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Racconti su avvenimenti e festività

Pagine: 1234... ultimatutte

Natale

Ed eccoci qua...
Anche quest'anno il Natale è ormai alle porte... In ogni angolo delle città, è tutto un'intermittenza di lucine colorate.
Alberi e viali illuminati...
Dai balconi delle case, pendono strani   "pupazzi vestiti di rosso", intenti a salir la scala ed intrufolarsi negli appartamenti a lasciare, per la gioia dei più piccoli, una caterva di  regali.. alcuni utili, altri privi di qualsiasi significato...  
Le vetrine dei negozi  sono vestite a festa, con gli abiti più lussuosi e scintillanti che mai...
Glitter e paillettes sono le parole d'ordine...
Rosso, argento ed oro... I colori del Natale (li chiamano)
Volantini, cartelloni e brochure dei grandi magazzini, sono stati  disegnati, colorati e riempiti apposta "di Natale"...
 
Come formiche, ci si accalca nella mischia, per accaparrarsi gli ultimi regali... Che poi... il più delle volte, non sono apprezzati, perchè destinati a persone sbagliate delle quali ci si è ricordati all'ultimo istante, oppure perchè , solo il giorno prima, qualcuno che non era nella lista ci ha fatto un pensierino e allora bisogna sdebitarsi...
Folli corse al giocattolo più grosso che c'è... poco importa se idoneo o no... poco importa se dietro quel gioco qualche bambino ( magari della stessa età di colui al quale  è destinato quel gioco), abbia dovuto dimenticare cosa sia la gioia di un regalo o semplicemente smettere di giocare perchè ha necessità di lavorare..
Nelle case poi... impazza la mania dell'albero più grosso ed addobbato... Quasi ci fosse un premio da vincere...
C'è di tutto su quei rami... Palle colorate, ma rigorosamente colori che nn facciano a botte tra loro (un po' come si fa con i vestiti ) rosse e dorate, al massimo argentate, ma mai e poi mai aggiungerne altre di colore blu, tutto al più bianche o trasparenti con leggere sfumature... Se poi sono di vetro e  soffiate a bocca... ancora meglio...
Pupazzi di stoffa (uno per ogni forma)... ghiaccioli pendenti e per finire... f

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   1 commenti     di: Lucia


Era ancora notte

Mi svegliai di soprassalto, era ancora notte fuori dalla finestra. Nella stanza l'aria era pesante e tetra, buia e piena di insidie. Amavo il disordine, il mio disordine, d'altra parte ero e sono tuttora un ragazzo come tanti, uno di quei fuori sede che non ha voglia di sistemare due magliette e qualche libro. Era ancora notte fuori dalla finestra, ed era notte anche dentro la mia stanza. Il mio coinquilino ancora dormiva, ed io non avevo il coraggio di alzarmi dal letto e di guardare l'orologio. Non potevo guardare l'orario sull'orologio che avevo appeso al muro, come ho detto la stanza era buia, ma soprattutto detestavo il ticchettio delle lancette mentre studiavo, da cui la decisione di comprare un orologio per il solo fine estetico. Trovai allora la forza e la determinazione di arrivare fino alla scrivania per prendere il cellulare. Tanto vicina al letto, la scrivania, eppure tanto lontana da non essere raggiungibile stendendo la mano. Dovevo proprio alzarmi. Sul display l'orario dava l'impressione di essere insolito. Il mio sguardo non era abituato a metabolizzare quei numeri in quelle condizioni: erano le cinque meno un quarto. Ed era primavera, non avevo lezione, era un sabato di primavera, un caldo sabato di primavera, soleggiato e molto sereno. Eppure ero già sveglio. Sbrigate le prime faccende personali post-sveglia decisi di non perdermi d'animo e di iniziare la giornata con il sorriso e con belle intenzioni per il futuro. Un esame alla porte equivale ad una grande mole di studio; per cui mi rimboccai le maniche e mi misi a leggere qualche pagina del fantastico manuale di biologia che avevo in dotazione, sperando che il cervello fosse abbastanza risposato e pieno di buoni propositi per ricordare qualcosa di quello che stavo leggendo. È inutile dire che la mia iniziativa ebbe insuccesso. I pensieri continuavano a distogliere la mia attenzione dal fantastico mondo della cellula. Le paresti piene di poster, il silenzio, il disordine, tutto troppo perfetto

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   0 commenti     di: Emanuele


Disfa (I, II e III)

I


-Piove
-Certo che piove.
-Piove.
-E dove sta la novità? Certo che piove.
-Piove
-A volte mi sembri ritardato.
-Ma tu il rumore lo senti ancora? Della pioggia intendo.
-No, no che non lo sento. Tu lo senti?
-Non lo so. Non mi ricordo tanto bene il rumore che faceva, penso succeda così ad ascoltare qualcosa per troppo tempo.
-Si è confuso.
-Sì, è confuso.
-Se qualcuno mi chiedesse che rumore fa la pioggia non lo saprei dire.
-Descrivere
-Sì, descrivere.
-Sai, non credo che stare qui a pralarne possa risolvere il problema.
-Bè? E cosa vuoi fare allora?




