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Racconti autobiografici

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Tombe maledette

Dopo una vita passata a Quarto Oggiaro, incrocio di sottoculture migliori della cultura nazionale, oggi abito in montagna, luogo di leghisti, fascisti e berlusconiani, i quali farebbero impallidire di incompetenza i mafiosi che credono di detenere la palma d'oro della cattiveria gratuita. Sono costretto ad ammettere di aver avuto torto a sperare, come speravano quelli della mia generazione di stravoltoni, nell'amore universale sceso dal cielo come regalo purificante. Mi resta solo da sperare che i giovani delle ultime generazioni non siano così coglioni come siamo stati noi, e che alla pace e all'amore universale ci credano davvero, e non solo col desiderio di ricevere un dono incartato nel simbolo "peace and love". Noi siamo una vecchia gioventù mai cresciuta, abitanti di un ghetto che ha meritato il nome di "barbon city", ma che era meglio degli ospedali cattolici dove ti tolgono un polmone sano per scroccare soldi allo stato, quello stesso stato in mano alle lobbie cristiane come comunione e liberazione, la compagnia delle opere e l'opus dei, congreghe mafiose di pedofili che alzano l'ostia al cielo per fare ombra ai propri crimini contro l'umanità, che sottraggono il futuro ai giovani, che costringono al suicidio i padri che così facendo sperano di far sopravvivere quello che resta delle loro famiglie in lacrime, abbandonate da uno stato che scende a patti con assassini che nasconde sotto alle toghe di ermellino impegnate a giustificare il Presidente di aver occultato le prove dello scellerato confabulare con gli stragisti. Come boy scout deliranti i politici applaudono sul palco davanti al quale sfilano poderosi armamenti già vecchi, che prima di spargere altro sangue scivolano leggeri su quello già versato dai poveri che hanno dovuto svenarsi per pagare un esercito che si compiace di essere portatore di pace, ed esportatore di una democrazia che dà ragione al più forte chiamandolo "il rappresentante del popolo". Un popolo rimbecillito dalla pubblicità

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   3 commenti     di: massimo vaj


Quando arriva (Lettera a B.)

Quando il dolore arriva non ti puoi scansare.
Non ti puoi girare dall'altro lato e far finta di non vedere.
Non puoi chiudere gli occhi aspettando che passi.
Quando il dolore arriva non puoi dire "me lo aspettavo, sono pronta" perchè non si è pronti mai.
Quando arriva non serve neppure scappare, perchè non è vero che il dolore ti segue, se fosse così basterebbe correre più forte; il problema è che è dentro di te, e, credimi, non c'è proprio verso di scappare da se stessi.
E per quante lacrime versi resta sempre lì, solo ogni tanto si assopisce un pò, come una belva che ha divorato la sua preda e ora dorme e si gode il pasto. E il pasto sei tu.
E puoi pregare e bestemmiare, e arriva un momento in cui è quasi la stessa cosa, o bere o urlare a squarciagola o prendertela con chi ti capita a tiro, o anche con te stessa, magari per tutte le cose che avresti voluto fare e dire e che magari non farai a tempo a fare o a dire.
Quando il dolore arriva non importa con quante persone sei, in quel momento ci sei solo tu in una stanza vuota con due sedie: su una stai seduta tu e sull'altra il tuo dolore e ci si guarda negli occhi. E mentre tu guardi in quell'abisso è l'abisso che guarda in te.

Eppure, anche se ti sembra spaventoso, dove c'è il dolore c'è anche quello che ti può salvare.

Se non distogli lo sguardo, se non ti lasci andare alla paura o allo sconforto e guardi in profondità all'interno del tuo abisso, se provi a lasciare andare il cuore più lontano che puoi nel ventre pulsante di quell'oscurità, potrai scorgere proprio in fondo, proprio quando non ci speravi più, un piccolo puntino bianco. Un neo di luce accecante sulla superficie nera del tuo incubo.
Quel piccolo puntino diventerà piano piano più brillante, più grande e farà luce in quelle tenebre.
Scaccerà le ombre e vedrai ciò che prima, travolta dal fiume in piena della sofferenza, non riuscivi a decifrare.
Vedrai delle figure dapprima indistinte che acquisteranno sempre m

