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Racconti sulla disabilità

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Indifferenza

Cammino lentamente, cercando di mostrare disinvoltura, quasi un ostento. Il bastone mi aiuta molto, ma penso che renda più difficile trovare, appunto, quella disinvoltura che cerco.
Fa molto caldo. Il sole è libero nel cielo. Sento sulla mia pelle il calore, quel calore che, mi dicono, promette luce e colore. Con me questa promessa non l'ha mai mantenuta. Mi sono sempre chiesto se il calore è sempre direttamente proporzionale alla luce. Mi hanno detto di no. "Dannazione!" ho pensato. Ero quasi arrivato a stabilire con certezza quando c'è il sole e quando no! Poi ho capito che sono solo in grado di dire quando il sole è libero nel cielo con sicurezza. E mi sono immaginato i raggi come tante mani. Scendono dall'alto e ti accarezzano, ti abbracciano e camminano con te, come portandoti a braccetto.
E così, con il sole al mio fianco mi incammino per i larghi marciapiedi.
Oggi c'è molto traffico. È quasi assordante, tanto che in alcuni momenti risulta difficile sentire il ticchettio del bastone sulla pietra. Nei momenti di quiete però sento anche il passo della gente. Ce n'è molta. Eppure è solo una percezione sonora di passi distanti, nessuno, da quando sono uscito di casa, mi ha a mala pena sfiorato. Sono riuscito ad identificare un meccanico, con la sua scia d'olio; due donne in carriera, con il loro profumo inebriante e il passo ritmato dal tacco; un teenager, con il suo timbro di sviluppo e le cuffiette. Ascolta i Greenday. Camminava a due metri da me; un muratore, con la sua lozione di calce e sudore; e qualche uomo d'affari: tutti con lo stesso dopobarba.
È buffo. Non li posso vedere. Ma ho la certezza che loro mi hanno visto tutti.
Sento sotto i miei ultimi due passi una leggera discesa. Ancora un passo, una battuta col bastone. Asfalto. Non mi sono mai avventurato in questa parte di città. Un rumoroso spostamento d'aria mi dice che davanti a me stanno passando delle macchine. Faccio mezzo passo indietro. Ho bisogno di stare ad ascoltar

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   2 commenti     di: Davide Asborno


Il passato ritorna

Dodici anni prima

Era un tiepido pomeriggio di fine estate. Il sole s'apprestava a nascondersi dietro i tetti spioventi delle case mentre l'afa irrespirabile, che durante il giorno aveva soffocato l'intera città, allentava la sua morsa, lasciando filtrare qualche lieve folata di aria più fresca attraverso la sua cappa opprimente.
Mancavano pochi minuti alle sette di sera e la cena non sarebbe stata pronta prima di un ora.
Alba spense la televisione, dove fino a poco prima aveva assistito ad una puntata dei suoi cartoni preferiti, e raggiunse la mamma in cucina.
Stava mondando le foglie dell'insalata che avrebbero consumato per cena assieme ad una fettina di carne.
“Mamma, posso scendere giù in cortile a giocare a palla assieme a Martina? ”, le domandò rivolgendole uno sguardo furbetto, infilandosi ai piedi le sue scarpe da ginnastica, certa che lei non le avrebbe negato il permesso di raggiungere la sua amichetta.
“Va bene, ma non fare più tardi delle otto... e mi raccomando, cerca di non sudare troppo, altrimenti rischi d'ammalarti”, si raccomandò come tutte le volte in cui scendeva giù nel cortile del palazzo per trascorrere un oretta di gioco assieme a Martina, la bambina che abitava nell'appartamento accanto al loro e che frequentava la sua stessa classe di seconda media.
“Non preoccuparti, mamma. Non tarderò nemmeno un secondo e ti prometto che non prenderò freddo”, la rassicurò anche se fuori c'erano più di ventisette gradi e si sudava anche solo stando fermi, mentre si chiudeva la porta dell'appartamento alle spalle e correva giù per le scale dell'androne andando incontro a Martina.

“Allora, Alba, ti decidi o no a passarmi quella palla? ”. Alba sbirciò l'orologio che indossava al polso destro, rendendosi conto che mancavano meno di cinque minuti all'ora che aveva concordato con la madre per il rientro.
“Va bene, però facciamo solo un altro paio di tiri. Tra poco devo salire a casa”, rispose a Martina

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   3 commenti     di: Eleonora Rossi


