Una voce irruppe nel buio.
"Ehi Mayo, sei sveglio?"..."Mayo, mi senti?"...
"Che c'è Autilo?"
"Scusami, ma non riesco a dormire".
"E io cosa ci posso fare?"
"È da un po' di tempo che voglio soddisfare una curiosità: cosa significa il tuo nome?... Mayo".
"Dico, ma sei matto? È notte fonda. Ti sembra questa l'ora per una domanda del genere?"
"Su, non ci vuole tanto a rispondere".
"Porca vacca. Poi prometti che mi lasci dormire?!"
"Prometto".
"Mio padre era uno studioso di antropologia. Ebbe l'ispirazione da una popolazione che abitava il continente americano più di mille anni fa, molto prima della desertificazione: i Maya. Così si chiamavano".
"Ah... Beh, è bello, sembra una cosa importante..."
"Tu piuttosto, rompiscatole, Autilo, cosa cavolo significa?"
"Lo sapevo che me lo avresti chiesto. Viene da un vecchio racconto che mia madre, che faceva la bibliografa, trovò rovistando fra pile di vecchi libri sopravissuti al tempo. Era stato scritto da un tale Jules Verne. Raccontava di una città sottomarina, come la nostra. Di un capitano, Nemo, e del suo
sommergibile, il Nautilus".
"Come mai non ti ha chiamato Nautilo allora?"
"A mamma non piaceva la enne iniziale, le sembrava un'accezione negativa; lei era un po' superstiziosa, così decise di chiamarmi Autilo".
"Una città sottomarina?! Qualcuno, già in quel tempo lontano, aveva intuito che si può vivere sotto il mare?"
"Già, pare proprio di sì. Prima dell'Era Caotica".
"Va bene Autilo. Adesso che abbiamo soddisfatto la nostra curiosità, lasciami dormire".
"D'accordo Mayo, scusami. Buonanotte".
"... notte..."
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-Non si tratta di inutili parole, ma di fatti- mi sussurrò Antonio, stringendomi le spalle col braccio.-Ti do tre milioni e tu mi porti Penelope in Turchia, ad Antalya,- aggiunse ancora.
-Che ci faccio con tre milioni? Non mi bastano, non se ne parla...- obiettai, conoscendo bene Penelope e le sue esigenze.
- Non fare il difficile, lo so che Penelope ti piace. Ho visto come la guardi, come la sfiori...- mormorò malizioso. -E poi, quando ti capita... hai un mese intero da trascorrere solo con lei, lontano da quel ladro che la mantiene e che la trascura...-
Annuii in silenzio, fissando i suoi occhi lucenti da felino attraverso la fessura delle palpebre. "Ha ragione", pensai uscendo,"io amo Penelope e farei di tutto per stare un po' con lei".
Penelope la vidi per la prima volta a Favignana. Era sola come me, stava quasi in disparte sulla banchina della tonnara vecchia, carezzata dalle acque limpide della baia, dalla brezza tiepida di giugno, ed era, non ho bisogno di dirlo, bellissima.
-Il denaro non è importante- mi assicurava ancora Antonio - l'importante è il mare, l'avventura...- e io, ingenuo, gli credevo, anzi credevo a tutti quelli che mi lusingavano con le sirene dell'avventura ad ogni costo.
Col senno di poi devo ammettere a me stesso che la storia dell'avventura costi quel che costi io l'ho pagata di prima persona e a caro prezzo, mentre i "signori" che me la facevano continuamente baluginare davanti hanno continuato ad essere ricchi adoperando altri deficienti come me per fare i loro porci comodi. Ma questa è un'altra storia.
Quel giorno d'inizio giugno Antonio mi consegnò le chiavi di Penelope... perchè Penelope è uno splendido sloop di quaranta piedi in vetroresina dalle linee molto marine chel'armatore lasciava marcire nelle acque sporche del porto per quasi trecento giorni all'anno. Io ero felice ( da giovani basta poco), avevo una barca, un porto d'arrivo ben distante e quattrini e ancora un carico di nafta, mezza tonnellata d'ac
Così Butterfly stremata si addormentò, affidandosi alla piccola barca che l'avrebbe portata lontano. In quelle poche ore di sonno la ragazza sognò, di un impossibile vita serena, senza sangue e morte, una vita di luce, tranquilla e spensierata, ma forse poteva viverla solamente nel sonno.
