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Racconti drammatici

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Di nuovo felici

È una vita che ormai vive a casa mia! Sì, va bene, la moglie lo ha lasciato, ma è successo quasi tre mesi fa ormai, era il 4 agosto. Maledetto quel giorno e quando decisi di uscire di casa. Quella mattina mi svegliai presto come ogni giovedì, il giorno della raccolta settimanale della spazzatura e quel dannato netturbino inizia tutte le volte il giro da casa mia, quindi devo svegliarmi alle 6 per mettere fuori la spazzatura in tempo. Fatto sta che appena uscito di casa me lo ritrovai davanti. Non lo avevo mai visto così sconvolto, nemmeno quando i suoi morirono nell'incidente in cui lui perse un occhio e due dita della mano sinistra. Era un fottutissimo bel ragazzo una volta, ma ora il suo viso era irriconoscibile. Lo chiamai più volte per nome, ma Marco era perso nel flusso dei suoi pensieri, riusciva solo a balbettare qualche parola senza senso e poi appena prima di svenire disse: "È tornata".
Ed io capii.
Io e Marco ci conosciamo da una vita, abbiamo fatto anche l'asilo insieme e in tutti questi anni non avevamo mai litigato, almeno non prima che arrivasse lei, Helena. Americana, mora, con gli occhi di un verde così cristallino da far ingelosire anche la speranza, era arrivata nella nostra scuola grazie ad uno scambio culturale e sarebbe rimasta solo due mesi. Non avevamo mai visto una ragazza così. Era bellissima. Naturalmente tutti i più belli del liceo andarono a conoscerla. Sapete, quei ragazzi che cambiano fidanzata ogni due mesi e che, quando passano davanti ad un gruppo di ragazze, quelle sospirano mangiandoseli con gli occhi! Bé, vennero rifiutati tutti in massa e Marco era fra loro. Il giorno dopo lei venne da me, voleva conoscermi, diceva che mi trovava molto carino. Non potevo crederci. Prima aveva rifiutato tutti quei ragazzi e poi era venuta da me, uno che a 18 anni ancora non aveva dato il primo bacio! Ero intimorito, quasi spaventato. Avevo bisogno di aiuto e allora lo dissi a Marco. Da quel giorno non ci parlammo più. I giorni p

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   0 commenti     di: mattia dezi


Mazzacane - cap. V

Dopo la cena in pizzeria Nino accompagna Stefania verso casa. I due, chiacchierando, passeggiano lentamente.
"È incredibile! - dice Stefania - credevo di conoscerti bene dopo tanti anni e, invece, sono bastate poche settimane per scoprire tante dfaccettature"
"Mi trovi davvero tanto cambiato?"
"Sì, e molto anche. Direi che sei in continua trasformazione. Stamattina eri allegro e... sfacciato e stasera, poi, non so.. sei pacato, riflessivo e anche.. come dire.. sicuro di te stesso"
"Per la verità anch'io mi sento diverso stasera"
"È sempre per via del libro?"
"Sì, lo ammetto, quel libro mi sta cambiando"
"Ed anche profondamente. Lo sai, mi piace stare con te stasera"
"Ti scoccio se parlo delle mie ricerche?"
"Al contrario, mi affascina"
"Oggi ho fatto una lunga chiacchierata con Gibbì. Ha detto delle cose che mi hanno fatto riflettere e, non volendo, mi sono sentito coinvolto"
"Su cosa in particolare?"
Abbiamo parlato dell'emigrazione, di quello che è costato in sentimenti, di quandto abbia condizionato i rapporti familiari. Sai, anche la mia famiglia vi è passata ed io nemmeno lo sapevo. Mio padre è morto in Svizzera cadendo da una impalcatura, io non ero ancora nato"
"Perciò sei cresciuto senza neanche avvertire la sua mancanza"
"No, senza neanche avvertire la sua presenza. Il concetto è diverso"
"C'è qualche appunto che riguarda l'emigrazione nei documenti in tuo possesso?"
"In un cereto senso, non proprio edificante, ma vi è qualcosa. Forse più di qualcosa"
"Si tratta di considerazioni politiche?" Sorridendo Nino puntualizza
"Noo, affatto. Si tratta di gestione del potere. Sai cosa sono le vedove bianche?"
"Le vedove bianche? No, mai sentito"
"Erano le mogli degli emigranti, quelle che restavano in paese ad attendere la buona sorte dei mariti. Un'attesa lunga.. troppo lunga per delle donne sole e.. a volte anche indifese"
"Forse capisco cosa vuoi dire. Donne sole e..."
"anch'io

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   4 commenti     di: Michele Rotunno


