Eliot
“Mi passi il sale, per favore”, chiese Eliot con la dovuta educazione.
Dalla terrazza, sul davanti, si godeva la vista più orrenda di tutta Clatskanie, in Oregon. Dietro, v’era invece un vecchio cortile. Era maggio ed Eliot passava la maggior parte delle sue giornate in quel cortile a sbucciarsi le ginocchia cadendo dalla bicicletta regalatagli da suo padre per il dodicesimo compleanno.
Il padre restò in silenzio e non si mosse. Continuò a trangugiare quel pezzo di carne dura e sottile.
Erika a quel punto prese la saliera che stava davanti il bicchiere di suo marito e senza farsi troppo notare la passò a suo figlio Eliot. Si cenava in silenzio, in modo da poter sentire il rumore metallico delle forchette che graffiano il piatto. Non appena Jack finì di mangiare, Erika, benché avesse ancora il piatto pieno, si alzò. Si avviò in cucinino per prendere la frutta. erano avanzate solo due mele rosse. Jack tuffò la mano callosa e grassoccia nel vassoio e scelse la più rossa, poi con violenza cominciò a morderne pezzi. Erika si sedette al tavolo e riprese a mangiare. Ingoiato l’ultimo pezzo di carne Eliot domandò a sua madre: “ Posso andare al bagno?”. Acconsentì con un semplice cenno di testa. Una volta che si sentì il rumore della porta del bagno, Jack s’alzò e si avvicinò alla moglie che terminava ciò che aveva nel piatto.
“Voglio scopare”. Disse con alito puzzolente di vino.
Erika rimase in silenzio facendo finta di non aver sentito nulla. La fece alzare dalla sedia con la forza e cominciò a toccarla tutta.
Eliot finito di fare pipi tirò l’acqua e cominciò a lavarsi le mani. Richiamato dalle urla di sua madre con le mani gocciolanti corse per tutto il corridoio, si buttò su suo padre e lo prese a calci nel culo con tutta la forza che un ragazzino potesse avere. Per tutta risposta il padre si girò verso di lui, e gli piazzò un pugno sul naso. Rovinò a terra e non si rialzò.
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Attraversare Palermo alle cinque del mattino, ve lo posso assicurare, è un'esperienza unica, da fare almeno una volta nella vita. Via Libertà è totalmente deserta, puoi camminarci in un silenzio che ti sorprende e stordisce, l'aria è buona, la percepisci al momento in cui una macchina ti passa vicino; l'odore di benzina combusta ti dà fastidio, è repellente. Ma allora come la mettiamo con la stessa strada intasata di macchine in coda quasi ferme con le nostre narici che non percepiscono più gli odori irritanti che provengono dal traffico cittadino?
Sul bus numero 101 diretto alla stazione ferroviaria sono l'unico viaggiatore, appena salito sul mezzo mi guardo attorno un po' sorpreso e vado a sedermi. A Piazza Politeama sale un vecchietto che scende nei pressi del Mercato di Ballarò; si muove in fretta, deve andare a cunzare il suo banco di fortuna, impupare la frutta, sistemare i pezzi più belli della frutta davanti e dietro quelli meno buoni. Un ragazzo di colore scende con me alla stazione.
La Ditta Gallo trasporta passeggeri dalla provincia di Girgenti a Palermo. Utilizzo i suoi servizi da quasi sessant'anni! Angelo gestisce la biglietteria della ditta a Palermo da molti anni, lo conosco gentile e volenteroso, sorridente, metodico. Inizia la sua giornata di lavoro con la pulizia sistematica e precisa dei suoi strumenti di lavoro; telefono, bigliettatrice, piano di lavoro. Giovanni, un pancione sdentato, figlio della Palermo del Borgo, addetto alla pulizia dei locali, ogni mattina alza la saracinesca e tutti noi (TRE) ci infiliamo nel locale. Angelo mi guarda sorridente:
"Vuole un caffè"?
"Ma... veramente ho già fatto colazione"! Angelo non potrebbe, da palermitano, credere una verità così impossibile.
"La prego, accetti"! ho accettato per farici priu; caffè dopo caffellatte, mattinata da sballo.
Giovanni lascia a mezzaria la scopa e corre al bar vicino, rientra qualche minuto dopo con un paio di caffè, il muso 'nsivatu di zucchero a prova d
Io volevo mettere un po' d'ordine, venni proprio per questo, ma il capo d'allora decise di lavarsene le mani e... mi adeguai a ciò che era stato deciso, ma...
Pilato, non dimentico…prendi una posizione per…! Assumiti le tue responsabilità!
Per colpa tua quante me ne hanno fatte: chiodi alle mani ed ai piedi, frustate, mi hanno obbligato a portare una croce, corona di spine e, per usare un eufemismo, deriso all’inverosimile.
Come da scrittura il terzo giorno resuscitai, un po’ incazzato per verità, potevano andarci un po’ più leggeri.
