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Racconti d'avventura

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Ogni mattina in Africa

Tutti i giorni alle 11. 30 circa, dopo le visite nel mio reparto, mi recavo all'Outpatient Department, così erano chiamati gli ambulatori per i pazienti esterni.
L'edificio, ampio, costruito di recente, era situato a fianco dell'ingresso generale dell'Ospedale. Quando entravo, sempre di corsa, con il camice già indossato, immancabilmente in ritardo, davo una rapida occhiata alla sala dove sedevano, sulle file di panchine, numerosissimi pazienti, per rendermi conto di quanto sarei stato occupato lì quel giorno.
In fondo alla sala principale, sedevano ad un tavolo una suora Comboniana, infermiera, e un’infermiera Karimojong, intente ad interrogare i vari malati. Come in qualunque Pronto Soccorso moderno, queste due infermiere valutavano rapidamente la gravità dei casi arrivati, li registravano e preparavano una scheda d'ingresso ad ognuno di loro. Se la patologia riscontrata era banale e il paziente non appariva grave, seguendo precisi protocolli, somministravano dei farmaci e il paziente veniva quindi mandato via. Tutti gli altri passavano nel secondo corridoio dove erano disposti tre ambulatori medici, due per gli adulti e uno per i bambini.
Normalmente quando arrivavo io, nell'ambulatorio pediatrico era già al lavoro Giulietta, la pediatra, molto più puntuale di me. Aprivo la porta, la salutavo calorosamente e proseguivo nella seconda stanza dove mi attendevano i due infermieri del mio ambulatorio.
I malati che visitavo non perdevano certo tempo a spogliarsi, vestiti com’erano solamente di un telo e di una gonna, le donne, e di un mantello la maggior parte degli uomini. Si distendevano, apparentemente tranquilli, sul lettino dopo che avevo raccolto molte informazioni che l'infermiere mi traduceva in inglese. Li visitavo accuratamente, da capo a piedi, cercando di capire ed assegnare, infine, un nome al disturbo, malattia o sindrome che il bambino, la donna, la gravida o l'anziano presentavano.
Scrivevo tutto nella scheda med

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


L'Immorale

Avevo dato appuntamento ai miei creditori inferociti, per la fine del mese, presso la Free Bank.
Non mi sono fatto trovare e nemmeno so come l'abbiano presa.
So, solamente, che in questo splendido albergo dolomitico, crostacei e mozzarella arrivano in elicottero e sono serviti con i guanti bianchi.
L'aria frizzante è buona e della modella elvetica con cui condivido
la suite, vi dirò dopo.
Peccato per il tempo speso nello studiare l'ennesimo piano di fuga.
Le tre valigette piene di cartastraccia stanno, ancora, nella cassaforte del Maestoso.
Come souvenir, ho arraffato gli asciugamani, il posacenere e Ingrid.
Ho dimenticato di regolare il conto e mi auguro che lo dimentichi,
anche l'Albergatore.
Ad ogni buon conto, gli ho telefonato, ammonendolo che se avesse
osato denunciarmi, ci saremmo rivisti in Tribunale, dove avrei spifferato tutto.
Forse aveva la coscienza sporca, visto che fino ad oggi non ha sporto querela.
 
Annoiarsi è bello e annoiarsi con una straniera è stupendo.
Ingrid ama, ancora oggi, indossare le minigonne e calzare stivaletti.
L'immaginario erotico non saprebbe inventare di meglio.
Già le ginocchia inducono a peccare, figuriamoci il resto.
Angolazioni inesplorate e foriere di promesse ammaliatrici.
Tanto ben di dio lo avevo sempre sognato, sin da fanciullo.
Ognuno ha i suoi limiti di perversione, ma temo che per me, non ci sia salvezza.
Allorché Ingrid accavalla le gambe, cerco sempre di spiare il colore dei suoi slip.
Fatica inutile, non ne ha.
 
I patti erano stati chiari: Niente sesso, solo collaborazione per truffare alcuni evasori, abili nello "ottimizzare" le imposte da pagare all'erario.
Dopo tre settimane di isolamento in un villino sul lago di Ginevra,
cominciai a guardare la coinquilina, in un certo qual modo.
Con sorpresa, mi accorsi che anche lei mi guardava in quel certo qual modo.
Era bello vederla ed era bello canticchiare nella vasca da bagno.
E già, non dovevamo parlarne, ma si pensava sempre

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   6 commenti     di: oissela