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Io c'ero

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   5 commenti     di: fabio martini


Io e lei

Nasce a Craiova, Romania nel 1972 da una famiglia abbastanza povera. Desiderata dalla madre, tenuta nascosta nel grembo sperando che niente e nessuno non potrà farli mai del male. Dopo sei mesi la pancia di sua madre era evidente e quindi Adela comincia ad essere indesiderata del padre e tutti gli altri. Arrivo alla luce dei nostri giorni nel 09 aprile facendo soffrire la madre fino al esausto. Era tutta nera e piena di cappelli. Dopo un po di giorni la forza e il sorriso di Adela, faceva divertire la madre. La madre che sapeva dalla sua avvenire già dopo il parto del primo figlio. Lo aveva sognata, cosi come doveva essere a anni 14, mora con capelli lunghi, magra, vestita con un camicia bianca come quella di un dottore, con un libro in mano accanto a un tavolo. Per lei era un segno del destino, e aspettava sempre fino quando il momento arrivo. Agognata dalla madre, Adela prova dal primo momento un grande affetto e amore nei suoi confronti. Anni sono passati in fretta e arrivo al età di anni 14. Età che gli cambio la vita. Presi delle borse di plastica e cominciai a infilare i libri di scuola e tutti i quaderni, le penne, colori e tutto quello che mi sembrava utile in quel momento. Le mani mi tremavano, tremavo tutta, e le lacrime non smettevano di cadere bagnando tutto quello che toccavo.
La mamma non smetteva di gridarmi di andarmene via. Vattene via! Vattene via! Non devi rimanere qui ne anche un minuto. Vattene dai tuoi zii. Devi scappare via, non puoi rimanere, vattene, vattene, vattene...
Era turbata, aveva gli occhi tumefatti perdeva sangue dal naso e dalle labbra. Praticamente aveva il viso sfigurato. Erano le ore 23 quando lasciai casa e la mamma, piena di paura e piangendo talmente forte che non vedevo dove camminavo. Trascinando le borse pesante senza sentire il male che mi facevano le braccia, sali nel ultimo treno che mi portava dai miei zii che non sapevano dalla mia visita permanente.
Tutto il viaggio non ho fato altro che piangere per il di

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La chitarra

I miei genitori erano povera gente che arrivava a fine mese con difficoltà.
Certo, anch'io da bambino avevo i miei giocattoli, le macchinine ecc. ma i bambini, si sa, desiderano cose impossibili, e io volevo un trenino di quelli completi o una pista o una chitarra con tutti i tasti colorati che si illuminavano. Ma era solo un sogno. Comunque riuscivo sempre a farmi dare i soldi da mio padre (ogni settimana) per comprare Topolino. Così, una volta, con mia grande sorpresa vidi la chitarra dei miei sogni in un concorso a premi sul fumetto più famoso del mondo.

Con il cuore colmo di speranza, comprai busta e francobollo e partecipai al concorso. Il giorno in cui il fattorino mi consegnò la chitarra fu uno dei più belli della mia vita. Era semplicemente incredibile! Fu così che iniziai a partecipare in tutti i concorsi possibili e immaginabili: radiofonici, alla tv, su Topolino ecc. Era come se un astro luminoso stesse attraversando il mio cielo. Vinsi di tutto, da una piantina (bellissima) coi fiori viola in seta alle lattine d'olio d'oliva Punto Weight Wachers, dai portatessere ai freesbee, vinsi anche il 45 giri degli Alphaville "Big in Japan" ma non avendo il giradischi andavo ad ascoltarlo a casa di un mio amico e lui sempre più incuriosito si chiedeva come facessi a vincere tutta quella roba.
Poi le cose cambiarono, non so perchè, come si fosse spento un interruttore: Clic.. e la luce non c'è più... solo buio. L'astro luminoso adesso stava illuminando il cielo di qualche altro ragazzino.

La chitarra che ricevetti in dono da Dio in persona... quando la mia mente sembra vacillare e le paure cominciano ad assumere forme sempre più terribili, il pensiero di quell'oggetto mi conforta, è un balsamo miracoloso in grado di farmi sentire ancora bene.

