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Racconti dialettali

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Un mazzetto de rose

L'occhio un po' annacquato, nó sberleffo de panza, e cosí se n'annava piuttosto ballonzolanno su quelle gambe secche, Guido pé la strada sua.
Piano piano, có un mazzetto de rose stretto a na mano, e er bastone a quell'altra...
N'appuntamento galante? Chissà...

- Lellé !?! Guarda! Guarda che t'ho portato! Le rose...
Embè ? Nun me dici gnente? Te sò sempre piaciute... Guarda sò rose rosse...
Come quelle che portai, quanno andiedi da tu padre a chiedeje la mano tua...
Te ricordi? Quant'eri bbella Lellé... quant'eri bbella...

E cosí Guido parlava, parlava...
Poi a un certo punto, se 'nginocchiò, mise per bene que le rose dentro ar vaso... un po' d'acqua pé nun falle seccà... poi fece na carezza a la foto ovale, un bacio, na pulitina al marmo, na soffiata de naso...

- Ciao Lellé te saluto, aritorno presto.

E se n'annò. Cosí com'era venuto, su quelle gambe secche, ballonzolante, cor bastone a na mano, er fazzoletto a quell'altra, e l'occhi...
... un po' più annacquati de prima...

   12 commenti     di: Marysol


Canti migranti

Giunse un torpedone sgangherato che fermò rumorosamente fischiando, come fosse una nave. Nel silenzio del porto il rumore riverberò fin sul mare piatto e chiotto di mistero. Ne discesero un numeroso gruppo di straccioni (così parvero ai pochi presenti), che estrassero dalle fiancate i bagagli. Finita l’operazione la corriera si allontanò e l’ammasso grigio di anime ristette in attesa muta e assorta.
Non passarono due minuti che un altro torpedone scaricò una varietà di grigio più scura ancora, una macchia da potersi definire nera. Questi altri senz’altro più rumorosi, comunque contenuti. Terminata l’attività di scarico, anch’essi sostarono in silenzio.
I rumori stridenti e frammentari del porto echeggiavano come discosti, remoti, con rifrazioni che andavano a frangersi sull’orizzonte minaccioso di nubi e rari guizzi di luci palesanti l’alba.
I due gruppi di migranti si fronteggiavano senza interesse, scrutandosi indolenti e sonnacchiosi in attesa degli imbarchi. Qualcuno sedette sulle valigie, altri iniziarono a conversare e i bambini giocarono a rincorrersi inseguiti dagli sguardi attenti e indulgenti degli adulti. Poche le parole, solo il tacere dell’attesa.
Come per magia dal primo gruppo si levò un canto incomprensibile agli altri. Cominciò un uomo alto che, alzando una mano, invitò i suoi conterranei a seguirlo. Parole lente, dal vago significato di preghiera, parole che non ebbero bisogno di traduzione tanto erano intuibili:
“Se tu vens cà sù ta' cretis,
là che lôr mi àn soterât,
al è un splàz plen di stelutis:
dal miò sanc 'l è stât bagnât…”
Cantarono composti e fermi con gli occhi bassi che rialzarono solo alla fine incontrando gli sguardi sorridenti degli altri.
Breve fu il silenzio, finché un altro canto si levò dal secondo gruppo, e anche questo parve a tutti una preghiera, forse ancora più intensa della prima, forse triste, ma che l’impegno e lo slancio del coro resero quasi festoso:
“Vi

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   1 commenti     di: Rocco Burtone


