PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti drammatici

Pagine: 1234... ultimatutte

GIULIA 7 L'azione

[continua a leggere...]

   16 commenti     di: luigi deluca


Cacciando via la luna

Se ne stava lì. Sotto le bianche lenzuola di cotone del suo letto.
La testa schiacciata contro il cuscino ed i lunghi capelli corvini a coprirle il viso triste e umido di lacrime, solleticandole il naso leggermente aquilino.
Quella notte non aveva dormito. La luna aveva bussato cosi tante volte contro la finestra di quella camera da letto da rubarle il sonno ogni qual volta, aveva avvertito i suoi occhi venirne sommersi.
Che bastarda che era stata la luna quella sera! Lei l'aveva guardata un unica volta, una sola timida sbirciatina, dandole il permesso di essere ospitata nella sua iride azzurra ed essa si era arrogata il diritto di entrare nella stanza senza averne avuto il permesso.
I vetri della finestra, troppo sottili, non le avevano impedito di rimanere fuori e dopo tanto picchiare contro le imposte chiuse per farsi aprire, aveva fatto violentemente irruzione tra quelle quattro strette pareti pitturate di rosa, penetrando da una piccola fessura della tapparella socchiusa, infilandosi subdolamente nel letto accanto a lei.
Aveva dormito abbracciata a quel corpo di donna nudo dalla testa ai piedi, per tutta la notte, ma lei, al contrario non era riuscita a chiudere occhio.
Era troppa la luce che amava quell'astro splendente. Troppo il bagliore che le feriva gli occhi traditi dal pianto. Pesante il bagaglio di dolore e spine che aveva posato sul cuscino accanto al suo volto.
Bugiarda quella luna! Menzognera e falsa come colui che gliela aveva promessa.
Lui, stupido uomo insipido che l'aveva ingannata con le sue bugie infami.
Lei fragile farfalla che gli aveva creduto ciecamente e si era lasciata acciuffare per la punta delle labili ali, senza sapere di venire aggiunta ad una collezione di giovani vittime, schiacciate dal peso di una colpa che non avevano mai commesso.
La luna. Avrebbe voluto strapparla in mille pezzi, ridurla in tanti coriandoli e rispedirla nel cielo a fare compagnia alle invidiose stelle.
Frantumata e defraudata. Dentro e fu

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: Eleonora Rossi


Un banco di nebbia in una notte senza luna

La porta della cella si aprì facendo entrare un secondino, non uno di quelli soliti però, ma una faccia mai vista(smunta e dall'aria vagamente ottusa)proveniente probabilmente da un altro braccio del penitenziario. Accanto alla guardia, pochi passi più indietro, entrò un uomo dall'aspetto e dal portamento affatto diversi da qualsiasi altro presente in quel carcere: giacca e cravatta, scarpe di vernice nera, capelli e barba tagliati di fresco, una borsa di cuoio scuro nella mano destra e lo sguardo acuto e penetrante di chi sembra in grado di poterti leggere l'anima da parte a parte e dal quale non ti sembra di poter avere scampo, se per disgrazia tenti di sostenerlo, l'unica tua speranza è fuggirlo continuamente.
Marco del resto lo sapeva molto bene, aveva già incontrato quell'uomo una volta, parlando con lui a lungo in quell'occasione;fu allora che gli venne commissionato il suo "lavoro", quello per cui era finito in galera. Avrebbe dovuto trascorrervi ancora parecchi anni a rigor di logica, ma sapeva bene che nulla era mai troppo sicuro e definitivo: si poteva entrare ed uscire per molte vie da una situazione come la sua e lui non aveva mai perso la speranza che si ricordassero ancora di lui, visto il lavoro che gli aveva sbrogliato. L'apparizione quel giorno dell'uomo con la valigetta sembrava confermare i suoi presagi, tuttavia egli non si sentiva affatto incoraggiato dalla visita inattesa, ma anzi sentì d'improvviso una grande inquietudine impossessarsi delle sue viscere, come il materializzarsi di un incubo recondito. Capiva fin troppo bene che quella non era certamente una forma di cortesia, ma celava senza dubbio nuove insidie e minacce.
L'uomo in giacca e cravatta andò a sedersi proprio di fronte a Marco, gettando la borsa sul piccolo tavolo con cui la cella era arredata, dopodichè licenziò con un cenno della mano la guardia ed esordì rassicurandolo circa il fatto che avrebbe potuto parlare liberamente, senza timore che nessuno li spiasse. Non