   2 commenti     di: vincent corbo


Domenica Pomeriggio

Guardai fuori dalla finestra. Era una giornata di fine marzo con un bel sole splendente e la neve sulle cime delle montagne si stava sciogliendo. Ero rimasta a casa da sola, sola con i miei pensieri. I miei genitori erano partiti per un fine settimana a Parigi e io ne avevo approfittato per passare il sabato con i miei amici, ma quella domenica non potevo sfuggire ai compiti che dovevo svolgere per il giorno dopo. Avevo già fatto la versione di latino, finito gli esercizi di matematica e studiato le pagine di storia, però mi rimaneva ancora un compito. Dovevo scrivere un tema su qualcuno che mi avesse fatto capire qualcosa di importante. Non mi venne in mente niente. Abbassai lo sguardo sulla pagina vuota. Quell'immenso foglio bianco mi metteva paura. La mente vagava ovunque, pensai alla primavera appena iniziata, a dove sarei andata quell'estate, alle pagelle del secondo quadrimestre... e a quel punto, l'orrendo pensiero del tema tornò a galla. Buio totale.
L'ora successiva la passai a sfogliare il mio diario di quando ero bambina alla ricerca di qualcosa che mi potesse essere utile per il tema, ma finivo sempre per commuovermi di fronte ai pensieri avuti durante l'infanzia. Terminato di leggere il diario, accesi la TV. Stava per iniziare il mio programma preferito.
Mezz'ora dopo, spensi l'elettrodomestico, mi accasciai sul divano e cominciai a esaminarmi le unghie, cercando di non pensare. Ma la pagine vuota del mio quaderno d'italiano mi guardava minacciosamente dal tavolo. Mi venne la nausea, soprattutto al pensieri che il giorno dopo sarebbe ricominciata la scuola e con essa anche lo stress dovuto allo studio, le interrogazioni, i compiti in classe... avevo bisogno di una boccata d'aria. Magari poi il tema mi sarebbe venuto meglio.
Appena arrivata ai giardini vicino a casa, mi sedetti su una panchina all'ombra di una quercia. Cominciai a sentirmi meglio. L'aria fresca mi scompigliava i capelli e mi liberò la mente. Chiusi gli occhi per godermi

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Uno sputo di universo

La mia mente è annebbiata, vuota, priva di pensieri. Non è vero che non si può pensare a nulla. A me capita spesso, anzi anche troppo delle volte. La mia testa non riesce più a ragionare, a fare dei pensieri compiuti, a pensare, e pensare è ciò che ci definisce umani, ciò che fa di noi delle persone. E ogni nostro pensiero definisce chi siamo. Ma quando ti senti così, quando ti senti vuoto, quando sai di non poter dire nulla che definisca te stesso, quando non vedi una via di uscita, o la possibilità di una scelta, cosa puoi fare? La mia risposta è il silenzio. E non è orgoglio, o arroganza o, peggio, non avere voglia di dire qualcosa, ma è consapevolezza. Consapevolezza. Da "con" e "sapere". La consapevolezza è un fenomeno interno, intimo. Non è la mera conoscenza, la superficialità di sapere qualcosa per sentito dire, ma è una condizione in cui la conoscenza di qualcosa si fa interiore, profonda. Non è un dato od una nozione. È il proprio modo di rapportarsi col mondo, è un tutt'uno coerente con sè stessi. Diventare consapevoli di cosa ci è successo, di ciò che siamo, dovrebbe permetterci di affrontare il futuro con una marcia in più, di non averne paura, perché sappiamo chi siamo. Ci dovrebbe permettere di non subire, ma di affrontare, di rielaborare. Il condizionale è sempre stato il mio tempo verbale preferito però . Mi permette di dire come le cose dovrebbero essere ma senza dire apertamente che non sono andate esattamente in quel modo là. Mi permette di essere sincera, ma di restare un po' in disparte, senza essere esposta troppo al pericolo, come se fossi coperta da un mantello che mi protegge da una caduta di massi improvvisa. Perché per quanto io abbia percorso con tanta fatica la strada della consapevolezza, sembra che il passato sia un terremoto che non passa mai. Nessuna consapevolezza, nessun mantello mi proteggerà da quei massi. E quei massi sono pesanti, sono tanti, potrebbero formare mille montagne. Sono la mia vita,

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   0 commenti     di: laura



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