Correva da talmente tanto tempo da non riuscire neppure più a sentire il dolore alle gambe, quasi non fossero più parte del suo stesso corpo. Il bagliore dell’incendio alle sue spalle ormai era scomparso, eppure il giovane vedeva ancora la luce danzante inseguirlo sempre più vicino…
Così continuò a correre, giù dalla collina attraverso i filari di viti, per il campo di granturco, con le piante che gli sferzavano le braccia e le gambe, sempre più doloranti… e ancora attraverso un rigagnolo e poi di nuovo giù per un’altra collina.
Cadde, stremato, sulla terra annerita da un diverso, ma altrettanto devastante, incendio.
Si rialzò faticosamente e ricominciò a correre, furiosamente, disperatamente, come braccato dal demonio in persona.
Finalmente raggiunse i resti bruniti di una piccola casupola, la stessa che aveva visto dall’alto della collina. Sapeva di non essere ancora al sicuro, eppure non poteva più continuare a correre, doveva lasciar riposare almeno un poco il suo corpo esausto.
Cadde in ginocchio.
Si rialzò faticosamente, trascinandosi, e infine si abbandonò contro un muricciolo diroccato, quasi senza accorgersene si addormentò.
Riaprì gli occhi e si accorse con orrore di essere ancora nel monastero. La sua corsa era stata inutile? Lo avevano già trovato e catturato? O forse la corsa e la fuga erano stati solo un dolcissimo sogno e ora era tornato alla crudele realtà?
Intorno a lui uomini e ragazzi urlavano in preda al panico, mentre correvano in tutte le direzioni per mettersi in salvo e dal fuoco e dai colpi di pistola, lui era come paralizzato, non riusciva a muovere un muscolo. Continuava a fissare la porta ed ecco arrivare il Priore: il volto sereno, mentre si avviava verso i suoi carnefici, le mani rudi che lo afferravano, il povero saio che si lacerava e infine i colpi di spranga sulla schiena e le braccia nude. Miguel cercò di distogliere lo sguardo, non voleva e non poteva assistere a quella scena, eppure in quel
Era il 21 luglio 1969, la notte dello sbarco del primo uomo sulla luna. Io ero incinta del mio secondo figlio. Il primo, che aveva due anni, dormiva beato. Mio marito e i miei genitori erano andati a dormire anche loro, snobbando l'evento.
Io m'incollai davanti al televisore per seguire tutte le fasi dell'operazione commentate e spiegate con chiarezza e competenza dallo scienziato Enrico Medi. Non ricordo esattamente quando Armstrong posò il suo piede, leggero come una farfalla, sul suolo lunare. Ma doveva essere l'alba.
Ero così eccitata e stupita e percorsa da mille pensieri che non andai a dormire. Tanto il sonno non sarebbe venuto.
Gironzolai un po' per casa, feci fare colazione al mio primogenito e quando aprirono i negozi andai a fare la spesa.
Mi sembrava che a sbarcare sulla luna fossi stata io, tanto ero stordita, confusa e barcollante. Mi sembrava di vagare nello
spazio.
Perché vi sto raccontando la mia notte della luna? Perché in questi lunghi anni il mio entusiasmo di quella notte si è
volatizzato e la mia mente si è affollata di mille perplessità e domande. Dante, in un Canto dell'"Inferno" fa dire a Ulisse: "Nati non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude
e canoscenza". D'accordo, padre Dante, la conoscenza l'abbiamo acquisita, ma la virtude? Le mille perplessità e
domande in realtà si concentrano in una domanda per me fondamentale: le conquiste spaziali che fecero seguito a quel
primo passo leggero come farfalla, hanno portato vantaggi all'umanità? È legittimo chiederselo, sollecitati anche dalle
famose parole di Armstrong: "Questo è un piccolo passo per l'uomo ma un balzo gigantesco dell'umanità" I vantaggi indubbiamente ci sono. L'uso dei satelliti, per esempio, ci permette forme di comunicazione impensabili appena cinquanta anni fa. Le sonde spaziali esplorano pianeti lontanissimi da noi. Pare che su Marte ci siano segnali di possibili forme di vita. Correggetemi se sbaglio. Ma i vantaggi, tutti i vantagg
23 Giugno 1992, a circa 20 km da Città del Capo (Sudafrica), avviene una scoperta senza precedenti in un laboratorio militare ad opera di uno staff di scienziati guidati dal professor M. K. C., fuoriuscito dal’ URSS, di origine ceca, collaboratore di Menghele.