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Claudio


oNLy iF YoU bELiEvE iT WiLL hAPPeN<<

L’osserva, semplicemente. Tutto ciò gli basta per stare bene. Assapora a pieno l’odore che emana il corpo della bella ragazza che ha al suo fianco:i capelli che ancora sanno di shampoo alla pesca, confuso con il profumo fruttato che ha indosso. Avverte il suo dolce respiro sulla pelle.. D’un tratto, il ritmo dei respiri diventa irregolare, a volte profondo ed altre quasi rimanendo in apnea. Il bel manager sorride, la bella testolina bionda starà sognando. Nel silenzio della camera, s’avverte il suono di un pianoforte in lontananza. Con le forti mani, percorre il corpo della bella biondina.. Le bacia dolcemente la guancia, impaurito di poter provocarle ancora dolore.. Sospira a fondo, il bel biondino, pensa a quanto.. beh.. a quanto sia contento. Anzi:contentissimo. Eppure, quella contentezza sembra voler sfociare nella più cupa delle tristezze:stanotte, una ragazza ha regalato il suo amore ad un uomo che, di questo sentimento, se ne ricorda solo lo spelling. Stanotte, una piccola stella ha regalato piacere ad una stella cometa. Proprio come quando le stelle più giovani vengono inghiottite, in tutta la loro luce, da una potente supernova:provano dolore, distrutte nella loro integrità, per regalare superficiale felicità ad un’altra, che senza scrupolo trarrà piacere dall’essersene impossessata. Stanotte.. beh.. stanotte, mr. James ha vissuto. Sente il cuore collassare su se stesso ogni quanto la piccola biondina stringe inconsciamente il suo corpo, catturata da un dolce sogno. Dunk si avvicina all’orecchio della bella. Dolcemente, quasi impercettibile, inizia a cantarle una dolce canzone. La sussurra, immedesimandosi come mai. Canta sensualmente, con gli occhi persi nel vuoto. E stranamente lucidi. Ogni tanto, il suo dolce canto viene smorzato da uno strano magone. Lascia all’immaginazione della piccola l’ultima parte del brano, e si stende su di un fianco a riflettere. Una piccola lacrima riga trasversalmente il volto del bel manager:la lascia scendere giù, senza preoccupars

[continua a leggere...]



A seguito del suicidio di Ada F. ( prima parte)

Il suicidio di Ada F. , di anni cinquantaquattro, fece molto scalpore. Nessuno seppe come ci fosse riuscita, ma la donna, dopo aver scalato la massicciata della Ferrovia, in un tratto isolato, protetto da alte barriere antirumore e lontano da ogni centro abitato, s' era incamminata lungo i binari, in una mattina di splendido sole. La Freccia Rossa proveniente da Roma, perfettamente in orario, si abbattè su di lei alla velocità di circa duecento chilometri orari. La frenata del treno aveva mandato scintille di fuoco visibili persino da un contadino che stava arando il suo campo con un trattore. Il lungo serpe d'acciaio s'era potuto fermare, del tutto, solo dopo alcuni chilometri, con vero terrore dei passeggeri, scaraventati gli uni addosso agli altri e con grande rovinio di bagagli. Per questo c'erano pure stati dei feriti, a bordo. I giornali riportarono che il conducente, resosi conto d'aver investito una persona, aveva avuto un collasso.

Alla lettura della disgrazia, pubblicata dalla stampa cittadina, il notaio Antonio Barberis ebbe un sobbalzo. Stava sfogliando il giornale seduto nella vecchia poltrona Frau di cuoio, nella pace del suo studio, poco prima dell'arrivo delle impiegate. Il notaio arrivava sempre con molto anticipo, sin dal mattino presto ; amava iniziare la giornata leggendo il giornale, cosa che difficilmente avrebbe potuto fare in ore più avanzate, visto il giro di telefonate e di lavoro che si accavallava nelle ore successive. Egli lesse e rilesse i particolari del fatto, davvero sconvolgente.
Alla fine, stese il foglio davanti a sé, lo passò e ripassò con le mani, quasi stesse stendendo un tovagliolo, trasse un lungo sospiro e decise di aprire la cassaforte posta alle sue spalle.

Aperto lo sportellino, egli trasse dalla piccola alcova blindata tre buste sigillate, in carta molto spessa. Tre lettere che la signora Ada F. gli aveva consegnato da circa un

[continua a leggere...]



il paese stregato

Questa è opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale.

