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Racconti autobiografici

Pagine: 1234... ultimatutte

Per la leggenda ci vuole il doppio nome (per la storia basta un personaggio)!

Con la presunzione del sommo esaltato all'apice del delirio di grandezza sento una sirena... non è il canto della mia musa ma il suono... di un'ambulanza!

Passare alla storia (come sommo esaltato!) ed entrare nella leggenda (come precursore dell'era spirituale secondo la fatidica data 21/12/12 del calendario Maya) è un'impresa che posso tentare solo io sulla faccia della terra, anche in virtù del mio doppio nome, Francesco Andrea (di non comune riscontro) che, a mò di Diego Armando nel pallone, farà proseliti negli anni a venire.
Nacqui buffone e da calciatore, sin dalla vita intrauterina, mi ritrovai nel pallone (per la velocità altro che Maradona!) ma anche il primo della classe, specie in tema di conquiste tanto che, da uno sguardo clandestino (occhiata assassina), ogni donna (tranne moglie e musa!) all'istante si prostrava ai miei piè!
Avevo solo problemi di scrittura e mi impantanavo perfino su una banale dedica o cartolina d'auguri, ma poi, in seguito a una grave crisi depressiva, lungo uno spiraglio di luce sempre più intensa son pervenuto al cospetto di quell'anima universale (pensiero, amore e coscienza) che non solo sa scrivere, ma sa mettersi anche in versi...

L'ANIMA È POESIA
(la legge dell'anima)

Esisto per amare veramente
secondo i dettami della coscienza
spirito nella materia
e luce della verità
che si trova tra le certezze
della mente alla ricerca
del senso della vita,
che è sempre tanto amore
e realizza l'anima
nella sua vera essenza
e con la tua presenza
nella luce per l'eternità

... regalandomi, nel contempo, quella fantomatica coscienza (anticipata da Socrate con il suo gnothi sautòn) che ci connette al mondo della luce (da cordone spirituale) e che a me, dopo circa duemilacinquecento anni, è venuta bene finanche in versi. Pertanto, adesso la coscienza (di cui, da tempo, non si ha più sentore!) è una poesia da imparare a memoria...

LA COSCIENZA IN VERSI
(Conosco me stesso)

L'amore e il bello
son

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Oggi voglio scrivere le mie venti righe

Scrivere mi fa sciogliere come un cubetto di ghiaccio, che ad alte temperature diventa liquido e poi mentre scrivo l'acqua sciolta si mette a bollire e diventa vapore, che si diffonde nel vento e nell'aria come le parole e ricade sui fiori, sull'erba, sulle piante e le fa crescere rigogliose, verdi, brillanti.
E le piante donano ossigeno. Ossigeno per respirare, per vivere una vita magari normale, senza un granché di importante, ma è la nostra, fatta di parole, di lettere messe in fila l'una dopo l'altra per manifestare idee, amore, solitudine, condivisione, sogni mai vissuti, sperati, agognati. Condividere la scrittura:
questo è il nostro post-it.
Questa è la nostra penna, penna per stare al passo coi tempi, per dire che abbiamo ancora tanto da dire:e' una partita a ping-pong queste venti righe che mettiamo in fila, dove il giocatore cambia quando concludiamo le nostre "20 righe" e la palla colpisce nel segno. La mente del nuovo giocatore riscalda i neutroni che lavorano per scrivere pensieri nuovi, idee fantastiche o reali che prendono corpo e plasmate lasciano il segno. E mangiare, bere, uscire sono diventati secondari se non ti regali quello spazio di te.
Sì, perché lo fai anche per te stessa, per sentirti viva, perché sai che qualcuno ti legge, che, forse, qualcuno capisce tra le righe quello che vuoi veramente dire.
Chissà se è verità o fantasia o menzogna quello che uno scrive, non importa, è un fluido che scende direttamente dal cuore ai tasti e questo basta.
Sì è una danza in cui la musica è dentro di noi: trallallà, trallallà...
Scrivere è come volteggiare fino a farsi girare la testa, fino a cadere per terra, senza fiato, fino a quando le dita ti fanno male a farlo in fretta e gli errori ti fanno tornare indietro a rivedere, a ripensare.
Ma lo scorrere del pensiero, invece, deve essere veloce come il sangue dalle ferite, rosso vivace, vero come il respiro che ti permette di vivere. È proprio così che si riescono a dire le cose

