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Racconti d'avventura

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La Biblioteca dove il tempo si è fermato

Dopo una lunga camminata in campagna, due fratelli, Giorgio e Francesco, decisero fermarsi ad abbeverarsi ad una fontana che stava a pochi passi dal luogo in cui si erano fermati, dopo di che ripresero a camminare.
Si stavano recando dal nonno che risiedeva in una casa vicino ad un ruscello nel mezzo al bosco, così dopo essersi abbeverati, ripresero il cammino.
Quella strada era assai tortuosa, non come se la ricordavano, era in un certo senzo cambiata, fra di loro si guardarono e si accorsero di esser molto stanchi.
Il cammino si fece sempre più faticoso, finche uno alla volta, come colpiti da un sonno profondo crollarono a terra nel mezzo alla strada.
Entrambi si risvegliarono in un altro luogo, non erano più, per terra dove erano caduti, ora si trovavano in un letto fatto di paglia e fieno, molto morbido, come non l'avevano mai sentito.
Impauriti i ragazzi si guardarono tra di loro con aria sospetta, Francesco disse a Giorgio:
-"Non ho mai dormito in un letto del genere, dove ci troviamo?"
Nel mentre poneva la domanda al fratello, un anziano signore con uno strano antico indumento si presento a loro aprendo una cigolante porta e disse :
-"Salve ragazzi, v'ho trovati in mezzo al bosco, così visto che è pericoloso laggiù, ho pensato di portarvi da me, questa è la mia biblioteca, ho molti libri, potete soggiornare qui se vuolete, per me non è un problema, sono solo da ormai molti anni, avere un po' di compagnia mi aggrata."
Così i due ragazzi incuriositi dalle parole del biblioteario, si alzarono dal letto ed iniziarono a vagare per la grande biblioteca.
I libri che vedevano neglio scaffali erano antichi di secoli.
Giorgio chiese al bibliotecario :
-"Scusi, che libro è questo? Sembra molto vecchio... non riesco a leggere il titolo..."
così l'anziano bibliotecario rispose:
-"Questo libro non è vecchio, e'Antico, io non butto via le cose antiche, comunque questo volume racconta le storie di un antico luogo, dove ormai il tempo s'è fermato, e

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   2 commenti     di: Udrihel Affen


Capodanno 2000 a Cuba, prima parte

Percorrere centocinquanta chilometri sull'Autostrada del Sole fra Reggio Emilia e Milano senza vedere un'auto? Fare tutta la tangenziale attorno alla città meneghina fino a Malpensa incontrando solo una decina di macchine... è possibile?
Quella di Paolo Pellico e Marcella Momo sembrava un'improbabile scommessa. La risposta, dopo un'attenta riflessione fu l'unica attuabile: solo all'alba del primo giorno dell'anno.
Paolo viveva nel suo ufficio sei giorni la settimana. Dalla finestra si vedeva solo il muro di un vecchio condominio, sul quale qualche graffitaro si era sbizzarrito in una composizione astratta di buon livello tecnico, ma tutto lì. Nemmeno un albero o una finestra qualunque nella quale sbirciare gesti umani. Sul davanzale appoggiava sovente delle briciole di pane per i passerotti che erano assidui frequentatori di quell'improvvisata mensa. La sola cosa viva, oltre ai suoi colleghi. I suoi colleghi... dopo cinque anni in quel posto non era nemmeno più sicuro che fossero vivi, forse erano finti. Come pure le piante erano finte, verosimili, ma certamente finte.
Marcella, la sua compagna di vita, lavorava in un laboratorio d'estetista. Tentavano assieme di trovare momenti di vita la domenica, ma finivano sempre incolonnati ai caselli autostradali, ai portoni dei musei, nelle tavolate di ristoranti agrituristici fra famigliole schiamazzanti con bambini maleducati e antipatici o sulle spiagge fra giovani e non più giovani impegnati a fare saltare palline, palloni, fresbee o cose d'ogni genere sulle pance dei bagnanti.
"Basta." Sbottò un giorno abbracciato a lei "Qui ci vuole un viaggio esotico, emozionante: un viaggio vero al di fuori da tutto questo. Un viaggio fra culture lontane con forme e odori differenti... e a costi contenuti."
"sì però fra gente allegra e festosa", aggiunse lei. In una parola: Cuba.
L'offerta più economica era alle otto del mattino del primo Gennaio 2000. Così si evitarono il traffico. Avevano prenotato il volo diret

