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Racconti sulla disabilità

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Storie di un radioamatore-Il bambino disabile

Eccomi di nuovo qua a raccontarvi una delle tante storie della mia infanzia, raccontata da mio padre. Normalmente questa è una storia che facevano parte di una serie di racconti che tra gli anni '70 e '80 fecero scalpore nelle radio della Germania e mio padre era uno dei tanti ascoltatori di quel periodo. Questi racconti erano avvenimenti che erano davvero capitati a dei camionisti e che ogni giorno avevano una storia da raccontare la loro vita all'esterno. Il maggior autore di spicco di questi racconti era Johnny Hill e che grazie a questi racconti divenne uno dei famosi cantastorie di tutta la Germania. Ecco qua a raccontare una delle tante storie di questo ormai pensionato cantastorie ed ex camionista:

Un giorno un bambino disabile decise di mettersi in contatto col mondo esterno attraverso una radio cb donatogli dal padre, l'accese e si mise sul canale 14 alla ricerca di qualcuno con cui poter parlare. Un camionista sentì la voce sul canale 14, era Johnny Hill, alzò il ricevitore e disse al bambino che poteva parlare:
il bambino disse: "Sono un bambino in sedia a rotelle ed ho deciso di voler parlare con qualcuno, sono solo in casa, mia madre non c'è mai e non può mai stare con me perché deve lavorare. Mio padre invece è un camionista e mi aveva promesso di portarmi a fare un giro col suo camion, ma adesso lui non può, perché è morto in un incidente, mentre parlava con la sua radio, proprio come ora fai tu, non voglio spaventarti ma volevo solo fare un giro in camion, chiedevo solo questo.".
Quelle parole a Johnny Hill le arrivarono al cuore ed allora accontentò il bambino chiedendogli dove vivesse e il suo indirizzo così da poterlo accontentare per la sua richiesta. Il bambino parlò come se fosse niente a quel sconosciuto è questo che colpì Johnny Hill, la tenacia di quel bambino. Il bambino inconsciamente aveva attirato altri camionisti che erano pronti anche loro per accontentarlo;infatti davanti casa del ragazzo oltre ad Hill se ne presen

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Il passato ritorna

Dodici anni prima

Era un tiepido pomeriggio di fine estate. Il sole s'apprestava a nascondersi dietro i tetti spioventi delle case mentre l'afa irrespirabile, che durante il giorno aveva soffocato l'intera città, allentava la sua morsa, lasciando filtrare qualche lieve folata di aria più fresca attraverso la sua cappa opprimente.
Mancavano pochi minuti alle sette di sera e la cena non sarebbe stata pronta prima di un ora.
Alba spense la televisione, dove fino a poco prima aveva assistito ad una puntata dei suoi cartoni preferiti, e raggiunse la mamma in cucina.
Stava mondando le foglie dell'insalata che avrebbero consumato per cena assieme ad una fettina di carne.
“Mamma, posso scendere giù in cortile a giocare a palla assieme a Martina? ”, le domandò rivolgendole uno sguardo furbetto, infilandosi ai piedi le sue scarpe da ginnastica, certa che lei non le avrebbe negato il permesso di raggiungere la sua amichetta.
“Va bene, ma non fare più tardi delle otto... e mi raccomando, cerca di non sudare troppo, altrimenti rischi d'ammalarti”, si raccomandò come tutte le volte in cui scendeva giù nel cortile del palazzo per trascorrere un oretta di gioco assieme a Martina, la bambina che abitava nell'appartamento accanto al loro e che frequentava la sua stessa classe di seconda media.
“Non preoccuparti, mamma. Non tarderò nemmeno un secondo e ti prometto che non prenderò freddo”, la rassicurò anche se fuori c'erano più di ventisette gradi e si sudava anche solo stando fermi, mentre si chiudeva la porta dell'appartamento alle spalle e correva giù per le scale dell'androne andando incontro a Martina.

“Allora, Alba, ti decidi o no a passarmi quella palla? ”. Alba sbirciò l'orologio che indossava al polso destro, rendendosi conto che mancavano meno di cinque minuti all'ora che aveva concordato con la madre per il rientro.
“Va bene, però facciamo solo un altro paio di tiri. Tra poco devo salire a casa”, rispose a Martina

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   3 commenti     di: Eleonora Rossi


