- Buona sera, caro colonnello. Gran bella festa, come sanno fare solo a corte.
- Caro Stephan, quanto tempo che non ci si vede; vediamo l'ultima volta è stata
l'estate dello scorso anno, al ballo in casa Hofmann? Sì, è stata in quell'occasione,
quando lei era accompagnato da una gran bella signora, un bocconcino come ebbe a dirmi. Come va?
Il barone Schuss guardò negli occhi il suo interlocutore, un uomo di mezza età elegantemente addobbato con l'uniforme da cerimonia degli Honved.
- Ha un bel coraggio a chiedermi come vado, dopo avermi soffiato "il bocconcino" che Lei, e non io, ebbe a definire la signora che quella sera era con me. Comunque, acqua passata; la signora ora folleggia con un ricco banchiere e già si è dimenticata di noi, anche se in verità io l'ho ogni tanto in mente, visto quello che mi è costata in doni ed altro la piccola fuggevole relazione. È stata un'esperienza, da cui ho ritratto un insegnamento ben preciso: mai andare con chi non si intende amare.
- Oh, barone, non dica così: la vita è anche frivolezza, anzi è solo questo; l'amore è un peso troppo grande che rende insopportabile l'esistenza; una donna si può, si deve sposare per ovvi motivi di convenienza, ma amarla è un po' troppo. Ai comuni mortali, quali noi siamo, l'amore non è consentito; quello che ci è permesso, ed è un nostro preciso diritto, è il piacere, l'avventura senza impegni, una notte di follie, un breve periodo di incoscienza, ma senza il gravame dell'amore. E a proposito di questo sentimento corrono voci a corte di una sua relazione, caro barone, con una fanciulla di Vienna di non nobili origini, figlia di un mercante di granaglie e per di più ebreo, e, come se non bastasse, descritta non proprio come una Venere, ma di normale aspetto. Rispondono a verità queste chiacchiere?
- Sì, è così; l'ho conosciuta tramite i rapporti di affari che mi legano a suo padre ed è stata un'autentica rivelazione; di normale aspetto? A me sembra di gran lunga pi?
Il genocidio che sembra "maggiormente assomigliare alla 'soluzione finale' fu il tentativo turco di deportare gli armeni nel deserto siriano e di ucciderne il maggior numero possibile" (G. Mosse, Storia del razzismo in Europa, Laterza). Come la Shoah, fu "un'operazione realizzata durante l'emergenza della guerra" con la chiara intenzione di "liberare una volta per sempre la Turchia da una minoranza irrequieta", paritetica alla volontà hitleriana di annientare la minoranza ebraica del Reich. Una chiara analogia tra i due genocidi è la deportazione: quello ebraico in vagoni bestiame o in camion a gas, quello armeno a marcia forzata.
Entrambi i massacri furono coordinati ed eseguiti da una commissione centrale pianificatrice, ma se in quello perpetrato dai nazisti l'elemento razziale fu centrale e predominante, questo mancò nel genocidio armeno: si è visto, difatti, come "la conversione all'Islam era un mezzo per sopravvivere". Inoltre, nel genocidio degli ebrei la burocrazia, la tecnica e la modernità furono utilizzate con la massima efficienza, ma altrettanto non si può dire per il massacro armeno.
Un'ultima, agghiacciante analogia è data dagli esperimenti di medicina empirica condotti su "cavie umane": se "gli ebrei dei ghetti e dei campi erano diventati l'oggetto del fanatico interesse di Himmler" per testare quanto un uomo potesse resistere senza acqua e cibo, quanto freddo potesse sopportare un corpo umano, per provare l'effetto di droghe sulla coagulazione del sangue ed anche per sperimentare nuove tecniche di sterilizzazione coatta, così il governo turco autorizzò "Hamid Suat (padre della batteriologia turca) a condurre esperimenti sugli armeni per vedere la reazione del corpo umano contagiato da un virus, quale, ad esempio, il tifo" (T. Koguc, op. cit.).
Tonio, o Tonicchio, è un doppio compagno; sia negli anni dell’università, sia nelle notti passate insieme ad affiggere manifesti, o disegnare sui muri con le bombolette le nostre idee politiche, è sempre stato disponibile, altruista, amico.
La vita gli ha dato e gli ha tolto in egual misura; il suo sogno era di insegnare materie umanistiche in una scuola superiore, per aver modo di trasfondere alle nuove leve i suoi, i nostri ideali; e c’è riuscito; insegna nel Liceo XX di Firenze.