Giovanni se ne sta a pesare centodieci chili sulla poltrona. L'acqua è arrivata a coprire le scarpe, e neanche lui sente più il rumore della pioggia.
Guardava la televisione, è così che passava il tempo, ma adesso l'acqua ha intaccato i cavi elettrici, o chissà che cosa, non funziona più niente. Neanche lui sa bene come abbia fatto a non morire fulminato.
Per qualcuno del suo peso, è più facile che l'acqua penetri nei tessuti, nella carne, e vada a gonfiare nella fattispecie i piedi, che ora gli sono diventati due masse morbide e inutilizzabili.
Vive in un monolocale. Non usciva prima e non uscirà adesso. Non si alza, e non si capisce se sia perchè ormai non potrebbe neanche più, o se semplicemente non lo desideri. La televisione è spenta, la finestre chiuse, e fuori è grigio. A guardare la porta, non che lui lo possa fare (la poltrona le dà le spalle e di girarsi di 180 gradi non se ne parla neanche, non che comunque la poltrona sia fatta per agevolare quel particolare tipo di movimento, imbevuta o meno di liquido) la si vede gonfia nella parte inferiore, e probabilmente bloccata. Quando la pressione esterna sarà troppo forte, questo è certo, la porta cederà. Per ora, il livello dell'acqua si alza forse di un millimetro al giorno, e ogni giorno mezzo millimetro in più di piede (caviglia, gamba) se ne va a raggiungere la massa molle dei piedi.

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Elemosina

Se ci si siede nei tavoli del caffè Campari a Pavia si ha l'occasione di vedere un individuo singolare che fa la spola tra le macchine ferme davanti al semaforo
nei pressi dell'incrocio.
Indossa sempre un giubbotto impermeabile ed un cappellino di lana, si avvicina
ad ogni macchina fa un inchino ed apre le sue mani vuote nell'attesa che su di esse venga poggiata qualche monetina.
Nove volte su dieci viene ignorato mentre i conducenti approfittano della sosta per
smanettare con il telefonino.
Una fanciulla seduta in un tavolo accanto ha appena mandato a quel paese il suo moroso dicendogli a telefonino; "Vaffa..." questo è il nuovo linguaggio comunicativo esplicito e lapidario ghigliottinato negli sms ma efficace.
Una vita virtuale condotta da molti mentre quella vera scorre inesorabilmente
senza interruzioni ed alla quale, mi duole dirlo, tanti, tantissimi non partecipano.
Quel povero illuso seguita ad umiliarsi tra una macchina e l'altra, mentre agli
altri la sua figura è totalmente invisibile.
Mi chiedo che senso abbia, oggi, parlare di solidarietà e di condivisione e dei
valori della vita che vengono sempre più disattesi a favore di una virtualità
che ci sta divorando come il "nulla" della Storia infinita.
La vita quella vera latita e Diogene invano circolerebbe con la sua lanterna alla
ricerca dell'uomo "vero", un uomo capace di comprendere la sua natura di essere
finito e di condividerla con il suo prossimo.
Siamo in un momento in cui l'infinito è inteso come finito e viceversa.
Osservo ancora quell'omino dalla faccia contristata che, ogni tanto, guarda, traendoli dalla tasca i pochi spiccioli raccolti contandoli mentre dal suo volto
scende una lacrima.
Tra poco sarà Natale e mi chiedo come potranno celebrarlo coloro che vivono
nel virtuale che oggi, purtroppo, rappresentano la maggioranza.
Avranno il Babbo Natale o l'albero sullo sfondo del telefonino o dell'hi-phone o
del notebook, pochissimi si ricorderanno del Presepe.
Si

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Perchè Pulce

Mi sono accorto di aver definito le mie allieve, PULCI! E devo, come è d’obbligo darvene una spiegazione:
sono Pulci perché Saltano, saltano di gioia quando sono felici, saltano per la rabbia quando gli va giù dura la vita, saltano i pasti, nella stupida anoressica ricerca del “fisico”;
saltano le lezioni, credendosi furbe, saltano i preliminari con i galletti della scuola credendosi già
donne fatte!

Insomma le vedi saltellare da un canto all’altro sempre ipertese, ipertoniche, parlano a scatti,
scrivono sms sempre più corti e criptati, e talvolta mi mettono le k e i nn nei compiti in classe!

Ed io, io come il domatore di pulci dei circhi di beneandata memoria, cerco di tenerle a freno,
cerco di dialogare con loro mettendomi a loro livello, cerco di conoscere la loro musica, i loro
idoli sportivi e non, cerco, in buona sostanza di fare il mio dovere, essere a disposizione delle mie
piccole PULCI non solo per parlar loro di Leopardi o Foscolo, ma anche quando vogliono saperne di più sull’Eutanasia, sulla Guerra o sull’Infibulazione!

Ho litigato più che ferocemente con la Signora Preside, perché secondo lei vado oltre ed al di fuori del mio compito istituzionale; devo attenermi al programma d’istituto e PROSIT!

