username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti drammatici

Pagine: 1234... ultimatutte

Il solo colpevle (prima partre)

Tutto ebbe inizio nella maniera più semplice.
Quella mattina d'inverno, una delle tante, mattine d'inverno.
Appoggiato al mio solito palo; le sei del mattino di un freddo venerdì di dicembre.
"Brrr.. che freddo".
Il giovane uomo mi passo accanto correndo: pantaloncini, felpa e scarpette.
Disse quelle semplici parole in un modo cosi naturale.
Che peccato..
Avrebbe dovuto essere più veloce nel sollevare il suo braccio, anche se un treno in corso non si può fermare facilmente, nemmeno con un braccio ben teso.

Quelle tre parole buttate li a caso, sussurrate nel vento; sciolsero qualcosa congelato nell'io più profondo.
"Ciaaoo!" urlai ormai incapace di modulare le frequenze sonore dalla mia voce. Erano anni che non ne facevo uso.
Il giovane rallento la sua corsa girò la testa verso di me e lentamente si fermo.
"Buongiorno..", ancor prima che potesse aggiungere altro dissi "dammi del tuu; siam' amici no?".
Il giovane inclinò la testa di lato tirandola leggermente indietro, come fanno i piccioni quando ti osservano da sopra un davanzale, con quegli occhi tondi e insignificanti..
Stupore, ecco cosa apparve sul suo volto, semplice stupore quello che ti coglie quando non sei assolutamente preparato a ciò che ti accade.
Coprii la breve distanza che ci separava con quattro passi decisi, afferrai la sua mano ed il contatto con quell'appendice calda e morbida mi commosse.
Con le lacrime che già bagnavano le mie guance mi presentai: "Tanto piaacere mi chiam Rodolfo, quest' è il mio paalo, e sono s-solo quant te".
La sua mano scivolo via veloce dalle mie dita ed il freddo di dicembre si rimpossessò di loro in un lampo.
"Ehy amico... lascia perdere; fa freddo, sono stanco ed ho voglia di qualcosa di caldo. Buona giornata".
Sollevò la mani in segno di resa si girò e ricominciò a correre.
"Veroo fa freddo andiam a beere qualcosa di caldo.. buoona ideea".
Asciugai quel che rimaneva delle mie lacrime ormai vetrificate e gli anda

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: loris bassini


Solo

Jonas scostò la tenda da un lato e sbirciò fuori.
“Jo-nas Jo-nas Jo-nas”
La folla acclamava il suo nome. Sembravano impazziti.
Era pronto per stupirli. Era da tempo che non provava quel numero ma l’occasione lo richiedeva. Sicuramente sarebbero rimasti a bocca aperta. Rimanevano tutti a bocca aperta quando faceva il “triplo jonas incrociato”.
Era un numero che si era inventato lui anni addietro e da allora in tanti avevano cercato di copiarlo ma senza riuscirci. Era la sintesi di tutto ciò che aveva imparato durante i lunghi anni di apprendistato con leggende del settore. Tutto ciò che aveva mai appreso condensato in una singola esibizione di un minuto e mezzo.
Chiuse gli occhi e visualizzò mentalmente la routine. Doveva essere tutto scolpito perfettamente nella sua mente. Bastava la minima esitazione e il numero sarebbe stato un clamoroso fallimento.
“Sei pronto? ”, disse una voce alle sue spalle.
Era Jenna, una delle ballerine. Aveva sempre avuto una cotta per lei. D’altra parte tutti avevano una cotta per lei perché era di gran lunga la più bella, la più aggraziata e la più, diciamo, disinibita di tutto il corpo di ballo.
In tanti, tra i membri del gruppo, raccontavano di scorribande sussuali con lei, vere e proprie maratone che duravano per intere notti. Jonas non ci aveva mai provato, era troppo timido e intimidito da quello che dicevano gli altri. Però, forse anche proprio per quello, lei era particolarmente affezionata a lui e lo incoraggiava sempre quando ne aveva bisogno.
“Sì, credo di sì. Tanto è come andare in bicicletta no? ”, disse senza alzare gli occhi, “Non si scorda mai, giusto? ”
“Giusto! ” disse Jenna sorridendo teneramente. Gli diede un bacino sulla guancia. “Falli secchi campione”.
Mentre aspettava che il presentatore annunciasse il suo nome, Jonas si rese conto che gli tremavano un po’ le gambe. Era da tanto tempo che non gli succedeva. All’inizio della sua carriera succedeva sempre e

