Sono tanti gli episodi che mi ricordano quanto mio padre fosse una brava persona, sia in famiglia che fuori. E sono tante le persone che ne serbano un ottimo ricordo, tant'è che quando ancora oggi mi capita di parlare di lui con qualcuna di loro, ho la sensazione che il mio petto si gonfi di orgoglio.
Sono state tante, in questi vent'anni che sono trascorsi da quando lui se n'è andato, le attestazioni di stima espressemi da chi lo ha conosciuto, ma quella che più mi ha colpito, quella che rimarrà scolpita indelebilmente nella mia memoria fino all'ultimo giorno della mia vita è quella che sto per raccontare.
Una mattina di alcuni anni fa mi telefonò in laboratorio una ragazza per chiedermi di ripararle un televisore. Poiché era la prima volta che mi chiamava, le chiesi cognome ed indirizzo, quindi fissammo l'appuntamento per il pomeriggio dello stesso giorno.
Quando si fece l'ora di andarci, presi la mia valigetta di riparazione e la caricai nella macchina, quindi mi avviai verso casa sua. Strada facendo, ricordai che in passato ero già stato varie volte a quell'indirizzo, da un ex avvocato che aveva lo stesso cognome della cliente che stavo andando a trovare, una persona sempre molto gentile che non vedevo ormai da alcuni anni, e che ormai doveva avere una veneranda età. Giunto all'indirizzo dell'appuntamento ebbi la conferma che corrispondevano sia il cognome che l'abitazione, quindi la ragazza doveva essere molto probabilmente una parente di quel vecchio cliente.
Citofonai, la ragazza mi aprì il portone, quindi salii a casa sua con l'ascensore. Quando ne uscii la trovai ad accogliermi sorridente davanti alla porta aperta, ci salutammo con una stretta di mano, quindi mi fece accomodare nella stanza di quello che era suo nonno, che stava disteso sul letto appoggiato alla spalliera. Da quando lo avevo visto l'ultima volta ne erano passati parecchi di anni, più di quanti credessi; infatti l'avvocato era più vecchio di quanto avessi immaginato, e ad occ
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... c.. mi sono addormentata sulla tastiera.. e per forza.. mica sarà stato il gatto? però non è male.. ha un che di.. che ne so.. mah!
c.. guarda che viene giù da una testa addormentata, quasi meglio di quando è sveglia. pare un quadro, pare..
perchè ho girato la testa, dieci volte almeno.. un tappeto persiano, l'intelligenza dell'universo, i puntini sulla lingua del gatto..
ha smesso pure di piovere. sono contenta, di questa cosa che pare un quadro, e che ha smesso di piovere.
però.. no, però però.. però come: ah! però!.. mi spiego? è un complimento. a me. e al sonno.
Il sasso era un sasso.
Lo prese tra le mani come fosse diamante.
Lo porse in quelle piccole e tremanti pronunciando la formula.
Fu seppellito vicino l'albero dietro lo steccato. Uno, due, tre... Al passo otto e ce ne vogliono trenta per arrivare al bosco.
Morì in Ottobre. Il 9 alle tre del pomeriggio. E lei non era lì, mentre chiamava il suo nome e cercava una mano da stringere.
Arrivò alle undici, sera inoltrata.. Tutto passato... Solo immobilità e lamenti e insetti e silenzi.
Pochi giorni nel riflesso e la riflessione sulla consapevolezza d'un vuoto pieno e un'ossessione precorreva i suoi pensieri. Il sasso, al passo otto. Le sue mani ormai grandi, i suoi capelli lunghi...
Uno, due, tre... otto!
Scavò...
Un sasso, seppellito nell'abbandono di un ventennio, in quel periodo di doveroso distacco dalla famiglia per l'affascinante indipendenza.
Un pensiero fisso, soave, importante, sacro.
Il sasso non era lì e lei pianse.
Dormì poco. Mangiò poco. Si sentiva stranamente bene, però, poiché sapeva che l'involucro era rimasto in terra per tornare alla terra e il suo spirito allo Spirito, all'Energia del Tutto, intorno a lei, con lei, in lei.
Tornò in città, dopo aver fatto un bagno nell'acqua gelida senza sentire freddo, in novembre ormai, il 5.
Il mare era calmo e la spiaggia deserta.. pensava allora" così.. si, così, come quando venivo ad amarti sola in te immersa, con te dentro, che le lacrime sono sale e acqua, che sono lacrima ora..."
Tornò nel cemento, con lo spirito in subbuglio, il mare ancora addosso e l'improvviso schiaffo assestato del gelo cittadino come accoglienza senza nuvole.
Il sasso...
In fondo lo aveva 'trovato' perché in fondo lo aveva cercato... non lo aveva dimenticato.
Un anno passò.
Andò a trovarla...
Omaggi, un fiore, onore alle spoglie.
Racconti a pezzi, che non c'era bisogno di parlare tanto, che lei avrebbe capito, come sempre.
Saluti, un bacio alla foto... il pianto senza sospiro.
I
Puoi anche cambiare direzione se questa strada non ti soddisfa. Provaci, Patrì, chè nulla può accadere se tu non lo vorrai. Hai già camminato abbastanza per un percorso troppo impervio e al contempo limitato. Intonando un assolo mai ascoltato. Hai ancora voglia di cantare, lo so. Di urlare, forse. Arriverà qualcuno ad ascoltare quel canto e ad aver voglia di intonarlo con te. Senza limiti.