La resa dei conti

Procedeva al passo, con lo sguardo rivolto verso il terreno; alla ricerca delle orme da seguire, i segni che lo avrebbero portato sempre più vicino all'uomo che stava cercando. Mike cavalcava lungo il sentiero arido, il calore lo faceva sudare e ogni tanto una smorfia di dolore gli trasformava i tratti del viso: da qualche anno soffriva di una forte lombosciatalgia e a volte andare a cavallo risultava difficile. Aveva vissuto all'aria aperta, dormendo spesso nei bivacchi intorno al fuoco, a contatto con la natura ed esposto ai suoi capricci. Era il tempo in cui andava in cerca di fuorilegge che avevano una taglia addosso. Era stato molto in gamba, difficilmente qualcuno era riuscito a sfuggirgli. Aveva una capacità di osservazione notevolissima, carattere fermo e un'ottima mira. In gioventù aveva avuto un fisico atletico, il viso dai tratti decisi con occhi attenti e profondi.
Portava folti baffi che gli conferivano un'espressione dura e un revolver Smith & Wesson Schofield in bella vista, dentro una fondina in cuoio modellata per l'estrazione rapida. Aveva inoltre l'abitudine di nascondere una piccola pistola a due colpi con le guance dell'impugnatura in madreperla. La teneva dentro un taschino per tutte le evenienze. Aveva tante avventure da ricordare, momenti in cui la vita si gioca in un attimo e i riflessi sono importanti quanto una buona dose di fortuna! Ma era stato molto tempo prima e lui aveva creduto che non si sarebbe più trovato in una situazione simile. Ormai aveva più di sessant'anni. Era appesantito, più lento, non si sentiva l'uomo di una volta: non avrebbe più cercato nessuno per soldi, per riscuotere una taglia. Si era ritirato nella sua casa in Arizona e là avrebbe voluto finire i suoi giorni. In pace!
La notizia era arrivata per caso: si era sparsa velocemente la voce che un giovane era stato assassinato da un giocatore d'azzardo, probabilmente scoperto a barare. Il giocatore lo aveva pugnalato a morte a sangue freddo e poi era

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e fu vittoria!

Dopo i fasti di una mattinata passata a fumarsi cilum e a sparare stronzate sulla vita in generale, mi dirigo verso l'autobus che, con il solito ritardo olimpionico e da guinnes dei primati, mi riporta nella mia cara citta' natale. Non so perchè, ma il mio paese ha sempre un' alone di nebbia intorno. Manco fosse la transilvania o giu' di li. Appena scendo dal bus, in piazza, intravvedo Lory che sta li al solito posto. Il suo posto riservato, davanti alle cabine del telefono. Lory non si schioda mai da quel posto, sta li e attende tutto il giorno. Aspetta chiunque abbia grana, chiunque possa darle un po' di euri in cambio di sane sbocchinate.
La saluto. Lei risponde al mio saluto con un cenno fatto con la sua testa vaporosa. I suoi capelli sono sempre perfetti, sempre tenuti a posto. Alla fine lo fa per il suo business. Si puo' dire che non è una puttana vera e propria. Fa solo di bocca lei. Niente di piu'. Entro al tabacchi e mi compro le sigarette, che non ne avevo piu'. Gli sguardi delle persone continuano a tirarmi pietre. Certo ammetto che il mio aspetto non è da vip stile tv, ma cioè, ognuno fa del suo meglio per tirare avanti. A parte gli occhi piccoli piccoli e rossi iniettati a causa della fumata della mattinata, tenevo su una felpa sgualcita con qualche toppa, i jeans si stavano disfacendo tutti, non so neanche come stessero ancora assieme. i dreadlocks erano (sono ancora) sfatti ma alla fine, uno che ci deve fare? Mica si puo' avere il parrucchiere a casa tutti i giorni... e mica posso rompere sempre le palle a chi me li fa... non pensate?
va beh, mi compro ste sigarette immerso in questo campo minato di sguardi. Ci sono esemplari di vita di ogni tipo: tossici-vitelloni-vecchietti-etilici-etilici ultimo stadio-mafiosi-magrebini- vecchie-mamme-sorelle-eccetera eccetera eccetera. Il barista mi butta le sigarette sul bancone. Chesterfield rosse. Esco.
Mi appizzo la paglia mentre torno a casa. Sinceramente oltre alla nebbia costante, il mio p

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   1 commenti     di: aleks nightmare


Capitolo 1 - Azgard

Un putrido puzzo infestava l'aria. Il buio della notte incombeva sul prato pieno di fiori secchi. Lupi ululanti bruciavano l'atmosfera nera. Un malefico ghigno rompeva il silenzio, come la morte interrompe il sonno.
Una strana creatura incappucciata avanzava zoppicando. La gobba che le usciva dal sacco rattoppato che indossava le dava un non so che di spaventoso. La bestia dalle sembianze umane emise una risata maligna, guardando, nascosta dal cappuccio, il bambino spaventato.
Il povero ragazzino indietreggiava terrorizzato. Le lacrime gli rigavano le soffici guance calde e rosse. La corporatura docile contrastava con i vestiti logori che portava addosso. Con occhi lucidi implorava il mostro di essere risparmiato.
All'improvviso il bambino inciampò. Suo malgrado, continuava a indietreggiare. La maligna creatura a volte si fermava, ma di certo non per pietà. Quella bestia non aveva un cuore.
All'improvviso nel petto del bambino il mostro vide una luce, che a poco a poco si faceva più splendente. La candida insegna accecava la creatura, che si dimenava invano.
La creatura intravide un proprio simile diretto verso il bambino, ma all'improvviso un'accecante luce scoppiò, più accecante di quella di prima. Durò un paio di minuti, dopo tornò il buio. Le ripugnanti creature erano a terra, morte.
Il bambino si guardava a torno, stanco e confuso.
Si ritrovò a terra svenuto.

