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Racconti su avvenimenti e festività

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Profeti di speranza: Marianella e il suo Arcivescovo

Marianella Garcia Villas e Oscar Arnulfo Romero erano entrambi salvadoregni ed entrambi "convertiti". Marianella, che era di famiglia benestante borghese, scelse di stare dalla parte dei poveri. Avvocato e presidente della Commissione dei diritti umani in Salvador usava, come strumento della sua resistenza alla dittatura di destra, la sua macchina fotografica con la quale fissava le immagini degli assassinati dal regime, lasciati sul ciglio delle strade.

I crimini che la dittatura voleva occultare venivano così documentati. Marianella non si riteneva e non si atteggiava ad eroina; era una ragazza normale che amava i profumi ma che chiudeva il termosifone della sua stanza per non avere il privilegio del tepore che ad altri mancava. La sua particolare resistenza nonviolenta la collocò subito nel mirino della dittatura. Una notte fu brutalmente torturata e violentata. Andò subito a cercare conforto dal suo Arcivescovo Romero. Era sconvolta e reclamava vendetta. Chiese all'Arcivescovo una pistola! Quando Marianella venne in Italia per suscitare l'attenzione dell'Europa alla tragedia salvadoregna, raccontò che quella notte, mentre lei era indurita e impietrita, l'Arcivescovo piangeva, piangeva, come un bambino: si rendeva conto di quanto la ragazza fosse stata traumatizzata per ridursi in quello stato. La sollecitò affettuosamente a paci- ficarsi, a perdonare, e la pregò di tornare da lui. Marianella tornò più volte e si rafforzò la collaborazione con Romero che, certo, sollecitandola al perdono, non intendeva che ci si dovesse rassegnare alla dittatura. Romero era arrivato a S: Salvador con un bagaglio teologico tradizionalista, conformista, di supina obbedienza alla gerarchia della chiesa cattolica. Il popolo salvadoregno operò la sua "conversione". Di fronte alle sofferenze del suo gregge Romero fece la stessa scelta di Marianella, scelta che espresse con queste parole: "E se denuncio e condanno l'ingiustizia è perché ciò è il mio dovere come pastore

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Teresa

Non pensavo fosse così difficile,
un solo mese può bastare e tutto scompare... stesa dinanzi ai miei occhi,
per la prima volta sono importante, una delle mie prime ultime volte.
Accomunate dal nome, il tuo nome.
lo sguardo fermo le pupille dilatante mi tenevi stretta con le pallide e magre mani sempre perfette, sempre curate. Un attimo, una manciata di minuti dilatarsi per un tempo indefinito, ho visto il fondo delle nostre anime riflettersi... nel calore di quegli istanti ho vissuto L infinito. Ho catturato milioni dei tuoi ultimi respiri, prenderanno il posto di tutte quelle parole che ci siamo negate negli anni.
Mi manchi.
Mi sento come L ateo che ha trovato Dio tra le sue stesse mani.
Ci scambiamo sguardi
Come fanno gli amori persi e poi ritrovati.
mi ritrovo immobile, nuda, sono piccola Ho ancora cinque anni mentre t imploro chiedendoti di tenermi la mano e questa volta di non lasciarmi.
Non sono perfetta e mai lo sarò , sono burbera, fredda
ma credimi quando ti dico che tutto quel cuore S'è liquefatto in lacrime di dolore.
Non c'è tempo guaritore
Non c'è sonno o sogno che sia ristoratore
Ci siamo noi,
adesso,
Fuori dal tempo,
Fuori e dentro i nostri corpi
Ci sono le nostre ultime immagini
Ed il desiderio di non perdersi ancora ma di vivere sfiorandosi tra i diversi spazi.

   1 commenti     di: teresa...


