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Racconti drammatici

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Due ragazzi morti nel Parco seguito

Nonostante i tentativi della Magistratura, di preservare le famiglie dei due giovani, dalla curiosità a volte anche morbosa, dei media di ogni genere, a circa due settimane dalla loro morte, si è saputo in giro chi fossero i due ragazzi vittime di questa assurda tragedia; i loro veri nomi sono girati velocemente con effetto tam-tam e le due famiglie si sono ritrovate, nonostante il legittimo e incommensurabile dolore, a dover affrontare il fastidio della stampa impietosa.
Il nostro giornale, si distingue per il rispetto del dolore, ed offre alle famiglie coinvolte, il proprio sentito cordoglio.
Resta comunque aperta la legittima domanda dei nostri lettori:
perché un ragazzo di 17 anni e una ragazza di 15, provenienti da tranquille famiglie della media borghesia cittadina; ragazzi che, a detta dei conoscenti e dei compagni di scuola non mostravano apparenti segni di disagio o squilibrio, perché dunque, ragazzi così sono ricorsi ad una soluzione talmente drastica come appunto il suicidio?
Dato che è questa l’ipotesi più accreditata dalle risultanze delle indagini.
Il nostro giornale è disposto ad accettare la collaborazione di chiunque, conoscendo i giovani in questione, possa aiutarci a rispondere a questa dolorosa domanda
(E. M.-M. A.)


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Abbiamo ricevuto in redazione, giusto ieri, una lettera manoscritta, l’abbiamo fotocopiata e immediatamente dopo, passata alla Magistratura, poiché, se le analisi e gli accertamenti di autenticità ci daranno ragione, si tratterebbe di un documento autografo, vergato proprio dai due giovani così tragicamente scomparsi.
Solo dopo che il Magistrato ci avrà dato la necessaria autorizzazione, provvederemo, nel rispetto della dignità delle famiglie delle vittime, a renderla pubblica.
(E. M.-M. A.)

   1 commenti     di: luigi deluca


A 13 anni soldato

Oggi è il primo giugno del duemilaotto, sono con mia madre, al calduccio fra le sue braccia rovinate da trent' anni di lavoro nei campi di grano; oggi è il mio compleanno.
Dodici anni fa nacqui a Naypyidaw, la capitale di Myanmar, con il nome di Kirikù, avevo undici anni quando il due Maggio si è abbattuto su di noi il Ciclone Nargis che ha spazzato via la mia baracca, mio padre, i miei migliori amici e la mia sorellina ancora in fasce.
Da quel funesto giorno mia madre non è più in sé, delira, urla, piange e si scortica il viso con le sue lunghe unghia che un tempo erano sempre pulite e curate; ma oggi sembra che si sia calmata, mi stringe a se, mi molla un bacio umido sulla mia guancia sudata e poi mi sussurra, quasi cantilenando, che da domani sarei dovuto andare a lavorare nella casa di un ricco signorotto in periferia, come domestico, perché non abbiamo più soldi e se non paghiamo l'affitto del magazzino del pesce in cui viviamo, ci cacceranno via.
Cerco di opporre resistenza ma ho sempre saputo che non avrebbe mollato, allora non discuto oltre, perché prevedo che mi arriverà un ceffone.
Mi sveglio al sorgere del sole, mi siedo sul mio pagliericcio umido e mi lavo la faccia con dell'acqua che mia madre era andata a prelevare nel pozzo in centro; mi vesto e poi esco, trovo mia madre sull'uscio mentre saluta il proprietario del magazzino, un'omone basso e tozzo.
Io e lei ci incamminiamo per le viuzze desolate che portano direttamente in un villaggio al centro di una foresta pluviale; nel nostro cammino abbiamo incontrato un imponente albero del mango, con i frutti dolci e succosi e ne abbiamo prelevato qualcuno per il nostro piccolo viaggio.
Dopo un'ora piena di cammino finalmente siamo arrivati alla casa del mio futuro padrone, una piccola struttura di tre piani cementata e rozza, ma si può considerare una residenza per ricchi dalle nostre parti.
Non c'erano porte, solo una specie di tenda fatta di foglie di banano, mia madre si avvicina

