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Racconti d'avventura

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VIAGGIAR PER... SARDEGNA - Verde e mare, monti e sabbia: un tuffo nel passato. "Sardegna... quell'angolo di... Paradiso"

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   3 commenti     di: Ada FIRINO


Addio compagno mio...

L’anziano entrò nell’osteria a testa china, appoggiandosi al bastone che proiettava una luce violastra e opaca. Sembrava essere invisibile agli occhi dei presenti che non osarono voltarsi a fissare il nuovo arrivato, continuando a parlare tra di loro o a fumarsi una pipa o ancora a fare la corte ad una cameriera.
L’uomo fece una smorfia di disapprovazione nei confronti dei presenti e si sedette ad un tavolo occupato da una sola persona che teneva in mostra il ferro scostando il mantello, segno che non voleva essere disturbato.
“Per quale motivo sei voluto venire in un posto del genere”Disse lo stregone sedendosi di fronte a lui. L’altro alzò la testa trapassandolo con lo sguardo, poi sospirò.
“Evidentemente non sei riuscito a convincermi e per rispondere alla tua domanda... volevo riempirmi lo stomaco con qualcosa di buono”.
“Dì la verità, mi hai chiamato solo perché non ti andava di sentire la mia collera dopo”continuò l’anziano con un ghigno sotto la barba.
Il cacciatore di taglie bevve un lungo sorso di vino dal suo bicchiere scheggiato e si passò il dorso di una mano sulle labbra bagnate. “Non tollero questo tuo tono nei miei confronti, dopotutto ti ho aiutato durante il viaggio” ricordò soddisfatto.
Il compagno ridusse gli occhi a due fessure: “vai al punto o sarà peggio per te”.
“Non ribollire subito, volevo girare intorno al discorso prima di pronunciare la frase fatidica”Rispose l’altro. Tra i due calò il silenzio, mentre gli altri intorno a loro spettegolavano su quello che era successo ultimamente. Qualcuno gettò della legna umida tra le fiamme del fuoco, provocando una nuvola di fumo nero che investì i più vicini al caminetto.
Alla fine, il cacciatore sospirò ancora. “Volevo dirti... ecco... mi sono stufato di seguirti senza ricevere nulla in cambio. Mi ero imbarcato in questo inseguimento sperando di guadagnare facilmente qualcosa, ma non ne ho ottenuto niente. Mi voglio ritirare”Affermò fin

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   1 commenti     di: clarissa catti


Come nasce e muore una passione 2°

E cominciò la passione vera. Si, d'accordo, i parà sono gradassi, forse anche un po' stronzetti, ma a me che m'importava? Anzi, un motivo in più, per dimostrare che non proprio tutti lo erano. Non che io non fossi vanesio eh, lo ero e lo sono, eccome, ma non mi piace dare spettacolo delle mie passioni. L'ho già detto, non sono esibizionista.
Primo, non m'è mai importato niente di diventare "troppo" bravo, né m'importa tuttora. Secondo: fisico, età e malizia erano già allora al di là della tentazione. Faccio del mio meglio per non ingrassare, ma sono comunque quasi sempre 5-10 anche 15 kg oltre il mio peso forma, e non c'è verso, ormai l'ho capito. Tuttavia non sono poi così male e soprattutto non demordo. Solo che, una volta deciso... non sapevo da dove incominciare. O meglio, ricominciare.
Quando sei fuori da un'attività o da un giro, è come se quel giro, per te, non esistesse. Non c'è, non lo vedi, forse proprio perché non t'interessa. Un'attività come quella, poi, di per sé già naturalmente elitaria e pure costosa, peggio ancora! Ma io sono di Verona, e a Verona, pur piccola e bellissima, non manca niente. Men che mai un aeroporto civile con un rinomatissimo centro di paracadutismo (e volo a vela). Tra l'altro pure con un nome bellissimo: Boscomantico. Come si fa a resistere a un nome così?
Però sembrava il posto più dimenticato del mondo, quel febbraio 1996 di cui sto narrando. Oggi molto meno, ma allora, se ci andavi negli orari di chiusura, sembrava addirittura abbandonato. C'era una casupola di legno con imposte sempre chiuse vicino ad un capannoncino con su scritto "scuola di paracadutismo" su un cartello arrugginito. Poco altro. Oltre le reti, gli hangar dell'aeroporto militare, ormai dismesso da molto, dall'altra parte gli hangar di quello civile, con bar-ristorante annesso, ma anche quello quasi sempre chiuso.
Il fatto è che ci passavo nelle ore sbagliate, durante i giorni di lavoro, quando riuscivo a inserirlo in uno de