Incontro ravvicinato 3 - la fine

Ho quarantacinque anni, sono veterinario libero professionista convenzionato con la mia provincia e sono un single di ritorno, nel senso che mi sono separato dopo venti anni di matrimonio. Lo sono ormai da circa tre anni, da quando mia figlia al suo diciottesimo anno ci invitò a sederci uno di fronte all'altra e con sorprendente schiettezza ci disse che non poteva più convivere in una famiglia più incasinata come la nostra, tra continui bisticci e rimbrotti, scenate, incomprensioni ed equivoci.
"Separatevi - ci disse - così posso stare indistintamente sia con l'uno che con l'atra senza dovermi più incavolare con tutti e due"
Detto fatto, mai consiglio fu seguito con maggiore celerità. Tre mesi dopo, la separazione ovviamente consensuale, due anni dopo il divorzio definitivo. Ora viviamo felicemente tutti e tre, io da solo con il mio disordine interiore ed esteriore, la mia ex con un nuovo compagno, un vecchio compagno di scuola dalla fiamma sopita e improvvisamente riaccesa e Giusy, la nostra bambina, che da più di un anno vive beatamente con un fidanzato di circa dieci anni più grande. In tutta questa situazione è l'unica cosa che non riesco a mandare giù, dieci anni mi sembrano francamente troppi, ma, contenta lei...
La cosa più straordinaria dopo il mio divorzio è che con la ex vivo in perfetta armonia, oggi siamo grandi amici, ci incontriamo quasi tutti i giorni, spesso facciamo colazione insieme, spettegoliamo sui nostri amici, spesso ceniamo anche insieme, ovviamente in tre, e ci interessiamo di nostra figlia come non lo abbiamo mai fatto in passato quando eravamo una famiglia.
Tonia, la mia ex moglie, è assistente sociale e si occupa principalmente delle famiglie che hanno figli disabili; lo fa in vari modi, promuovendo varie iniziative sociali coinvolgendo le autorità scolastiche e comunali, e spesso rompendo le scatole al sottoscritto, costringendomi a intervenire a noiosi incontri e dibattiti con personalità politiche e sociali.

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   8 commenti     di: Michele Rotunno


Vigliacco!

Di certo una persona ke nn fa nulla.
Non progredisce
Se io continuassi a scrivere con il cuore
Allora sarei un dio.
Ma gia solo la mia mente basta.

Ero sulla riva del mare...
Avevo 27 anni
Conoscete il proverbio cinese?
Stavo aspettando che il cadavre del mio nemico passasse.
Avevo fatto molto
Ma nn avevo continuato.
Mi sentivo inutile..
Anzi come se niente mi appartenesse..

Ero alla fabbrica..
Avevo un vibratore in mano.
Mia moglie mi aveva costretto a comprarlo perke non volevo piu fare lamore con lei..
La mia fissazione per la spiritualita mi stava portando a incanalare energia sessuale
Per sprigiornarla in estasi.
Bob mi chiamo.
Credo volesse cazzeggiare un po perke era mio amico...
Non ci provavo il piacere di quando ero bambino a giocare.
La mia armatura era rimasta.
Mi venivano ancora le ossessioni della violenza.
Ma credo che se avrei dato un pugno.
Un pezzo della mia anima si sarebbe rotto.
Mi sarei spaccato in tanti frammenti.
Ridemmo del piu e del meno.
Non ci provavo gusto volevo piangere.
Era assurdo che un uomo che rischi consapevolmente la sua vita non riceva nulla in cambio.
Usci dalla fabbrica
Stava piovendo..
Un cumolo di prostitute mi passo davanti.
Si spostavano in branchi.
Mi inginokkiai e kiesi una cosa a dio.
Avrei superato i miei limiti
Sarei andato vicino la morte
Ma ti prego fammi trovare una strada.
Sputai in faccia a una vekkietta
E gli diedi un pugno in faccia.
Non mi facevo neanke skifo per averlo fatto..
La mente mi diceva ah si! E facile prendersela con le vekkiette perche non te la sei presa con il tuo amico! Nn ne hai il coraggio!
E un altra parte diceva
La mente vuole sempre di piu fermati con questa idiozia.
Portai il vibratore a mia moglie.
E la guardai negli occhi.
Anche questo gesto nn deriva da una cosa che fluisce.
Ma era spezzettato.
Cosi come spingi una persona perke decidi di farlo senza alcun motivo.
Usci di nuovo di casa e presi a pugni all incirca altri 2 vekkietti e u

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   3 commenti     di: gianlu3295


... quattro passi

È una bella giornata e decido di andare a fare quattro passi in riva al mare.
Il litorale della mia città è invitante e molti sono i frequentatori.
C'è chi corre, chi fa arrabbiare alcuni anziani che è riuscito a schivare con la bici e chi con i pattini, chi rincorre un piccolo pallone, chi vende cineserie, chi bisboccia su una panchina e chi si prende quel sole tiepido seduto sulla spiaggia.
Dalla mia postazione, su di un rivido sedile di pietra, guardo tutta quella gente impegnata in quel momentaneo "daffare quotidiano".
Poco più in là una giovane coppietta fa le fusa come due gattini in amore ed è quasi toccante starli a guardare occhi negli occhi che si scambiano chissà quali eterne promesse d'amore.
Alla mia sinistra un vecchietto, pipa in bocca, sfoglia svogliatamente un giornale sicuramente per darsi un contegno senza nemmeno accorgersi che è alla rovescia!
Un altro cammina parlando tra sè e sè lanciando occhiate furtive a coloro che incontra quasi cercasse complicità la suo pensiero.
Verso di me si sta avvicinando un giovane handicappato seduto su una carrozzella. mi passa vicino e incrociando lo sguardo col mio mi lancia un sorriso al quale rispondo con un certo imbarazzo.
L'espressione "pura" del giovane penetra a fondo (e con meraviglia) quanto lo circonda con gli occhi di chi scopre, nell'esistenza, "il miracolo della vita".
Di fronte a quell'immagine quieta di quell'"angelo" che mi ha regalato la sua serenità illuminandomi oltre che il cuore anche la giornata... sorrido.
Ma non avrebbe dovuto essere il contrario?

