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Racconti su avvenimenti e festività

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Otto marzo. Festa della donna

Una dolce creatura ci propone la natura
bionda, rossa, ed anche bruna
ma che importa! Se ce lei, si sta sempre sulla luna.

Che odore la sua pelle, più delle farfalle sono belle,
i suoi occhi luminosi sono belli più delle stelle
ci sono di vari gusti, e son dolci più delle caramelle.

Fidanzata mamma nonna o zia
non importa di che parentela sia
nella donna si ricerca amore, sicurezza e fantasia.

Senza di lei che mondo è
se la donna più non c'è
la mia vita stessa, non diverrà mai quella di un re.

Una dedica per oggi, creatura che tu leggi,
ti propone il cuore mio, per rallegrar il cuore tuo
frutto della mia fantasia, ma che importa è un pensiero!
Accettalo piccolo comunque sia.

   1 commenti     di: Luca Calabrese


Per amore di Shelley

Il fulcro del festeggiamento era il chiccoso "Gargantua", uno storico ristorante lungo i portici di Ferrara.
Dopo più di vent'anni, la quinta b del liceo linguistico Magellano, annata 1988, si dà appuntamento sotto Natale. I personaggi migliori e peggiori di quella classe sono intorno al tavolo agghindato e strabordante per le feste: Laura, la bionda più ambita della scuola, devota al botulino e al tacco dodici; Ferdinando, che, nonostante siano passati molti anni, ancora non si separa dai suoi maglioni di cashmere e dagli occhiali dalle montature eccentriche; Serena, che, a dispetto del suo nome, viaggia con ogni sorta di antidepressivo e ride a comando; Giovanni, con in mano l'Unità e un sorriso gioviale che compare timido da una barba ormai grigia; Lorenzo, che, invece, non molla il Sole Ventiquattrore e ha i soliti atteggiamenti marcati da pacche sulle spalle che usava da ragazzo; Angela, che ora dirige una televisione privata e sembra non capire quando uscire dal ruolo di lady di ferro, sempre rigida e attenta a tutto.
Si scrutano imbarazzati a scorgere con curiosità e compiacimento i segni lasciati dal tempo che ha stropicciato le loro vite borghesi ben piegate. Mentre si buttano sulle tartine colorate e ingollano prosecco ghiacciato, gli ex compagni recitano la parte di chi, nonostante i colpi bassi del destino, è riuscito bene nella vita. Basta qualche bicchiere di troppo e una risata liberatoria per far cedere le barriere.
- Le tue bambine sono assolutamente meravigliose, - dice Angela guardando le foto di Lorenzo aiutata da spessi occhiali. Il vizio di evidenziare le frasi con leziosi "assolutamente" se lo porta dietro dai tempi del liceo e ormai nessuno le fa più caso.
- Adesso sono con la mamma, ci siamo separati due anni fa. -
Cala il silenzio, si guardano con gli occhi bassi pensando a quanto Lorenzo fosse innamorato della sua Anna. Se li ricordano tutti: sempre mano nella mano, occhi negli occhi, appassionati, scalpitanti di vita.

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Tre Semplici Sconosciuti

Esco dal negozio soddisfatto dell'acquisto appena effettuato. Prima di riprendere la strada mi guardo un po' intorno: il cielo, grigio; le strade, semivuote; le vetrine, accattivanti. È martedì mattina e sono poche le persone, come me, che non hanno niente di meglio da fare che passeggiare e sperperare i pochi soldi risparmiati a fatica. Ma tutta questa calma apparente mi rilassa e non so dire il perché, mi fa anche sentire importante. È vero, a volte mi sono chiesto con una certa preoccupazione se il mio etichettarmi "normale" sia legittimo. Per fortuna molte di queste volte finisco col dimenticarmi di rispondere. E la routine riprende il suo corso.
All'improvviso, senza una spiegazione logica, mi volto a destra e mi incammino lungo il marciapiede a passo un po' ciondolante, sazio del mio acquisto, ignorando per questo i richiami delle vetrine. Solo un momento mi fermo ad ammirarne una, ma c'è una bella ragazza in una posizione un po'... a risistemare gli scaffali. Sospiro, riprendo a ciondolare e passo oltre.
Ho comprato una cravatta. Già, un'altra cravatta, come se le altre centinaia che ho nell'armadio non fossero già a sufficienza, ma... bè, non devo certo spiegarvi io cosa sia una mania, una collezione, una stupidaggine.
C'è chi colleziona figurine, chi stupri, chi compact disc di Elton John... io mi accontento di comprare ogni tanto una cravatta. E in questi momenti torno a rifarmi quella domandina cui sopra accennavo. Non ricordate? Non è importante, credetemi.
Solo pochi giorni fa ho visto crollare le Twin Towers, le azioni che avevo sono rotolate nella melma, ho rovinato una delle mie più belle camice, ho riletto per l'ennesima volta l'Infinito di Leopardi e oggi... ho una cravatta nuova. In barba alla guerra, ai soldi, alla mia amica che non ne vuol sapere di un'avventura tutto sesso, solo sesso, sesso e basta. Avrei rinunciato alla mia cravatta per... meglio non pensarci!
Comincio ad avvertire un certa sete. Non uno di quei bisogni imp