Incontro ravvicinato 3 - la fine

Ho quarantacinque anni, sono veterinario libero professionista convenzionato con la mia provincia e sono un single di ritorno, nel senso che mi sono separato dopo venti anni di matrimonio. Lo sono ormai da circa tre anni, da quando mia figlia al suo diciottesimo anno ci invitò a sederci uno di fronte all'altra e con sorprendente schiettezza ci disse che non poteva più convivere in una famiglia più incasinata come la nostra, tra continui bisticci e rimbrotti, scenate, incomprensioni ed equivoci.
"Separatevi - ci disse - così posso stare indistintamente sia con l'uno che con l'atra senza dovermi più incavolare con tutti e due"
Detto fatto, mai consiglio fu seguito con maggiore celerità. Tre mesi dopo, la separazione ovviamente consensuale, due anni dopo il divorzio definitivo. Ora viviamo felicemente tutti e tre, io da solo con il mio disordine interiore ed esteriore, la mia ex con un nuovo compagno, un vecchio compagno di scuola dalla fiamma sopita e improvvisamente riaccesa e Giusy, la nostra bambina, che da più di un anno vive beatamente con un fidanzato di circa dieci anni più grande. In tutta questa situazione è l'unica cosa che non riesco a mandare giù, dieci anni mi sembrano francamente troppi, ma, contenta lei...
La cosa più straordinaria dopo il mio divorzio è che con la ex vivo in perfetta armonia, oggi siamo grandi amici, ci incontriamo quasi tutti i giorni, spesso facciamo colazione insieme, spettegoliamo sui nostri amici, spesso ceniamo anche insieme, ovviamente in tre, e ci interessiamo di nostra figlia come non lo abbiamo mai fatto in passato quando eravamo una famiglia.
Tonia, la mia ex moglie, è assistente sociale e si occupa principalmente delle famiglie che hanno figli disabili; lo fa in vari modi, promuovendo varie iniziative sociali coinvolgendo le autorità scolastiche e comunali, e spesso rompendo le scatole al sottoscritto, costringendomi a intervenire a noiosi incontri e dibattiti con personalità politiche e sociali.

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   8 commenti     di: Michele Rotunno


Pioggia d'estate

“ Fabio! Fabio! Svegliati. Sono le sette e sei in ritardo come al solito! Possibile che tu non riesca mai ad alzarti per tempo? E finisce sempre che bisogna fare la corsa per arrivare al lavoro? Sembra proprio che tu e il letto siate una cosa sola! Allora? Guarda che lo bevo tutto io il caffè, se non ti alzi immediatamente”.
“ Lasciami dormire ancora un po’” pensavo e non avevo forza né per aprire gli occhi, né per rispondere. Volevo sognare ancora, ripensare ai colori della notte appena trascorsa.
Avevo fatto un sogno bellissimo. Era uguale al giorno in cui per la prima volta avevo indossato una maschera subacquea e varcato la soglia di quella diversa e unica dimensione immateriale che è la superficie del mare.
Il mio corpo senza peso, la trasparenza del liquido e i colori pastello del fondale, ricco di pesci e altri animali sconosciuti.
Mentre galleggiavo avevo sollevato lo sguardo e visto mio padre venirmi incontro camminando lungo una strada bianca. Mi aveva detto: “ guarda come sei trascurato! Prometti che domattina farai la barba e taglierai i capelli! “
Io gli avevo sorriso e lui mi aveva teso la mano sollevandomi, e mano nella mano avevamo camminato insieme, parlando della pioggia che quell’estate era mancata, rendendo arida tutta la campagna.
Poi, aveva detto: “ Quando passerai da casa, bacia la mamma da parte mia, mi raccomando! ”


“ Fabio, Fabio, sei ancora lì? ”
Mi sentivo chiamare di nuovo e mentre mi giravo verso la voce, tornavo a guardare mio padre che non c’era già più.
“ Per la miseria, ho gli occhi appiccicosi stamattina, e mi sento stanchissimo! Quasi quasi prendo un giorno di malattia e per oggi me ne rimango a letto! ”

“ Fabio, tesoro! “
“ Ok, Ok mi sto alzando” penso, ma sento che il tono di voce è cambiato; è tenero, quasi un lamento.
Un ultimo pensiero prima di sollevarmi: il ricordo di un aforisma di uno scrittore semisconosciuto, certo A. F. Blumfeld : “ Non siamo che blandi

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No c'è pietà

Dicono che l'hanno lasciata morire di fame e di sete,
che assurdità,
lei era morta diciassette anni fa.
Hanno cercato in ogni modo con prepotenza e con falsa pietà
di non lasciarla andare,
non farla più soffrire,
ne lei ne il genitore,
solo nostro Signore ha avuto un po' di pietà.
Hanno detto può ancora procreare,
come lo si può solo pensare,
che perfida fantasia,
è il colmo dell'ironia,
povera figlia mia.
In grande fretta hanno cercato di legiferare
pur di trattenere
quel corpo che ormai stava solo a vegetare,
ed a marcire,
lo hanno fatto per far vedere
che possono comandare,
ma questo non vuole dire un popolo saper governare,
questa è sopraffazione ed al potere solo pensare.
Non mi vengano poi a dire
che tutti i cattolici erano a favore,
statistiche alla mano, eccole qua,
era già molto se come loro la pensavano una metà.
In queste cose ci sono passato col genitore
che mi ha pregato, manda via quel dottore,
in pace voglio morire
è troppo forte il mio dolore.
Così ho fatto, anche se con la morte nel cuore.
Parlano e parlano in tanti per sentito dire
ma queste cose solo chi le ha provate le può capire
e che strazio quello scempio doloroso
giorno dopo giorno dover vedere.
Un conto è dire siamo sempre pronti ad aiutare
ed accudire
senza capire
che non possono loro provare
la stessa sofferenza di un figlio o di un genitore.
Vi prego quando è così meglio lasciarli andare
e non costringerli ad ingurgitare
cibo e medicine per farlo assimilare.
Che sia nostro Signore a giudicare.
Lui che ha pietà
e non come tante persone in questo caso
che tanto hanno fatto solo per apparire
non rispettando il vero dolore.