   5 commenti     di: Bruno Briasco


Indifferenza

Cammino lentamente, cercando di mostrare disinvoltura, quasi un ostento. Il bastone mi aiuta molto, ma penso che renda più difficile trovare, appunto, quella disinvoltura che cerco.
Fa molto caldo. Il sole è libero nel cielo. Sento sulla mia pelle il calore, quel calore che, mi dicono, promette luce e colore. Con me questa promessa non l'ha mai mantenuta. Mi sono sempre chiesto se il calore è sempre direttamente proporzionale alla luce. Mi hanno detto di no. "Dannazione!" ho pensato. Ero quasi arrivato a stabilire con certezza quando c'è il sole e quando no! Poi ho capito che sono solo in grado di dire quando il sole è libero nel cielo con sicurezza. E mi sono immaginato i raggi come tante mani. Scendono dall'alto e ti accarezzano, ti abbracciano e camminano con te, come portandoti a braccetto.
E così, con il sole al mio fianco mi incammino per i larghi marciapiedi.
Oggi c'è molto traffico. È quasi assordante, tanto che in alcuni momenti risulta difficile sentire il ticchettio del bastone sulla pietra. Nei momenti di quiete però sento anche il passo della gente. Ce n'è molta. Eppure è solo una percezione sonora di passi distanti, nessuno, da quando sono uscito di casa, mi ha a mala pena sfiorato. Sono riuscito ad identificare un meccanico, con la sua scia d'olio; due donne in carriera, con il loro profumo inebriante e il passo ritmato dal tacco; un teenager, con il suo timbro di sviluppo e le cuffiette. Ascolta i Greenday. Camminava a due metri da me; un muratore, con la sua lozione di calce e sudore; e qualche uomo d'affari: tutti con lo stesso dopobarba.
È buffo. Non li posso vedere. Ma ho la certezza che loro mi hanno visto tutti.
Sento sotto i miei ultimi due passi una leggera discesa. Ancora un passo, una battuta col bastone. Asfalto. Non mi sono mai avventurato in questa parte di città. Un rumoroso spostamento d'aria mi dice che davanti a me stanno passando delle macchine. Faccio mezzo passo indietro. Ho bisogno di stare ad ascoltar

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   2 commenti     di: Davide Asborno


Il sabato sera ideale

Miriam rilegge per l'ennesima volta la quarta riga della pagina del libro, senza capire nulla, incapace di concentrarsi sulla chimica. Il paragrafo che sta tentando di mandare a mente riguarda gli acidi di Lewis, ma lei non si ricorda neppure che cosa sia un acido di Lewis. Era quello che cedeva protoni? O forse cedeva un doppietto di elettroni?
Oh, ma chi se ne importa, la chimica non è assolutamente la materia per lei. E poi, chi ha voglia di studiare di sabato sera?
Miriam chiude il libro e guarda l'orologio a muro della sua stanza. Sono quasi le nove. I suoi genitori sono appena usciti per uno dei loro appuntamenti mondani, mentre sua sorella è in bagno a impiastricciarsi la faccia per uscire con gli amici. Lei sì che non ha pensieri. Lei non passerebbe il sabato sera a studiare neppure se il lunedì successivo avesse l'esame di maturità.
Che vita quella di mia sorella, pensa Miriam. Tutta amici, fidanzati (Miriam ha ormai perso il conteggio dei fidanzati di sua sorella), discoteca e divertimento. Senza mai un pensiero. Senza mai premurarsi di prendere qualcosa sul serio. Lei, Miriam, non ce la farebbe a vivere in quel modo.
No, a lei piace dedicarsi anima e corpo a tutto quello che fa, prendere seriamente le opportunità che la vita le offre e cercare di costruire qualcosa di buono. Qualcosa che le dia delle soddisfazioni. Qualcosa che la faccia sentire importante, che la faccia sentire parte integrante del mondo in cui vive, senza riserve, senza se e senza ma.
La porta della camera si apre. Sua sorella non si dà mai la pena di bussare. Alyssa si ferma sulla porta della stanza.
“Io esco. ” annuncia, laconica.
Miriam guarda Alyssa, troppo scollata, troppo truccata, con le gambe troppo scoperte. Guarda sua sorella e scorge l'esatto contrario di sé stessa. Hanno solo due anni di differenza, ma sono così diverse. In tutto.
“Potresti almeno metterti delle calze. ” tenta Miriam.
Per tutta risposta, Alyssa le fa una linguaccia. Poi ritorna s

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