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Racconti drammatici

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Sono rilassato…. non ricordo l’ultima volta in cui lo sono stato così tanto, non avverto nemmeno la solita tensione muscolare, specialmente alle gambe ed alle mascelle normalmente così continua che ormai il dolore è quasi una compagnia.
Sto camminando lentamente, ed anche se non riesco esattamente a stabilire rapporti e proporzioni tra le distanze, la cosa non solo non mi preoccupa, ma sembra costituire la mia condizione naturale.
In effetti, a pensarci, questo procedere irresponsabilmente a vista, stabilendo di passo in passo la direzione da seguire, gli appoggi da usare, cercando di non disturbare troppo col rumore prodotto dal mio spostamento, è sempre stato il mio modo preferito di navigare in questa distesa lattiginosa, perché è chiaro che, anche se dapprincipio non si distinguono, dei rami urticanti devono annidarsi un po’ ovunque, camminare sfiorando il terreno può essere un buon metodo per limitare i danni.
In ogni caso sono calmo e continuo ad avanzare.
C’è una specie di portale davanti a me ora, (o qualcosa che interpreto come tale), ed anche se incongruo con la realtà circostante, (non si distingue nulla attorno ad esso, ed in una frazione di secondo il mio cervello ha già elaborato le informazioni disponibili, e concludo che dal momento che a parte la caligine che costituisce tutto il visibile, i cardini del portale non poggiano a niente, ed attorno allo stesso non c’è niente. Esso costituisce quindi una anomalia, ma dato che ho già deciso di accettare la situazione, respingo l’informazione in un circuito neurale secondario), apro:

La giornata è calda, e seduto accanto a me al tavolo di un caffè che dà sul corso c’è un uomo con un viso inquietante, sembro io in tutto e per tutto, solo alcuni particolari differiscono; la montatura degli occhiali, il taglio dei capelli, il vestito dall’uomo indossato con disinvoltura e sicuramente più consono alla mia/nostra età rispetto alla mia consueta divisa T-shirt +

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Autumn

Le foglie in quel giorno cadevano dagli alberi come le vesti di prostitute stanche, il cielo era di un grigio plumbeo, l'aria era colma di malinconia autunnale. Marco Palazzi sedeva sulla panchina fuori dal centro commerciale, osservava le persone che entravano e uscivano senza sosta. I carrelli pieni di roba da mangiare, patatine, surgelati, carne, bibite, alcool, abbigliamento, scarpe, televisori, telefonini. Tutto il necessario per il cittadino medio sempre più addomesticato dai bombardamenti pubblicitari giornalieri.. Marco continuava a guardare l'ora mancavano pochi minuti alle 13. Stava aspettando con ansia Lucie, lei sarebbe uscita per la pausa pranzo da lì a poco, lavorava in una profumeria situata all'interno del centro commerciale, proprio tra il negozio di videogiochi e l'erboristeria. Marco si era innamorato di Lucie un mese prima, quando lei gli aveva spruzzato un po'di profumo addosso, lei stava facendo una promozione per la nuova fragranza di un noto stilista e Marco era passato davanti al negozio
- Ciao, lo vuoi provare-
Una ragazza così bella che gli sorrideva Marco non l'aveva mai vista per lui fu inevitabile innamorarsene subito.
Da allora tutti giorni Marco guardava Lucie, mentre mangiava in pausa pranzo, non aveva mai trovato il coraggio di andare a salutarla o di chiederle qualcosa, a Marco bastava osservarla nella sua spensieratezza di ragazza diciannovenne, la guardava muoversi nei jeans stretti e nelle sue magliette che mettevano in mostra le curve ormai perfettamente delineate, amava i sorrisi che lanciava pieni di vita e di voglia di scoprire un modo che non le aveva ancora dato delusioni. A Marco questo bastava lo consolava, usava la voglia di vivere di Lucie, come una medicina alla sua stanchezza di uomo solo, la osservava per quei pochi istanti e poi andava nel bagno del centro commerciale e si masturbava, pensava alla profumata pelle della giovane tra le sua mani, pensava alla sensazione di entrarle dentro, dopodiché torna

