L'enorme quercia secolare dominava la campagna. L'erba profumata ondeggiava alla leggera brezza, che scompigliava le foglie del grande albero, riccioli verdi e ribelli. Il cielo era terso, di un azzurro intenso, meraviglioso, da guardare per ore senza stancarsi, da guardare per sentirsi fortunati di far parte di questo universo. Emily era seduta sul manto erboso, la schiena poggiata al tronco rugoso della vecchia quercia. Stava leggendo un libro. I capelli, neri come le ali di un corvo, erano raccolti in una morbida treccia che le riposava dolcemente sul lato destro del petto. Ciocche più corte sfuggivano alla semplice acconciatura e le ricadevano sulla fronte e sulle guancie. Si muovevano dolcemente, imitando i fili d'erba al ritmo del melodico vento. Gli occhi azzurri, magnifici coriandoli di cielo, divoravano il libro, nutrendo il suo spirito. La leggera camicetta bianca che indossava, si gonfiava sull'addome, facendola sembrare una giovane donna in dolce attesa. Respirava lentamente, il seno che si abbassava e si alzava quasi impercettibilmente.
- Sapevo che ti avrei trovata qui. -
Emily alzò la testa di scatto, schermandosi gli occhi con una mano affusolata e candida. Sorrise.
- Perdonami.-
- Per cosa?-
- Non ti ho sentito arrivare.-
Il nuovo arrivato le si sedette accanto, sorridendo a sua volta.
- Non mi senti mai arrivare. O sono io che mi muovo silenziosamente, o sei talmente concentrata che non sentiresti neanche una bomba.-
- Quando leggo, entro in un altro mondo.-
- Cosa leggevi?-
Emily chiuse il libro, tenendo il segno con un dito tra le pagine. " Gente di Dublino", scritto in piccole ed eleganti lettere d'oro, ornava la copertina rosso scuro.
- Non male. -
La ragazza lo guardò per un istante. Anche lui aveva i capelli neri, ma i suoi occhi erano scuri e terribilmente profondi. Nascondevano un mondo al loro interno.
- Perché hai scelto questo libro?-
Emily non rispose subito. Era evidente perché avesse scelto proprio quel libro, anch
Ho quarantacinque anni, sono veterinario libero professionista convenzionato con la mia provincia e sono un single di ritorno, nel senso che mi sono separato dopo venti anni di matrimonio. Lo sono ormai da circa tre anni, da quando mia figlia al suo diciottesimo anno ci invitò a sederci uno di fronte all'altra e con sorprendente schiettezza ci disse che non poteva più convivere in una famiglia più incasinata come la nostra, tra continui bisticci e rimbrotti, scenate, incomprensioni ed equivoci.
"Separatevi - ci disse - così posso stare indistintamente sia con l'uno che con l'atra senza dovermi più incavolare con tutti e due"
Detto fatto, mai consiglio fu seguito con maggiore celerità. Tre mesi dopo, la separazione ovviamente consensuale, due anni dopo il divorzio definitivo. Ora viviamo felicemente tutti e tre, io da solo con il mio disordine interiore ed esteriore, la mia ex con un nuovo compagno, un vecchio compagno di scuola dalla fiamma sopita e improvvisamente riaccesa e Giusy, la nostra bambina, che da più di un anno vive beatamente con un fidanzato di circa dieci anni più grande. In tutta questa situazione è l'unica cosa che non riesco a mandare giù, dieci anni mi sembrano francamente troppi, ma, contenta lei...
La cosa più straordinaria dopo il mio divorzio è che con la ex vivo in perfetta armonia, oggi siamo grandi amici, ci incontriamo quasi tutti i giorni, spesso facciamo colazione insieme, spettegoliamo sui nostri amici, spesso ceniamo anche insieme, ovviamente in tre, e ci interessiamo di nostra figlia come non lo abbiamo mai fatto in passato quando eravamo una famiglia.
Tonia, la mia ex moglie, è assistente sociale e si occupa principalmente delle famiglie che hanno figli disabili; lo fa in vari modi, promuovendo varie iniziative sociali coinvolgendo le autorità scolastiche e comunali, e spesso rompendo le scatole al sottoscritto, costringendomi a intervenire a noiosi incontri e dibattiti con personalità politiche e sociali.
