Procedeva al passo, con lo sguardo rivolto verso il terreno; alla ricerca delle orme da seguire, i segni che lo avrebbero portato sempre più vicino all'uomo che stava cercando. Mike cavalcava lungo il sentiero arido, il calore lo faceva sudare e ogni tanto una smorfia di dolore gli trasformava i tratti del viso: da qualche anno soffriva di una forte lombosciatalgia e a volte andare a cavallo risultava difficile. Aveva vissuto all'aria aperta, dormendo spesso nei bivacchi intorno al fuoco, a contatto con la natura ed esposto ai suoi capricci. Era il tempo in cui andava in cerca di fuorilegge che avevano una taglia addosso. Era stato molto in gamba, difficilmente qualcuno era riuscito a sfuggirgli. Aveva una capacità di osservazione notevolissima, carattere fermo e un'ottima mira. In gioventù aveva avuto un fisico atletico, il viso dai tratti decisi con occhi attenti e profondi.
Portava folti baffi che gli conferivano un'espressione dura e un revolver Smith & Wesson Schofield in bella vista, dentro una fondina in cuoio modellata per l'estrazione rapida. Aveva inoltre l'abitudine di nascondere una piccola pistola a due colpi con le guance dell'impugnatura in madreperla. La teneva dentro un taschino per tutte le evenienze. Aveva tante avventure da ricordare, momenti in cui la vita si gioca in un attimo e i riflessi sono importanti quanto una buona dose di fortuna! Ma era stato molto tempo prima e lui aveva creduto che non si sarebbe più trovato in una situazione simile. Ormai aveva più di sessant'anni. Era appesantito, più lento, non si sentiva l'uomo di una volta: non avrebbe più cercato nessuno per soldi, per riscuotere una taglia. Si era ritirato nella sua casa in Arizona e là avrebbe voluto finire i suoi giorni. In pace!
La notizia era arrivata per caso: si era sparsa velocemente la voce che un giovane era stato assassinato da un giocatore d'azzardo, probabilmente scoperto a barare. Il giocatore lo aveva pugnalato a morte a sangue freddo e poi era
Lo spettacolo dei giorni spensierati, sulla riva dell'elemento acquoso che più diverte e rallegra, era appena cominciato. Era la prima domenica di vacanza, le famiglie erano al completo e anche coloro che erano impegnati in campagna si concedevano una mezza giornata di mare. Davanti alla lunga fila di baracche c'era una gioiosa agitazione con scambi di saluti e di cibarie come frutta e verdura, perché chi la possedeva la regalava volentieri ai vicini. I bambini più piccoli non si rendevano conto del tempo, pur avendo appena fatto colazione, piagnucolavano attaccati all'orlo delle vestaglie delle mamme, volevano fare il bagno, "andaus mà a nadai"(andiamo a nuotare) dicevano, "ma è prestu"(è presto) rispondevano le mamme. Allora fuggivano, si facevano rincorrere, si udivano nomi e voci dal timbro ora duro ora dolce, mamme con i piccoli in braccio che ripetevano sempre le stesse parole" manca pagu!"(ci siamo quasi, manca poco)Anch'io ero lì, lasciavo errare i miei occhi nell'immensità di sabbia e mare, immersa in quella semplicità che sa d'eterno, che non lasciava pensare... perché il nulla m'invadeva, libera... di quella libertà che ha le ali e racchiude il cielo dentro il mare. Verso le undici la spiaggia s'animava.. si vedevano nell'azzurra distesa piatta alcuni che nuotavano, altri avvolti da asciugamani multicolori comprati nei negozi " d'orroba americana"(roba usata), coricati sulla sabbia con le mani incrociate sotto il capo.. Sulla riva bambini nudi come Dio li ha fatti ridevano e scherzavano, si rovesciavano acqua salata addosso, pestavano i piedi sulle onde per sentire quel dolce rumore e accumulavano sabbia bagnata per fare i castelli. Alcuni giocavano sulla riva con i cerchietti, altri s'affannavano appresso ad un pallone perché non riuscivano a star fermi. Sapevamo tutti che all'ora del bagno, se la fortuna ci assisteva e passava il benedetto "dottore" con il motoscafo, ci sarebbe stata anche la gita in alto mare... così si diceva. Appena si
[continua a leggere...]Una volta al mese, nella notte in cui la luna è piena, proprio quando è allo zenit, praticamente dritta, dritta sopra la vostra testa, tutto il mondo si ferma per 30secondi.
Quando dico tutto, intendo proprio tutto. In America, Cina, Giappone, Mongolia, Pakistan, Kurdistan, Arabia, Cile, Giappone, Italia, tutta gli esseri viventi della terra si addormentano per 30secondi, persino i microbi.
Voi mi contesterete immediatamente che quando la luna è piena in Italia non può essere piena pure in Giappone nello stesso istante. Eh, eh, ingenui che siete, non sapete di che magie è capace la luna, pensate solo alle maree! Voi ne sareste capaci?