La giovane percepiva il leggero ondeggiare dell'imbarcazione sulle calme onde dell'oceano. Pian piano il sole che un tempo la infastidiva, la svegliò delicatamente, concedendole qualche sbadiglio. Poi capì, intorno a lei il nulla, quanto lontano si era spinta. La paura che le era nata abbandonando la Grande Mela crebbe, non poteva attraversare tutto l'oceano con gli assassini alle calcagna, l'avrebbero raggiunta in pochissimo tempo e poi sarebbe stata giustiziata per aver trasgredito alle regole della setta. Ma certo il suo viaggio non sarebbe potuto finire così, doveva trovare una soluzione, qualcosa che l'avrebbe salvata da morte certa. Rifletté a lungo, poi vide in lontananza un enorme nave avvicinarsi a lei. Velocemente prese dalla tracolla il rampino, poi con uno scatto felino si tuffò in mare abbandonando il mezzo della sua fuga. Una volta a bordo, realizzò di essere su una nave cargo, si sistemò il cappuccio nero e silenziosamente iniziò ad esplorare l'enorme monolita gallegiante. Sia a destra che a sinistra, container di varie grandezze e misure, dopotutto niente di così interessante, ma quei grandissimi contenitori di ferro erano un ottimo posto per nascondersi. Sentiva dei passi cauti avvicinarsi a lei, avanzando lentamente preparò il pugnale pronta ad un agguato. Stava succedendo qualcosa, i suoi riflessi d'assassina non le mentivano mai. Era un altro assassino, sicuramente mandato da suo padre. Aveva riconosciuto l'ombra da sicario, sottile e scattante. La seguiva stando attento a non farsi vedere, anche lui con una lunga lama in mano. Era il momento giusto, entrambi si fermarono e Butterfly saltando all'indietro lanciò con precisione il pugnale
Tutti i giorni alle 11. 30 circa, dopo le visite nel mio reparto, mi recavo all'Outpatient Department, così erano chiamati gli ambulatori per i pazienti esterni.
L'edificio, ampio, costruito di recente, era situato a fianco dell'ingresso generale dell'Ospedale. Quando entravo, sempre di corsa, con il camice già indossato, immancabilmente in ritardo, davo una rapida occhiata alla sala dove sedevano, sulle file di panchine, numerosissimi pazienti, per rendermi conto di quanto sarei stato occupato lì quel giorno.
In fondo alla sala principale, sedevano ad un tavolo una suora Comboniana, infermiera, e un’infermiera Karimojong, intente ad interrogare i vari malati. Come in qualunque Pronto Soccorso moderno, queste due infermiere valutavano rapidamente la gravità dei casi arrivati, li registravano e preparavano una scheda d'ingresso ad ognuno di loro. Se la patologia riscontrata era banale e il paziente non appariva grave, seguendo precisi protocolli, somministravano dei farmaci e il paziente veniva quindi mandato via. Tutti gli altri passavano nel secondo corridoio dove erano disposti tre ambulatori medici, due per gli adulti e uno per i bambini.
Normalmente quando arrivavo io, nell'ambulatorio pediatrico era già al lavoro Giulietta, la pediatra, molto più puntuale di me. Aprivo la porta, la salutavo calorosamente e proseguivo nella seconda stanza dove mi attendevano i due infermieri del mio ambulatorio.
I malati che visitavo non perdevano certo tempo a spogliarsi, vestiti com’erano solamente di un telo e di una gonna, le donne, e di un mantello la maggior parte degli uomini. Si distendevano, apparentemente tranquilli, sul lettino dopo che avevo raccolto molte informazioni che l'infermiere mi traduceva in inglese. Li visitavo accuratamente, da capo a piedi, cercando di capire ed assegnare, infine, un nome al disturbo, malattia o sindrome che il bambino, la donna, la gravida o l'anziano presentavano.
Scrivevo tutto nella scheda med
"Ottimismo pragmatico...
"Cosa intende Capitano...
"Resistere a prescindere, con ottimismo ponderato, ragionato, pratico, giocare le proprie carte fino in
fondo e crederci...
Il Maresciallo Dizzi pensò a quel punto che il suo superiore fosse completamente impazzito.
Nella piccola caserma dei carabinieri di V. , posta in una collina un po' fuori mano rispetto al paese, dal pomeriggio si era scatenata come una guerra. Il clan di V., boss che il Capitano Della Corte aveva incriminato come mandante di una serie di delitti, usura, compartecipazioni ad appalti "truccati", collusioni per potere sul territorio; dal carcere in cui risiedeva aveva lanciato l'ordine a tutti i suoi affiliati, i piu feroci ed addestrato nelle azioni armate, di uccidere il Della Corte e radere al suolo la caserma.
Così, dopo l'uccisione del Carabiniere Pizzuto, da pochi mesi, di guardia, colpito da un fucile di precisione, e quella del Tenente Carli uscito dalla caserma e ucciso allo stesso modo crudele, l'edificio era ora frontalmente assediato dal gruppo mafioso, composto da una decina di persone. Forniti addirittura di bazooka per eseguire l'ordine di sgretolare il presidio, ora pronti all'attacco finale.
Il primo colpo dell'arma, il cui contraccolpo fece quasi cadere in terra l'uomo che sparava, come per avvertimento di far uscire i due ufficiali e ucciderli a sangue freddo seza pietà, colpì il tetto solo sulla parte che non dava sopra l'ufficio del Capitano, leggermente a destra del casottino. L'effetto fu devastane.
