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Racconti d'avventura

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Ferie col 170

Jesolo, estate, moglie e figli ancor piccini. Mare bello, sabbia fine, ombrelloni, bomboloni, creme solari e canzoni. Giochi sulla spiaggia, spruzzi dentro l'acqua, pizze con amici spensierati la sera e giri coi trabiccoli a pedali coi bimbi seduti sul davanti. Qualche zanzara ma niente di che. Rogne di lavoro a parte, non mancava niente. Anzi, casomai c'era qualcosa in più, qualcosa di cui solo io ero a conoscenza, avendomelo mia moglie espressamente proibito. Per problemi di spazio oltre che di opportunità.
Ora bisogna sapere che allora avevamo un gran vojager così lungo che, quando eravamo andati in Sardegna, l'avevamo lasciato a casa per non pagare un rene di traghetto, dato che superava i 5 metri. Tuttavia per mia moglie era appena sufficiente, dato che pur essendo solo due adulti e due bambini lei riusciva a stiparlo così bene che nessuno sarebbe riuscito a vuotarlo e rimetter dentro tutto senza la sua attenta supervisione.
Quindi io potevo portare solo il computer, che già mi costava qualche occhiata torva, ma di cui non potevo fare a meno per lavoro. Non che mia moglie sia un'arpia, eh, assolutamente, ma è un'organizzatrice così micidiale che non le sfugge nemmeno la coda delle virgole. Io invece sono tutto il contrario. Complementare, insomma, e non completamente affidabile, se è vero che uno spazio mio riesco sempre a ritagliarmelo.

La scelta del posto, ad esempio. Jesolo era una mia scelta per un motivo non del tutto da lei condiviso: la pista di go kart mondiale, perchè anch'io, come gli altri due bambini, avevo le mie esigenze in fatto di attività ludiche. E lei non mi ostacolava, anzi, essendo maestra di scuola materna, incoraggiava queste mie attività. Bastava solo che non esagerassi e non la coinvolgessi e non c'erano problemi. Quell'anno, però, qualche problema c'era: l'anno prima avevo lasciato un po' troppa pelle di gomiti e ginocchia sulla pista del kart, capottandomi ridicolmente in una curva, quindi lei, per quell'anno avrebbe

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   12 commenti     di: mauri huis


Viaggio per la Karamoja

L'Uganda è chiamata la perla d'Africa.
Si trova proprio al centro dell'Africa, bagnata a sud, come se fosse un mare, dal lago Vittoria, il più vasto lago d'Africa e la vera sorgente del fiume Nilo.
Questa verde e fertile terra fu conosciuta ed esplorata dagli europei ben dopo la metà dell’800 ed ha rappresentato per tanti secoli quel mitico e ignoto territorio, sogno di tutti gli esploratori, dal tempo dei Romani, dove cercare le famose sorgenti del Nilo.
Tanti furono gli esploratori, nei secoli, che si avventurarono lungo le acque del Nilo sperando di raggiungere le sorgenti, ma vi trovarono solo la morte e in luoghi ancora molto lontani dalla meta.
La scoperta delle sorgenti del Nilo si deve agli esploratori inglesi che le cercarono partendo da sud, vale a dire dalla Tanzania, invece che da nord, cioè risalendo il Nilo, come avevano fatto tutti i loro predecessori. Per primi questi esploratori, in canoa, attraversarono, con molte difficoltà, il grande lago ed incontrarono la popolazione Baganda da cui il nome, in seguito, dello stato dell’Uganda.
L'Uganda è stata così isolata, per secoli, che quegli esploratori inglesi furono i primi uomini bianchi mai incontrati prima dalle popolazioni locali.
Scoperta la via d'accesso a questo verdissimo angolo ancora nascosto nel mondo, gli inglesi ne fecero presto, approfittando della buona accoglienza dei Baganda, un Protettorato, e già alla fine dell’800 fu costruita la lunghissima linea ferroviaria che dal Kenya arriva fino a Kampala, sede antica del re Baganda, che da villaggio divenne città ed infine capitale dell’Uganda.
L'aspetto dell’Uganda, per chi arriva in aereo, è davvero rigoglioso e le isole del lago Vittoria vicino alla costa, la rendono molto simile ad un paesaggio esotico caraibico.
Ogni volta che arrivavo all'aeroporto di Entebbe, a 30 chilometri dalla capitale, rimanevo colpito dai colori, così vivi che proprio m’incantavano, come pure dalle

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


Sveglia, dottore: c’è un taglio cesareo da fare!