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   9 commenti     di: mauri huis


Mi piace fare i tuffi dagli scogli

Mi piace fare i tuffi dagli scogli.
È una scemenza, lo so, ho più di cinquant'anni e una discreta trippa, maniglioni dell'amore soprattutto, fatti crescere con costanza e applicazione mediante assunzione di innumerevoli biscottini inzuppati nel caffelatte alle ore più strane, quindi non c'è nessun ideale estetico o sbruffonesco in ciò. Non è nemmeno che io sia un tuffatore, ho cominciato troppo tardi, perchè andavo quasi sempre dove c'era la sabbia, quindi...
Il fatto è che, quando mi costringono ad andare al mare, allora, dopo che mi sono rotto per bene le balle di "snorklinare" in giro per il fondo, rompendo a mia volta le balle a pescetti, conchiglie e ricci marini vari, qualcosa devo pur fare. Non è che possa stare in eterno sotto l'ombrellone a riempire schemi di parole crociate sempre più complicate o a leggere libri di cui mi frega anche relativamente poco. Io, i libri, li leggo volentieri quando non ho il tempo di farlo, ma se mi metti sotto l'ombrellone e mi dici adesso leggi, è dura!
Allora prendo, cammino un po' e finisco sempre negli stessi posti, in prossimità di scogli che, guarda un po', sembrano guardarmi a loro volta e dirmi:- guarda che acqua splendida che c'è qui sotto, si vede il fondo che neanche alla tv... ma tanto tu non ce la farai mai a scalarci e a tuffarti in questo paradiso-. E mi guardano la pancia, effettivamente con la tartaruga un po' al contrario, e mi guardano le gambe, effettivamente un po' troppo striminzite per ciò che ci sta sopra, e scuotono la testa...
E allora mi fanno incazzare! Allora diventa un fatto personale. Faccio finta di niente ma comincio a ronzargli attorno in cerca di una via per salire. All'inizio la cerco facile, perché mica mi voglio far male, soprattutto senza neanche essermi tuffato, ma se non ce ne sono, allora studio bene anche quelle più impervie, facendole prima mentalmente, e poi provandole un po' alla volta, centimetro per centimetro, perché una cosa è immaginarle e un'altr

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   6 commenti     di: mauri huis


Due amori

-Non si tratta di inutili parole, ma di fatti- mi sussurrò Antonio, stringendomi le spalle col braccio.-Ti do tre milioni e tu mi porti Penelope in Turchia, ad Antalya,- aggiunse ancora.
-Che ci faccio con tre milioni? Non mi bastano, non se ne parla...- obiettai, conoscendo bene Penelope e le sue esigenze.
- Non fare il difficile, lo so che Penelope ti piace. Ho visto come la guardi, come la sfiori...- mormorò malizioso. -E poi, quando ti capita... hai un mese intero da trascorrere solo con lei, lontano da quel ladro che la mantiene e che la trascura...-
Annuii in silenzio, fissando i suoi occhi lucenti da felino attraverso la fessura delle palpebre. "Ha ragione", pensai uscendo,"io amo Penelope e farei di tutto per stare un po' con lei".
Penelope la vidi per la prima volta a Favignana. Era sola come me, stava quasi in disparte sulla banchina della tonnara vecchia, carezzata dalle acque limpide della baia, dalla brezza tiepida di giugno, ed era, non ho bisogno di dirlo, bellissima.

-Il denaro non è importante- mi assicurava ancora Antonio - l'importante è il mare, l'avventura...- e io, ingenuo, gli credevo, anzi credevo a tutti quelli che mi lusingavano con le sirene dell'avventura ad ogni costo.
Col senno di poi devo ammettere a me stesso che la storia dell'avventura costi quel che costi io l'ho pagata di prima persona e a caro prezzo, mentre i "signori" che me la facevano continuamente baluginare davanti hanno continuato ad essere ricchi adoperando altri deficienti come me per fare i loro porci comodi. Ma questa è un'altra storia.
Quel giorno d'inizio giugno Antonio mi consegnò le chiavi di Penelope... perchè Penelope è uno splendido sloop di quaranta piedi in vetroresina dalle linee molto marine chel'armatore lasciava marcire nelle acque sporche del porto per quasi trecento giorni all'anno. Io ero felice ( da giovani basta poco), avevo una barca, un porto d'arrivo ben distante e quattrini e ancora un carico di nafta, mezza tonnellata d'ac

