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Racconti d'avventura

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I fissatori del dottor Castaman

Davanti al reparto maschile era arrivata un'ambulanza e gli infermieri stavano scaricando un ferito adagiandolo con delicatezza su una barella. Il mantello di questo giovane era zeppo di sangue.
Lo seguii dentro all'ambulatorio e, cercando i guanti sterili, iniziai subito a domandare cosa fosse accaduto.
Sampson, l'infermiere Karimojong, traduceva e mi riferì che il giovane, mentre camminava per i campi, improvvisamente aveva sentito uno sparo e, subito, aveva provato un forte dolore al braccio sinistro e visto tanto sangue.
Questo era il classico racconto di tutti i guerrieri Karimojong che arrivavano feriti all'Ospedale.
Non dicevano assolutamente altro e poi…. non eravamo certo noi a dover indagare sulle numerose sparatorie che avvenivano in Karamoja.
Ogni volta, però, m’innervosivo a questa risposta banale, quasi avessi domandato se era scapolo o sposato; certamente non avevo chiesto la data di nascita che avrebbe richiesto un tempo di risposta più lungo perché si sarebbe dovuto risalire ai fatti importanti, avvenuti nell’anno presumibile della nascita, come una grande battaglia, un raccolto eccezionale, la grande siccità, il nuovo presidente in Uganda e non sarebbe certo stato facile.
Era disteso sulla barella, sofferente, impaurito, quando cominciai ad esplorare la brutta ferita al braccio. Non sanguinava più, ma il braccio, proprio sotto la spalla, era spappolato; l'arto era immobile, tenuto fermo dall'altra mano.
Gli chiesi di provare a muovere le dita della mano, ma fu inutile: il braccio e la mano erano freddi, come morti. Non mi restava che portarlo in sala operatoria per amputarlo, come avevo già fatto tante volte in casi simili.
Le ferite da guerra erano la prima causa di ammissione nel reparto maschile, ed ero abituato ad estrarre proiettili o frammenti di granata ed esplorare i loro tragitti all'interno del corpo per capire i danni anatomici procurati.
Il guerriero era accompagnato dal padre ed alc

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


24 ore a Dar es Salaam

Era da poco iniziata la partita Barcellona–Arsenal, finale di Champions League 2005-06, e, seduto sul bordo di una comoda poltrona del soggiorno, guardavo appassionatamente con gli altri ospiti della casa quel match, augurandomi che, già nei primi minuti di gara, Ronaldinho o Henry sbloccassero il risultato segnando un bel gol. Sapevo, infatti, che per me lo spettacolo sarebbe durato ben poco e che appena dieci minuti dopo, Kikoti, il taxista di fiducia di padre Alojsious, sarebbe venuto a prendermi.
Kikoti molto puntuale, come ho imparato subito al mio arrivo in Tanzania, suonò dopo poco alla porta. Con grande disappunto, fui costretto ad alzarmi. Un’ultima occhiata allo 0-0 sullo schermo, un breve saluto agli altri volontari rapiti dalla partita, e via in taxi, direzione aeroporto.
Da poche ore ero arrivato a Dar es Salaam ed era già sera inoltrata. Le strade di Dar, poco illuminate, si erano svuotate e davano un’immagine veramente irreale di questa grande città, capitale caotica della Tanzania. Il traffico dopo le ventuno si spegne in fretta come le luci delle sue case. Nessuno è più in giro a quell’ora e raggiungere l’aeroporto diventa uno scherzo, neanche trenta minuti.
Scambiavo con Kikoti qualche battuta sull’aspetto della città di notte, ma i miei pensieri erano concentrati su come organizzarmi il resto della serata e l’indomani……quante cose dovevo e volevo fare nelle mie ultime 24 ore in Tanzania!
In aeroporto andavo a prendere Mario, Capo Sala della Sterilizzazione dell’Ospedale di Schio, alla sua prima missione in Africa. Non lo conoscevo e così, nell’attesa, davanti all’uscita, preso un foglio bianco all’ufficio informazioni, avevo scritto in stampatello il suo nome, MARIO, per richiamare l’attenzione di quelli che uscivano con le valigie del volo KLM, l’ultimo della serata. Poco dopo, Kikoti era al mio fianco, sorridente, serafico, stupito dal mio gesticolare continuo con quel foglio. “Tanto gli It

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


Addio compagno mio...

