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Racconti su avvenimenti e festività

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dedica ad un'opera

Il pensare e lo scrivere sono una sorta di osservazione ed attenzione fissa dell’accaduto,
è Dharana, ma anche Dhyana o contemplazione, entrambi uniti nell’agire con energia fisico-mentale in una rappresentazione estetico-creativa.

I duelli di parole si intrecciano nell’utilizzo di aspetti della ragione ed atti di evasione creativa.
Ecco l’affacciarsi di temi da approfondire e pensieri di analisi come la metacorrispondenza, che unitamente alla poesia affrontano, per comprendere l’amore, il dolore e il sentimento nel loro insieme.

I moti del sentimento e l’omeostasi, la perseveranza e la ponderatezza, l’equilibrio e il tendere sono spunti o punti di partenza per i sentieri del senso?
E nella ricerca di esso la psiche, con le sue risorse tecniche e creative, può aiutare a perseguire lo scopo?

Gli aspetti della ragione intervengono con una forza capace di lenire il dolore delle rilevazioni durante il cammino e la capacità di elevarsi, dapprima col sentimento e poi con serena osservazione contemplativa, subliminano i saggi e le poesie.

E gli sms? Così poco affini con l’arte di memoria dissipano la magia dell’attesa, del rito, ma si caricano di pathos, di strategia comunicativa rasente l’ermetismo. Sono report implacabili di stati d’animo, scampoli di sentimento sospesi in un limbo informatico, nell’intreccio di autostrade neurali artificiali. Catturano verità improvvise dallo scorrere degli accadimenti quotidiani ma si caricano di valenze non sempre sostenibili.

Il duello vi è. È tra il sentire e il potere. Tra Dhyana e Dharana.
È la lunga strada verso il Samadhi, assorbimento, identificazione con l’oggetto.



Tratto da una storia vera

Una donna musulmana, di cui non diremo il nome per motivi di privasi. Era giusto entrata nel età per trovare marito, la sua famiglia era una famiglia non troppo benestante ma avevano i loro lussi, li favoriva anche il fiorente periodo che stava vivendo la città dove vivevano. La ragazza non era la classica ragazza indiana, aveva un carnato bianco, labbra rosse, occhi enormi e di colore nero, i suoi capelli erano neri e arrivavano a poco sotto la spalla. Essa era innamorata di un ragazzo molto più ricco di lei ma che viveva la sua vita senza pensare al denaro : "vive la sua vita come la portava il vento" . se la ragazza avesse visto la sua vita dal esterno la avrebbe descritta con un film seppiato. La sua vita era stata piena gioia per tutta la sua vita, in matrimonio si preparo con i dovuti tempi, preparato in gran parti dalle rispettivi madri mentre i due piccioncini si crogiolavano in abbracci e baci, senza ragione d'esserci.
Il matrimonio si fece, essa non ricorda nemmeno dei dettagli particolari. Ricorda solo la navata vista dalle sue spalle mentre lei è al altare con il suo uomo. Il ricordo è sfocato ma percepisce delle potenti vibrazione di un infinita felicita e vede tanto bianco, sulla navata, i fiori che sono appesi alle banche hai lati della navata, tutto ciò che ricorda di quel giorno fu la felicita e il bianco.
Poi un buco, come se fossero passati messi cosi poco importanti da non essere nemmeno rimasti impressi nella sua memoria. Il momento che ricorda dopo il matrimonio è una sera, nella sua nuova casa, c'èra suo marito, sua suocera e un'altra donna (che non ricorda chi fosse, forse una lontana parente) . La suocera era una persona aperta ed dava sempre l'impressione di nutrire una grande gioia. Essa le aveva portato in donno un enorme pezzo di cartono dove erano attaccati orecchini e collane e avevano deciso di provarsele a vicenda, cosi lei decise di prendere anche le sue. Poco qualche risata sfrenata, c'era già un gran groviglio di col

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   0 commenti     di: Beatrice


L'appartamento

Presi in affitto un appartamento abbastanza grande ad un prezzo relativamente piccolo nel centro di Niscemi, una cittadina di trentamila abitanti a poca distanza da Gela. Dovevo fare delle supplenze in una scuola media e fare il pendolare non era nelle mie intenzioni. La casa aveva due stanze grandissime e anche una cucina spaziosa, due bagni e una terrazza, i mobili quasi nuovi, pensai di avere avuto fortuna. Il primo avvertimento che mi fu dato dai vicini fu quello di non affacciarmi al balcone, per via dei proiettili vaganti, molte persone erano rimaste ferite in passato. Alcuni erano rimasti uccisi.

