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Racconti autobiografici

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Prima di dormire

Te ne stavi andando mamma, nelle parole dette sotto voce, nelle lacrime trattenute perchè non ti accorgessi, perchè non ci accorgessimo. Ma forse eri in una dimensione dove riuscivi a distaccarti dal dolore, quando leggero riesci a vedere dall'alto la pesantezza del vivere terreno.
Il pomeriggio più silenzioso che abbia mai vissuto, le parole restavano tutte bloccate nella gola, annodate insieme alle lacrime mentre le sequenze di un film scorrevano nel grigio di un timido febbraio che cercava la porta per uscire da un lungo inverno.
Scene dalla nostra vita, immagini a colori di giorni accesi e in bianco e nero, anni che diventavano momenti, momenti che diventavano anni. E pensavo a come ci si adatta ai cambiamenti, per innato istinto di sopravvivenza e al prezzo che si paga sempre alla felicità che non da niente per scontato.
Rivedevo i momenti insieme come un album di fotografie impresso nella mente.
Mentre mi affannavo a riordinare il disordine di non averti qui, a sistemare le tue cose, come sempre, quando ci si accorge dell'importanza delle cose solo mentre si stanno perdendo.
Prima di dormire, la tua camicia bianca, il latte caldo, quei biscotti che ti piacevano, il gas chiuso, due mandate alla porta e il telefono vicino al comodino, mentre il babbo da quella foto controllava ogni passo. La luce azzurra della televisione che cullava la tua notte di bicchieri d'acqua e risvegli.
Andavo via e mi giravo a guardare la tua finestra con la luce azzurra, simbolo di una presenza, di una certezza.
Mentre la tua rosa sul terrazzo moriva, come avevi previsto, non avrebbe superato quell'inverno.
Te ne andavi nello stupore di un febbraio muto e pallido era il 2009. Quante volte sono passata sotto quella finestra che non ci appartiene più a cercare la luce azzurra della tua presenza e ripenso ancora a quel bacio, prima di dormire.

   2 commenti     di: laura marchetti


31 dicembre

la realtà è che non si può vivere senza l'illusione, l'inganno, l'errore e l'allucinazione. e si festeggia con pesce fritto, vino bianco e colpi in aria.
.. perchè un nuovo anno arriverà e ci porterà nuove illusioni, nuovi inganni, nuovi errori e nuove allucinazioni.. alle quali non vediamo l'ora di credere.
.. io, dico che domani non piove. e non farà neanche freddo.
perchè domani si va al mare.. e il fatto che sia inverno è del tutto superfluo.
.. il meccanismo è perverso, ma efficace..



Un'altra bevuta con mio fratello

«Crei un tuo mondo quando non c'è niente da fare, specialmente la sera... »
«Praticamente sempre. »
Stavo seduto al bancone del bar con mio fratello, quello che scompare nella notte fra un raggio di luna che colpisce le palme e l'altro. Lo guardavo fisso negli occhi perché avevo ancora bevuto poco, ragionato poco e vissuto ancora meno.
«E allora? »
«Allora cosa? »
«Non ti senti soddisfatto del tuo mondo? »
«Il mondo me lo creo fra una riga e l'altra, il resto può andare affanculo. »
«È inutile che ti atteggi a duro con me. »
«Non lo faccio per te, ma per fare colpo sulla bionda che hai affianco. » sussurrai.
Lui alzò le sopracciglia, poi le inarcò pensando a come guardarla a sua volta. Si voltò leggermente verso lo specchio che stava dietro al bancone e si lasciò andare ad un fischio di apprezzamento. Bel viso, pulito, gote leggermente arrossate e occhi grandi. Erano azzurri e colpivano la gente come lame. Mio fratello fischiò nell'aria, come un quindicenne stupido. Lei si girò e se ne andò.
«Bene. Ora non hai più preoccupazioni, quindi smettila di fare il duro. »
«Sei uno stronzo. »
«Oh, non più di te. »
«Anche questo è vero. »
La serata passava non sempre leggera in sua compagnia, poco prima avevamo avuto da ridire su una certa cosa... robe di poca importanza, come la maggior parte. Si trattava del ruolo della chiesa nell'avanzata del virus HIV. Concludemmo che era da millenni che la religione in genere mieteva morti su morti, che le mani sporche del papa non erano paragonabili a quelle dei mafiosi (almeno per lui) e, chissà per quale motivo, finì che il giro successivo di beveraggi lo pagai io. Non sono un vero cinico.
«Ti rendi conto che se non ci trovassimo qui al bar, di tanto in tanto, passeresti la vita chiuso in casa? »
«Che ci vuoi fare? »
«Mah, potresti guardarti intorno. »
«Ultimamente la gente mi infastidisce... »
«Non fare il misantropo, adesso. Chi vuoi fottere? »
«La gente v

