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Racconti autobiografici

Pagine: 1234... ultimatutte

Un album.. un mondo d'amore

Nella giornata di ieri mi sono dedicato al riordino di un vecchio armadietto che giaceva da anni in garage.
Non so da quanto tempo non lo aprivo e nell'operazione mi ha aiutato mio nipote.
Tra le tante cose che ho rinvenuto, ho tirato fuori un vecchio album con la raccolta delle figurine dei calciatori.
Come lo ha visto mio nipote con gli occhi sfavillanti mi fa: Zio me lo regali?... Ti piace eh? Gli rispondo... Si, chissà quanto vale oggi, replica lui..
In quel momento ho provato un gran senso di fastidio, nel riscontrare che l'unica sensazione positiva che donasse quel vecchio album ad un ragazzino d'oggi, fosse il suo eventuale valore collezionistico... E gli ho risposto seccamente Poi vediamo.
Ieri sera, dopo che mio nipote era andato via, mi son seduto fuori il terrazzo, ho ripreso l'album, ed ho cominciato a sfogliarlo.
Mi son tornati alla mente tanti ricordi.
Prima di tutto la fatica che avevo fatto da ragazzino per completarlo.
Poi ho cominciato a ricordare le squadre ed i giocatori dell'epoca... Un mondo che non c'è più.
La mia mente è corsa alla vera passione verso questo sport popolare, che albergava in tutti i suoi attori e spettatori... Alla sua grande genuinità.
Non c'erano contratti miliardari, non c'erano menager, non c'erano tv ne pubblicità soffocanti, che inquinano oggi il mondo del calcio.
Soprattutto c'erano i giocatori bandiera, che firmavano i contratti in bianco inizialmente garantiti solo da una stretta di mano... Ed incendiavano i cuori..!!
Le maglie delle squadre erano sempre le stesse... Si lavavano infatti ogni settimana!
E le stesse scazzottature tra tifosi avvenivano anche allora, ma erano esclusivamente legate alle reali vicende della partita.
Per un pò, quell'album mi ha fatto tornare alla mente il mondo della mia gioventù... Con tante cose positive, oggi dimenticate.
Può quello stesso album far venire ad un ragazzo d'oggi un solo pensiero: Chissà quanto vale?
Potrei a questo punto continuare,

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   0 commenti     di: Auro Lezzi


Sulla strada

Pensavo che l'autobus non sarebbe più arrivato, lo aspettavo ormai da troppo tempo, e il freddo cominciava ad intorpidirmi le mani, quando ad un tratto lo vidi spuntare da dietro la curva, goffo e impacciato come un serpente dopo la colazione.
Ero l'unico ad attenderlo, mi parve che l'autista si fermasse di malavoglia, ma alla fine fra un gran trambusto di giunture cigolanti lo sbuffo delle porte mi accolse al suo interno.
Era piuttosto affollato, rimaneva in ogni modo un discreto corridoio nella parte centrale che permetteva di attraversarlo per tutta la sua lunghezza, fino a raggiungere il grosso finestrino posteriore dal quale si poteva osservare le auto in coda e i loro timidi sorpassi.
Il colosso non permetteva certo spavalderie, e di ciò mi parve che l'autista fosse consapevole, quando con la coda dell'occhio ne seguiva la traiettoria riflessa nello specchio, per un attimo ebbi la sensazione di vederlo sorridere con una punta di superiorità, mentre guardava quelle piccole auto multicolori schizzare velocemente o incolonnarsi impazienti fino a formare una lunga fila variopinta, immersa nei vapori di quella rigida mattina.
Ricordo che anche da bambino quella era la mia postazione preferita, attraversavo il bus o il tram per tutta la loro lunghezza e mi piazzavo a ridosso del finestrino posteriore con il naso appiccicato al vetro e vedevo la città allontanarsi, sfumata dalla condensa come in un sogno.
Vicino a me sedeva un uomo, non più giovane, con indosso un abito un po' stretto e allacciato di tutto punto, le mani grosse e segnate dal lavoro, segni indelebili ormai, scavati come giunture, parlava tra se, incurante dei presenti, come se fosse protetto all'interno di una bolla di sapone, due anime sembrava vivessero in lui e dialogavano pacatamente su quanto fossero diventate estranee le strade che gli scivolavano davanti agli occhi, quanto non fossero più quelle di un tempo, e anche la città, non era più come la ricordavano, e se ne rammaricavano

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   1 commenti     di: Marco Uberti


