Era una gelida giornata d'inverno quando decisi di voler attraversare quel bosco che tanto mi incuriosiva, quello che si trovava dietro la spiaggia dell'isola di Mayland, dove abitavo con mia nonna e mia sorella minore Juditte.
Erano appena le sei ma, per non farmi scoprire da nonna e da Juditte, era già fin troppo tardi. Mi lavai, mi vestii e cautamente mi avvicinai alla porta. Mi sentii chiamare.
-Alexia- era Juditte.
-Cosa c'è Juditte?-
-Niente.-
-E perché sei sveglia a quest'ora? È presto.-
-Ho avuto un incubo, sono venuta in camera tua ma non c'eri, volevo solo un abbraccio.- mi sciolsi. La sua voce calda e non molto acuta mi fece addolcire il cuore. Mi avvicinai e la strinsi a me.
-Dove stai andando?- chiese incuriosita.
-In spiaggia, torno verso le otto, per la colazione.- dissi, mentre le stampavo un bacio sulla fronte.
Accennò un sorriso.
Ricambiai e chiusi la porta dietro di me.
Erano passati dieci minuti, ma sapevo che per arrivare alla spiaggia ci voleva altrettanto tempo. Ero troppo eccitata e incuriosita, tanto che iniziai a correre rischiando di inciampare tra i sassi.
Ero arrivata in spiaggia, avevo il fiatone. Mi distesi sulla sabbia fredda e fissai il cielo ancora scuro.
Erano passati circa cinque minuti, penso. Mi alzai e iniziai a correre verso la fine della spiaggia. Vi era una rete metallica, molto alta ma non molto spessa.
Provai ad arrampicarmi, ma arrivata ad una certa altezza, le mie mani stavano bruciando poiché troppo forte era la stretta che avevo utilizzato per arrampicarmi.
Scesi giù con un salto, affondando le scarpe nella sabbia.
La rete si estendeva per circa venti metri e ai due poli vi erano due alberi. Oltre questi ultimi e la rete metallica non vi era altro modo per raggiungere i boschi, così decisi di arrampicarmi su uno dei due alberi. Erano comunque alti, ma sicuramente erano più spessi della rete metallica e nonostante non fossi in grado di arrampicarmi riuscii ad arrivare dall'altro l
Nel gennaio del 1995, qualche settimana prima di andare a visitare per la prima volta un parco africano, esattamente il parco del Kidepo, all'estremo nord-est dell'Uganda, avevo appena finito di leggere un vecchio libro, scritto da un ingegnere che aveva partecipato, verso la fine dell'800, alla costruzione della rete ferroviaria del Kenya. Il libro si intitolava “Il mangiatore di uomini” e raccontava di un enorme leone che ogni notte, nella sperduta savana, uccideva e poi divorava uno degli operai del suo cantiere. Per trenta giorni di fila il ruggito aveva fatto tremare di paura gli oltre mille lavoratori accampati senza altra difesa che i fuochi accesi davanti alle loro capanne e immancabilmente ogni notte il terribile mostro riusciva, indisturbato, a compiere la sua terrificante impresa. Anche un collega dell’ingegnere, giunto al campo con la moglie, fu azzannato nel sonno mentre la moglie, nel dormiveglia, aveva sentito solo un lieve fruscio, quello del corpo del marito, trascinato all’esterno per la testa dall’ indomita fiera.
Essere al parco del Kidepo con i leoni che di notte si muovono liberi, anche tra le capanne, in cerca di una preda, mi rendeva, al pensiero della lettura recente, nervoso, preoccupato e molto guardingo tanto che nella capanna, in cui dormivo con mia moglie e i nostri tre figli, ricordo di aver bloccato la maniglia con una sedia, nel tentativo di rendere più sicura la porta che mi appariva poco robusta.
In tutto il campo, oltre ai guardaparco e alle loro famiglie, c'eravamo soltanto noi e il direttore del campo, un giovane inglese, che dormiva, invece, tranquillo, in una semplice tenda di fronte alla nostra capanna.
Eravamo i soli turisti passati in quel parco da Natale quando, ci disse il direttore, ne erano arrivati appena quattro. Il campo era in costruzione, c’erano soltanto tre capanne pronte e la nostra era stata appena dipinta. Per fortuna, Monica, previdente e accorta come sempre, aveva portato tutt
conclusione 2° parte
Oggi uno prende una boccia di tranquillante, si attacca ai moschettoni di un istruttore e via, di colpo in caduta libera per un minuto. Così, senza aver mai fatto niente prima. Basta un certificato medico e duecentocinquanta euro (con trecento ti fanno anche le foto e il video) e prova già tutto. Non capirà un cazzo, d'accordo, ma intanto impara cos'è la caduta libera. Io allora non lo sapevo. E per impararlo ho rischiato del mio. Come tutti quelli prima di me. Come quelli che io chiamo parà veri.
