username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti autobiografici

Pagine: 1234... ultimatutte

I panni sporchi

'I panni sporchi si lavano in casa'.
E chi l'ha detto? Una volta forse era così, oggi no, oggi i panni sporchi si lavano su Facebook.
Ebbene sì, è proprio così. Ammetto di essere di parte, nel senso che detesto in modo particolare questo social network, però quest'affermazione è sufficientemente veritiera e difficilmente smentibile.
Da reo confessa ammetto pure la mia iscrizione con un nick. Cosa abbastanza limitativa perché con un nick astratto difficilmente ti chiedono amicizia. Infatti ho pochissimi amici, tanto che penso che se ci mette gli occhi il Signor Zuckerberg mi assegna il premio 'utente con minor numero di amici'. Che poi 'amici'... si va beh lasciamo perdere, non è sul concetto amicizia che voglio far confluire il pensiero. Non mi sono iscritta con i miei dati anagrafici per diversi motivi, primo fra i quali, appunto, la mia antipatia verso questo social network.
Poi ho pensato che se avessi usato le mie generalità mi sarebbero piombate addosso le richieste di contatto di tutti quelli che conosco. Orbene: dal momento che la mia vita si dipana in spazi molto ristretti (parlo su base chilometrica) se ne desume che, dopo 8 ore di lavoro mi sarei ritrovata a parlare (chattare) con le stesse identiche persone con le quali ho trascorso, più o meno bene, la giornata.
No, pietà, breack, intervallo, coffee-time please! . A pensarci bene ho tipo una decina di persone che conosco e che abitano abbastanza lontano da me. Non so perché ma mi affascina ancora molto comporre il loro numero telefonico e sentirle 'live'. Sono retrò ma anche curiosa. Volevo sapere e verificare di persona cos'era questa droga collettiva, micidiale e virtuale che ha infettato come un virus il mondo intero. Volevo sapere cosa c'era di così interessante, stupefacente, accattivante.

Niente - come sospettavo.
Di interessante, stupefacente, accattivante c'è solo il sistema, figlio di un cervello niente male: Zuckerberg.
Ho sempre sostenuto che la fortuna

[continua a leggere...]

   7 commenti     di: Ely xx


Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte (4)

Il problema dunque era che io non ero Bukowski e questa non era l'America, ma a me andava bene lo stesso. Avevo le mie strade assolate che finivano chissà dove, qualsiasi posto faceva parte del mondo e la magia esisteva dovunque. Io ero l'esteta. Dovevo coglierla e stenderla con mani gentili su fogli di carta. Ero nato per questo. Il problema non era la sensibilità, ma la gentilezza. Non mi sentivo gentile. A volte lo ero controvoglia. Spesso mi facevo pena per questo e finivo per prendermi per il culo e per ridermi addosso.
Riuscii a riprendere dopo un anno e mezzo il secondo libro. Si chiamava Schizzando nel vento. Era un tentativo di razos. Non mi ero impegnato molto, anche se avevo cercato di fare il bravo. I risultati sembrarono esserci quando rilessi per la prima volta il testo dall'inizio fino al punto in cui l'avevo lasciato. Era una storia. Una specie di storia d'amore. Il mio estremo tentativo di celebrare i complessi adolescenziali di un innamorato. Un po' come I dolori del giovane Werther, ma mi era mancata la spinta al suicidio.
Con noia estrema, ricollegai tutte le pagine con quelle da poco vergate e mi rilessi il testo dall'inizio alla fine. Come secondo libro mi parve buono e non mi sembrò che ci fosse persino nulla da modificare, come spesso succede a chi è convinto di essere un grande scrittore in quanto tale. Andai ad ubriacarmi e dimenticai tutto dopo aver cercato di parlare della cosa ai miei amici e dopo aver ricavato una scarsità di interesse e una voglia di sviare senza eguali. Soltanto uno, lo scrittore piccolo piccolo, decise di leggerlo e mi garantì che sarebbe potuto tranquillamente divenire un bestseller. Era fissato con il continuo successo di Stephen King. Per lui scrivere significava avere metodo: svegliarsi puntuali tutte le mattine e piazzarsi alla scrivania con la macchina da scrivere posta di fronte ad una finestra che dava su un cortile ordinato e stendere righe per tre ore la mattina e per tre ore il pomeriggio. Lui

[continua a leggere...]



