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Racconti d'avventura

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Sveglia, dottore: c’è un taglio cesareo da fare!

Il reparto al mondo che da più soddisfazioni ad un medico è sicuramente il reparto di ostetricia. Questo si vede, sempre, dal sorriso delle puerpere che cullano i loro bambini appoggiandoli ai loro seni gonfi di latte, dal loro viso rilassato e felice per l'esperienza più bella della vita che, seppur molto dolorosa, generalmente finisce con una soddisfazione immensa. Si vede chiaramente anche in Europa dai mazzi di fiori e dai nastri colorati all'ingresso delle stanze delle pazienti, o posti davanti alla madonnina in fondo al corridoio.
Anche in Africa, sebbene il numero di figli per donna sia elevato, da 4 a 5 secondo le statistiche dell’Unicef, ogni nascita ha le stesse caratteristiche di gran dolore e poi d’immensa gioia. Questa gioia e soddisfazione, notevolmente importanti nella vita della donna africana, vanno a colmare molte altre gravi sofferenze; una di queste è l’aspettativa di vita di questo bambino che ha mediamente il 70% di possibilità di arrivare a cinque anni di vita.
Tante gravidanze, tanti figli, ma anche tanti lutti. Quest'ultimo è uno dei pesanti drammi che la donna africana spesso vive sola perché o senza marito o perché lui è lontano. Al momento del parto però è sempre una gran festa: il padre è presente e con lui tutta la famiglia d’origine.
In Karamoja come del resto in gran parte dell'Africa, il numero dei parti in Ospedale è basso, tra il 10 e il 20%, perché la donna africana è convinta che il parto sia un fatto naturale, che deve avvenire tra le mura domestiche, in una capanna del villaggio, aiutata dalle donne anziane della tribù, come è sempre stato.
Se il parto si svolge nei villaggi, il controllo della gravidanza non è seguito dalle anziane del villaggio, perciò le donne karimojong colgono l'opportunità del servizio pubblico, aperto alle gravide, per visite ambulatoriali e vaccinazioni.
Nell’Ospedale di Matany ho lavorato in ostetricia sia negli ultimi anni '80 sia tra il

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   5 commenti     di: Antonio Sattin


VIAGGIAR PER... SARDEGNA - Verde e mare, monti e sabbia: un tuffo nel passato. "Sardegna... quell'angolo di... Paradiso"

Quando leggo sul programma del CAI: “19?"27 Maggio Trekking in Sardegna”, alla scoperta del Gennargentu (Barbagia e Supramonte) penso ad un’occasione unica. Penetrare nel cuore della Sardegna, entrare a contatto con una natura ancora incontaminata, è un impulso che preme fortemente nelle mie vene e che non riesco a mettere a tacere. È una gran sete da saziare, è andare a ricercare in un certo modo le mie radici, poiché vivere staccati dalle proprie radici è come vivere in un mare senz’acqua.
E quando, alle 20. 30, insieme ai miei 34 compagni di viaggio, salgo sulla nave che mi porterà in questa mia nostalgica e calda isola, sento già un senso di liberazione. La mia è la sensazione di un forzato sciolto dalle sue catene e finalmente libero di correre.
La vista ed il profumo del mare, che sorbisco sempre con gli occhi, per quel fascino misterioso che suscita in me, mi dà un senso di benessere e d’euforia misto ad una triste incredulità, per quell’immensità impossibile da esplorare.
Il mattino dopo, a Porto Torres, troviamo ad accoglierci, sicuramente con una certa impazienza, viste le due ore di ritardo della nave, ma col solito calore della gente sarda, le nostre guide con i fuoristrada. Facciamo così la prima conoscenza di coloro che sarebbero stati i nostri accompagnatori per i prossimi sette giorni. Le loro facce simpatiche ci invogliano subito a familiarizzare con loro. Ecco, siamo in terra di Sardegna!
L’aria che si respira, nonostante la mattinata piovosa e grigia, è di rilassamento e di pace.
La prima tappa è il Museo Etnografico di Nuoro, aperto al pubblico nel 1976: “Il Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde”. Il complesso rispecchia un Villaggio sardo immaginario, perché l’insieme architettonico è articolato in corpi edilizi, vialetti e cortili disposti sul pendio di un colle: vi possiamo ammirare dai costumi tradizionali ai dolci e pani tipici; dagli strumenti musicali alle armi e ai gioielli; dalle m

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   3 commenti     di: Ada FIRINO