Iniziò subito male, i primi che mi videro fuggirono impauriti. Eppure lo sapevano che mi sarei manifestato prima di tornare dal Padre mio.
Tommaso poi, non ne parliamo, dovetti fargli toccare con mano le ferite. Comunque nel bene e nel male, riuscii a distribuire gli incarichi come da copione, e partii. Poi tutto degenerò improvvisamente, in soli 2000 anni avete fatto un casino, un casino che non vi dico. Ora che faccio? Torno per riparare gli errori,? Il Padre mio non è tanto convinto nel lasciarmi tornare, anzi mi ha detto, se vuoi vai, ma torna quando hai cancellato tutto. Togliamoci il problema e basta! Ricominciamo su un altro pianeta.
Mah, non sono convinto, mi sfugge qualche cosa. Certo, siete dei gran egoisti, a volte crudeli e stupidi, poi improvvisamente avete degli slanci di bontà che mi lasciano perplesso. In voi c’è del buono lo sento.
Ho deciso, vi lascio altri 2000 anni per mettere in ordine le cose, poi se proprio non cambiate torno, ma non a ripetere l’esperienza passata, vengo giù e puff…vaporizzati. OK?
- Buona sera, caro colonnello. Gran bella festa, come sanno fare solo a corte.
- Caro Stephan, quanto tempo che non ci si vede; vediamo l'ultima volta è stata
l'estate dello scorso anno, al ballo in casa Hofmann? Sì, è stata in quell'occasione,
quando lei era accompagnato da una gran bella signora, un bocconcino come ebbe a dirmi. Come va?
Il barone Schuss guardò negli occhi il suo interlocutore, un uomo di mezza età elegantemente addobbato con l'uniforme da cerimonia degli Honved.
- Ha un bel coraggio a chiedermi come vado, dopo avermi soffiato "il bocconcino" che Lei, e non io, ebbe a definire la signora che quella sera era con me. Comunque, acqua passata; la signora ora folleggia con un ricco banchiere e già si è dimenticata di noi, anche se in verità io l'ho ogni tanto in mente, visto quello che mi è costata in doni ed altro la piccola fuggevole relazione. È stata un'esperienza, da cui ho ritratto un insegnamento ben preciso: mai andare con chi non si intende amare.
- Oh, barone, non dica così: la vita è anche frivolezza, anzi è solo questo; l'amore è un peso troppo grande che rende insopportabile l'esistenza; una donna si può, si deve sposare per ovvi motivi di convenienza, ma amarla è un po' troppo. Ai comuni mortali, quali noi siamo, l'amore non è consentito; quello che ci è permesso, ed è un nostro preciso diritto, è il piacere, l'avventura senza impegni, una notte di follie, un breve periodo di incoscienza, ma senza il gravame dell'amore. E a proposito di questo sentimento corrono voci a corte di una sua relazione, caro barone, con una fanciulla di Vienna di non nobili origini, figlia di un mercante di granaglie e per di più ebreo, e, come se non bastasse, descritta non proprio come una Venere, ma di normale aspetto. Rispondono a verità queste chiacchiere?
- Sì, è così; l'ho conosciuta tramite i rapporti di affari che mi legano a suo padre ed è stata un'autentica rivelazione; di normale aspetto? A me sembra di gran lunga pi?
In tempo di guerra, la seconda guerra mondiale, la casa
di mia zia era sovraffollata di ospiti eterogenei. C'erano molti
bambini, figli di fratelli della zia Adele, che erano lì unicamente per mangiare. Tutto era tesserato e tutto era estrememente scarso. Ma il marito della zia era gendarme pontificio e quindi poteva rifornirsi all'Annona del Vaticano
che aveva di tutto, perfino il pane bianco. Anche lì, tuttavia, c'erano dei limiti negli acquisti e mio zio Eustachio, il gendarme, raccontava che una volta Alcide De Gasperi,
cliente dell'Annona, prese tre filoni di pane. Il commesso
gli fece osservare che non se ne potevano prendere più di due al giorno. De Gasperi, che evidentemente non conosceva
la regola, restituì il terzo filone chiedendo mille scuse. Poi nella casa della zia, che si trovava a Porta Cavalleggeri, vicina
a S. Pietro, c'eravamo noi, mio padre, mia madre ed io.
La nostra casa era stata offerta da mio padre ad un collega che, nel bombardmento di S. Lorenzo, aveva perso la sua.
E infine c'era un giovane nipote di zio Eustachio, un ufficiale
che l'8 settembre aveva lasciato l'esercito e si era unito ad una brigata di partigiani insieme con il fratello più giovane.
Questo rendeva la casa un luogo pericoloso: spesso venivano
compagni del giovane ufficiale e tutti si chiudevano in una stanza dove rimanevano a lungo per progettare i loro piani.
Io, allora, avevo quindici anni e chissà che cosa avrei dato
per unirmi al gruppo di "cospiratori". Non lo chiesi mai. Sapevo che la risposta sarebbe stata negativa.