Malgrado il vostro scetticismo, continuerò a narrarvi questa fatto di cui sono a conoscenza. Ah dimenticavo: se non credete alla magia della luna chiudete il libro e mettetevi a dormire…ops volevo dire spegnete il computer.
Era una notte in cui non riuscivo a prendere sonno, nel mio palazzo non si sentiva volare una mosca, andai in balcone erano le ore 23, 01 del 15 settembre 1989. L’estate volgeva al termine, ma la serata era fresca e limpida. Le stelle in cielo sembravano migliaia. Cassiopea svettava alta vicino alla stella polare e spostata verso sud la luna piena era quasi allo zenit.
Restai abbagliato a guardarla, una luce strana le faceva da contorno, poi improvvisamente un enorme bagliore mi accecò.
Non seppi come, ma mi ritrovai in un altro luogo. Ero in una grotta buia, ma non avevo freddo, né caldo, non sentivo nulla: nessun rumore, non c’era vento, non più le stelle, la luna era scomparsa.
Vi garantisco che il terrore iniziò ad impossessarsi di me quando una voce profonda mi disse
-Tranquillo amico, non uscire e non ti succederà nulla-
Mi voltai, più incuriosito che impaurito, ed il mio sguardo che si era abituato al buio scorse un vecchio dai capelli bianchi. Mi avvicinai, sentendo la tranquillità invadere il mio essere.
Vicino a lui non potei fare a meno di notare i suoi occhi, grigi come l?
"Doveva essere fatto!!".
Questo riecheggiava nella mia testa mentre il rumore del rotore del BlackHawk accompagnava le comunicazioni terra-bordo-terra del pilota che riceveva le ultime coordinate prima del drop-point.
Poco dopo l'annunciato ordine di mantenere il silenzio radio, assorto nelle ragioni che mi avevano portato fin li, fui riportato alla realtà dall'accensione della luce rossa e dall'interfono che mi dichiarava i cinque minuti allo sbarco.
Mettendo da parte i pensieri cercai di concentrarmi sui punti chiave della missione.
Sbarco, infiltrazione, sabotaggio, evacuazione e recupero.
Tutto di apparente semplicità ma quante cose potevano andare storte?
Non importava doveva essere fatto.
La pianificazione era stata studiata sin nei minimi particolari, ma si sa non si può prevedere tutto. Se solo una guardia avesse deciso che le sue necessità fisiologiche non avrebbero più potuto aspettare, mi sarei ritrovato con un problema non previsto da risolvere.
Non che non sapessi come affrontare le situazioni inaspettate. Anzi gli ingegneri della H&K avevano trovato un modo veramente efficace per risolvere quel tipo di problemi. Una soluzione che aveva il nome di MP-5SD. Un giocattolo veramente utile ma dannatamente micidiale se visto dalla parte sbagliata.
In certi casi però preferivo non farmi troppa pubblicità in quanto si rischiava solo di aumentare il numero delle sorprese non gradite.
Non importava doveva essere fatto.
Sistemato il giocattolino verificai che il resto dell'equipaggiamento fosse al suo posto.
La luce da rossa fissa divenne lampeggiante ad indicare l'incombente richiamo al dovere.
Il copilota girandosi dal suo sedile mi indicò col pollice alzato buona fortuna. Gli risposi con un cenno della testa, troppo teso e concentrato per rispondere col medesimo gesto.
L'elicottero per operazioni speciali si abbassò velocemente e la luce divenne verde.
Con le pulsazioni a mille mi gettai dal portellone già aperto coprendo quel p
La sala macchine dell’Ospedale di Matany è il cuore energetico pulsante, indispensabile per la vita di tutto quel complesso costituito da reparti, laboratorio, radiologia, farmacia, sala operatoria, sterilizzatrice.
Senza energia elettrica un Ospedale africano passa di categoria e diventa soltanto dispensario.
Nella sala macchine funzionavano tre potenti generatori; il più piccolo era tenuto fermo, di riserva, mentre gli altri due si alternavano al lavoro.
Il più potente dei tre era impiegato la mattina per cinque ore, dalle 8 alle 13.
Durante queste ore si accumulava la maggior richiesta energetica per l’attività della radiologia, dell’officina meccanica dell’Ospedale, così pure della falegnameria, oltre al laboratorio e alla sterilizzatrice. I generatori venivano spenti alle 13 per essere riaccesi dalle 17 fino alle ore 21.
Poi a Matany piombavano il buio e il silenzio.
Nel tempo, grazie a donazioni e ad acquisti intelligenti, era stato man mano installato, all’interno dell’Ospedale, un sistema di illuminazione a 12 Volt, grazie a batterie caricate dal sistema foto-voltaico.
Diversi pannelli solari sui tetti, permettevano ai frigoriferi di funzionare e a numerose lampade al neon di illuminare in modo sufficiente i reparti.
