Il vecchio secolo stava per finire, e con esso anche il vecchio millennio. La fine di un'era, un momento epocale che tutti stavano aspettando. Le città si erano illuminate di luci scintillanti, i fuochi d'artificio erano in programma per la mezzanotte, e ovunque si sentiva il brulichio di una società pronta a fare il suo grande salto nel futuro. Ma Damiano, che di solito non amava le tradizioni troppo formali, decise che quell'occasione sarebbe stata troppo ghiotta per non approfittarne. Avrebbe fatto qualcosa che nessuno aveva mai osato fare: sarebbe entrato nella storia in un modo davvero unico.
Damiano, un tipo un po' eccentricamente geniale, decise che la sua grande impresa avrebbe coinvolto il calcio, lo sport che più di ogni altro aveva segnato la sua giovinezza e la sua passione. Ma non una partita qualsiasi. No, lui aveva in mente una partita che avrebbe attraversato il confine temporale, una partita che sarebbe iniziata nell'anno 1999 e che si sarebbe conclusa nel 2000, all'inizio di un nuovo millennio. Un'idea tanto semplice quanto folle: due squadre, il fischio d'inizio alle 23:00 del 31 dicembre 1999, e il primo tempo, rigorosamente, sarebbe stato giocato fino alla mezzanotte, per poi fermarsi e celebrarne l'arrivo, per poi riprendere il gioco nel nuovo anno. Due mondi separati da pochi minuti, ma così profondamente diversi.
"Tei" e "Allezziti", così le chiamò Damiano. Le squadre, naturalmente, erano composte da amici di vecchia data, giocatori di tutti i livelli, dalle vecchie glorie del calcio amatoriale ai più giovani che avevano appena cominciato a scoprire la bellezza del gioco. La regola era semplice: si giocava fino alla mezzanotte, poi tutti avrebbero festeggiato insieme il nuovo anno, per riprendere a giocare con il secondo tempo nel bel mezzo della notte.
La partita cominciò con grande entusiasmo. Il campo era improvvisato, niente stadi o impianti lussuosi, solo un grande prato verde, un po' fangoso per il freddo che iniziava a farsi
Questa mattina mi sono svegliato, ed il mio sogno si era finalmente avverato.
Mi chiamo Marco Genovese, e come molte persone, vivevo in un corpo che non mi apparteneva. Erano ormai due anni che mi ero attivato per riuscire a cambiare sesso.
Fin da piccolo mi hanno diagnosticato il disturbo di identità di genere, quando fui maggiorenne, iniziai a conservarmi i soldi per poter raggiungere il mio sogno.
Due anni fa, quando avevo 25 anni ed una buona disponibilità finanziaria, iniziai il mio percorso, nel quale conobbi Francesca, la psicologa, che avrebbe dovuto tramite il suo parere medico, dare il consenso all'operazione, giorno per giorno, lei, diventava fondamentale per me, era come una sorella, mi sosteneva e mi faceva esprimere, non giudicava mai. Un anno fa, Francesca, mi diede il consenso di iniziare le cure ormonali pre-intervento, fui felicissimo, mi misi a piangere, il mio sogno si concretizzava. Finalmente non sarei più stato l'ennesimo scherzo della natura.
Oggi, lunedì 23 aprile, il giorno più bello della mia vita, la sveglia suonò alle 8. 00, puntuale come ogni mattina, mi sentivo estremamente strano, mi alzai dal letto e andai in bagno, per farmi la doccia. Camminavo con fatica, ero ancora completamente intontito dal sonno, sentivo qualcosa sulla mia schiena, ma non capivo.
Arrivato in bagno, guardandomi allo specchio, urlai. Avevo dei capelli lunghissimi che coprivano la mia schiena, un bellissimo seno, mi commossi, iniziai a toccarmi la faccia, strabuzzando gli occhi. Era un sogno! Doveva esserlo!
Il giorno prima ero andato a dormire con le sembianze di un uomo, e questa mattina ero una bellissima donna! Un miracolo.
Mi feci una doccia, la più lunga della mia vita, lavandomi, ispezionavo ogni mia parte del corpo, continuavo a non crederci.
Aprii l'armadio con forza e presi il vestito che comprai quattro anni fa, mi ripromisi di mettermelo quando sarei diventato una donna, finalmente lo indossai, il mio battito cardiaco era arrivato a
Era tutto pronto, era quasi l’ora.