L’anziano entrò nell’osteria a testa china, appoggiandosi al bastone che proiettava una luce violastra e opaca. Sembrava essere invisibile agli occhi dei presenti che non osarono voltarsi a fissare il nuovo arrivato, continuando a parlare tra di loro o a fumarsi una pipa o ancora a fare la corte ad una cameriera.
L’uomo fece una smorfia di disapprovazione nei confronti dei presenti e si sedette ad un tavolo occupato da una sola persona che teneva in mostra il ferro scostando il mantello, segno che non voleva essere disturbato.
“Per quale motivo sei voluto venire in un posto del genere”Disse lo stregone sedendosi di fronte a lui. L’altro alzò la testa trapassandolo con lo sguardo, poi sospirò.
“Evidentemente non sei riuscito a convincermi e per rispondere alla tua domanda... volevo riempirmi lo stomaco con qualcosa di buono”.
“Dì la verità, mi hai chiamato solo perché non ti andava di sentire la mia collera dopo”continuò l’anziano con un ghigno sotto la barba.
Il cacciatore di taglie bevve un lungo sorso di vino dal suo bicchiere scheggiato e si passò il dorso di una mano sulle labbra bagnate. “Non tollero questo tuo tono nei miei confronti, dopotutto ti ho aiutato durante il viaggio” ricordò soddisfatto.
Il compagno ridusse gli occhi a due fessure: “vai al punto o sarà peggio per te”.
“Non ribollire subito, volevo girare intorno al discorso prima di pronunciare la frase fatidica”Rispose l’altro. Tra i due calò il silenzio, mentre gli altri intorno a loro spettegolavano su quello che era successo ultimamente. Qualcuno gettò della legna umida tra le fiamme del fuoco, provocando una nuvola di fumo nero che investì i più vicini al caminetto.
Alla fine, il cacciatore sospirò ancora. “Volevo dirti... ecco... mi sono stufato di seguirti senza ricevere nulla in cambio. Mi ero imbarcato in questo inseguimento sperando di guadagnare facilmente qualcosa, ma non ne ho ottenuto niente. Mi voglio ritirare”Affermò fin

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   1 commenti     di: clarissa catti


Il bagnino e la portinaia.

Come ogni anno attendevo con ansia il mese di giugno: il mare, il sole e la spiaggia mi aspettavano come tutte le estati da qualche tempo oramai.

Le file di ombrelloni non erano ancora al completo, ma ero certo che entro breve sarebbero arrivati parecchi turisti.

“Il delfino blu” è il Lido dove lavoro (si fa per dire…) come bagnino. Da queste parti “lavorare” è una parola grossa, anche perché con quello che mi pagano riduco il mio compito nello stare sdraiato sul lettino e guardare le fighette che mi girano intorno per poi scegliere quella con cui stare la sera!! Il resto dei miei compiti consiste in una veloce pulizia della spiaggia, chiusura dei lettini e ombrelloni. Tutto questo in cambio di vitto, alloggio e 100. 000 £. a settimana.

Quest’anno, nel condominio di proprietà del Lido, hanno cambiato tutto il personale, tutte facce sconosciute, anche le cameriere e la portinaia.
Le cameriere sono tre, una più brutta dell’altra… Mamma mia… se me le dovessi trovare di notte in camera mentre mi rigiro nel letto, son certo che cascherei in terra per lo spavento!!, Una in particolare (poveretta…), é strabica, ma così strabica, che quando mi guarda mi devo girare da un’altra parte per vedere se c’è qualcun altro nella stanza oltre a me!!! Le altre due sono brutte… solo brutte e per fortuna non ci parliamo mai. Infine c’è la portinaia: capelli corti neri, occhi grandi e due labbra da “aspirapolvere” tutto sommato non é male, certo al mare ne vedo tante simili a lei!! Quella lì è solo la portinaia. È sempre allegra e spesso canticchia:-“ ma che minkia canti??- penso io- uno è stanco e lei canta!! ”-Non è nemmeno siciliana, mi pare sia emiliana… ho sentito di Ferrara, mah… queste donne del nord… certe volte nemmeno la capisco poi con quell’accento sembra che mi vole pigghiari ‘pu culu (voglia prendere per il culo)!!

Certo è che quella sera l’avevo combinata grossa…cazzo…!! Ero uscit

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Alla ricerca della tua isola

Nel 2002 a fine aprile ho navigato da Port Colon (Panama) fino alla Jamaica. Mi ha sempre affascinato il mondo dei pirati e cosi' decisi di fare rotta verso il mitico Morgan's Harbour in Jamaica. Purtroppo non fu una navigazione semplice, anche perche' avevo a bordo due israeliani privi di esperienza. Incontrai mare formato e onde incrociate per le prime 24 ore, dopo miglioro' di poco la situazione; stremato decisi di consegnare il timone a Davide. Non ricordo se furono 4 o 5 i giorni di navigazione, ma quando arrivammo nel lungo canale che ci portava al Morgan's Harbour l'unica cosa che desideravo era una coca-cola fresca (avevo vomitato per due giorni); la seconda che sbarcassero immediatamente i miei due ospiti, che sollievo un po' di pace in barca.
Nei giorni successivi consolidai l'amicizia con Carlos, che fortunatamente oltre a parlare quella lingua strana (patwah), parla anche spagnolo. Uscendo dal marina mi recai (era domenica)al villaggio vicino, sconsigliato da Carlos mi fermai in un bar gestito da due ragazze; immediatamente attirai l'attenzione di diverse persone, alcune delle quali si dimostrarono subito ostili nei miei confronti, ma le due ragazze del bar e un tipo che lavorava al marina presero subito le mie difese, dopodiche' Mary la più giovane delle propritarie mi fece conoscere un tipo dalla corporatura grossa, che inconfutabilmente doveva essere il boss del paesino, aho! Dal quel giorno che mi videro girare per il villaggio con lui mi rispettavano tutti. Cari amici miei a parte NAUSICA, dhai si scherza! Dicevo ue' la' la situazione non è tanto piacevole per noi "bianchi". Non si scherza la Jamaica e soprattutto Kingston sono pericolose.
FINE PRIMA PUNTATA