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Oscar

La testa. Quanto gli faceva male la testa.
Se Oscar avesse potuto spiegare quanto gli facesse male la testa in quel momento con un'immagine, avrebbe sicuramente scelto un incidente automobilistico. Fischi dei freni, asfalto bruciato, lamine metalliche distrutte, vetri sbriciolati, urla di dolore. Sentiva tutta quest'orchestra di sinistri suoni nella sua testa, pesanti e ridondanti, incontrollabili e molto, molto fastidiosi.
Non ci poteva far nulla, oramai questi suoni avevano preso affitto dentro di lui. Erano dei coinquilini piuttosto scomodi, di cui avrebbe fatto volentieri a meno, come del resto di tutte quelle altre sensazioni che si portava dietro, come se fossero legate alle sue gambe, che si appiccicavano viscidamente sulla sua schiena come sanguisughe. Solitudine, desolazione, disperazione, confusione, sporcizia.
Ah, la sporcizia!
Non riusciva a sopportarla. Ultimamente Oscar non aveva avuto molte possibilità di lavarsi. Solo grazie a qualche fontanella o a qualche bagno pubblico riusciva a ritrovare un minimo di igiene. Ma per la maggior parte del tempo, puzzava di fritto. Sentiva sempre intorno a sé un odore di piedi fritti. Piedi che avevano percorso migliaia di chilometri. Fritti. Era una sensazione disgustosa, ma per uno come lui, uno che dormiva nella stazione dei treni, era quasi una normalità.
Com'era finito a vivere e dormire in una stazione?
Oscar si poneva spesso questa domanda, senza trovarvi mai risposta. Pensava quasi di esserci nato là dentro, ma nel suo io più nascosto, più vivo e pulito, sentiva che prima di quella squallida vita, ne aveva vissuta un'altra migliore, con una donna al suo fianco, degli amici, un lavoro, una macchina, una casa e, chissà, anche con dei figli. Senza puzza di frittura.
Automaticamente, dopo questo pensiero, si chiedeva sempre quanti anni avesse e dove fosse nato. Non aveva risposte, né carte d'identità. Sapeva solo il suo nome: Oscar. Chi avrebbe potuto dargli un nome simile? Gli ricordava il cine

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   0 commenti     di: Roberto Dessì


Il terremoto attraverso i ricordi dei bambini dell'Abruzzo

I ricordi:
" Io ho fatto tanti, tanti, tanti, tanti, tanti ma tanti pianti."
" Il terremoto era forte, quasi si rompevano i piatti."
"Durante il terremoto papà scalzo mi ha abbracciato e mi ha portato fuori."
".. Io sono stata tutta la notte a guardare le montagne."
"... È stata un'esperienza che spero non accada più perché mi sono spaventata tanto e, quando ho visto quelle case inagibili mi è venuto un colpo al cuore."
"Mi ricordo che al momento del terremoto ho avuto tanta paura e mi sono messa sotto le coperte e a quel punto mi sentivo la casa addosso..."
"Durante il terremoto ho avuto paura per mio fratello che aveva un armadio pieno di pupazzi che potevano cadergli sopra."
"... se penso a mia cugina che gli sono caduti i sassi in testa, mi ritengo di essere fortunata."
"... Io ho provato dolore perché papà ha perso il lavoro e la casa distrutta e mi dispiace per chi è morto e per chi ha perso tutti i parenti e tutti quanti."
La nostalgia:
"Mi manca la mia casa."
La speranza:
"... Spero che le persone impaurite da ora in poi, possano vivere una vita tranquilla e felice."
L'eroismo:
"Io sono SuperCristian e vorrei sistemare le case in un momento, bacioni."
La rimozione:
"Ora però nel campo con gli altri cerco di dimenticare tutto, come se non fosse successo niente."
La solidarietà:
"Cari bambini, mi chiamo Lorenzo, ho 10 anni e frequento la 4° B e scrivo perché mi dispiace molto del terremoto. Quando mi sono informato della catastrofe mi si è spezzato il cuore. Vi lascio il mio numero di casa. Per favore chiamatemi, il numero è ... Vi dedico pure una canzone e venite a trovarmi."

   4 commenti     di: Fabio Mancini


Un sospiro di sollievo

Vinnie Santoro si bloccò su due piedi nel bel mezzo del vicolo scuro. Non gli era appena tornato in mente di dover comprare le sigarette, non aveva realizzato di colpo quanto fosse dura ed ingiusta l'esistenza. Non aveva neanche pestato una merda. Si era fermato col cuore in gola e il respiro strozzato perché la morte l'aveva raggiunto.
Il vicolo era una venuzza infetta tra due sanissime e vigorose arterie, un budello ingombro di immondizia che persino i topi di fogna disprezzavano. Al di fuori di esso la città era inondata di luce come il tappeto rosso di un gran gala, ma in quel passaggio infernale era notte fonda per via degli alti edifici che lo piantonavano e delle scale antincendio che rubavano anche quella miserabile lacrima di sole che si protendeva in un moto di assoluta pietà.
Incurante del puzzo di urina e decadimento, Vinnie rimase fermo a fissare il nulla. Non aveva visto niente, in effetti, né l'oscurità l'avrebbe permesso, ma quando aveva udito il suono dei passi che echeggiava lungo il vicolo dall'altra estremità non si era fatto alcuna illusione. Conosceva quel suono, suono di suole dure su cemento marcio, il tocco disgustato di scarpe buone fuori luogo. Non c'era verso che un alto dirigente si trovasse a passare di lì, né che un poveraccio avesse fatto fortuna e fosse tornato a raccattare i cartoni nei quali aveva dormito fino alla notte passata. A quei tempi un ricco non posava mai i piedi sulla strada ma solo sui tappetini della sua Mercedes Benz; quanto alla fortuna, beh, semplicemente non esisteva.
Solo la morte poteva aver deciso di passeggiare da quelle parti, e solo perché ci stava passando lui.
La sfuggiva da settimane, ormai, tanto che ci aveva fatto abitudine. Era cauto quando scendeva dal letto, quando infilava le chiavi nella porta di casa, quando se ne stava seduto al bancone di un bar; sceglieva le strade più isolate e lorde, perché se è vero che per i più erano quelle maggiormente pericolose, per lui erano u