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Perì ad occhi aperti

Il sole era ormai giunto al tramonto quando Bonariu, di ritorno a casa, scorse un oscuro uomo, armato di fucile, intento a scrutare un enorme roccia granitica. Riconoscerlo non fu difficile: trattavasi di Anania Colbu, noto bandito e sicario, errante per le campagne da circa due anni. Sulla sua testa pendeva una taglia vertiginosa; non furono pochi i delatori che tentarono, senza però riuscirvi, di farlo cadere nelle mani della benemerita. Reso alquanto inquieto da quella presenza, il pastore avvicinò il bandito con far cerimonioso:- ditemi un po', questo luogo è per caso di vostro gradimento? Sappiate che, se nutrite interesse a rifugiarvi qui per qualche tempo, le mie terre sono a vostra completa disposizione! Potrete tornare tutte le volte che vi occorre-. Affatto stupito da tanta ospitalità, il bandito si mostrò comunque compiaciuto:- apprezzo il vostro invito e vi ringrazio di cuore, state pur certo di rivedermi presto-.

Quella notte Bonariu aveva poco dormito e molto pensato: per quale motivo quel sanguinario gironzolava dalle sue parti? Era forse a corto di nascondigli?
O qualcuno, date le sue inimicizie, lo aveva assoldato per eliminarlo?
Fortemente tormentato da tali interrogativi ma anche desideroso di metter le mani su quell'enorme taglia, il pastore pervenì ad una rischiosa decisione: non appena Anania si fosse ripresentato chiedendo asilo, egli avrebbe finto di accoglierlo con grande ospitalità, per poi tradirlo conducendo le forze dell'ordine sul luogo del rifugio. Il giorno seguente si recò in tutta fretta al paese, in caserma, ad informare il brigadiere dell'incontro e del vile piano...

Trascorsero alcune settimane...
Mentre il sole cominciava a mostrare timidamente il suo volto da dietro le vette, una piacevole e leggera brezza avvolgeva l'intera campagna, qua e là diversi uccellini salutavano allegramente il nuovo giorno intonando un orecchiabile melodia. Destreggiandosi abilmente tra una moltitudine di massi e arboscelli,

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   4 commenti     di: Sergio Manconi


Un incontro a sorpresa

Un incontro a sorpresa

Per parlare col mio amico uso la chat. Lui vive a Parigi io qui a Roma. Ci conviene, col telefono costerebbe troppo, rimaniamo ore intere collegati. Microfono e cuffie ed è meglio del telefono. Certo non stiamo sempre a parlare. In poche parole è come vivere nella stessa casa ogni tanto uno dice qualcosa, l'altro risponde poi si torna alle proprie attività.
Le chat, quella con tutta quella gente non le reggo, scrivi qualcosa e nessuno ti caga sembra che si conoscono tutti da sempre ed i nuovi arrivati nessuno se li fila.
L'unico sistema è quello di cliccare sul nome nella lista e chiamare in privato magari con una frase simpatica che incuriosisce. Le ragazze ci cascano sempre.
Per uno come me, con tutti gli interessi che ho, non è difficile. Basta una poesia, il verso di una canzone e loro si chiedono chi sei.
La prima cosa che cercano di scoprire è l'età e qui si fregano da sole, fai il vago, ironizzi su un ipotetica quanto improbabile età e loro s'incuriosiscono di più. Per non farsi vedere troppo interessate stanno allo scherzo proponendosi di scoprire il tutto più avanti.
Ne avevo conosciute parecchie con questo sistema ma tutte troppo superficiali, settimane d'intense chiacchiere e poi niente di veramente interessante.
Lei era diversa. Lo avevo capito subito. Di sicuro doveva essere più grande di me perché parlando di musica faceva riferimento a gruppi del passato "progressive anni 70". Quei gruppi piacevano anche a me, li conoscevo anche io quindi forse non era così.
Avevo l'impressione che stesse studiando ogni mia parola per arrivare a capire chi ero realmente. Così divenne un gioco di frasi sibilline, metafore e doppi sensi.
Il tutto diveniva sempre più curioso ed eccitante. Si cominciava a creare una sintonia strana un legame insolito. Ci sentivamo tutti i giorni. La febbre saliva. Non potevo neanche immaginare di tornare a casa e non trovarla in rete.
Era amore? Non credo. Io non m'innamoravo. Il mio cuor

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   1 commenti     di: Riko Zodiako


