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Racconti d'avventura

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Capitolo 1 - Azgard

Un putrido puzzo infestava l'aria. Il buio della notte incombeva sul prato pieno di fiori secchi. Lupi ululanti bruciavano l'atmosfera nera. Un malefico ghigno rompeva il silenzio, come la morte interrompe il sonno.
Una strana creatura incappucciata avanzava zoppicando. La gobba che le usciva dal sacco rattoppato che indossava le dava un non so che di spaventoso. La bestia dalle sembianze umane emise una risata maligna, guardando, nascosta dal cappuccio, il bambino spaventato.
Il povero ragazzino indietreggiava terrorizzato. Le lacrime gli rigavano le soffici guance calde e rosse. La corporatura docile contrastava con i vestiti logori che portava addosso. Con occhi lucidi implorava il mostro di essere risparmiato.
All'improvviso il bambino inciampò. Suo malgrado, continuava a indietreggiare. La maligna creatura a volte si fermava, ma di certo non per pietà. Quella bestia non aveva un cuore.
All'improvviso nel petto del bambino il mostro vide una luce, che a poco a poco si faceva più splendente. La candida insegna accecava la creatura, che si dimenava invano.
La creatura intravide un proprio simile diretto verso il bambino, ma all'improvviso un'accecante luce scoppiò, più accecante di quella di prima. Durò un paio di minuti, dopo tornò il buio. Le ripugnanti creature erano a terra, morte.
Il bambino si guardava a torno, stanco e confuso.
Si ritrovò a terra svenuto.

   1 commenti     di: Odissey


Lee

Caro diario,
Devo ammettere che in questo periodo, ho un pensiero che mi frulla in mente. Qui nella mia stanza, ripenso alla mia vita qui al... non so nemmeno come chiamarlo. Insomma, quella che per 10 anni ho definito la mia casa ora mi sembra un prigione, una bugia. L'idea che ti dicevo in questi momenti di riflessione mi balena nella mente è l'idea di lasciare questo posto. I miei amici non la pensano come me, abbiamo la stessa età eppure loro, sono molto più innocenti di me.

Sono sulla giostra metallica, è di colore grigio metallo lucido. Anche i nostri camici avevano lo stesso colore delle giostre a dire il vero tutto aveva quel colore. Era, forse, la terza o quarta giostra più vicina al uscita. Siamo tutti qui, tutti i miei amici che chiacchieriamo tra di noi ed a volte con qualche addetto, anche lui nostro amico. I miei amici hanno un aria rilassata come si godessero le prima brezze del pomeriggio. Ma io ho un solo pensiero! La gamba è terra e punto le porte che portano al mondo di fuori, la mia testa brulica di pensieri, so visibilmente tessa! E continuando nervosamente a leccarmi le labbra dissi : "secondo voi è meglio non essere visti o invece non ha importanza? ... per scappare di qua." i miei amici non presero seriamente le mie parole, mi risposero, ma in realtà fu come se non avessi detto nulla. Ricordo di essermi voltata per guardarli e avevo il sole che mi abbagliava gli occhi, non so se quel immagine significo qualcosa per me in quel momento, di certo ora, per me questo è il mio unico ricordo di loro.

Comincia a camminare, furtiva fra una giostra. In mezzo secondo avevo già una mappa per uscire in mente : sapevo che per uscire sarei dovuta passare per la vedetta. Mentre sgattaiolavo sentivo le voci dei bambini, salii la scaletta e arrivai alla camera di vedetta dove alle mie spalle apparve Bellon (un uomo un po' alto, molto in carne, un tantino stupido, ma eravamo amici) , che stupito di vedermi li mi chiese "che cosa stai facendo..

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   0 commenti     di: Beatrice


Quanto pus!

Una delle ricchezze più grandi che abbiamo noi europei e il mondo cosiddetto civilizzato è la disponibilità e l’accesso all'acqua potabile.
Quest'acqua straordinaria, di cui noi disponiamo in casa, è un sogno per la stragrande maggioranza degli abitanti della terra. Per molti del Nord del mondo però quest'acqua è diventata ormai da tanto tempo il minimo indispensabile; la vera ricchezza ora è avere la vasca con l’idromassaggio o la piscina.
Nel mondo povero, l'accesso all'acqua è davvero una grande ricchezza e ricordo bene che, nel 1989, il Presidente Ugandese Museveni annunciava alla tivù, tra i miglioramenti della nazione, in quell'anno, la costruzione di molte centinaia di nuovi pozzi per l'acqua, oltre l'incremento di produzione di bottiglie di Coca Cola e di birra, forse, più veri indici di benessere di quel Paese.
La Karamoja è la regione più povera ed arretrata dell’Uganda e assetata d’acqua per molti mesi dell'anno.
La popolazione locale costruisce, da secoli, piccole dighe per fermare l'acqua piovana, creando così dei laghetti, o meglio delle pozze, circondate nel tempo da grandi alberi. Quell'acqua fangosa rappresenta davvero una ricchezza per gli abitanti dei piccoli villaggi nei dintorni e per i loro animali.
Nel tempo, sono stati costruiti, in principio da parte degli europei, in seguito anche dal governo, dei pozzi vicino a questi piccoli bacini, nella speranza che solo l’acqua dei pozzi fosse utilizzata per bere. Quest'acqua, come la normale acqua potabile, è insapore ed incolore ma i karamojong preferiscono, finché ce n'è, il gusto carico dell’acqua della pozza, con tutte le conseguenze che si possono immaginare.
I lunghi mesi senza pioggia di questa sperduta regione, l'utilizzo di poca acqua sporca, il vento impetuoso di quei lunghi mesi aridi, la polvere che entra fin dentro le capanne, l'abbigliamento minimo della gente, il camminare a piedi nudi, la pochissima igiene per