L'odore: ricordo di caccia

Ricordo l'altro giorno in ufficio quando all'improvviso ho sentito un odore forte e strano. Sapeva quasi di selvaggio, come se mi trovassi in campagna. Mi sono detto: "Questo non è possibile, sicuramente mi sto sbagliando".
Lì per lì concentrai la mia attenzione, o meglio sintonizzai il mio olfatto su qualcosa di più piacevole come l'odore di un buon caffé. La mattina questo piacere è insostituibile.
Mi avvicinai alla macchinetta automatica, selezionai la bevanda e attesi. Sorseggiai lentamente il mio caffé. L'odore mi inebriava e mi portava lontano con la mente.
Improvvisamente il piacere svaniva e un odore sempre più penetrante s'imponeva alle mie narici e per di più senza permesso. Gli rivolsi un po' di attenzione e ne seguii la scia. Proveniva dal bagno ma non aveva niente a che fare con gli odori tipici del bagno, se odori possono poi chiamarsi... Continuai e mi avvicinai sempre di più al punto da cui proveniva l'olezzo. Aprii la porta e vidi con mia grande sorpresa una gabbia molto grossa, di circa ottanta centimetri di lunghezza per cinquanta centimetri di larghezza.
Il contenuto non era visibile dalla posizione in cui mi trovavo ma dalle dimensioni poteva trattarsi di un gatto di grossa taglia, di un cagnolino o di un coniglio. Mi avvicinai ancora un pochino e vidi finalmente di che si trattava : erano dei "cani della prateria", due adulti e tre piccoli e quell'odore era sempre più forte.
Questo odore, inconsueto qui in città, mi portava lontano, ai miei ricordi d'infanzia, nel piccolo paesino di provincia nell'entroterra a sud della Sicilia. Ritornai al tempo in cui mio padre mi portava a "caccia" di conigli. Ci alzavamo che era ancora buio, facevamo una colazione veloce (soltanto un caffé) e poi via di corsa all'appuntamento con gli altri.
Non erano sempre le stesse persone, c' era sempre un nuovo aggregato che si ag

[continua a leggere...]



La chitarra

I miei genitori erano povera gente che arrivava a fine mese con difficoltà.
Certo, anch'io da bambino avevo i miei giocattoli, le macchinine ecc. ma i bambini, si sa, desiderano cose impossibili, e io volevo un trenino di quelli completi o una pista o una chitarra con tutti i tasti colorati che si illuminavano. Ma era solo un sogno. Comunque riuscivo sempre a farmi dare i soldi da mio padre (ogni settimana) per comprare Topolino. Così, una volta, con mia grande sorpresa vidi la chitarra dei miei sogni in un concorso a premi sul fumetto più famoso del mondo.

Con il cuore colmo di speranza, comprai busta e francobollo e partecipai al concorso. Il giorno in cui il fattorino mi consegnò la chitarra fu uno dei più belli della mia vita. Era semplicemente incredibile! Fu così che iniziai a partecipare in tutti i concorsi possibili e immaginabili: radiofonici, alla tv, su Topolino ecc. Era come se un astro luminoso stesse attraversando il mio cielo. Vinsi di tutto, da una piantina (bellissima) coi fiori viola in seta alle lattine d'olio d'oliva Punto Weight Wachers, dai portatessere ai freesbee, vinsi anche il 45 giri degli Alphaville "Big in Japan" ma non avendo il giradischi andavo ad ascoltarlo a casa di un mio amico e lui sempre più incuriosito si chiedeva come facessi a vincere tutta quella roba.
Poi le cose cambiarono, non so perchè, come si fosse spento un interruttore: Clic.. e la luce non c'è più... solo buio. L'astro luminoso adesso stava illuminando il cielo di qualche altro ragazzino.

La chitarra che ricevetti in dono da Dio in persona... quando la mia mente sembra vacillare e le paure cominciano ad assumere forme sempre più terribili, il pensiero di quell'oggetto mi conforta, è un balsamo miracoloso in grado di farmi sentire ancora bene.

   2 commenti     di: vincent corbo


Lady Ti

Quando lessi il messaggio: " Ahó, t'aspetto alle 9. 30 al bare sotto casa mia. Cerca d'esse puntuale, ché senno te perdi un altro giro gratis al Luna Park. T".
La Signora T era una simpatica popolana, arrogante da chi la considerava antipatica, autoritaria per chi ne riceveva i favori e ne condivideva le scelte e i comportamenti.
Al suo attivo aveva un invidiabile curriculum vitae: venditrice di collane, braccialetti, portafortuna, biancheria intima, costumi da bagno e tutto quello che poteva servirti.
Qualcuno sosteneva che tali manufatti li facesse durante le profonde ore notturne, al fine di ottimizzare i ricavi e massimizzare l'influenza verso amici e conoscenti.
Tuttavia il vero punto forte era il livello culturale. Un grado acquisito non tanto sui libri, perché a suo dire stare troppo tempo seduta le avrebbe appiattito i glutei con la conseguenza di perdere in un solo colpo fascino e fortuna.
A ciò bisognava aggiungere che ogniqualvolta prendeva un libro, immediatamente sopraggiungeva un forte mal di testa, come se si trattasse di una vera e propria allergia.
La lettura era sinonimo di mal di testa, perciò il suo ricco vocabolario era il frutto di anni di manifestazioni in piazza e riunioni a porte chiuse a cui ella partecipava con l'intenzione di migliorare le proprie conoscenze linguistiche.
La parola appena acquisita, faceva bella figura a proposito o a sproposito, perché secondo lei il senso della parola era quello di suggestionare gli astanti, di ammaliare l'uditorio, esattamente come lei restava sedotta ogni volta che udiva una nuova parola.
Per la Signora Ti la cultura era questo gioco di fascino subito e subito reso. Voglioso di essere conquistato dai nuovi vocaboli di Lady Ti e incuriosito di conoscere che cosa fosse il giro gratis sul Luna Park, mi misi in auto e raggiunsi il bare della mia amica.
Nonostante non la vedessi da un bel po' la riconobbi immediatamente. Sembrava che il tempo le fosse scivolato addosso e stringendole

