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Racconti drammatici

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Il cubo magico

"In quanti sono?" La domanda resta senza risposta. Dall'edificio nessun cenno, l'appello ad arrendersi era caduto nel vuoto, dopo un breve silenzio echeggiarono numerosi colpi di arma da fuoco e un rumore di vetri in frantumi. In Piazza Savonarola non si era mai visto un simile dispiegamento di polizia. Le voci corrono e dietro le transenne la folla di curiosi era tale che gli agenti faticavano a contenerla. "Ci sono dei morti?" Nel ripostiglio, poco più di un armadio, si respira a fatica, sembra impossibile che uno spazio così angusto possa contenere due corpi. La paura fa miracoli. Le raffiche avevano lasciato il posto al silenzio interrotto solamente da grida incomprensibili e da una voce prepotente che alternava ordini a minacce. Aveva fatto appena in tempo a spingere Sara e chiudersi alle spalle il battente, a salvarli era stato il vetro della finestra che per un istante aveva riflesso l'immagine di due uomini armati che si facevano largo tra la fila in attesa. Non aveva pensato a nulla, aveva solo dato retta al suo istinto. Sara tremava e non riusciva a smettere di piangere. "Stai zitta, se ci scoprono, ci ammazzano". Per tutta risposta sentì un liquido caldo sulla gamba e l'odore acre di urina, Sara tentò di giustificarsi, Filippo la strinse ancora più forte ripetendole di tacere. Le labbra erano talmente vicine che le parole sembravano sbatterci contro. Adesso sentiva quel corpo aderire al suo, la paura non gli impediva di provare emozioni sempre più forti. Il buio era totale, non c'era spazio per nessun movimento, era difficile anche respirare, l'aria era poca e la polvere accumulatasi negli anni non aveva apprezzato quell'intrusione. Il forte odore di urina era l'unico segno vitale, qualcosa cui aggrapparsi per continuare a sentirsi vivi. Ogni rumore anche il più piccolo trasformava la paura in terrore e il silenzio non migliorava le cose. Si sforzò di essere razionale, doveva rimanere concentrato, lucido, se voleva salvarsi, doveva ragionare, dove

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   1 commenti     di: Ivan Bui


Qualcosa più grande di noi

“Amore ti amo lo sai?!”
Perché parla così? le sue parole sono dolci e melodiose, ma il suo viso è triste, il suo sguardo assente, o troppo presente. A che pensa? Perché giocherella con la mia mano? La sua gamba va su e giù, è nervoso.
“Anch’io tesoro”
Faccio finta di niente? Forse è la cosa migliore, almeno finché non capisco cosa gli prende, non è solito comportarsi così, ride e scherza sempre, e ora il sorriso è sparito dalle sue labbra, quelle labbra che hanno il sapore di pulito, di fresco, di candido. In lui qualcosa è diverso, è cambiato, e ho paura di scoprire cosa succede. Alza lo sguardo e lo sposta a guardare qualcosa dietro di me.
“Devo parlarti”
Il cuore mi batte, mi batte all’impazzata, che cosa mi deve dire di così serio? Ho paura, ho tanta paura, perché non mi guarda? Sono così belli i miei occhi, lui diceva sempre che riflettevano tutto quello che provavo, che in quella celeste presenza rispecchiavano ogni parte della mia anima, e allora perché non li ammira? Un bel respiro.
“Dimmi…”
È tutto quello che riesco a proferire, la voce tremolante si rifiuta di aggiungere altro. Lui abbassa di nuovo lo sguardo. Guardami maledizione! Guardami e contempla ciò che sto provando, comprendi la mia sofferenza, la mia incredibile ansia e il mio immenso amore per te. Se mi vuoi lasciare non farlo, o mi uccideresti, siamo stati insieme tanto, non puoi abbandonarmi adesso.
“Vedi non è facile da dire, non trovo le parole, a casa ho provato tante volte a preparare questo discorso, ma ora non ne ricordo una sola lettera”
Le tue parole sono lente, fragili, pronunciate con un’inspiegabile ritmo e un’immensa difficoltà. Ci giri intorno. Perché? Dimmelo, dimmi qualunque cosa tu mi debba dire, e finiamola con questa situazione, perché a me viene da piangere, e tremo, tremo dalla testa ai piedi, e la colpa non è del freddo di questa gelida nottata.
“Insomma io…”
Ti blocchi di nuovo, chiudi gli occhi, m

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   4 commenti     di: Anna Bona


Amami Alfredo

Elisa, al giro di boa, oltre che bella, conservava il suo fascino e il suo candore.
Una vita sui palcoscenici e la danza nel sangue.
I suoi eleganti volteggi, virtuosismi impressi nella memoria di ogni amatore.
I trionfi alla Scala, al Metropolitan, all'Opera e al Bolshoi... deliziosi ricordi.
Uscire di scena, in punta di piedi, l'ultimo tocco di una classe raffinata.