Andrete lontano insieme

Non capisco come possa essere successo. Guardavo sempre avanti e la meta, il mio traguardo, non sembrava distante ma ciò che avevo costruito improvvisamente è crollato su sé stesso.
Si lamentava sempre allo stesso modo Matteo e noi eravamo obbligati ad ascoltarlo. E oltre a essere frequenti, i suoi singhiozzi erano anche lunghi.
Ho forse corso troppo provando a vivere i miei sogni oppure la colpa è da attribuire alla cecità verso gli eventi presenti? Aiutatemi!
Continuava così da diversi giorni. Il motivo? Francesca. L'aveva conosciuta due settimane prima alla festa della Libertà e trascorse tutta la serata in sua compagnia. Poi erano usciti un paio di volte insieme. Al cinema, in discoteca, al pub, sembrava ci fossero i presupposti per iniziare una relazione seria. E poi, niente. Prima le solite scuse, "Esco già con un'amica", "Stasera sono stanca", "Ho mal di pancia", poi piano piano smise proprio di rispondere al telefono. E Matteo? Sembrava una fontana, versava lacrime in continuazione e ripeteva le sue lamentele.
Ci tenevi tanto a lei - gli chiesi.
Sì, per me è stata come una salvezza, un angelo. Era una situazione di merda, senza lavoro, litigi continui con i miei e molti dei miei amici che mi avevano voltato le spalle. Mi sentivo morto finche non conobbi Francesca, mi ha dato come una boccata d'aria e così ho ripreso a respirare. È diventata un sogno per me, per questo ero deciso di inseguirlo.
Chiaro. È un'azione nobile inseguirli, nessuno potrà mai venirti a dire che non sia giusto, e se lo faranno saà solo perché saranno diventati invidiosi di te. Non hai sbagliato niente, hai solo confuso l'approccio: invece che rincorrere i sogni, prendili per mano rendendoli reali. Vedrete, andrete lontano insieme.

   0 commenti     di: vasily biserov


Muovermi velocemente

Adesso tengo lo sfizio di fiatare, nutro una necessità colossale dentro di me di parlare in scarse parole, tale è la mia contentezza. Rispecchio, alla mia vita diretta e rifletto a ciò che ho separato proseguente il durevole tratto di strada. Proprio oggi ero in grado di uscire, andare a spiare se nel piccolo prato dietro casa sono finalmente spuntate le rose, ma non è più quel prato che desidero passeggiare. Considero, ma la mia fantasia è giovane, facoltosa di sogni e di riflessioni generosi, che non formano più in me obblighi, pronunciate lentamente da parte di espressioni desiderose. Un tempo ero presente in pensieri avvolti nel momento in cui mi sentivo diverso dagli altri. A volte ancora oggi la mia vita mostra, la stessa cosa di spedire a fan culo tutto, di indirizzare, tutte quelle persone che odiavano la consueta disabilità, della mia vita. Tenevo angoscia, osservavo il dovere di scomparire, staccarmi, di correre via, muovermi velocemente, volare in alto, allontanarmi dai loro occhi intorno a me, senza frenare neanche una volta. Invece non hai la forza di abbandonare tutto in posizione nascosta. Non puoi confezionare un passato, dove esclusivamente, sopporterebbe un deforme incubo da scordare mentre già si è vivaci. Non fila in questo modo. Nella vita inizialmente, sei debitore di logiche per mezzo di quello che costruisci. Non sopporti, senza soluzione di continuità, in base a qualcuno che sistema, le tue difficoltà. Chissà ci sarebbe forza generatrice sempre disposto ad andare subito dietro alla tua vita? Aiutarti ogni volta che ti occorre aiuto? No, nella vita non funziona così. Qualunque realtà oggettiva, segno, immaginazione, portano un valore. La vita è alla maniera di un gigantesco mosaico. È Dio, l'artista. Non compariamo noi a prendere i ritagli da tenersi attaccato congiuntamente, a stabilire cosa raffigurare. Invece non tutti sono partoriti artisti. Molti devono capire da soli in che modo dare forma al proprio futuro. Devono dar

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   0 commenti     di: giovanni barra



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