Lo spettacolo dei giorni spensierati, sulla riva dell'elemento acquoso che più diverte e rallegra, era appena cominciato. Era la prima domenica di vacanza, le famiglie erano al completo e anche coloro che erano impegnati in campagna si concedevano una mezza giornata di mare. Davanti alla lunga fila di baracche c'era una gioiosa agitazione con scambi di saluti e di cibarie come frutta e verdura, perché chi la possedeva la regalava volentieri ai vicini. I bambini più piccoli non si rendevano conto del tempo, pur avendo appena fatto colazione, piagnucolavano attaccati all'orlo delle vestaglie delle mamme, volevano fare il bagno, "andaus mà a nadai"(andiamo a nuotare) dicevano, "ma è prestu"(è presto) rispondevano le mamme. Allora fuggivano, si facevano rincorrere, si udivano nomi e voci dal timbro ora duro ora dolce, mamme con i piccoli in braccio che ripetevano sempre le stesse parole" manca pagu!"(ci siamo quasi, manca poco)Anch'io ero lì, lasciavo errare i miei occhi nell'immensità di sabbia e mare, immersa in quella semplicità che sa d'eterno, che non lasciava pensare... perché il nulla m'invadeva, libera... di quella libertà che ha le ali e racchiude il cielo dentro il mare. Verso le undici la spiaggia s'animava.. si vedevano nell'azzurra distesa piatta alcuni che nuotavano, altri avvolti da asciugamani multicolori comprati nei negozi " d'orroba americana"(roba usata), coricati sulla sabbia con le mani incrociate sotto il capo.. Sulla riva bambini nudi come Dio li ha fatti ridevano e scherzavano, si rovesciavano acqua salata addosso, pestavano i piedi sulle onde per sentire quel dolce rumore e accumulavano sabbia bagnata per fare i castelli. Alcuni giocavano sulla riva con i cerchietti, altri s'affannavano appresso ad un pallone perché non riuscivano a star fermi. Sapevamo tutti che all'ora del bagno, se la fortuna ci assisteva e passava il benedetto "dottore" con il motoscafo, ci sarebbe stata anche la gita in alto mare... così si diceva. Appena si
[continua a leggere...]Dopo una lunga camminata in campagna, due fratelli, Giorgio e Francesco, decisero fermarsi ad abbeverarsi ad una fontana che stava a pochi passi dal luogo in cui si erano fermati, dopo di che ripresero a camminare.
Si stavano recando dal nonno che risiedeva in una casa vicino ad un ruscello nel mezzo al bosco, così dopo essersi abbeverati, ripresero il cammino.
Quella strada era assai tortuosa, non come se la ricordavano, era in un certo senzo cambiata, fra di loro si guardarono e si accorsero di esser molto stanchi.
Il cammino si fece sempre più faticoso, finche uno alla volta, come colpiti da un sonno profondo crollarono a terra nel mezzo alla strada.
Entrambi si risvegliarono in un altro luogo, non erano più, per terra dove erano caduti, ora si trovavano in un letto fatto di paglia e fieno, molto morbido, come non l'avevano mai sentito.
Impauriti i ragazzi si guardarono tra di loro con aria sospetta, Francesco disse a Giorgio:
-"Non ho mai dormito in un letto del genere, dove ci troviamo?"
Nel mentre poneva la domanda al fratello, un anziano signore con uno strano antico indumento si presento a loro aprendo una cigolante porta e disse :
-"Salve ragazzi, v'ho trovati in mezzo al bosco, così visto che è pericoloso laggiù, ho pensato di portarvi da me, questa è la mia biblioteca, ho molti libri, potete soggiornare qui se vuolete, per me non è un problema, sono solo da ormai molti anni, avere un po' di compagnia mi aggrata."
Così i due ragazzi incuriositi dalle parole del biblioteario, si alzarono dal letto ed iniziarono a vagare per la grande biblioteca.
I libri che vedevano neglio scaffali erano antichi di secoli.
Giorgio chiese al bibliotecario :
-"Scusi, che libro è questo? Sembra molto vecchio... non riesco a leggere il titolo..."
così l'anziano bibliotecario rispose:
-"Questo libro non è vecchio, e'Antico, io non butto via le cose antiche, comunque questo volume racconta le storie di un antico luogo, dove ormai il tempo s'è fermato, e
Mi piace la moquette solitamente. Di solito mi piace si. Quando è bella morbida, alta due dita, elegante e raffinata mi piace, si. Non la preferirei mai ad un buon pavimento in ceramica o parquet ma solitamente mi piace, si.
Questa non mi piace invece, sembra un enorme tappeto persiano neo futurista, dove tutti i ricami e i motivi floreali sono diventati dei quadrati blu con dentro dei quadrati gialli, con lo sfondo color porpora e orrende scritte "Admiral" giallo-verdi-pisciodicammello. Salutiamo la simpatica e sorridente receptionista (ma che bella parola che ho scritto), gli rubiamo una trentina di penne rosse e gli dimostriamo utilizzando validi documenti d'identità che abbiamo tutto il diritto di stare lì.