Motociclista incallito, sposata Lauretta, nostra compagna a Lettere, pretese e impose, il viaggio di nozze con la sua BMW bicilindrica, trasmissione a cardano, carenata space-lab, un vero ”mostro”.
Sul raccordo anulare di Genova, dopo neanche tre giorni di vita coniugale, furono coinvolti in un incidente che pur nella sua ”banalità” , causò tra l’altro, la frattura dell’anca sinistra di Tonio e la morte di Lauretta.
Gli ci sono voluti anni per riprendersi; col fisico ce l’ha fatta abbastanza bene, gli è rimasta una zoppia quasi impercettibile; con lo spirito temo che non vada bene ancora.
Sono passati più di 25 anni da quell’incidente, e Tonio non ha mai più voluto intrecciare una relazione ”seria” con una donna. La sua vita sentimentale non esiste più, è solo un veloce, rispettoso, bilaterale scambio di sesso; lui è molto corretto, avvisa subito le sue partner che non devono e non possono aspettarsi nulla da lui al di fuori del letto. A detta sua, funziona; ed è raro che resti ”solo” per molto tempo; ma quando gli ho chiesto perché non cercasse di “sistemarsi” mi ha risposto più o meno così:
-“Ho paura, ho paura che dedicando il mio amore ad una donna, questa, possa trasformarsi in una nuova Laura, e ne ho già uccisa una! ”-
Insegna lontano da Napoli, ma viene a trovarmi abbastanza spesso, un colpo di telefono, ci vediamo nella trattoria ”da Gigino” dove ormai sono di casa da una vita, e giù a chiacchi
Esco dal negozio soddisfatto dell'acquisto appena effettuato. Prima di riprendere la strada mi guardo un po' intorno: il cielo, grigio; le strade, semivuote; le vetrine, accattivanti. È martedì mattina e sono poche le persone, come me, che non hanno niente di meglio da fare che passeggiare e sperperare i pochi soldi risparmiati a fatica. Ma tutta questa calma apparente mi rilassa e non so dire il perché, mi fa anche sentire importante. È vero, a volte mi sono chiesto con una certa preoccupazione se il mio etichettarmi "normale" sia legittimo. Per fortuna molte di queste volte finisco col dimenticarmi di rispondere. E la routine riprende il suo corso.
All'improvviso, senza una spiegazione logica, mi volto a destra e mi incammino lungo il marciapiede a passo un po' ciondolante, sazio del mio acquisto, ignorando per questo i richiami delle vetrine. Solo un momento mi fermo ad ammirarne una, ma c'è una bella ragazza in una posizione un po'... a risistemare gli scaffali. Sospiro, riprendo a ciondolare e passo oltre.
Ho comprato una cravatta. Già, un'altra cravatta, come se le altre centinaia che ho nell'armadio non fossero già a sufficienza, ma... bè, non devo certo spiegarvi io cosa sia una mania, una collezione, una stupidaggine.
C'è chi colleziona figurine, chi stupri, chi compact disc di Elton John... io mi accontento di comprare ogni tanto una cravatta. E in questi momenti torno a rifarmi quella domandina cui sopra accennavo. Non ricordate? Non è importante, credetemi.
Solo pochi giorni fa ho visto crollare le Twin Towers, le azioni che avevo sono rotolate nella melma, ho rovinato una delle mie più belle camice, ho riletto per l'ennesima volta l'Infinito di Leopardi e oggi... ho una cravatta nuova. In barba alla guerra, ai soldi, alla mia amica che non ne vuol sapere di un'avventura tutto sesso, solo sesso, sesso e basta. Avrei rinunciato alla mia cravatta per... meglio non pensarci!
Comincio ad avvertire un certa sete. Non uno di quei bisogni imp
Penso che sia giusto ricordare queste due vittime della giustizia americana. Quando furono giustiziati io avevo poco più di un mese. Lo dico perché, appena nata, sia pure inconsapevolmente, ho vissuto un evento tragico. I miei genitori e i miei nonni li ho sentiti parlare spesso con indignazione di questa tragedia. Da allora di tragedie ne ho viste parecchie, ma ho visto anche gesti di grande nobiltà ed ho conosciuto, direttamente o per averne letto, persone di grande coraggio, sensibilità e disponibilità. Sono loro che alimentano la mia speranza in un mondo migliore.
