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Racconti autobiografici

Pagine: 1234... ultimatutte

Tra voi e me: fili di seta e di... spine

Scartabellando le opere del sito mi sono imbattuto in miei commenti e recensioni e mi sono stupito io stesso della loro varietà.
Un giorno, forse, quando diventerò giovane e bello, farò una ricerca capillare nelle opere a partire dall'ottobre 2011, epoca della mia iscrizione, e farò dei miei commenti un libello da lasciare ai posteri per... gli usi consentiti dalla legge. Per il momento ne riporto di seguito alcuni degli ultimi mesi: li considero un tassello per la storia di P&R e per la mia storia personale di scrittore troppo spesso in "blocco".

Commenti e recensioni


- Immagini e pensieri, pensieri e associazioni, in questa splendida poesia invernale.

- Versi che, a guizzi, seguono il fluire veloce dei pensieri.

- Agata Christie definiva i suoi romanzi la sua "fabbrica di salsicce": mi domando se tu hai già aperto una norcineria...

- (Il ragazzo) ha voluto farsi notare e c'è riuscito benissimo! e il bello è che, probabilmente, lui non ha notato te... come non avrebbe notato me o altri "antichi" come noi...
W i giovani d'oggi! Non hanno lavoro, non avranno pensione, hanno a che fare con un mondaccio spaventoso... mi pare il minimo farsi tatuaggi, piercing e pettinature vistose!!!
"Io esisto comunque", ci dicono.

- Dalla memoria del cuore un quadro di pregio su uno spaccato d'Italia che non c'è più.

- Una sensibilità inusuale, una penna che suscita emozioni anche in poche righe.

- Una poesia bellissima, alta e profonda, complimenti! (insozzata da vani commenti di gentucola malata)

- Un altro vivido ritratto, tracciato con infinito amore da un'Autrice mai banale pur nella semplicità.

- Scrivi proprio bene, complimenti! E bravo anche per l'idea di riportare l'attenzione sulle tue opere grazie alle "modifiche"! Spero che tu scriva ancora.

- Racconto tenerissimo e commovente, dettato dal cuore e dalla sensibilità.

- La realtà della malattia e della morte in un reparto ospedaliero: una rea

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Noi ci siamo riusciti

La mia vivacita' da bambina era paragonabile al peggiore dei maschiacci, cresciuta con tre fratelli, di femminile in casa mia c'era solo il rossetto di mia mamma!
Non sono stata viziata, mio papa' ogni tanto me le dava vinte; lo marcavo stretto stretto, non mollavo, con due moine gli levavo quasi tutto quello che chiedevo! Piccole cose, tipo il gelato, le caramelle ecc...
I miei fratelli, più grandi di me di otto e nove anni, in estate lavoravano; vivendo al mare una buona stagione lavorativa permetteva loro di poter passare un inverno tranquillo di studio senza dover chiedere niente ai miei.
Passavo le giornate con le amiche del vicinato, se non c'era una ce n'era un'altra; avevo sempre qualcuno con cui giocare.
Non amavo pero' portare nessuno a casa mia: era una grandissima casa con i soffitti alti, quando pioveva ci voleva l'ombrello ; qua e la' gocciolava l'acqua, ma con i miei fratelli si rideva della situazione tragicomica.
La mia migliore amica, Silvia, abitava due case dopo la mia: aveva una bella casa, con lei ho passato i migliori anni della mia infanzia. Sembravamo sorelle diverse, io moretta scalmanata, lei biondina, molto carina, più calma di me sicuramente!
Davanti a casa mia abitava un'altra amichetta, Sabrina.
Silvia ed io eravamo molto unite e si sa che da bambine il numero tre non funziona. Accanto a casa mia Giovannone, un po' troppo pesante per non essere preso in giro da bambini cattivelli: io ero tanto buona quanto malvagia! Giovannone era il massacrato di turno: un giorno pero' per farmi un dispetto si tiro' giu' le mutande, io avro' avuto 10 anni, mi ricordo che mi misi a ridere da morire e poi corsi in casa a dirlo a mia madre.
La mia vicina di casa si chiamava Cinzia, più grande di me di tre anni, andavo da lei quando Silvia non poteva, quando Sabrina era danza, e quando Giovanni non mi tirava i capelli. Con Cinzia mi sono divertita moltissimo, con lei ho visto i primi movimenti adolescenziali :ricordo i primi rag