Mettendo frutto ricerche ultradecennali iniziate su cavie di detenuti dei campi di sterminio nazisti e continuate in un laboratorio segreto aggregato ad un gulag in Siberia, lo staff di 15 scienziati è giunto alla creazione di para-virus dalle caratteristiche straordinarie.
Il para-virus, batezzato MEDUSA 3th, ha la proprietà di collegarsi ai giunti proteici tra le cellule sinaptiche e i neuroni.
Questo avviene solo in presenza di specializzazioni ritualistiche e ripetitive tipo “pensieri dogma” che permangono nella mente invariati per lungo tempo determinando un processo neuronale stabile, per cui su queste zone “stabili” o specializzate, MEDUSA 3th, come una chiave, programmabile a priori, con la sua serratura, completa il ganglio tra cellula sinaptica e neurone determinandone la separazione, producendo contemporaneamente una forma anomala di RNA in grado di alterare progressivamente la stessa natura delle cellule sinaptiche impedendo a loro la possibilità di mantenere il legame con i filamenti neuronali.
La patologia che ne deriva è simile alla sindrome di Alzheimer ed irreversibile.
Il bersaglio sono i milioni di “fedeli”, osservanti di qualsiasi confessione religiosa o ideologica, che non prevede la messa in discussione dei dogmi.
Comunicato 44-b12-medusa-w
Central Intelligence Agency del 12 Marzo 2001
Quasi tutti la chiamavano l'Americana. O Annina la matta.
Per pochi ancora restava semplicemente Annina.
Se ne andava in giro a tutte le ore, da sola, per le strade del paese, vestita in modo eccentrico e sempre con un cappello grigio in testa. Sempre lo stesso, estate e inverno, per quante estati e per quanti inverni visse ancora.
Era una donna di bell'aspetto e di bel portamento, nonostante i suoi settant'anni passati quasi tutti a spezzarsi la schiena sulla terra arida più dura della pietra dalla quale mieteva, insieme al marito e ai tre figli, allora tutti pelle e ossa, spighe di grano alte non più di un palmo, che sarebbero diventate pane scuro per tutta la famiglia.
Rimase vedova presto, Annina, e si vestì di nero. Mai cedette alle lusinghe di altri uomini perché nessuno era disposto a risposarsela con tutti i suoi tre figli. E quando si presentò don Alessio che prometteva "amore e avvenire ai tuoi figli pur di avere te", Annina si fissò sul finale delle parole del ricco pretendente e comprese in un baluginare rapido di pensieri che ai suoi figli sarebbe toccato sempre un secondo posto rispetto a lei a causa della sua bellezza di cui il riccone si era invaghito.
Fu un no deciso che le costò, unite agli enormi sacrifici che si preparava ad affrontare da sola, invidie e antipatie.
Ma che si permetteva di fare quella donna che non aveva neanche gli occhi per piangere!
Nessuno era riuscito a penetrare nel suo cuore puro, né lei si preoccupò mai di svelarsi e così avvenne che la sua profonda dignità passò per superbia. Da allora rigò dritta per la sua strada che diventava sempre più dura fino a quando Clementino, Nicola e Benedetto non si fecero, in mezzo agli stenti, giovani uomini pieni di salute e di forza.
Il primo si trovò una moglie tra le ragazze che lavoravano come lui la terra. Se la rimirava con gli occhi pieni di desiderio mentre erano tra i covoni di grano e nascondevano appena i loro tentativi maldestri di toccarsi le
Vivevo da impiegato di una grande azienda. La mattina venivo svegliato dal penetrante suono della sveglia e iniziavo ad imprecare. Imprecavo mentre mi alzavo dal letto, imprecavo mentre spegnevo la sveglia, imprecavo mentre mi spogliavo del mio pigiama e imprecavo mentre eseguivo il rituale mattutino della doccia.
Il risveglio è duro durante i giorni lavorativi, ma per fortuna c'è la colazione. Ogni mattina un cornetto caldo, fumante, ripieno di nutella e un cappuccino dalla schiuma bianca e densa, ricoperta di un sottile velo di cacao. Un incoraggiamento e un incentivo per la dura giornata lavorativa che stavo per affrontare: otto ore di lavoro, spezzate da una meritata pausa pranzo.
In condizioni normali la pausa pranzo è un'ora in cui si stacca la spina, si lascia il lavoro alle proprie spalle e si va a mangiare un boccone con i colleghi. Invariabilmente si finisce per parlare di lavoro.