Eccomi qua. Disteso sul letto. Con questo corpo sgraziato (privo veramente di grazia), piegato e piagato. Le gambe atrofiche e rinsecchite, i piedi ricurvi, le braccia perennemente ripiegate e i polsi curvi in modo innaturale. I movimenti a scatto, apparentemente bruschi, impossibilitati a gesti e a movenze fluide. Lo scatto della mandibola che impedisce alla parola di trovare un suo senso. Fisso il muro bianco che mi trovo in alto e penso…io non sono questo corpo, io sono solo un organismo. Sono “sezionato”, diviso, scomposto, separato. Io “sono” un corpo dolente, un organismo ammalato, inefficiente, malandato e sofferente, sono squilibrato e sbilanciato, malfermo e disarmonico. Non c’è sguardo di desiderio su questo corpo, non c’è struggimento, ansia o bramosia in cui perdere i propri sensi. Respiro e solo ascolto il silenzio. Sento un battito lento e regolare; è un suono sordo, cupo, lieve. Nelle profondità della carne continua il suo interminabile pulsare, nessuno mai ha sentito l’eco di questa vibrazione, è un suono segreto, celato e riposto. La finestra è aperta, spira il vento e la brezza; ecco, solo loro mi accarezzano, non gli ripugna sfiorarmi il corpo delicatamente, serpeggiare fra le mie dita, scompigliare i capelli e insinuarsi fra le pieghe più segrete. Chiudo gli occhi e lascio che ogni fibra del mio corpo assapori il brivido delicato dato dal vento e porti con sé un segreto d’amore.
Ho bisogno di un dono, il dono di uno sguardo d’amore, uno sguardo di memoria e di ricordo, ma so che resterò da solo su questo letto lindo e con un pensiero che si dipinge nella mia mente e che dice: non vorrei essere nato mai…
“ Fabio! Fabio! Svegliati. Sono le sette e sei in ritardo come al solito! Possibile che tu non riesca mai ad alzarti per tempo? E finisce sempre che bisogna fare la corsa per arrivare al lavoro? Sembra proprio che tu e il letto siate una cosa sola! Allora? Guarda che lo bevo tutto io il caffè, se non ti alzi immediatamente”.
“ Lasciami dormire ancora un po’” pensavo e non avevo forza né per aprire gli occhi, né per rispondere. Volevo sognare ancora, ripensare ai colori della notte appena trascorsa.
Avevo fatto un sogno bellissimo. Era uguale al giorno in cui per la prima volta avevo indossato una maschera subacquea e varcato la soglia di quella diversa e unica dimensione immateriale che è la superficie del mare.
Il mio corpo senza peso, la trasparenza del liquido e i colori pastello del fondale, ricco di pesci e altri animali sconosciuti.
Mentre galleggiavo avevo sollevato lo sguardo e visto mio padre venirmi incontro camminando lungo una strada bianca. Mi aveva detto: “ guarda come sei trascurato! Prometti che domattina farai la barba e taglierai i capelli! “
Io gli avevo sorriso e lui mi aveva teso la mano sollevandomi, e mano nella mano avevamo camminato insieme, parlando della pioggia che quell’estate era mancata, rendendo arida tutta la campagna.
Poi, aveva detto: “ Quando passerai da casa, bacia la mamma da parte mia, mi raccomando! ”
“ Fabio, Fabio, sei ancora lì? ”
Mi sentivo chiamare di nuovo e mentre mi giravo verso la voce, tornavo a guardare mio padre che non c’era già più.
“ Per la miseria, ho gli occhi appiccicosi stamattina, e mi sento stanchissimo! Quasi quasi prendo un giorno di malattia e per oggi me ne rimango a letto! ”
“ Fabio, tesoro! “
“ Ok, Ok mi sto alzando” penso, ma sento che il tono di voce è cambiato; è tenero, quasi un lamento.
Un ultimo pensiero prima di sollevarmi: il ricordo di un aforisma di uno scrittore semisconosciuto, certo A. F. Blumfeld : “ Non siamo che blandi
Emanuele ha ora undici anni. Alla sua prima vaccinazione obbligatoria, a pochissimi mesi di età, ha cominciato ad avere il corpicino sconquassato da attacchi epilettici.
Inizialmente il tutto si scatenava in concomitanza di episodi febbrili ma poi in momenti inaspettati, senza pace.
Anni di ospedali, indagini mediche, cure inefficaci e continuava a "perdere il tempo".
" Tornava" dalle battaglie elettriche dei suoi neuroni tramortito, per poi essere caricato a mille, inquieto, sempre in movimento.
Seguito da genitori attenti finalmente due anni fa... Siena! Solo qui l'equipe medica ha saputo trovare la strada giusta e da allora Emanuele ne ha fatto di conquiste!
Ha ancora difficoltà nel linguaggio ma riesce in alcune cose dove io stessa avrei problemi.
Ieri è stato in ospedale per un intervento chirurgico, anche se piccolo, ma il suo paventato risveglio è stato una sorpresa per la mamma e me accanto a lui.
Avrei voluto scappare per non vederlo soffrire ma non ho potuto ed egli è stato quasi quieto, meravigliandoci. Io fra me e me..."cosa può essere stato anche un intervento chirurgico per chi è abituato a soffrire da sempre?!".
Ha ricevuto tra le altre anche la telefonata della sua insegnante di sostegno dello scorso anno e con gli occhi pieni di gioia le ha urlato: " maestraa!".