Sotto natale

Gelida serata di metà dicembre, in prossimità del natale. Luci accese a festa, negozi aperti, vitalità, gente, consumo.
Cammino stanco sul bordo del marciapiede ghiacciato. Scende qualche fiocco di neve, L'aria buca i polmoni. Suoni tipici del periodo insediano il sonoro.
Triste, molto triste. Solo un po' di tempo e tutto questo verrà messo in soffitta, pronto per l' anno successivo. Sempre la stessa storia, altro giro altro regalo.
Non si cambia mai. Le mani rovistano nel cappotto, ormai troppo vecchio ma ancora utile.
È la mia corazza contro questo clima glaciale, cerca di salvare il mio corpo dalla tosse secca, che ormai da un paio di settimane insidia lo sterno.
Lo stomaco brontola, decido di fermarmi a mangiare qualcosa in una bettola a basso costo. Faccio su una sigaretta prima di entrare. Sono ormai lontani i tempi in cui si poteva aspettare la cena bevendosi un whisky e fumando in santa pace. Bei tempi quelli. Davvero.
Fumo svelto perchè il mix di fame e freddo mi sta provando, e pensare che una volta passavo giorni interi senza mangiare, dormire e a qualsiasi temperatura.
Entro nel bar-ristorante. L'insegna e la scritta del locale mi ha fatto capire subito che il menù del posto è al pari delle finanze del portafoglio.
Il locale è molto grezzo sudicio, pieno di vecchi con gli occhi spenti, i denti scomparsi e la pelle smussata, consumata. Molti non sembrano neanche uomini. Mi avvicino al bancone. Il bar è messo bene, vari tipi di liquore, diverse birre, bottiglie di vino. La mia sete sarà curata.
Tutto qua dentro sa di vecchio, anche il mobilio che tiene in bella vista i liquori è antiquato, quasi pericolante. Sopra cè un' enorme foto di un' uomo anziano, probabilmente un parente deceduto. Io rimango li, vivo fra i morti, ad aspettare che qualcuno mi dica qualcosa. Si avvicina subito un vecchietto, ha l'aria di uno bevuto dal mattino. Sicuramnte avrà bevuto sin da quel mattino. Lentamente si avvicina a me, zoppicando un po'. Proprio

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   6 commenti     di: aleks nightmare


Fuoco e polvere

Febbraio quest'anno pare essere un commilitone del generale inverno russo. È una settimana che la temperatura si avvicina sempre allo zero, le nostre montagne sono completamente avvolte da un candido manto bianco, era da venticinque anni che non succedeva così.
Nella mia cittadina si stanno montando enormi cataste di legno, e sono tutte ricoperte di una polvere gialla, fortemente acre e pungente, lo zolfo.
Anche nei portici del centro storico c'è fermento, le torce vengono apposte una ad una, aspettando questa frenetica notte di festa in onore del santo patrono. La polizia e i carabinieri si aggirano per le cantine in cerca di polvere da sparo, si sa questa festa non è autorizzata, ma dopo quattrocento anni che senso ha vietarla.
Anche la conformazione di Taggia, i suoi vicoli labirintici, le continue salite e discese, le piazzette, i portoni in legno danno un senso di magia e un ritorno al passato in epoche oscure ed affascinanti. Il nostro San Benedetto è unico al mondo, non si festeggia a marzo, viene definito il santo incendiario per la famosa notte di fuoco, per le cascate altissime dei fragorosi "furgari" che di tanto in tanto esplodono.
Mi viene alla mente la canzone di Vecchioni "bruciano nel fuoco le divise la sera, brucia nella gola vino a sazietà, musica di tamburelli fino all'aurora", ed in effetti vedere giovanotti in tute mimetiche, cantine festose col vino, e danze scatenate, richiama indubbiamente il fascino di altri luoghi, di una festa tipicamente mediterranea, pirotecnica e sfrenata. In questa notte è quasi obbligatorio andare oltre, sfidare le autorità, come un carnevale dell'antica Roma.
Chi ha la fortuna di avere degli amici viene ospitato a mangiare ottimi biscotti, i canestrelli, mentre solerti soccorritori vigilano sull'incolumità degli spettatori.
Anche a casa di Giobatta ci si prepara per la festa, i figli si aggiustano i larghi faldoni dei cappelli e si assicurano che i guanti siano resistenti al fuoco.
La moglie continua

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   2 commenti     di: loris


Centocinquanta chili di allegria afroperuana

l'undici di Luglio decido.
È ora di un fine settimana di vacanza, destinazione Ayacucho nella sierra centrale del Peru'.
Parto da Cincha, con una delle solite combi che fanno piccoli collegamenti fra le citta' Della costa. Tempo previsto per il viaggio circa mezz'ora, sono le nove e un quarto di sera.
La cosa bella di questo facile modo di viaggiare e che la gente trasporta di tutto, semplici borse con qualche verdura, scatoloni con pollami vari, fino ad arrivare ai tre piccoli porcellini rinchiusi in una reticella, confusi dal destino crudele che niel giro di poche ore li ha trasformati in tonni.
Perso in questo microcosmo, accompagnato dal chicchierriccio dei compagni di viaggio mi rifugio nei miei pensieri fissando la strada ed il paesaggio che scorrono tutt'intorno.
Ad un certo punto illuminata dalla fioca luce dei lompioni.
Appare al lato della strada la grande macchia dal braccio alzato. La combi comincia a frenare per accogliere a bordo il nuovo passseggero. Man mano che ci avviciniamo il suo aspetto umano prende forma, la sua sua sogoma si delinea ed un grande sorriso accoglie la frenata. E una fantastica mamita afroperuana di circa centocinquanta chili, più o meno.
La combi si ferma tenendo due ruote sulla strade e le altre due sulla banchina inclinandosi con una pendenza del quarantacinque per cento.
Tutti a destra!
E qui comincia lo spasso.
Appena la Mamita si rende conto dello sforzo disumano con cui dovra affrontare l'ascesa comincia a ridedre.
La battaglia.
Primo tentativo: appoggia mezzo piede sul gradino e torna al punto di partenza., ride un po di piu'.
Secondo tentativo: alza di venti centrimeti il solito piede esploratore.. ride, non ce la puo' fare.
Intanto all'interno della combi, il cobrador (l'omino che si ocupa di far pagare il passaggio) le si avvicina cercando di darle una mano.
Terzo tentativo: La mamita sospira, guarda i tre gradini che la separano delle comodita' del viaggio e scoppia a rid

