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Racconti sulla disabilità

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Incontro ravvicinato

Dopo l'ennesima buca non mi trattengo più e do libero sfogo ad una sequela di imprecazioni maledicendo il momento in cui mi sono deciso a prendere la vecchia provinciale malridotta da fare schifo. L'ho fatto per accorciare il tragitto verso il paese di una decina di chilometri pur sapendo che la vecchia strada è ormai in disuso, solo non immaginavo lo stato in cui si trova. Dopo un duro giorno di lavoro caracollando da una fattoria e l'altra per l'intero contado di Montepiano, il mio paese, a controllare il bestiame di tutti gli allevatori sotto la mia giurisdizione non vedevo l'ora di tornare a casa. Non ho con me alcuna bottiglia di Montenegro, quello lo danno solo ai veterinari nella TV non ai miseri come me. Ormai non manca molto, solo una mezza dozzina di chilometri e solo due per l'ultima borgata che si trova lungo il percorso. Qui, però, non devo fermarmi, mi risulta sia del tutto abbandonata. A darne una parvenza di civiltà solo tre lampioni stradali che miracolosamente al tramonto si accendono di una luce rossastra.
Appena uscito da un'ampia curva che imbocca un rettilineo lungo circa mezzo chilometro la macchina ha un brusco sobbalzo, quasi un singhiozzo. Istintivamente do un rapido sguardo alla strumentazione di bordo, non ci sono spie accese e anche il livello del carburante non raggiunge la riserva. Probabilmente nell'ultima buca qualcosa ha fatto contatto e per qualche istante la macchina ne ha risentito. Mi trattengo a malapena di accelerare, il rettifilo mi invoglia a farlo, il buon senso me lo sconsiglia. Improvvisamente un vivido bagliore proveniente dall'alto per pochi attimi mi abbaglia, poi tutto rientra nella normalità, o almeno così credo. Strano il cielo è sereno e non si prevede cattivo tempo e questo non mi è sembrato affatto un fulmine. Questa volta mi lascio tentare e accelero ma, fatti pochi metri mi accorgo che la macchina non risponde al mio piede anzi, prende a decelerare. Improvvisamente le luci interne si spengono del tutto

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   8 commenti     di: Michele Rotunno


Il passato ritorna

Dodici anni prima

Era un tiepido pomeriggio di fine estate. Il sole s'apprestava a nascondersi dietro i tetti spioventi delle case mentre l'afa irrespirabile, che durante il giorno aveva soffocato l'intera città, allentava la sua morsa, lasciando filtrare qualche lieve folata di aria più fresca attraverso la sua cappa opprimente.
Mancavano pochi minuti alle sette di sera e la cena non sarebbe stata pronta prima di un ora.
Alba spense la televisione, dove fino a poco prima aveva assistito ad una puntata dei suoi cartoni preferiti, e raggiunse la mamma in cucina.
Stava mondando le foglie dell'insalata che avrebbero consumato per cena assieme ad una fettina di carne.
“Mamma, posso scendere giù in cortile a giocare a palla assieme a Martina? ”, le domandò rivolgendole uno sguardo furbetto, infilandosi ai piedi le sue scarpe da ginnastica, certa che lei non le avrebbe negato il permesso di raggiungere la sua amichetta.
“Va bene, ma non fare più tardi delle otto... e mi raccomando, cerca di non sudare troppo, altrimenti rischi d'ammalarti”, si raccomandò come tutte le volte in cui scendeva giù nel cortile del palazzo per trascorrere un oretta di gioco assieme a Martina, la bambina che abitava nell'appartamento accanto al loro e che frequentava la sua stessa classe di seconda media.
“Non preoccuparti, mamma. Non tarderò nemmeno un secondo e ti prometto che non prenderò freddo”, la rassicurò anche se fuori c'erano più di ventisette gradi e si sudava anche solo stando fermi, mentre si chiudeva la porta dell'appartamento alle spalle e correva giù per le scale dell'androne andando incontro a Martina.

“Allora, Alba, ti decidi o no a passarmi quella palla? ”. Alba sbirciò l'orologio che indossava al polso destro, rendendosi conto che mancavano meno di cinque minuti all'ora che aveva concordato con la madre per il rientro.
“Va bene, però facciamo solo un altro paio di tiri. Tra poco devo salire a casa”, rispose a Martina

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   3 commenti     di: Eleonora Rossi