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   0 commenti     di: Rudy Mentale


Mindflowing

dita che sbattono sulla tastiera, musica di pianoforte mistico in cuffia, notte che avvolge la mia casa. coperte che si gonfiano e diventano vele di una nave fantasma. il letto sobbalza e poi si alza dal pavimento. le pareti spariscono. mi sento strano. stanotte le stelle non si riescono a vedere, il cielo è quello tipico losangelino, uno specchio nebuloso luminoso anche di notte. cammino scalzo per le strade i prati bagnati degli innaffiatori automatici sono umidi e morbidi. le finestre illuminate a sbalzi alterni dal blu degli schermi televisivi. qualche ciclista solitario passa come un soffio di vento, i bidono della spazzatura fuori dai vialetti sembrano dei guardiani immobili del quartiere. il tempo è una cosa cosi strana, non esiste. interi mesi condensati in pochi episodi poche ore allungate per secoli. la mente vaga come un'onda sempre pronta ad incontrarsi con la prossima scogliera, mai ferma nello stesso luogo si rimescola e si scontra, rigurgita e schiamazza. i passi umidi salgono in alto dove poco fa il tramonto dorato si incastravatra le palme..

   5 commenti     di: johnny utah


L'insolito sesso

I vetri della lunga finestra erano rigati dall'acqua piovana. Le gocce ne segnavano la superficie scivolando lente, poi più veloci quando si univano fra loro. Ciascuna mostrava a suo modo il mondo intorno. Migliaia di minuscoli specchi ricurvi riflettenti una realtà deforme: questo erano. Luisella - che detestava il suo nome trovandolo insulso - le guardava, seguendo la loro triste sorte, il loro inevitabile suicidio sul davanzale, il momento in cui cessavano di vivere come gocce, mescolandosi al bagnato informe del freddo travertino.
"Che mattinata di merda!" pensava.
Al lavoro le avevano affidato troppe commissioni, come sempre. Così era uscita di corsa salutando i colleghi con un " Ciaoooo!" e si era infilata frettolosamente in auto. Dopo aver programmato rapidamente una mappa mentale dei vari luoghi della città da toccare, aveva deciso di fare la prima tappa alle poste. Il traffico era intenso nonostante fossero le nove del mattino e l'ufficio postale dove si recava di solito, a qualche chilometro di distanza. Lentamente, si era avvicinata in zona e aveva parcheggiato. Di buona lena si era avviata a piedi pensando che forse, data la distanza dal parcheggio, non era valsa la pena di andare in macchina.
Finalmente era entrata, sudata. Cinque sole persone in fila, quasi un miracolo! Mentre era assorta nel pensiero delle rimanenti ambasciate, si era avvicinato un giovane alto e scurissimo che lentamente l'aveva oltrepassata e con nonchalance, si era appoggiato con un gomito in prossimità dello sportello. Non una parola da parte di alcuno. La tensione era diventata palpabile, mentre la prima signora della fila stava terminando la sua operazione. Il giovane accennò ad ignorare il suo turno per rubare il posto agli altri, così Luisella sbottò:
"Guardi che c'è una fila!"
Senza neppure rivolgerle lo sguardo, lui:
"E chi si muove! Anzi, io non ho fretta. Quasi quasi mi leggo il giornale! "
E così detto, estrasse dalla tasca posteriore dei je

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C era una volta

un giorno d"inverno una bambina decise di scendere in giardino, lei sentiva sempre rumori di notte e un bel giorno decise di uscire a vedere cosa ci fosse. si avvicino ad un albero grande e sentiva che li arrivavano i rumori, dopo un attimo l"albero inizio a parlare e gli disse che era il suo angelo custode che lo manda... la piccola ELISA era impaurita ma poi si calmò e capi che lui era l"amico che lei tutte le sere sognava.. la notte cala e lei si addormenta accanto a lui. l"albero la protegge con i sui rami ed è cosi che lei si sentiva la bimba più felice del mondo. sapeva che aveva un angelo accanto a lei e non doveva più avere paura della notte