Tratto da una storia vera

Una donna musulmana, di cui non diremo il nome per motivi di privasi. Era giusto entrata nel età per trovare marito, la sua famiglia era una famiglia non troppo benestante ma avevano i loro lussi, li favoriva anche il fiorente periodo che stava vivendo la città dove vivevano. La ragazza non era la classica ragazza indiana, aveva un carnato bianco, labbra rosse, occhi enormi e di colore nero, i suoi capelli erano neri e arrivavano a poco sotto la spalla. Essa era innamorata di un ragazzo molto più ricco di lei ma che viveva la sua vita senza pensare al denaro : "vive la sua vita come la portava il vento" . se la ragazza avesse visto la sua vita dal esterno la avrebbe descritta con un film seppiato. La sua vita era stata piena gioia per tutta la sua vita, in matrimonio si preparo con i dovuti tempi, preparato in gran parti dalle rispettivi madri mentre i due piccioncini si crogiolavano in abbracci e baci, senza ragione d'esserci.
Il matrimonio si fece, essa non ricorda nemmeno dei dettagli particolari. Ricorda solo la navata vista dalle sue spalle mentre lei è al altare con il suo uomo. Il ricordo è sfocato ma percepisce delle potenti vibrazione di un infinita felicita e vede tanto bianco, sulla navata, i fiori che sono appesi alle banche hai lati della navata, tutto ciò che ricorda di quel giorno fu la felicita e il bianco.
Poi un buco, come se fossero passati messi cosi poco importanti da non essere nemmeno rimasti impressi nella sua memoria. Il momento che ricorda dopo il matrimonio è una sera, nella sua nuova casa, c'èra suo marito, sua suocera e un'altra donna (che non ricorda chi fosse, forse una lontana parente) . La suocera era una persona aperta ed dava sempre l'impressione di nutrire una grande gioia. Essa le aveva portato in donno un enorme pezzo di cartono dove erano attaccati orecchini e collane e avevano deciso di provarsele a vicenda, cosi lei decise di prendere anche le sue. Poco qualche risata sfrenata, c'era già un gran groviglio di col

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   0 commenti     di: Beatrice


Attività onirica-Il legame

Nella prima strada, e non aveva realmente importanza allora dire di quale strada si trattasse, i loro occhi si incrociarono e intensi sembrava volessero avere davvero una loro elettronegativà. Coi corpi apatici ed i gesti freddi mantenevano quarantasette passi l'uno dall'altro. Quarantasette respiri e uno e due e... fu evidente l'aumento d'intensità. Con forza s'elevarono da terra e con dissolvenza, chiara diveniva la patina scivolosa che arrivava da loro mentre essi stessi scomparirono. A terra una miscela si mescolava, densa, rosea, quasi gelatinosa. Si sentii un grido.
Dalla porta attigua al cemento troppo vicino al piede mio osservatore ed immobile, nasceva un nuovo mondo. Ma non vidi nessun'alba. Caddi sulla fessura che nella terra per me si era creata.
Immenso cielo grigio spaziò nella cittadina oggi a me sconosciuta e domani detestata. Sii sentii poi il suono delle campane voler stuprare lo spazio tutt'attorno.

Le pareti s'elevarono come aspri monti, il soffitto voleva poter somigliare alla barriera dell'infinito e così, fu chiaro il mio divenire ancora più piccola e distante se tutto aveva la sua vita al di là di me.
Occhi di fuoco, che il diavolo si divori l'inferno per non lasciare prova nell'intestino che brucia e scricchiola e circola e vortica e uccide senza far morire.
Dalle scale alte ed apparentemente infinite la fine è lontana, e non si può raggiungere. Si cammina soli e a testa in giù, e ora direi che non è male questa visione capovolta.
Un filo arriva da terra e s'accosta accanto alla mia mano, smuovendo i miei capelli sospesi. Un brivido percorre la mia schiena e nell'altra esperienza avrei pensato che nella mia nudità un dito mi percorreva in tutta la mia non fisiologica curva.
Al filo, un corpo lontano da me vi era legato. Muovendolo un poco esso oscillava troppo lontano da me per poterlo vedere bene... Senza peso tutto esistenza e poteva accendersi, spegnersi senza conseguenza. Ma improvvisamente vidi apparire nell'a

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   0 commenti     di: Giulia


ADDIO?

Quanto profondo é il tuo amore?
Devo veramente impararlo,
perché viviamo in un mondo di pazzi
che ci deprimono;
quando loro dovrebbero lasciarci stare,
noi apparteniamo a te e me
(r g)

Sto piangendo, quindi ho un attimo di difficoltà nello scrivere.
ADDIO? Significherebbe dimenticarti? Bruciare il tempo dedicato a te, prima allieva e
poi, si, anche qualcosa di più nel mio cuore?