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   7 commenti     di: karen tognini


Andrea

L'ultimo anno delle Medie al Collegio salesiano comportava la possibilità di concorrere a una borsa di studio, finalizzata però all'iscrizione a un liceo classico. Le borse di studio le vincevo sempre e vinsi anche quella.
Mi ritrovai così iscritto alla quarta ginnasio del liceo più severo di Torino, il Cavour (non per scelta, era quello di zona).
"Il liceo di Livio Berruti!" - ci teneva a precisare il prof di Educazione Fisica.
Una buona scuola, che ha formato delle persone in gamba: quello che era il mio compagno di banco, in quinta ginnasio, oggi scrive sui giornali e viene intervistato in televisione, tanto per dire.
Io però non arrivavo da un'ottima scuola media, come invece molti dei miei compagni, ma dalle Medie dei salesiani del collegio, e - pur studiando come una bestia - (mia madre la sera tardi spegneva la luce quando mi addormentavo sui libri, nel disperato tentativo di prepararmi per le interrogazioni del giorno seguente), arrancavo, arrancavo.

I professori dell'epoca, (siamo nel 1965-67) salvo alcune lodevoli eccezioni, scambiavano la scuola per una caserma. Il concetto era: devono passare solo i migliori; se qualcuno si è iscritto qui per sbaglio, deve essere tartassato finché non si scoraggia. Se per caso non si lascerà scoraggiare, vorrà dire che è proprio bravo e merita di andare avanti nonostante tutto (dove il "nonostante tutto" significava in buona sostanza "nonostante non sia di buona famiglia": una questione di censo, o di classe, come preferite).
In quarta eravamo in tanti, ma una buona metà abbandonarono o vennero respinti.
Io ero riuscito a raggiungere la sufficienza in tutte le materie, tranne latino e greco.
La prof di Lettere, che non era neanche la peggiore - come carogna - mi rimandò a settembre con quattro in entrambe le materie. Passai l'estate spendendo soldi per ripetizioni, senza nulla aggiungere alle mie conoscenze delle due materie, e a settembre mi promosse con due bei sette.
L'anno successivo la

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   20 commenti     di: PIERO


La giornataccia del Ferragosto

Da bambino ed anche adesso per me il Ferragosto è una giornataccia. Torrido e infido, troppo lontano dalla primavera e molto più prossimo all'autunno di quanto sembri.
A Ferragosto si pativa e si aspettava. A casa tutti i "grandi", genitori e nonni e zii di passaggio, dicevano che non era il caso di spostarsi in macchina, per andare al mare come negli altri giorni d'estate, essendo, quella del ferragosto, una giornata "ricordevole". Neologismo efficace, a significare che le disgrazie vengono rievocate più spesso e volentieri, anche a distanza di molto tempo, quando avvenute in un giorno che ben risalta sul calendario. "Povero Antonio, lo hanno investito il giorno di Natale", nella tradizione orale era ben più probabile da sentire che "Povero Giuseppe, lo hanno investito il 19 dicembre". Eppure neanche a Natale erano così forti i tabù e le proibizioni dei giorni "ricordevoli", come a Ferragosto. Ciò è dovuto, credo, al carattere spiccatamente rituale della festa del Natale, per cui il muoversi, anche in macchina, a visitare per esempio un presepe vivente, era pienamente giustificato; così come, a Pasquetta, non era sconsigliato l'andare a godere dell'aria salubre della campagna.
A ferragosto era diverso. La ritualità non impediva al sole a picco di dare alla testa ai vacanzieri, più inclini a perdere la calma e a provocare incidenti. E se, invece del sole a picco, c'era la pioggia... succedeva anche di peggio. Avete mai visto la faccia di un vacanziere immerso nel traffico sotto una fitta pioggia di ferragosto?
"A ferragosto è voluto andare al mare. Non sapeva nuotare ed è annegato." Non ha saputo vivere con le belle giornate, è finito allagato.
Così, nella giornata "ricordevole", si restava a casa, aspettando che passasse. La mamma e la zia cucinavano il gallo ripieno (giorno "ricordevole" anche per esso gallo). Ed io non ho più gradito, da allora, quello che tutti a ferragosto continuano a decantarmi come un magnifico sapor

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Oh Brasil (parte terza)

