Stasera ho voglia di ubriacarmi, si questa sera devo bere. È quello che mi ha detto quando si è avvicinato al mio lettino in spiaggia. Ora sono abbastanza vicina per poter cercare di decifrare gli innumerevoli tatuaggi che porta addosso. Mi pare di vedere un sole sulla spalla sinistra, sulle braccia sono per lo più geometrici, mentre attorno al collo e sui dorsi delle mani ricordano le decorazioni esotiche, tipo quelle che si fanno le ragazze indiane. Tutta quella roba, assieme al piercing sul capezzolo destro, i capelli nerissimi e i suoi occhi sfuggenti, lo rendono estremamente intrigante. La mia amica mi aveva preparata: domani arriva il cugino di mio marito da Milano, è un tipo fico, pieno di tatuaggi.
Dario ha 35 anni, è venuto in vacanza con la madre, ed è proprio un tipo fico.
Si è avvicinato a me perché è da giorni che tutti i suoi cugini gli rompono le palle perché esca con noi. Lasciatelo in pace, deve andare a trovare le sue cinquantacinque morose, e non uscire con noi e i nostri cinquantacinque marmocchi, lo dico ad alta voce. Lui sorride, abbassando lo sguardo; i suoi regolarissimi e bianchissimi denti risaltano sulla pelle color ebano, i piedi giocherellano con la sabbia. Alla fine sentenzia, sei l'unica che mi ha capito. Quella battuta deve aver risvegliato un'esigenza profonda. Ormai la spiaggia è deserta, è quasi l'una, lì sono rimasti solo gli irriducibili: quelli che mangiano quintali di focaccia unta in un metro quadrato d'ombra sotto l'ombrellone. Si alza, e si mette perpendicolare a me sul lettino di fronte al mio. Mi guarda negli occhi e mi chiede se sono sempre così, rispondo di sì, e lui comincia a raccontarmi frammenti della sua esistenza, dopo avermi detto che avrebbe voluto ubriacarsi.
Parte dicendo che la sera prima non è uscito perché aveva litigato con la madre, intuisco che il diverbio potrebbe essere nato perché ha lasciato il marito disabile in una struttura per una quindicina di giorni, il tempo di staccare un
La perla nera, seppur rara e di valore inestimabile, a me non piace, perché io amo i valori spirituali
e "La luce dell'anima, secondo la profezia 21/12/2012 del calendario Maya" introduce con le sue scale cognitive e traduce con le sue poesie istruttive la nuova era spirituale (ultrapallio).
Se Perlanera queste cose non le capisce o non le concepisce non ci posso fare niente, nella mia arca (sono il Noè dell'era moderna!) porterò solo LUOMOKESA (non ha caso si sta spiritualizzando!) che ha coniato la Maiellizzazione, termine che davvero mi piace!
In breve ricordo che sono una persona mite (decano dei medici di famiglia da sempre massimalista!) che rispetta tutti, ma se s'infuoca anche Satana e Belzebù scappano a gambe levate perché, naturalmente, la luce vince il buio!
Perlanera se le tira addosso e, pertanto, "il mercato della casa editoriale" non mi riguarda, tutto ciò che è vile danaro a me non riguarda, anche perché sono l'unico medico che non si fa pagare neanche i certificati Inps!
Non ho bisogno di vendere libri né... di prendere 3 nobel in contemporanea (pace, poesia e medicina) dal momento che sono già stato insignito dall'alto a colpi di sole e stelle e questa volta non scherzo più mandando in campo il bipolare, da me definito disturbo spirituale, per cui le medicine (invece di prenderle io!) le consiglio a psichiatri che non concepiscono l'anima!
Per la cronaca vi riporto ai commenti che hanno portato a questa polemica, ricordando che sulle mie scritture frutto d'insonnia notturna e di lavorio mentale non mi va di esser deriso neanche minimamente (a cominciar da mio nipote e dalla mia famiglia) perché mi costano fatica.
COMMENTO di Perlanera al mio testo "Per la leggenda ci vuole il doppio nome (per la storia basta un personaggio)!
Ho un amico con problemi d'insonnia, gli regalerò il tuo libro. Grazie per la dritta. Buone vendite e buon natale!