Portò via non solo tegole e contro soffitto ma anche parte di mattoni che aprirono una voragine sul muro portante che era nella stanza del Capitano, riparatosi con il maresciallo.
Sia Della Corte che Dizzi si erano subito protetti sotto la scrivania in noce, e Dizzi, sopraffatto dalla paura e il nervosismo prese a piangiere "Mannaggia, è la fine! Ma quanto ci mettono i rinforzi ad arrivare!".
Un gruppo di malviventi cominciò a correre in direzione de
Non riuscivo a prendere sonno, mi giravo e rigiravo continuamente nel letto. Era un mese che dormivo solo.
Monica era rimasta in Italia con i bimbi, dopo il funerale di sua madre, per sostenere suo padre in quel momento triste di lutto familiare. Eravamo dovuti rientrati tutti precipitosamente in Italia, a fine settembre, per il rapido aggravamento di mia suocera: erano i suoi ultimi giorni. Per fortuna non soffriva, teneva gli occhi chiusi come se dormisse.
Quando siamo entrati nella sua stanza dell'ospedale di Monselice ci ha accolto con poche parole, contenta di saperci finalmente tutti lì vicino a lei. Sapeva benissimo che erano i suoi ultimi giorni e, benché avesse appena 50 anni, li affrontava incredibilmente bene. Prima di quell’ultimo ricovero, riusciva a lavorare in casa, facendo però leva su tutte le sue forze. Andandola a trovare ho avuto proprio la sensazione dell'ultimo saluto, del commiato di una persona che si era spesa completamente per la sua famiglia senza lesinare la benché minima energia o ritagliarsi spazi personali. Pensavo, osservando il suo volto, che chi come lei ha dato tutto per gli altri muore sereno, va a raccogliere altrove i frutti del suo operato e il Signore gli sta vicino, così vicino che il trapasso a miglior vita è reso luminoso.
Il telefono in soggiorno iniziò a suonare e il suo squillo era così intenso e fastidioso da far quasi male alle orecchie. Mentre mi affrettavo ad alzarmi dal letto per andare a rispondere, dalla stanza accanto, Ignazio, un volontario veronese, iniziò ad imprecare: “No, non ancora; no, ancora! ”, riferendosi all'ennesimo risveglio quella notte per una telefonata urgente da uno dei reparti dell'Ospedale di Matany.
Il vecchio telefono non aveva una regolazione della suoneria e lo squillo era così forte che si sentiva anche a 100 metri di distanza. Mi chiamavano ancora una volta dall'ospedale e per me, che non riuscivo a prendere sonno, non era un gran fastidio, mentre
l'undici di Luglio decido.
È ora di un fine settimana di vacanza, destinazione Ayacucho nella sierra centrale del Peru'.
Parto da Cincha, con una delle solite combi che fanno piccoli collegamenti fra le citta' Della costa. Tempo previsto per il viaggio circa mezz'ora, sono le nove e un quarto di sera.
La cosa bella di questo facile modo di viaggiare e che la gente trasporta di tutto, semplici borse con qualche verdura, scatoloni con pollami vari, fino ad arrivare ai tre piccoli porcellini rinchiusi in una reticella, confusi dal destino crudele che niel giro di poche ore li ha trasformati in tonni.
Perso in questo microcosmo, accompagnato dal chicchierriccio dei compagni di viaggio mi rifugio nei miei pensieri fissando la strada ed il paesaggio che scorrono tutt'intorno.
Ad un certo punto illuminata dalla fioca luce dei lompioni.
Appare al lato della strada la grande macchia dal braccio alzato. La combi comincia a frenare per accogliere a bordo il nuovo passseggero. Man mano che ci avviciniamo il suo aspetto umano prende forma, la sua sua sogoma si delinea ed un grande sorriso accoglie la frenata. E una fantastica mamita afroperuana di circa centocinquanta chili, più o meno.
La combi si ferma tenendo due ruote sulla strade e le altre due sulla banchina inclinandosi con una pendenza del quarantacinque per cento.
Tutti a destra!
E qui comincia lo spasso.
Appena la Mamita si rende conto dello sforzo disumano con cui dovra affrontare l'ascesa comincia a ridedre.
La battaglia.
Primo tentativo: appoggia mezzo piede sul gradino e torna al punto di partenza., ride un po di piu'.
Secondo tentativo: alza di venti centrimeti il solito piede esploratore.. ride, non ce la puo' fare.
Intanto all'interno della combi, il cobrador (l'omino che si ocupa di far pagare il passaggio) le si avvicina cercando di darle una mano.
Terzo tentativo: La mamita sospira, guarda i tre gradini che la separano delle comodita' del viaggio e scoppia a rid
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