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Racconti su avvenimenti e festività

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Storie di un radioamatore-uno strano avvenimento

Continua la serie radioamatoriale di Johnny Hill come nel precedente racconto Hill ha vissuto strani avvenimenti realmente accaduti che lo hanno portato al successo come un canta storie per le radio tedesche. Eccovi una sua altra avventura:

Come al solito Johnny Hill era a lavoro, ma stavolta era sulla via del ritorno verso casa. Sulla via del ritorno però si accorse che quella non era una giornata come le altre, ma si ricordò che era un giorno speciale, era la festa della donna ed anche il suo anniversario di matrimonio, perciò decise di fermarsi alla prossima città di passaggio per prendere un mazzo di fiori per sua moglie. Arrivato alla cittadina si fermò, parcheggiò ed entrò da una fioraia e acquistò un intero mazzo di rose. In quell'attimo entrò di fretta una bambina e chiese alla fioraia una rosa rossa per portagliela alla mamma. La fioraia rispose di non averle e di averle appena vendute;J. H. era alla porta e ascoltò la discussione e tornò dietro verso il bancone. J. H. fece conoscenza con la bambina e si fece spiegare dalla bambina ogni cosa, J. H. annuì subito e si offrì di accompagnare la bambina da sua madre, lei accettò e salì con lui sul camion e partirono. Arrivarono in una città un po' distante dall'altra, la bambina riconobbe il posto e fece fermare Johnny Hill davanti ad un grosso cancello, all'esterno J. H. non riconobbe in che posto era, solo dopo entrato vide delle lapidi allora annuì subito che la madre della bambina è morta. Si avvicinarono alla lapide della madre della bambina e gli diede una rosa ma poi ebbe un ripensamento e diede tutte quel mazzo di rose alla bambina chinandole sulla lapide della madre. La bambina lo ringraziò e lo abbracciò con gioia e J. H. se ne andò. Era sera tardi era davanti alla porta di casa ed ora gli rimaneva solo di spiegare alla sua moglie di quello strano avvenimento che gli era capitato.



La "mia" guerra

In tempo di guerra, la seconda guerra mondiale, la casa
di mia zia era sovraffollata di ospiti eterogenei. C'erano molti
bambini, figli di fratelli della zia Adele, che erano lì unicamente per mangiare. Tutto era tesserato e tutto era estrememente scarso. Ma il marito della zia era gendarme pontificio e quindi poteva rifornirsi all'Annona del Vaticano
che aveva di tutto, perfino il pane bianco. Anche lì, tuttavia, c'erano dei limiti negli acquisti e mio zio Eustachio, il gendarme, raccontava che una volta Alcide De Gasperi,
cliente dell'Annona, prese tre filoni di pane. Il commesso
gli fece osservare che non se ne potevano prendere più di due al giorno. De Gasperi, che evidentemente non conosceva
la regola, restituì il terzo filone chiedendo mille scuse. Poi nella casa della zia, che si trovava a Porta Cavalleggeri, vicina
a S. Pietro, c'eravamo noi, mio padre, mia madre ed io.
La nostra casa era stata offerta da mio padre ad un collega che, nel bombardmento di S. Lorenzo, aveva perso la sua.
E infine c'era un giovane nipote di zio Eustachio, un ufficiale
che l'8 settembre aveva lasciato l'esercito e si era unito ad una brigata di partigiani insieme con il fratello più giovane.
Questo rendeva la casa un luogo pericoloso: spesso venivano
compagni del giovane ufficiale e tutti si chiudevano in una stanza dove rimanevano a lungo per progettare i loro piani.
Io, allora, avevo quindici anni e chissà che cosa avrei dato
per unirmi al gruppo di "cospiratori". Non lo chiesi mai. Sapevo che la risposta sarebbe stata negativa.
Eppure in quella comunità così eterogenea si era creato
un legame e, insieme, vivemmo momenti anche divertenti.
Una sera eravamo raccolti tutti, tranne l'ufficiale, attorno ad
un tavolo, a lume di candela a causa dell'oscuramento
imposto dai tedeschi che occupavano Roma. Lo zio Eustachio
raccontava storielle e barzellette. Ne stava raccontando una piuttosto macabra: un riccone, avendo perso una gamba si
era fatta costruire u