Ma io seguo il mio cuore, e lui, il piccolo muscolo ormai sclerotizzato dall’età e dalle molte coltellate ricevute, mi dice che ho ragione io, che è giusto che le Pulci abbiano uno straccio di confidente, un punto di riferimento quando si sentono in alto mare.

Le guardo, quando in gruppetti disomogenei, chiacchierano del più e del meno, le sigarette a stento
nascoste, il fumo sbuffato fuori velocemente e in modo ridicolo.
Le guardo, quando fanno il filo ai Bullibelli, durante la pausa, tutti ammassati al “bar” della scuola.
Le guardo, quando riflettono su cosa scrivere nel tema, senza dire troppe sciocchezze ed evitando l’uso di parole che poi io, potrei chiedergliene ragione.
E quando non saltan

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   8 commenti     di: luigi deluca


Il giardino e la finestra

"Joanie, toglimi una curiosità: perché ci siamo lasciati?"
"Bobby, perché eri un egocentrico scorbutico."
"Joanie, sempre a farla più grande di quello che è. Abbiamo avuto una bellissima vita insieme, abbiamo avuto un bambino dagli occhi azzurri, un letto d'ottone, una cassa piena di ricordi, un pianoforte da quarantacinque dollari e due cappelli. E tu ancora sottolinei i miei difetti."
"Mi hai lasciato per vivere con cinque marmocchi polverosi e una strega con i capelli ricci."
"Ero un immaturo, un incapace, e lo sai. Tutto quello che sono ancora, forse."
"Di certo, Bobby. Di certo."
"Il punto è che sono diventanto quello che mai avrei voluto essere. Un insoddisfatto cinico, che pretende il rispetto e l'affetto delle altre persone. Soprattutto di quelle che hanno sempre saputo che tipo di persona ero. Come te."
"Io e te non siamo destinati alla felicità. Ricordo ancora tutte le volte che mi hai deluso. Non può esserci nulla tranne che il ricordo fra me e te."
"È qui che ti sbagli, Joanie. L'amore non è l'avvampare del fuoco, la tormenta, la tempesta. L'amore è quello che resta, le ceneri del focolare, il leggero manto della neve che ricopre le terre, le ultime onde segno di qualcosa di più terribile. L'amore è quello che resta, e quello che ci meritiamo dopo le nostre battaglie. La guerra è finita. Sei libera."
"La guerra non è finita, per me accettare la fine significa accettare la morte della libertà di ribellarmi. La morte della mia stessa essenza."
"Cresci, tesoro."
"Non crescerò finché potrò essere libera e felice."
"Perché non vuoi accettare e finalmente essere felice con me e con te stessa?"
"Accettare cosa?"
"Accettare che sei una meravigliosa donna, che hai passato la tua vita con il tuo cuore affacciato sul mondo, e ora è tempo di affacciarlo sulla finestra del tuo giardino. E da quella finestra, se guardi giù, vedi me. Ti aspetterò per tutte le notti buie che caleranno su di noi, per tutte le

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   6 commenti     di: Juliet Labourne


Rosso

Il Professor Redford era fuori di sé, come sempre più spesso accadeva.
Seduto sulla sua poltrona, coperto da un plaid a quadri verdi e blu, farneticava nel suo mondo come sospinto su una zattera alla deriva.
Dietro di lui il balcone lo illuminava lasciando visibile solo la sua silohuette. Sapevo che i suoi occhi mi osservavano senza vedermi, mentre mi avviavo verso l'altra poltrona che gli stava di fronte dopo averlo salutato con affetto.
"Buongiorno Professor Red " gli avevo detto con un sorriso.
Era stato il mio professore d'inglese del liceo. Era gallese e se ne vantava. Aveva un buon accento italiano, non comune fra i parlanti anglosassoni e un aspetto poco britannico quanto il passato da rugbista. Era infatti un uomo di piccola statura, piuttosto leggero, con folti capelli neri picchettati di grigio. La stempiatura lo faceva somigliare a Lev Trotsky di cui condivideva anche l'ideologia; per questo nel nostro istituto tutti lo avevano soprannominato professor Red.
John Redford mi aveva osservata per un attimo e aveva sorriso dicendo:
"Ciao cara, da quanto tempo!"
Ero stata da lui il giorno prima, ma non lo ricordava.
"Siediti qui" aveva detto battendo col palmo della mano su un pouf che gli stava vicino, alla luce del balcone che affacciava sulle montagne viola, nel tramonto immobile. Seguendo il suo comando, mi ero seduta in silenzio, mentre lui si era girato a guardare fuori, poi mi aveva osservata nuovamente. Il suo sguardo faceva riaffiorare i miei ricordi.
Indietro nel tempo, mi rivedevo all'entrata del liceo, mentre mi spiegava quanto fossero importanti le acca aspirate nell'inglese standard. Mi parlava ed io pensavo di non aver mai visto in vita mia occhi più belli: un blu chiaro, compatto, intenso come certi mari lontani. Doveva essersene accorto, poiché ci eravamo interrotti in un breve silenzio imbarazzante senza alcun seguito.
Alla luce limpida che ci avvolgeva dai vetri del balcone, i suoi occhi erano ancora intatti, escluso per un

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