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   1 commenti     di: Luca Adami


Indelebile

Non avevo ancora 20 anni e mio padre mi aveva regalato in un tentativo di femminilizzarmi, credo - lui, abile venditore di stoffe, uso ad un pubblico quasi esclusivamente di donne che, sempre, riusciva ad intortare alla grande - un rossetto rosso corallo, effetto lucido brillante e, pure, recitava una scritta sull'astuccio, "indelebile" che si stendeva con un pennellino incorporato.
Convinta che il rossetto stesse bene alle nostre mamme e basta ero però, davanti alla novità, capitolata e così, un pomeriggio avevo dipinto le labbra prima di andarmene a lezione e poiché ero in ritardo ero salita su un'autobus al volo per scendere alla fermata successiva.
Un minuto dei due necessari a percorrere la galleria e il guidatore, in procinto di raggiungere la fermata, per evitare un'auto che aveva compiuto una manovra azzardata, tagliando la strada al mezzo pubblico, dà una brusca frenata proprio mentre io mi appropinquo alle porte centrali per discenderne.
Quale risultato io protrudo le labbra e vado a stampare sulla parte posteriore del colletto di una oxford azzurra indossata da un ignaro signore davanti a me che, per altezza, aveva il collo alla portata giusta, la perfetta riproduzione in rosso corallo delle mia bocca...
Genata.
Sono rimasta genata. E non ho avuto il coraggio di dirglielo.
Siamo scesi entrambi alla fermata, ricordo di aver fatto in tempo a vedergli uno scintillio all'anulare sinistro e lo ho visto allontanarsi con il mio marchio a fuoco, incredula.



Treni da perdere

Parto in netto svantaggio sulle concorrenti perché loro hanno avuto dalla loro parte il tempo e chissà, anche l'occasione, per viverti più di me. Non mi sento migliore nè peggiore. Mi sto innamorando, penso. E ora sono fatti miei. Nuovi esperimenti, sempre più melanconici, a tratti patetici

"Mia moglie non ci crede che questo treno va a Lanciano".
No signora, mi dispiace. Ci creda perché ci va, ci andrà sempre e ci lascerà senza creatività anche stavolta. Perchè ogni tanto mi ricordo di salire su treni che dovrei lasciar stare e sarebbe meglio così. Per tutti. Che gusto ci sarebbe poi però nel ritrovarsi svegliati nel cuore della notte da un sordo rumore nel petto? Noi abbiamo il problem solving incorporato solo per i problemi che non ci interessano o che riguardano altri, e se ci troviamo per sbaglio dentro quelli di una certa importanza, cerchiamo di guardare fuori dal finestrino per non ammettere mai a noi stessi che, forse, ci stiamo sbagliando. Che forse ci siamo imbarcati sul treno sbagliato, o su quello giusto ma non vogliamo accettarlo, a volte anche senza volerlo. Ma scendere e ripartire è la cosa più greve da fare. Sistemiamo i bagagli di questi vita senza farli pesare sui passeggeri, il più delle volte inconsapevoli. O consapevoli che fingono di non sapere. Io invece lo vorrei sapere. Ti vorrei amare sul serio ma non vorrei sentirlo adesso, così. Ignoriamo molteplici stazioni e vediamo cambiare le stagioni, così non ci accorgiamo che siamo ancora qui. Seduti. Inermi. Il mare mi scorre davanti, come una linea sottile e fa male. Sono più in basso di quanto non voglia dare a vedere, queste onde non aiutano e non respiro. Si può inzuppare tutto quanto quando sei sotto la pioggia, con il desiderio bruciante di lasciarti andare. Si bagnano i capelli, le vesti, il naso e le guance. Si bagnano le mani, le spalle, i piedi e i bagagli. Ma l'anima no. Ed è l'unica cosa che dovrebbe, perché non si farebbe poi così tanto male. Si rinfres

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Sulla spiaggia...

