pensione e, per la verità, tante sono state le persone che a lei sono ricorse conoscendone la puntigliosa preparazione e la grande disponibilità.
Questa era mia nonna fino a quando, un anno fa, si ruppe il femore.




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