Eppure in quella comunità così eterogenea si era creato
un legame e, insieme, vivemmo momenti anche divertenti.
Una sera eravamo raccolti tutti, tranne l'ufficiale, attorno ad
un tavolo, a lume di candela a causa dell'oscuramento
imposto dai tedeschi che occupavano Roma. Lo zio Eustachio
raccontava storielle e barzellette. Ne stava raccontando una piuttosto macabra: un riccone, avendo perso una gamba si
era fatta costruire u
Vivevo da impiegato di una grande azienda. La mattina venivo svegliato dal penetrante suono della sveglia e iniziavo ad imprecare. Imprecavo mentre mi alzavo dal letto, imprecavo mentre spegnevo la sveglia, imprecavo mentre mi spogliavo del mio pigiama e imprecavo mentre eseguivo il rituale mattutino della doccia.
Il risveglio è duro durante i giorni lavorativi, ma per fortuna c'è la colazione. Ogni mattina un cornetto caldo, fumante, ripieno di nutella e un cappuccino dalla schiuma bianca e densa, ricoperta di un sottile velo di cacao. Un incoraggiamento e un incentivo per la dura giornata lavorativa che stavo per affrontare: otto ore di lavoro, spezzate da una meritata pausa pranzo.
In condizioni normali la pausa pranzo è un'ora in cui si stacca la spina, si lascia il lavoro alle proprie spalle e si va a mangiare un boccone con i colleghi. Invariabilmente si finisce per parlare di lavoro.
Ogni giorno ci riproponiamo di non farlo. Iniziamo a parlare di calcio, di politica, di donne e di motori, ma alla fine ricadiamo sempre sul lavoro. Proviamo a smettere. Discutiamo del cibo che stiamo mangiando, ricordiamo cene pantagrueliche o sbronze epiche, parliamo dei viaggi, della moglie che vorremmo affogare, del periodo in cui eravamo ancora studenti spensierati. Poi riprendiamo a parlare di lavoro.
Quel giorno le cose andarono diversamente. Eravamo andati a pranzo al solito posto, una trattoria gestita da Maria, un tipo simpatico e con qualche rotella fuori posto. Lei ci vide un po' giu di morale. La giornata era stata molto fiacca. Era un periodo di vacanza e non c'era niente da fare. Inoltre il caldo, l'umidità e la noia ci avevano resi particolarmente apatici. Maria scambiò con noi le solite quattro chiacchiere, ci chiese se ci erano piaciuti i cannelloni e ci offrì il caffè. Ma prima ci chiese se volevamo assaggiare una fetta di dolce. Era un dolce speciale, che aveva preparato con le sue mani.
Maria non vende dolci industriali. Li prepara tutti le
Lascio la parola a Pedro Casaldaliga, vescovo brasiliano, in
un'intervista sul neoliberismo.
IL NEOLIBERISMO È LA MORTE
Intervista a Mons. Pedro Casaldaliga di Dermi Azvedo
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Il neoliberismo é l'idolatria della morte, afferma mons. Pedro Casaldaliga, vescovo di Sao Felix do Araguaia (Mato Grosso, Brasile), in questa intervista. Come vescovo e, pertanto, come servo di tutta la Chiesa, egli stabilisce un ponte annuale tra le comunità dell'Amazzonia e Centro - Ovest del Brasile e i popoli centroamericani. Unite, in un solo cuore e una sola speranza, le angustie e le aspirazioni degli indios dell'Araguaia e dei contadini del Nicaragua, degli agenti pastorali di Santa Teresina e dei missionari di El Quiché, in Guatemala. Casaldaliga dice che il neoliberismo approfondisce l'impoverimento dei popoli della nostra America, per idolatrare il dio del mercato. E chiede alla società che ne abbia vergogna e veda la fame delle moltitudini.
Brasiliano di adozione, spagnolo di nascita, latinoamericano di onore, Pedro Casaldaliga é una delle personalità più rappresentative della Chiesa dei Poveri in Brasile, in America Latina e nel mondo. Missionario clarettiano, venne a lavorare in Amazzonia 25 anni fa'. È uno dei fondatori del Consiglio Indigenista Missionario (CIMI) e della Commissione Pastorale della Terra (CPT) della Chiesa brasiliana. La dittatura militare cercò cinque volte di espellerlo dal paese. La sua Prelatura fu invasa quattro volte in operazioni militari. Nel 1977 fu assassinato con un tiro di fucile, al suo fianco, il padre Juan Bosco Penido Burnier; lui e Pedro protestavano contro le torture che la polizia praticava contro le donne arrestate. Vari dei suoi sacerdoti furono arrestati e uno di loro, Francisco Jentel, fu condannato a dieci anni di prigione ed espulso dal paese. L'archivio della Prelatura fu saccheggiato e il suo bollettino fu edito falsamente per inc
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