L'inizio della nuova era

Formica Formica, abitante in uno dei formichieri di periferia, della nazione di Formitalina accese la televisione. Aveva un televisore in bianco e nero, che i colori loro non li vedono mica. All'ora della cena, sintonizzato sul telgiornale, la notizia clamorosa. È caduto il governo Ferluschini!. Formica saltò dalla sedia per la felicità. Una notizia così non se l'aspettava davvero. Si era tempo che si parlava di una crisi legato al governo, il cui primo formica capo governo era rinomato per saper cantare, dire le barzellette, incontrare un sacco di grande belle formiche femmine. Ma questo Ferluschini era un tipo intraprendente, senza peli sullo stomaco. Aveva una ricchezza pari a quella del ventiduesimo paese delle formiche del mondo. Lui dopo il paese di Formigam, come P. I. L. Lui da solo ricco come una nazione ricca, che molti suoi connazionali non avevano nemmeno una mollica da mangiare, tante ne mangiava lui e i suoi amici. Formica chiamò a rapporto tutta la famiglia. Cari miei, ascoltate la televisione! Gridò ! Ferluschini non c'e' più!. Il formichino piccino disse: lo hanno rapito? Formica piangendo gli allungo una carezza con l'antenna destra. Ascolta Gino. Mamma Formica era cupa in volto, era dalla mattina che non parlavano altro alla radio, alla televisione, al computer, sui giornali, della fine del governo Ferluschini. Era stufa. E poi qalcosa gli faceva intuire che la situazione non era così semplice. Venivano razionate le molliche, i formicai di lavoro erano stati chiusi, e il lavoro nero, era tutto in mano alle formiche nere. Che la famiglia Formica era invece del tipo color terra. Le formiche rosse poi stranamente avevano accolto il nuovo primo ministro Formiconti, con grande entusiasmo, pur di non avere Ferluschini tra le balle, che poi, ci litigavano di giorno, e ci si divertivano di notte.

Insomma, mamma Formica, per non rovinare la gioia momentanea del marito, che aveva preso sul groppone dalla gioia Formichinina, la più piccina, si

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   2 commenti     di: Raffaele Arena


Discesa negli abissi

La mia pelle bianca è ormai livida a causa del freddo. Il vestito completamente inzuppato d'acqua è diventato pesante e aderisce al mio corpo inerme. I capelli rossi e setosi si muovono fluttuanti come se avessero vita, come se volessero allontanarsi dal resto di me; scappare via e salvarsi, almeno loro. Sono circondata dall'acqua, immersa in un vortice ghiacciato che mi fa ondeggiare come fossi una bandiera in balia del vento.
Prima del tuffo, della caduta, l'unico liquido che mi bagnava era quello salato delle mie lacrime che, copiosamente, si riversavano sulle guance lentigginose, brucianti come il dolore che le aveva scaturite. Piangevo e litigavo, non so più neanche con chi, non so più neanche per cosa.
Non ricordo volti innanzi a me; solo due mani, energiche e nodose, che hanno afferrato le mie spalle e le hanno strattonate, abbandonando la presa proprio quando il mio peso era sbilanciato verso dietro.
Sono caduta nel vuoto immenso che separava l'alta scogliera dalla distesa dell'oceano.
L'impatto con l'acqua è stato violento; il mare agitato non mi ha lasciato scampo. La forza delle onde che si infrangevano sugli scogli non mi ha permesso di risalire, lasciandomi affondare sempre più giù.
Ho provato a dimenarmi, ma qualcosa mi impediva di tornare a galla per riprendere fiato. La caviglia era bloccata, avvolta strettamente da un'alga che non voleva saperne di disciogliersi. Sembrava mi chiedesse di stare lì con lei, di farle compagnia; forse affascinata dalla storia che la mia caduta le stava raccontando; forse attratta da un essere diverso da ciò che era abituata a vedere. Non ero vegetazione marina, né corallo, né cetaceo.
Ero un essere umano. Uno dei pochi, forse l'unico, ad essere riuscito, sia pure senza volerlo, ad arrivare fin laggiù, nell'oscurità degli abissi.
I miei occhi terrorizzati scrutavano lo spazio attorno a me, alla ricerca di un appiglio, qualcosa che mi aiutasse a riemergere. Ma tutto ciò che vedevano era un

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   7 commenti     di: Roberta Criscio


Due ragazzi morti nel Parco premessa

“Due ragazzi morti nel Parco, li ha scoperti all’alba di ieri, un giardiniere del Comune, presumibilmente di età fra i 16 e i 20 anni, un maschio ed una femmina, quasi certamente morti per overdose, li hanno trovati, infatti, con l’ago di una siringa ancora in vena, entrambi.
Le prime indagini sulla scena del macabro ritrovamento, escludono l’ipotesi dell’ omicidio, secondo il magistrato incaricato dell’inchiesta, il Viceprocuratore Russo, due sono le ipotesi investigative:
morte accidentale per errato uso di sostanze stupefacenti, o, suicidio volontario.
(dalle nostre inviate Enza Maggio e Maria Auletta)

