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Racconti d'avventura

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L'uomo del deserto.

Ero stanco di camminare. Mi ero svegliato quella mattina all’alba in un campo da me improvvisato la notte prima nel bel mezzo del deserto di Obart. Contavo di riuscire a calpestare di nuovo l’erba prima del calar delle tenebre e infatti dalla collinetta dove ora mi trovavo riuscivo a scorgere non lontano le verdi pianure a sud di Drath Meda, mentre il sole alla mia sinistra si accingeva a sfiorare l’orizzonte.
Legati in un piccolo fascio sopra il mio zaino portavo alcuni legnetti e piccoli tronchi. Li avevo comprati in città 2 giorni prima e il loro peso aveva aggravato non poco la fatica del viaggio.
Nel deserto è praticamente impossibile trovare la legna per accendere un seppur misero fuoco e oggi, come anche ieri, mi sarebbe stata molto utile perché non avrei mai fatto in tempo a cercarla prima della sera, anche ora che una rigogliosa natura si estendeva a perdita d’occhio a poche centinaia di metri da me.
Era ora di rimettersi in viaggio.
Raccolsi il mio zaino incrostato di polvere e sabbia e me lo misi in spalla. Mi riinfilai l’arco a tracolla, controllai che le pozioni di guarigione fossero ben fissate alla cintura e partii verso nord.
Quasi subito mi fermai.
Sebbene fossi molto stanco i miei sensi allenati avevano captato un movimento. Mi voltai verso ovest e guardai. Nella totale immobilità di quel paesaggio desertico una figura si muoveva rapidamente nella stessa direzione che volevo seguire io. Era un uomo. Anch’egli proveniva da sud come me, quindi doveva aver attraversato il deserto. Solo in pochi erano in grado di farlo da soli, senza una cavalcatura o dei compagni su cui fare affidamento, e quei pochi li conoscevo tutti. Dovevo scoprire chi fosse.
Scesi rapidamente dalla collina e mi misi a correre veloce come il vento del deserto verso nord, in modo da superarlo e potermi nascondere più avanti in un punto dove lui sarebbe passato.
L’uomo non sembrò accorgersi di me; io raggiunsi i primi arbusti dove la natura cominciav

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   2 commenti     di: Daniele P


In balia della montagna

Quella vacanza non sarebbe dovuta andare in quel modo, ne per Isabella ne per Andrea. Doveva essere semplicemente una tranquilla gita in montagna di un paio di giorni, tutto qui.
Ora invece eccoli lì, da soli, in mezzo a quel bosco sconfinato senza la più pallida idea di dove potessero trovarsi. Vagavano oramai da almeno sei/sette ore alla ricerca disperata del sentiero guida, o magari del loro albergo, ma niente. Erano letteralmente esausti: le gambe si muovevano solo grazie a degli enormi sforzi di volontà e le spalle di Andrea bruciavano maledettamente a causa dello zaino.
"Non ce la faccio più amore," disse lei ad un certo punto, quasi in lacrime. Le sue resistenze cedettero e crollò a terra in ginocchio, appoggiandosi con un braccio ad un abete che cresceva lì accanto. "Basta, fermiamoci!"
Andrea si inginocchiò subito accanto a lei e la costrinse a guardarlo. La stanchezza era visibile anche sul suo viso, di solito così solare e sorridente; ora persino gli occhi erano spenti, quasi privi di vita.
"Tesoro, lo sai che non possiamo fermarci; tra poco scenderà la notte e rimanere qui nel bosco sarebbe la fine."
Isabella lo sapeva bene anche se ascoltò a malapena quelle parole. Lo sapeva bene perché erano in alta montagna e la temperatura era già scesa parecchio. Di lì a qualche ora sarebbe arrivata intorno allo zero e loro non indossavano altro che un semplice maglione.
"Un attimo Andrea ti prego, solo un attimo!" Lo sguardo di Isabella era perso, come quello di un cerbiatto che sa di essere braccato dai cacciatori; questo lo portò a concedere quella pausa, anche perché era distrutto pure lui.

Era iniziato tutto in mattinata, quando con la guida ed altre tre persone erano giunti in prossimità di una strettoia nel sentiero. Dopo due giorni di cammino erano riusciti finalmente ad arrivare in vista della cima. Marco era, a detta degli organizzatori dell'escursione, una delle guide più esperte, ma a quanto pare non aveva previsto che il terren

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Capodanno a Cuba (finale)

