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Racconti su avvenimenti e festività

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Eliot

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   7 commenti     di: Gianni Carretta


Fogli ingialliti

Camminava in fretta Margherita e il rumore ritmato dei suoi passi svelti sull'asfalto produceva un'eco che rimbombava nella via silenziosa a quell'ora della notte.
Lavorava come cameriera in un locale del centro città e spesso si attardava al lavoro, c'era sempre qualcosa da sistemare per il giorno seguente prima di chiudere. Procedeva speditamente perchè a quell'ora tarda aveva un po' di paura.
Per un soffio aveva perso l'ultimo autobus che stava partendo proprio nell'istante in cui Margherita arrivava alla fermata, si era così vista costretta a tornare a casa a piedi.
Il suo alloggio, situato verso la periferia della città, consisteva in un monolocale dove aveva portato le sue poche cose.
Rincasò con il fiato corto a causa della camminata veloce, posò la borsa e appese la giacca, levò le scarpe, infilò le pantofole e tirò un sospiro di sollievo.
Posò lo sguardo indugiando per un po' sullo scatolone che conteneva le poche, preziose cose del suo passato. Conservava lo scatolone gelosamente riposto in uno scaffale in alto, nell'unico mobile. La tentazione che spesso la prendeva era quella di salire sulla scaletta e di aprirlo... Ma cercava di farlo il meno possibile per non cadere nella nostalgia, sempre in agguato.
Ogni oggetto contenuto in quello scatolone rappresentava un ricordo e suscitava in lei molte emozioni belle o tristi, a seconda...
Margherita si era trovata sola a Milano, a cercare un lavoro per potersi mantenere, sperando di riprendere al più presto gli studi di giurisprudenza interrotti a causa del dissesto finanziario della sua famiglia. Dopo aver cercato a lungo e invano un impiego migliore, decise di accettare quel lavoro da barista, dignitoso, ma che a mala pena le dava di che vivere e pagare l'affitto del monolocale dove abitava.
Accese la piastra elettrica della piccola cucina, fece cuocere una bistecca, si preparò un'insalata e si versò un bicchiere di vino bianco fresco. Dopo aver mangiato fece la doccia, indossò

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   1 commenti     di: lidia filippi


Aisha 1 introduzione

Tonio, o Tonicchio, è un doppio compagno; sia negli anni dell’università, sia nelle notti passate insieme ad affiggere manifesti, o disegnare sui muri con le bombolette le nostre idee politiche, è sempre stato disponibile, altruista, amico.
La vita gli ha dato e gli ha tolto in egual misura; il suo sogno era di insegnare materie umanistiche in una scuola superiore, per aver modo di trasfondere alle nuove leve i suoi, i nostri ideali; e c’è riuscito; insegna nel Liceo XX di Firenze.
Motociclista incallito, sposata Lauretta, nostra compagna a Lettere, pretese e impose, il viaggio di nozze con la sua BMW bicilindrica, trasmissione a cardano, carenata space-lab, un vero ”mostro”.
Sul raccordo anulare di Genova, dopo neanche tre giorni di vita coniugale, furono coinvolti in un incidente che pur nella sua ”banalità” , causò tra l’altro, la frattura dell’anca sinistra di Tonio e la morte di Lauretta.
Gli ci sono voluti anni per riprendersi; col fisico ce l’ha fatta abbastanza bene, gli è rimasta una zoppia quasi impercettibile; con lo spirito temo che non vada bene ancora.
Sono passati più di 25 anni da quell’incidente, e Tonio non ha mai più voluto intrecciare una relazione ”seria” con una donna. La sua vita sentimentale non esiste più, è solo un veloce, rispettoso, bilaterale scambio di sesso; lui è molto corretto, avvisa subito le sue partner che non devono e non possono aspettarsi nulla da lui al di fuori del letto. A detta sua, funziona; ed è raro che resti ”solo” per molto tempo; ma quando gli ho chiesto perché non cercasse di “sistemarsi” mi ha risposto più o meno così:
-“Ho paura, ho paura che dedicando il mio amore ad una donna, questa, possa trasformarsi in una nuova Laura, e ne ho già uccisa una! ”-
Insegna lontano da Napoli, ma viene a trovarmi abbastanza spesso, un colpo di telefono, ci vediamo nella trattoria ”da Gigino” dove ormai sono di casa da una vita, e giù a chiacchi

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   5 commenti     di: luigi deluca