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


Alla ricerca della tua isola

Nel 2002 a fine aprile ho navigato da Port Colon (Panama) fino alla Jamaica. Mi ha sempre affascinato il mondo dei pirati e cosi' decisi di fare rotta verso il mitico Morgan's Harbour in Jamaica. Purtroppo non fu una navigazione semplice, anche perche' avevo a bordo due israeliani privi di esperienza. Incontrai mare formato e onde incrociate per le prime 24 ore, dopo miglioro' di poco la situazione; stremato decisi di consegnare il timone a Davide. Non ricordo se furono 4 o 5 i giorni di navigazione, ma quando arrivammo nel lungo canale che ci portava al Morgan's Harbour l'unica cosa che desideravo era una coca-cola fresca (avevo vomitato per due giorni); la seconda che sbarcassero immediatamente i miei due ospiti, che sollievo un po' di pace in barca.
Nei giorni successivi consolidai l'amicizia con Carlos, che fortunatamente oltre a parlare quella lingua strana (patwah), parla anche spagnolo. Uscendo dal marina mi recai (era domenica)al villaggio vicino, sconsigliato da Carlos mi fermai in un bar gestito da due ragazze; immediatamente attirai l'attenzione di diverse persone, alcune delle quali si dimostrarono subito ostili nei miei confronti, ma le due ragazze del bar e un tipo che lavorava al marina presero subito le mie difese, dopodiche' Mary la più giovane delle propritarie mi fece conoscere un tipo dalla corporatura grossa, che inconfutabilmente doveva essere il boss del paesino, aho! Dal quel giorno che mi videro girare per il villaggio con lui mi rispettavano tutti. Cari amici miei a parte NAUSICA, dhai si scherza! Dicevo ue' la' la situazione non è tanto piacevole per noi "bianchi". Non si scherza la Jamaica e soprattutto Kingston sono pericolose.
FINE PRIMA PUNTATA

Seconda Puntata: Ricerca di un pezzo di ricambio nella capitale.
... continua SECONDA Puntata.
Brevemente vorrei ritornare a Colon, una cittadina squallida degradata e pericolosa, l'unica nota positiva era la presenza di svariate iguana sul prato del marina, la mia barca era ormeggiata

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   0 commenti     di: Isaia Kwick


L'Immorale

Avevo dato appuntamento ai miei creditori inferociti, per la fine del mese, presso la Free Bank.
Non mi sono fatto trovare e nemmeno so come l'abbiano presa.
So, solamente, che in questo splendido albergo dolomitico, crostacei e mozzarella arrivano in elicottero e sono serviti con i guanti bianchi.
L'aria frizzante è buona e della modella elvetica con cui condivido
la suite, vi dirò dopo.
Peccato per il tempo speso nello studiare l'ennesimo piano di fuga.
Le tre valigette piene di cartastraccia stanno, ancora, nella cassaforte del Maestoso.
Come souvenir, ho arraffato gli asciugamani, il posacenere e Ingrid.
Ho dimenticato di regolare il conto e mi auguro che lo dimentichi,
anche l'Albergatore.
Ad ogni buon conto, gli ho telefonato, ammonendolo che se avesse
osato denunciarmi, ci saremmo rivisti in Tribunale, dove avrei spifferato tutto.
Forse aveva la coscienza sporca, visto che fino ad oggi non ha sporto querela.
 
Annoiarsi è bello e annoiarsi con una straniera è stupendo.
Ingrid ama, ancora oggi, indossare le minigonne e calzare stivaletti.
L'immaginario erotico non saprebbe inventare di meglio.
Già le ginocchia inducono a peccare, figuriamoci il resto.
Angolazioni inesplorate e foriere di promesse ammaliatrici.
Tanto ben di dio lo avevo sempre sognato, sin da fanciullo.
Ognuno ha i suoi limiti di perversione, ma temo che per me, non ci sia salvezza.
Allorché Ingrid accavalla le gambe, cerco sempre di spiare il colore dei suoi slip.
Fatica inutile, non ne ha.
 