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Trip tabagisti e non

Fuori era una giornata meravigliosa il sole era una calda palla di fuoco invernale e, probabilmente, la gente camminava per la strada discutendo sulla bellezza di quel tempo così insolito.
Noi, tristissimi repressi, eravamo nascosti in un centro benessere abbandonato. Per accedervi era necessario scendere delle ripide scale. Prima di cominciare a scenderle controllavamo sempre le finestre delle abitazioni vicine non volevamo essere visti. Scendevamo le scale correndo, aprivamo la porta con uno strattone ed entravamo. Nel salone principale c'era un fortissimo odore di vino e alcune bottiglie, aperte ma non finite, se ne stavano sul bancone ormai da qualche mese.
La sala era piena di graffiti e di scartoffie macchiate di vino, vomito e urina. Sulla destra c'era una porta a vetri chiusa a chiave. Da quella porta si poteva entrare in un reparto buio, composto da piccole stanze rettangolari divise da sottilissimi muri di cartongesso. Ognuno di noi, in quel reparto, aveva una propria stanza che poteva essere riconosciuta dalla "tag" in vernice nera che avevamo posto su ogni porta.
Sfortunatamente, l'unico ad avere le chiavi per aprire quella porta era Ned, un ragazzo che si faceva vedere molto raramente dalle nostre parti.
Al centro del salone principale c'era un piccolo cucchiaio polveroso, deformato dal calore. Quel cucchiaio ci dimostrava che, in quel posto, non eravamo i soli visitatori abituali. Era un cucchiaio per eroinomani, sapevamo che era così e questo ci consolava moltissimo. Forse non può essere chiaro a tutti questo ultimo passaggio. Come può, un cucchiaio usato da degli eroinomani, essere considerato una consolazione? Quando le persone si sentono sbagliate, quando fanno cose sbagliate o quando semplicemente vanno contro il mondo e la sua etica si sentono sollevate nel constatare che esistono persone che hanno comportamenti ancora più sbagliati. È un modo per convincersi che nessuno ha ancora toccato il fondo e che c'è ancora abbastanza tempo per

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   0 commenti     di: Andrea Pezzotta


Poker e Pronto Soccorso

Sono short, devo cercare di risollevarmi; non sto vedendo mani decenti da un bel po' e non posso andare avanti perdendo bui aspettando di uscire. Dopo il flop ho quattro quinti di scala, mi serve solo un dieci; il piatto è allettante dopo un paio di giri di puntate, non ci penso un secondo e vado in all-in. È un mezzo bluff, lo so benissimo, ma conto che nessuno mi segua.
Matteo invece vede il mio all-in.
Showdown: lui ha un tris di re e io sono fregato.
Il turn non aggiunge niente e manca solo il river.
River bloody river, come dice il commentatore in televisione.
E per Matteo è bloody veramente, il dieci di cuori gli gela il sangue, lo fa diventare short e io sono ora quasi chip leader.
Si fa scuro in volto, non parla più e in tutte le mani successive è confuso, chiede continuamente l'ammontare del blind, è nervoso.
"va che non ti porto di nuovo al pronto soccorso" gli dico scherzando.
Occhiattaccia.

Domenica scorsa infatti abbiam dovuto portarlo all'ospedale.
Un freddo pomeriggio come tanti, tutti un po' ancora sconvolti dalla bevuta della sera prima. Normale amministrazione.
Ad un tratto Matteo dice di non sentirsi bene, sente delle fitte al petto e vuole andare al pronto soccorso; un po' scocciati annuiamo e ci dirigiamo verso la mia macchina, pensando ai campari che abbiamo lasciato sul bancone, un vero peccato.
Il traffico è intenso, c'è qualche stupida festa sulla strada e anche se l'ospedale non è distante ci stiamo impiegando una vita.
Voglio dire, perchè sprecare l'unico giorno libero dal lavoro per andare a un'inutile festa con un falò e quattro bancarelle? Mezz'ora per trovare parcheggio, camminare a fatica imbottigliato tra la gente e un'altra mezz'ora di coda per andarsene via.
Matteo sbrocca, ha caldo e ha freddo, emette degli strani versi e il panico ormai lo possiede.
Grida di chiamare un'ambulanza, Angelo lo assiste mentre Ale si trattiene a stento dal ridere. Io devo stare attento a non investire i pedoni, ma sott

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Cara Maestra

"Com'è triste il giorno di maggio dentro il vicolo povero e solo! Di tanto sole neppure un raggio, con tante rondini neanche un volo.."