Dal diario di Cesca 2

Questa è una trascrizione dal mio diario che ho fatto per Lei, Prof, e ci terrei che la leggesse, per favore!:

“CD, era la mattina del 5 Giugno, il giorno del mio compleanno, due anni fa, papi mi aveva promesso che saremmo andati tutti a pranzo fuori, sarebbe venuto a prendermi all’uscita da scuola e via, a quel ristorantino sul mare, là, fuori città, lontani dal casino, dallo smog, dal traffico, io, mami e papi, come sempre, in ogni occasione di festa, vicini, uniti, a farci le coccole!
E quel giorno le coccole sarebbero state tutte per me; 15 anni!!! Ci pensi? 15 anni, già grande dentro, ancora piccola per loro due, già “donna” (e questo già te l’ho detto), ma ancora bambina per i miei genitori, 15 anni è già avevo paura di guardarmi allo specchio, e sulle cosce? È cellulite quella? E le faccia? Sembro una mongoloide! Non ho personalità, non ho stile, non so camminare decentemente, non so portare i tacchi alti! Sono una frana, nessuno mi guarderà mai come una donna, ma solo come una bambola di pezza! Una BRUTTA Bambola Di Pezza!

Credo non fossero neppure le 6, quando gli urli di mami mi fecero saltare giù dal letto, stupita, all’inizio incuriosita e infastidita, poi col passare dei secondi e col continuare dei suoi strilli, terrorizzata!

In pochi attimi ho rivissuto tutti i film visti, ed ho prima pensato che i ladri fossero entrati in casa, e sorpresi dai miei, li stessero picchiando, poi le immagini nella mente si sono fatte sempre più brutte e negative, NO non è possibile che sia papi a picchiare mia madre, No lui non le fa queste cose, sono cose da film, No lui NO!!!

Cosa fare? Nascondermi sotto il letto? Chiudere a chiave la porta della mia stanza? Correre in
camera dei miei per vedere cosa sta succedendo?

A piedi scalzi mi sono letteralmente catapultata nel corridoio e da lì nella stanza dei miei…..
Pochi istanti, pochissimi istanti per connettere al cervello quel che i miei occhi videro: mia madre con in brac

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   13 commenti     di: luigi deluca


La terra non muore mai

-Cosa avrai indosso? Cosa indosserai quel giorno?
Quella domanda ruppe la quiete della domenica mattina. Parlava con voce chiara, seppure fosse un po' rotta. I respiri incespicavano tra le parole, come se stesse trattenendo dei piccoli singulti.
Sua moglie non rispose. Guardava le ante dell'armadio della stanza da letto, chiuso, bianco, immacolato. A quella domanda, la testa riprese a scoppiarle.
-E se fosse domani? Cosa indosserai domani?
Di nuovo, insisteva. Non voleva rispondere. Quale domani? Non avrebbe avuto nessun domani, lei. Non voleva immaginare un seguito alla loro storia, dei giorni in cui avrebbe respirato, pianto, riso, e delle notti in cui si sarebbe obbligata a dormire, avrebbe respirato, pianto e col passare del tempo riso.
Si alzò di scatto e iniziò a riordinare i loro vestiti, sparsi sul letto, alcuni spiegazzati, altri già impilati uno sull'altro. Stava cambiando stagione, era tempo di tirare fuori golf e calze un po' più pesanti, e pantaloni di flanella. Le sue mani si muovevano frenetiche da un maglione all'altro, così i suoi occhi, e dentro di lei non riusciva a stare ferma. - Che cosa farò? Che farò??- pensava - non te ne andare, ti prego ti prego non farlo. Non prenderlo, ti prego.
Dalla testata del letto lui si allungò fino ad afferrarle le mani, le strinse, se le portò al petto. Lei si fermò. I suoi pensieri si paralizzarono, e poi con un tuffo al cuore sentì ancora una volta, lento e stanco, il respiro regolare del marito, e poi il suo, frenetico, affannato, terrorizzato quanto lei, vigile come una lepre in fuga in mezzo agli spari. In quel momento qualcosa dentro di lei si scaldò, vide quella piccola lepre rallentare, fermarsi e, finalmente, annusare l'aria serena. Un'altra volta, il suo cuore si era calmato. Lo guardò, gli occhi le divennero lucidi: lui sorrideva.
Le indicò con lo sguardo una maglietta bianca con dei fiori di giglio disegnati sopra, una gonna nera, larga, che le arrivava al ginocchio. Lei prese una

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   0 commenti     di: tinie M.