I patti erano stati chiari: Niente sesso, solo collaborazione per truffare alcuni evasori, abili nello "ottimizzare" le imposte da pagare all'erario.
Dopo tre settimane di isolamento in un villino sul lago di Ginevra,
cominciai a guardare la coinquilina, in un certo qual modo.
Con sorpresa, mi accorsi che anche lei mi guardava in quel certo qual modo.
Era bello vederla ed era bello canticchiare nella vasca da bagno.
E già, non dovevamo parlarne, ma si pensava sempre

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   6 commenti     di: oissela


La volta che sono quasi morto

Faccio roccia, tuffi, enduro, sci e paracadutismo. Oppure ho fatto, d'accordo, e mica si può far tutto in una volta del resto! Faccio anche un lavoro itinerante, di cui parlerò magari un'altra volta, e che mi costringe a fare circa centomila km l'anno, tra auto, aereo e treno, da più di trentatre anni, ormai. Fanno più di tre milioni di chilometri con lo sconto. Sono andato e tornato dalla luna più di tre volte, per capirci. E ho avuto i miei begli incidenti stradali, circa dieci/dodici in auto, tra piccoli e grossi, ed altrettanti in moto. Undici in una sola estate, dei quali otto denunciati all'assicurazione, che per questo non mi amava molto, al tempo. Incidenti eh, non cadute, perché con quelle i numeri a due cifre non basterebbero nemmeno!

Ma la volta che sono quasi morto non stavo facendo nulla di tutto questo.
Ero in barca con mio cognato, fedele compagno e collega di quasi tutte queste mie attività, pur con proprie peculiarità, la più pericolosa delle quali è proprio la sua assoluta mancanza di paura e la sua incomparabile presunzione. Insomma, lui è uno di quelli che credono sempre di saper fare tutto e di poter fare tutto, specialità nella quale comunque anch'io non me la cavo male. La vela è una di queste attività che abbiamo condiviso, con risultati quasi sempre inferiori a ogni nostra più nera aspettativa. Però di morire, beh, quello non l'avevamo messo in conto. Invece...

Invece successe che un bel giorno d'estate, al lido di Spina, provincia di Ferrara, attività prevalente produzione di zanzare, di ogni tipo e cilindrata, decidessimo di fare, appunto, un giro con la mia barca a vela. Oddio, barca forse è una parola grossa, un guscio di quattro metri con una vela latina piantata sopra, ecco! Comunque era mia e l'avevo portata fin là sul tetto della mia auto. E non capovolta come farebbe qualsiasi persona di buon senso, ma all'altro verso, così da prendere più aria possibile e fare un po' da ala portante durante il viaggio

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   7 commenti     di: mauri huis


Ogni mattina in Africa

Tutti i giorni alle 11. 30 circa, dopo le visite nel mio reparto, mi recavo all'Outpatient Department, così erano chiamati gli ambulatori per i pazienti esterni.
L'edificio, ampio, costruito di recente, era situato a fianco dell'ingresso generale dell'Ospedale. Quando entravo, sempre di corsa, con il camice già indossato, immancabilmente in ritardo, davo una rapida occhiata alla sala dove sedevano, sulle file di panchine, numerosissimi pazienti, per rendermi conto di quanto sarei stato occupato lì quel giorno.
In fondo alla sala principale, sedevano ad un tavolo una suora Comboniana, infermiera, e un’infermiera Karimojong, intente ad interrogare i vari malati. Come in qualunque Pronto Soccorso moderno, queste due infermiere valutavano rapidamente la gravità dei casi arrivati, li registravano e preparavano una scheda d'ingresso ad ognuno di loro. Se la patologia riscontrata era banale e il paziente non appariva grave, seguendo precisi protocolli, somministravano dei farmaci e il paziente veniva quindi mandato via. Tutti gli altri passavano nel secondo corridoio dove erano disposti tre ambulatori medici, due per gli adulti e uno per i bambini.
Normalmente quando arrivavo io, nell'ambulatorio pediatrico era già al lavoro Giulietta, la pediatra, molto più puntuale di me. Aprivo la porta, la salutavo calorosamente e proseguivo nella seconda stanza dove mi attendevano i due infermieri del mio ambulatorio.
I malati che visitavo non perdevano certo tempo a spogliarsi, vestiti com’erano solamente di un telo e di una gonna, le donne, e di un mantello la maggior parte degli uomini. Si distendevano, apparentemente tranquilli, sul lettino dopo che avevo raccolto molte informazioni che l'infermiere mi traduceva in inglese. Li visitavo accuratamente, da capo a piedi, cercando di capire ed assegnare, infine, un nome al disturbo, malattia o sindrome che il bambino, la donna, la gravida o l'anziano presentavano.
Scrivevo tutto nella scheda med

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   0 commenti     di: Antonio Sattin



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