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Racconti drammatici

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Concentrazione, la proibizione del piacere

Una stanza vuota, buia. Nudo. Al collo la chiave con l'anagramma della sua amata. Nudo.
Aveva freddo. Era isolato, fragile, inerme: studiava eventuali rumori di fondo per capire dove si trovasse. Chi erano? E cosa volevano? Perché nudo? Cos'altro ancora stava accadendo?
Pianse e allo stesso tempo batteva i denti per il gelo, per l'ansia che lo tartassava, per la rabbia di aver esitato troppo ed essere ad un passo dalla verità.
Come spiegare al mondo intero la sua innocenza stava diventando il male di vivere.
SI accasciò a terra, di lato, lasciando cadere lacrime profonde.
Partirono i suoi pensieri: ricordò anche lui il tempo in cui era ingenuamente fanciullo, dove ogni ricordo veniva impresso sul suo diario. Un diario difficile, diverso dal solito in cui ogni pagina rappresentava un desiderio di cambiamento. Un aiuto verso l'infinito... che non era mai giunto.
La pagina più controversa era quella delle sue inibizioni.
Stava emettendo un buffo risolino nel ricordare quel dolore, quella vergogna nel parlare a se stesso dei suoi desideri sessuali. Quante difficoltà per sentirsi parte viva di un mondo tetro e perverso, che vive in funzione delle sue emozioni e pulsazioni. Sentirsi profondamente in imbarazzo nel mostrare il suo corpo nell'unione di un idillio... E non provare piacere. Era tutto meccanico, quasi uno sforzo che terminava con personali umiliazioni e sensi di colpa laceranti...
Buffo il fatto di non essere capaci di gestire le proprie intimità, esserne tentato e poi non riuscire a godere del momento in se. Come un trauma che lacera la mente e ti fa sentire sottomesso e non appagato.
Rideva e piangeva: in quel buio non riusciva a trovare un'altra distrazione migliore.
I ricordi, tanta confusione e amarezza nel vivere ogni istante della sua vita con continue paturnie e l'immenso grado di solitudine velata nel suo intorno...

Fine tredicesima parte.

   0 commenti     di: Felice Scala


Mondo Sommerso

Sommersa. Il fumo d'improvviso si fece più fumo. Non so come spiegarlo. È una sensazione che solo se sei lì in quel posto puoi capire. I polmoni diventano neri, gli occhi grigi, i capelli madidi di sogni infranti, il cervello diventa poltiglia. I pensieri sgorgano come mare di petrolio. Tutto così intaccato. Mio Dio... come ne usciremo. Ne usciremo vivi? Non lo so... non ho mai saputo niente.
Vedo la mia città così grigia, il mio mondo così sporco. Apro la finestra e sento la gente parlare. Lì fuori c'è vita falsa. È la morte che arriva al sospirare di ogni parola, al sospirare ed al respirare. Incredula rimango immobile, non riesco a fare nulla. Non parlo e non mangio. Ma! Parlo!
E mangio anche! Sciocca. Sciocca e stupida. Ho gli occhi appannati. Vedo bianco e livido.
Vedo livido. Vedo lividi enormi e pesti. Il dolore pervade le strade. Così nere... così. Senza nome è il mondo. Senza faccia e dignità. Senza noi. Ci vorrebbe luce. C'è ma non la vogliamo... sciocchi.
I piedi pesanti camminano sul dolore. Un dolore nero ed oppresso. Il sorriso nasconde dolore. Chi non sorride in realtà è felice? Il sorriso delle persone è falso: vogliono nascondere il dolore che portano dentro. L'ho sempre pensata così. Ridi per nascondere. Da come ridi capiscono i dolori che ti hanno trafitto, oltrepassato e i dolori che stai sentendo nell'attimo, in quel momento sputato di respiro, non durerà che un secondo di più. Il secondo in più che mi serve per esaminarti fino alle viscere. Mi serve per esaminarti l'anima..
Ho visto anime sudicie. Poche pure ma molte oscure. Ho visto cose da capogiro e da svenimenti che neanche la memoria è in grado di riprodurre. Dov'è il problema?
Se riesci a vedere così in profondità. Devi temere della gente così. Una passata di sguardi e ti leva l'anima, la condiziona. E lentamente la divora.
È l'essenza dell'essere il mare. È parole mai dette, è me è te. È parole senza senso con un senso più profondamente

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   3 commenti     di: Federica.


Il gatto selvatico

Disteso supino nel fitto sottobosco di una natura ancora vergine, Bartolu dormiva saporitamente; concedeva un po' di quiete al suo spirito fiero ed errante, reso esausto dal spostarsi di continuo per monti, fiumi e pianure. Dolorosamente incessanti, funesti sogni attraversavano la mente dello sfortunato giovane... un passato turbolento il suo! Una dura esistenza da uccel di bosco. Non aveva che diciotto anni quando si macchiò del suo primo ed ultimo omicidio...

