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Racconti drammatici

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Concentrazione, il ritorno

"Cosa ho ottenuto da tutto ciò? Nulla...
Sono solo un fuggitivo. Che sia colpevole di un omicidio o meno non ha importanza: sono ben più colpevole di tutte le mie azioni che mi hanno portato fuori dalla retta via relegandomi in questo sommesso profondo dolore che sopporto da ben 26 anni. Che vita sprecata in virtù della più atroce invidia. E il risultato pessimo che ne deriva è una triste realtà di prigionia mentale".

Cominciare con il nuovo intento di non ricadere più nella trappola mortale della malvagità e superando lo stupore e quindi la facilità di farsi beccare dai suoi conoscenti, decise sapientemente di camuffarsi come meglio poteva. Assunse un nuovo look, passando da trasandato ad elegante con quel tocco d'innovazione da non sembrare troppo formale. (L'esagerazione era un'altra delle sue problematiche).
Maglioncino, cappotto, sciarpa, pantalone, scarpe di pelle. E per finire, un cappello: forse troppo classico, ma perfetto per coprire la sua acconciatura. Tocco finale: occhiali da sole.
Scese dalla macchina. Respirò profondamente per un istante, raccolse le forze e si fece strada tra la gente.
Discrezione era il suo motto. Con quella ventiquattrore ore in mano che pendolava ad ogni suo passo, poteva si dar nell'occhio ma almeno sapeva di non esser preso più di tanto in considerazione.
Molti lo scambiarono per un venditore porta a porta, altri per un assicuratore. Chi invece ci vedeva un retrogusto religioso. Andava bene tutto. Il tragitto per la casa della sua amata era breve. Vi arrivò subito.
Il cuore pulsava. Non era facile fingere e non sarebbe stato facile nemmeno rovistare tra i ricordi della sua amata. Tirò fuori un mazzo di chiavi e guardandosi intorno aprì velocemente il portone della casa, quindi lo richiuse subito con molta velocità.
Era dentro. Sospirò.
Tutto era paurosamente in ordine come sempre. E mentre si dirigeva al piano superiore ansimava sempre più. Ogni gradino di quella scala era un ricordo a lui f

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   6 commenti     di: Felice Scala


Smarrimenti

Non sapere quando tutto e` iniziato quanto non sapere quando tutto e` finito.
Non sapevo quando tutto era finito perche` non sapevo quando tutto era iniziato.
L`inizio della fine, punti equidistanti di un cerchio teorico che ora non esiste, non esiste piu`.
Rimane un settimanale essere padre, lontano dalla quotidianita`, dal Rumore.
Rimane il meglio, il filtrato, in realta` rimangono le briciole, i resti, peraltro amabili.
Sul palcoscenico di un improbabile teatro compaiono improvvisamente due personaggi impossibili, necessariamente somiglianti, volutamente simili, incidentalmente diversi.
Paolo-che-non-e'-piu'-con-Laura si e' separato da Laura due anni fa, Paolo-che-e'-rimasto-con-Laura ha ritrovato la Laura che aveva sposato cinque anni fa e insieme hanno faticosamente traguardato a riva la barca del loro matrimonio, superando le bufere della vita, respingendo le sirene che incantano e abbandonano.
Il loro dialogo e' rigorosamente alternato.
Paolo-che-e'-rimasto-con-Laura
- Non avrei mai pensato di poterti trovare qui. Nello stesso momento insieme, intendo.
Paolo-che-non-e'-piu'-con-Laura
- Tecnicamente impossibile, diresti.
- Precisamente.
- Sei troppo rigido, legato a schemi fissi: non vedi mai oltre i limiti del dimostrabile, del riproducibile, intendo. Invece la realta' e' qui davanti ai tuoi occhi: io e te, noi, nello stesso istante, allo stesso tavolino di un bar che entrambi conosciamo. Di cui entrambi abbiamo fatto esperienza.
Pausa. Vengono loro serviti due caffe', uno macchiato caldo e uno ristretto.
Paolo-che-e'-rimasto-con-Laura
- Uhm, saranno passati gia'... due anni mi pare: com'e' senza Laura, adesso?
Paolo-che-non-e'-piu'-con-Laura
- Non sono mai "stato" con Laura. Eravamo sempre altrove, anche quando eravamo entrambi nella nostra casa, perfino nel nostro letto. Sempre altrove.
Siamo sempre state solo due persone che dividevano lo stesso spazio fisico, temporale e -raramente- quello emozionale. Non credo fossimo una ve