Nota: 23 agosto 2005
Senza di me la mia vita non ha senso. Non è il credo del "perfetto egoista" ma quello di un/una "sopravvivente". Provo a decontestualizzarmi, anche se ammetto che senza internet e l'aria condizionata sarei diverso/a. Mi svesto della mia identità sessuale, eppure rimango lo stesso uno/a "sporco/a borghese" con tutti i sensi di colpa che ne derivano verso chi sta peggio di me solo per una semplice casualità. Ho iniziato ad annotare in questi giorni episodi all'apparenza banali ma che sfuggivano alla mia logica. È il caso di F. T. (le iniziali sono inventate), la cui esistenza si è intersecata con la mia per una durata di circa dieci minuti. F. T. fa il vigile urbano, un mestiere come tanti altri, ma il suo sguardo porta con sé tutta l'angoscia del vivere nella sua peggiore espressione: la malvagità. Il punto d'incontro fra le nostre due vite è una strada come tante altre, in una mattina primaverile. Con la sua paletta mi fa segno di fermarmi, le nostre vite stanno per sfiorarsi. I nostri sguardi s'incontrano parlando di noi e nel suo intravedo l'odio di chi disprezza la vita.
F. T. , 45 anni, è sposato e ha due figli adolescenti. Odia il suono della sveglia che gli ricorda che sta per iniziare una giornata qualunque, soffocante presagio di una vita qualunque. "Alzatevi, ragazzi, dovete andare a scuola", sono le solite parole che risuonano ogni mattina
dall'altra stanza, pronunciate dalla solita voce femminile. F. T. guarda l'orologio e s'impone di alzarsi:
basterà compiere pochi passi per "subire" il primo contatto umano della giornata."Papà, mercoledì andiamo al luna park?" - stavolta è una voce maschile, non ancora matura, ad articolare questi suoni. Alla stessa età F. T. faceva capolino nel mondo con la sua voglia di scoprire, mostrarsi, farsi apprezzare, non come quegli "stupidi" e "superficiali" dei suoi compagni di scuola. "Domenica andiamo allo stadio" - oppure "Organizziamo una partita di calcetto"- erano
Lascio la parola a Pedro Casaldaliga, vescovo brasiliano, in
un'intervista sul neoliberismo.
IL NEOLIBERISMO È LA MORTE
Intervista a Mons. Pedro Casaldaliga di Dermi Azvedo
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Il neoliberismo é l'idolatria della morte, afferma mons. Pedro Casaldaliga, vescovo di Sao Felix do Araguaia (Mato Grosso, Brasile), in questa intervista. Come vescovo e, pertanto, come servo di tutta la Chiesa, egli stabilisce un ponte annuale tra le comunità dell'Amazzonia e Centro - Ovest del Brasile e i popoli centroamericani. Unite, in un solo cuore e una sola speranza, le angustie e le aspirazioni degli indios dell'Araguaia e dei contadini del Nicaragua, degli agenti pastorali di Santa Teresina e dei missionari di El Quiché, in Guatemala. Casaldaliga dice che il neoliberismo approfondisce l'impoverimento dei popoli della nostra America, per idolatrare il dio del mercato. E chiede alla società che ne abbia vergogna e veda la fame delle moltitudini.
Brasiliano di adozione, spagnolo di nascita, latinoamericano di onore, Pedro Casaldaliga é una delle personalità più rappresentative della Chiesa dei Poveri in Brasile, in America Latina e nel mondo. Missionario clarettiano, venne a lavorare in Amazzonia 25 anni fa'. È uno dei fondatori del Consiglio Indigenista Missionario (CIMI) e della Commissione Pastorale della Terra (CPT) della Chiesa brasiliana. La dittatura militare cercò cinque volte di espellerlo dal paese. La sua Prelatura fu invasa quattro volte in operazioni militari. Nel 1977 fu assassinato con un tiro di fucile, al suo fianco, il padre Juan Bosco Penido Burnier; lui e Pedro protestavano contro le torture che la polizia praticava contro le donne arrestate. Vari dei suoi sacerdoti furono arrestati e uno di loro, Francisco Jentel, fu condannato a dieci anni di prigione ed espulso dal paese. L'archivio della Prelatura fu saccheggiato e il suo bollettino fu edito falsamente per inc
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