   4 commenti     di: annalisa


Come nasce e muore una passione 3° (ultimo)

conclusione 2° parte
Oggi uno prende una boccia di tranquillante, si attacca ai moschettoni di un istruttore e via, di colpo in caduta libera per un minuto. Così, senza aver mai fatto niente prima. Basta un certificato medico e duecentocinquanta euro (con trecento ti fanno anche le foto e il video) e prova già tutto. Non capirà un cazzo, d'accordo, ma intanto impara cos'è la caduta libera. Io allora non lo sapevo. E per impararlo ho rischiato del mio. Come tutti quelli prima di me. Come quelli che io chiamo parà veri.
Per ognuno di quei lanci, e in seguito pure, anche se sempre meno, io ho avuto paura. Paura di tutto, paura di qualsiasi cosa. Paura di me, degli altri, della sfiga. Fin che non son passato all'uscita in tuffo e poi al volo in gruppo (ed anche li c'è da averne di paura e non poca) io ho avuto paura. Ed è stato bello. Solo che non è durato.

Terza parte (conclusione)

L'apprendimento è una cosa appagante. Ci sono momenti in cui direi che è il sale della vita. Se però sbagli e ce ne metti troppo viene una schifezza e rovini tutto. Se ho reso l'idea, bene, se no pensate pure alla trita e ritrita "fare il passo più lungo della gamba". Ma insomma, deve essere graduale, senza mai farsi prendere dalla fretta d'imparare. Se però uno ha quasi quarant'anni e nuota in mezzo a pischelli di 18 - 20 la cosa diventa subito un tantino in salita. E questa era la mia situazione.
C'erano vantaggi e svantaggi: sul ragionato non c'era gara, a quell'età neppure si ragiona, ma sull'istinto nemmeno. L'istinto, se non lo fai da giovane non lo fai più, oppure ti serve il quintuplo del tempo. E comunque non riesce bene uguale. Altrimenti non si chiamerebbe istinto. I riflessi non sono più quelli. Lo san bene gli atleti che a 34, 35 anni le carriere le han finite o sono in procinto di. Io ne avevo 38. Ma ce l'ho fatta lo stesso.
Che cosa? Completare il percorso di addestramento? Ehi, dico, non offendiamo! Io ce l'ho fatta ad andare ben oltre,

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   9 commenti     di: mauri huis


Sotto assedio

"Ottimismo pragmatico...
"Cosa intende Capitano...
"Resistere a prescindere, con ottimismo ponderato, ragionato, pratico, giocare le proprie carte fino in
fondo e crederci...
Il Maresciallo Dizzi pensò a quel punto che il suo superiore fosse completamente impazzito.
Nella piccola caserma dei carabinieri di V. , posta in una collina un po' fuori mano rispetto al paese, dal pomeriggio si era scatenata come una guerra. Il clan di V., boss che il Capitano Della Corte aveva incriminato come mandante di una serie di delitti, usura, compartecipazioni ad appalti "truccati", collusioni per potere sul territorio; dal carcere in cui risiedeva aveva lanciato l'ordine a tutti i suoi affiliati, i piu feroci ed addestrato nelle azioni armate, di uccidere il Della Corte e radere al suolo la caserma.
Così, dopo l'uccisione del Carabiniere Pizzuto, da pochi mesi, di guardia, colpito da un fucile di precisione, e quella del Tenente Carli uscito dalla caserma e ucciso allo stesso modo crudele, l'edificio era ora frontalmente assediato dal gruppo mafioso, composto da una decina di persone. Forniti addirittura di bazooka per eseguire l'ordine di sgretolare il presidio, ora pronti all'attacco finale.
Il primo colpo dell'arma, il cui contraccolpo fece quasi cadere in terra l'uomo che sparava, come per avvertimento di far uscire i due ufficiali e ucciderli a sangue freddo seza pietà, colpì il tetto solo sulla parte che non dava sopra l'ufficio del Capitano, leggermente a destra del casottino. L'effetto fu devastane.
Portò via non solo tegole e contro soffitto ma anche parte di mattoni che aprirono una voragine sul muro portante che era nella stanza del Capitano, riparatosi con il maresciallo.


Sia Della Corte che Dizzi si erano subito protetti sotto la scrivania in noce, e Dizzi, sopraffatto dalla paura e il nervosismo prese a piangiere "Mannaggia, è la fine! Ma quanto ci mettono i rinforzi ad arrivare!".
Un gruppo di malviventi cominciò a correre in direzione de

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   0 commenti     di: Raffaele Arena



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