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Racconti d'avventura

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Lo s-comfort-o dell'ammiraglio (una notte da pecore)

Mi piace la moquette solitamente. Di solito mi piace si. Quando è bella morbida, alta due dita, elegante e raffinata mi piace, si. Non la preferirei mai ad un buon pavimento in ceramica o parquet ma solitamente mi piace, si.
Questa non mi piace invece, sembra un enorme tappeto persiano neo futurista, dove tutti i ricami e i motivi floreali sono diventati dei quadrati blu con dentro dei quadrati gialli, con lo sfondo color porpora e orrende scritte "Admiral" giallo-verdi-pisciodicammello. Salutiamo la simpatica e sorridente receptionista (ma che bella parola che ho scritto), gli rubiamo una trentina di penne rosse e gli dimostriamo utilizzando validi documenti d'identità che abbiamo tutto il diritto di stare lì.
L'ingresso è pieno di slottomacchine, la gente meccanicamente inserisce monete e spera che gli vengano cordialmente restituite altre monete, di solito in quantità maggiore di quella inserita. Ma non è una roba naturale, perchè in natura se pianto qualcosa ci vogliono mesi perchè il terreno mi restituisca dei frutti, non può succedere tutto in pochi secondi. Innaturale. Ed infatti perdono.
Questi ometti e donnette, con i loro bicchieroni di monete non lo capiscono, hanno l'aria "insoddisfattannoiata". Bicchieroni che assomigliano terribilmente ai cestini dei popcorn solo che sono senza linee rosse e grafiche accattivanti. Delle slottomacchine a popcorn che ti restituiscono pizzette, altri popcorn ma caldi e con il burro fuso e crostini con patè d'olive sarebbero fighe, magari in un parco giochi per bambini, per addestrarli a spendere nelle slottomacchine a soldi quando riceveranno il loro primo misero stipendio.
Lasciamo il tappeto futuristico del primo piano per scendere nell'arena, ora il colore è solo porpora-vinaccia. Forse un tempo era rosso-sangue ma non mi importa. Il colpo d'occhio è simile a quello di un Luna Park al chiuso, mille luci, calcinculo (se non hai più soldi), autoscontri (se sei ubriaco). Solita gente annoiata, don

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   3 commenti     di: Nurofen


Oggi sposi

Dormivo profondamente, come sempre, anche quella notte; una leggera coperta mi copriva fino alle spalle, sufficiente per stare bene con quella temperatura fresca, ideale per un sonno tranquillo, al riparo, dentro la zanzariera, dalle tremende zanzare anofele.
Ad un tratto sentii qualcosa che mi toccava il piede, prima in modo leggero, poi ebbi la netta sensazione di essere afferrato.
Balzai nel letto, nel buio della stanza, con uno scatto rapido, “L’ho preso! Al ladro! ” gridai ad alta voce. Un altro grido si levò subito: “Papà!? ”.
Era Monica, sveglia e impaurita con la mano sull’interruttore della luce, accanto a me nel letto.
Ci guardammo ancora scossi dallo spavento: avevo avuto un incubo e l’avevo afferrata per un piede.
Erano le nostre prime notti di matrimonio e ci sentivamo ancora estranei, dopo un lungo anno di fidanzamento per lettera ad oltre 6000 chilometri di distanza, lei in Italia ed io a Matany.
Ridemmo di quella buffa situazione che diceva proprio tutto su quell’inizio di vita a due e che ci vedeva cauti nella conoscenza l’uno dell’altro.
Eravamo, però, davvero felici di essere finalmente insieme, tanto c’eravamo desiderati durante quel lungo anno di lontananza.

C’eravamo innamorati un mese prima della mia partenza per l’Africa e il mio ritorno, per una vacanza dopo alcuni mesi passati a Matany, aveva confermato che insieme stavamo proprio bene.
Centinaia di lettere, negli otto mesi e mezzo successivi, e rare telefonate, possibili soltanto dal Post Office della capitale ogni due tre mesi, mantenevano altissimo il nostro reciproco amore.
Monica mi rispondeva dal telefono del salotto di casa. Quale privacy per lei senza cordless e con i nonni molto anziani sempre presenti!
Quando mi recavo al Post Office, avevo con me uno zainetto pieno zeppo di pacchi di banconote e mi muovevo per le strade con grande cautela.
In Uganda negli ultimi anni '80, c’era una grande e diff

