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Racconti drammatici

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Sally, Sestilio ed Ermellina

Ermellina uscì chiudendo dietro a se la porta della sua casa e del suo paese. Sua madre non si era alzata a preparargli il solito caffè d'orzo; gli dispiacque, ma non poteva avere remore e non si permise un'inutile "nostalgia da ricchi".
L'incontro con Sally era stato la scoperta di se stessa che non poteva più tacere ed anche la sua unica possibilità di un'uscita dall'atavica miseria verso l'America. Non ne poteva più del fatalismo montanaro che aleggiava da sempre nella sua famiglia e del suo destino segnato da sposa di Sestilio.
In poco tempo era cambiato il volto di ogni cosa, si apprestava alla scoperta del "mondo nuovo" e a una nuova vita con Sally.
Sua madre non poteva fermarla ma neanche comprenderla né seguirla. Era troppo legata ai ricordi di una vita passata tra quei castagni con suo padre scomparso pochi anni prima; un uomo che aveva visto altra gente soltanto da dietro il mirino di un fucile.

Tornò al paese a giovinezza ormai finita, solo molti anni dopo, per ricomprare la casa e la terra sull'Appennino finita all'asta.
Alla morte della madre partecipò al funerale tutto quel poco del suo mondo che era rimasto.

Don Sestilio ebbe parole toccanti.



Io sono la nemesi.

Terza notte di appostamento.
Le gambe sono diventate insensibili dal freddo ma va bene così.
Il passamontagna mi da l’impressione di un’altra pelle sul viso.
Non stacco l’occhio dal mirino.
Tra il silenziatore applicato al fucile e il casolare ci sono 500 metri scarsi.
Il Boss è lì dentro.
Il verme.
Ripenso tutto il giorno alla sua carriera criminale e sento la testa scoppiarmi.
Lo vedo uccidere, torturare, minacciare.
Un nuovo orrore, messo in pratica alla stessa velocità con cui viene pensato.
Non riesco più a dormire.
Nei miei sogni, un mondo fatto di assassini, di violenza, di innocenti mandati al macello.
Per questo sono stato fuori dal giro per un po’.
Ho avuto dei problemi.
Lo psichiatra dice che ho un sacco di rabbia repressa.
Che se continuo così dovrò abbandonare la carriera.
La “mia” carriera inizia stanotte.
Io sono la nemesi.
Il male è dietro quelle finestre buie.
Fra poco ci sarà l’irruzione.
Avrò tutto il tempo di sparargli un colpo in testa.
I Capi.
Che stupidi.
Pensano che mettendomi nelle retrovie hanno risolto il problema.
Solo perché ho pestato a sangue un “mafiosetto” poco più grande di mio nipote.
Non capiscono.
Quei balordi hanno bisogno di una lezione.
La legge ha fallito.
I processi sono una farsa.
Si dichiarano pentiti e vivono protetti e ben nutriti dallo Stato.
Idioti.
Mi mordo il labbro dalla furia.
Tutto questo deve finire.
Serve una “scrollata” e sono qui per dargliela.
Il “dopo” è un problema che non mi riguarda.
Il messaggio sarà chiaro per tutti.
Sento il segnale della Radio Trasmittente.
Sono pronti ad entrare.
Sposto il peso sul braccio destro.
La visuale è ottima.
La notte è limpida.
Scorgo quel cacasotto di Marculli avvicinarsi lentamente nella boscaglia.
La sezione Catturandi avrebbe bisogno di gente più motivata.
Non di padri di famiglia con i sensi di colpa.
Mi ha confidato che sua moglie vuole lasciarlo.
Non regge il peso del suo lavoro.

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   10 commenti     di: Eduardo Vitolo