Possibilità remota

Nascere in una famiglia a modo seppure non facoltosa, fin dall'infanzia ascolti spesso anche con poca attenzione, tutte le indicazioni che ti vengono impartite dai tuoi familiari. Al mattino è necessario provvedere all'igiene propria della persona, a colazione si arriva tutti puntuali e si inizia a consumare la colazione quando tutti sono seduti composti, a scuola si deve andare sempre in ordine con il grembiule pulito, i compiti fatti, la colazione (la frittata ) ben confezionata per non sporcare i libri, poi piano piano con il passar degli anni i doveri del saper vivere si moltiplicano, finalmente sei adulto, hai una tua famiglia hai dei figli ai quali cerchi di trasmettere tutte le buone maniere che hai appreso durante la tua vita attenta a non creare offese a non suscitare nel tuo prossimo malumori dovuti forse al tuo modo scorretto di porti verso gli altri, a non seminare cattiverie a non invogliare chi ti ascolta al comportamento ostile contro tutti, cerchi fra le tue conoscenze persone simili alla tua condotta, poi ad un tratto quando meno te lo aspetti, ti affacci conscio della tua esperienza provinciale, ma sicuro della tua educazione, ad adoperare un sistema eccellente della scienza moderna che ti permette di dialogare con tutto il mondo, """ L'INTERNET""", si può incontrare di tutto, persone eccellenti, illustri scrittori, illusi intellettuali e falsi personaggi, tutti da rispettare, e da non contraddire, quello che veramente non riesco a concepire quando mi trovo ad ascoltare delle dichiarazioni oscene, stilate da persone apparentemente istruite e titolate da lauree, indirizzate a persone che solo perchè fanno parte di una coalizione avversa alla loro panoramica di vedute, si concedono il diritto di offendere di denigrare e di estendere le oscenità per far si che anche altri possano avvalersi della facoltà di trascendere, non so se riuscirò mai ad abituarmi a questo.

   1 commenti     di: AGOSTINO


Problemi di semiotica

I segni sono l'unica cosa che ha l'uomo per orientarsi nel mondo.
E credevo di averli capiti quei segni; ricordo bene il nostro primo incontro, così magico nelle sue pochissime parole, quell'intesa inebriante che subito mi avvolse.
Ricordo bene le settimane seguenti, i dolci messaggi e quel senso di pace, ancora più forte nella fredda pioggia di novembre, nonostante l'impossibilità di vederci per i troppi impegni e la non trascurabile distanza.
Ricordo bene quando ci rincontrammo, quella sensazione speciale del primo incontro che non era ancora svanita; baci teneri e appassionati e la sua voce sensuale che sussurrava brividi così vicina alla mia pelle.
Ricordo bene quando la verità mi si presentò davanti agli occhi, con tutta la sua crudele e innocente forza inconfutabile. E di quando smisi di parlarle e di salutarla.
Credevo di aver riconosciuto i segni e mi sono ostinato a seguire una parvenza di ordine, quando so bene che non c'è nessun ordine nell'universo.
Vado avanti, il tempo è troppo poco per pensare a ciò che è morto, non ha senso nemmeno dare un nome a ciò che posso aver provato.
Nomina nuda tenemus.
Meglio non perdere altro tempo.



Anche il parrucchiere ha un'anima

Che bello, in una giornata tediosa, rinfrancar lo spirito con una eduta dal parrucchiere; cullare per una o due ore i nostri sogni di bellezza, alimentare la fiamma della nostra vanità sempre troppo pronta ad ardere, immaginarci di entrare come ranocchi in un castello incantato ed uscirne, poi, come principesse.
e non ditemi di non aver mai sognato di provare un'esperienza del genere, poichè non solo non vi crederei, ma vi augurerei che in una sola notte vi si allungasse il naso come a Pinocchio! lo scivolare rilassante dell'acqua calda tra le colline e gli avvallamenti della nostra scatola cranica, il moto costante ed insistente di polpastrelli umani che s'insinuano con voluttà nei meandri della nostra immaginazione, il passaggio rapido e deciso del pettine che scioglie tutti i nostri nodi, tutto, e dico tutto, concorre a rinvigorire la nostra perpetua rincorsa alla bellezza.
e che dire, poi, se dentro di noi alberga l'indomito spiritello delle comari di Windsor? quale miglior luogo che la comoda e colorata poltroncina del parrucchiere per bisbigliarsi:-ehi! psst.. la vedi quella! ...-
-a proposito, ma l'hai saputo che la Pina...-
e succede, a volte, che il nostro consigliere di bellezza sia anche un abile mediatore; se poi appartiene al gentil sesso, parteciperemo di sicuro ad una vera e propria edizione in diretta di un TG locale.
ma allora come mai al momento di uscire dal castello incantato ci assalgono mille timori, diventiamo preda dell'ansia, e in qualche caso dell'angoscia?
ci dispiace così tanto abbandonare quell'incantevole luogo d'ozio? abbiamo un improvviso attacco del complesso di Peter Pan per cui il nostro subconscio si rifiuta, letteralmente, di riprendere contatto con la realtà dopo quella eccitante escursione nel mondo dell'effimero?
o il nostro "Deus ex machina" ha operato in noi un tale cambiamento, infondendoci una tale aura di soave leggiadria che ci sembra di non somigliare più a noi stessi al punto da provocarci una

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3 denti del giudizio

Sto tentando di scrivere non so che cosa... un romanzo di vita vissuta, una raccolta di boutade e pensieri pseudifilosofici non so... sto tentando di lasciare un segno su questa terra che non riesco nemmeno a calpestare... che mi è sconosciuta... ma nemica...