La mia permanenza nella cittadina e in quella casa fu caratterizzata da sogni più o meno ricorrenti: sognavo un uomo con la faccia stralunata, sconvolta che correva verso una luce o pietrificato nell'atto di cercare qualcosa, qualcuno. Niscemi aveva tutte le caratteristiche delle cittadine del sud della Sicilia: una storia da scoprire, strade strette, colori abbaglianti e quello strano vento che soffia da sud trasportando la sabbia del deserto. Un giorno, sfogliando un giornale, rimasi di sasso nel riconoscere l'uomo dei sogni. Era il mago di Tobruk.

Il mago di Tobruk era stato mandato via da Niscemi nel 1969 con un foglio della questura che gli notificava un soggiorno obbligato in provincia di Savona, caso unico in Italia, per le truffe fatte ai compaesani, in genere profezie di guarigione. Ma il mago si spostò presto a Parigi fino all'estate del 1983, quando una telefonata lo costrinse a tornare a Niscemi. La figlia Patrizia era scomparsa da trentadue giorni e il mago decise di iniziare le ricerche. La ragazza diciannovenne, due anni prima si era invaghita di un uomo sposato, un piccolo mafioso di provincia. Del caso se ne occupò anche la trasmissione "Chi l'ha visto?"

Il mago fu freddato quella stessa estate, a colpi di pistola da un killer nella piazza principale di Niscemi.
Disperato, era andato in giro a far domande e, con molta probabilità

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   2 commenti     di: vincent corbo


Tre Semplici Sconosciuti

Esco dal negozio soddisfatto dell'acquisto appena effettuato. Prima di riprendere la strada mi guardo un po' intorno: il cielo, grigio; le strade, semivuote; le vetrine, accattivanti. È martedì mattina e sono poche le persone, come me, che non hanno niente di meglio da fare che passeggiare e sperperare i pochi soldi risparmiati a fatica. Ma tutta questa calma apparente mi rilassa e non so dire il perché, mi fa anche sentire importante. È vero, a volte mi sono chiesto con una certa preoccupazione se il mio etichettarmi "normale" sia legittimo. Per fortuna molte di queste volte finisco col dimenticarmi di rispondere. E la routine riprende il suo corso.
All'improvviso, senza una spiegazione logica, mi volto a destra e mi incammino lungo il marciapiede a passo un po' ciondolante, sazio del mio acquisto, ignorando per questo i richiami delle vetrine. Solo un momento mi fermo ad ammirarne una, ma c'è una bella ragazza in una posizione un po'... a risistemare gli scaffali. Sospiro, riprendo a ciondolare e passo oltre.
Ho comprato una cravatta. Già, un'altra cravatta, come se le altre centinaia che ho nell'armadio non fossero già a sufficienza, ma... bè, non devo certo spiegarvi io cosa sia una mania, una collezione, una stupidaggine.
C'è chi colleziona figurine, chi stupri, chi compact disc di Elton John... io mi accontento di comprare ogni tanto una cravatta. E in questi momenti torno a rifarmi quella domandina cui sopra accennavo. Non ricordate? Non è importante, credetemi.
Solo pochi giorni fa ho visto crollare le Twin Towers, le azioni che avevo sono rotolate nella melma, ho rovinato una delle mie più belle camice, ho riletto per l'ennesima volta l'Infinito di Leopardi e oggi... ho una cravatta nuova. In barba alla guerra, ai soldi, alla mia amica che non ne vuol sapere di un'avventura tutto sesso, solo sesso, sesso e basta. Avrei rinunciato alla mia cravatta per... meglio non pensarci!
Comincio ad avvertire un certa sete. Non uno di quei bisogni imp

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   0 commenti     di: Andrea Franco


Ricordando, riflessioni sull'olocausto

Dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni 70, dell'Olocausto poco si parlava, qualche breve notizia riportata sui libri di scuola, inserita da un programma didattico che esigeva che questo periodo storico si studiasse alla fine del ciclo scolastico, terza media e ultimo anno prima di conseguire la maturità.
Fu alla fine degli anni settanta, con la messa in onda per conto della rai della mini serie-OLOCAUSTO- che si iniziò a ricordare questa pagina oscura della storia e fu la prima volta che il governo tedesco ammise le proprie responsabilità per ciò che era successo.
Da allora si prese coscienza e venne poi istituita la giornata mondiale della memoria, della SHOAH, anche per porre fine alle malvagie affermazioni dei negazionisti, persone legate ad ambienti neo nazifascisti che sostengono che l'olocausto non sia mai esistito.