Partimmo da Recife per recarci ancora più a nord: destinazione Natal. È una città abbastanza tranquilla, molto pulita, e ben ricettiva da un punto di vista turistico. La sua estensione balneare è molto grande e va dal Sud, con la mitica spiaggia di Pontanegra, al Nord con le spiagge di Redinha e Genipabù. In mezzo ci sono la “Costeira” dove sono ubicati gli alberghi di lusso, e “Praia do Meio” che sarebbe quella propriamente cittadina.
Una delle attrazioni principali sono le cosiddette “dune” dove due intrepidi ed ignoranti italiani si sono diretti a piedi, consultando libri turistici, per fare foto e riprese di non si sa bene cosa. Bandane alla testa, seminudi iniziamo la scalata della prima duna ben a nord della città. Dopo qualche centinaia di metri ci siamo resi conto che era un’impresa impossibile. Le dune sono una vasta estensione di carattere desertico e vanno attraversate con le “bugghy” guidate da esperte guide del posto.
In mezzo a quella collinetta desertica udiamo dal basso delle note di samba sparate a tutto volume. Quasi sicuramente sarà un “barsinho” dove poterci dissetare e rifocillarci. Ci precipitiamo nella discesa e, sudati al limite della decenza, arriviamo nel posto, una terrazza imbandita di vivande e bevande, dove senza che nessuno ci chieda niente già abbiamo in mano un boccale di birra ghiacciata. Una gran confusione di gente, un’orchestrina che suona un ritmo dal sapore antico, ma molto ritmato chiamato “forrò”, e tutti che danzano felicemente, mentre arriva il secondo bicchiere di birra. A quel punto dico a Maurizio di controllare quanti soldi avevamo in tasca e chiedere il conto per non fare la solita figura (per una gita nel deserto non avevamo portato granché di contante).
E li si svela l’arcano, tutti a ridere, e rossi per la vergogna apprendiamo che si trattava di una festa di compleanno alla quale ci eravamo candidamente imbucati. Chiarito il mistero, la padrona di casa, che era anch

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La Trombetta Rossa

Durante le lunghe notti d'inverno, le ore non passavano mai. Misera la fiamma, parca la cena e disordinata l'armonia. Tra il lusco e il brusco, ognuno al suo giaciglio tra le quattro mura. Di mocciosi ne eravamo tre, mentre la prima sorella era ormai in età da marito. Il babbo e la mamma, i nostri guardiani. Eravamo il loro investimento per il futuro. Litigavamo per un nonnulla, non sapendo il perché ed anticipando, di mezzo secolo, la moda di alcuni utenti del virtuale. Volevamo sapere cosa fosse la mortadella di cui sentivamo parlare o i gelati. Ricordo ancora le risposte di mia madre: " La mortadella è certa robaccia che fanno con la carne degli asini vecchi e malaticci, i gelati sono fatti con acqua sporca ghiacciata e fanno crepare i bambini." Che madre saggia e che figli fortunati! Con l'arrivo della bella stagione, era consuetudine visitare i vari Santuari della zona. Si andava a piedi ed eravamo condannati a percorrere anche dieci chilometri. Sveglia all'alba, anche per non perdere il privilegio della prima Santa Messa. Lungo la strada, una fiumana di persone che intonava inni religiosi. Da una parte, " E cinque son le stelle, Maria è la più bella/ Dall'altra," Mira il tuo popolo, bella Signora / che pien di giubilo oggi... Più dietro, " Castrense quel zelante, lodare voglio io e tanta fede in Dio..." " Prega per noi Maria/ Prega per i figli tuoi/ Madre che tutto puoi, prega per noi Gesù/" Ogni Paese il suo gruppo e ogni gruppo la sua fede immacolata. Allo spuntar del sole della prima domenica di maggio, Carano di Sessa veniva espugnata e giaceva sotto i nostri piedi. Che meraviglia per i nostri occhi Tanto sulla Piazza, quanto sui bordi della strada, dolciumi e giocattoli si sprecavano. Ce ne stavano da rendere felici tutti i bambini del mondo. Caramell

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   12 commenti     di: oissela


la cavia stanca...

la cavia stanca...
25/12/2005

Non demordere
s-camiciato
genio,
cavia
rassegnata.

Negazione
promozione
falsificazione
di prospettive.

Inutilità
mediatica,
ilare
illusione
per pochi.

Genio?
non ancora!

Aspetta
disperatamente:

la cavia stanca.




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