Alfredo, ex legionario, tastava, di tanto in tanto, le cicatrici che lo ricoprivano.
Quella lunga, sul costato, era frutto di una coltellata, regalatagli da Alfio il Messinese.
Quella del braccio, frutto di una rissa all'angolo di Rue Des Canettes.
Quella sulla gamba, regalo di un Congolese, che non potè vantarsi dell'impresa.
L'ultimo sfregio lo doveva a tre by-pass, che lo avevano salvato.
I capelli, spruzzati d'argento, tradivano l'età dei musicanti.

Elisa, alla ricerca di una nuova primavera, si era innamorata del web.
Fulminea la passione e fulmineo l'intrecciarsi dei contatti con "Quelli" dei Siti.
Il suo nick, "Danza del Cielo"... Letteratura, Arte e Sociologia, il campo d'azione.
Era single e non confessato il sogno di un'anima gemella.
Anche Alfredo, condannato ai domiciliari, per non annoiarsi, fu vittima del web.
Il suo nick " Ombra"... Arte, armi e belle donne... i suoi interessi.

Lei, ogni mattina, sempre più presto, contava i contatti e leggeva i commenti, arricciando
il nasino se critici e gongolando di gioia, se in linea con le sue aspettative.
Dopo aver postato, "La Danza delle Stelle" si aspettava una marea di consensi e così fu.
Un commento: " Le stelle limitiamoci a guardarle, che sono fredde come te."
Un commento, un fastidioso commento, firmato da un certo "Ombra", che non meritava risposta.
" Fredda io? E come si permette l'omuncolo?"
Glaciale l'e-mail: "Signor Ombra, cancelli il suo commento e sparisca dai miei post."
Ogni mezz'ora controllava la posta elettronica, ma nessuna ombra di risposta.
Una nuova E-mail: "Signor Ombra, avrei gradit

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   14 commenti     di: oissela


Linea di aangue

Nella immensa città di San Francisco, nel 1997 viveva un piccolo boss locale di nome John Talbot, Un uomo di 51 anni dalla corporatura alta e forte, i capelli brizzolati, gli occhi blu e un carattere cinico e sarcastico.
John si occupava di contrabbando di armi e spaccio di droga, dirigeva i suoi affari assistito dal figlio Morris un uomo di 30 anni che gli somigliava molto nella persona e nella forza, ma dotato di un carattere ancor più feroce e maligno che spaventava tutti quelli che praticavano con lui, talvolta persino il padre. John aveva anche una figlia più piccola di nome Sarah, una bella ragazza molto somigliante alla defunta moglie, che contrariamente al fratello aveva un carattere dolce, un animo nobile, e la passione per l'arpa. Per non sporcare questa sua natura il padre la teneva nella sua villa e nelle migliori scuole private attorniata da personale e amicizie scelte e lontana dai suoi affari.
Per la protezione sua e di suo figlio John aveva al soldo 8 sicari denominati gli avvoltoi. Questi erano uomini scelti per la loro abilità nelle armi e nel combattimento corpo a corpo, vestivano in abito nero con cravatte gialle per creare una impressione di distinzione, ma al contempo di dejà vu, e svolgevano i lavori più delicati e rischiosi per conto del loro capo; non si allontanavano mai troppo dal boss e dai suoi due figli e vivevano con lui nella sua villa. I nomi degli avvoltoi erano: Harvey Preston, Lucas Dent, Dan Taylor, Marc Simpson, John Stark, Derek Madsen, Cormak Stevens, e Jerry lohan. Tutti loro erano uomini con un passato infelice alle loro spalle, fatto di abbandono minorile, maltrattamenti e povertà che avevano deciso di darsi al crimine per arricchire e trovare felicità, così erano diventati gli scagnozzi dello spregiudicato Talbot, il quale soddisfatto dei loro servizi sembrava trattarli con premura.
Il più caro e vicino al capo fra tutti gli avvoltoi era John Stark, un ragazzo di 28 anni, con capelli castani, occhi verdi e un

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Due ragazzi morti nel parco conclusione

I nostri lettori ricorderanno il triste caso di Alfredo e Ornella, i ragazzi che continueremo a chiamare con nomi di fantasia, perché dopo gli accertamenti dovuti, l’attuale titolare delle indagini il Dott Bardi, ha concluso che la lettera pervenuta nella nostra redazione, a oggi 30 giorni fa, è stata effettivamente manoscritta dalle due giovani vittime.
Abbiamo richiesto (seppur non obbligati, se non dalla nostra etica) l’autorizzazione alla pubblicazione, anche alle famiglie dei ragazzi, ed ottenutola, pubblichiamo qui di seguito il manoscritto in questione:

Ciao xxxx( il nome del destinatario è stato omesso perché trattasi di minore, amico dei giovani scomparsi, al quale gli stessi hanno spedito questa lettera) se ci stai leggendo, allora vuol dire che non ci hai visti a scuola, magari da qualche giorno, vuol dire che non ci hai visti, col gruppo degli amici, sul motorino, ai bastioni; vuol dire che non ci hai visti e non ci vedrai più.
Vuol dire che ce ne siamo andati, per sempre, fuori dal mondo, via da questa noia, via da questa puzza.
Sai, xxxx, quando ho visto Ornella, la prima volta, l’anno scorso, e lei, guardandomi negli occhi, ha sorriso, facendomi capire che era la donna della mia vita, non credevo fosse possibile tanto amore, tanta felicità, tanta dolce complicità.
Almeno fino a quando…no, non ho la forza di continuare, lascio che a farlo sia Ornella. Addio xxxx.
Ciao xxxx, lo capisco sai, Alfredo non trova il coraggio di dirti una cosa terribile, io stessa per accettarlo c’ho messo mesi. È accaduto a Natale, avevo invitato Alfredo a casa mia, sai che mi ci ero segretamente fidanzata, e con l’occasione di una festa, mi piaceva fargli vedere la mia stanza, fargli conoscere i miei, insomma, introdurlo pian piano in famiglia.
Ricordo come fosse oggi, mio padre, sbiancare in volto come un morto, mentre stringendogli la mano, lo accoglieva in casa nostra; lì per lì non ci feci caso, poi però la mattina dopo, alzatami prest

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   9 commenti     di: luigi deluca


GIULIA 1 Presentazione parte I

ATTENZIONE Quella che segue è una storia molto triste, molto amara e dolorosa, ha un motivo di esistere ma è davvero molto sofferta.


Giulia ha 15 anni, o meglio li aveva; ma è il caso di cominciare dall’inizio.

È nata da una famiglia medioborghese, a Latina, primogenita a lungo attesa e desiderata; perché i genitori aspettavano di “sistemarsi” per bene, sia col lavoro, che
con la casa, comprata in cooperativa, con un mutuo ventennale, che pareva non dovessero mai finire i lavori di rifinitura;
infine venne il bel momento, tutti i rituali del caso, parenti, amici e colleghi, prima in clinica a complimentarsi con la puerpera, poi a casa a festeggiare il battesimo.

Insomma tutto normale, tutto usuale, tutto monotono perfino!

Ma Giulia non era né monotona, né usuale, né tantomeno normale, nel senso che fin dai primi mesi di vita aveva manifestato un dono ed un difetto genetico.

Il dono era l’empatia con qualsiasi tipo di animale; sia che stesse nel passeggino portata in giro dalla mamma, o nel girello nel cortile del parco, oppure ospite coi genitori a casa di qualche amico di famiglia;
ovunque ci fossero in giro cani, gatti, coniglietti, criceti o chissà quale altro piccolo amico peloso o pennuto, immancabilmente l’animale di turno, si, letteralmente, innamorava della piccola Giulia.

Le prime volte queste manifestazioni di adorazione venivano fraintese dagli adulti presenti, poi, con il ripetersi ossessivo di tali fatti, tutti cominciarono a capire, a scoprire che davvero, non c’era animale, il quale non mostrasse languore e sottomissione con la bimba, la quale, del resto, sembrava dare per scontato che un alano grosso almeno quattro volte più di lei, si acquattasse ai suoi piedi e la fissasse con evidente amore; o che un gatto notoriamente noto per la sua alterigia strusciasse la sua testa vicino i suoi piedini per meritarsi una carezza.

continua...

   11 commenti     di: luigi deluca


Istinto

Istinto animale.
Trieb : pulsione umana.
"Lo spinarello : pesce maschio. Nel periodo riproduttivo aggredisce gli altri maschi, stimolato dal colore rosso del loro addome."
Non credo alla tendenza innata all'omicidio.
Ritengo che ognuno di noi nella propria vita abbia avuto almeno una volta l'istinto ad aggredire per uccidere.
Il limite tra pensiero e azione è una linea laser invisibile.
Oltrepassarla facendo scattare l'allarme nel tuo io è come essere in equilibrio su un piede solo.
Ti senti un calore che ti pervade tutto il corpo, l'adrenalina ti riempie le viscere.
Gli arti si muovono da soli come se qualcuno ti ordinasse di farlo.
Tu sei un robot. Tu non dipendi più da te stesso.
Ti fai coinvolgere da una griglia di sentimenti contrapposti.
Sì, no, sì, no.
Lo faccio, non lo faccio...
Passano frazioni di secondo nell'incertezza.
Tu non hai premeditato quello che stai per compiere.
Senti il prurito sulle labbra, sulla lingua, ti senti esplodere dentro un airbag che ti frantuma.
Il tuo nemico è lì di fronte.
Vorresti scappare ma una forza ti inchioda al presente.
Il terreno si trasforma in sabbie mobili dove sprofondi senza fine.
Non te ne puoi andare : il tuo ego si rifiuta.
Puoi soccombere, offrire l'altra guancia.
Le parole come lame tagliano il tuo orgoglio. Ti triturano sul tagliere dell'animo.
La decisione viene presa nel tempo di un respiro.
No, non puoi più sopportare la lapidazione che di giorno in giorno ti ha annientato come persona.
Nella favola, "il mostro peloso" pieno di rabbia si gonfia fino ad esplodere in mille farfalle variopinte.
La tua furia non si trasforma in mille colori.
Sono mille al contrario le macchie sul suo corpo e sul pavimento e sono di un unico colore.
Rosso sangue.




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