Il reparto al mondo che da più soddisfazioni ad un medico è sicuramente il reparto di ostetricia. Questo si vede, sempre, dal sorriso delle puerpere che cullano i loro bambini appoggiandoli ai loro seni gonfi di latte, dal loro viso rilassato e felice per l'esperienza più bella della vita che, seppur molto dolorosa, generalmente finisce con una soddisfazione immensa. Si vede chiaramente anche in Europa dai mazzi di fiori e dai nastri colorati all'ingresso delle stanze delle pazienti, o posti davanti alla madonnina in fondo al corridoio.
Anche in Africa, sebbene il numero di figli per donna sia elevato, da 4 a 5 secondo le statistiche dell’Unicef, ogni nascita ha le stesse caratteristiche di gran dolore e poi d’immensa gioia. Questa gioia e soddisfazione, notevolmente importanti nella vita della donna africana, vanno a colmare molte altre gravi sofferenze; una di queste è l’aspettativa di vita di questo bambino che ha mediamente il 70% di possibilità di arrivare a cinque anni di vita.
Tante gravidanze, tanti figli, ma anche tanti lutti. Quest'ultimo è uno dei pesanti drammi che la donna africana spesso vive sola perché o senza marito o perché lui è lontano. Al momento del parto però è sempre una gran festa: il padre è presente e con lui tutta la famiglia d’origine.
In Karamoja come del resto in gran parte dell'Africa, il numero dei parti in Ospedale è basso, tra il 10 e il 20%, perché la donna africana è convinta che il parto sia un fatto naturale, che deve avvenire tra le mura domestiche, in una capanna del villaggio, aiutata dalle donne anziane della tribù, come è sempre stato.
Se il parto si svolge nei villaggi, il controllo della gravidanza non è seguito dalle anziane del villaggio, perciò le donne karimojong colgono l'opportunità del servizio pubblico, aperto alle gravide, per visite ambulatoriali e vaccinazioni.
Nell’Ospedale di Matany ho lavorato in ostetricia sia negli ultimi anni '80 sia tra il

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   5 commenti     di: Antonio Sattin


Capitolo 1 - Azgard

Un putrido puzzo infestava l'aria. Il buio della notte incombeva sul prato pieno di fiori secchi. Lupi ululanti bruciavano l'atmosfera nera. Un malefico ghigno rompeva il silenzio, come la morte interrompe il sonno.
Una strana creatura incappucciata avanzava zoppicando. La gobba che le usciva dal sacco rattoppato che indossava le dava un non so che di spaventoso. La bestia dalle sembianze umane emise una risata maligna, guardando, nascosta dal cappuccio, il bambino spaventato.
Il povero ragazzino indietreggiava terrorizzato. Le lacrime gli rigavano le soffici guance calde e rosse. La corporatura docile contrastava con i vestiti logori che portava addosso. Con occhi lucidi implorava il mostro di essere risparmiato.
All'improvviso il bambino inciampò. Suo malgrado, continuava a indietreggiare. La maligna creatura a volte si fermava, ma di certo non per pietà. Quella bestia non aveva un cuore.
All'improvviso nel petto del bambino il mostro vide una luce, che a poco a poco si faceva più splendente. La candida insegna accecava la creatura, che si dimenava invano.
La creatura intravide un proprio simile diretto verso il bambino, ma all'improvviso un'accecante luce scoppiò, più accecante di quella di prima. Durò un paio di minuti, dopo tornò il buio. Le ripugnanti creature erano a terra, morte.
Il bambino si guardava a torno, stanco e confuso.
Si ritrovò a terra svenuto.

   1 commenti     di: Odissey


Incontro ravvicinato - II parte

Qualcuno attraversò di corsa il campo, trai lampi colorati che ci bersagliavano, mi sembrò al momento un pilota, aveva una tuta argentea, poi ci ripensai, quando l'immagine era già scomparsa: quel pilota era troppo alto, troppo magro e aveva due occhi enormi in una testa triangolare. Forse... ma l'immagine dell'uomo che correva era durata solo un attimo. Pensai d'essermi sognato tutto, era solo un pilota che correva veloce mentre luci colorate e intermittenti pulsavano: ma perché un pilota avrebbe dovuto attraversare il campo mentre tutti eravamo impegnati con le riprese?
Pensai che chiunque fosse, ormai l'avevo ripreso e anche gli altri l'avevano sicuramente ripreso, e proprio mentre stavo pensando questo vidi la mia telecamera distorcersi, come in un effetto speciale, forse era la vista a darmi alterazioni. Ma no, anche al tatto divenne molle e gelatinosa e mi sfuggì di mano. La lasciai cadere mentre un lampo nero sembrò colpirmi in pieno volto ed ebbi pure io la sensazione di contorcermi, di divenire molle, poi cominciai a precipitare velocemente, sempre più velocemente...