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


Il mio vicino di casa

Il mio vicino di casa, per otto mesi, nel 1994, fu il dottor Matthew con la sua numerosa famiglia.
Quanti fossero in famiglia, o più precisamente, quanti figli avesse il dottor Matthew, era difficile dire, perché, ogni tanto, arrivava a Matany un ragazzetto o un bambino, per noi nuovo, che prendeva alloggio nella sua casa: anche quello era un suo figlio.
Gli anni ‘90 sono stati gli anni tristissimi, per le conseguenze dell’ AIDS, che hanno seminato, in Africa, morte forse come nessun'altra epidemia o guerra o calamità precedente.
In ogni famiglia c'erano dei morti per quella malattia, talvolta così numerosi che molti villaggi si svuotarono lasciando come abitanti solo i nonni con i loro piccoli nipoti.
Molti superstiti venivano accolti dai parenti, e così faceva il dott. Matthew che accoglieva tutti, parenti vicini e lontani e ovviamente i suoi figli “illegittimi”, parola però sicuramente fuori luogo in Africa.
Quando arrivai a Kampala, prima di intraprendere con la mia famiglia il viaggio per Matany, ebbi un breve colloquio con il direttore dell'Ospedale, il dott. Daniele, in partenza per il Nord Europa per un Master di medicina. Nelle consegne che mi faceva sugli obiettivi, peraltro numerosi, che dovevo consolidare a Matany, c'erano anche dei consigli e delle avvertenze. Tra queste, due parole importanti furono spese per il dottor Matthew che, in sua assenza, diventava il nuovo direttore dell'Ospedale.
Il messaggio principale era di tenerlo d'occhio, farlo lavorare, impedirgli il più possibile di avere altri interessi al di fuori dell'Ospedale.
Il dottor Matthew non era certo un personaggio losco, anzi tutt'altro. Valente chirurgo, veramente dalle mani d'oro, era decisamente abile in ogni campo della chirurgia generale. Era inoltre simpatico, un vero gentleman; piaceva moltissimo alle donne e lui aveva per loro un gran debole.
Era giunto a Matany alla metà del 1989 e avevo fatto appena tempo a conos

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


Penny è volata dal tetto. (Cap 5)

Siamo arrivati all’angolo con la Cloaca. Prima traversa. L’ambiente è tosto ma la vera Cloaca e più in giù, a sinistra verso il fiume.
Un paio di puttane da strada sorvegliano l’angolo discutendo con il travestito dall’altra parte della strada. A ognuno il suo angolo e che non si faccia confusione. La questione è facilitare i clienti. Che non capiti che uno in cerca di una bella figa si ritrovi con un pistillo fra le mani o viceversa. Quattro sgherri di chissà chi sorvegliano l’entrata del bar del Marione.
Entriamo.
Al bar del Marione si gioca a carte, e si gioca forte. Scope sui mille, briscole sui cinquecento, il poker si gioca dietro, saletta fatta a posta, li le poste diventano da PIL di una piccola nazione.
Gli avventori del Marione quando viene notte o sono abitanti della casba, oppure è gente che viene dal centro o dalla collina, comunque conosciuta e che può passeggiare tranquilla fra questi vicoli sudici perché protetta. Se vengono toccati da qualcuno e meglio che questo qualcuno cambi aria. Portano soldi nella Casba e chi porta soldi non deve essere infastidito.
Ora che è sera c’è la gente che sta tornando a casa, se un tugurio nella casba si può chiamare casa, si fermano a bere, a parlare, o a informarsi sul programma della sera.
Andiamo al banco.
Tutto il bar ci guarda.
Siamo bestie strane, nessuno ci conosce, non siamo protetti e siamo decisamente fuori luogo, per abbigliamento, e modi.
Abbiamo l’aria pero: l’aria di chi si muove bene di chi sa quello che sta facendo. La gente non capisce che specie strana di bipedi siamo e ci guarda curiosa.
Dietro il banco il Marione è enorme.
Ha una barba che sembra un maglione, sta versando vino.
- signori?- ci fa ironico.
- Due caffé - gli risponde Sandro?" corretto stravecchio. Grazie-
Anche il Marione è curioso e ci guarda riflessi nello specchio mentre armeggia con la vaporiera del caffè.
Puzziamo proprio di strano, me ne rendo conto.
Arriva il caffè.

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   1 commenti     di: Umberto Briacco


Pirati nel Mar Ligure, oggi

In una calda serata del luglio 1657 la popolazione della città di Campeche festeggiava con danze, canti, scoppi di mortaretti, una processione e una messa di ringraziamento l'uccisione del feroce e crudele pirata Olonese, che aveva a lungo seminato il terrore nel mar dei Caraibi. Ma travestito da soldato spagnolo, il nerboruto e largo di spalle François Nau(d), francese di Les Sables d'Olonne nel Poitou e perciò noto come l'Olonese, si godeva indisturbato le celebrazioni per la sua morte.
Sorpreso da un violento fortunale e trascinato con la sua nave fino ad arenarsi su una spiaggia di fronte alla piazzaforte caraibica, Naud era stato costretto a ingaggiare un'impari battaglia con i soldati della guarnigione, vedendo cadere i compagni a uno a uno. Circondato infine dalla compagine nemica, affondò la spada nel ventre di un nemico, venendo irrorato da capo a piedi da uno zampillo di sangue, per poi essere a sua volta ferito in maniera leggera. Guidato allora dall'istinto, gridò e si lasciò crollare a terra come se l'affondo l'avesse trapassato e l'armigero iberico esultò del proprio trionfo senza l'accortezza di accertarsi che il pirata fosse davvero defunto e assestargli, in caso contrario, il colpo di grazia.
Più tardi, rimasto solo sul campo di battaglia, il filibustiere si rialzò, raccolse le armi e le vesti di un caduto e si recò in città sotto mentite spoglie. François Nau(d) detto l'Olonese sfruttò allora i giorni di licenza concessi in premio agli uomini della piazzaforte per aggirarsi indisturbato, mentre la ferita, fortunatamente non infettatasi, già iniziava a guarire. Cercando di farsi notare il meno possibile, trascorse tre giorni senza essere riconosciuto e nel frattempo contattò un gruppo di schiavi, promettendo di liberarli in cambio del loro aiuto. Ottenutone l'assenso, s'introdusse nottetempo nell'edificio in cui dormivano, ne uccise i guardiani e li fece fuggire. Infine partì con loro verso la Tortuga su una piccola i