Mi addormento dopo l'ultima considerazione... finalmente spossato da quell'estasi creativa che mi stravolge di tanto in tanto. La sveglia è clemente. le nove. cazzo però ho scritto fino alle sei e un quarto... poco male... dormire non mi piace negli ultimi tempi. cazzeggio per casa ravanandomi e stropicciandomi gli occhi. ciao mamma. ciao pà. ciao sorella... non ricordo mai il nome la mattina. non faccio colazione. esco. scivolo la prima rampa di scale dopodichè inchiodo. perchè uscire. non c'è niente da vedere.
Capisco che posso smetterla di pensare o di pianificare la giornata. Perchè non ho cavato un ragno da un buco. Troppe domande, interrogativi, dubbi. Zero risposte, certezze. Per lo meno non in quest'epoca, in questo posto, con queste persone. Qualcosa mi sta spingendo a cambiare palcoscenico. Voglio un costume diverso. Che qualcuno mi scriva un nuovo copione, molto più arguto, meno sfigato di quello che sto interpretando da Oscar. Chi può farlo?
Devo assolutamente diventare l'autore, lo sceneggiatore, il regista del mio film. La mia energia basta per un cortometraggio, cazzo, se non per un videoclip. Ridurre la vita ad un videoclip...

Sono fabrizio, ho 21 anni, tre denti del giudizio spuntati su quattro, e chissà perchè tutti storti. Amo un sacco di cose ma non me stesso. mi dicono che sono carino, o meglio a detta della maggior parte delle gentili donzelle di una città che si atteggia a metropoli ma non è altro che uno sputo nella campagna. un grosso sputo. E tanto per starci bene, chiunque si sputa addosso. Ho sputato, meno di quanto avrei potuto e dovuto, ho preso le difese di sputatori e sputati. Ma non ci ho mai capito un cazzo.

Ho pochi amici meravigliosi e tanti che non sanno d'esserlo. Personaggi

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La mia squallida vita e il mio squallido modus vivendi

Fondamentalmente iniziò tutto per un errore: l'HIV era una delle pià grandi minacce alla fine del secolo ventesimo, e mia madre ebbe la grande fortuna di conoscere mio padre, arzillo ometto sciupafemmine, che ne era infetto. Forse nemmeno lui lo sapeva, non credo, anzi, lo spero: non è già carino il pensiero che i tuoi scopino, figuriamoci una scopata infettante, dalla quale, poi, nasci tu. E tu, alla fine, chi sei? Un miracolo medico, ma non mi sono mai sentito così. Mi sono sempre sentito un figlio del mondo, allo sbaraglio... quello sempre! Un ragazzo di vita, uno cresciuto qua e là, uno a cui nessuno ha dato tante cure e tanto amore, lasciato un po' a sè stesso. E questa infantile solitudine mi ha fatto sviluppare questa infinita fantasia. Alla morte di mio padre, ricordo, che non soffrii manco un poco: mai una lacrima, mai un cazzo. Però ricordo bene quel giorno: ero troppo occupato a giocare a monopoli col mio amico Shay, arrivò mia madre in lacrime e disse - tuo padre è morto! -, non me ne curai affatto, continuai a giocare. Ma in fondo, cosa me ne doveva fregare? Gli unici ricordi che mi ha lasciato quell'uomo sono di droga, di distacco, di ospedali... Invece fu traumatica la morte di mia madre. Si suicidò ingerendo una bottiglia di sonnifero e il cuore le scoppiò... boom! La mattina seguente, ritrovatomi a casa di un amico di famiglia, avevo già capito... Bene, da questo punto inizia la mia seconda vita, quella di un ragazzo di strada, poco seguito dalla famiglia, disprezzato in casa, considerato drogato, eretico, alcolizzato, arrabbiato, cafone, maleducato, bestemmiatore, stronzo, egoista, menefreghista, disinteressato, violento, senza scrupoli, insensibile, irrispettoso, fumatore, cattivo, pazzo, depresso e un'altra volta stronzo. Il problema, forse, non ero io... ero un piccolo pargolo a cui venne a mancare la figura materna e quella paterna, lasciato da solo, portato a dodici anni da uno psicologo che mette paura, portato, senza la sua

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   1 commenti     di: Mimmo Rossi



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