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Fabio Mancini


STRANE MACCHIE

Poco dopo l'alba.  Nottataccia mi butta giù dal letto con la grandine sui vetri e la luna nascosta dentro una densa cortina grigiastra. Vado in cucina e preparo il caffè. Come al solito, nell'attesa spio alla finestra semmai  riesco a raccogliere nello sguardo quello spicchio di mare lì in fondo a nordest. Niente, è scuro, il cielo  una cappa. L'orizzonte non ha nulla d'infinito,  stamattina è una lunga corda scura che lega  palazzoni di periferia schierati  in assetto di guerra. 

Lo sguardo si ritira dietro le tende e  deluso cerca d'opporre al cemento una quiete familiare. La caffettira sbuffa, giro la manopola del gas  e attendo gli ultimi gargarismi fumanti per poi riempire la tazzina con lo zucchero, ormai  spazientita. Sorseggio, mentre lo sguardo riprende inquieto  la propria ricerca sulla parete di fronte. D'un tratto si blocca come inebetito. C'è ancora il fumo del sonno a sostenerlo prima che rassegni ogni volontà al giorno. Per questo resta interdetto innanzi a quelle ombre scure sul muro che lo hanno catturato ormai da qualche minuto. Non sa bene se il confine del dormiveglia ha già ceduto alla realtà o se  gli strani disegni futuristi,  non siano invece una propagine dei sogni agitati, compagni della breve notte appena trascorsa. È la lingua a scattare, per aver indugiato nella tazzina bollente più del lecito, a dargli la certezza d'essere ormai in piena vita, dura vita. Mi avvicino e tocco con mano quei disegni ancora  umidi. Apro la porta d'ingresso e sulla spalla esterna della stessa parete l'acqua gronda giù nel pianerottolo  quasi a  fiotti. Non so che fare. Rientro, finisco il caffè e preparo in bagno gli occhiali e le poesie di Patrizia Cavalli

   4 commenti     di: Carlo Diana


Al mio figliolo.

Stavolta non pronuncerò il tuo bellissimo nome, ma ti chiamerò come a te piace, perché un appellativo affettuoso vale molto di più del proprio nome.
Quando ti succhiavi il pollice e ti ribaltavi nel liquido amniotico, il silenzio che ti avvolgeva era infranto dal canto felice di tua madre che all'epoca vocalizzava: Amore lontanissimo, canzone interpretata da Antonella Ruggero.
Ricordo le premure che lei si prendeva per il suo "pancione" e la sua volontà che tu crescessi sereno, forte del suo Amore e cullato dalle materne carezze.
Spesso la mia mano coccolava quella strana protuberanza e mi chiedevo da chi fosse abitata e in che modo sarebbe cambiata la mia esistenza. Ogni sera alle 21 c'era un momento ricreativo, piccoli e grandi scalciate da sferrare, tanto per dare il segnale che tutto stesse a posto!
Tua madre mi chiamava a sé, cosicché anch'io potessi percepire al tatto gli urti dei tuoi calci, ma quando iniziavo a tambureggiare sull'addome proteso di tua madre, tu ti fermavi immediatamente.
Già da allora volevo comunicare con te e farti percepire che al di là del buio che ti circondava, c'era un altro mondo che ti avrebbe accolto con tutto il calore possibile.
Resta indimenticabile l'ecografia nella quale per la prima volta io e mamma scorgemmo che quel tira calci serale era un maschietto! Quando vidi chiaramente i tuoi testicoli, l'emozione della sorpresa e il mio orgoglio, mi fecero esultare: ma è un maschio!
Sinceramente non so come avrei reagito se al tuo posto ci fosse stata una femminuccia, probabilmente sarei stato ugualmente felice, ma sappi che la nostra unica preoccupazione era che tu nascessi sano!
Sorrido ancora quando ripenso a quel bellissimo 20 di agosto: lo stupore sui tuoi occhi socchiusi, il tuo viso lungo, la ciocca indomabile dei tuoi capelli che scendevano fluenti sulla fronte, le lunghissime unghie che nei primi mesi tagliavo con delicatezza e attenzione, la pronta reazione al colpo del martelletto sul tuo ginoc

[continua a leggere...]

   4 commenti     di: Fabio Mancini



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Autobiografico.