username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti drammatici

Pagine: 1234... ultimatutte

Pensieri di un soldato

... non abbiamo scelta, ormai il destino ci ha incastrati. Per cui, piuttosto che agonizzare al freddo, prigionieri della fame e della onnipresente sete, preferiamo immolarci per ciò in cui crediamo. Andremo incontro alla gloria, e sia fatta la volontà di Dio... Qui abbiamo tutti paura, è inutile mentire alle nostre coscienze. Fingeremo, tuttavia, di non averne. D'altronde siamo soldati, ed è risaputo quanto sia cosa degna, per un combattente, morir da eroe, morir da figlio della Patria. Mi soffermo ad osservare il tramonto.
So che sarà l'ultimo che ammireremo io e i miei amici, e per uno strano scherzo del fato, si concede a noi particolarmente bello e romantico. Mi guardo intorno. C'è chi pensa ai propri cari, alla propria amata, alla sua casa...
Penso a Dio. E penso che non ce la faremo, ormai lo so. Qualcuno si illude e si "coccola" nella speranza di potersela scampare in qualche modo.

Non posso non dedicare un pensiero a voi, non posso non rendervi onore, spiriti dei nostri Padri. È quanto mai sacro il vostro sangue e tra poco lo sarà anche il nostro. Fra poche infinite ore... saremo anche noi martiri dell'Italica Terra. Poi, riposeremo assieme e non avremo più nulla da temere, perché il peggio sarà passato. E ci saranno cieli nuovi e terre nuove, e non piangeremo più, non conosceremo più né la fame né la sete, non saremo più prigionieri del teutonico nemico né di nessun' altro vile oppressore.

Gesù e Maria, statemi vicino. Ognuno di noi invocherà il vostro Santo Nome, nell'ora fatidica. Fate che il nostro avversario non si avveda della nostra angoscia, fate che le forze non ci vengano meno quando saremo costretti ad affrontare il nostro fratello. Rendeteci uomini, nell'istante in cui varcheremo la soglia.
Rendeteci uomini. Come i guerrieri che ci hanno degnamente preceduto. Che hanno combattuto. Che sono divenuti eterni. E che vivono nella mente e nel cuore di ognuno di noi.

Stasera, come tutte le sere, scriverò una

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Duca F.


Notte d'inverno

Era finita.
L’ultima volta che la vide fu una lontana notte d’inverno.
Una notte d’inferno.
Piovosa e lenta, ne avrebbe ricordato per sempre il profumo dell’umidità e le pozzanghere che si allargavano sui marciapiedi sporchi. La luce dei lampioni si muoveva in esse, in una danza triste e seducente, un andamento sinuoso. Un ballerino che, solitario, sfoggia il suo ultimo tango.
Furono anni di batticuore, anni di oblio, anni in cui dimenticò se stesso, perso nelle sue mani e nelle sue labbra, nel suo profumo di rose. Solo più tardi comprese che le spine, quelle spine che non vedeva, lo avrebbero punto. Il sangue fuoriusciva ormai copioso dalle vene deluse dal tempo, dai sospiri inutili e vellutati, dai singhiozzi duri e patetici.
Non conosceva più quella donna, compagna di mille giorni ed amante di altrettante notti. Luci sempre spente, Amanda, per assaporarti nel silenzio del nulla.
Il vecchio Burke lo conosceva bene ma non lo riconosceva più. Un uomo diverso, assecondato, ammaliato. Inconsapevolmente ammaestrato. I suoi occhi vivi e lucidi, nonostante l’età, lo misero in guardia. Gli disse che il serpente, prima o poi, ti stritola, dopo averti delicatamente avvinghiato. La iena ti sorride, amico mio, ma solo per cibarsi di te.
Lo mandò al diavolo, a quel vecchio inutile e ridicolo. Pensasse a scavarsi la fossa quell’idiota.
Quella notte d’inverno la pioggia si mischiava al fumo, il vento al dolore.
Faccia a faccia, volto duro contro un viso di paura, parole dure come il ghiaccio, mattoni pesanti per il tuo cuore che ha troppo sofferto. Era felice, davvero, ma lei aveva cambiato strada. La strada del destino vorresti sempre sceglierla da te. C’è chi preferisce la più comoda, un’autostrada assolata, circondata da fiumi di fiori. Altri decidono per vie scoscese, dure ed impervie. Quella donna aveva scelto per lui.
Quella notte virò verso una strada di perdizione e violenza, la strada che porta dritta all’inferno.
Una notte d’

[continua a leggere...]