Quando accadeva che il silenzio della notte fosse interrotto dal rombo lontano del motore diesel del generatore, e dalla contemporanea accensione di tutte le luci delle case e dell’Ospedale, non opportunamente spente, significava che la sala operatoria era stata aperta per qualche emergenza.
Mi svegliavo sempre a quel rombo lontano e allo scintillio dei neon che si accendevano in casa e riprendevo sonno soltanto quando era ritornato il silenzio che ovviamente segnava la fine dell’intervento.
Quando ero di guardia o reperibile per la sala operatoria, accendevo il generatore soltanto dopo aver organizzato per bene l’intervento chirurgico, con tutto il personale della sala operatoria pr
Quella vacanza non sarebbe dovuta andare in quel modo, ne per Isabella ne per Andrea. Doveva essere semplicemente una tranquilla gita in montagna di un paio di giorni, tutto qui.
Ora invece eccoli lì, da soli, in mezzo a quel bosco sconfinato senza la più pallida idea di dove potessero trovarsi. Vagavano oramai da almeno sei/sette ore alla ricerca disperata del sentiero guida, o magari del loro albergo, ma niente. Erano letteralmente esausti: le gambe si muovevano solo grazie a degli enormi sforzi di volontà e le spalle di Andrea bruciavano maledettamente a causa dello zaino.
"Non ce la faccio più amore," disse lei ad un certo punto, quasi in lacrime. Le sue resistenze cedettero e crollò a terra in ginocchio, appoggiandosi con un braccio ad un abete che cresceva lì accanto. "Basta, fermiamoci!"
Andrea si inginocchiò subito accanto a lei e la costrinse a guardarlo. La stanchezza era visibile anche sul suo viso, di solito così solare e sorridente; ora persino gli occhi erano spenti, quasi privi di vita.
"Tesoro, lo sai che non possiamo fermarci; tra poco scenderà la notte e rimanere qui nel bosco sarebbe la fine."
Isabella lo sapeva bene anche se ascoltò a malapena quelle parole. Lo sapeva bene perché erano in alta montagna e la temperatura era già scesa parecchio. Di lì a qualche ora sarebbe arrivata intorno allo zero e loro non indossavano altro che un semplice maglione.
"Un attimo Andrea ti prego, solo un attimo!" Lo sguardo di Isabella era perso, come quello di un cerbiatto che sa di essere braccato dai cacciatori; questo lo portò a concedere quella pausa, anche perché era distrutto pure lui.
Era iniziato tutto in mattinata, quando con la guida ed altre tre persone erano giunti in prossimità di una strettoia nel sentiero. Dopo due giorni di cammino erano riusciti finalmente ad arrivare in vista della cima. Marco era, a detta degli organizzatori dell'escursione, una delle guide più esperte, ma a quanto pare non aveva previsto che il terren
Ivan si stava preparando seriamente a quella nuova missione, il pericolo dell'ultima volta gli dava molte preoccupazioni, questa volta voleva essere sicuro di essere all'altezza della situazione, non voleva che l'imprevisto lo cogliesse nella sua trappola. Il suo allenamento doveva essere serio, il suo corpo non si doveva più piegare sotto lo sforzo fisico, doveva essere una molla di acciaio. E venne il giorno della partenza, tutto regolare, tutto controllato, lui e il suo equipaggio salirono a bordo, tre uomini e una donna, si inizia il conto alla rovescia e poi su nel cielo, no, su nell'universo. La terra sempre più piccola, sempre più lontana, ed ora erano soli nell'immensità dell'universo. il viaggio procedeva secondo i piani, tutto nella norma, ogni tanto potevano parlare anche con la famiglia, e ogni volta sul viso di Ivan compariva una lacrima; era fiero del suo lavoro ma la voce della sua donna lo riportava tra le cose della sua terra, tra le braccia del suo amore. Era stato difficile scegliere tra la missione o un tranquillo lavoro a terra; da una parte la sua donna, dolce, sensuale, donna nel senso più ancestrale della parola e dall'altra parte la sua eterna passione, l'ignoto, i misteri dell'universo. Ivan non sapeva scegliere, avrebbe voluto entrambe le cose, ma fu la moglie a scegliere per lui, lei lo sapeva che se non fosse partito sarebbe stato una condanna a morte per il suo uomo, e lo spinse a scegliere la missione anche se ogni volta che ne parlavano a lei venivano i lacrimoni. Lei avrebbe voluto dirgli di non partire ma lo amava troppo per renderlo infelice. In quella navicella c'era tanto tempo per pensare, si aveva le sue belle mansioni da svolgere, ma poi quando stava di riposo poteva fantasticare su quello che le sue donne stavano facendo, si Ivan aveva due donne che lo aspettavano, la moglie Franca e la figlia Roberta, una splendida ragazzina di quasi 13 anni; e si sa che a quell'età si vive di sogni, e Roberta aveva fatto del suo pa
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