Riesce a memorizzare tantissimo, a scrivere col computer ma non con la penna e... qualcuno ha deciso che con la quinta elementare deve finire il suo percorso scolastico. Non ci sono soldi per insegnanti di sostegno.
Che mondo è questo che toglie un contesto importantissimo per la crescita di un cucciolo di uomo? Ma Emanuele è circondato d'amore, dà amore e continua a riconquistare il tempo perduto, comunque.
Miriam rilegge per l'ennesima volta la quarta riga della pagina del libro, senza capire nulla, incapace di concentrarsi sulla chimica. Il paragrafo che sta tentando di mandare a mente riguarda gli acidi di Lewis, ma lei non si ricorda neppure che cosa sia un acido di Lewis. Era quello che cedeva protoni? O forse cedeva un doppietto di elettroni?
Oh, ma chi se ne importa, la chimica non è assolutamente la materia per lei. E poi, chi ha voglia di studiare di sabato sera?
Miriam chiude il libro e guarda l'orologio a muro della sua stanza. Sono quasi le nove. I suoi genitori sono appena usciti per uno dei loro appuntamenti mondani, mentre sua sorella è in bagno a impiastricciarsi la faccia per uscire con gli amici. Lei sì che non ha pensieri. Lei non passerebbe il sabato sera a studiare neppure se il lunedì successivo avesse l'esame di maturità.
Che vita quella di mia sorella, pensa Miriam. Tutta amici, fidanzati (Miriam ha ormai perso il conteggio dei fidanzati di sua sorella), discoteca e divertimento. Senza mai un pensiero. Senza mai premurarsi di prendere qualcosa sul serio. Lei, Miriam, non ce la farebbe a vivere in quel modo.
No, a lei piace dedicarsi anima e corpo a tutto quello che fa, prendere seriamente le opportunità che la vita le offre e cercare di costruire qualcosa di buono. Qualcosa che le dia delle soddisfazioni. Qualcosa che la faccia sentire importante, che la faccia sentire parte integrante del mondo in cui vive, senza riserve, senza se e senza ma.
La porta della camera si apre. Sua sorella non si dà mai la pena di bussare. Alyssa si ferma sulla porta della stanza.
“Io esco. ” annuncia, laconica.
Miriam guarda Alyssa, troppo scollata, troppo truccata, con le gambe troppo scoperte. Guarda sua sorella e scorge l'esatto contrario di sé stessa. Hanno solo due anni di differenza, ma sono così diverse. In tutto.
“Potresti almeno metterti delle calze. ” tenta Miriam.
Per tutta risposta, Alyssa le fa una linguaccia. Poi ritorna s
Dopo l'ennesima buca non mi trattengo più e do libero sfogo ad una sequela di imprecazioni maledicendo il momento in cui mi sono deciso a prendere la vecchia provinciale malridotta da fare schifo. L'ho fatto per accorciare il tragitto verso il paese di una decina di chilometri pur sapendo che la vecchia strada è ormai in disuso, solo non immaginavo lo stato in cui si trova. Dopo un duro giorno di lavoro caracollando da una fattoria e l'altra per l'intero contado di Montepiano, il mio paese, a controllare il bestiame di tutti gli allevatori sotto la mia giurisdizione non vedevo l'ora di tornare a casa. Non ho con me alcuna bottiglia di Montenegro, quello lo danno solo ai veterinari nella TV non ai miseri come me. Ormai non manca molto, solo una mezza dozzina di chilometri e solo due per l'ultima borgata che si trova lungo il percorso. Qui, però, non devo fermarmi, mi risulta sia del tutto abbandonata. A darne una parvenza di civiltà solo tre lampioni stradali che miracolosamente al tramonto si accendono di una luce rossastra.
Appena uscito da un'ampia curva che imbocca un rettilineo lungo circa mezzo chilometro la macchina ha un brusco sobbalzo, quasi un singhiozzo. Istintivamente do un rapido sguardo alla strumentazione di bordo, non ci sono spie accese e anche il livello del carburante non raggiunge la riserva. Probabilmente nell'ultima buca qualcosa ha fatto contatto e per qualche istante la macchina ne ha risentito. Mi trattengo a malapena di accelerare, il rettifilo mi invoglia a farlo, il buon senso me lo sconsiglia. Improvvisamente un vivido bagliore proveniente dall'alto per pochi attimi mi abbaglia, poi tutto rientra nella normalità, o almeno così credo. Strano il cielo è sereno e non si prevede cattivo tempo e questo non mi è sembrato affatto un fulmine. Questa volta mi lascio tentare e accelero ma, fatti pochi metri mi accorgo che la macchina non risponde al mio piede anzi, prende a decelerare. Improvvisamente le luci interne si spengono del tutto
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