°°°°°

Ad una settimana esatta dal ritrovamento dei due giovani corpi nel Parco, finalmente gli investigatori sono riusciti a dare loro un nome.
Si tratta di A. M. di anni 17, mentre la ragazza di soli 15 anni è tale O. D.
L’esame autoptico ha escluso cause diverse dal collasso cardiaco dovuto ad overdose,
ed ha anche escluso che i due corpi abbiano subito violenze di qualsiasi tipo; la mancanza, inoltre, di tracce di altre persone presenti oltre i due giovani, sul luogo della tragedia, ha fatto concludere le indagini con questo risultato:
“Morte accidentale dovuta ad uso esagerato di sostanze stupefacenti, iniettate in vena in dosi talmente massicce da far ritenere, altresì probabile anche una volontà di tipo suicida, da parte dei due giovani.”
Alfredo e Ornella (sono ovviamente nomi di fantasia) avrebbero, quindi, deciso volontariamente di porre fine alla loro esistenza.
La nostra città, ha vissuto ancora una volta un dramma adolescenziale.
(E. M.-M. A)

   0 commenti     di: luigi deluca


Un incontro a sorpresa

Un incontro a sorpresa

Per parlare col mio amico uso la chat. Lui vive a Parigi io qui a Roma. Ci conviene, col telefono costerebbe troppo, rimaniamo ore intere collegati. Microfono e cuffie ed è meglio del telefono. Certo non stiamo sempre a parlare. In poche parole è come vivere nella stessa casa ogni tanto uno dice qualcosa, l'altro risponde poi si torna alle proprie attività.
Le chat, quella con tutta quella gente non le reggo, scrivi qualcosa e nessuno ti caga sembra che si conoscono tutti da sempre ed i nuovi arrivati nessuno se li fila.
L'unico sistema è quello di cliccare sul nome nella lista e chiamare in privato magari con una frase simpatica che incuriosisce. Le ragazze ci cascano sempre.
Per uno come me, con tutti gli interessi che ho, non è difficile. Basta una poesia, il verso di una canzone e loro si chiedono chi sei.
La prima cosa che cercano di scoprire è l'età e qui si fregano da sole, fai il vago, ironizzi su un ipotetica quanto improbabile età e loro s'incuriosiscono di più. Per non farsi vedere troppo interessate stanno allo scherzo proponendosi di scoprire il tutto più avanti.
Ne avevo conosciute parecchie con questo sistema ma tutte troppo superficiali, settimane d'intense chiacchiere e poi niente di veramente interessante.
Lei era diversa. Lo avevo capito subito. Di sicuro doveva essere più grande di me perché parlando di musica faceva riferimento a gruppi del passato "progressive anni 70". Quei gruppi piacevano anche a me, li conoscevo anche io quindi forse non era così.
Avevo l'impressione che stesse studiando ogni mia parola per arrivare a capire chi ero realmente. Così divenne un gioco di frasi sibilline, metafore e doppi sensi.
Il tutto diveniva sempre più curioso ed eccitante. Si cominciava a creare una sintonia strana un legame insolito. Ci sentivamo tutti i giorni. La febbre saliva. Non potevo neanche immaginare di tornare a casa e non trovarla in rete.
Era amore? Non credo. Io non m'innamoravo. Il mio cuor

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   1 commenti     di: Riko Zodiako


Alba pagana

Il 9 settembre 1943 iniziò con il rumore sordo dei cingoli dei carri armati tedeschi che passavano il Po sul vecchio ponte di barche.
In paese, dopo la momentanea euforia del giorno precedente, già si era installato un piccolo distaccamento della Wermacht e la bandiera con la croce uncinata sventolava sull'asta del municipio: la guerra non era per niente finita, anzi sarebbe diventata sempre più feroce e tragica, ma questo gli abitanti non potevano saperlo, anche se il naturale intuito di gente legata alla terra li aveva prudentemente fatti stare in casa.
Nelle vie non c'era anima viva e perfino i gatti se ne stavano rintanati, mentre i cani guaivano per il rombo assordante degli autocarri carichi di truppe che si avviavano al ponte di barche.
Nonostante ciò l'osteria era gremita e tutti gli avventori, nel timore di parlare, si osservavano, scrutavano le reciproche espressioni, onde avere la risposta inequivocabile su chi sarebbe stato un amico o un nemico.
Il medico condotto, fascista della prima ora, ma uomo sostanzialmente mite, decise di prendere la parola - Gente, non credo che ci verrà fatto del male, per quanto il nostro tradimento li abbia inferociti. Avete letto il proclama affisso sui muri? Non dice forse che solo le azioni ostili avranno una ritorsione pesante da parte loro? Noi ce ne stiamo buoni, facciamo gli affari nostri e vedrete che riusciremo a tirare avanti fino alla fine di questa sporca guerra.
Il Guercio sputò lo stecchino che teneva fra i denti, si alzò in piedi e, fissando il medico, prese a parlare - Lo speri o ci credi? Io ho fatto questa guerra; prima l'Albania, poi la Grecia, dove ho perso l'occhio e ho visto come si sono comportati là i tedeschi. Ho orrore perfino a pensarci: villaggi incendiati, donne violate, uomini massacrati, l'inferno in terra. E i greci non li avevano traditi.
Don Zeffirino si mise a pregare in silenzio e più d'uno si associò, perché tutti sapevano che il Guercio diceva sempre la verità, senza sm

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