Avviato alla custodia delle greggi sin dalla tenera età, Bartolu non conobbe mai un solo momento gioioso. Cresceva nell'ingiustizia, nella disparità, nella più sconfortante miseria. Il suo lavoro prematuro contribuiva, seppur in minima parte, a sopperire alle prime necessità della povera famiglia che lo aveva messo al mondo. Poco legato agli austeri genitori, quel vivace ragazzino adorava invece la sua unica e dolce sorella, più grande di cinque anni; lei la guida, la confidente, la sola a comprenderlo mostrandogli tenero affetto. Tale legame era però destinato ad un involontario allontanamento: essendo tutt'altro che lieto l'andamento economico della casa, all'età di ventidue anni Gavina fu collocata come donna di servizio in casa di benestanti signori di un centro vicino. La separazione fu drammatica! Cingendo in un forte abbraccio la primogenita, col pallido viso rigato di lacrime, Bartolu si era abbandonato ad uno sfogo esasperato:- sei la sola a guidarmi in tanta amarezza, in te ho il mio rifugio più sicuro! E ora, oh Gavina, perché mi abbandoni?-. A nulla valsero i soliti tentativi di rassicurare l'afflitto con incerte speranze, il ragazzo s'era allontanato bruscamente, correndo il più lontano possibile da tutti, diretto forse a sfogare in solitudine la sua rabbia repressa.
Triste a dirsi ma, quando una famiglia diviene vittima di una sorte avversa e crudele,
pare che problemi di ogni sorta continuino ad affliggerla senza alcuna tregua! Così, nessuno poteva immaginare quello che sa

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   6 commenti     di: Sergio Manconi


L'abbuffata

Sono ormai ventidue anni che immancabilmente ci si trova tutti la sera del 10 giugno per una cena conviviale e ora sono per l'appunto le 20, 00 del 10 giugno 2005.
Sono arrivato per primo al ristorante e, sgranocchiando un grissino, attendo gli altri tre.
Siamo amici dall'infanzia, cresciuti insieme come fratelli, gli stessi studi, ultimati i quali, con l'approccio al mondo del lavoro, le frequentazioni si sono diradate. Ci si ritrovava un paio di volte ogni anno fino a quel tragico 10 giugno del 1983 quando ci giunse la notizia che, da 5 eravamo diventati 4. Me lo comunicò per telefono Massimo, con la voce rotta dalla commozione - Scusa il mio tono, ma da oggi Franco non è più fra noi.
- Ma che è successo?
- L'ha trovato la moglie, si è impiccato.
Franco era il più chiuso del gruppo; in lui c'era una naturale riservatezza, un pudore che lo portava ad arrossire quando noi si parlava di sesso, tanto che disperavamo che riuscisse a trovare una ragazza, e invece la trovò, e veramente bella, esuberante, in netto contrasto con il suo carattere. Arrivò al matrimonio dopo un brevissimo fidanzamento e Franco sembrava toccare il cielo. Poco dopo il ritorno dal viaggio di nozze, cominciarono a circolare le voci, dapprima accenni velati, poi quasi clamori: insomma, la sposina lo tradiva.
E Franco iniziò macerarsi, ad apparire sempre meno in pubblico, chiuso in un doloroso mutismo che, quando gli parve insopportabile, lo indusse a compiere l'ultimo, estremo passo.
In quella dolorosa circostanza noi quattro amici ci ripromettemmo di ritrovarci almeno per una cena di commemorazione il 10 giugno di ogni anno e l'impegno, fino ad ora, è sempre stato rigorosamente mantenuto.
Io, come al solito, sono in leggero anticipo e osservo gli altri commensali: una famigliola con due bambini, una coppia di fidanzati, almeno così mi sembrano con gli occhi più attenti per i loro volti che per le pietanze, un gruppo di anziani festosi, un singolo tutto solo che, come me, si gu

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Kunstwollen è il Paradiso

Capitolo primo

La bettola emerse dalla foschia come un miraggio.
L'uomo inspirò, espirò, inspirò di nuovo. Frugò nei taschini dell'impermeabile, tra briciole e fazzoletti raggrinziti, e tirò fuori l'astuccio delle sigarette. Lo rivoltò tra le mani rugose e lo soppesò con indifferenza. Era vuoto. Lo gettò via distrattamente. Sospirò e volse il suo sguardo angosciato verso destra, verso il vicolo avvolto nel miasma delle serpentine di scarico, lugubri luci al neon come stelle in un firmamento indistinto. E la pioggia che si infrangeva obliqua e tintinnante sui telai arrugginiti delle finestre. Oltre tenebre immobili e anfratti dimenticati. E più in là ancora, attraverso miglia di nulla, si dischiudeva misterioso e solenne il tetro orizzonte. Eterne distese di detriti e di frammenti e di cenere. La sagoma aguzza della città. Bassifondi marcescenti. Odore di morte e putrefazione.
Tossì. Il bagliore cinereo del lampione irradiava il suo profilo inflessibile, il suo profilo statuario. Attraverso la sozza vetrata della bettola scrutò di sbieco una giovane donna rischiarata dalla fiamma volubile e incerta di una candela. Una come te non dovrebbe essere da queste parti, amica. Guardala. Gli occhi, buchi neri nell'immensità azzurra. Capelli lucenti e la ciocca che le ricade languida sulla fronte. Le sue labbra vagamente curvate in un sorriso capovolto. Quel lungo abito di seta indaco. Guardala.
Era seduta a un tavolo, sola. Stringeva tra le mani un vecchio Moleskine rosso e lo sfogliava con aria assorta. Un raggio di luce obliquo le rischiarava le mani tremanti, le dita così sottili, gli anelli splendenti. Bevve un sorso di vino, gli occhi smarriti nel vuoto della notte e della città. L'impronta del suo rossetto color porpora si impresse come un fantasma, come un monito, come una profezia, sul bordo del bicchiere. Deglutì e riprese a sfogliare il Moleskine logoro, antico scrigno di ricordi sfuggenti.
L'uomo aprì timidamente la porta sotto l'in

