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Racconti d'avventura

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Il bagnino e la portinaia.

Come ogni anno attendevo con ansia il mese di giugno: il mare, il sole e la spiaggia mi aspettavano come tutte le estati da qualche tempo oramai.

Le file di ombrelloni non erano ancora al completo, ma ero certo che entro breve sarebbero arrivati parecchi turisti.

“Il delfino blu” è il Lido dove lavoro (si fa per dire…) come bagnino. Da queste parti “lavorare” è una parola grossa, anche perché con quello che mi pagano riduco il mio compito nello stare sdraiato sul lettino e guardare le fighette che mi girano intorno per poi scegliere quella con cui stare la sera!! Il resto dei miei compiti consiste in una veloce pulizia della spiaggia, chiusura dei lettini e ombrelloni. Tutto questo in cambio di vitto, alloggio e 100. 000 £. a settimana.

Quest’anno, nel condominio di proprietà del Lido, hanno cambiato tutto il personale, tutte facce sconosciute, anche le cameriere e la portinaia.
Le cameriere sono tre, una più brutta dell’altra… Mamma mia… se me le dovessi trovare di notte in camera mentre mi rigiro nel letto, son certo che cascherei in terra per lo spavento!!, Una in particolare (poveretta…), é strabica, ma così strabica, che quando mi guarda mi devo girare da un’altra parte per vedere se c’è qualcun altro nella stanza oltre a me!!! Le altre due sono brutte… solo brutte e per fortuna non ci parliamo mai. Infine c’è la portinaia: capelli corti neri, occhi grandi e due labbra da “aspirapolvere” tutto sommato non é male, certo al mare ne vedo tante simili a lei!! Quella lì è solo la portinaia. È sempre allegra e spesso canticchia:-“ ma che minkia canti??- penso io- uno è stanco e lei canta!! ”-Non è nemmeno siciliana, mi pare sia emiliana… ho sentito di Ferrara, mah… queste donne del nord… certe volte nemmeno la capisco poi con quell’accento sembra che mi vole pigghiari ‘pu culu (voglia prendere per il culo)!!

Certo è che quella sera l’avevo combinata grossa…cazzo…!! Ero uscit

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Safari al Parco

Nel gennaio del 1995, qualche settimana prima di andare a visitare per la prima volta un parco africano, esattamente il parco del Kidepo, all'estremo nord-est dell'Uganda, avevo appena finito di leggere un vecchio libro, scritto da un ingegnere che aveva partecipato, verso la fine dell'800, alla costruzione della rete ferroviaria del Kenya. Il libro si intitolava “Il mangiatore di uomini” e raccontava di un enorme leone che ogni notte, nella sperduta savana, uccideva e poi divorava uno degli operai del suo cantiere. Per trenta giorni di fila il ruggito aveva fatto tremare di paura gli oltre mille lavoratori accampati senza altra difesa che i fuochi accesi davanti alle loro capanne e immancabilmente ogni notte il terribile mostro riusciva, indisturbato, a compiere la sua terrificante impresa. Anche un collega dell’ingegnere, giunto al campo con la moglie, fu azzannato nel sonno mentre la moglie, nel dormiveglia, aveva sentito solo un lieve fruscio, quello del corpo del marito, trascinato all’esterno per la testa dall’ indomita fiera.

Essere al parco del Kidepo con i leoni che di notte si muovono liberi, anche tra le capanne, in cerca di una preda, mi rendeva, al pensiero della lettura recente, nervoso, preoccupato e molto guardingo tanto che nella capanna, in cui dormivo con mia moglie e i nostri tre figli, ricordo di aver bloccato la maniglia con una sedia, nel tentativo di rendere più sicura la porta che mi appariva poco robusta.
In tutto il campo, oltre ai guardaparco e alle loro famiglie, c'eravamo soltanto noi e il direttore del campo, un giovane inglese, che dormiva, invece, tranquillo, in una semplice tenda di fronte alla nostra capanna.
Eravamo i soli turisti passati in quel parco da Natale quando, ci disse il direttore, ne erano arrivati appena quattro. Il campo era in costruzione, c’erano soltanto tre capanne pronte e la nostra era stata appena dipinta. Per fortuna, Monica, previdente e accorta come sempre, aveva portato tutt

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


L'elettrone comunista

Ormai eravamo arrivati alla frutta, non c'era mattina che gli elettroni di una vecchia Tudor litigassero. Tutti contro uno, il solo ad affermare che la corrente gira da destra a sinistra e non viceversa.