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Il mazzo di rose

Un nuovo colpo mi ferì.
L'ennesimo.
Mi chiesi per quanto tempo sarebbe andato avanti così. Non sapevo quanto avrei resistito ancora.
Cercai di coprirmi il volto con le mani, salvando almeno quello.
Stavo accucciata in posizione fetale, mentre lui mi colpiva con il piede.
Il dolore affondava nel mio stomaco regolarmente, come una lama senza pietà.
Non sentivo nulla, ormai vi ero abituata.
"Amore, amore mio, ti amo troppo ma ogni tanto sbaglio. Non volevo farti del male, ma non ero in me, perdonami. Sono stato stupido e impulsivo".
Sapevo che sarebbe andata così: mi avrebbe picchiata fino a stare male, sarei rimasta distesa per ore, immobile, a piangere.
Lui, finite la rabbia e le energie, se ne sarebbe andato, senza dire nemmeno una parola, come se nulla fosse accaduto, come se io non esistessi.
Avrei aspettato che la porta si chiudesse alle sue spalle, poi mi sarei alzata, anch' io come se niente mi avesse scossa. Mi sarei fatta una doccia, avrei messo il ghiaccio sui lividi, i cerotti sulle ferite e avrei sorriso allo specchio.
Sorridevo sempre al mio volto tumefatto e alla mia prigione infinita.
Lui sarebbe tornato poco dopo, con l'espressione da martire, le lacrime agli occhi e un mazzo di rose rosse, pronunciando sempre la solita frase.
Cos'altro potevo fare, se non credergli? Così avrei preso un bel vaso per le rose e avrei baciato il mio uomo selvaggio.
Lo amavo e bisogna prendere il proprio marito per quello che è, se si vuole che lui ci ami a sua volta. La realtà è cruda e se si vuole un frammento di felicità bisogna soffrire.
La mia felicità erano le rose che mi regalava, tutte le mie amiche ne erano invidiose. I mariti delle altre donne sono sempre troppo impegnati per regalare loro dei fiori.
Io, le mie rose, me le sudavo, me le stavo guadagnando in quel momento, a suon di calci e schiaffi.
Smisi di gemere dal dolore, smisi di udire le sue grida ossesse.
Ormai avevo imparato a non gridare più, quando aveva i suoi momenti. Suss

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Ca'Trame

Una mattina d'inverno, più tardi del suo solito, Trame, un vecchio tossico sulla quarantina aspettava di fare il suo consueto giro. Prima però, si portò di malavoglia in bagno e con la porta spalancata iniziò ad urinare.
- Ma cristo santo, - urlò sua madre con una voce roboante, incamminandosi dalla cucina. Poi continuò, rincarando la dose: - Ti è dato di volta il cervello? Non vedi dove stai pisciando?

Trame quasi cadde all'indietro per lo spavento, tanto che dovette tenersi con una mano sul muro, facendo fuoriuscire il piscio su tutto il pavimento. E con voce strascicata: - Oh, mamma! Lasciami in pace. Cazzo!

- Te lo farei leccare, porco diavolo, - disse Teresa guardando il figlio pisciare sul bidet. Poi ritornò in cucina, dove ad aspettarla c'era una borbottante moca di caffè, pronta a straripare.
Trame riprese il suo lavoro. Non si era accorto che si stava muovendo ritmicamente a destra e a sinistra inondando tutto l'intonaco del bagno, oltre che il bidet. Grande mossa Trame.
Il suo sguardo finì poi, fuori dalla finestra. Gli piaceva immaginare la temperatura, basandosi solamente sulla posizione delle nuvole. Le nuvole erano l'unica cosa che poteva vedere per intero. Infatti, un geometra poco attento aveva fatto installare finestre ad un'altezza consona solo ai giganti del viaggio di Gulliver. Lo skyline risultava a dir poco ridotto. Si poteva cogliere, impegnandosi, una porzione di tetto della casa adiacente e una distesa immensa di cielo; quello che, oggi, appariva a Trame come un etere bigio che non prometteva nulla di buono. Si presupponeva una mattina fredda. Mattina da giacca a vento, chiusa fino all'ultimo bottone per ripararsi dal vento più pungente.
Anche a Teresa, piaceva l'idea di poter vedere suo figlio un giorno, vestito come ci si aspettava da un quarantenne in carriera. Vederlo rientrare dal lavoro, in una casa dove una moglie lo aspettava felice. Invece a casa di Trame ad aspettarlo c'era solo un'altra dose di metadon

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