Per ognuno di quei lanci, e in seguito pure, anche se sempre meno, io ho avuto paura. Paura di tutto, paura di qualsiasi cosa. Paura di me, degli altri, della sfiga. Fin che non son passato all'uscita in tuffo e poi al volo in gruppo (ed anche li c'è da averne di paura e non poca) io ho avuto paura. Ed è stato bello. Solo che non è durato.
Terza parte (conclusione)
L'apprendimento è una cosa appagante. Ci sono momenti in cui direi che è il sale della vita. Se però sbagli e ce ne metti troppo viene una schifezza e rovini tutto. Se ho reso l'idea, bene, se no pensate pure alla trita e ritrita "fare il passo più lungo della gamba". Ma insomma, deve essere graduale, senza mai farsi prendere dalla fretta d'imparare. Se però uno ha quasi quarant'anni e nuota in mezzo a pischelli di 18 - 20 la cosa diventa subito un tantino in salita. E questa era la mia situazione.
C'erano vantaggi e svantaggi: sul ragionato non c'era gara, a quell'età neppure si ragiona, ma sull'istinto nemmeno. L'istinto, se non lo fai da giovane non lo fai più, oppure ti serve il quintuplo del tempo. E comunque non riesce bene uguale. Altrimenti non si chiamerebbe istinto. I riflessi non sono più quelli. Lo san bene gli atleti che a 34, 35 anni le carriere le han finite o sono in procinto di. Io ne avevo 38. Ma ce l'ho fatta lo stesso.
Che cosa? Completare il percorso di addestramento? Ehi, dico, non offendiamo! Io ce l'ho fatta ad andare ben oltre,
Gentile pubblico. Sono qui presente per lo spettacolo di questa sera che come sapete non ha attori, non ha luogo, non ha regista, ci sono solo io qui con un rotolo di carta igenica sul quale ho scritto dei miei pensieri sia su di Voi che sulla società attuale.
Il secondino sentì filtrare la voce dalla cella e guardò l'orologio, si afrettò di corsa a chiamare altri suoi colleghi e a liberare dalle celle i carcerati meno pericolosi perchè anche questa notte, l'ex attore Parlantini, di ottanta anni, rinchiuso in cella per aver rubato un chilo di pasta al supermercato, ma recidivo, stava di nuovo sognando un suo spettacolo. Un gruppo inverosimile si accostò alla porta della cella per ascoltare le sue parole. Erano tutti affascinati dalla parlantina del Parlantini, e dai temi che toccava nei suoi monologhi, sempre attuali, e lucidi. Oppure storie emozionanti, di amore, di avventura.
Insomma lo spettacolo anche per quella notte, nel carcere della città di non so dove era cominciato. Ora ditemi voi se un paese come il nostro ha bisogno di un gruppo di tecnici per poterci governare? Ma tecnici di che? Questi sono elite di una classe
privilegiata che ha come scopo quello di ridurre al minimo il disastro commesso da cinquant' anni di falsa democrazia. Ma noi siamo una colonia. Siamo la colonia dell'America, dell'Africa, dell'Asia. Non ci riproduciamo più. Ma vi rendete conto? Fuori dalla porta i più annuivano. Ma ai miei tempi in Italia c'erano italiani ed europei, per lo più. E non voglio esser razzista è. Voglio solo dire che tra europei si tromba poco! Si scusate la volgarità ma la realtà è questa. Da fuori un accenno dì' applauso fu subito sedato con una manganellata sulle mani dell'entusiasta ascoltatore.
"Una volta non c'erano tutte le diavolerie come la tivu, il cinema, oppure internet. E tutta questa pornografia. Questa mancanza di contatto. Questa paura di malattie. Una volta ci si incontrava, si usciva, (lanciò un fischio a due dita che
Finiva il mese di luglio di quell'anno particolarmente impegnativo in cui Carlo aveva dato tutto se stesso al lavoro. Alla famiglia come al solito un po' meno.
Quasi dieci ore al giorno tra ufficio e clienti da visitare per quasi tutto l'anno lo avevano di certo provato parecchio.
Carlo, cinquant'anni passati mentre gli mancano ancora molte lune per i sessanta, innamorato del suo lavoro è proprio un self made man. Dopo aver ricoperto incarichi importanti come dirigente presso multinazionali ha deciso a cinquantadue anni suonati che era il momento di mettersi in proprio.
Lo fa con due ex suoi colleghi che decide di prendere come soci alla pari, come d'altronde nel suo generoso carattere.
Una piccola azienda con dieci dipendenti tra cui i suoi tre figli a collaborare con lui che lo coinvolgono ancora di più. Personaggio molto conosciuto e ben considerato nel proprio settore e nella sua terra d'origine.
Dopo anni di assenza da vacanze e riposo decide che è il tempo di fare una pausa di riposo e riflessione.
Quindi telefona al suo carissimo fraterno amico Enzo.