Cominciava così "La gioia perfetta", la poesia che la Maestra ci spiegava quella mattina di maggio. Una poesia che in quegli anni andava per la maggiore nelle scuole elementari che narrava di una povertà ben portata, una povertà serena perché "pure, c'era in quello squallore, in quell'uggia greve e amara, un profumo di cielo in fiore, un barlume di gioia chiara."
Non c'era da dolersene, in fondo non era drammatica, una condizione della vita che non era colpa di nessuno, e poi bisognava anche sapersi accontentare di quello che si aveva, gioendo delle piccole soddisfazioni che non erano per niente negate. I fiori, per primi, ma anche i bambini.
"C'era... c'erano tante rose affacciate a una finestra, che ridevano come spose preparate per la festa. C'era, seduto sui gradini d'una casa di pezzenti, un bambino piccino piccino dai grandi occhi risplendenti."
Si sa i bambini stavano seduti sui gradini delle case, magari soli; non crescevano molto perché le vitamine e le proteine non abbondavano. Gli occhi sembravano più grandi per la magrezza atavica dei pezzenti, anche se risplendevano della luce che veniva da dentro, visto che il vicolo era strettissimo, tanto che il sole non penetrava e neanche le rondini riuscivano a volare tra le case.
Va bene, via, non si potevano lamentare, i pezzenti, e neanche noi alunni. Una bella poesia che si mandava bene a memoria, che non avrebbe richiesto molte ripetizioni; ma non era finita.

La signora Maestra ci dette, quel giorno, una lezione che non avremmo scordato facilmente. Ci insegnò il significato della parola "razzismo".
Le bastò spiegare il verso successivo:
"C'era, in alto, una voce di mamma
così calma, così pura!
che cantava la ninna nanna
alla propria creatura."
Non fece la parafrasi del verso, ma una frase di sei parole con la quale definì il suo giudizio su alcune

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La felicità ritrovata

C’era una volta un bellissimo pianoforte di nome Anselmo che per varie ragioni, che i grandi non possono comprendere, venne abbandonato nella giungla.
Era disperato, povero Anselmo poiché , sin dalla sua nascita era sempre stato considerato come uno dei migliori pianoforti al modo.
Nella sua giovinezza, infatti, numerosi sono stati i teatri che Anselmo ha allietato con la sua musica.
Richiesto in tutto il mondo, era sempre circondato da tanta gente e da amici che attendevano il suo ritorno per poterlo riabbracciare.
Non sapeva cosa fosse la solitudine, né tanto meno il freddo della notte; era disperato…. e, mentre le sue lacrime scendevano, gli si avvicinò la Regina Edera che gli disse:“ hey, perché piangi?”
Anselmo: “Piango perché mi hanno abbandonato, mi hanno lasciato tutto solo…, cosa farò adesso, ho tanto freddo!”
La Regina Edera, che era molto vanitosa, e cercava in tutti i modi di occupare gli spazi degli altri, solo per distendere il suo manto verde e godersi tutto il sole del mattino gli disse:”Sta tranquillo Anselmo, domattina sistemeremo tutto, ora riposati un po’, ti coprirò io dal freddo!”
Anselmo, contento di aver incontrato, in una situazione quale quella che stava vivendo, qualcuno che fosse disposto a prendersi cura di lui, si addormentò beato.
La regina Edera, perfida qual’era si distese col suo manto verde sul dorso nero scintillante di Anselmo, fino a renderlo invisibile agli altri e impossibilitato a suonare.
Anselmo, che era abituato a suonare solo per le grandi platee e per gli altri, pensò che non valesse più la pena suonare…e poi, nessuno più gli avrebbe fatto i complimenti per la sua musica…. era nella giungla ormai…!
Un bel giorno, quando la Regina Edera fu presa da un sonno profondo, si avvicinarono ad Anselmo gli uccelli gemelli Chippi e Ciuppi che sapevano di Anselmo sin dal suo arrivo, ma poiché la conoscevano bene quell’egoista della Regina Edera,…si

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Sguardo al futuro

Innumerevoli volte renderò le abbaglianti luci della notte luce del giorno. Polvere saranno le paure più scure, quelle che hanno il sapore più amaro. Quello ad esempio delle attese irrisolte. Distante starò da chi non sa comprendere che non si è tutti uguali. Che la perfezione è semplice utopia per le menti poco elastiche. Pane del mio vivere rimarrà l'insicurezza. Una parte di me indelebilmente presente. Ne farò la mia forza. Come la neve ricopre i viali così sarò pronta a nascondermi dalle parole che feriscono. Farò scudo contro il male la mia voglia di vivere. E ancora e ancora mi perderò nei pensieri. Le parole su carta mi faranno compagnia e saranno la spinta per provare a volermi bene. Almeno un po'. Ogni giorno di più.




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