Ogni giorno ci riproponiamo di non farlo. Iniziamo a parlare di calcio, di politica, di donne e di motori, ma alla fine ricadiamo sempre sul lavoro. Proviamo a smettere. Discutiamo del cibo che stiamo mangiando, ricordiamo cene pantagrueliche o sbronze epiche, parliamo dei viaggi, della moglie che vorremmo affogare, del periodo in cui eravamo ancora studenti spensierati. Poi riprendiamo a parlare di lavoro.
Quel giorno le cose andarono diversamente. Eravamo andati a pranzo al solito posto, una trattoria gestita da Maria, un tipo simpatico e con qualche rotella fuori posto. Lei ci vide un po' giu di morale. La giornata era stata molto fiacca. Era un periodo di vacanza e non c'era niente da fare. Inoltre il caldo, l'umidità e la noia ci avevano resi particolarmente apatici. Maria scambiò con noi le solite quattro chiacchiere, ci chiese se ci erano piaciuti i cannelloni e ci offrì il caffè. Ma prima ci chiese se volevamo assaggiare una fetta di dolce. Era un dolce speciale, che aveva preparato con le sue mani.
Maria non vende dolci industriali. Li prepara tutti le
... quell'anno ci fu un'eclisse totale. di sole. il 29 marzo alle 12, 37 circa in Italia. fu visibile per non più del 60% in Italia. invece, nel nordafrica del 100%. anche da noi ce ne sarà una del 100%, ma nel 2080.
ho calcolato che, smettendo adesso di fumare, avrei il 100% di probabilità di allungarmi la vita. di almeno dieci anni.
considerando la vita media del mio patrimonio genetico, che si aggira sui novanta anni. e che potrei avere il 70% di probabilità di onorarlo(il patrimonio genetico). aggiungendo i dieci anni recuperati in astinenza da sigarette, potrei arrotondare a 100 la mia speranza di vita.
ma bisognerebbe partire da zero, e non da 47. il calcolo non oltrepassa la data del 2059, nel migliore dei casi.
mancherei il bersaglio di 21 anni.
auguri a tutti quelli che hanno meno di tre rughe...
Non molto tempo fa, Yuri, un pastore ucraino, aveva un gregge di cinquantasette capre hircus o changthangi, il cui vello è utilizzato per il cashmere.
Bellissime e morbide. Tutte bianchissime. Sono animali molto rari e preziosi e lui ne andava proprio fiero.
Yuri le riconosceva così bene che aveva dato un nome a ciascuna.
Passavano l'estate sui Carpazi e l'inverno in un ovile fuori Chernobyl, al confine con la Bielorussia, vicino alla centrale nucleare V. I. Lenin.
Anche nella primavera del 1986, come ogni anno, si stavano preparando per la transumanza, verso gli alti pascoli montani.
Mancava poco alla partenza ed era quasi tutto pronto.
Aspettavano solo che il tempo volgesse al bello e che l'aria cominciasse ad intiepidirsi.
Questione solo di giorni, aprile era quasi alla fine.
Il 25 di quel mese, la mattinata era perfetta. Il cielo era terso.
Il gregge era già sulla strada, ma mancavano sei capre. Le solite sei. Quelle più testarde, come quasi sempre.
Yuri fischiò, e Liala, non un cane, ma una capra, partì alla ricerca delle disperse.
Liala era una capra formidabile. Leale e affidabile. Capiva subito quello che doveva fare.
Il giovane pastore non voleva cani e contava molto sul suo aiuto per controllare il branco.
Liala girò minuziosamente dappertutto, per ore, senza esito.
Giunse la sera ed il gregge stava ancora fermo sulla strada. Molte capre pascolavano, altre dormivano accovacciate.
Liala continuava a setacciare senza sosta ogni angolo della zona, invano.
Allora, d'istinto, si diresse verso la centrale, finchè vide, in lontananza, le ricercate.
Erano vicino ad una recinzione e brucavano l'erba come se niente fosse.
Le richiamò all'ordine e le sgridò, come sapeva fare, poi corse verso di loro.
Era circa l'una e mezza di notte del giorno 26.
Ad un tratto si udì un fischio acuto e prolungato. Poi una fortissima esplosione seguita da un vasto incendio.
Le fuggiasche spaventate si dispersero lontano, mentre una nuvola di vapore avvo
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