Era una notte d'estate, calda ma con una lieve brezzolina che increspava appena il mare, la spiaggia che si affacciava sul golfo di Genova appariva deserta, al largo le lampare che pescavano le acciughe disegnavano una lunga linea di punti luminosi sull'orizzonte illuminato da una splendida luna piena d'Agosto.
In effetti la spiaggia non era deserta, in riva al mare, coperte di abiti scuri, due persone sedevano vicine proprio dove la lunga strada d'argento costruita dalla luna iniziava il suo corso; le loro teste erano accostate, bisbigliavano come se stessero confidandosi dei segreti, ma sulla spiaggia c'erano solo loro, sicuramente erano intimiditi dalla sacralità della bellezza della natura.
Si erano conosciuti il giorno prima, al bar dei bagni, lui di età quasi matura, appena tornato dal lavoro, si rilassava bevendosi un aperitivo al bar, lei più giovane, una moretta tutto pepe, rallegrava l'ambiente solo con la sua presenza. Lei lo urtò e gli fece rovesciare il Campari soda sulla camicia bianca, lui rimase bloccato, era una di quelle situazioni in cui non sapeva sbrigarsela; lei tutta umiliata prese un tovagliolino per pulirlo, allargando la macchia rossastra. Volarono scuse e sorrisetti ironici, con la scusa del caldo lui si levò la camicia e lei volle almeno pagargli da bere, si sedettero all'aperto, guardando il mare.
Lei continuava a profondersi in scuse, lui la guardava sottecchi, era proprio carina! Continuarono a chiacchierare e decisero di andare a mangiare una pizza insieme: lui viveva solo, lei era finita lì per caso, viaggiava in macchina lungo le Riviere, si era fermata per la notte, il luogo le era piaciuto, soggiornava ormai da qualche giorno. Parlarono di molti argomenti, lei si scaldava per tutto, era una donna di principì, lui cercava di non contrariarla, sembrava una bambolina, aveva voglia di coccolarla. Parlarono anche di pesca, lui le disse che la sera dopo sarebbe andato a pescare sulla spiaggia, lei disse ridendo che non

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L'ho duro!

Miss Marple era delle Langhe. Aveva un corpo morbido da mamma con grandi occhi azzurri da pesce buono e capelli biondo paglia a cui mancava solo uno chignon. Riordinava il suo armadietto con cura, come chi governa una casa da decenni, piegando e riponendo ogni cosa con amore. Il bergamasco non diceva una parola, se ne stava in silenzio con le mani giunte dietro, come un vecchio che in disparte guarda cosa combinano gli altri. Di notte ci svegliavano le urla di chi gli dormiva sotto e scoprivamo così che, per altri versi, era assai loquace. I vicentini erano due primi della classe, spigolosi e petulanti, che si ostinavano a credere di saper guidare il plotone meglio del sergente. Con un cenno convenuto si davano l’ok e ci lanciavano in curve stonate che indignavano il maggiore. Il bresciano mi introduceva al turpiloquio valligiano, prodigo di esempi e di richiami puntuali agli altri usi dialettali: “come voi milanesi che dite sempre minchia”. Di marziale ricordo soprattutto il freddo di gennaio. Eravamo destinati agli uffici e per noi grandi esercitazioni non erano previste. C’era però un manuale che andava rispettato e, in particolare, un capitolo bomba a mano che metteva in imbarazzo gli istruttori. Mancavano gli ordigni, ma almeno la tecnica del lancio doveva essere spiegata. Si andava allora nel piazzale con qualche sasso dal peso similare e venivano mostrate le varie fasi dell’azione. Il tutto poteva anche avere una sua rarefatta dignità, se non fosse che qualche recluta maldestra finiva per centrare le auto parcheggiate, mettendo fine bruscamente alla lezione. Un certo sentore di battaglia lo provavamo al poligono di tiro, dove il fumo acre e il violento crepitare ci svelavano l’odore e il suono della guerra. Si trattava in realtà di sparare al mare, ma il ferro che vibrava sulla pancia e l’acqua colpita che si alzava bastavano a farci provare il potere e l’orrore in un istante. L’addestramento terminava con il giuramento. Una cerimonia ch

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   1 commenti     di: marco moresco



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