Il bosco vecchio

Perché avesse quel nome nessuno in paese lo sapeva e l'unica certezza era che veniva chiamato così da tempo immemorabile; sorgeva in fregio al grande fiume che, nelle frequenti piene, finiva per inondarlo e quando si ritirava lasciava il putridume di acque stagnanti e di fanghiglia afferrata ai tronchi che il sole lentamente seccava. Non era molto esteso e di fatto era un terreno golenale, separato dal piccolo borgo solo dall'argine.
Poteva essere un buon posto per le avventure e i giochi dei ragazzi, che però preferivano starsene alla larga, alla luce di strane leggende che la sera i più vecchi raccontavano ai piccini; questi, estasiati, ascoltavano, impaurendosi anche nel sentire storie di fantasmi, di misteri inspiegabili, come quello dell'orco che vi aveva abitato nell'immediato dopoguerra.
E la fantasia dell'orco aveva un fondo di verità, una di quelle vicende della vita a cui spesso non riusciamo a dare un senso, ma che lasciano l'amaro in bocca.
Qualcuno che si era avventurato a far legna aveva raccontato di un essere enorme, coperto di stracci, che era apparso all'improvviso, lanciando grida disperate. Si era tentata anche una battuta per catturarlo, ma, nonostante i cani avessero fiutato la preda, non si era riusciti nell'intento, perché questa si era gettata nel fiume ed era scomparsa fra i gorghi limacciosi.
Successivi, casuali avvistamenti avevano fatto tuttavia dubitare che l'orco fosse perito fra i flutti e, poiché non disturbava, non si erano intraprese altre azioni.
Si era quasi spenta l'eco della vicenda, quando un fatto sconcertante scosse la tranquilla vita di paese.
Era una tiepida giornata di primavera dell'anno 1952 e, nel pomeriggio ventilato da una leggera brezza che sembrava cullare i sogni dei più piccini, Giacomo, il figlioletto del Guercio, e Daniele, il primogenito del farmacista, avvertirono chiaro l'impulso di giocare agli esploratori, avventurandosi fra le piante ombrose del bosco vecchio.
Quello che accadde poi fu spi

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Pazzia

E le ombre che si sciolgono, faranno da cornice in questo vento freddo. Dove tu viaggi, dove tu ami. Tu contempli la pelle, tu osservi l'asfalto. Diurno delirio, notturno ragionare di una mente distorta. Ubriaca vaga e ubriaca giace. Indifesa la mia anima trova delirio piacente, trova pazzia amata. Distesa al suolo io sudo grida dalla pelle. Armata di graffi uccido queste pareti, io evoco il mio cuore. Saprai sfamarti della luna e io del vento che taglia e geme e soffia. Ubriaco come la mia anima.



Vent'anni di matrimonio

Pietro torna a casa dal lavoro stanco e annoiato e rivolge un ciao svogliato alla moglie Elena, indaffarata in cucina. Il figlio diciassettenne è chiuso in camera sua a combinare chissà cosa e non si fa vivo. Pietro si cambia, accende la televisione del salotto e si spaparanza in poltrona in attesa della cena. Alto, asciutto e appena brizzolato, a quarantacinque anni è ancora un bell'uomo.
Appena è pronto in tavola si trasferisce in cucina e accende pure lì la tv, giusto in tempo per il telegiornale. Suo figlio arriva, un cenno di saluto al padre e prende posto, dalle cuffie proviene il brusio di una qualche cantante di musica pop. La consorte mette i piatti in tavola in silenzio e altrettanto in silenzio i tre mangiano.
Sono ormai al termine quando squilla il telefono. Elena va a rispondere. È un'amica con cui attacca a chiacchierare. Frattanto il figlio torna in camera, in attesa d'incontrarsi con gli amici e Pietro si rimette davanti allo schermo: la fine del tg, le previsioni del tempo, poi Affari tuoi.
Terminata la telefonata Elena dà una rapida passata ai piatti prima di infilarli nella lavastoviglie, dove è già in attesa il vasellame del pranzo. Pietro sfoglia la guida tv senza trovare nulla d'interessante. Su Rete 4 andrà però in onda Lo chiamavano Trinità. È il film più trasmesso della storia televisiva italiana, un quarto di secolo in programmazione continua, ma in fondo, perché no? Le peripezie di Terence Hill Trinità e Bud Spencer Bambino non lo stancano mai. Nel frattempo la moglie segue la telenovela preferita sull'altro apparecchio e poi si trasferisce nello studiolo, dove va on line, su facebook. Non ci si schioderà fin oltre la mezzanotte. Pietro scuote la testa, incomprensivo: come si può passare metà della propria esistenza in modo così vuoto? Quindi torna a dedicarsi all'intensa occupazione di guardare la tv.
Più tardi il ragazzo sbuca dal suo privè, pronto a uscire. Saluta distrattamente i genitori e ne riceve saluti

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   18 commenti     di: Massimo Bianco



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