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Racconti drammatici

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FURIA D'AMORE

Il Varese era più frequentato del solito, clienti occasionali, che non avevo mai visto, entravano ed uscivano con l’aria distratta di chi cerca di dimenticare i problemi quotidiani, gironzolando da un bar all’altro, alla ricerca di niente, La serata era calda, ma non eccessivamente, del resto indossavo i miei pantaloncini bianchi e la maglietta in stile caprese, che mettevano in risalto il mio fisico asciutto e muscoloso. Matteo, il ricciolino dei Barbuti, come gli amici lo chiamavano, sonnecchiava nella sua poltroncina, forse sognando la sua Rosemary e Livio, il bello di via Arce, con uno dei suoi completini da mercato rionale, discuteva animatamente con Flavio, il saracino di via Tasso. Giovanni, invece, ribattezzato il morto che parla, se ne stava in disparte, russando col bastone tra le mani. Erano circa le ventidue ed il traffico era più sostenuto che mai, del resto accadeva ogni sabato sera, quando arrivava gente dalla provincia ed le uniche due vie di accesso alla città si intasavano.
Ad un tratto, il “ricciolino” spalancò gli occhi e, poggiandosi ai braccioli della sedia, si sporse in avanti, guardando verso una cabriolet rossa, targata Firenze, e guidata da una bruna stupenda, una di quelle che solleticano le fantasie erotiche di noi maschietti, quando l’incontro con l’altro sesso costituisce ancora una necessità primaria. Il nostro sguardo si diresse automaticamente in quella direzione e la ragazza per un breve attimo mi guardò, mi strizzò l’occhio ed avanzò di un passo, per fermarsi, subito dopo, dietro una fiesta blu notte. Mi alzai dalla sedia e ricambiai l’occhietto, sperando in un miracolo. Girò leggermente il capo e con uno splendido sorriso mi fece cenno di salire in macchina, mentre gli amici mi fecero il coro.
Mi tremavano le gambe, ma tutto il resto si era allertato e proiettato verso conclusioni piccanti e fantasiose. Mi sembrava un sogno: ero lì, affianco a lei, e tutto mi sembrava più bell

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   1 commenti     di: Franco pastore


Notte d'inverno

Era finita.
L’ultima volta che la vide fu una lontana notte d’inverno.
Una notte d’inferno.
Piovosa e lenta, ne avrebbe ricordato per sempre il profumo dell’umidità e le pozzanghere che si allargavano sui marciapiedi sporchi. La luce dei lampioni si muoveva in esse, in una danza triste e seducente, un andamento sinuoso. Un ballerino che, solitario, sfoggia il suo ultimo tango.
Furono anni di batticuore, anni di oblio, anni in cui dimenticò se stesso, perso nelle sue mani e nelle sue labbra, nel suo profumo di rose. Solo più tardi comprese che le spine, quelle spine che non vedeva, lo avrebbero punto. Il sangue fuoriusciva ormai copioso dalle vene deluse dal tempo, dai sospiri inutili e vellutati, dai singhiozzi duri e patetici.
Non conosceva più quella donna, compagna di mille giorni ed amante di altrettante notti. Luci sempre spente, Amanda, per assaporarti nel silenzio del nulla.
Il vecchio Burke lo conosceva bene ma non lo riconosceva più. Un uomo diverso, assecondato, ammaliato. Inconsapevolmente ammaestrato. I suoi occhi vivi e lucidi, nonostante l’età, lo misero in guardia. Gli disse che il serpente, prima o poi, ti stritola, dopo averti delicatamente avvinghiato. La iena ti sorride, amico mio, ma solo per cibarsi di te.
Lo mandò al diavolo, a quel vecchio inutile e ridicolo. Pensasse a scavarsi la fossa quell’idiota.
Quella notte d’inverno la pioggia si mischiava al fumo, il vento al dolore.
Faccia a faccia, volto duro contro un viso di paura, parole dure come il ghiaccio, mattoni pesanti per il tuo cuore che ha troppo sofferto. Era felice, davvero, ma lei aveva cambiato strada. La strada del destino vorresti sempre sceglierla da te. C’è chi preferisce la più comoda, un’autostrada assolata, circondata da fiumi di fiori. Altri decidono per vie scoscese, dure ed impervie. Quella donna aveva scelto per lui.
Quella notte virò verso una strada di perdizione e violenza, la strada che porta dritta all’inferno.
Una notte d’

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Il diario dei miei giorni senza di te parte III