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   1 commenti     di: Dario Russo


La luce della salvezza

Salve, mi chiamo Artur, ho 69 anni e una storia da raccontare.
Questa storia è realmente accaduta e ha lasciato in me segni che non potrò mai cancellare, segni che rammentano la mia debolezza... la debolezza di ogni uomo che pensa di farcela con la propria forza.
Tutto ebbe inizio nove anni fa, quando ero un uomo diverso da oggi, quando pensavo che la vita era uno stupido scherzo, quando pensavo che il destino di ogni uomo era nascere, crescere tra mille difficoltà e morire nel dolore e nella consapevolezza di essere stato inutile, di non aver raggiunto un vero scopo che possa far nascere in te la soddisfazione di aver vissuto.
Premetto che fino a 10 anni fa ero ateo, confidavo fermamente nella scienza, nel progresso e in altri valori... ma non nella speranza, il più grande tra questi.
Il fallimento dell'impresa edile in cui lavoravo, il divorzio da mia moglie, la morte di mio figlio di soli dieci anni mi fecero cadere in una grave depressione.
Non avrei mai creduto che mi sarebbe successa una cosa del genere, pensavo di essere caratterialmente ed emotivamente abbastanza forte da superare ogni difficoltà... ma evidentemente mi sbagliavo; ora sono qui che scrivo, senza pensare troppo alle parole e alla correttezza delle frasi, per testimoniare la mia storia e farvi riflettere su cosa è giusto porre la vostra totale fiducia.
Era una sera d'estate, ero stato licenziato da un mese, lo stesso mese del divorzio e della morte di mio figlio.
Mi trovavo nel giardino di casa mia, seduto su una sedia a dondolo e avevo quasi preso sonno, quando sentii delle voci provenire dalla mia camera da letto; mi sembrò strano, visto che ero l'unico ad abitare li.. pensai fossero i ladri.
Andai a vedere, il televisore era acceso, sintonizzato su un canale che non era mia abitudine vedere e il volume era al massimo. Io lo spensi quasi indifferente, stavo troppo male per raggionare correttamente e me ne andai a dormire.
In piena notte, erano circa le due, sentii un rumore

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L'ultimo contratto

Un tempo schifoso.
Piove a dirotto da un pezzo ormai e sembra non voler smettere tanto presto.
L'ululare del vento fischia nelle orecchie in modo estremamente fastidioso.
C'è da sperare che tutto questo casino non si trasformi in un fottuto uragano. Non sarebbe certo una cosa fuori dal comune di questi tempi e da queste parti.
Los Angeles è una città che sembri amare la collezione di disastri naturali ed io invece sono una persona tranquilla.
Già il volo in aereo ha fatto schifo. Una prima classe da dimenticare; solo tre ore ma gli ultimi quaranta minuti sono stati davvero tremendi. Vuoti d'aria e turbolenze a non finire, per non parlare dei fulmini che ci sfioravano pericolosamente. Ed ancora più irritante era la voce del comandante che si ostinava a ripetere che tutto andava bene e le hostess con i loro sorrisi finti che erano sempre attaccate al culo dei passeggeri, chiedendo se avessero bisogno di qualcosa.
Non c'è niente da fare: volare non è proprio roba per me. Ho sempre preferito e sempre preferirò la macchina per viaggiare, anche se questa volta era necessario fare un'eccezione. I tempi erano stretti e se non fossi arrivato qui repentinamente l'uccellino avrebbe preso il volo un'altra volta; gli è riuscito piuttosto bene negli ultimi mesi, devo ammetterlo. Per essere un pensionato ha dimostrato molta più grinta di quanto tutti ci aspettassimo da lui, ma adesso la sua libera uscita è terminata. Dovrebbe rientrare a momenti.
Mi dispiace di aver bagnato la moquette, ma non potevo davvero aspettarlo fuori, rischiando di prendere una polmonite o morire affogato. Il divano è decisamente molto comodo... quello che ci voleva per rilassarsi dopo un viaggio del genere e dopo essermi inzuppato sul vialetto di casa e mentre forzavo la serratura.
Il tempo sembra scorrere più lentamente in questo soggiorno... il silenzio è rotto solo dalla pioggia che picchia contro le finestre e dal monotono ticchettio della pendola vicino alla cucina.
Verrebbe vo

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