L'ingresso è pieno di slottomacchine, la gente meccanicamente inserisce monete e spera che gli vengano cordialmente restituite altre monete, di solito in quantità maggiore di quella inserita. Ma non è una roba naturale, perchè in natura se pianto qualcosa ci vogliono mesi perchè il terreno mi restituisca dei frutti, non può succedere tutto in pochi secondi. Innaturale. Ed infatti perdono.
Questi ometti e donnette, con i loro bicchieroni di monete non lo capiscono, hanno l'aria "insoddisfattannoiata". Bicchieroni che assomigliano terribilmente ai cestini dei popcorn solo che sono senza linee rosse e grafiche accattivanti. Delle slottomacchine a popcorn che ti restituiscono pizzette, altri popcorn ma caldi e con il burro fuso e crostini con patè d'olive sarebbero fighe, magari in un parco giochi per bambini, per addestrarli a spendere nelle slottomacchine a soldi quando riceveranno il loro primo misero stipendio.
Lasciamo il tappeto futuristico del primo piano per scendere nell'arena, ora il colore è solo porpora-vinaccia. Forse un tempo era rosso-sangue ma non mi importa. Il colpo d'occhio è simile a quello di un Luna Park al chiuso, mille luci, calcinculo (se non hai più soldi), autoscontri (se sei ubriaco). Solita gente annoiata, don
Scendi le scale, lasciati andare, senti la pelle che frigge sotto le mie mani, il suono stridulo di questa chitarra, viene da qui sotto, sotto dove sono i nostri amici che ancora ballano. Che ora è? Il tempo si è dilatato e ha preso la forma di un bicchiere, quello pieno ancora di birra, mi piace la birra, gonfia ma ne berrei a litri, cade giù ghiacciata lungo la gola e la musica si prende gioco delle bollicine e chiudo gli occhi, perché mi piace esserci senza che la vista mi ottunda il pensiero. Parole, parole che scorrono come il liquido gelato, si adagiano sui suoni primordiali di una batteria, entrano nel circuito viola della nostra essenza quella buia del nulla. Ci sono, vi ho chiamato più volte, eravamo tutti giù, dentro la buca del suono e aspettavamo la vostra chiamata per risalire alla luce, la luce lattea dell'alba, quando ancora il freddo buca il viso.
Il lago questa notte è nero, camminiamo avanti e indietro, sono ore che camminiamo, la testa sembra esserci ma è solo un'immagine virtuale. Siamo persi, uno nella testa sua e camminiamo lungo questo bosco illuminato da lucciole, punti bianchi fosforescenti, gli stessi che ora il buon Andrea prende a prestito al cosmo per i suoi quadri non quadri, finestre, lenzuoli di colori e di dissolte emozioni.
Il tempo è andato, quel lago è stato circondato, chi può essere più libero di assaporare il gusto della terra, di vivere su una spiaggia in una grande comune di gente che vuole giocare, si giocare in questa eterna infanzia, che non vogliamo abbandonare, perché non è esistito nulla che non sia stato già scritto o detto, dipinto o suonato.
Adagiamoci su questo prato di stoffa, afferrami la bocca e rotoliamoci fino a perdere i sensi, nel deliquio dell'amore, solo quello è l'antidoto per non impazzire.
Gli anni aumentano l'ingordigia e ti afferro per rapirti in quell'inferno di sensi, nel quale mi hai plasmato, nel quale sono cresciuta e di cui ci gustiamo golosi il maturo frutto.
Sul manifesto che invitava a iscriversi alla Grande discesa, c'era stampata, a grandi lettere, una frase che risuonava come una sfida irresistibile:
"L'impossibile esiste solo perché non si è fatto niente per renderlo possibile".
Quest'anno la competizione si svolgerà tra montagna e pianura. I partecipanti, partendo dal minuscolo paesino di Zimau, dovranno arrivare a valle, nella località che sulla cartina topografica è cerchiata di rosso.
Il materiale fornito dagli organizzatori consisterà nella già citata cartina e in una bussola.
Alla corsa può partecipare chiunque, senza limiti di età, in gruppo o singolarmente, accompagnati anche da animali.
Il gruppo o il singolo fortunato vincitore, avrà diritto a un premio che, per il momento, rimane qualcosa di misterioso.
Le regole sono poche: si può correre o camminare con passo sostenuto; non c'è un percorso prestabilito; è vietato portarsi l'orologio; deve durare massimo un giorno, dall'ora della partenza.
Tra gli iscritti ci sono anche tre ragazzini che, dopo aver cercato, invano, di convincere i rispettivi genitori a lasciarli partecipare, hanno falsificato le loro firme di autorizzazione.
Ora sono in trepidante attesa. In mezzo alla folla di sconosciuti sono abbastanza sicuri di non venire scoperti, ma non saranno del tutto tranquilli fino al momento della partenza.