   1 commenti     di: Odissey


Incontro ravvicinato - II parte

Qualcuno attraversò di corsa il campo, trai lampi colorati che ci bersagliavano, mi sembrò al momento un pilota, aveva una tuta argentea, poi ci ripensai, quando l'immagine era già scomparsa: quel pilota era troppo alto, troppo magro e aveva due occhi enormi in una testa triangolare. Forse... ma l'immagine dell'uomo che correva era durata solo un attimo. Pensai d'essermi sognato tutto, era solo un pilota che correva veloce mentre luci colorate e intermittenti pulsavano: ma perché un pilota avrebbe dovuto attraversare il campo mentre tutti eravamo impegnati con le riprese?
Pensai che chiunque fosse, ormai l'avevo ripreso e anche gli altri l'avevano sicuramente ripreso, e proprio mentre stavo pensando questo vidi la mia telecamera distorcersi, come in un effetto speciale, forse era la vista a darmi alterazioni. Ma no, anche al tatto divenne molle e gelatinosa e mi sfuggì di mano. La lasciai cadere mentre un lampo nero sembrò colpirmi in pieno volto ed ebbi pure io la sensazione di contorcermi, di divenire molle, poi cominciai a precipitare velocemente, sempre più velocemente...

Quando mi ripresi ero sdraiato su un lettino da campo. Molte altre persone prive di sensi erano sdraiate su altri lettini. Intorno a noi uomini con tute anti contaminazione procedevano con strani movimenti.
Quelle tute le avevo già viste, ma solo nei film catastrofici, quelli che parlano d'infezioni virali, d'ebola, d'influenza aviaria e altre amenità.
Con sforzo mi alzai sul lettino. Subito un medico (?) in tuta mi si avvicinò, non riuscivo a distinguere il suo volto dalla visiera che aveva un effetto specchio.
Iniziò a parlarmi e la sua voce mi giunse digitalizzata: "Per sicurezza stiamo decontaminando sia voi sia il luogo del contatto. Entro mezz'ora sarà tutto finito. La prego d'aver pazienza."
Mi ributtai sul lettino e quando riaprii gli occhi ero ancora sul quel prato, era mattina inoltrata, accanto a me c'erano gli altri che avevano partecipato al contatto.
Il genera

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Il primo pasto

L'uomo mi guardò e mi disse con voce soave:
- Stai bene mio giovane amico?
- Si, grazie per avermi salvato
- Rise - O non preoccuparti -
- Vorrei farle una domanda se mi permette
- Certo fai pure
- Lei è umano?
- rise di nuovo - Dubbio ragionevole dopo quello che hai visto amico mio - si fece serio - non sono più umano da tanto, tanto tempo
Rimasi stupito da quella sua affermazione e continuai a guardarlo, a guardare quegli occhi ipnotici, pieni di fascino e carisma. Lui iniziò a fissarmi e disse:
- Scusami, che scortese non mi sono presentato, il mio nome è Vernard le Trav e qual è il tuo nome?
- Io sono Carl Zero
- Ora ascoltami Carl, ti sto per offrire una scelta dalla quale dipenderà il resto della tua vita, ora ascolta quello che ti dirò e dopo dimmi la tua scelta - annuii - al mondo esistono creature mortali come animali e uomini con un'anima che dopo la morte sale al cielo, ma esistono anche creature immortali, anime rimaste sulla terra con sembianze umane ma con abilità straordinarie, questi esseri sono i vampiri, i loro poteri e la loro stessa vita hanno un prezzo, come del resto tutto ciò che c'è in questo mondo e quel prezzo è il sangue, io sono un vampiro e ora mio giovane amico ti offro una scelta: continuare la tua vita da mortale e essere soggetto a malattie oppure condurre una vita immortale senza malattie
- La mia gente è morta, i miei genitori sono morti e tutti quelli che conoscevo sono morti, questa vita non ha più alcun significato, scelgo la vita da immortale
- Così sia!
Vernard si avvicinò al mio corpo, scostò la mia chioma nera e mi morse il collo. L'umano divide le sue sensazioni in felicità, tristezza, dolore ma descrivere ciò che provai è impossibile, una definizione che si avvicina a ciò, può essere quella di un piacere verso cui si è restii, un piacere proibito; sentii il sangue scorrere via dalle mie vene, un sensazione di freddo mi stava avvolgendo; le palpebre divennero pesanti come enormi macigni

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   3 commenti     di: Marco Ambrosini



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