MIA RISPOSTA
Ciao Perlanera, è un piacere risentirti. Fammi, però, un po' di
FIGLIA G come dicevo, consegno il profumino accennando al fato che conoscevo la sua figliola. Un po perplesso e con modi consoni alla buona ospitalità, mi invita ad entrare, mi fa accomodare in un piccolo salottino di un blu cobalto, arredato con dei preziosi quadri (opinione mia) e dei fiori recisi freschi posti in un vaso di vetro anchesso a sfondo blu. Il mio spiccato senso di osservatore, se per un attimo mi aveva distratto per ammirare l'ordine e la semplicità del luogo, mi riporta d'istinto alla realtà quando odo il padron di casa che con voce decisa ma garbata, chiama a rapporto tutta la famiglia. Poichè ha lo sguardo a me rivolto, ritengo che io debba giustificare la mia presenze in casa sua. Provo con un po di timore a spiegare come ho avvicinato sua figlia, come ho avuto la fortuna di conoscerla, e, come avevo programmato la mia vita per i i prossimi enni anni in armonia con la compagnia della persona contesa. Evito di spiegare le modalità che si sono susseguiti e con orgoglio accetto la decisione sofferta del papà di G. . Mi autorizza a frequentare la sua casa con il limite di due volte alla settimana e solo nelle ore dove era prevista la sua presenza, premettendo che, era indispensabile che un membro della mia famiglia avrebbe dovuto presentare regolare richiesta di fidanzamento. Spiego che sono orafno di padre e che la mia famiglia ha la residenza a 1500 Km di distanza e che, a limite potevo chiedere ad una mia sorella sposata in un paese della provincia di Trapani, località questa abbastanza vicina da potere affrontare il viaggio come andata e ritorno nella stessa giornata. Mi concedeva questa alternativa che mi permetteva già di considerarmi persona di famiglia. La cosa fu fattibile nel giro di qualche giorno, in effetti mia sorella si rendeva disponibile e da brava siciliana approvava la giusta richiesta. Purtroppo quando al mio comando vennero a conoscenza del fidanzamento, predisposero per il mio trasferimento. Mi consigliai co
[continua a leggere...]Ero seduto sul lettino da campo in un trullo della collina di Noci. "Per piacere, chiamatemi il sergente Aldo Moro", dissi a un gruppo di altri sergenti che sullo spiano erano in attesa di partire per il campo di tiro. Aldo Moro si presentò sulla soglia del trullo alto e ritto col suo solito sorriso sulle labbra. Invitai l'ospite a prendere con me una tazza di caffè che io stesso avevo preparato. Mentre eravamo seduti, iniziai a parlare di politica che era l'argomento da me preferito. Ad un certo punto, dissi a Moro con molta circospezione: "Il fascismo sta crollando per deficienza di basi morali". Poi continuai: "Non si può costruire uno Stato su basi autoritarie come quello che ci governano". Moro annuiva con un cenno del capo mostrando chiaramente di essere d'accordo con me. Quando quelle parole mi uscirono dalla bocca mi resi conto che esse, prima o poi, sarebbero arrivate al comando del campo. Non era la prima volta che esternavo questo mia "pericolosa" posizione politica. Ormai le mie idee antifasciste si erano diffuse tra gli allievi del campo senza che me ne fossi reso conto. Dopo pochi giorni la tromba suonò: era segnato all'ordine del giorno l'adunata della compagnia degli ufficiali del reparto che era alloggiata sotto un tendone. Tutti gli ufficiali erano convocati a mani libere, soltanto io dovevo presentarmi con il bagaglio al piede. Il comandante, indicandomi col dito disse: "Questo elemento sta rovinando il battaglione!"; e, rivolto a me: "Vai via! Noi non abbiamo bisogno di elementi come te!". Del tutto agitato, lanciò delle invettive e, mentre io uscivo dal tendone, avvistai Aldo Moro che veniva verso di me. Anche se in quel momento era consapevole di correre un rischio, mi strinse la mano come per esprimermi la sua solidarietà. Temevo che la cosa sarebbe andata avanti e che sarei stato incriminato per sabotaggio. Allora presi il mio bagaglio e me ne uscii per raggiungere in pullman Monopoli dove si trovava la base del 225° fanteria.
[continua a leggere...]Il pensiero insonne... e le notti in bianco passando dai sistemi da gioco alle scritture di morale e alle poesie in rime baciate... beate loro!