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   0 commenti     di: Andrea Franco


L'infanzia di dell'appuntato Catarella

A Caterella il commissario Montalbano ha sempre fatto pensare ad uno sceriffo del Far West. Le gambe un po' arcuate, la camminata dondolante di chi sembra appena sceso da cavallo, i modi ruvidi, il cuore buono e la pistola nella fondina. Eh si, non può fare a meno di immaginarselo con il cappellone e la stella luccicante al sole, come gli sceriffi che vedeva da bambino al cinema del paese. Catarella abitava in campagna da bambino. Quella campagna aspra ed un poco avara che si estendeva nei dintorni di Agrigento, macchiata dal verde degli agrumeti e polverosa come il paesaggio della sfida all'Ok Corral.
Catarella viveva con gli zii, il papà era emigrato in America con il sogno di una terra d'oro, ben diversa dalla terra di fatica e pianto dove era nato e cresciuto. E quella terra fantastica doveva averla trovata e doveva esserne restato ammaliato, tanto che, dopo qualche anno, aveva smesso di mandare i soldi a casa e si era pure dimenticato di avere moglie e 5 figli. La mamma era morta giovane, sfinita dalla fatica che gli anni del dopoguerra imponevano a chi aveva pochi soldi e tante bocche da sfamare, spenta dalla vergogna di essere una vedova pur avendo marito.
Non c'erano state carte, documenti e bolli, non era così che funzionava dalle sue parti. Lo zio Calogero, fratello della mamma, lo aveva preso con sé, e la zia Adelina aveva avuto un figlio in più da crescere a pane, panelle e legnate. Le sue quattro sorelle erano andate in un istituto di suore, erano femmine troppo delicate per poter lavorare nei campi, ed allo zio servivano braccia forti, anche se infantili. La domenica si stava tutti insieme, intorno al grande tavolo della cucina, perché gli zii erano dei buoni cristiani, e volevano comunque tenere la famiglia unita. Intorno a quella tavola erano 13 persone, e tra di esse 11 erano ragazzini. Erano belle quelle domeniche! Le sorelle arrivavano dall'istituto con i loro vestitini a righine, e portavano dentro canovacci annodati le uova, il caci

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   0 commenti     di: Simona Durante


Per non dimenticare-2-

Testimonianza di Mario Spizzichino
Superstite di Auschwitz, Sosnowitz e Mauthausen. Testimonianza reperita all'interno del sito web della Unione delle comunità ebraiche italiane.

Le selezioni, la fame, le marce e poi l'arrivo degli americani
Il 16 ottobre, in via Baccina il padrone del bar mi avvertì che un gruppo di tedeschi andava in cerca in tutte le case del quartiere degli ebrei. Tornai a casa e dissi a mia madre e a mio fratello di non uscire perché era molto pericoloso e allora presi il tram scendendo a Ponte Garibaldi mi tenni lontano dal ghetto e ai giardinetti di San Carlo al corso in via Arenula mi fermai nel centro di un gruppo di persone che stavano guardando da lontano lungo via di Santa Maria del Pianto. Fu una cosa terrificante: i tedeschi, in assetto di guerra, spingevano coi calci dei loro mitra della povera gente inerme per Teatro Marcello. Potei vedere uomini, donne, vecchi, paralitici, bambini, ammalati, e alcuni con le loro valigie che erano ad aspettare i cani delle SS.
Ebbi paura che nel gruppo qualcuno mi riconoscesse e tagliai la corda e ritornai a casa portando via mia madre e mio fratello.
Decisi di andare verso il quartiere San Paolo dove vi era un mio amico caro, Giuseppe Sala. Questo mio amico aveva un negozio, un magazzino più che altro, di carta da macero. Mi accolse e mi dette subito ospitalità nel suo magazzino dove mi tenne nascosto per qualche giorno a dormire sulle balle di carta.
Non durò a lungo questo nascondiglio, perché una donna urlò che dovevamo andar via perché se no avrebbe chiamato i tedeschi. Per la strada nel quartiere vidi una famiglia disperata che cercava un rifugio per nascondersi. Era la famiglia Di Veroli: marito e moglie con due figli. Li chiamai anche loro, per portarli nel mio nascondiglio. Così anche loro per qualche giorno si nascosero nel magazzino di carta, dormendo sopra le balle di carta. Dopo qualche giorno a causa di quella donna che insisteva dovemmo lasciare questo nascondiglio e