Midnight Crisis

C'è silenzio, in stanza, mentre cominciano i preparativi. Pareti color marroncino, cioccolato sciolto dal caldo. Pavimento polveroso. Tiepido.
Una figura magra e molle, che si agita tra le pareti mettendo fine a ogni ultimo legame con la sua realtà.
Ponendo al posto giusto gli oggetti giusti, con molta cura e attenzione, per recidere anche l'ultimo filo.
Questa sarei io.
Le cose importanti nella vita iniziano sempre in sordina, e come per le ruote delle carrozze che passano per strada, neanche ci si fa caso. Un rumore di fondo che sembra del tutto ordinario.
Sembra.
Qualcosa è nascosto in quel rumore e pian piano lo amplifica finchè non diventa l'unica cosa reale. Questo è quel che credo mi sia successo, e per questo non posso dire come e dove sia iniziato. So solo che all'improvviso mi sono accorta che il mondo esterno mi era venuto a noia.
Prima gli oggetti.
La loro forma, la loro presenza, mi infastidiva. Esterni, quindi estranei, apparivano come pezzi strappati al mio stesso corpo.
È normale per chi cresce nell'alta società il pensare di possedere tutto, ma tutto ciò che possedevo mi si ribellava. Ero costernata dall'impossibilità fisica di inserire gli oggetti che usavo di comune, il pettine, lo specchio, la penna, nella mia fisionomia. E vederli fuori di me mi spaventava. Da quando poi mi ero ferita, proprio tentando di unire a me le mie forbicine da unghie, non osavo più nemmeno manipolarli. Nemmeno avvicinarmi a loro. Se avessi dormito nel letto, ero certa, sarei stata io a diventare parte di lui.
Di conseguenza, le persone sarebbero parse un ancora di salvezza. Mi avrebbero potuto aiutare. E invece nemmeno questo accadeva. Ognuna di loro, per quanto disponibile, per quanto disposta ad ascoltare con pietà e sincero compatimento, era in fondo estranea. Ognuna presiedeva alle proprie funzioni. Ognuna si curava solo del suo personale accrescimento, fisico e mentale, e infine sperava in un sereno consumarsi. Niente a che vedere con me.

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GIULIA 1 Presentazione parte I

ATTENZIONE Quella che segue è una storia molto triste, molto amara e dolorosa, ha un motivo di esistere ma è davvero molto sofferta.


Giulia ha 15 anni, o meglio li aveva; ma è il caso di cominciare dall’inizio.

È nata da una famiglia medioborghese, a Latina, primogenita a lungo attesa e desiderata; perché i genitori aspettavano di “sistemarsi” per bene, sia col lavoro, che
con la casa, comprata in cooperativa, con un mutuo ventennale, che pareva non dovessero mai finire i lavori di rifinitura;
infine venne il bel momento, tutti i rituali del caso, parenti, amici e colleghi, prima in clinica a complimentarsi con la puerpera, poi a casa a festeggiare il battesimo.

Insomma tutto normale, tutto usuale, tutto monotono perfino!

Ma Giulia non era né monotona, né usuale, né tantomeno normale, nel senso che fin dai primi mesi di vita aveva manifestato un dono ed un difetto genetico.

Il dono era l’empatia con qualsiasi tipo di animale; sia che stesse nel passeggino portata in giro dalla mamma, o nel girello nel cortile del parco, oppure ospite coi genitori a casa di qualche amico di famiglia;
ovunque ci fossero in giro cani, gatti, coniglietti, criceti o chissà quale altro piccolo amico peloso o pennuto, immancabilmente l’animale di turno, si, letteralmente, innamorava della piccola Giulia.

Le prime volte queste manifestazioni di adorazione venivano fraintese dagli adulti presenti, poi, con il ripetersi ossessivo di tali fatti, tutti cominciarono a capire, a scoprire che davvero, non c’era animale, il quale non mostrasse languore e sottomissione con la bimba, la quale, del resto, sembrava dare per scontato che un alano grosso almeno quattro volte più di lei, si acquattasse ai suoi piedi e la fissasse con evidente amore; o che un gatto notoriamente noto per la sua alterigia strusciasse la sua testa vicino i suoi piedini per meritarsi una carezza.

continua...

   11 commenti     di: luigi deluca


Come un cane

Non era una giornata come le altre, lui lo sapeva. Il cielo era colorato di un azzurro sbiadito, gli uccelli sembravano stanchi di cantare. Si alzò dal letto e vide fuori il mondo che gli girava intorno e lo guardava con compassione; le nuvole creavano una superficie spessa e grigia che impediva il passaggio ai raggi del sole. Le gambe pesanti lo tenevano ancorato al pavimento, le braccia sentivano il bisogno di staccarsi dal corpo e volare lontano. Aveva appena trascorso la notte più lunga della sua vita: gli occhi non si erano mai chiusi, intenti a scrutare l'oscurità, a piangere per un destino inesorabile. Nascosta da una coperta azzurra, sua moglie dormiva beata, incurante del ciclone che di lì a poco avrebbe marchiato a fuoco la sua esistenza. La osservò per qualche minuto, dopo aver scoperto il suo viso: aveva la pelle liscia, luminosa, i capelli lunghi e neri; dei piccoli segni le decoravano una guancia, il naso era il disegno di un grande artista. Il candore di quella donna che tanto amava non meritava di essere sporcato da una notizia terribile come quella che lui teneva dentro da più di una settimana: era malato, gravemente. Un mostro si era introdotto nel suo corpo e gli stava mangiando gli organi come il più avido dei corvi. Nessuna guarigione, un'unica certezza, indiscutibile sentenza sul processo della sua vita: il destino che lo attendeva. Se ci pensava, sentiva il cuore battere veloce, in fuga da un corpo che si arrendeva all'inevitabile.
Una lacrima gli rigò il volto pallido, facendogli riassaporare l'amarezza della triste scoperta; la mente tornò indietro, al giudice dal camice bianco che con la voce pacata e tranquilla di chi era abituato a gestire situazioni del genere, gli aveva annunciato la fine, lo stato avanzato di una malattia che non gli avrebbe lasciato molto tempo. Lui, evidentemente, a quelle situazioni non era per niente abituato: la voce del dottore gli aveva paralizzato il corpo, bloccato il sangue nelle vene. Le parole era