Il solo colpevole (la fine)

Fu un attimo, un lampo attraversò i miei occhi.
Il suo braccio teso si schiantò sul mio petto come un sasso lanciato da lontano.
Caddi a terra in uno schianto, il respiro stroncato dall'urto.
Sollevai la teste lentamente fino ad incontrare i suoi occhi fissi su di me. Paura, odio, stanchezza difficile dire cosa raccontavano.
Il suo respiro spezzato dalla rabbia ed il suo braccio ancora teso nell'aria indicavano la fine di una relazione mai iniziata.
Cercai di rialzarmi, ma il dolore era troppo forte; ad ogni respiro fitte intense e penetranti pungevano i miei polmoni come mille spilli. Scariche elettriche troppo intense per essere sopportare.
Tutto sì coloro di nero, l'odio come un motore lanciato al massimo s'impossessò del mio corpo.
Quell'uomo doveva essere punito, era lui con la sua indifferenza, il solo colpevole di tutto ciò che il mondo aveva gettato su di me.
Scattati in avanti il dolere ormai lontano, il sasso ben stretto nella mia mano.
Colpii alla cieca, senza controllo, il sangue imbrattò di rosso Il muro alle sue spalle, schizzi impazziti d'artista maledetto.
Il colore intenso e l'odor ruggine del suo sangue mi eccitavano, come una iena mi accanii sulla preda ferita.
Ad ogni colpo che infliggevo il peso che da troppo tempo portavo dentro diminuiva la sua intensità, la corda che stritolava le mie viscere s'allentava e quando il sasso scivolò via dalla mia mano insanguinata ero finalmente libero.
Ciò che rimaneva delle mie paure, delle mie insicurezze, era un cranio spappolato ed il volto ormai irriconoscibile della mia vita passata.
Erano le sei e quarantacinque di un tiepido venerdì di dicembre.

   0 commenti     di: loris bassini


Lasciatemi stare

Sono ancora qui, in questa stanza, la solita stanza divenuta la mia tomba. Le sue mani mi sfiorano come sempre e questo è solo l’inizio di una scena vista e vissuta mille volte, divento rigido ma questo non serve a fermare questa violenza. Chiudo gli occhi per non vedere…lentamente le sue mani scendono sempre più in basso, vorrei urlare, avere la forza di ribellarmi ma sono paralizzato. Inizia a spogliarmi e a toccarmi come sempre, vorrei piangere ma non devo, verserò le mie lacrime dopo, quando tutto sarà finito…. ancora una volta piangerò da solo, lontano dagli occhi di tutti.
Anche lui si spoglia e avvicina le sue parti intime al mio viso, mi viene da vomitare ma non posso farlo…forse mi picchierebbe, mi basta questo………
Cerco di pensare che tra non molto sarà tutto finito, almeno per oggi…. forse domani non mi cercherà…forse si sarà stancato di me o forse avrà trovato una nuova vittima. Perché tutto questo? Perché nessuno fa niente per porre fine a queste torture? Vorrei morire ma devo trovare la forza per resistere, per tornare a casa e rivedere la mia famiglia.
E se non venissi creduto…….. in fondo lui è un adulto, chi ascolterebbe un bambino della mia età…. e poi la gente cosa penserebbe di me……………che è anche colpa mia, che non avrei dovuto assecondarlo, ma chi può capire…………..
Sembra tutto così assurdo ma invece è la realtà, mi tocca…. mi chiede di toccarlo………. mi possiede e io non trovo la forza per un lamento…..
Il suo fiato su di me……il suo odore sgradevole, questa stanza……odio tutto questo, ma subisco……riuscirò mai a dimenticare?
I suoi gemiti mi danno sollievo….. anche questa volta sta per finire, per quanto riuscirò a resistere?...
Con gli occhi ancora chiusi, sento che sta per rivestirsi e anche io lo faccio……ma senza aprire gli occhi, non una parola esce dalla mia bocca, mentre lui mi da una carezza quasi a ripagarmi per quanto ho fatto………ho paura, ho pa

[continua a leggere...]

   4 commenti     di: Maurizio Triolo


Porta Palazzo

Nel silenzio della sua stanza Guido si guardava allo specchio. Aveva appena finito di pregare. Doveva prepararsi.

Karim vendeva il fumo. Karim aveva quattordici anni. Abitava a Porta Palazzo: uno dei quartieri più famosi di Torino, ma anche uno dei più popolari e degradati. Una volta, lì, abitavano i meridionali che si erano trasferiti nella città attirati dalle possibilità che le numerose aziende torinesi davano. Erano gli anni del miracolo economico: c'era il lavoro, c'era la speranza. Ma ora loro, i meridionali, si erano spostati almeno la maggior parte, ed era diventato un quartiere più che altro popolato da immigrati extracomunitari.
Karim abitava in quel quartiere da circa un anno. Karim adorava il mercato all'aperto di Porta Palazzo: era il più grande d'Europa. Lui adorava girare per le bancarelle in quel brulicare di voci ed etnie. Per lui quel momento era un rito sacro, quasi come la preghiera da recitare rivolto verso la Mecca. Quando c'era, il mercato Karim faceva dei furti. Non derubava gli italiani, aveva una sua etica. Pensava che siccome abitava in Italia, non era giusto derubare un italiano, era il suo modo di esprimere riconoscenza. Lui si divertiva a fregare i crucchi o gli inglesini: tanto stupidi da andare al mercato con orologi d'oro al polso e portafogli rigonfi di soldi e carte di credito. -Non è colpa mia se loro mi mettono sotto il naso, la loro ricchezza, poveri scemi-. Si divertiva proprio a immaginare le loro facce incredule nell'accorgersi, che il Dio del consumismo non li aveva protetti.
Karim, era credente, era musulmano. Non era come suo fratello più grande Ghafûr; lui diceva che l'uomo bianco doveva essere punito, Ghafûr era un estremista islamico. Almeno era quello che sosteneva. Continuava a ripetere che prima o poi, si sarebbe fatto esplodere in qualche locale sui Murazzi o in qualche centro commerciale. Avrebbe fatto una strage di cristiani. Karim invece non era così, era un ragazzino buono. Credeva in

[continua a leggere...]