... e se quel qualcuno non intonerà le note giuste, questa volta non sprecare più il tuo tempo per insegnargli la melodia del cuore. La mente, la ragione non sanno scrivere su un pentagramma.
"Sarò di nuovo papà!", ho annunciato emozionato a mio figlio per telefono ieri l'altro.
"Di nuovo, pa'? Ma allora è un vizio", mi ha risposto lui sghignazzando, e ha aggiunto " E la madre è un'altra ballerina?"
Non mi è piaciuto che sghignazzasse. Io sono veramente emozionato.
La madre, stavolta, non è una ballerina bianca ma una tortora dal collare. Però anche lei ha nidificato tra i rami del rosmarino prostrato che ho sul balcone. Evidentemente è un posto comodo e sicuro e si fida di me, sa che non le darò fastidio. Io le ho già collocato non lontano dei semini e una ciotola con l'acqua e, quando nasceranno i piccoli, le procurerò anche lombrichi e vermetti, come feci a suo tempo con la ballerina.
Mio figlio può sghignazzare quanto vuole. Io mi sento papà.
Altre volte avrei pianto, gridato, fatto cose strane come camminare per ore o correre con tutte le forze e la rabbia dentro. Adesso niente: tutto quasi normale: mi sono vestita e, come ogni giorno, già nel letto, durante il risveglio ho programmato, tralasciando però di riservare la consueta oretta a lui.
In fondo ci si accorge che si è creato un vuoto nella giornata e la difficoltà non consiste
nel colmarlo, ma nell'abituarsi all'idea che questo vuoto sarà o una passeggiata o una visita ad un'amica, o un'ora dedicata alla lettura e alla conoscenza profonda di se stessi.
Già quella persona entra a far parte dei ricordi con tutti i numerosi oggetti che la rappresentano, tacitamente, ma che adesso appaiono smisuratamente amplificati nella forma e nell'idea delle immagini che accompagnano. Ecco il libro di poesie che solo adesso appare sul tavolo dove si trova da molti giorni, lo spazio vuoto lasciato nella libreria dal vocabolario di francese che gli ho prestato e così il fermaglio dei capelli che ho nascosto in fretta a me stessa chiudendolo nel solito cassetto della confusione.
Poi, dove ritrovarsi, da dove ripartire? Scorrere indietro di tre anni oppure partire da adesso, momento 0, trascurando ciò che si porta con noi; ma è impossibile non sentire il peso dello strascico bagnato del nostro lungo mantello e 0 non racchiude in sè un concetto di nulla che per noi è inconsistente, impalpabile, irreale. Non possiamo percepire il nulla di noi stessi.
Corro in cerca di ganci robusti, pesanti, pronti a sostenere grossi pesi e mi accorgo che i pesi li hanno già; ma un gancio forte e saldo me lo devo poter creare: maggiore fiducia nelle mie capacità, forse ricerca decisa di successo, equilibrio interiore.
Ieri in auto, da sola, mi ripetevo che questa vita deve essere vissuta e dobbiamo cercare di viverla nella maniera più intensa e nel modo migliore per noi stessi: è una legge di sopravvivenza.
Quello che più mi fa paura saranno i sogni, gli incubi, l
L'aria di Roma era fresca quel mattino di novembre, quando su via Sistina mi sentii chiamare: Fabio!
Una donna sui 35 anni mi veniva incontro con passo atletico e tacco altro, sembrava la tipica donna in carriera.
Guardai la donna con attenzione, ma lei più si avvicinava e più mi sembrava di non conoscerla.
Poi, quando si trovò ad un passo da me, mi disse: "Ciao, Fabio, non mi riconosci? Sono Brenda!"
La mente andò a ritroso nel tempo fino a cinque anni prima, quando Brenda era tutta un'altra donna.
- Fabio, sai ho pensato a te ultimamente?
- Anch'io! Mi chiedevo che fine avessi fatto. Se hai un po' di tempo, potremmo prenderci qualcosa.
- Va, bene. Dove mi porti?
- Qui vicino c'è una caffetteria niente male. Andiamo lì!
- Okey!
Così mentre ci stavamo avviando alla rinomata caffetteria, osservavo i cambiamenti che Brenda aveva fatto su di sé. I capelli che prima portava lunghi, erano tagliati corti fino all'altezza delle mascelle e le estremità le incorniciavano dolcemente il viso, il trucco faceva una discreta comparsa e le valorizzava i lineamenti, il portamento era molto più signorile, così come l'abbigliamento ben abbinato tra i colori e la diversità dei tessuti.
Ci sedemmo in un angolo appartato.
Una volta seduti, Brenda accavallò con naturalezza le lunghe gambe, poi con fare disinvolto mi chiese perché mi stessi chiedendo che fine avesse fatto.
Nella realtà di Brenda non m'importava nulla, però incontrandola dopo tanto tempo, volevo essere gentile e quindi le avevo fatto quella domanda.
- Sai Brenda ho pensato a te, perché recentemente ho fatto una visita dall'oculista e fatalmente mi è venuto in mente il tuo occhio nero. Il destro se non ricordo male. Certo, allora eri molto diversa da adesso, ricordo che avevi un'altra fisionomia.
- Eh! Sì, mio caro! Il tempo passa per tutti e per le donne passa due volte. Ho dovuto ricorrere ad una dieta ferrea, prendere l'impegno della palestra, sottopormi a massaggi e sauna. Insomma quel
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