Emanuele riconquista il suo tempo

Emanuele ha ora undici anni. Alla sua prima vaccinazione obbligatoria, a pochissimi mesi di età, ha cominciato ad avere il corpicino sconquassato da attacchi epilettici.
Inizialmente il tutto si scatenava in concomitanza di episodi febbrili ma poi in momenti inaspettati, senza pace.
Anni di ospedali, indagini mediche, cure inefficaci e continuava a "perdere il tempo".
" Tornava" dalle battaglie elettriche dei suoi neuroni tramortito, per poi essere caricato a mille, inquieto, sempre in movimento.
Seguito da genitori attenti finalmente due anni fa... Siena! Solo qui l'equipe medica ha saputo trovare la strada giusta e da allora Emanuele ne ha fatto di conquiste!
Ha ancora difficoltà nel linguaggio ma riesce in alcune cose dove io stessa avrei problemi.
Ieri è stato in ospedale per un intervento chirurgico, anche se piccolo, ma il suo paventato risveglio è stato una sorpresa per la mamma e me accanto a lui.
Avrei voluto scappare per non vederlo soffrire ma non ho potuto ed egli è stato quasi quieto, meravigliandoci. Io fra me e me..."cosa può essere stato anche un intervento chirurgico per chi è abituato a soffrire da sempre?!".
Ha ricevuto tra le altre anche la telefonata della sua insegnante di sostegno dello scorso anno e con gli occhi pieni di gioia le ha urlato: " maestraa!".
Riesce a memorizzare tantissimo, a scrivere col computer ma non con la penna e... qualcuno ha deciso che con la quinta elementare deve finire il suo percorso scolastico. Non ci sono soldi per insegnanti di sostegno.
Che mondo è questo che toglie un contesto importantissimo per la crescita di un cucciolo di uomo? Ma Emanuele è circondato d'amore, dà amore e continua a riconquistare il tempo perduto, comunque.

   2 commenti     di: Chira


Andrete lontano insieme

Non capisco come possa essere successo. Guardavo sempre avanti e la meta, il mio traguardo, non sembrava distante ma ciò che avevo costruito improvvisamente è crollato su sé stesso.
Si lamentava sempre allo stesso modo Matteo e noi eravamo obbligati ad ascoltarlo. E oltre a essere frequenti, i suoi singhiozzi erano anche lunghi.
Ho forse corso troppo provando a vivere i miei sogni oppure la colpa è da attribuire alla cecità verso gli eventi presenti? Aiutatemi!
Continuava così da diversi giorni. Il motivo? Francesca. L'aveva conosciuta due settimane prima alla festa della Libertà e trascorse tutta la serata in sua compagnia. Poi erano usciti un paio di volte insieme. Al cinema, in discoteca, al pub, sembrava ci fossero i presupposti per iniziare una relazione seria. E poi, niente. Prima le solite scuse, "Esco già con un'amica", "Stasera sono stanca", "Ho mal di pancia", poi piano piano smise proprio di rispondere al telefono. E Matteo? Sembrava una fontana, versava lacrime in continuazione e ripeteva le sue lamentele.
Ci tenevi tanto a lei - gli chiesi.
Sì, per me è stata come una salvezza, un angelo. Era una situazione di merda, senza lavoro, litigi continui con i miei e molti dei miei amici che mi avevano voltato le spalle. Mi sentivo morto finche non conobbi Francesca, mi ha dato come una boccata d'aria e così ho ripreso a respirare. È diventata un sogno per me, per questo ero deciso di inseguirlo.
Chiaro. È un'azione nobile inseguirli, nessuno potrà mai venirti a dire che non sia giusto, e se lo faranno saà solo perché saranno diventati invidiosi di te. Non hai sbagliato niente, hai solo confuso l'approccio: invece che rincorrere i sogni, prendili per mano rendendoli reali. Vedrete, andrete lontano insieme.

   0 commenti     di: vasily biserov


Il bambino

Quando suonò la sveglia, la prima cosa che Lucia percepì fu il rumore della pioggia. Erano le sei del mattino, la casa gelida non invitava certo a lasciare il caldo del letto. Pochi minuti per accendere tutti i file del cervello e Lucia si alzò.. Brrrr! Un brivido le percorse la schiena, quella casa è decisamente gelida. Lucia non aveva mai avuto la sensazione che quella casa fosse accogliente. L'inverno era gelida e l'estate bollente, era un attico, una specie di nido d'aquila, appollaiato sui monti di fumi maleodoranti della vicina discarica. Eh già, oltre ad essere una brutta casa, fredda, era anche vicino ad una grande discarica.
Lucia e il marito vi erano andati ad abitare perchè era economico l'affitto.
Anche quella mattina Lucia si recò in cucina per preparare il caffè.
Il caffè per Lucia è un rito sacro, la cui violazione compromette l'umore della giornata.
Attende, con gli occhi assonnati, attende di sentire il caffè che rumoreggia nella caffettiera. Quel tempo di attesa riporta alla mente della donna il peso del dovere, il dovere di affrontare una nuova giornata, nuova ma vecchia.. Quando i pensieri sembravano prendere il sopravvento, il gorgoglio del caffè riporta Lucia alla realtà della sua giornata. Si versa il caffè nella tazzina e si siede perchè quel momento magico merita una pausa. Il liquido caldo a contatto con le papille gustative accende un fremito che invade il corpo e lo riscalda, un abbraccio intenso.
Quando la casa è ancora avvolta nel silenzio, il caffè diventa un amplesso virtuale del gusto.
Solo pochi istanti di piacere e poi si vola nel quotidiano.
Lucia sveglia il marito che per lavoro esce prima di lei, beato lui! Beato perchè a lei resta il peso di gestire quel bambino tanto desiderato e tanto odiato.
Lucia e Mario erano sposati da alcuni anni quando decidono di avere un figlio. La gravidanza era stata splendida, tanti sogni e buoni propositi genitoriali. Lucia inconsapevolmente era di una superbia inf