   0 commenti     di: Isaia Kwick


Atlantide (quarta e ultima parte)

Il silenzio tra i due uomini la fece da padrona fino all'arrivo in vetta della montagna, dove Jennifer li attendeva già da un paio di minuti, sempre controllata a vista da quattro uomini. Era stanca, confusa e ancora impaurita dal ricordo della lancia puntata contro la sua gola, ma nonostante questo riuscì a farsi forza nel vedere Liam concentrarsi su di lei. Quest'ultimo la guardò per un attimo con intensità, come a voler memorizzare ogni minimo particolare del suo corpo (che peraltro già conosceva), dopodiché spostò l'attenzione nuovamente su Lescard, fermo qualche metro più indietro.
"Una sola condizione signor Fletcher," dichiarò l'uomo alludendo al discorso avuto in precedenza. "Il sacrificio di una miserabile vita in cambio del potere che può offrirle quest'isola. Ci pensi!"
-Non posso fare una cosa simile! Jenny è troppo importante per me!-
"No che non lo è," rispose Lescard dimostrando ancora una volta di riuscire chissà come ad intercettare i suoi pensieri. "E lo sa bene anche lei malgrado cerchi di convincersi del contrario."
Il muro che nella mente di Liam stava a dimostrare tutto l'amore che provava per Jennifer aveva iniziato a sgretolarsi già da tempo, e quell'ultima frase costituì un ulteriore mazzata che andò dritta a minarne le fondamenta, facendolo traballare paurosamente.
"Quale sacrificio?" s'intromise Jennifer sempre più smarrita. "Liam, di cosa state parlando?"
"Sta' zitta Jenny," la rimproverò lui con durezza, senza nemmeno guardarla. "Non è il momento delle domande." Il tono la mortificò in una tale maniera che non riuscì ad aggiungere altro.
"Ha ragione Alain," annunciò Liam vergognandosi di ciò che stava per dire. "È inutile continuare a mentire, anche perché vedo che non le sfugge nulla."
Sul viso perfetto dell'uomo iniziò a formarsi un sorriso di trionfo, compensato dalla smorfia di terrore che invece distorse i dolci lineamenti di Jennifer.
"Perdonami tesoro," aggiunse amaramente, senza però riuscir

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URCA: incipit

Una voce irruppe nel buio.
"Ehi Mayo, sei sveglio?"..."Mayo, mi senti?"...
"Che c'è Autilo?"
"Scusami, ma non riesco a dormire".
"E io cosa ci posso fare?"
"È da un po' di tempo che voglio soddisfare una curiosità: cosa significa il tuo nome?... Mayo".
"Dico, ma sei matto? È notte fonda. Ti sembra questa l'ora per una domanda del genere?"
"Su, non ci vuole tanto a rispondere".
"Porca vacca. Poi prometti che mi lasci dormire?!"
"Prometto".
"Mio padre era uno studioso di antropologia. Ebbe l'ispirazione da una popolazione che abitava il continente americano più di mille anni fa, molto prima della desertificazione: i Maya. Così si chiamavano".
"Ah... Beh, è bello, sembra una cosa importante..."
"Tu piuttosto, rompiscatole, Autilo, cosa cavolo significa?"
"Lo sapevo che me lo avresti chiesto. Viene da un vecchio racconto che mia madre, che faceva la bibliografa, trovò rovistando fra pile di vecchi libri sopravissuti al tempo. Era stato scritto da un tale Jules Verne. Raccontava di una città sottomarina, come la nostra. Di un capitano, Nemo, e del suo
sommergibile, il Nautilus".
"Come mai non ti ha chiamato Nautilo allora?"
"A mamma non piaceva la enne iniziale, le sembrava un'accezione negativa; lei era un po' superstiziosa, così decise di chiamarmi Autilo".
"Una città sottomarina?! Qualcuno, già in quel tempo lontano, aveva intuito che si può vivere sotto il mare?"
"Già, pare proprio di sì. Prima dell'Era Caotica".
"Va bene Autilo. Adesso che abbiamo soddisfatto la nostra curiosità, lasciami dormire".
"D'accordo Mayo, scusami. Buonanotte".
"... notte..."

