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Racconti su avvenimenti e festività

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Bastava non pensare

Fumando l'ennesima fortuna blu capì che bastava non pensare. Doveva solo capire come.
Bevve un caffè amaro, guardò il Colle Oppio, ascoltò lo stridere dei gabbiani e cominciò a bestemmiare.
Viaggiò sulla metro B, lesse che erano vietate tante cose, ad esempio fumare. Si accese una sigaretta e smise di leggere.
Arrivò al lavoro, andò in bagno e lo trovò rotto. Accadeva spesso. Decise di inviare tre email. Ordinaria amministrazione. Spacchettò le serigrafie per l'invio natalizio e ci pisciò sopra. Chiaro, non aveva più un lavoro ma doveva pur sempre pisciare.
Capì finalmente come poteva non pensare.
Scese in strada. Fece un respiro profondo. Lo smog aveva l'odore ed il sapore del fumo passivo. Si accese una fortuna blu. Quello che contava era il percorso e non la meta. Cominciò a camminare.
L'asfalto gli sembrò un nastro che sussurrava di andare, una sorta di sirena post-moderna con gli occhi grigio ardesia ed i solchi del tempo. Vide uno stormo di gabbiani e decise di non farsi domande. Tanto lo sapeva che il mare non c'era.
Raccolse alcune pietre. Le mise in tasca. Aveva tasche grandi e grande era la voglia di alleggerirsi. Vide uno specchio che rifletteva l'immagine di un rottame. Pensò di essere lui. Guardò bene. Era solo un frigo arrugginito. Restava il più bello del reame.
Prese il frigo e lo scagliò contro lo specchio. Si assicurò che non vi fossero altri specchi. Meglio non guardare. Di rottami quel giorno ne aveva già visti. Mise una mano in tasca e accarezzò le pietre con un gesto deciso e cortese. Lui sapeva perché.
Arrivò alla fine della strada. Si girò e ricominciò a camminare. Non era un percorso a ritroso, disegnava una nuova traiettoria.
Quattro passi. E si fermò. Un gatto nero attraversava la strada. Con rapidità prese una pietra dalla tasca e la scagliò. Non era superstizione. I gatti li detestava esteticamente.
Otto passi. Aveva camminato abbastanza. Si sdraiò lungo la strada e si addormentò. Si sveg

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   4 commenti     di: Marco Roca


Levitazione magnetica

Era la frase più densa che avessi mai letto. Quella frase era come una forza vertiginosa che spingeva tutto il mio corpo alla terra, più incisiva e distruttiva d'ogni forza della natura, più evidente della stessa forza di gravità. Era una frase che non poteva risuonarmi nelle orecchie, che se la rileggessi mi pungerebbe un ago nella mia schiena ricurva. Quando lessi quelle parole, come blocchi di cemento sull'asfalto, un senso di disgusto sullo stomaco, come un peso di mattone in uno zaino e messo sulle spalle di un ragazzino. Non potevo credere ai miei occhi stanchi di non vedere il vero. Soggetta a critiche permalose e del tutto accidentali, bastevoli però a far smuovere il delizioso equilibrio di una bilancia che trova il suo mezzo per sé e da sé. La critica dovrebbe essere un vaglio, un esame, una prova intenzionale e mai una pioggia di fango all'altro, ma si sa, lo spazio certe volte può diventare una cameretta da condividere con tre o quattro amichette e allora tutto può esser leva d'attacco o di pressione. Allora dentro la mia mente rilessi quegli occhi, m'abbracciò di calore estivo tutti i miei sensi quell'amore che provo per quello sguardo di luna, che può essere un velo rosso che mi risparmia il mio sangue davvero. Non dovevo più pensare, allora, alla semantica di quella proposizione così folle, che istituisce, io lo so, quel legame molecolare che io non vedo e che semmai vedessi, rabbrividirei. Tutti gli altri dicono volentieri che io odi le critiche in quanto critiche, ma molti di essi nella pazza folla, non sanno i miei pensieri sull'arte, perché è proprio la critica, io penso, che è quella che rende l'aeternum di un'opera d'arte, e questa è legge è sociale a cui nessuno può sfuggire. E'la critica letteraria a far leggere un romanzo, è la critica sociale ad eternizzare gli individui. Quella frase non mi dispiaceva tanto per quel suo volermi infangare, no. Pregavo soltanto che quella comparazione non fosse dimostrabile e quindi cieca

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   0 commenti     di: manuela tosti