Rosso

Il Professor Redford era fuori di sé, come sempre più spesso accadeva.
Seduto sulla sua poltrona, coperto da un plaid a quadri verdi e blu, farneticava nel suo mondo come sospinto su una zattera alla deriva.
Dietro di lui il balcone lo illuminava lasciando visibile solo la sua silohuette. Sapevo che i suoi occhi mi osservavano senza vedermi, mentre mi avviavo verso l'altra poltrona che gli stava di fronte dopo averlo salutato con affetto.
"Buongiorno Professor Red " gli avevo detto con un sorriso.
Era stato il mio professore d'inglese del liceo. Era gallese e se ne vantava. Aveva un buon accento italiano, non comune fra i parlanti anglosassoni e un aspetto poco britannico quanto il passato da rugbista. Era infatti un uomo di piccola statura, piuttosto leggero, con folti capelli neri picchettati di grigio. La stempiatura lo faceva somigliare a Lev Trotsky di cui condivideva anche l'ideologia; per questo nel nostro istituto tutti lo avevano soprannominato professor Red.
John Redford mi aveva osservata per un attimo e aveva sorriso dicendo:
"Ciao cara, da quanto tempo!"
Ero stata da lui il giorno prima, ma non lo ricordava.
"Siediti qui" aveva detto battendo col palmo della mano su un pouf che gli stava vicino, alla luce del balcone che affacciava sulle montagne viola, nel tramonto immobile. Seguendo il suo comando, mi ero seduta in silenzio, mentre lui si era girato a guardare fuori, poi mi aveva osservata nuovamente. Il suo sguardo faceva riaffiorare i miei ricordi.
Indietro nel tempo, mi rivedevo all'entrata del liceo, mentre mi spiegava quanto fossero importanti le acca aspirate nell'inglese standard. Mi parlava ed io pensavo di non aver mai visto in vita mia occhi più belli: un blu chiaro, compatto, intenso come certi mari lontani. Doveva essersene accorto, poiché ci eravamo interrotti in un breve silenzio imbarazzante senza alcun seguito.
Alla luce limpida che ci avvolgeva dai vetri del balcone, i suoi occhi erano ancora intatti, escluso per un

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Elemosina

Se ci si siede nei tavoli del caffè Campari a Pavia si ha l'occasione di vedere un individuo singolare che fa la spola tra le macchine ferme davanti al semaforo
nei pressi dell'incrocio.
Indossa sempre un giubbotto impermeabile ed un cappellino di lana, si avvicina
ad ogni macchina fa un inchino ed apre le sue mani vuote nell'attesa che su di esse venga poggiata qualche monetina.
Nove volte su dieci viene ignorato mentre i conducenti approfittano della sosta per
smanettare con il telefonino.
Una fanciulla seduta in un tavolo accanto ha appena mandato a quel paese il suo moroso dicendogli a telefonino; "Vaffa..." questo è il nuovo linguaggio comunicativo esplicito e lapidario ghigliottinato negli sms ma efficace.
Una vita virtuale condotta da molti mentre quella vera scorre inesorabilmente
senza interruzioni ed alla quale, mi duole dirlo, tanti, tantissimi non partecipano.
Quel povero illuso seguita ad umiliarsi tra una macchina e l'altra, mentre agli
altri la sua figura è totalmente invisibile.
Mi chiedo che senso abbia, oggi, parlare di solidarietà e di condivisione e dei
valori della vita che vengono sempre più disattesi a favore di una virtualità
che ci sta divorando come il "nulla" della Storia infinita.
La vita quella vera latita e Diogene invano circolerebbe con la sua lanterna alla
ricerca dell'uomo "vero", un uomo capace di comprendere la sua natura di essere
finito e di condividerla con il suo prossimo.
Siamo in un momento in cui l'infinito è inteso come finito e viceversa.
Osservo ancora quell'omino dalla faccia contristata che, ogni tanto, guarda, traendoli dalla tasca i pochi spiccioli raccolti contandoli mentre dal suo volto
scende una lacrima.
Tra poco sarà Natale e mi chiedo come potranno celebrarlo coloro che vivono
nel virtuale che oggi, purtroppo, rappresentano la maggioranza.
Avranno il Babbo Natale o l'albero sullo sfondo del telefonino o dell'hi-phone o
del notebook, pochissimi si ricorderanno del Presepe.
Si

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