Elezioni ad Aci Ruoti

Commara Lina aveva un maccaturo sulla testa sporco da settant'anni, che ogni cinque anni insaponava e sciacquava per renderlo profumato alle altre donne del paese. Donna di campagna e contadina, non era pratica della vita di città. Mai una volta al bar o alla villa, una messa ogni tanto, soprattutto quando ci si deve andare per stringere la mano. "Triste quella casa dove c'è la visita per il marito", pensava sempre.
Affianco a commara Lina c'era cugina Giuseppa, ma per tutti in paese era zia Seppa. Vedova da trent'anni e lavoratrice da sempre. Curava l'orto come fosse una bomboniera ricca di confetti, e ogni anno a coltivar pomodori, e a tirar su patate, e a preparare l'uva per il vino. In paese tutti la rispettavano, perché tutti ci parlavano male. "Da quand'è morta la buonanima del marito quella povera donna lavora il doppio", commentavano al bar di sopra; "ma se è per colpa sua che al marito gl'hanno messo la cravatta", commentavano al bar di sotto.
Eccola che è arrivata Franceschina, la figlia della postina. E dove si è andata a sedere, proprio vicino a commara Lina e a zia Seppa. Tutta attillata e tutta preparata, ogni occasione era buona per far vedere quanto valeva. Non c'è stato uomo che non abbia visto la sua mercanzia in paese, lo sanno tutti perché tutti lo negavano. Tremila anime in paese e tutti erano pii e devoti alla famiglia.
<<Guarda come mena il culo come 'na quaglia, se puttana non è, r' picca si sbaglia.>>, sussurrava commara Lina all'orecchio di zia Seppa.
<<Ca 'cchè. Se tutte foss'r cum' a quedda, sai quanta curnut' ci foss'r miezz' a la via.>>, ribatteva zia Seppa, attenta a non farsi sentire dalla nuova arrivata.
<<Eh... se tutti i curnut' purtass'r' nu lampion' sai che 'luminazione a Aci Ruoti!>>, a pensare a male si fa peccato, ma alla fine s'azzecca sempre.
La sala era piena. Adesso ci sono proprio tutti. Lu fruggiar' è arrivato con i due figli a tracolla e la moglie sottobraccio; lu furnar' con le sigarette sempre accese

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   0 commenti     di: Antonio Sabia


carbonari... (l'apparenza inganna)

Anca qoanche ero putèl, la primavéra l’èra ‘n slusegàr de vita.
Fòrsi, depù de ancöi. Ma alora l’èra tut così sèmplize che no me nascorgévo gnanca che la fùs šì bèla. E la tornàva an dopo an a darne quel moment che l’è ‘n profumo de speranza.
Se desmišiàva tuta, la natura ‘ntorn a Soér. Anca i àrboi ‘ndromenzàdi, senza föie che i paréva vècie strìe sdentegàde, con qoei braci sùti séchi e smamìdi da ‘l lònc’ invèrn, i se ‘ndoràva de qoél vért che ghe ‘nsomìa a l’ùa spinèla.
Qoel vért, nìo al ciciolàr contènt, giàga de chiche naše. Al mòrbi.
Adèso qoél prìm sgiànz de sol che stébia vegnù a scaldarghe i òši, el pareva destempràr le giornade slongàndole dent fonde, ‘n de la sera pù tardìva. Come digo, quel sgiànz l’autàva ‘n nùgol de color de arcobalén, a ‘mpituràr de fiori ‘l bosc’. Postà gió ‘n lònga a qoei muréti che i scórla, mpontàdi su le chìpe, al desghiaciàrse de la tèra.
Entrà le sfeše, enmèz ai saši, anca ‘na miöla la ciutàva ‘n pöc spavènta e ‘mbesuìda. La se féva slišàr la pèl, stèla de càrpen, ‘ngremìda come föra da na nòt sì lònga e scura, da no ‘mpodérghen pù dal frét, ‘mprendù de dent ‘n de ‘n sgrìsol.
Mi, come tuti i matèi, néva ‘n giro a spaš, splindernànt, co la mè bela sfionda de noselàr, sconduda ‘n de scarsèla. Che ‘l Guardia no ‘l la védia.
Se nò, el me gatàva föra qoela storia dele luminarie del Comun su par la fràona, che i diš che sia oramai ‘na setemana che no le se ‘mpìza pù. Miga tute! Qoele del pòrtec del Piti ò vist mi che le se ‘nlùmina.
E prima che sàltia föra ‘ncor mistéri parto a gambe levade de corsa vèrs al Dòs del Carneval, a giugàr a sfiondàde ai slusèrti.
El vènt che de sòlit me despètena rabióš, l’è nà a polsàr da valghe man ancöi, no sai endó.
Cerco gió ‘n lònga ‘l mur, scondù a gatón dré a ‘n paracàr. De q