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   0 commenti     di: Gaetano Grisafi


Notti insonni

Non riuscivo a prendere sonno, mi giravo e rigiravo continuamente nel letto. Era un mese che dormivo solo.
Monica era rimasta in Italia con i bimbi, dopo il funerale di sua madre, per sostenere suo padre in quel momento triste di lutto familiare. Eravamo dovuti rientrati tutti precipitosamente in Italia, a fine settembre, per il rapido aggravamento di mia suocera: erano i suoi ultimi giorni. Per fortuna non soffriva, teneva gli occhi chiusi come se dormisse.
Quando siamo entrati nella sua stanza dell'ospedale di Monselice ci ha accolto con poche parole, contenta di saperci finalmente tutti lì vicino a lei. Sapeva benissimo che erano i suoi ultimi giorni e, benché avesse appena 50 anni, li affrontava incredibilmente bene. Prima di quell’ultimo ricovero, riusciva a lavorare in casa, facendo però leva su tutte le sue forze. Andandola a trovare ho avuto proprio la sensazione dell'ultimo saluto, del commiato di una persona che si era spesa completamente per la sua famiglia senza lesinare la benché minima energia o ritagliarsi spazi personali. Pensavo, osservando il suo volto, che chi come lei ha dato tutto per gli altri muore sereno, va a raccogliere altrove i frutti del suo operato e il Signore gli sta vicino, così vicino che il trapasso a miglior vita è reso luminoso.

Il telefono in soggiorno iniziò a suonare e il suo squillo era così intenso e fastidioso da far quasi male alle orecchie. Mentre mi affrettavo ad alzarmi dal letto per andare a rispondere, dalla stanza accanto, Ignazio, un volontario veronese, iniziò ad imprecare: “No, non ancora; no, ancora! ”, riferendosi all'ennesimo risveglio quella notte per una telefonata urgente da uno dei reparti dell'Ospedale di Matany.
Il vecchio telefono non aveva una regolazione della suoneria e lo squillo era così forte che si sentiva anche a 100 metri di distanza. Mi chiamavano ancora una volta dall'ospedale e per me, che non riuscivo a prendere sonno, non era un gran fastidio, mentre

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


Boeing 737

Molti dicono che per vedere l’Africa in movimento è sufficiente mettersi in una qualunque strada di quel continente ed osservare: moltitudini di persone, uomini, donne e bambini sono in cammino lungo le strade durante il giorno, dall’alba al tramonto. Si muovono senza fretta, hanno sempre tempo per salutarsi. Percorrono chilometri e chilometri, tutti i giorni, per andare al lavoro, al mercato, a scuola o per salutare qualcuno. I veicoli che si incontrano sono sempre stracarichi di persone all’inverosimile. Finché c’è anche un minimo spazio all’interno di un’auto o di una corriera la gente sale. C’è sempre spazio per tutti.
È curioso, inoltre, osservare che nei veicoli il posto per i bimbi è fittizio, non esiste, perchè stanno sempre in braccio ai loro genitori. Ricordo a questo proposito che a Matany, una famiglia di nostri amici in partenza per la capitale aveva calcolato di aver ancora spazio nella loro auto per altre due persone. La mattina si sono, perciò, presentate, puntuali, le due infermiere che avevano prenotato quel posto; avevano l’aria tranquilla, salutavano gioiosamente la piccola folla di amici, illuse di portare con sé due figli piccoli, due grosse valige e alcune galline, il cibo necessario per i giorni successivi.
Noi europei non siamo così abituati, come gli Africani, a spartire il poco, o pochissimo a disposizione, sicuramente siamo più portati a dare precedenza alle regole, norme, assicurazioni, orari da rispettare ecc..
Tra i tantissimi ricordi di questi veicoli stracarichi ce n’è uno speciale, di un’esperienza di tanti anni fa, la mia prima esperienza africana, quando ventenne e con tanto spirito d’avventura, assieme ad altri ragazzi e ragazze, padovani e milanesi ho partecipato ad un campo di lavoro in Zaire, ora Repubblica Democratica del Congo, organizzato dai missionari Comboniani.
Ci trovavamo, gli ultimi giorni d’agosto del 1981 a Kisangani, città nel cuore del Congo, nella via di r

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   1 commenti     di: Antonio Sattin



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