Enzo, un siciliano trapiantato a Milano da una vita. Anche lui uomo arrivato, presidente di una banca estera, anche lui schiavo del lavoro accetta di buon grado questa inusitata proposta ma ad un patto.
Sempre schiavi della programmazione ad ogni costo decidono che dovrà essere una vacanza all'insegna dell'avventura.
Senza aver interpellato su questo ultimo importante punto le rispettive mogli, come ormai accadeva da tempo immemorabile, decidono che si va all'avventura.
Ci si imbarca dalla Sardegna per la Corsica, ovviamente nessuna prenotazione. Solo una cosa certa, la data di partenza e quella di rientro e via per questa avventura che vedremo poi rocambolesca, per certi versi un po' pazza e certamente inusuale per i due.
Mogli al seguito, caricate le due macchine ovviamente strapiene di valige voluminose contenenti di tutto e di più delle mogli, come se la vacanza dovesse durare sei mesi anz
Sul manifesto che invitava a iscriversi alla Grande discesa, c'era stampata, a grandi lettere, una frase che risuonava come una sfida irresistibile:
"L'impossibile esiste solo perché non si è fatto niente per renderlo possibile".
Quest'anno la competizione si svolgerà tra montagna e pianura. I partecipanti, partendo dal minuscolo paesino di Zimau, dovranno arrivare a valle, nella località che sulla cartina topografica è cerchiata di rosso.
Il materiale fornito dagli organizzatori consisterà nella già citata cartina e in una bussola.
Alla corsa può partecipare chiunque, senza limiti di età, in gruppo o singolarmente, accompagnati anche da animali.
Il gruppo o il singolo fortunato vincitore, avrà diritto a un premio che, per il momento, rimane qualcosa di misterioso.
Le regole sono poche: si può correre o camminare con passo sostenuto; non c'è un percorso prestabilito; è vietato portarsi l'orologio; deve durare massimo un giorno, dall'ora della partenza.
Tra gli iscritti ci sono anche tre ragazzini che, dopo aver cercato, invano, di convincere i rispettivi genitori a lasciarli partecipare, hanno falsificato le loro firme di autorizzazione.
Ora sono in trepidante attesa. In mezzo alla folla di sconosciuti sono abbastanza sicuri di non venire scoperti, ma non saranno del tutto tranquilli fino al momento della partenza.
Sono tre amici: Daniele, Carlo ed Enrico. Abitano tutti nel paesino e hanno la stessa età, 12 anni, i caratteri invece sono molto differenti. Daniele, è il trascinatore del gruppo, quello che non sta mai fermo e che cerca sempre ogni occasione per trasformare le giornate in nuove avventure da intraprendere. Chiacchiera continuamente di qualunque argomento gli passi per la testa. Carlo, è il più alto di tutti, ben oltre la media per la sua età, forse per questo è impacciato nei movimenti e cammina con le spalle curve. A scuola viene considerato il classico secchione e ha una vera passione per la matematica. È un tipo di
Una delle ricchezze più grandi che abbiamo noi europei e il mondo cosiddetto civilizzato è la disponibilità e l’accesso all'acqua potabile.
Quest'acqua straordinaria, di cui noi disponiamo in casa, è un sogno per la stragrande maggioranza degli abitanti della terra. Per molti del Nord del mondo però quest'acqua è diventata ormai da tanto tempo il minimo indispensabile; la vera ricchezza ora è avere la vasca con l’idromassaggio o la piscina.
Nel mondo povero, l'accesso all'acqua è davvero una grande ricchezza e ricordo bene che, nel 1989, il Presidente Ugandese Museveni annunciava alla tivù, tra i miglioramenti della nazione, in quell'anno, la costruzione di molte centinaia di nuovi pozzi per l'acqua, oltre l'incremento di produzione di bottiglie di Coca Cola e di birra, forse, più veri indici di benessere di quel Paese.
La Karamoja è la regione più povera ed arretrata dell’Uganda e assetata d’acqua per molti mesi dell'anno.
La popolazione locale costruisce, da secoli, piccole dighe per fermare l'acqua piovana, creando così dei laghetti, o meglio delle pozze, circondate nel tempo da grandi alberi. Quell'acqua fangosa rappresenta davvero una ricchezza per gli abitanti dei piccoli villaggi nei dintorni e per i loro animali.
Nel tempo, sono stati costruiti, in principio da parte degli europei, in seguito anche dal governo, dei pozzi vicino a questi piccoli bacini, nella speranza che solo l’acqua dei pozzi fosse utilizzata per bere. Quest'acqua, come la normale acqua potabile, è insapore ed incolore ma i karamojong preferiscono, finché ce n'è, il gusto carico dell’acqua della pozza, con tutte le conseguenze che si possono immaginare.
I lunghi mesi senza pioggia di questa sperduta regione, l'utilizzo di poca acqua sporca, il vento impetuoso di quei lunghi mesi aridi, la polvere che entra fin dentro le capanne, l'abbigliamento minimo della gente, il camminare a piedi nudi, la pochissima igiene per
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