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Metaldog

PARTE PRIMA
È la mattinata della confusione a Roma perché sta per sposarsi Franco Monroe chiamato da tutti “Frank”, figlio del presidente della nazione proprio nella capitale d'Italia dove nell'anno 2004 ha iniziato tutta la storia. Mentre gli sposi vanno in chiesa insieme al presidente, Giovanni Monroe che ha un cognome straniero proprio perchè suo padre era inglese, chiamato da tutti “John”, fuori vicino alla chiesa si vede un barbone che si scola una bottiglia ed è vestito tutto nero e con un lungo cappuccio in testa ovviamente sempre di colore nero e infatti, proprio per questo, in giro tutti lo chiamavano “uomo nero” dove in giro si raccontavano varie storie di malvagità ma fortunatamente nessuna vera. Finito di bere, l'uomo nero entra in chiesa e tutti lo osservano molto stupiti ma il suo cuore viene colpito dallo sguardo di Cora Monroe figlia del presidente e sorella di Frank, una donna bionda, occhi azzurri, magra e oltretutto appena “single” e per tutta la cerimonia l'uomo nero la fissa ma all'uscita della chiesa, l'uomo nero, subito si allontana e va dietro un palazzo. In quello stesso momento negli Stati Uniti, il presidente della nazione Genny Levisky in Italia chiamato giustamente “Gennaro”, tiene un discorso in diretta che annuncia di troncare l'alleanza con l'Italia ma Genny essendo un religioso animista, dice che va a Roma per impossessarsi di una certa METALDOG, la spada che secondo lui, rappresenta il loro dio perché ha combattuto molte guerre con la sua nazione ma, per l'alleanza con l'Italia, l'ex presidente della nazione ormai morto ha affidato la spada all'Italia per ricordo. John ora, ha affidato la spada a Frank per il suo matrimonio e la sera, festeggia prima di partire per le nozze con Carmen Zauri sua moglie, all'aperto dove durante il discorso, John annuncia di affidare la METALDOG a Frank. Dopo quelle parole, l'uomo nero che st seduto a terra a bere sotto un albero mentre ci sono varie donne a p

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Etica di Guerra

La dottoressa Palmer, biochimica di fama internazionale, non stava in sé per la gioia.
"Le molecole della longevità" non erano più astratta teoria, ma una splendida certezza.
Un balzo gigantesco per l'Umanità. Almeno trenta anni in più di longevità e buona salute, anche, oltre i cento anni. Un sogno che diventava realtà. Per raggiungere lo scopo, nel laboratorio, non aveva esitato a far vivisezionare centinaia di bambini, colpevoli solo di essere innocenti. Che strano paese l'Africa, basta un niente e s'infiamma. Nell'ultima fiammata, purtroppo, il Centro di Ricerche Biologiche di Laukasa, cadde nelle mani sbagliate dei Rivoltosi. Comunicazioni interrotte e nessun dato sulla dottoressa Palmer e i suoi assistenti. Si sapeva solo, dalle foto del satellite, che la struttura della sede era ancora in piedi. Mister Mulligan, l'uomo incaricato di trovare una soluzione, squadrò i quattro mercenari che componevano il "Commando." "... E questo è tutto, sapete cosa fare e sapete anche che per 36 ore etica di guerra." " Mister, il mancato arrivo del Cobra Mustang, alle ore nove, annulla il nostro patto." " Mi sembra ragionevole, d'accordo." I quattro componenti del "Commando" erano delle autentiche belve feroci: Franz, aveva una ventina di cadaveri all'attivo e voglia di arricchire il bilancio. Julien era il Mozart del tritolo e dove operava lui, niente restava in piedi. Andrew era un chirurgo raffinato, i suoi occhi sembravano perle di ghiaccio. Giulio era detto l'Africano, per la profonda conoscenza del continente nero. Una visitina al mercato e subito fu individuato il furgone di un paio di Ribelli. Accopparli e far scomparire le loro carcasse fu un gioco da ragazzi. La pista degli elefanti era in buone condizioni e a bordo del vecchio bedford, macinarono chilometri su chilometri, avvicinandosi alla meta. Dei feroci guerriglieri africani nessuna traccia. Ogni tanto qualche mandria di mucc

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   6 commenti     di: oissela



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