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Racconti d'avventura

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Atlantide (seconda parte)

Liam rimase semplicemente sbigottito da quella presentazione, in particolare dal nome del paese; e a peggiorare ulteriormente le cose tornò a farsi sentire l'emicrania che lo aveva aggredito poco prima.
"Lei sta scherzando vero?" domandò a quel misterioso quanto ambiguo uomo che si trovava davanti. "Oppure sono io a non aver capito bene il nome di questo posto."
"Tranquillo, ha capito benissimo! Ho detto Atlantide e mi risparmi le classiche affermazioni del tipo, -Atlantide non è mai esistita-, non le sopporto. Come può ben vedere si trova qui e..." s'interruppe un attimo e gli diede un leggero schiaffo. "... io sono reale."
Nella buia confusione mentale di Liam si aprì un piccolissimo spiraglio di lucidità, un sottile raggio di luce molto simile a quello che potrebbe filtrare attraverso una porta socchiusa, che gli permise di osservare Lescard sotto un'altra prospettiva. Quel suo caloroso sorriso ora non gli sembrava più neanche tanto rassicurante anzi, metteva i brividi: la pelle così incredibilmente liscia e pallida unita alla totale assenza di rughe gli davano l'aria di una maschera, sotto la quale si celava ben altro che gentilezza.
"Va bene, ammettiamo che tutto questo sia reale e non solo un sogno,"disse quasi balbettando. "Voi perché vi trovate qui e soprattutto perché loro parlano come dei cavernicoli?"
Nessuno degli abitanti del luogo sembrò aver compreso una sola parola; le loro facce non assunsero alcuna sfumatura, mantenendo il loro aspetto consumato e spento.
"Lo scoprirà a tempo debito," si limitò a dire Lescard.
"Quale tempo debito?" sbottò Liam e facendo uno sforzo non indifferente si mise in piedi. Erano alti uguali, con una sostanziale differenza di corporatura; Liam aveva addosso almeno quindici chili di muscoli in più del suo interlocutore. "Ho già detto ai vostri compaesani che i miei compagni sono dispersi e hanno bisogno di aiuto, non c'è un secondo da perdere."
"Le consiglio vivamente di darsi una calmata."
"Non le

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Io e le zanzare.

Va bene cosa volete che vi dica è più forte di me, non ho paura dei topi, non ho paura dei serpenti non ho paura dei pipistrelli ma è più forte di me appena sento zzzzz, zzzz, zzzzz, ecco incomincio a far girare le mani di qua e di la che assomiglio Bruce Lee nel film dalla Cina con furore, ormai è diventato un incubo. sono capace a stare sveglio tutta la notte con la luce accesa e con l’ammazza mosche in mano alla ricerca di zanzare appoggiate alle pareti certe volte sembro Superman per come li vedo a distanza ma appena arrivo lì sferro il colpo e sono già scappati hanno un’abilità per scappare sembra che ci sia qualcuno nascosto con un joystick della play station in mano che appena alzo la mano per colpire tà gli danno il via e volano.
Un giorno d’estate insieme ad amici decidiamo di farci una settimana all’isola di Favignana, eravamo in quattro e come sempre ci capitava da giovani partivamo allo sbaraglio senza prenotare e senza mai sapere cosa trovavamo però avevamo la Fiat 128 habart rossa fiammante riempiamo il cofano con i nostri bagagli equipaggiamento per immersioni e per la pesca subacquea e via con la speranza di trovare una camera d’albergo libera (in pieno agosto puoi capire), comunque sia partiamo, prima tappa Trapani decidiamo di arrivarci in tarda serata così dormivamo in macchina in attesa del traghetto che partiva alle 05, 00 di mattina, tra me e me pensavo iniziamo bene dormire in macchina non è che mi piaceva tanto ma si tra ragazzi tutto questo è normale, comunque trovato un piazzale in terra battuta sperduto nelle vicinanze del porto ci fermiamo per dormire. Ah ecco tra un sonnellino e una manata in faccia di qua arriva l’ora di salire sul traghetto.
Favignana eccoci qui che bella quest’isola ancora selvaggia e si selvaggia perché non troviamo una camera per la notte e adesso che facciamo ci guardiamo e decidiamo dopo esserci informati ci fanno sapere gli isolani che in fondo la scogliera c’è la parte selvaggia

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Ai miei tempi qua eran tutti campi