Non sei la sola a fare “CAZZATE” piccolapulceCesca.
“TU QUOQUE FILI MI” mi direbbe l’Augusto, “SI DOMINE!” Sarebbe la mia risposta,
anche io ho fatto la “CAZZATA” mi sono innamorato di una delle mie Pulci, la più piccola,
la più tenera, la più triste, la più dolce, la più bella, la più TUTTO!!!!

Ho tradito almeno cento giuramenti di coerenza ed onestà e professionalità e civiltà ! Almeno cento volte mi sono imposto di non pensarti così e centouno volte mi sono tradito!
E cosa mi costi scriverti queste righe…. ma forse hai provato lo stesso dolore nello scrivermi le tue!
Allora c’è comunione di esperienze dolorose fra le nostre vite, c’è comunione di tormento,
di passione e di CORAGGIO, si Cesca, il tuo coraggio sarà anche il mio!

Va’, parti; allontanati dal dubbio, dal dolore, dall’incertezza dei sensi e della mente!
Va’, trova la ragione della tua vita, che sia valida ragione, che sia onesta ragione!
Va’, esprimi nell’arte che è in te, le tue passioni, le tue voglie, i tuoi sogni!

Ma, ma non dimenticare MAI, il tuo passato, l’orma dei tuoi passi sia eterna come i passi
del primo uomo sulla luna, ricorda di ricordare, ricorda di onorare col pensiero tutto quello che ti ha preceduto, compreso me, magari, se io sono servito, in un modo o nell’altro a farti trovare il CORAGGIO che anelavi!

Voglio ricantarti una poesia che per te ho composto :

Amarti perché sei bella, sarebbe banale,
amarti perché sei gentile e tenera
sarebbe già più naturale.

Amarti per quel modo che hai di camminare?
O p

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   8 commenti     di: luigi deluca


Non era tempo per noi

E sarei rimasta lì, volentieri, per ore e ore, tra le tue braccia. In quella strada dove non osava passare neanche una macchina in quel momento. Il più bello della mia vita. Con te, abbracciati. Mi trasmettevi emozioni mai provate. Il calore del tuo corpo, la tua mano nella mia. La mia testa posata sulla tua spalla. Il tuo volto posato sul mio. Chiusi gli occhi e ti dissi: Ti voglio bene.
Avrei voluto dirti di più ma avevo paura. Paura di rovinare quel momento magico. Speciale. Unico.
Mi guardasti e mi dissi: Vorrei fermare il tempo.
I miei occhi lucidi erano colmi d'amore. Non credevo alle mie orecchie. Il tuo volto si avvicinò al mio, le tue labbra sfiorarono le mie. Era il momento.
Ma una macchina passò, prendendo in pieno quella pozzanghera che avevamo accanto. Ridemmo. Mano nella mano andammo verso casa tua.
Era tutto troppo perfetto, mi dicesti. Forse non era il momento, forse noi non eravamo adatti a quella situazione.
Ti salutai e mi diressi verso casa con il tuo profumo ancora su di me.
Ti amo, ti scrissi per messaggio.
Ti amerò anche io, mi risposi. Ora non è tempo per noi.

   1 commenti     di: Sara Turco


Antica-mente1

Guido era giunto all'improvviso, sorridente e Chiara, sua madre, gli era andata incontro, come faceva, del resto, con chiunque si fermasse in quella casa coperta da un boschetto di eucalipti e da un alto muro di tamerici. Chiara aveva trasformato quell casa in un albergo, con poche persone fedeli che l'aiutavano e la circondavano di affetto. Era serena, bella, unica erede di quella proprietà lasciatale dai genitori e dai nonni, vissuti in quel luogo, serenamente. Non le mancava null, forse neppure l'amore, finchè il gattino nero, che Guido stringeva teneramente tra le mani, non passò nelle sue. Uno sguardo tenero, i suoi occhi gialli, il suo miagolio indifeso ed aggressivo le fecero capire che, quelle mani grandi e tenere, le appartenevano...

   4 commenti     di: soffice neve



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