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Primo romanzo

Il pomeriggio d'autunno mi imponeva di camminare a testa alta; lo sguardo spaziava tra gli alberi multicolori, mentre il vento strappava ai rami le stanche foglie gialle e rosse che, volteggiando come piccoli ballerini, andavano a depositarsi sull'asfalto grigiastro. Pensieri bambini affollavano la mente accavallandosi: se mai avessi dovuto rinunciare ad uno dei cinque sensi, di certo non avrei scelto la vista. I colori erano da sempre ciò che di più bello potevo immaginare e camminando con gli occhi che si beavano di quel vorticoso movimento rosso e giallo, nel cielo di nastri nuvolosi e azzurro intenso, mi chiedevo come un cieco li immaginasse. A intervalli regolari, me lo chiedevo da molto tempo, da molto prima che piccole rughe persistenti e odiose avessero segnato i confini del mio viso irregolare e tragico.
Nell'occhio entra la luce, l'immagine e il colore. E sarà il cervello, mi dicevo, che lo percepisce, probabilmente in una tonalità che varia da individuo a individuo, nel senso che io, M., vedo un rosso e un giallo che non è quello che vede C. guardando le stesse foglie. Ma un cieco dalla nascita, che conosce solo il nero, come farà a pensare un giallo e un rosso?
Avevo un senso di disagio crescente al protrarsi di queste riflessioni che continuavano anche se io non le tolleravo. Così, decisi di affrettare il passo, lungo quella strada conosciuta e sempre uguale, che ho visto mutare nel corso delle stagioni, un numero infinito e sempre finito di volte.
Ventuno minuti di percorso: il ritmo di una passeggiata, qualche volta ignara di lettura intensa. Non amavo l'auto pur considerandola una necessità, e non amavo le persone, perché pensavo fossero una minaccia per il mio già traballante equilibrio interiore. Perciò camminavo spesso a testa bassa o a testa alta, quando non leggevo. Dovevo avere un aspetto terribilmente inadeguato - me lo dicevo spesso - visto dall'esterno; ma la mia incolumità spirituale valeva l'atteggiamento estraneo

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Medusa 3th

23 Giugno 1992, a circa 20 km da Città del Capo (Sudafrica), avviene una scoperta senza precedenti in un laboratorio militare ad opera di uno staff di scienziati guidati dal professor M. K. C., fuoriuscito dal’ URSS, di origine ceca, collaboratore di Menghele.
Mettendo frutto ricerche ultradecennali iniziate su cavie di detenuti dei campi di sterminio nazisti e continuate in un laboratorio segreto aggregato ad un gulag in Siberia, lo staff di 15 scienziati è giunto alla creazione di para-virus dalle caratteristiche straordinarie.
Il para-virus, batezzato MEDUSA 3th, ha la proprietà di collegarsi ai giunti proteici tra le cellule sinaptiche e i neuroni.
Questo avviene solo in presenza di specializzazioni ritualistiche e ripetitive tipo “pensieri dogma” che permangono nella mente invariati per lungo tempo determinando un processo neuronale stabile, per cui su queste zone “stabili” o specializzate, MEDUSA 3th, come una chiave, programmabile a priori, con la sua serratura, completa il ganglio tra cellula sinaptica e neurone determinandone la separazione, producendo contemporaneamente una forma anomala di RNA in grado di alterare progressivamente la stessa natura delle cellule sinaptiche impedendo a loro la possibilità di mantenere il legame con i filamenti neuronali.
La patologia che ne deriva è simile alla sindrome di Alzheimer ed irreversibile.
Il bersaglio sono i milioni di “fedeli”, osservanti di qualsiasi confessione religiosa o ideologica, che non prevede la messa in discussione dei dogmi.

Comunicato 44-b12-medusa-w
Central Intelligence Agency del 12 Marzo 2001



Somiglio a mio padre

Somiglio molto a mio padre,
Come lui ho capito fin da piccola che" il non esser nati "non sarebbe stata una gran perdita
Non che lui non se la sia goduta questa vita, fino a venti anni fa circa ha fatto di tutto per renderla colorata e briosa...
Ma il tempo che passa spegne l'entusiasmo, tutto diventa meno uniforme, i contorni si sfumano...
Mio padre perse la vista nel momento in cui avrebbe potuto godere una serena vecchiaia, il non poter più leggere fu per lui una condanna a morte
-Ma non disse niente, si abituò ad una fioca luce, e poi pian pianino al buio quasi completo-
In casa si muoveva come i gatti, secondo me lui era la reincarnazione di un micione Per quanto riguarda le vite, ne ha avute almeno sette
Ogni compleanno che arrivava mio padre ci diceva "guardate che questo é l'ultimo".. e a seguito ci faceva un comizio su come avremmo dovuto comportarci alla sua dipartita
Ci diceva che non voleva lacrime ma solo sorrisi, che avremmo dovuto fare una cena alla sua memoria, ma in allegria non in tristezza