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Colori

Rosso

Allontanò il pennello dalla tela e rimase a guardare soddisfatta il risultato finale.
Si accorse che durante le ultime pennellate aveva quasi smesso di respirare, completamente soffocata dalle emozioni che da lei fluivano sulla tela, imprigionandosi in forme vaghe, dai contorni poco chiari a un occhio non sensibile, ma colme di messaggi che a stento una mente razionale può comprendere, che solo raramente un uomo riesce a trasmettere, ma che i colori sanno fare propri con meravigliosa semplicità.
Si allontanò di alcuni passi e si accorse che la testa le girava un poco. Rimanere troppo vicino a così grandi emozioni poteva disorientare. Soprattutto a chi come lei era abituata a vivere intensamente, con trasporto, la propria emotività.
I suoi quadri non erano semplicemente dipinti. Erano istinto, sensazioni, percezioni vaghe. E vaghi sembravano a un osservatore esterno che a stento riusciva a penetrare le maglie di quegli intrecci quasi monocromatici. Una persona qualunque avrebbe visto una tela macchiata qua e là da mille sfumature di rosso. Avrebbe cercato delle figure distinte, si sarebbe guardato intorno alla ricerca di qualche oggetto pressappoco somigliante. Avrebbe storto la bocca, mordendosi un labbro. E lo avrebbe dimenticato.
A lei non importava. Lei li aveva dipinti e allo stesso modo sapeva leggerli.
«Davvero molto bello.» La voce dell'uomo la fece sobbalzare. Si voltò di scatto e fece un piccolo passo indietro. Era un ragazzo dall'aspetto semplice, quasi anonimo, ma allo stesso tempo con un certo fascino. Occhi scuri; capelli castani, tagliati corti, pettinati con un po' di gel; pantaloni color panna e una camicia nera portata lunga sulle gambe, con gli ultimi bottoni aperti e le maniche ripiegate. Uno come tanti, semplicemente. Sorrise e si avvicinò a lei, ancora un po' sulle sue.
«Scusa. Ti ho spaventata.» Lei sorrise e fece segno di no, poi gettò una sguardo alla tela.
«Dici davvero?»
«Non mento mai.» La sua voce er

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   0 commenti     di: Andrea Franco


Se fosse la mia Pasqua

Io volevo mettere un po' d'ordine, venni proprio per questo, ma il capo d'allora decise di lavarsene le mani e... mi adeguai a ciò che era stato deciso, ma...

Pilato, non dimentico…prendi una posizione per…! Assumiti le tue responsabilità!

Per colpa tua quante me ne hanno fatte: chiodi alle mani ed ai piedi, frustate, mi hanno obbligato a portare una croce, corona di spine e, per usare un eufemismo, deriso all’inverosimile.
Come da scrittura il terzo giorno resuscitai, un po’ incazzato per verità, potevano andarci un po’ più leggeri.
Iniziò subito male, i primi che mi videro fuggirono impauriti. Eppure lo sapevano che mi sarei manifestato prima di tornare dal Padre mio.
Tommaso poi, non ne parliamo, dovetti fargli toccare con mano le ferite. Comunque nel bene e nel male, riuscii a distribuire gli incarichi come da copione, e partii. Poi tutto degenerò improvvisamente, in soli 2000 anni avete fatto un casino, un casino che non vi dico. Ora che faccio? Torno per riparare gli errori,? Il Padre mio non è tanto convinto nel lasciarmi tornare, anzi mi ha detto, se vuoi vai, ma torna quando hai cancellato tutto. Togliamoci il problema e basta! Ricominciamo su un altro pianeta.
Mah, non sono convinto, mi sfugge qualche cosa. Certo, siete dei gran egoisti, a volte crudeli e stupidi, poi improvvisamente avete degli slanci di bontà che mi lasciano perplesso. In voi c’è del buono lo sento.
Ho deciso, vi lascio altri 2000 anni per mettere in ordine le cose, poi se proprio non cambiate torno, ma non a ripetere l’esperienza passata, vengo giù e puff…vaporizzati. OK?

   2 commenti     di: cesare righi



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