IL MIO BILIARDO

Più che un racconto è un omaggio, anche se non mancano episodi e personaggi, spero non annoierà troppo chi si avventurerà nella lettura, pur non appartenendo a questa …. setta.
* * *
Spiegare il biliardo è un’impresa complicata, non a caso tutti quelli che ci hanno provato hanno usato il condizionale, non solo per analizzarne storia e origini, ma spesso anche per raccontare situazioni e aneddoti recenti. Il biliardo ha ispirato scrittori, pittori, grandi registi, non ha una data di nascita certa, anche se le prime tracce risalgono (o vengono fatte risalire) alle origini della civiltà, qualcuno sostiene che abbia albori plebei, altri scommettono sulla sua nobiltà, producendo, come prova, tavoli scolpiti, veri capolavori d’artigianato riconducibili a Luigi XV (Maria Antonietta era una giocatrice accanita); la letteratura di quei tempi è ricca di storie, aneddoti, amori, tradimenti, intrighi, con il biliardo a fare da sfondo; molti hanno addirittura tentato di appioppargli poteri misteriosi, se non addirittura occulti, non la pensava così Pio IX, che nel 1846 fece installare un tavolo in Vaticano (il biliardo è stato per un lungo periodo l’unico gioco ammesso nella Città Santa), contribuendo ad aumentarne la fama. Nemmeno oggi però manchiamo di originalità, sono rimasto incredulo leggendo il risultato di uno studio “scientifico” condotto dal dr. Rolf Lapoi, che, dopo aver esaminato oltre quattrocento persone (uomini e donne) impegnate al biliardo (il gioco consisteva nel colpire la palla da posizioni particolari, utilizzando una normale stecca…), ha stabilito che le lesbiche sviluppano uno speciale rafforzamento dei centri di consapevolezza nel cervello, rendendole particolarmente adatte ad attività dove sia richiesta precisione e capacità decisionali.
Il grande scrittore canadese Morderai Richler, studioso e grande appassionato di snooker, sosteneva che il biliardo è un gioco troppo

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   12 commenti     di: Ivan Bui


Perchè Pulce

Mi sono accorto di aver definito le mie allieve, PULCI! E devo, come è d’obbligo darvene una spiegazione:
sono Pulci perché Saltano, saltano di gioia quando sono felici, saltano per la rabbia quando gli va giù dura la vita, saltano i pasti, nella stupida anoressica ricerca del “fisico”;
saltano le lezioni, credendosi furbe, saltano i preliminari con i galletti della scuola credendosi già
donne fatte!

Insomma le vedi saltellare da un canto all’altro sempre ipertese, ipertoniche, parlano a scatti,
scrivono sms sempre più corti e criptati, e talvolta mi mettono le k e i nn nei compiti in classe!

Ed io, io come il domatore di pulci dei circhi di beneandata memoria, cerco di tenerle a freno,
cerco di dialogare con loro mettendomi a loro livello, cerco di conoscere la loro musica, i loro
idoli sportivi e non, cerco, in buona sostanza di fare il mio dovere, essere a disposizione delle mie
piccole PULCI non solo per parlar loro di Leopardi o Foscolo, ma anche quando vogliono saperne di più sull’Eutanasia, sulla Guerra o sull’Infibulazione!

Ho litigato più che ferocemente con la Signora Preside, perché secondo lei vado oltre ed al di fuori del mio compito istituzionale; devo attenermi al programma d’istituto e PROSIT!

Ma io seguo il mio cuore, e lui, il piccolo muscolo ormai sclerotizzato dall’età e dalle molte coltellate ricevute, mi dice che ho ragione io, che è giusto che le Pulci abbiano uno straccio di confidente, un punto di riferimento quando si sentono in alto mare.

Le guardo, quando in gruppetti disomogenei, chiacchierano del più e del meno, le sigarette a stento
nascoste, il fumo sbuffato fuori velocemente e in modo ridicolo.
Le guardo, quando fanno il filo ai Bullibelli, durante la pausa, tutti ammassati al “bar” della scuola.
Le guardo, quando riflettono su cosa scrivere nel tema, senza dire troppe sciocchezze ed evitando l’uso di parole che poi io, potrei chiedergliene ragione.
E quando non saltan

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   8 commenti     di: luigi deluca


Il genocidio degli armeni simile a quello degli ebrei, dimenticato e ignorato dalla storia

Il genocidio che sembra "maggiormente assomigliare alla 'soluzione finale' fu il tentativo turco di deportare gli armeni nel deserto siriano e di ucciderne il maggior numero possibile" (G. Mosse, Storia del razzismo in Europa, Laterza). Come la Shoah, fu "un'operazione realizzata durante l'emergenza della guerra" con la chiara intenzione di "liberare una volta per sempre la Turchia da una minoranza irrequieta", paritetica alla volontà hitleriana di annientare la minoranza ebraica del Reich. Una chiara analogia tra i due genocidi è la deportazione: quello ebraico in vagoni bestiame o in camion a gas, quello armeno a marcia forzata.
Entrambi i massacri furono coordinati ed eseguiti da una commissione centrale pianificatrice, ma se in quello perpetrato dai nazisti l'elemento razziale fu centrale e predominante, questo mancò nel genocidio armeno: si è visto, difatti, come "la conversione all'Islam era un mezzo per sopravvivere". Inoltre, nel genocidio degli ebrei la burocrazia, la tecnica e la modernità furono utilizzate con la massima efficienza, ma altrettanto non si può dire per il massacro armeno.
Un'ultima, agghiacciante analogia è data dagli esperimenti di medicina empirica condotti su "cavie umane": se "gli ebrei dei ghetti e dei campi erano diventati l'oggetto del fanatico interesse di Himmler" per testare quanto un uomo potesse resistere senza acqua e cibo, quanto freddo potesse sopportare un corpo umano, per provare l'effetto di droghe sulla coagulazione del sangue ed anche per sperimentare nuove tecniche di sterilizzazione coatta, così il governo turco autorizzò "Hamid Suat (padre della batteriologia turca) a condurre esperimenti sugli armeni per vedere la reazione del corpo umano contagiato da un virus, quale, ad esempio, il tifo" (T. Koguc, op. cit.).