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   3 commenti     di: loris bassini


Boeing 737

Molti dicono che per vedere l’Africa in movimento è sufficiente mettersi in una qualunque strada di quel continente ed osservare: moltitudini di persone, uomini, donne e bambini sono in cammino lungo le strade durante il giorno, dall’alba al tramonto. Si muovono senza fretta, hanno sempre tempo per salutarsi. Percorrono chilometri e chilometri, tutti i giorni, per andare al lavoro, al mercato, a scuola o per salutare qualcuno. I veicoli che si incontrano sono sempre stracarichi di persone all’inverosimile. Finché c’è anche un minimo spazio all’interno di un’auto o di una corriera la gente sale. C’è sempre spazio per tutti.
È curioso, inoltre, osservare che nei veicoli il posto per i bimbi è fittizio, non esiste, perchè stanno sempre in braccio ai loro genitori. Ricordo a questo proposito che a Matany, una famiglia di nostri amici in partenza per la capitale aveva calcolato di aver ancora spazio nella loro auto per altre due persone. La mattina si sono, perciò, presentate, puntuali, le due infermiere che avevano prenotato quel posto; avevano l’aria tranquilla, salutavano gioiosamente la piccola folla di amici, illuse di portare con sé due figli piccoli, due grosse valige e alcune galline, il cibo necessario per i giorni successivi.
Noi europei non siamo così abituati, come gli Africani, a spartire il poco, o pochissimo a disposizione, sicuramente siamo più portati a dare precedenza alle regole, norme, assicurazioni, orari da rispettare ecc..
Tra i tantissimi ricordi di questi veicoli stracarichi ce n’è uno speciale, di un’esperienza di tanti anni fa, la mia prima esperienza africana, quando ventenne e con tanto spirito d’avventura, assieme ad altri ragazzi e ragazze, padovani e milanesi ho partecipato ad un campo di lavoro in Zaire, ora Repubblica Democratica del Congo, organizzato dai missionari Comboniani.
Ci trovavamo, gli ultimi giorni d’agosto del 1981 a Kisangani, città nel cuore del Congo, nella via di r

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   1 commenti     di: Antonio Sattin


In cima al monte

In quel giorno, si proprio in quell'esatto giorno di primavera, anche se a quelle latitudini non vi è una grande differenza di temperatura;Grayson parlava di primavera, ne parlava come fosse importante quel giorno per quella tale cosa, possibile solo in quella data era possibile fare ciò che bramava da anni?
Grayson si avviò su per il monte, già da piccino sapeva che era pericoloso andare fino a lassù, ma lui scelse quella data par farlo e lo fece senza titubanza alcuna. Non era la cima il luogo più pericoloso di quella montagna ma bensì a mezzo cammino da essa, nel punto in cui si sente già il cambiamento di temperatura e l'aria si fa man mano più rarefatta; è lì il punto più pericoloso e Grayson ci sta per arrivare. Un vecchio colombiano gli diceva di non andarci mai in quel luogo maledetto, anche perchè se non conosci i sentieri ti ritrovi in Brasile e le guardie ti uccidono. Ma se non perdi l'orientamento e segui il tuo itinerario rigorosamente è certo che non sarai ucciso dalle guardie ma dovrai seguire ciò che il vecchio ti disse una volta, una sera mentre tu eri sopra al ramo della sequoia. "Lasciati sempre la luna alle spalle". Grayson notò che la propria ombra rispetto alla luna era disegnata a picco sul suo corpo, indefinitiva non vi era ombra alcuna, attese; alla luna non offriva mai le spalle, la sua ombra non si allungava, rimase fermo impietrito le fronde degli alberi iniziarono a schiaffeggiarsi le une con le altre le punte dei rami superiori stridevano come un branco di capre sgozzate le ombre degli alberi iniziarono a disgiungersi separandosi lentamente dalle piante, fu travolto da un vortice spettrale di sagome indefinite che lo accolsero nel loro templio. Era il 30 aprile 1966 e Grayson scomparse nelle tenebre mentre in California nasceva una nuova chiesa, quel giorno il sole non regalò ombre ai palazzi signorili di San Francisco.

   0 commenti     di: Isaia Kwick



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