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Alba pagana

Il 9 settembre 1943 iniziò con il rumore sordo dei cingoli dei carri armati tedeschi che passavano il Po sul vecchio ponte di barche.
In paese, dopo la momentanea euforia del giorno precedente, già si era installato un piccolo distaccamento della Wermacht e la bandiera con la croce uncinata sventolava sull'asta del municipio: la guerra non era per niente finita, anzi sarebbe diventata sempre più feroce e tragica, ma questo gli abitanti non potevano saperlo, anche se il naturale intuito di gente legata alla terra li aveva prudentemente fatti stare in casa.
Nelle vie non c'era anima viva e perfino i gatti se ne stavano rintanati, mentre i cani guaivano per il rombo assordante degli autocarri carichi di truppe che si avviavano al ponte di barche.
Nonostante ciò l'osteria era gremita e tutti gli avventori, nel timore di parlare, si osservavano, scrutavano le reciproche espressioni, onde avere la risposta inequivocabile su chi sarebbe stato un amico o un nemico.
Il medico condotto, fascista della prima ora, ma uomo sostanzialmente mite, decise di prendere la parola - Gente, non credo che ci verrà fatto del male, per quanto il nostro tradimento li abbia inferociti. Avete letto il proclama affisso sui muri? Non dice forse che solo le azioni ostili avranno una ritorsione pesante da parte loro? Noi ce ne stiamo buoni, facciamo gli affari nostri e vedrete che riusciremo a tirare avanti fino alla fine di questa sporca guerra.
Il Guercio sputò lo stecchino che teneva fra i denti, si alzò in piedi e, fissando il medico, prese a parlare - Lo speri o ci credi? Io ho fatto questa guerra; prima l'Albania, poi la Grecia, dove ho perso l'occhio e ho visto come si sono comportati là i tedeschi. Ho orrore perfino a pensarci: villaggi incendiati, donne violate, uomini massacrati, l'inferno in terra. E i greci non li avevano traditi.
Don Zeffirino si mise a pregare in silenzio e più d'uno si associò, perché tutti sapevano che il Guercio diceva sempre la verità, senza sm

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Uomini dalla barba lunga

Un passo dopo l'altro.
Un piede si sussegue al precedente in un ticchettio ovattato e regolare provocato dalle scarpe sgualcite che picchiano sul marmo. Nessuno si gira, nessuno incontra il suo sguardo, nessuno ode il ritmo regolare delle solette: consapevole indifferenza che la gente nutre verso chi, a differenza loro, non può permettersi una camicia sempre pulita.
Svolta un angolo e si ritrova in un'altra strada priva di significato: non c'è un abitazione che lo riguarda, né un ufficio, né tanto meno un luogo ove entrare e trovare il caloroso affetto di un amico che lo invita a sedersi e a prendere un alcolico per raccontargli le ultime vicissitudini con la propria ragazza. Nulla di tutto questo è riservato a coloro che indossano gli abiti immancabilmente forgiati dal tempo passato in strada e portano la barba lunga per proteggere il viso dal freddo imperterrito che aleggia quando ci si trova senza un tetto a dividere il proprio capo dalle stelle. Ogni tramonto è uguale al precedente, a ogni notte segue sempre un giorno che si differenzia da quello passato come i passi nel marmo si differenziano l'uno dall'altro. È questa la vita che conduce un uomo dalla barba lunga e dagli abiti sgualciti; a volte uno scalino, altre volte una panchina sotto un albero possono offrirgli riposo e accoglienza al pari di un letto; mezzo panino abbandonato da un turista può placargli parte del vuoto provocato dall'arrogante fame al pari di un pasto caldo, una scatola di cartone rapita al supermercato del quartiere gli offre caldo e protezione come un piumone o un plaid. Agadit passa così la sua vita, trascinandosi da un luogo all'altro dalla città senza alcuna meta apparente, in cerca di qualcosa che possa aiutarlo a placare e mai soddisfare i suoi fabbisogni primari; però lui conserva un segreto, una speranza, un obiettivo che non ha mai confessato a nessuno dei suoi amici migliori per paura di essere tradito: nei bagni della metropolitana abbandonata conserva u

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La notte che ho incontrato un angelo Capitolo II

Era bella Erica, affascinante, 45 anni portati splendidamente, una donna affermata nel lavoro, intelligente e sicura di sé; la vita le aveva dato molto ma altrettanto le aveva sottratto. Laureata in giurisprudenza esercitava con passione e perizia la professione di avvocato, estremamente competente lavorava come associato in uno studio legale di Milano dove si era trasferita ormai da quasi 20 anni.
Nata e cresciuta in un paesino dell'alto Lazio aveva avuto un'infanzia serena, i suoi genitori erano persone per bene, lavoratori, dediti alla famiglia, amorevoli con Erica e Giorgia, le loro due figlie, erano però scomparsi prematuramente, entrambi colpiti da un male incurabile per questo Erica e la sua sorellina Giorgia di tre anni più piccola, erano cresciute troppo in fretta.
Con l'adolescenza Erica ebbe grossi problemi di identità a cominciare dal nome che non le piaceva affatto, non sentiva di somigliare a quell'arbusto insulso e spinosetto e avrebbe voluto cambiare il suo "Erica" con nomi tipo Alessandra, Veronica, Tiziana più belli e musicali.
Come tutte le ragazze a quell'età era instabile, irascibile a volte lunatica per questo spesso era di malumore, cupa a volte triste, sovente si chiudeva in se stessa rintanata nella insormontabile torre del suo medievale inaccessibile castello.
Se il suo carattere crescendo era peggiorato il suo corpo al contempo era a dir poco fiorito e sbocciando si era trasformata da informe e goffa crisalide a stupefacente e delicata farfalla.
La bimba cicciottella e impacciata di un tempo era diventata una bellissima ragazza, alta formosa grandi e dolci occhi scuri, bocca carnosa e sensuale e una morbida e fluente chioma ramata le incorniciava il viso dall'ovale perfetto.
Era la più carina del liceo Erica e molti dei suoi compagni avrebbero fatto carte false per uscire con lei.
Ma il giovane cuore di Erica batteva solo per Davide... timido con due splendidi occhi neri, un ciuffo biondo sbarazzino che gli accarezzava la