Mio padre era un uomo semplice ma intelligente., aveva una discreta cultura generale, e gli piaceva ingenuamente sfoggiarla... Ma soprattutto ci voleva far capire il senso di questa vita.
Le lettura sulle religioni e di filosofia lo avevano portato ad essere quasi ateo.
Dico quasi, perché in fondo al tunnel quando ormai sei quasi arrivato speri di trovare una luce forte... E mio papà credo che negli ultimi anni della sua vita alla sua maniera abbia trovato un suo credo personale,
di dubbi, di speranza, di luce...
Da lui ho imparato a non aver paura, perché fino in fondo lui non ne ha avuta...
Mi diceva che la morte propria non esiste, non la vedi, e che fin quando sei vivo sei eterno...
Credo che come tutti gli esseri viventi lui abbia avuto difetti e pregi... Ma entra nel cuore la parte migliore che ci ha lasciato
Entra l'amore...
Con un sorriso papà ripeto quello che vuoi venga scritto sulla tua tomba:
" MAI BENE COME ORA ".

con a

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   0 commenti     di: karen tognini


L'infanzia di dell'appuntato Catarella

A Caterella il commissario Montalbano ha sempre fatto pensare ad uno sceriffo del Far West. Le gambe un po' arcuate, la camminata dondolante di chi sembra appena sceso da cavallo, i modi ruvidi, il cuore buono e la pistola nella fondina. Eh si, non può fare a meno di immaginarselo con il cappellone e la stella luccicante al sole, come gli sceriffi che vedeva da bambino al cinema del paese. Catarella abitava in campagna da bambino. Quella campagna aspra ed un poco avara che si estendeva nei dintorni di Agrigento, macchiata dal verde degli agrumeti e polverosa come il paesaggio della sfida all'Ok Corral.
Catarella viveva con gli zii, il papà era emigrato in America con il sogno di una terra d'oro, ben diversa dalla terra di fatica e pianto dove era nato e cresciuto. E quella terra fantastica doveva averla trovata e doveva esserne restato ammaliato, tanto che, dopo qualche anno, aveva smesso di mandare i soldi a casa e si era pure dimenticato di avere moglie e 5 figli. La mamma era morta giovane, sfinita dalla fatica che gli anni del dopoguerra imponevano a chi aveva pochi soldi e tante bocche da sfamare, spenta dalla vergogna di essere una vedova pur avendo marito.
Non c'erano state carte, documenti e bolli, non era così che funzionava dalle sue parti. Lo zio Calogero, fratello della mamma, lo aveva preso con sé, e la zia Adelina aveva avuto un figlio in più da crescere a pane, panelle e legnate. Le sue quattro sorelle erano andate in un istituto di suore, erano femmine troppo delicate per poter lavorare nei campi, ed allo zio servivano braccia forti, anche se infantili. La domenica si stava tutti insieme, intorno al grande tavolo della cucina, perché gli zii erano dei buoni cristiani, e volevano comunque tenere la famiglia unita. Intorno a quella tavola erano 13 persone, e tra di esse 11 erano ragazzini. Erano belle quelle domeniche! Le sorelle arrivavano dall'istituto con i loro vestitini a righine, e portavano dentro canovacci annodati le uova, il caci

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   0 commenti     di: Simona Durante


Profeti di speranza: Aldo Capitini

Aldo Capitini (1899-1968) fu ed è un profeta di speranza laico. Fu un profeta ai suoi tempi quando, avendo vissuto la Prima Guerra Mondiale da adolescente, sentì "un interesse e una solidarietà intima col problema di chi soffre, di chi non può agire, di chi è sopraffatto..." e quindi maturò il rifiuto della guerra. Lo fu quando, con l'avvento del fascismo, previde, per l'Italia, un futuro buio e denso di sciagure.

Partendo da questa previsione decise di iscriversi, nel 1933, alla facoltà di filosofia, per costruire la giustificazione dell'opposizione al fascismo. Questa scelta fu dettata dalla sua convinzione dell'intima unione di teoria e prassi, convinzione che è uno dei punti focali del suo complesso pensiero espresso con un linguaggio appassionato, a volte poetico, coinvolgente. Marco Revelli individua al centro del pensiero di Aldo Capitini la Nonviolenza che necessariamente scaturisce dall'unità sostanziale di tutto il genere umano. Ammiratore di S. Francesco e di Gandhi (ma più di Gandhi perché Francesco appartiene al Medioevo e il Mahatma, invece, alla modernità) Capitini si definisce laico religioso e viene definito da Lanfranco Mencaroni apostolo laico. C'è infatti in Capitini una religiosità profonda, antistituzionale e antidogmatica, definita "aperta" e cioè senza discriminazioni, né religiose, né etniche, né razziali. Quando ho letto nella sua autobiografia questa affermazione: " Il Dio per me sarà il Dio della liberazione di tutti" ho potuto misurare tutta la grandezza profetica di questo grande e umile perugino che, negli anni Trenta anticipa la Teologia della liberazione. La religione, per Capitini, come nota Vigilante in un saggio, è farsi infinitamente vicini ai drammi delle persone. Nel 1944 Capitini organizza i C. O. S., centri di orientamento sociale che non dovevano sostituirsi ai Partiti ma precedere la loro struttura e dovevano avere la funzione di sollecitare la gente ad interessarsi alla gestione pubblica. La sostanza

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