Parte III

Quel ragazzo carino mi ha invitato per un caffè e io ho accettato. Per la prima volta nella mia vita mi sono seduta ad un tavolo con un ragazzo così come ci si siede una ragazza con il suo nuovo ragazzo. I suoi occhi erano azzurri e sinceri, mi sono piaciuti. Ha più o meno la mia età , forse è un anno più grande. Non era più timido, era abbastanza simpatico e mi ha fatto ridere un paio di volte con le sue storielle. Dopo pensai a lui tutta la sera. Solo a lui e dimenticai te. Ci sono dei giorni e delle notti in cui non ti mando più il mio pensiero di auguri, mi vergogno un po’ a dirtelo, però devi capirmi. Lo penso tutto il giorno, lo sogno di notte, le mie labbra cantano senza sosta. dici che è questo l’amore? Dimmelo amico mio, è questo? Perché tu sai quanto ho paura delle delusioni. Posso fidarmi di lui e del mio cuore? Mandami un segno o meglio dimmi di si, io ti crederò . Cavalca di nuovo stanotte sui miei sogni…
Sono pazza, sicuramente di gioia. Quello sguardo azzurro promette solo cose buone. Mi fa sentire bene e sicura. Stasera mi ha invitato di andare a cena da lui nel suo appartamento. Ho accettato, come facevo a dire di no a quegli occhi che mi pregavano così tanto? Sono tornata in chiesa dopo tanto tempo e pregai Dio di assolvere i miei peccati e di darmi un po’ di pace interiore. O almeno di fare un armistizio. Ho tanti bisogno di riposarmi da questa guerra tra inferno e paradiso della mia anima. I loro occhi mi sentirono, anche se non so se lo hanno fatto per il desiderio di aiutarmi, oppure dalla loro impotenza di combattere contro la mia felicità . Come fanno ad essere concordi con la felicità altrui degli occhi così tristi? Usci correndo da quel posto prima che la mia anima si avvelenasse di dolore e sofferenza …

È da un ora che sto davanti allo specchio, e non ho ancora scelto che vestito mettermi. Non ho finito neanche l’acconcia

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   0 commenti     di: suzana Kuqi


Oscar

La testa. Quanto gli faceva male la testa.
Se Oscar avesse potuto spiegare quanto gli facesse male la testa in quel momento con un'immagine, avrebbe sicuramente scelto un incidente automobilistico. Fischi dei freni, asfalto bruciato, lamine metalliche distrutte, vetri sbriciolati, urla di dolore. Sentiva tutta quest'orchestra di sinistri suoni nella sua testa, pesanti e ridondanti, incontrollabili e molto, molto fastidiosi.
Non ci poteva far nulla, oramai questi suoni avevano preso affitto dentro di lui. Erano dei coinquilini piuttosto scomodi, di cui avrebbe fatto volentieri a meno, come del resto di tutte quelle altre sensazioni che si portava dietro, come se fossero legate alle sue gambe, che si appiccicavano viscidamente sulla sua schiena come sanguisughe. Solitudine, desolazione, disperazione, confusione, sporcizia.
Ah, la sporcizia!
Non riusciva a sopportarla. Ultimamente Oscar non aveva avuto molte possibilità di lavarsi. Solo grazie a qualche fontanella o a qualche bagno pubblico riusciva a ritrovare un minimo di igiene. Ma per la maggior parte del tempo, puzzava di fritto. Sentiva sempre intorno a sé un odore di piedi fritti. Piedi che avevano percorso migliaia di chilometri. Fritti. Era una sensazione disgustosa, ma per uno come lui, uno che dormiva nella stazione dei treni, era quasi una normalità.
Com'era finito a vivere e dormire in una stazione?
Oscar si poneva spesso questa domanda, senza trovarvi mai risposta. Pensava quasi di esserci nato là dentro, ma nel suo io più nascosto, più vivo e pulito, sentiva che prima di quella squallida vita, ne aveva vissuta un'altra migliore, con una donna al suo fianco, degli amici, un lavoro, una macchina, una casa e, chissà, anche con dei figli. Senza puzza di frittura.
Automaticamente, dopo questo pensiero, si chiedeva sempre quanti anni avesse e dove fosse nato. Non aveva risposte, né carte d'identità. Sapeva solo il suo nome: Oscar. Chi avrebbe potuto dargli un nome simile? Gli ricordava il cine

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   0 commenti     di: Roberto Dessì


La capriola

Zimlo correva a più non posso.
Correva con le lacrime che grondando dai suoi occhi andavano a bagnare un asfalto che rimaneva alle sue spalle.
Correva per fuggire. Ma non si fugge. Non si fugge mai correndo. La fuga si compie camminando lentamente, a testa alta. Fuggire di corsa con lo sguardo sui piedi non risolve i problemi, piuttosto li ingigantisce. Glielo aveva spiegato anche il Dottor Quiete, e più di una volta a dire il vero. Le cose vanno affrontate con calma e sangue freddo, nulla è impossibile e a tutto c'è una soluzione. Volta le spalle ad un problema e ti pugnalerà. Volta le spalle ad un problema e comincia a correre e finirai in un baratro senza fine. Questo e mille altre belle frasi soleva ripetergli il caro Dottor Quiete, ma l'adorato medico dopo il lavoro poteva sempre tornare a casa e fottere la sua bella mogliettina come e quanto meglio credeva, Zimlo no. Lui era quel che noi comuni mortali chiamiamo impotente. Uomo affetto da disfunzione erettile. Soggetto di sesso maschile incapace di raggiungere e/o mantenere un'erezione sufficiente a condurre un rapporto soddisfacente.
Aveva fatto tutti i test del caso, erettometria notturna, ecografia prostato vescicolare trans rettale, ecolordoppler dei testicoli, potenziali evocati sacrali, test alla papaverina e infine l'Scl test. Il risultato, per nulla tranquillizzante, era che il suo corpo e suoi vasi sanguigni non avevano nessun problema, ma che il suo blocco psicologico era così grave che nemmeno stimolazioni esterne fossero capaci di indurre l'erezione. Tadalafil, sildenafil, verdenafil, apomorfina e creme di ogni genere, nulla. Aveva provato anche quelle maledette iniezioni che dovrebbero rianimare anche il pene di una mummia. Il risultato? Nulla. Un cazzo di niente. Ma il dottor Quiete aveva sempre il suo beato sorriso stampato in faccia mentre gli spiegava di non preoccuparsi, di non vedere le cose più gravi di quelle che in realtà sono, mentre gli illustrava come qualsiasi problema psi