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Il compleanno di Samuele

Mi piace arrivare sempre un po' prima, fare una specie di sopralluogo, controllare che niente sia fuori posto, che niente possa darle fastidio.
Ancora oggi, dopo tutti questi anni, non riesco ad essere tranquillo mentre la aspetto, mi chiedo se è stato sempre così, o se tutto quello che è successo mi ha condizionato al punto da avere paura delle sue reazioni.
É marzo, e qui di sera fa ancora freddo, scendo per la stradina centrale, mi guardo attorno, arrivo alla piazza sul mare.
Vedo uomini oltre i vetri di un ristorante che si inventano cose da fare per ingannare il tempo, spostano sedie, raddrizzano tovaglie, si osservano sospettosi e complici. Pregano affinché questo tempo trascorra il più in fretta possibile, perché in questo momento sembra non passare mai, e l'idea è insopportabile, anche se fra un po', quando si muoveranno tra i tavoli, esausti, rimpiangeranno questa noia.
Non c'è nessuno per strada, io non esisto, sono solo uno sguardo che osserva.
Provo a fissare qualcosa, tutto scorre via, come il suo sangue. Provo a fermare un punto, un profilo, un movimento, un colore, una luce che possa fare la differenza, che nel tempo mi aiuti a distinguere questo anno dagli altri.
Il mare, è scuro, si adagia sullo scivolo su cui sono alcune barche di legno umido, inclinate di lato sulla chiglia, osservo le luci riflesse, l'odore dell'aria salata.
C'è la solita Chiesa illuminata dal basso, Lei sì, lei può, ci guarda dall'alto, sulla destra, ed io sono solo un puntino. Mi volto, le case sono vuote, senza persone, senza tempo, senza idee, le finestre sono chiuse, scorgo solo un lume acceso, oltre le tende chiare di una finestra al secondo piano. Provo ad immaginare cosa ci sia oltre, e vorrei che ci fosse calma, tranquillità, il giusto ritmo del tempo, lento, quello che io non ricordo più.
Famiglie unite e felici.
Immaginare cosa ci sia oltre, cosa c'è oltre quello che si vede, la verità non esiste, qualsiasi cosa può essere nascosta perché ni

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   3 commenti     di: dario pasquali


Il cavaliere e il fuoco

Trentaduesimo capitolo

"Il giorno declinava.
Sullo sfondo tenue del tramonto Edward, immagine stagliata contro il sole morente, galoppava senza sosta. Incerto sul dal farsi, alla ricerca sfrenata del coraggio per portare a termine il suo ingrato compito. Non vi era più nessuno a confortarlo, sussurrando sagge parole alle sue orecchie, specie ora che anche Margaret lo aveva lasciato. Lei di certo non avrebbe approvato, ma sarebbe stata in grado di trovare la migliore soluzione per uscirne.
Edward dopotutto non aveva nulla da perdere, eccetto l'onore che, purtroppo, deteneva un posto troppo alto fra i suoi principi.
Gli risuonavano ancora in mente le parole di Karl, colui che un tempo aveva definito grande amico: "Non voglio passi falsi; c'è in gioco la tua vita!"
Cessò di riflettere e prese una decisione; ne approfittò, per evitare che la risolutezza appena nata in lui non si dileguasse col tempo sprecato.
Di scatto voltò il cavallo nella direzione opposta, dirigendosi verso l'antica rimessa di casa Dyser. L'edificio, ancora in buono stato, era disabitato da anni. Il vento scuoteva gli alberi le cui ombre si allungavano fino a mescolarsi con le pareti della vecchia casa.
Edward smontò di sella; annusò l'aria come a verificare la presenza del pericolo: era necessario che non vi fosse nessuno, eccetto naturalmente... Non gli andava di pensarci; avrebbe compiuto quel gesto con assoluto distacco, senza pensarci, evitando l'insorgere di ripensamenti o rimorsi, con la consapevolezza di chi è vittima di un ricatto e conosce l'unico modo per venirne fuori pulito.
Con estrema cautela si avvicinò al portone di legno, consumato dalla poggia. Ne afferrò la maniglia e spinse. Non vi fu cigolio; qualcuno aveva da poco oliato i cardini, situazione quanto mai inaspettata per un posto deserto come quello.
Silenzioso varcò l'uscio, consapevole di cosa lo attendeva, fremente e tuttavia composto, impassibile a dispetto delle emozioni che lo scuotevano. Guardando

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   2 commenti     di: Marta Fanello



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