La terra non muore mai

-Cosa avrai indosso? Cosa indosserai quel giorno?
Quella domanda ruppe la quiete della domenica mattina. Parlava con voce chiara, seppure fosse un po' rotta. I respiri incespicavano tra le parole, come se stesse trattenendo dei piccoli singulti.
Sua moglie non rispose. Guardava le ante dell'armadio della stanza da letto, chiuso, bianco, immacolato. A quella domanda, la testa riprese a scoppiarle.
-E se fosse domani? Cosa indosserai domani?
Di nuovo, insisteva. Non voleva rispondere. Quale domani? Non avrebbe avuto nessun domani, lei. Non voleva immaginare un seguito alla loro storia, dei giorni in cui avrebbe respirato, pianto, riso, e delle notti in cui si sarebbe obbligata a dormire, avrebbe respirato, pianto e col passare del tempo riso.
Si alzò di scatto e iniziò a riordinare i loro vestiti, sparsi sul letto, alcuni spiegazzati, altri già impilati uno sull'altro. Stava cambiando stagione, era tempo di tirare fuori golf e calze un po' più pesanti, e pantaloni di flanella. Le sue mani si muovevano frenetiche da un maglione all'altro, così i suoi occhi, e dentro di lei non riusciva a stare ferma. - Che cosa farò? Che farò??- pensava - non te ne andare, ti prego ti prego non farlo. Non prenderlo, ti prego.
Dalla testata del letto lui si allungò fino ad afferrarle le mani, le strinse, se le portò al petto. Lei si fermò. I suoi pensieri si paralizzarono, e poi con un tuffo al cuore sentì ancora una volta, lento e stanco, il respiro regolare del marito, e poi il suo, frenetico, affannato, terrorizzato quanto lei, vigile come una lepre in fuga in mezzo agli spari. In quel momento qualcosa dentro di lei si scaldò, vide quella piccola lepre rallentare, fermarsi e, finalmente, annusare l'aria serena. Un'altra volta, il suo cuore si era calmato. Lo guardò, gli occhi le divennero lucidi: lui sorrideva.
Le indicò con lo sguardo una maglietta bianca con dei fiori di giglio disegnati sopra, una gonna nera, larga, che le arrivava al ginocchio. Lei prese una

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   0 commenti     di: tinie M.


Viale Edison

“Lo sapevi che la vetta occidentale del Kilimangiaro è chiamata Casa di Dio?” Mauro aveva l’aria di uno che sta confessando una rivelazione. Roberto cercò di essere contenuto: “Ah, bene…”
ma quello insistette: “Eh, sì, tu pensa che sono 5895 metri, la montagna più alta d’Africa, no?”
Mauro era mezzo infossato in una poltrona sommersa dalla polvere, annaspava tra libri e annuari cenciosi con l’aria dello studioso, del bibliofilo; annusava quasi le pagine, le soppesava, se le passava tra le mani candide e adipose con cura chirurgica, stucchevole, di sicuro affettata. Quando trovava qualcosa a suo dire interessante strizzava gli occhietti da dietro le spesse lenti, poi, con un ché di compiaciuto si rivolgeva verso Roberto battendo l’indice sulla carta. “Tu pensa che erano i Maori a chiamare il Kilimangiaro Casa di Dio… chissà come si diceva nella loro lingua…”
“Ngàje Ngài.” Fece Roberto mentre stava tentando di riporre un pesante scatolone sulla mensola più alta dello scaffale. Mauro non la prese bene, si tolse gli occhiali, come per eliminare qualsiasi filtro tra sé e il mondo, poi staccò la schiena dalla poltrona di pelle, lasciando una oleosa ombra di sudore sullo schienale: “E tu come lo sai?” Il tono era quasi di sfida. “Ho letto Hemingway, Le nevi del Kilimangiaro, mi pare fosse questo il titolo.” “Ma che bravo… Ah Hemingway… già, già…” Mauro era abbastanza infastidito, non cercava nemmeno di dissimulare quel suo atteggiamento indisponente e volgare. Ma con tutta evidenza faceva parte del suo carattere. Roberto non lo sopportava, ma aveva bisogno di lui, gli serviva la sua biblioteca, o meglio, la biblioteca del padre di Mauro, un archivio veramente fornito, parecchie prime edizioni pressoché introvabili. Valeva la pena?
Il clima di ottobre stava rapidamente precipitando verso un freddo plumbeo, annoiato, senza speranza. Roberto lo sapeva benissimo. Sapeva che presto o tardi sarebbe ritornato

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