La sera raggiungemmo nella piazza centrale, il giovane che ci accompagnò al paladar per la cena. Era puntualissimo.
Il pasto non fu dei migliori ma al confronto della moglie di Piloto anche Mc Donald’s avrebbe fatto la figura di un Vissani.
Restammo per il resto della sera a parlare con il nostro giovane amico che ci parlò della sua vita senza sbocchi a Remedios e del suo desiderio si salire su un pneumatico e sfidare l’oceano per raggiungere la Florida che dista da lì solo cinquanta miglia (solo, si fa per dire, su un pneumatico).
Ci accorgemmo in quel momento che Remedios era vera terra di frontiera, per la sua vicinanza agli Stati Uniti. Era la zona da cui i “balceiros” (credo si scriva così) i fuggitivi, prendevano il mare verso la Florida con i mezzi più disparati.
La mattina dopo venimmo a sapere dal nostro affittacamere che Piloto aveva fatto arrestare il giovane colpevole di averci indicato un paladar dove mangiare e di essersi quindi intromesso nei suoi affari. Ufficialmente era accusato di essersi intrattenuto con dei turisti senza autorizzazione. Piloto stava tirando fuori tutta la sua natura di essere disgustoso.
Inutilmente andammo da lui a protestare, a dirgli che il giovane era stato contattato da noi, ci rispose che era un teppista che teneva d’occhio già da tempo.
Andammo quindi a trovare la madre, che avevamo intravisto la sera prima accompagnando a casa il giovane e lei ci mostrò un documento: Piloto aveva fatto comminare al figlio, dai suoi ex colleghi di polizia, una multa di cinquanta dollari (dollari?) per quella gente è una cifra enorme, ma lei ci disse che non l’avrebbe pagata.
Il nostro affittacamere ci sconsigliò di andare troppo dentro questa storia e di goderci la vacanza, le cose si sarebbero messe a posto da sole.
Infatti il giorno successivo il ragazzo venne rilasciato. Si trattava solo un avvertimento.
Remedios cominciò a non piacerci.
Decidemmo quindi di rinunciare all’autista di Piloto per il tour

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   2 commenti     di: Rudy Mentale


Io e le nazionali semplici.

In fin dei conti loro volevano il mio sangue, ma per questa volta queste zanzare hanno deviato verso i miei amici in particolare su Natale (si, si chiama Natale come la festa) era talmente pieno di punture che sembrava avere la varicella ed il morbillo insieme gli era venuto pure la febbre una cosa mai vista incrediiiibiiile e come si lamentava i suoi haaaaaiiii, mi prudeeee…. aiutooo…. facevano ridere anche l’aria dove noi passavamo, (poverino però)….. poi lui era anche buffo bastava solo guardarlo la natura l’ha fatto così.
Comunque ormai è andata così, ragazzi vado al tabacchino ho finito le mie nazionali senza filtro, e qui Angelo incomincia a tirarmi dietro quello che trova davanti (odia i fumatori), ma io non so stare senza fumare, fumo talmente tanto che anche quando dormo e per sbaglio apro un occhio ecco devo accendere una sigaretta ed aspirarne un po’ ahhhhh che delizia un’aspirata di vita che meraviglia, quando aspiro le mie nazionali mi sento rinascere, un giorno per esempio avevamo deciso di fare pesca subacquea andiamo al porto dove erano ormeggiate tutte le barche di Favignana e ne prendiamo una a noleggio, carichiamo bombole, pinne, fucili, maschere e tutto l’occorrente e ci avviamo all’avventura.
Che bello il mare, quando sei lì non pensi ad altro, accendi una nazionale e voli con l’immaginazione dondolato dalle onde, no, no per me non era così il problema era Angelo, quello lì appena mi vedeva la sigaretta in mano mi faceva atterrire, lui era un bestione io mingherlino e così seduto in prua girato verso il mare di nascosto mi fumavo la mia bella nazionale e con un occhio sempre rivolto ad Angelo (quello mi buttava in mare se mi vedeva fumare e mi lasciava a nuoto in centro mare), così tra una tirata di sigaretta ed una cullata di mare mi distraggo e senza rendermi conto vado a finire in acqua, minkia Angelo m’ha visto e mi ha buttato in mare hei aspettate, ma era meglio nuotare che quello era testa dura, così mi so

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La farfalla nera: La fuga

Se solo non avesse lasciato scivolare la mano, se solo non avesse visto il suo affilato pugnale entrare nella carne dell'uomo, ora non avrebbe avuto i soliti sensi di colpa. Ma quello era il suo lavoro, non conosceva altro che l'omicidio, sin dalla nascita era stata abituata ad uccidere lasciando da parte la pietà, proprio come un assassina fredda e senza cuore. Le sue vittime morivano rassicurate dai suoi profondi occhi smeraldo illuminati dal leggero trucco nero. Nella setta veniva chiamata "Farfalla nera" perché vestiva sempre una lunga cappa corvina che la confondeva tra le ombre create dalla sua amica notte, era agile, splendida e leggiadra, la numero uno fra tutti gli assassini. Quel lunedì le era stato assegnato il compito di uccidere un poliziotto che si era immischiato troppo negli affari della setta, aveva scoperto ed ucciso "La serpe" mentre era in missione esplorativa. Quello fu un proiettile al cuore per suo padre, il re della notte, che ordinò subito a Butterfly di punire il federale con i suoi due pugnali, facendolo soffrire come un condannato ad una lunga e dolorosa pena di morte. Ma la giovane vedendo il viso del suo bersaglio contratto dalla paura aveva avuto pietà, quella schifosa pietà che l'aveva portata a disubbidire agli altissimi ordini del capo, infatti in quella fredda notte di Novembre, lo sbirro era morto senza provare dolore, e lei come d'abitudine gli aveva chiuso gli occhi e aveva lasciato sul cadavere un biglietto con disegnata una farfalla nera.
Passarono diversi mesi, il lavoro di Butterfly e dei suoi colleghi procedeva all'insaputa del mondo. Nemmeno i più grandi investigatori dei servizi segreti erano riusciti ad interpretare quei biglietti con disegni animali gettati sui corpi delle vittime della setta, che giorno dopo giorno si moltiplicavano. La fredda ragazza era stanca di vivere nel sangue, ma era costretta, quella era sempre stata la sua vita, era nata dal re e dalla defunta regina della notte, i suoi genitori, ed e