Rosso

Il Professor Redford era fuori di sé, come sempre più spesso accadeva.
Seduto sulla sua poltrona, coperto da un plaid a quadri verdi e blu, farneticava nel suo mondo come sospinto su una zattera alla deriva.
Dietro di lui il balcone lo illuminava lasciando visibile solo la sua silohuette. Sapevo che i suoi occhi mi osservavano senza vedermi, mentre mi avviavo verso l'altra poltrona che gli stava di fronte dopo averlo salutato con affetto.
"Buongiorno Professor Red " gli avevo detto con un sorriso.
Era stato il mio professore d'inglese del liceo. Era gallese e se ne vantava. Aveva un buon accento italiano, non comune fra i parlanti anglosassoni e un aspetto poco britannico quanto il passato da rugbista. Era infatti un uomo di piccola statura, piuttosto leggero, con folti capelli neri picchettati di grigio. La stempiatura lo faceva somigliare a Lev Trotsky di cui condivideva anche l'ideologia; per questo nel nostro istituto tutti lo avevano soprannominato professor Red.
John Redford mi aveva osservata per un attimo e aveva sorriso dicendo:
"Ciao cara, da quanto tempo!"
Ero stata da lui il giorno prima, ma non lo ricordava.
"Siediti qui" aveva detto battendo col palmo della mano su un pouf che gli stava vicino, alla luce del balcone che affacciava sulle montagne viola, nel tramonto immobile. Seguendo il suo comando, mi ero seduta in silenzio, mentre lui si era girato a guardare fuori, poi mi aveva osservata nuovamente. Il suo sguardo faceva riaffiorare i miei ricordi.
Indietro nel tempo, mi rivedevo all'entrata del liceo, mentre mi spiegava quanto fossero importanti le acca aspirate nell'inglese standard. Mi parlava ed io pensavo di non aver mai visto in vita mia occhi più belli: un blu chiaro, compatto, intenso come certi mari lontani. Doveva essersene accorto, poiché ci eravamo interrotti in un breve silenzio imbarazzante senza alcun seguito.
Alla luce limpida che ci avvolgeva dai vetri del balcone, i suoi occhi erano ancora intatti, escluso per un

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Annie e Anna

Quasi tutti la chiamavano l'Americana. O Annina la matta.
Per pochi ancora restava semplicemente Annina.
Se ne andava in giro a tutte le ore, da sola, per le strade del paese, vestita in modo eccentrico e sempre con un cappello grigio in testa. Sempre lo stesso, estate e inverno, per quante estati e per quanti inverni visse ancora.
Era una donna di bell'aspetto e di bel portamento, nonostante i suoi settant'anni passati quasi tutti a spezzarsi la schiena sulla terra arida più dura della pietra dalla quale mieteva, insieme al marito e ai tre figli, allora tutti pelle e ossa, spighe di grano alte non più di un palmo, che sarebbero diventate pane scuro per tutta la famiglia.
Rimase vedova presto, Annina, e si vestì di nero. Mai cedette alle lusinghe di altri uomini perché nessuno era disposto a risposarsela con tutti i suoi tre figli. E quando si presentò don Alessio che prometteva "amore e avvenire ai tuoi figli pur di avere te", Annina si fissò sul finale delle parole del ricco pretendente e comprese in un baluginare rapido di pensieri che ai suoi figli sarebbe toccato sempre un secondo posto rispetto a lei a causa della sua bellezza di cui il riccone si era invaghito.
Fu un no deciso che le costò, unite agli enormi sacrifici che si preparava ad affrontare da sola, invidie e antipatie.
Ma che si permetteva di fare quella donna che non aveva neanche gli occhi per piangere!
Nessuno era riuscito a penetrare nel suo cuore puro, né lei si preoccupò mai di svelarsi e così avvenne che la sua profonda dignità passò per superbia. Da allora rigò dritta per la sua strada che diventava sempre più dura fino a quando Clementino, Nicola e Benedetto non si fecero, in mezzo agli stenti, giovani uomini pieni di salute e di forza.
Il primo si trovò una moglie tra le ragazze che lavoravano come lui la terra. Se la rimirava con gli occhi pieni di desiderio mentre erano tra i covoni di grano e nascondevano appena i loro tentativi maldestri di toccarsi le

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