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: davide sher


Il sacrificio di Luca

Natale. La signora Annamaria La Porta con la figlia Simona tornavano a casa, dopo la messa solenne delle dieci, fendendo a fatica la folla dei passanti e dei fedeli che continuamente si raggrumava intorno a nuclei casuali di amici e parenti che, riconoscendosi, si scambiavano saluti, auguri e apprezzamenti, accompagnati da sorrisi alquanto ipocriti.
Annamaria aveva fretta e perciò si fermava solo quando passava talmente vicina ai suoi conoscenti da non poter fare a meno di fermarsi a salutare. Diversamente, tirava dritto: aveva un pranzo da preparare. Oltre che per il marito e per Simona, avrebbe dovuto cucinare anche per il figlio maggiore che frequentava l'università in città e per la sua fidanzata, che finalmente avrebbe conosciuto di persona.
Dopo aver messo la pasta sul fuoco ed aver aggiustato sulla teglia le orate da cuocere in forno, si era concessa una breve pausa, dando un'occhiata al giornale che suo marito Felice aveva lasciato sul divano, prima di infilarsi sotto la doccia. Purtroppo anche oggi le solite brutte notizie, ma in più c'era un bell'articolo di fondo che forse valeva la pena di leggere con attenzione: si ripromise di farlo con calma, nel pomeriggio. Continuò a sfogliare le pagine. Nella cronaca locale la notizia di un decesso in carcere attirò la sua attenzione. Un giovane detenuto era morto, per malattia a quanto sembrava.
Felice uscì dalla doccia:
- Com'e andata stanotte? - chiese Annamaria.
- Al solito. Abbiamo aspettato la mezzanotte per gli auguri, insieme al cappellano e ai detenuti. E poi abbiamo brindato e mangiato i dolci preparati da alcuni di loro.
- E Com'erano? buoni?
- E chi lo sa! Figurati che non sono nemmeno riuscito ad assaggiarli. Ma lo sai quanti siamo la dentro?
- Lo so che siete troppi, me lo ripeti sempre.
- Non si ha idea di quello che è diventato. Siamo troppi e non c'è posto per tutti. In fondo, lì dentro non ci sarebbe proprio nessun motivo per festeggiare.
- E per il capodanno come sei mes

[continua a leggere...]



Un piano diabolico

Un giorno si scoprì che avevano ingravidato Petronilla.
Furono gridi e strepiti che si sentirono da un'estremità all'altra del paese. E scudisciate con un ramo di salice bagnato.
Era la madre a urlare, ché Petronilla era muta dalla nascita. Muta e ritardata. Ed era sempre la madre che gliele suonava senza misericordia.
Accorse il vicinato per vedere e sentire.
- Chi è statooo? Chiii?... ché qua dentro mai nessun uomo ha messo piede!... Disgraziata!
E giù nerbate.
I curiosi si guardarono, sorrisero, qualcuno osservò:
- Hai visto, tu? Scema scema... pure lei...
E la notizia venne divulgata come il lampo:
- Petronilla, - dicevano appuntandosi l'indice alla tempia - la figlia di Filippa e Pasquale Introcaso, ha trovato chi le ha fatto la festa.
- Da non crederci. E chi sarà stato?
- Non per essere maligni, ma... un uomo solamente ci sta, in casa: il padre.
- Quella gatta morta di Pasquale?
- E chi, se no? Fratelli non ce n'è, pertanto...
- Non può essere stato un altro, a farle il servizio? Ad esempio quel cugino di Montescaglioso...
- No, no: figuratevi adesso se Filippa lascia la figlia da sola in casa, col cugino di Montescaglioso...
- E se fosse stato don Ciccillo? Mesi addietro, quando è andato in giro a benedire le case?...
- Eh, già: ché quello, quando sente odore di femmina...
- Macché, macché! C'erano tutti e due, quel giorno, padre e madre: li ho visti coi miei occhi sulla porta, mentre mettevano le uova in mano al chierichetto, e davanti al prete!
- Mah! Solamente loro, lo sanno... Certo, però, che tutto è possibile...

Morto di fatica, giunse in quel mentre Pasquale dalla campagna.
"Che ci fa quella gente vicino a casa mia?... Gesù, che sia successa una disgrazia?". Poi si accorse che nel vederlo quelli ridevano e sgomitavano, e pensò: "No, non può essere una disgrazia."
Sistemato l'asino nella

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: giovanni


Proteggere e Servire parte 1

CAPITOLO 1: L’ULTIMO VIAGGIO.

Questa sirena mi assorda... ormai sono più di dieci minuti che la sento martellare la mia testa. Maledetto traffico di New York del dopo lavoro! Non arriveremo più in tempo, ormai ne sono certo. Non è colpa dell’autista... sta davvero facendo quello che può per trovare il benché minimo varco tra le colonne di macchine che ci sbarrano la strada e che se ne fregano di me e del mio amico... soprattutto di lui. E non è colpa nemmeno dei due paramedici che tentano in tutti i modi di stabilizzare le condizioni del ferito. Sono vicini a me e li vedo davvero preoccupati. Si muovono in continuazione attorno alla barella, impacciati anche dallo spazio angusto dell’ambulanza. Li vedo osservare continuamente quel monitor in alto... anch’io lo scruto da quando siamo entrati ma non sembra voglia dare buone notizie... sullo schermo quei picchi distano parecchio l’uno dall’altro ed anche i bip non si ripetono affatto spesso. Il numero in alto a destra segna cinquant’otto ma sta diminuendo gradualmente. Se ne sta andando.
Il mio amico se ne sta andando.
I due camici bianchi vorrebbero stabilizzarlo... vorrebbero fermare quella dannata emorragia che invece non vuole saperne di fare la brava ed anzi sembra aumentare ad ogni istante quasi a volere prendere per il culo gli sforzi dei due giovani dottori, che non si rassegnano ancora, come sto cercando di non fare nemmeno io.
Li vedo sudare copiosamente mentre afferrano siringhe, fanno iniezioni di tutte quelle sostanze che ho sentito nominare tante volte ma che non ho la minima idea di cosa siano... epinefrina, soluzione di sodio eccetera. Solo arabo per quanto mi riguarda e del resto non sono un dottore. Tutto quello che è certo al momento è la marea di sangue che sprigiona dalla ferita all’addome del corpo privo di conoscenza sdraiato sulla barella e che sta gocciolando sul pavimento dopo aver imbevuto le garze che dovevano in teoria fermarlo.
Non c’è più nulla da fare..