Sono tre amici: Daniele, Carlo ed Enrico. Abitano tutti nel paesino e hanno la stessa età, 12 anni, i caratteri invece sono molto differenti. Daniele, è il trascinatore del gruppo, quello che non sta mai fermo e che cerca sempre ogni occasione per trasformare le giornate in nuove avventure da intraprendere. Chiacchiera continuamente di qualunque argomento gli passi per la testa. Carlo, è il più alto di tutti, ben oltre la media per la sua età, forse per questo è impacciato nei movimenti e cammina con le spalle curve. A scuola viene considerato il classico secchione e ha una vera passione per la matematica. È un tipo di
C'èra una volta, in un grande hotel, una giovane bambina di nome Catline, aveva sei anni ma era capace di molto nonostante l'età! Viveva in quell'hotel da circa due anni, con la sua tata, che si occupava di lei perchè la madre era fuori dall'Italia per lavoro, ed il padre era morto. Ma la bimba non era a disagio, anzi tutto il contrario, era ricca grazie al lavoro fiorente della madre che faceva l'attrice, e non le faceva dunque mancare nulla. Catline non si annoiava mai, era una peste, tutti ormai la conoscevano come una birbante in hotel e ne combinava di tutti i colori. Ma non aveva cattive intenizoni, infatti aveva moltissimi amici e ancora più conoscenti. In ogni occasione speciale (Come ad esempio per matrimoni, nozze comunioni e cose del genere che venivano svolti in hotel) lei non poteva mancare... e ovviamente combinarne una delle sue! Il proprietario, era una di quelle persone che ci tenevano alla propria reputazione e a fare un'ottima figura, a svantaggio di Catline, che, nonostante ciò, continuava a fare quello che aveva sempre fatto : Dispetti. Dall'apparenza non sembrava assolutamente così vivace, era bionda, ben vestita, sempre pettinata e aveva sempre un'aria allegra, che ti faceva cambiare umore, ma subito dopo averla conosciuta, l'umore tornava peggio di prima! La madre, la signora Barton, di ciò non sapeva niente, per questo la lasciava lì tranquillamente. Una delle sue più note birichinate è , quando tutti stavano organizzando gli antipasti per un matrimonio, lei, di nascosto cominciò ad assaggiare la torta nuziale... assagiando assagiando, un pezzo tira l'altro fino a mangiarla tutta... nessuno vide che fu lei ma chi poteva essere? pensò il proprietario, incastrandola. Per questo per ogni evento cercano tutti e in ogni modo di tenerla lontano dalla sala ospiti, ma invano. Il proprietario, il signor James, se ne fece una ragione e chiuse un occhio (Magari due) per tutte le cose che Catline aveva combinato. Ma ciò non poteva fare per
[continua a leggere...]Un vento impetuoso schiaffeggiava la superficie dell'oceano aprendo in essa effimeri squarci e facendone sgorgare lacrime di candida schiuma. Un unico manto di nubi scure copriva il cielo fin dove vista umana potesse allungarsi, lugubre sudario che metteva fine al gioco di successione tra giorno e notte, risolvendolo in un'unica, eterna oscurità. Si sarebbe potuto dire che in quel luogo non v'era notte come nel deserto non attecchiva la vita, che fosse una condizione naturale ed immutabile. Appropriata, addirittura.
Sulla riva, lambito dalle dita più impavide che il mare protendeva, giaceva il corpo inanimato di un uomo vestito di stracci appesantiti dall'acqua e recante ferite ancora fresche sulle mani e sul viso. Un granchio stava per saggiare la sua consistenza con una chela quando un tremito lo scosse da capo a piedi e gli occhi gli si spalancarono. Privo di forze, il viso in parte affondato nel suolo molle, per lunghi momenti si contentò di scrutare la piccola fetta di mondo che gli era concesso di vedere.
Che si trovasse su una spiaggia era ovvio, e notò anche un piccolo molo di legno al quale erano attraccate diverse barche da pesca. Dove si trovasse quella spiaggia e a che città appartenesse quel modesto porto non riusciva proprio ad immaginarlo.
Con un sforzo immenso di volontà, pregando di non avere niente di rotto, incominciò a puntellarsi prima sulle spalle e le ginocchia, poi sui gomiti ed infine sulle mani, trovando che mettersi in piedi non fosse mai stato tanto difficile e che, a ben vedere, era un operazione abbastanza complessa da meritare qualche trattato ad essa dedicato. Barcollò e si tenne forte la testa perché temeva che potesse esplodergli, socchiuse gli occhi per ridurre il dondolio che minacciava di farlo vomitare. Quando finalmente trovò una sufficiente lucidità e riuscì a stare del tutto eretto, poté vedere qualcosa in più del luogo nel quale era naufragato.
<<Dove diavolo sono finito?>> chiese a nessuno o al ven
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