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   0 commenti     di: Pio Chiozzo


A volte... la vita!

Quel giorno Rachele si era vestita contro voglia.
Aveva infilato i jeans, scarponcini marroni
e un maglione di lana verde, morbido, che si era un po' allentato nel tempo... Aveva raccolto i lunghi capelli castani in una coda e applicato un filo di mascara alle ciglia.
Alle 7 era uscita di casa; era già mattina da un po', dal cielo scuro, però, coperto di nubi filtrava poca luce.
L'università le piaceva, ma economia non era di certo la sua materia preferita.
Doveva prendere 2 autobus e camminare per circa duecento metri per arrivare alla sua facoltà; un'oretta di viaggio in tutto.
Quel brutto tempo le infondeva tristezza e alcuni ricordi la accompagnavano mentre attendeva alla fermata.
Il padre, che aveva perso qualche anno prima... Quando da piccola rientrava da scuola, già malato le sussurrava:< Ben tornata bambina...> e la faceva sedere sulle sue ginocchia. Come le mancava...
Sull'autobus accanto a lei si era seduta una donna con il burka; aveva un gran pancione; si sentiva odore di aglio... avrebbe voluto chiederle il sesso del nascituro... Non lo fece.
Mentre percorreva l'ultimo tratto a piedi era solita soffermarsi a guardare le vetrine dei negozi; il vetro rifletteva la sua immagine e stranamente, anche se sciatta, quel giorno si piaceva; aveva un colorito acceso, forse per il freddo.
Al passaggio pedonale si mise in coda ad una ventina di persone; per lo più cinesi con le digitali pronte in mano, poi una coppia di fidanzatini, forse quindicenni, con le sigarette accese e l'adrenalina a mille per un concerto imminente. Un signore anziano accompagnato da una robusta badante e due suore...
Il semaforo segna il verde, il gruppo si incammina.. Rachele li guarda tutti davanti a sé e li segue poco distante.
Un solo istante... le urla... il rumore dei freni di un'auto... gente che corre...
Non vuole vedere... si convince di essere in ritardo, prosegue il suo cammino senza voltarsi; qualcosa di terribile deve essere accaduto... non vuole sapere

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Storie di vita

“Eccola lì, la mia Ford, l’ ho presa a vent’ anni e non l’ ho lasciata più” Si lasciò andare in un malinconico sorriso, di fronte a lui quell’auto vecchia e dissipata dalle numerose fatiche che aveva affrontato. In origine era nera ma oramai per il pulviscolo di Perrikton, era diventata grigia, il telaio era completamente distrutto, i vetri erano limati dalla rena, e l’interno poteva far trasparire una negligenza di più di trent’ anni nei suoi confronti.
L’odore era nauseante, dentro quella macchina vi era di tutto, si poteva trovare del cibo sotto i sedili e delle sigarette o degli insetti decomposti.
Diceva sempre ai suo figlio che non l’avrebbe cambiata per nulla al mondo, ma in cuor suo mentiva spudoratamente, difatti avrebbe abbandonato volentieri quel rottame se solo avesse avuto un migliaio di dollari per comprarsene una migliore.
Banchi di nebbia si espandevano su tutto l’isolato, un esercito di fantasmi che marciavano senza sosta, luci rimbalzavano sull’asfalto, foglie secche si scorgevano come serpenti nascosti tra i sassi.
Paul, ormai cinquantenne entrò nell’auto, comincio a piangere come un uomo sul braccio della morte.
Probabilmente pensava a ciò che gli era accaduto poco prima.
Nella fabbrica semivuota, le macchine lavoravano incessantemente sotto il carente controllo di una decina di operai.
“Paul a te quanto manca? ”Disse uno degli operai mentre spostava rapidamente scarpe da una macchina all’altra.
“cinque minuti e finisco”Rispose Paul.
“Domani io non vengo”disse l’operaio
“Perché? ”Domandò Paul
“Vado a vedere la partita dei Bokker”Esclamo l’operaio con in mano due biglietti.
“E per chi è l’altro biglietto? ”
“Per Mat”
“Ok”Disse Paul con una trasparente delusione in viso mentre continuava ad arrancare sulla macchina.
Erano ormai le 18, si stavano spegnendo le luci.
“lunedì non vengo a lavoro”Disse l’operaio
“Perché? ”Domandò Paul
“Vado

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   2 commenti     di: Marco Lanciotti



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