La sposa ormai aveva indossato il vestito; preda delle sue stesse emozioni torturava l’orlo del pizzo, primo strato dell’enorme gonna che l’avvolgeva tutta come un vaporoso fiore di primavera.
I suoi capelli raccolti, adornati di rose bianche avevano il compito di attribuirle un aspetto da regina, ma i suoi occhi emanavano l’innocenza, lo stupore che si prova nel credere di essere destata in un sogno.
Eppure la stanza era tutta intrisa del profumo dei gigli che le erano stati portati in dono dai protagonisti della vita di sempre, eppure il sole aveva il calore dorato di ogni mattino, come mai si sentiva leggera, talmente leggera che le pareva di poter spiccare il volo come un gabbiano da un’altura?
La madre, che la conosceva da sempre, intuiva i suoi sentimenti e nascondeva il suo stato d’animo nella frenetica attività di sistemarle il vestito per le ultime foto da ragazza, in quel soggiorno che l’aveva vista crescere.
Pochi attimi ancora, pochi minuti e poi quella sua figlia sarebbe stata tolta dal calore delle sue ali per sempre, perché avrebbe preso a volare da sola insieme allo sposo che tanto amava.
Non tanti anni prima si reggeva a malapena sulle sue gambe ed aveva bisogno di mille cure e della sua presenza costante, perché presa dall’euforia del poter camminare, raggiungeva i posti più impensati destando in lei mille preoccupazioni.
Dove era la bambina che chiedeva i viaggi fantastici delle favole per poter dormire meglio, e dove, l’eco delle sue prime canzoni che imparava grazie alle suore e dove il balbettio delle sue prime letture, là, sul tavolo della cucina mentre lei era intenta a compiere i suoi doveri domestici?
Il tempo troppo breve della sua infanzia era ormai scaduto, ma le si era cristallizzato negli occhi che emanavano una dolcezza tutta nuova: la dolcezza di chi sta per diventare donna ed il distacco che la madre sarebbe andata ad affrontare di lì a poco ne era la prova.
La m
“La stiamo perdendo, la stiamo perdendo, cazzo!” Nonostante mi abbiano fatto rimanere fuori dalla sala di rianimazione, sento lo stesso le rabbiose grida del medico che sta cercando di salvare la vita di Francesca.
Tutto è successo tre ore fa, Cesca ha voluto per forza andare lei a fare la spesa, io ho insistito più volte, ma non sono riuscito a farle cambiare idea; così, io sono rimasto in casa, stereo acceso a tutto volume, a sistemare un po’ di conti, bollette da pagare, ricevute da registrare, estratto conto da controllare, insomma le cose che si rimandano sempre e si fanno sempre con una noia e una non passione infinita; e Cesca; rotonda e colorata come una barbabietola, (come si arrabbia quando la chiamo così), è scesa per le compere quotidiane, (e sicuramente perchè le è venuta voglia di qualcosa di impossibile! È cosi fin dall’inizio della gravidanza).
Solite botteghe, solito marciapiede, ma oggi c’è qualcosa di nuovo, due bastardi in vespa che cercano di fare uno “scippo” a Cesca, la quale, stupidamente, ma istintivamente, reagisce e stringe fortemente la sua borsa. Strattonata, cade a terra ed urta violentemente la testa sul bordo del marciapiede, non contenti di ciò, uno dei due, sceso dal motorino la prende a calci e solo dopo essersi impossessato della borsa la lascia stare.
I negozianti che hanno assistito, inermi, alla scena, la soccorrono immediatamente, strilla di rabbia, invettive contro i malavitosi, l’arrivo in pochi minuti (stranamente) dell’ambulanza, la corsa all’ospedale. Il fornaio, che mi conosce da sempre, mi viene a bussare al citofono, e con parole confuse mi racconta tutto; mi precipito giù che l’ambulanza è già partita, prendo un taxi ed eccomi qui.
Il biiiiip, biiiiip, delle macchine che monitorizzano la mia piccola Fran è l’unico segno che è ancora viva. Circa due ore dopo, a fine dell’intervento col quale le hanno ridotto ed assorbito l’ematoma cerebrale, il medico vien fuo
Correva da talmente tanto tempo da non riuscire neppure più a sentire il dolore alle gambe, quasi non fossero più parte del suo stesso corpo. Il bagliore dell’incendio alle sue spalle ormai era scomparso, eppure il giovane vedeva ancora la luce danzante inseguirlo sempre più vicino…
Così continuò a correre, giù dalla collina attraverso i filari di viti, per il campo di granturco, con le piante che gli sferzavano le braccia e le gambe, sempre più doloranti… e ancora attraverso un rigagnolo e poi di nuovo giù per un’altra collina.