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   3 commenti     di: filippo pagani


Andrey e l'isola di Meth

Capitolo 1

C'era una volta, in un lontano paese del nord, un ragazzo, un certo Andrey, chiamato anche "Andre", aveva quindici anni, era vivace e in cerca di avventura, ma sfortunato. Era magrolino, esile insomma, ed era dunque il soggetto preferito dei ragazzi piu grandi. Ne vedeva di tutti i colori, ma non parlava. Ogni volta, quando usciva con una ragazza, cominciavano a prenderlo in giro, e gli fecero perdere perfino il vizio di uscire. Insomma, quel povero ragazzo non ne poteva più. Poi, un giorno, arrivò l'opportunità che gli avrebbe sicuramente permesso di cambiare vita : un trasloco. A proporre ciò fu lo zio, Simone, che sarebbe dovuto andare in un'isola sperduta per motivi di lavoro per fare ricerche, e se lo sarebbe voluto portare, per avere un po' di compagnia. Ovviamente Andrey accetta, tutto pur di liberarsi di quelle orribili persone che lo perseguitavano. L'avventura inizia!
Il viaggio, sarebbe durato circa 3 mesi, ma i genitori non avevano timore a mandarlo con lo zio Simone, si fidavano, quindi quei 3 mesi sarebbero passati velocemente. Il ragazzo, appena saputa la notizia comincia a fare i bagagli, felicissimo di intraprendere una nuova avventura; Finalmente arriva il tanto atteso giorno della partenza. I genitori erano in ansia, ma lo lasciarono partire ugualmente. Dopo tanti saluti, abbracci e raccomandazioni finalmente zio e nipote entrano in aereo (un aereo privato, ovviamente, non andavano a fare una vacanza e nessuno conosceva l'isola). Il volo è straziante, ma una volta arrivati tutto cambia. Andrey si sente una persona nuova, speciale, si vede sommerso dalla natura. Però c'è qualcosa che non quadra: dov'è la loro casa? Infatti appena scesi sull'isola egli domanda allo zio: " Zio, ma... ecco dov'è casa nostra? Cioè dove abiteremo per questi 3 mesi? E lo zio : "Bhe, caro Andrey, non abbiamo una casa, dobbiamo costruirla noi, se vogliamo avere un minimo di comodità, non credi?" "Sì, comunque hai ragione, e ti aiuterò! Sarà d

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   2 commenti     di: silvia


Doveva essere fatto!

"Doveva essere fatto!!".
Questo riecheggiava nella mia testa mentre il rumore del rotore del BlackHawk accompagnava le comunicazioni terra-bordo-terra del pilota che riceveva le ultime coordinate prima del drop-point.
Poco dopo l'annunciato ordine di mantenere il silenzio radio, assorto nelle ragioni che mi avevano portato fin li, fui riportato alla realtà dall'accensione della luce rossa e dall'interfono che mi dichiarava i cinque minuti allo sbarco.
Mettendo da parte i pensieri cercai di concentrarmi sui punti chiave della missione.
Sbarco, infiltrazione, sabotaggio, evacuazione e recupero.
Tutto di apparente semplicità ma quante cose potevano andare storte?
Non importava doveva essere fatto.
La pianificazione era stata studiata sin nei minimi particolari, ma si sa non si può prevedere tutto. Se solo una guardia avesse deciso che le sue necessità fisiologiche non avrebbero più potuto aspettare, mi sarei ritrovato con un problema non previsto da risolvere.
Non che non sapessi come affrontare le situazioni inaspettate. Anzi gli ingegneri della H&K avevano trovato un modo veramente efficace per risolvere quel tipo di problemi. Una soluzione che aveva il nome di MP-5SD. Un giocattolo veramente utile ma dannatamente micidiale se visto dalla parte sbagliata.
In certi casi però preferivo non farmi troppa pubblicità in quanto si rischiava solo di aumentare il numero delle sorprese non gradite.
Non importava doveva essere fatto.
Sistemato il giocattolino verificai che il resto dell'equipaggiamento fosse al suo posto.
La luce da rossa fissa divenne lampeggiante ad indicare l'incombente richiamo al dovere.
Il copilota girandosi dal suo sedile mi indicò col pollice alzato buona fortuna. Gli risposi con un cenno della testa, troppo teso e concentrato per rispondere col medesimo gesto.
L'elicottero per operazioni speciali si abbassò velocemente e la luce divenne verde.
Con le pulsazioni a mille mi gettai dal portellone già aperto coprendo quel p

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