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   21 commenti     di: Massimo Bianco


Quanto pus!

Una delle ricchezze più grandi che abbiamo noi europei e il mondo cosiddetto civilizzato è la disponibilità e l’accesso all'acqua potabile.
Quest'acqua straordinaria, di cui noi disponiamo in casa, è un sogno per la stragrande maggioranza degli abitanti della terra. Per molti del Nord del mondo però quest'acqua è diventata ormai da tanto tempo il minimo indispensabile; la vera ricchezza ora è avere la vasca con l’idromassaggio o la piscina.
Nel mondo povero, l'accesso all'acqua è davvero una grande ricchezza e ricordo bene che, nel 1989, il Presidente Ugandese Museveni annunciava alla tivù, tra i miglioramenti della nazione, in quell'anno, la costruzione di molte centinaia di nuovi pozzi per l'acqua, oltre l'incremento di produzione di bottiglie di Coca Cola e di birra, forse, più veri indici di benessere di quel Paese.
La Karamoja è la regione più povera ed arretrata dell’Uganda e assetata d’acqua per molti mesi dell'anno.
La popolazione locale costruisce, da secoli, piccole dighe per fermare l'acqua piovana, creando così dei laghetti, o meglio delle pozze, circondate nel tempo da grandi alberi. Quell'acqua fangosa rappresenta davvero una ricchezza per gli abitanti dei piccoli villaggi nei dintorni e per i loro animali.
Nel tempo, sono stati costruiti, in principio da parte degli europei, in seguito anche dal governo, dei pozzi vicino a questi piccoli bacini, nella speranza che solo l’acqua dei pozzi fosse utilizzata per bere. Quest'acqua, come la normale acqua potabile, è insapore ed incolore ma i karamojong preferiscono, finché ce n'è, il gusto carico dell’acqua della pozza, con tutte le conseguenze che si possono immaginare.
I lunghi mesi senza pioggia di questa sperduta regione, l'utilizzo di poca acqua sporca, il vento impetuoso di quei lunghi mesi aridi, la polvere che entra fin dentro le capanne, l'abbigliamento minimo della gente, il camminare a piedi nudi, la pochissima igiene per

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


Il monte Moroto

Ogni mattina, appena alzato dal letto, aprivo le tende delle due finestre della camera. La prima finestra, rivolta esattamente ad est, aveva un panorama davvero suggestivo e perciò era sempre la prima che andavo a spalancare perché la vista sulla sconfinata savana africana, senza nessun edificio che ne limitasse la visuale e con il maestoso massiccio del monte Moroto all’orizzonte, era di una bellezza straordinaria. L’altra finestra, invece, rivolta a sud, era assolutamente anonima, si apriva soltanto sul nostro piccolo orto, chiuso da un'alta siepe che separava la nostra casa dal giardino dell'ospedale, sempre molto affollato di pazienti e dei loro parenti.
La vista della montagna di Moroto, oltre che affascinante, mi destava sempre un immenso desiderio di scalarla, di esplorarla. Appariva così vicina, soltanto 40 chilometri, così bella e imponente che mi sembrava impossibile, per più di due anni nella mia precedente missione a Matany, non aver avuto modo di organizzarvi una sola escursione. L'altezza non era proprio proibitiva, solo 3100 metri, la cima più alta, e l'aspetto non era certo quello di una montagna impegnativa. Il Moroto era abitato da una popolazione, i Tepes, presente anche negli altri due massicci principali del Karamoja, il Kadam e il Napak, ed erano loro, probabilmente, i più antichi abitanti di quella remota regione dell’Uganda, emigrati sulle montagne per sopravvivere all’arrivo dei Karimojong, pastori nomadi, forti guerrieri, insediatisi in quel territorio qualche secolo fa.
Ad un occhio inesperto, come era il mio, non c'era una grande differenza tra questa popolazione delle montagne e quella dei Karimojong. La semplicità e la povertà del loro modo di vestire e di vivere era assai simile. Qualche differenza si poteva più facilmente osservare sugli ornamenti delle donne, in modo particolare sul numero di collane attorno al collo, molto più numerose nelle donne Tepes. La povertà di questa popolazione era anch

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   1 commenti     di: Antonio Sattin



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