Tutto ha avuto inizio quando ho deciso di trovarmi un lavoro vero. Basta fregnacce accademiche! Mamma, papà, il futuro è un'invenzione dei meteorologi, bolle di scoreggia in piscina, non lo trovi mica tra i rifiuti del Sessantotto!
Cercavo un lavoro dicevo, e mi son trovato in questa stanzina con questa tizia, piuttosto carina, che mi guarda qualche secondo, poi vomita parole, poi mi riguarda. Torni domani mattina alle otto e trenta, farà un giorno di prova e vedremo se assumerla o meno. Prova di cosa non si sa, la sua lingua andava a mille all'ora e il mio cervello si è perso al primo semaforo...
Il giorno dopo ritorno. Piove e sono in anticipo. Me ne sto fuori sotto la tettoia fumando una sigaretta e chiedendomi che fine avrà mai fatto Marco Columbro, quand'ecco che la porta dell'ufficio si apre di botto rigurgitando un esercito di giacchecravatta, con annessa cartelletta sottobraccio. Partono spediti, leggermente curvi, non un secondo di esitazione. Un due, un due, passo!
Ahi. Brutto segno. Non tanto per la giacca o la cravatta, quanto per la cartelletta e il passo spedito. Sono nella merda.
Poi la segretaria caccia fuori la testa, mi chiama e mi fa accomodare nella sala d'aspetto. Con me altra gente nella stessa situazione. Firmiamo un foglio col quale ci prendiamo l'impegno di passare con loro una giornata intera. Ogni tanto la porta dello stanzino si apre, la tizia legge un nome, quello che viene chiamato entra e dopo qualche secondo ne esce affiancato da un giaccacravatta.
Mi chiama, tocca a me. Entro nello stanzino.
"Buongiorno, tutto bene?"mi dice "questo è Manu, il tuo tutor."
Manu è un tizio elegante, lampadato, di dubbio orientamento sessuale. Mi guarda e spara un sorrisone. Cerco di scorgere le graffette ai lati della sua bocca che lo costringono a quel ghigno bestiale ma non riesco a trovarle
"Ciao! Allora, sei pronto per questa nuova esperienza?"
"Ciao Manu. Certo, Manu"
"Occhei, allora andiamo!"
Usciamo subito, a passo spedito.

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L'hotel delle mille avventure

C'èra una volta, in un grande hotel, una giovane bambina di nome Catline, aveva sei anni ma era capace di molto nonostante l'età! Viveva in quell'hotel da circa due anni, con la sua tata, che si occupava di lei perchè la madre era fuori dall'Italia per lavoro, ed il padre era morto. Ma la bimba non era a disagio, anzi tutto il contrario, era ricca grazie al lavoro fiorente della madre che faceva l'attrice, e non le faceva dunque mancare nulla. Catline non si annoiava mai, era una peste, tutti ormai la conoscevano come una birbante in hotel e ne combinava di tutti i colori. Ma non aveva cattive intenizoni, infatti aveva moltissimi amici e ancora più conoscenti. In ogni occasione speciale (Come ad esempio per matrimoni, nozze comunioni e cose del genere che venivano svolti in hotel) lei non poteva mancare... e ovviamente combinarne una delle sue! Il proprietario, era una di quelle persone che ci tenevano alla propria reputazione e a fare un'ottima figura, a svantaggio di Catline, che, nonostante ciò, continuava a fare quello che aveva sempre fatto : Dispetti. Dall'apparenza non sembrava assolutamente così vivace, era bionda, ben vestita, sempre pettinata e aveva sempre un'aria allegra, che ti faceva cambiare umore, ma subito dopo averla conosciuta, l'umore tornava peggio di prima! La madre, la signora Barton, di ciò non sapeva niente, per questo la lasciava lì tranquillamente. Una delle sue più note birichinate è , quando tutti stavano organizzando gli antipasti per un matrimonio, lei, di nascosto cominciò ad assaggiare la torta nuziale... assagiando assagiando, un pezzo tira l'altro fino a mangiarla tutta... nessuno vide che fu lei ma chi poteva essere? pensò il proprietario, incastrandola. Per questo per ogni evento cercano tutti e in ogni modo di tenerla lontano dalla sala ospiti, ma invano. Il proprietario, il signor James, se ne fece una ragione e chiuse un occhio (Magari due) per tutte le cose che Catline aveva combinato. Ma ciò non poteva fare per

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   0 commenti     di: silvia


Virtuosismi sulle note degli iron butterfly

Scendi le scale, lasciati andare, senti la pelle che frigge sotto le mie mani, il suono stridulo di questa chitarra, viene da qui sotto, sotto dove sono i nostri amici che ancora ballano. Che ora è? Il tempo si è dilatato e ha preso la forma di un bicchiere, quello pieno ancora di birra, mi piace la birra, gonfia ma ne berrei a litri, cade giù ghiacciata lungo la gola e la musica si prende gioco delle bollicine e chiudo gli occhi, perché mi piace esserci senza che la vista mi ottunda il pensiero. Parole, parole che scorrono come il liquido gelato, si adagiano sui suoni primordiali di una batteria, entrano nel circuito viola della nostra essenza quella buia del nulla. Ci sono, vi ho chiamato più volte, eravamo tutti giù, dentro la buca del suono e aspettavamo la vostra chiamata per risalire alla luce, la luce lattea dell'alba, quando ancora il freddo buca il viso.
Il lago questa notte è nero, camminiamo avanti e indietro, sono ore che camminiamo, la testa sembra esserci ma è solo un'immagine virtuale. Siamo persi, uno nella testa sua e camminiamo lungo questo bosco illuminato da lucciole, punti bianchi fosforescenti, gli stessi che ora il buon Andrea prende a prestito al cosmo per i suoi quadri non quadri, finestre, lenzuoli di colori e di dissolte emozioni.
Il tempo è andato, quel lago è stato circondato, chi può essere più libero di assaporare il gusto della terra, di vivere su una spiaggia in una grande comune di gente che vuole giocare, si giocare in questa eterna infanzia, che non vogliamo abbandonare, perché non è esistito nulla che non sia stato già scritto o detto, dipinto o suonato.
Adagiamoci su questo prato di stoffa, afferrami la bocca e rotoliamoci fino a perdere i sensi, nel deliquio dell'amore, solo quello è l'antidoto per non impazzire.
Gli anni aumentano l'ingordigia e ti afferro per rapirti in quell'inferno di sensi, nel quale mi hai plasmato, nel quale sono cresciuta e di cui ci gustiamo golosi il maturo frutto.