Quando mi ripresi ero sdraiato su un lettino da campo. Molte altre persone prive di sensi erano sdraiate su altri lettini. Intorno a noi uomini con tute anti contaminazione procedevano con strani movimenti.
Quelle tute le avevo già viste, ma solo nei film catastrofici, quelli che parlano d'infezioni virali, d'ebola, d'influenza aviaria e altre amenità.
Con sforzo mi alzai sul lettino. Subito un medico (?) in tuta mi si avvicinò, non riuscivo a distinguere il suo volto dalla visiera che aveva un effetto specchio.
Iniziò a parlarmi e la sua voce mi giunse digitalizzata: "Per sicurezza stiamo decontaminando sia voi sia il luogo del contatto. Entro mezz'ora sarà tutto finito. La prego d'aver pazienza."
Mi ributtai sul lettino e quando riaprii gli occhi ero ancora sul quel prato, era mattina inoltrata, accanto a me c'erano gli altri che avevano partecipato al contatto.
Il genera

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Atlantide (terza parte)

<<Lunga e tortuosa è la strada per la salvezza>>, mormorò Liam Fletcher osservando il cammino in costante salita lungo il quale venivano condotti.
<<Le parole di un saggio scrittore?>> domandò Lescard accostandosi a lui.
<<No, solo i deliri religiosi di una madre in punto di morte.>>
Una fitta vegetazione circondava il sentiero, rigogliosa ed insolita. In essa conviveva ogni specie vegetale che Fletcher avesse mai visto o della quale avesse sentito parlare; o era un prodigio della natura o l'opera di biologi superlativi. Il sole splendeva vivace e spingeva la fauna a prodursi in una melodia costante che accompagnava ogni passo della strana processione. Le corde gli impedivano di controllarsi le tasche, ma Liam dubitava che gli avessero lasciato il telefono. Era inservibile, come mezzo di comunicazione, ma poteva ancora indicargli la data. Giudicò, ad ogni modo, che stava trascorrendo la mattina successiva al naufragio.
<<Il tempo cambia in modi strani, in questo posto>>, commentò senza rivolgersi ad alcuno, ma sapendo che solo uno dei presenti poteva rispondergli.
Alain Lescard emise un curioso suono strozzato e fece dei cenni. Gli uomini che li circondavano allungarono il passo o rallentarono per restare un po' indietro. <<Non cambia affatto, signor Fletcher. Questo sole è perenne, come pure la tempesta che l'ha accolta. Questo non è un luogo nel senso stretto del termine, non ha precise coordinate geografiche e non rispetta leggi comuni.>> Sollevò un angolo della bocca, ma non ne scaturì un vero e proprio sorriso. <<Se lei naufragasse oggi, Liam, troverebbe comunque vento e pioggia.>>
Si beava della propria consapevolezza, si rese conto Fletcher, ne faceva una posizione di privilegio e forza. Impossibile dargli torto, però, poiché in un luogo tanto singolare, dove nulla pareva al posto giusto, la conoscenza poteva essere una moneta preziosa. <<Se non è un luogo, come sono arrivato qui?>>
<<Domanda sbagliata, signor Fletcher. Ritent

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Ivan

Ivan si stava preparando seriamente a quella nuova missione, il pericolo dell'ultima volta gli dava molte preoccupazioni, questa volta voleva essere sicuro di essere all'altezza della situazione, non voleva che l'imprevisto lo cogliesse nella sua trappola. Il suo allenamento doveva essere serio, il suo corpo non si doveva più piegare sotto lo sforzo fisico, doveva essere una molla di acciaio. E venne il giorno della partenza, tutto regolare, tutto controllato, lui e il suo equipaggio salirono a bordo, tre uomini e una donna, si inizia il conto alla rovescia e poi su nel cielo, no, su nell'universo. La terra sempre più piccola, sempre più lontana, ed ora erano soli nell'immensità dell'universo. il viaggio procedeva secondo i piani, tutto nella norma, ogni tanto potevano parlare anche con la famiglia, e ogni volta sul viso di Ivan compariva una lacrima; era fiero del suo lavoro ma la voce della sua donna lo riportava tra le cose della sua terra, tra le braccia del suo amore. Era stato difficile scegliere tra la missione o un tranquillo lavoro a terra; da una parte la sua donna, dolce, sensuale, donna nel senso più ancestrale della parola e dall'altra parte la sua eterna passione, l'ignoto, i misteri dell'universo. Ivan non sapeva scegliere, avrebbe voluto entrambe le cose, ma fu la moglie a scegliere per lui, lei lo sapeva che se non fosse partito sarebbe stato una condanna a morte per il suo uomo, e lo spinse a scegliere la missione anche se ogni volta che ne parlavano a lei venivano i lacrimoni. Lei avrebbe voluto dirgli di non partire ma lo amava troppo per renderlo infelice. In quella navicella c'era tanto tempo per pensare, si aveva le sue belle mansioni da svolgere, ma poi quando stava di riposo poteva fantasticare su quello che le sue donne stavano facendo, si Ivan aveva due donne che lo aspettavano, la moglie Franca e la figlia Roberta, una splendida ragazzina di quasi 13 anni; e si sa che a quell'età si vive di sogni, e Roberta aveva fatto del suo pa

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   6 commenti     di: bruna lanza



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