Cadde, stremato, sulla terra annerita da un diverso, ma altrettanto devastante, incendio.
Si rialzò faticosamente e ricominciò a correre, furiosamente, disperatamente, come braccato dal demonio in persona.
Finalmente raggiunse i resti bruniti di una piccola casupola, la stessa che aveva visto dall’alto della collina. Sapeva di non essere ancora al sicuro, eppure non poteva più continuare a correre, doveva lasciar riposare almeno un poco il suo corpo esausto.
Cadde in ginocchio.
Si rialzò faticosamente, trascinandosi, e infine si abbandonò contro un muricciolo diroccato, quasi senza accorgersene si addormentò.
Riaprì gli occhi e si accorse con orrore di essere ancora nel monastero. La sua corsa era stata inutile? Lo avevano già trovato e catturato? O forse la corsa e la fuga erano stati solo un dolcissimo sogno e ora era tornato alla crudele realtà?
Intorno a lui uomini e ragazzi urlavano in preda al panico, mentre correvano in tutte le direzioni per mettersi in salvo e dal fuoco e dai colpi di pistola, lui era come paralizzato, non riusciva a muovere un muscolo. Continuava a fissare la porta ed ecco arrivare il Priore: il volto sereno, mentre si avviava verso i suoi carnefici, le mani rudi che lo afferravano, il povero saio che si lacerava e infine i colpi di spranga sulla schiena e le braccia nude. Miguel cercò di distogliere lo sguardo, non voleva e non poteva assistere a quella scena, eppure in quel
La guerra non era finita da molto, ma agli inizi del 1948, con l'unione dei socialisti dei Nenni e dei comunisti di Togliatti nel Fronte Popolare, si verificò in vista delle elezioni di aprile una tensione senza precedenti, tanto da far temere dei colpi di testa da parte dei due contendenti: il centro e la sinistra. In una situazione economica drammatica, con la povertà dilagante, l'Italia praticamente distrutta, si avviò una campagna elettorale senza esclusione di colpi.
Anche il paese, nel suo piccolo, fu teatro di dispute, di una propaganda astiosa, a ogni livello e in ogni luogo, anche in chiesa.
Il tutto iniziò una domenica mattina dei primi di gennaio, allorché don Zeffirino, durante la messa, parlando di un episodio del Vangelo, quello della Pesca Miracolosa, accennò vagamente al fatto che solo con l'ideale cristiano si sarebbe potuto ritornare a mangiare.
E, considerato che la portatrice politica di questo ideale era la Democrazia Cristiana, ai presenti non fu difficile comprendere il significato del messaggio.
Dell'evento fu subito informato il Guercio che, immediatamente, come locale segretario del partito comunista, fece ciclostilare un manifesto, di cui furono tappezzati tutti i muri della case del paese, frontale della chiesa compreso, e in cui si diceva semplicemente "Con le parole e con gli ideali cristiani non si mangia".
Già alla messa della sera, poi, i rintocchi delle campane furono sovrastati dall'inno dell'Internazionale, suonato a tutto volume.
Don Zeffirino, che prete sì era, ma che, nonostante l'età avanzata, era ancora ben lucido e che tutto avrebbe voluto, salvo che far sorgere un conflitto in paese, anche per il fatto che molti dei suoi fedeli erano dichiaratamente comunisti, decise di correre subito ai ripari e fece sapere al Guercio che desiderava parlargli.
L'incontro, di cui ebbero notizia solo i fedelissimi, si tenne in campo neutro e fu così che verso mezzanotte, in un freddo quasi glaciale, sul vecchio argine copert
Livorno 23 novembre 1971
Dopo tante ricerche dei paracadutisti morti nella tragedia avvenuta da tanti giorni, finalmente le navi della marina militare italiana e inglese sono riuscite attraverso i palombari a recuperare le salme dei paracadutisti. Ieri si sono celebrati i funerali durante i quali è stato suonato il silenzio.
Alla cerimonia era presente tutto l'esercito ma non proprio tutto perchè mancavano i 52 paracadutisti.
Dopo la cerimonia hanno portato le bare alla stazione e le hanno messe sui treni che partivano per raggiungere le città dove erano nati.
Tema in classe, scuole Puccini
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