Risvegliandomi alle prime luci dell'alba, in prolungata e sofferente sua attesa, fresco come una rosa (si fa tanto per dire), annegato poco prima in assurdi pensieri di una notte insonne, agitata con sogni, alla scoperta dei misteri della vita, proiettato così verso orizzonti infiniti con spazio e con tempo, mi ritrovo infine, da solo nell'eternità, alla ricerca di amori perduti da tempo e di amori presenti, ma da me lontani per errori di una vita che mi castiga isolato in una stanza con pareti di amori, dove è solo un ricordo che la notte si riposa senza pensieri... e conseguenti scritture, ispirate soltanto da una mente eccitata in preda, purtroppo, a catastrofico protagonismo sotto costante minaccia di ritrovarsi per davvero da sola, umiliata ed afflitta, nel tenebroso precipizio dell'umana vanagloria, coinvolgendo affetti familiari in ansia crescente per le sue insonni scritture notturne.
Si avvicina il Natale e, come da anni ormai mi capita, specie in ricorrenza di sacre festività, lo stare lontano dai miei figli, in questa asfissiante solitudine, mi sollecita un improvviso impulso di prendere carta e penna, strano effetto per uno che si impantanava nei compiti di italiano, mentre adesso trova compagnia in questa sofferta scrittura per dialogare con quella presenza vitale dei miei tre figli che tanto mi mancano.
Questo scrivere vuole essere un modo per inviar loro un messaggio di una certa rilevanza, che metta una toppa alla mia allucinante, forzata assenza di padre.
La vita d'oggi è molto difficile e noi genitori dobbiamo essere gelosi custodi di un dono d'amore tanto agognato, perché le insidie presenti dei tempi correnti, se la sorte ti arride, te lo fan ritrovare con la pelle deturpata da oscuri geroglifici e con aggeggi metallici ovunque infiltrati.
Con la notte insonne (da poco passata) la memor
È un uomo in ombra. È l'ombra di un uomo. Ma esiste. C'è! Come Dio sulle autostrade. O, come Dio, tanto l'ho immaginato e demonizzato, che ho finito col farlo esistere veramente. Comunque è lì, da qualche parte: dietro una finestra, un edificio, qualcosa... E mi guarda, mi segue, mi osserva, mi spia. Sa chi sono, perché sono qui...
È successo questa notte, quando il sogno un'altra volta si è arreso ai miei tornanti e, virando le sue braccia di paesaggi intrusi, ha sguainato la lingua assorbendo fiotti di saliva e di presagi.
Io ero immobile. Il mio corpo lucido, patinato, trasformato in una raccolta di Playman, prigioniero sopra lo scaffale di una libreria d'antiquariato, nascosto tra il terzo e il quarto volume dell'Enciclopedia Britannica e, sopra, occultato da decine e decine di mucchietti della Selezione Reader's Digest.
Lui camminava nervoso avanti e indietro. Guardava continuamente il telefono come se aspettasse la chiamata di qualcuno poi, di tanto in tanto, mi estraeva dalla mensola e, sfogliandomi le pagine d'epidermide sinuosa, scendeva con le dita a governare la turgidità del sesso. Poi il telefono ha squillato. Lui si è precipitato.
"Finalmente," ha detto. "Certo, certo, lo faccia passare.". E proprio in quell'istante ho varcato la soglia, sfoggiando sembianze decisamente più umane -anche se alcune pose osé, durante il presumibile trasporto, mi erano rimaste incollate creandomi un vestiario inusuale: un po' Moschino, un po' Kenzo.
Dentro, il grigio sovrastava e, nella penombra, si mischiava con il nero dettando forme e regole ai contorni delle tenebre.
"Ivano Mimosa?".
La voce greve e celata, ma da qualche parte doveva pur arrivare.
"Eccomi," ho detto, gettando gli occhi verso il baluginìo del suono, cercando di focalizzarne il viso, aspettando che le pupille si dilatassero adattandosi all'assenza della luce.
"Avanti. Entri. Non la mangia mica nessuno.".
Voce d'uomo, antica e gonfia, come
.. se dici a uno che fai la casalinga, Eli, è come se gli avessi detto che fai l'idiota.. non avrai mai rispetto, e sembrerai una che fa della retorica o una fancazzista sfacciata. al fatto che anche quello è un lavoro non ci crede nessuno.. perchè nessuno può credere al fatto che in una casa le cose, non si facciano da sole.. per natura loro.
io, quando uno me lo domanda, dico: sono il direttore amministrativo di una piccola azienda familiare. con successo.
.. ah! ti pagano bene..
eh.. trovare quello che ti paga per fare quello che ti piace fare.. è una vera botta di...
.. io, questa botta non ce l'ho.. ma questo, non lo dico.
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