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Le ferie

Diciamolo francamente una volta per tutte; il livornese per le ferie non ama viaggiare: badate bene, non che non faccia le ferie, anzi, ma, normalmente, passa le ferie a Livorno.
Del resto un po' di ragione ce l'ha:
" Cosa ci 'ombina d'andà a giro peril mondo quando tutti velli che vengano a Livorno 'un se ne vanno più ! Il mare è stupendo, il mangiare bonò, la gente sempatia e poi l'ambiente... ! Belle piazze, strade esagerate pè nun parlà der Viale Italia, mia come a Lucca che 'un ti ci rigiri o a Firenze che è tutto vecchio! "
Comunque, come in tutte le buone regole, esistono rare eccezioni e sono proprio queste che comprendono i livornesi che per fare le ferie si spostano, magari a malincuore, da Livorno.
Ora il livornese che fa le ferie fuori città, pur singolare, sempre livornese rimane e, solitamente, sceglie località un po' particolari e, diciamo così anche molto diverse; o Piandinovello, o Sharm El Sheik; non ci sono vie di mezzo.
Il feriaiolo più attempato andrà sicuramente a Piandinovello in una pensione tranquilla da dove poter effettuare passeggiate tranquille per farsi venire tranquillamente un po' d'appetito.
Normalmente in quelle pensioni le porzioni che servono ai pasti sono molto abbondanti ma, per il livornese, questo non è un difetto ma, al contrario, un gran pregio.
Di solito al momento dell'apertura della sala da pranzo alle dodici e quarantaquattro, i livornesi occupano la pole position e cioè le posizioni subito a ridosso della porta della sala da pranzo in maniera da arrivare per primi al tavolo degli antipasti e insalate lasciati uso self-service.
" Boia deh! Che po, po' di piattata di robba hai preso. Vacci piano che senno dopo 'un mangi! " Dirà la moglie con il piatto strapieno guardando quello del marito.
" 'Un ti preoccupà che ner piatto 'un ci lascio nulla! " Dirà il marito avviandosi al tavolo con l'ultimo crostino in bocca perché nel piatto non c'entrava altro e l'altra mano gli serve per fendere controc

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   1 commenti     di: Marcello Piquè


Ovidio

La galassia di Sfinger era sotto attacco, i protostirioni della galassia Jughut avevano sfondato le barriere magnetogassiche, Sharap il silenzioso re del sistema stellare delle galassie riunite, una cooperativa galattica dedita al controllo dei dati sub-galassiali aveva inviato i medesimi ai Motrosteroidi di Haganet, l'impatto con i protostirioni era imminente.
«BAMMMMMMMM! »
O'grullo svegliati ett'hai dan'dare a scuola.
«Oh'mamma non mi dare quei ceffoni di prima mattina e'tu mi rimbischerisci tutto»
Ovidio diceva sempre che voleva fare lo scienziato, gli garbava il cielo, le stelle, l'universo, aveva tutti i libri e tutte le interviste fatte a Margherita Hacker, un poco ci assomigliava pure.

   0 commenti     di: Isaia Kwick


Eson'nata nim'Mugello ovvia

Sita (corriera che da Borgo San Lorenzo va a Firenze) O' sora Luigina oggi esono ih'morti, ormai glie' disciassett'anni che im'ih poero marito glie' morto, puerin d'Iddio, ma quella seggiola quando apparecchio glie' sempre vota, eh mi manca sempre, si e' vero ci si rassegna ma quella seggiola vota... Mi manca sempre im'mi poero Santi, vo hai c' cemitero di Soffiano sai! quello della Misericordia, glie' tanto bello, che pace, Oddio esto novo, si diho ip'prete novo che hanno mandaho non mi sconfinfera tanto, ma insomma gli portero' questi fiorellini haim'mio Santi.

   2 commenti     di: Isaia Kwick



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Questa sezione contiene racconti scritti in vernacolo, storie tradizionali e non in dialetto