CAPITOLO PRIMO

"Vielle 15 Novembre Vostra zia è morta stop Funerali dopodomani stop Severin..."

Partiamo col furgone alle prime ore del pomeriggio io e mio cugino Tom.
Fino a un certo punto conosco la via da seguire, ma poi sono costretto a chiedere indicazioni a dei contadini intabarrati alla guida di un carro. Quando arrivo in vista di quella strada stretta che taglia in diagonale i campi in direzione nord provo un senso di familiarità che solleva nella mia anima ricordi tenui e sopiti dall'infanzia: immagini di posti inondati di sole, di luce bianca...
É una giornata grigia di novembre. Tom non dice una parola e nemmeno io ho tanta voglia di parlare.
Il paesaggio è viscido, sfumato, il cielo coperto di nubi. L'aria ha un tepore gradevole dovuto alla troppa umidità.
Il primo paese che incontriamo è un raggruppamento di casolari anneriti sparsi ai fianchi della strada.
Ne incontriamo altri così, sono piccole frazioni non segnate sulla carta che l'auto non impiega molto ad attraversare, gruppi di cascinali smorti e privi di vita, affondati nella pianura. A volte leggo senza interesse i loro nomi: Michellorie, Mieg, Caselle... Grossi topi ci passano davanti con una andatura goffa.
La campagna ha una lucidità irreale sotto i ristagni di nebbia leggera. Vorrei conoscere i sogni di quelle cappellette romantiche e semidiroccate che vediamo talvolta ai crocevia. Sogni senza fine, come la lenta ondulazione dei campi sotto la foschia lattiginosa. Pensieri di morte si susseguono nella mia mente.
Un grassone con la faccia rossa che non bada al nostro passaggio, seguita a ridere smoderatamente su uno spiazzo deserto in riva al fiume.
C'è un ponticello da oltrepassare al di là del quale la strada diventa infangata sotto gli alberi spogli. Dai rami bassi cade un perenne sgocciolìo d'acqua e di umidità. Una luce giallognola che si diffonde talvolta nel cielo

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: sergio bissoli


Mazzacane - cap. VI

Nel piccolo spazio antistante la cappella della famiglia Rinaldi stazionano una ventina di persone in tutto. Donna Rosaria e alcuni cugini rappresentano la famiglia, qualche vicino di casa e un paio di amici di famiglia. Nessun politico e nemmeno un amministratore comunale. Nino e Stefania arrivano a messa già iniziata. Avvicinandosi, Nino le sussurra..
"Donna Rosaria aveva pienamente ragione dicendo che gli amici del partito si sarebbero dissolti non appena avesse chiuso gli occhi"
"I morti non fanno paura a nessuno. Ammenocchè non abbiano lasciato dei segreti da custodire" risponde lei a bassa voce.
"A cosa ti riferisci?"
"Hai la coda di paglia forse?"
"Credevo alludessi a.."
"Non alludevo a niente, sei tu che.. cosa guardi?"
"Scusa, vedi quel vecchio che arranca? Credo sia il Zi Rocco di cui parlavamo ieri sera. Aspetta che si avvicina di più e te lo dico con certezza"
"Ma quello è zi Rocco il Muto! Nino mio, se speri di sapere qualcosa da lui stai fresco!"
"Lo conosci?"
"Sì, spesso ha fatto dei lavori in campagna da mio zio. Lo chiamano il muto perché è di poche parole"
"Allora, se lo conosci, perché non lo fermiamo insieme?"
"Sarebbe un errore. Mi conosce e so che ultimamente non è in buoni rapporti con mio zio"
"E questo che c'entra con te?"
"Eccome se c'entra! È gente all'antica, capace di ricordarsi di uno screzio per tutta la vita, accomunando anche i parenti. Ti conviene parlargli da solo, ma con ciò non ti garantisco che ti risponderà"
Dopo la funzione religiosa Nino non perde di vista il vecchio che si attarda nei pressi della tomba a mettere a posto i fiori che sono stati portati. Nino, salutata donna Rosaria, ritorna verso la cappella e gli parla.
"Vi do una mano?"
Zi Rocco si gira lentamente e, impassibile, squadra Nino. È molto vecchio, il volto solcato da rughe profonde. Gli occhi, pur arrossati dalla cateratta, sembrano di ghiaccio. Non risponde e continua imperterrito il suo lavoro, Nino lo prende per un consenso e si

[continua a leggere...]

   6 commenti     di: Michele Rotunno



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Drammatico.