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   1 commenti     di: silvia leuzzi


II Pepeu

Il Pepeu è morto il 24 settembre del 1987, ma il corpo è stato ritrovato solo tre giorni dopo. Io c'ero, perciò so come sono andate le cose.
Il Pepeu era nato appena dopo la Grande Guerra. Da allora era sempre vissuto in paese e lo conoscevano tutti. Il suo vero nome era Giuseppe. Giuseppe Pedraschi, ma a nessuno sarebbe mai venuto in mente di chiamarlo così. Per quel che posso ricordare, lui è sempre stato il Pepeu. Il Pepeu e basta.
Che fosse un po' suonato lo si era capito da subito. Era nato con il testone pieno d'acqua e ha sempre avuto lo sguardo un po' perso. Mica era facile capire da che parte guardava. Non è che avesse proprio gli occhi storti, ma sembrava che guardasse sempre dalla parte sbagliata. Voglio dire: se ti parlava, si guardava le scarpe, se tutti avevano il naso all'insù per ammirare i fuochi d'artificio del 15 agosto, lui osservava il fondo della valle. Se passava una di quelle macchine sportive quando c'era la gara in salita, lui se ne stava a fissarsi le unghie per ore. Non ci potevi fare niente, era fatto così.
A scuola faceva fatica. Non capiva quasi niente e poi c'è andato poco. Lo hanno bocciato due volte e non credo abbia mai finito le elementari. Quando ha cominciato a lavorare avrà avuto sì e no dieci anni. Sua madre era vecchia e non navigavano certo nell'oro. Di suo padre non so nulla, credo sia morto prima che lui nascesse. Ha sempre vissuto in quella casetta a due piani, con la facciata grezza, dietro la vecchia fornace. Anche quando sua madre è morta è rimasto lì. Non si è mai spostato, che, volendo, avrebbe anche potuto farlo, con i soldi dell'assicurazione. No, lui è rimasto lì, anche se aveva il bagno in cortile e la casa era troppo grande per una persona sola.
Il Pepeu parlava poco, anche da ragazzo. Non aveva amici e se ne stava quasi sempre per conto suo a fumare sigarette che si faceva da solo. Si fumava di tutto. Paglia, camomilla, tabacco, cicoria. Magari si fumava pure la droga, ma quest

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   2 commenti     di: Marco Ant


Incontro ravvicinato 2

Giovedì, ventisei giugno. È da quando mi sono svegliato stamattina che questa data continua a torturarmi la mente, mi dice qualcosa ma che sia dannato se ricordo cosa. Spero che non sia qualche appuntamento di lavoro, non vorrei fare magre figure.
È mentre apro la porta dello studio che un improvviso squarcio nella mente mi fa ricordare che devo andare alla azienda di Giuliani per il controllo semestrale della porcilaia, un'operazione che viene fatta due volte l'anno quando, svuotata dai maiali cresciuti, questa va prima ripulita e poi disinfettata in attesa di essere riempita con i maialini per il secondo ciclo. Giuliani è proprietario della più grande azienda agricola di Montepiano e i suoi interessi spaziano dalla semplice agricoltura alla produzione e imbottigliamento di olio d'olivo e vino Aglianico. Possiede inoltre un allevamento di oltre cento mucche, un altro di circa duemila ovini e un altro ancora di milleduecento maiali, tutti convenzionati con la nostra regione e, per questo motivo, è sotto il mio diretto controllo in quanto veterinario provinciale.
L'azienda è ovviamente sparpagliata su circa un migliaio di ettari e i vari allevamenti sono distanti l'uno dall'altro. Il più lontano è proprio quello dei maiali, a circa otto chilometri dal paese e per arrivarci c'è una sola strada in terra battuta che m'impone di usare il mio vecchio Samurai, leggero e inarrestabile.
Mi godo il viaggio tra il vento che mi scompiglia i capelli, prima di partire l'ho scappottato, e proseguo distraendomi ad osservare la natura in pieno rigoglio che mi circonda. Ad un tratto mi fermo, sul ciglio della strada vedo un gelso rosso con i frutti maturi di cui molti già disseminati per terra. Mi viene voglia di raccoglierli ma desisto perché non sono attrezzato per farlo e non intendo affatto sporcarmi i vestiti con il succo rosso vermiglio, difficile poi da togliersi. Ma nulla mi impedisce di osservare bramoso la pianta. Lo sguardo oltrepassa l'albero per cadere su

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   7 commenti     di: Michele Rotunno



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