   7 commenti     di: silvia leuzzi


Quanto pus!

Una delle ricchezze più grandi che abbiamo noi europei e il mondo cosiddetto civilizzato è la disponibilità e l’accesso all'acqua potabile.
Quest'acqua straordinaria, di cui noi disponiamo in casa, è un sogno per la stragrande maggioranza degli abitanti della terra. Per molti del Nord del mondo però quest'acqua è diventata ormai da tanto tempo il minimo indispensabile; la vera ricchezza ora è avere la vasca con l’idromassaggio o la piscina.
Nel mondo povero, l'accesso all'acqua è davvero una grande ricchezza e ricordo bene che, nel 1989, il Presidente Ugandese Museveni annunciava alla tivù, tra i miglioramenti della nazione, in quell'anno, la costruzione di molte centinaia di nuovi pozzi per l'acqua, oltre l'incremento di produzione di bottiglie di Coca Cola e di birra, forse, più veri indici di benessere di quel Paese.
La Karamoja è la regione più povera ed arretrata dell’Uganda e assetata d’acqua per molti mesi dell'anno.
La popolazione locale costruisce, da secoli, piccole dighe per fermare l'acqua piovana, creando così dei laghetti, o meglio delle pozze, circondate nel tempo da grandi alberi. Quell'acqua fangosa rappresenta davvero una ricchezza per gli abitanti dei piccoli villaggi nei dintorni e per i loro animali.
Nel tempo, sono stati costruiti, in principio da parte degli europei, in seguito anche dal governo, dei pozzi vicino a questi piccoli bacini, nella speranza che solo l’acqua dei pozzi fosse utilizzata per bere. Quest'acqua, come la normale acqua potabile, è insapore ed incolore ma i karamojong preferiscono, finché ce n'è, il gusto carico dell’acqua della pozza, con tutte le conseguenze che si possono immaginare.
I lunghi mesi senza pioggia di questa sperduta regione, l'utilizzo di poca acqua sporca, il vento impetuoso di quei lunghi mesi aridi, la polvere che entra fin dentro le capanne, l'abbigliamento minimo della gente, il camminare a piedi nudi, la pochissima igiene per

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


Un colpo in canna [parte 1]

La notte era calata sopra quella strada sterrata, la quale, al buio, non se ne poteva cogliere i dettagli. Si sentiva il fruscio del vento e l'odore dell'erba. Si sentiva l'umidità nelle ossa, segno che aveva appena piovuto. L'unica luce era quella della luna che, sulla via per una meta ignota, si poteva intravedere l'ombra di una roulotte agganciata a un grosso fuoristrada. Non se ne poteva cogliere la casa automobilistica.
Dentro la roulotte un uomo era stato legato e imbavagliato. Si era svegliato da un po' di tempo e si era subito conto della situazione in cui si ritrovava. "Rapimento!" pensava... "Si mi hanno rapito e poi chiederanno un riscatto! Che porci!". Nel bavaglio poteva sentire la freschezza della sua saliva quando cercava di respirare aprendo per quello che poteva la bocca. L'aria che usciva dal naso era calda e lo avrebbe infastidito ma in quel momento era occupato a fare altro che a lamentarsi. Cercava di guardarsi intorno per capire dove si trovava. Sentiva il rumore delle ruote sul terreno quindi doveva essere in un camion! Si nel retro di un camion se fosse stato nel bagagliaio di una macchina avrebbe l'affanno per la mancanza di ossigeno. Solo adesso si rendeva conto di quanto il respiro caldo sulla saliva era fastidioso! Gli si scatenò un forte prurito ma non riuscì a grattarsi. Non poteva... Le mani erano legate. All'improvviso sentì un lamento. Ci doveva essere qualcun'altro insieme a lui. Rispose al lamento con un <<Mmmmmmmmm!>>. L'altro aumento l'audio disperato. Incominciò ad agitarsi. Si sentiva che rimbalzava sul fondo del camion "O quello che era..." pensò. Sentì toccarsi il piede. Reagì ritraendolo. "Mi ha toccato. Ma certo è mia moglie!!!". Continuò a toccarlo, o meglio, lo stava letteralmente aggredendo! "Ma come sono io non mi riconosci!!! Questi bastardi vogliono chiedere il riscatto ai nostri figli!". Il mezzo si fermo. Sentì un tonfo. La moglie doveva essere caduta all'indietro. "Cazzo cara! S

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   0 commenti     di: Roger Masetti



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