Per sapere come continua puoi richiedere URCA in libreria o acquistarlo in rete... Buona lettura

   2 commenti     di: Rudy Mentale


Atlantide (Prima parte)

Un vento impetuoso schiaffeggiava la superficie dell'oceano aprendo in essa effimeri squarci e facendone sgorgare lacrime di candida schiuma. Un unico manto di nubi scure copriva il cielo fin dove vista umana potesse allungarsi, lugubre sudario che metteva fine al gioco di successione tra giorno e notte, risolvendolo in un'unica, eterna oscurità. Si sarebbe potuto dire che in quel luogo non v'era notte come nel deserto non attecchiva la vita, che fosse una condizione naturale ed immutabile. Appropriata, addirittura.
Sulla riva, lambito dalle dita più impavide che il mare protendeva, giaceva il corpo inanimato di un uomo vestito di stracci appesantiti dall'acqua e recante ferite ancora fresche sulle mani e sul viso. Un granchio stava per saggiare la sua consistenza con una chela quando un tremito lo scosse da capo a piedi e gli occhi gli si spalancarono. Privo di forze, il viso in parte affondato nel suolo molle, per lunghi momenti si contentò di scrutare la piccola fetta di mondo che gli era concesso di vedere.
Che si trovasse su una spiaggia era ovvio, e notò anche un piccolo molo di legno al quale erano attraccate diverse barche da pesca. Dove si trovasse quella spiaggia e a che città appartenesse quel modesto porto non riusciva proprio ad immaginarlo.
Con un sforzo immenso di volontà, pregando di non avere niente di rotto, incominciò a puntellarsi prima sulle spalle e le ginocchia, poi sui gomiti ed infine sulle mani, trovando che mettersi in piedi non fosse mai stato tanto difficile e che, a ben vedere, era un operazione abbastanza complessa da meritare qualche trattato ad essa dedicato. Barcollò e si tenne forte la testa perché temeva che potesse esplodergli, socchiuse gli occhi per ridurre il dondolio che minacciava di farlo vomitare. Quando finalmente trovò una sufficiente lucidità e riuscì a stare del tutto eretto, poté vedere qualcosa in più del luogo nel quale era naufragato.
<<Dove diavolo sono finito?>> chiese a nessuno o al ven

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Sotto natale... Parte 2

Scendo di fretta le scale, proprio un fulmine. Lo vedo già bello carburato, il vecchio compare Omar, mi sa tanto che oltre la sera si è già fatto anche il pomeriggio, lo stronzo. Salgo in macchina perchè il freddo non lo sopporto proprio, neanche per i due secondi del tragitto.
"Ohhh finalmente si rivede... ehh?".
"Te lo detto che non tiravo buca, sono di parola". Rispondo io secco.
" Ehi calmino, dai, allora pronto per spaccarti la testa?".
"Si dai, ma proprio con quelli della piazzetta... ".
"Non ti preoccupare, ho già pensato a tutto io, loro sono diciamo i nostri babbi natale... hanno un bel po' di cose da regalarci". E quando dice regalarci, Omar diventa sempre un po' strano. Gli viene una faccia, una faccia da volpe. Ma è sempre stato così quando poteva guadagnare qualcosa sulla pelle degli altri. Sin da bambino. Sempre. Anche quando c'erano di mezzo quattro cazzate, tipo due figurine, una bottiglietta di cola. In tutto. Poi per un' attimo riprende il discorso:
"Comunque si va al Vortice, ci si fa un po' di birre li, i piazzettari ci offrono quello che ci devono offrire e poi teliamo, e poi su dai, vediamo come va la serata... e in qualsiasi caso ho sentito anche lo Smilzo e Crossi..."
Ottimo. Il ritrovo degli stronzi. No, diciamo, non proprio. Lo Smilzo e Crossi erano vecchie amicizie, diciamo, amici da campetto. Uscivamo assieme a loro quando eravamo proprio piccoli piccoli, quando ancora non si erano intromesse determinate questioni. Più o meno fino ai sedici anni. Ognuno aveva poi preso la sua strada e per una decina di anni c' eravamo persi di vista. Con loro. Omar, è sempre stato in mezzo ai coglioni... I due suddetti elementi li avevamo ripescati una sera che eravamo andati a ballare in un posto e da li avevamo riniziato a frequentarci ancora tutti, come i vecchi tempi quando eravamo pischelli. Smilzo era chiamato così non perchè era magro, ma perchè prima era un ciccione-obeso, ed era un modo "di classe " per prenderlo per il cul

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   4 commenti     di: aleks nightmare



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