Angelo

Il computer sulla scrivania era acceso, sullo schermo campeggiava l’immagine di una foresta di betulle sporcata da un lato dalle icone dei file più usati; un apparecchio telefonico con vivavoce completavano la suppellettile. La mano destra di Angelo opprimeva alcuni fogli bianchi sparpagliati sul piano di lavoro, mentre la sinistra rigirava una matita intonsa. La brezza che entrava dalla finestra semiaperta gli procurava un’impercettibile sensazione di fastidio, non sufficiente per distrarlo dai suoi pensieri.
- Messaggio per il dottor Rossi- dalla scrivania vocesuadente si diffuse in tutta la stanza chiedendo ripetutamente al dottor Rossi di recarsi prima possibile e cioè immediatamente nell’ufficio del Presidente. Angelo continuò a guardare lo schermo acceso come si guarda un punto immaginario all’orizzonte. Dopo una leggera pausa suadentevivavoce parlò di nuovo: -Dottor Rossi ha sentito? Dia il segnale di ricevuto, prego… -.
La voce continuò a ripetere la stessa sequenza di parole, ma Angelo Rossi in quel momento stava dolcemente pensando a Mara, la ragazza del quarto piano.
Angelo guardò amorevolmente nella direzione della voce.
-Ti amo Mara, è molto bello. Non ho mai avuto il coraggio di dirtelo, ma tu lo avevi capito, vero? Sono pazzo di te e sono felice di averlo detto-.
La voce risuonò più veloce, allarmata -Dottor Rossi! Non si muova, la prego. Le mando immediatamente la squadra psicotecnica di pronto intervento. C’è una riunione di tutti i capi settore nell’ufficio del Presidente ma in queste condizioni lei non può, è evidente. Lei ora deve rilassarsi, svuoti la mente. Dovrò avvisare il Presidente-
-Mara, ieri sera sono salito sul tetto della mia casa. Ho visto il tramonto: sapessi come erano belli quei colori. Ho pensato che ti amavo. Mi ascolti, Mara?- Angelo si era alzato e ora stava appoggiato con tutte e due le mani sull’apparecchio la cui voce continuava a diffondersi nella stanza: - Si calmi, cerchi d

[continua a leggere...]

   4 commenti     di: Ivano Boceda


Blue hoar

Si ritrovarono invecchiati.. dopo anni di battaglie tra di loro,
di rinunce.. erano indeboliti..
sedevano davanti alla tele per caso videro una puntata di
molti anni fa, già era andata in onda qundo erano
giovani e raggianti..
A quel tempo il loro amore era tanto forte
da tenere a bada i loro caratteri,
lei vedendo quel dibattito cucinava e sbraitava contro la
televisione.. già.. e diceva:
"come fa una persona, una donna, a farsi togliere la libertà
e tutto ciò a cui tiene da un uomo!!
è colpa sua avrebbe dovuto lasciarlo già molto tempo fa!"
Ora composta stava su quel divano marroncino, coperto da un
lenzuolo forse più vecchio di loro e rovinato dall'ombra,
già.. povera.. era un divano che mai avrebbe comprato da giovane,
svaccato affianco c'era il marito.. si.. lui si sentiva
più forte che mai.
Le cadde una lacrima, non sapeva il perchè.. un filo di luce trapelava
dalla finestra illuminando le polveri sospese davanti al televisore,
pensò fosse quello.. poi poco a poco ricordò com' era il sole,
poi ricordò i campi della sua lontana terra, le risate e
la sua voglia di vivere infine ricordò che già aveva visto
quella trasmissione.
Scoppiò in lacrime.. già quella donna, quell'anziana donna nel
televisore, era diventata lei. Ed anche per lei era ormai troppo
tardi..
A fatica si alzò, coi crampi allo stomaco per la tristezza,
adndò verso la cucina.. a bere un po' d'acqua.
Li vide un coltello era quello che usava sempre il
marito quando insieme cucinavano, e si rese conto che nemmeno
più in quello era libera nè brava come un tempo.
Chiuse forte il pugno, quello sinistro, e piegò il braccio,
così vi ci appoggiò la lama e leggera la fece scivolare più volte.
In poco si sentì tranquilla e potè sorridere come un tempo,
era anche di nuovo morbida come quando giovane si coccolava
ed amava col marito. Si spense.
Lui così la amò e la strinse come un tempo
la baciò sulla

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: andrea macario



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Drammatico.