[continua a leggere...]



Schegge di follia

Dopo 12 interminabili rampe di scale, Chris giunse al cospetto della piccola porta di metallo che dava sulla terrazza dell'ultimo piano di uno squallido appartamento, nel centro della città. La scalata del palazzo si rivelò più ardua del previsto, aggravata sia dalla non perfetta forma fisica del quarantottenne, sia dal peso dell'"Archer Sniper Rifle" che si portava appresso, contenuto in una pratica valigetta. Col fiato corto e ancora accaldato per l'inevitabile fatica notturna, Chris spalancò faticosamente la porta arrugginita e, dopo averla saldamente bloccata dall'esterno con una catena, a passi lenti si accinse ad accorciare la distanza che lo separava dal parapetto del grattacielo, sempre imprecando contro l'architetto che aveva progettato quello stupido palazzo privo di ascensore. Il fiabesco cielo stellato che lo sovrastava sarebbe stato l'unico spettatore, il solo che avrebbe assistito a ciò che stava per accadere in quella fredda e asciutta notte di gennaio.
Le strade di quell'isolato erano ben illuminate ma semideserte. Di rado transitava una macchina giù in strada, per non parlare dei pedoni. Ne passava in media uno ogni quarto d'ora, tutti con una andatura frettolosa, impazienti di raggiungere la propria abitazione e di sfuggire alla morsa del gelo invernale.
Quando Chris raggiunse la sua postazione, accovacciandosi, estrasse il suo "Archie" dal contenitore, cominciando meticolosamente ad assemblarlo. Come in ogni analogo evento, quei piccoli e semplici gesti meccanici ripetuti ormai chissà quante volte nella sua lunga carriera di killer, portarono alla mente dell'assassino i volti delle decine di persone alla quale aveva tolto la vita, senza sapere il vero motivo, la ragione per la quale quelle stesse persone meritassero di morire. "Eseguire gli ordini" era il suo compito, solo e soltanto eseguire degli ordini, senza fare domande, senza chiedere spiegazioni od ottenere informazioni aggiuntive: da 23 anni a questa parte, Chris av

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Gabriele Lunghi


Rosa purpurea

"Squadrone.. alt!"
Al perentorio comando i cinquantadue soldati componenti il reparto delle nuove reclute provenienti dal CAR si fermarono all'unisono e restando sull'attenti. Poco dopo, un secondo ordine ordinava loro di mettersi in posizione di riposo. Sulla ghiaia che rappresentava il piano di calpestio dello spazio antistante gli uffici del distaccamento di artiglieria contraerea il rumore degli scarponi veniva maggiormente amplificato e più di qualche birba, come già venivano scherniti dal loro sbarco dai camion, non abituata a quel particolare piano stradale sembrò comicamente sbandare provocando ancor più ilarità tra la dozzina di "veci" che bigollonavano nei dintorni pronti a inquadrare le future prede degli scherzi da bullismo a cui saranno sottoposti nell'immediato futuro.
Lo spazio in cui lo squadrone si era fermato era quello delimitato dai vari uffici del distaccamento, Fureria, Amministrazione, Sala riunione, Comando distaccamento, Comando di batteria, Magazzino, Dispensa, Cucina, ed infine OATIO, il secondo per ampiezza dopo quello delle riunioni. Era, quest'ultimo, l'anima dell'intero distaccamento, qui veniva ospitato il centro pianificatore di tutte le attività militari, esercitazioni varie, vi aveva sede il centro degli avvistatori PAO (pattuglie di avvistamento ottico) nelle varie esercitazioni, il centro NTBS (l'apparato radar di primo avvistamento aereo) ed infine quello delle trasmissioni radio.
A gestire tutte le attività dell'OATIO era un maresciallo capo, ma essendo sempre introvabile (dicasi grande imboscato) il tutto era sotto il ferreo controllo del sergente maggiore Loddu Enrico, per tutti "capo" e solo per pochi intimi Rico. Alto un metro e ottanta e con oltre novanta chili di peso, quasi tutti muscoli eccessivamente malriposti, incuteva più che rispetto un vero e proprio timore fisico convalidato da una maschera impressionante che rappresentava il volto, zigomi sporgenti e naso distorto e schiacciato erano solo alcuni dei

[continua a leggere...]




Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Drammatico.