Seconda Puntata: Ricerca di un pezzo di ricambio nella capitale.
... continua SECONDA Puntata.
Brevemente vorrei ritornare a Colon, una cittadina squallida degradata e pericolosa, l'unica nota positiva era la presenza di svariate iguana sul prato del marina, la mia barca era ormeggiata

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   0 commenti     di: Isaia Kwick


Prologo

Era una gelida giornata d'inverno quando decisi di voler attraversare quel bosco che tanto mi incuriosiva, quello che si trovava dietro la spiaggia dell'isola di Mayland, dove abitavo con mia nonna e mia sorella minore Juditte.
Erano appena le sei ma, per non farmi scoprire da nonna e da Juditte, era già fin troppo tardi. Mi lavai, mi vestii e cautamente mi avvicinai alla porta. Mi sentii chiamare.
-Alexia- era Juditte.
-Cosa c'è Juditte?-
-Niente.-
-E perché sei sveglia a quest'ora? È presto.-
-Ho avuto un incubo, sono venuta in camera tua ma non c'eri, volevo solo un abbraccio.- mi sciolsi. La sua voce calda e non molto acuta mi fece addolcire il cuore. Mi avvicinai e la strinsi a me.
-Dove stai andando?- chiese incuriosita.
-In spiaggia, torno verso le otto, per la colazione.- dissi, mentre le stampavo un bacio sulla fronte.
Accennò un sorriso.
Ricambiai e chiusi la porta dietro di me.
Erano passati dieci minuti, ma sapevo che per arrivare alla spiaggia ci voleva altrettanto tempo. Ero troppo eccitata e incuriosita, tanto che iniziai a correre rischiando di inciampare tra i sassi.
Ero arrivata in spiaggia, avevo il fiatone. Mi distesi sulla sabbia fredda e fissai il cielo ancora scuro.
Erano passati circa cinque minuti, penso. Mi alzai e iniziai a correre verso la fine della spiaggia. Vi era una rete metallica, molto alta ma non molto spessa.
Provai ad arrampicarmi, ma arrivata ad una certa altezza, le mie mani stavano bruciando poiché troppo forte era la stretta che avevo utilizzato per arrampicarmi.
Scesi giù con un salto, affondando le scarpe nella sabbia.
La rete si estendeva per circa venti metri e ai due poli vi erano due alberi. Oltre questi ultimi e la rete metallica non vi era altro modo per raggiungere i boschi, così decisi di arrampicarmi su uno dei due alberi. Erano comunque alti, ma sicuramente erano più spessi della rete metallica e nonostante non fossi in grado di arrampicarmi riuscii ad arrivare dall'altro l

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La scrivania.

Se guardiamo attentamente dentro di noi, possiamo suddividere la nostra vita in tanti paragrafi, come nei racconti, basta far combaciare tutti i tasselli al posto giusto, come nei puzle.
Sin da piccolo ero attratto dalla donna, mi piaceva guardare le sue forme, le sue labbra, le sue cosce, spesso nell’uomo è sintomo di sguardi libidinosi, è delizioso vederla ancheggiare a destra e a sinistra, con fare disinvolto ed innocente, come gli sguardi sempre ingenui ma folgoranti, spingendo il più delle volte l’approccio, in un incontro casuale, (è sempre la donna a decidere chi deve corteggiarla).
L’uomo crea lo spunto iniziale per far si che la donna, si convinca a lanciare quei sguardi di cui parlavo prima.
Avevo accennato prima dei puzle, già, quando ero giovane cercavo avventure con donne più grandi di me, mi appagavano ma non completamente, dovevo spaziare in più parti per sentirmi soddisfatto.
Forse sarà stato il caldo del sud ad aver sviluppato in me questo istinto di conquista, fatto sta che ho sempre inseguito gonnelle, le mie avventure sessuali hanno riempito la mia giovinezza.
Giovinezza tanto per dire, ricordo per esempio l’inizio del nuovo secolo, avevo già superato i 45 anni, vita tranquilla da uomo sposato, qualche macchia, (c’è sempre negli uomini sposati), qualche avventura senza particolare significato, come per esempio quella mattina, ero andato al lavoro come al solito, mi occupo di costruzioni, ho una ditta ben avviata, una decina di operai che seguo tutti i giorni, poi nel pomeriggio vado nel mio ufficio per sbrigare la parte burocratica e contabile della ditta.
Quella mattina dicevo, all’entrata del cantiere, c’era un operaio in compagnia di una bella ragazza, (poteva avere vent’anni, pensavo fosse la fidanzata), mi chiedeva lavoro, erano dell’est, lui parlava poco Italiano, mentre lei era già un po’ di tempo che viveva in Italia, per cui era lei a parlare per lui, gli risposi che eravamo al completo ma aspettavo

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