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Racconti drammatici

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Chi ama

Un cuore che ama, non ha spazio per accogliere l'odio e non ha tempo da dedicare alle vendette! Batte unicamente per nutrirsi di felicità! Amare è un sentimento complesso, un insieme di emozioni che si fondono, per renderci migliori.
Un cuore che ama, sa superare ogni ostacolo che il destino gli pone davanti, sa andare oltre ogni cattiveria, e sa regalare del bene, senza chiedere nulla in cambio.
Un cuore che ama non si riempie di frasi che restano immobili, ma si riepie di gesti che crescono ogni giorno dentro di se!
Amare non è una parola, è un'azione!
Chi ama, sa trovare del tempo da dedicare alla propria anima, sa trovare il coraggio di vivere senza avere paura di soffrire!

   14 commenti     di: laura


Il gatto selvatico

Disteso supino nel fitto sottobosco di una natura ancora vergine, Bartolu dormiva saporitamente; concedeva un po' di quiete al suo spirito fiero ed errante, reso esausto dal spostarsi di continuo per monti, fiumi e pianure. Dolorosamente incessanti, funesti sogni attraversavano la mente dello sfortunato giovane... un passato turbolento il suo! Una dura esistenza da uccel di bosco. Non aveva che diciotto anni quando si macchiò del suo primo ed ultimo omicidio...

Avviato alla custodia delle greggi sin dalla tenera età, Bartolu non conobbe mai un solo momento gioioso. Cresceva nell'ingiustizia, nella disparità, nella più sconfortante miseria. Il suo lavoro prematuro contribuiva, seppur in minima parte, a sopperire alle prime necessità della povera famiglia che lo aveva messo al mondo. Poco legato agli austeri genitori, quel vivace ragazzino adorava invece la sua unica e dolce sorella, più grande di cinque anni; lei la guida, la confidente, la sola a comprenderlo mostrandogli tenero affetto. Tale legame era però destinato ad un involontario allontanamento: essendo tutt'altro che lieto l'andamento economico della casa, all'età di ventidue anni Gavina fu collocata come donna di servizio in casa di benestanti signori di un centro vicino. La separazione fu drammatica! Cingendo in un forte abbraccio la primogenita, col pallido viso rigato di lacrime, Bartolu si era abbandonato ad uno sfogo esasperato:- sei la sola a guidarmi in tanta amarezza, in te ho il mio rifugio più sicuro! E ora, oh Gavina, perché mi abbandoni?-. A nulla valsero i soliti tentativi di rassicurare l'afflitto con incerte speranze, il ragazzo s'era allontanato bruscamente, correndo il più lontano possibile da tutti, diretto forse a sfogare in solitudine la sua rabbia repressa.
Triste a dirsi ma, quando una famiglia diviene vittima di una sorte avversa e crudele,
pare che problemi di ogni sorta continuino ad affliggerla senza alcuna tregua! Così, nessuno poteva immaginare quello che sa

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   6 commenti     di: Sergio Manconi


L'Imperatore di Piazza del Popolo

C’è un uomo che cammina per strada, ed in questa notte maligna di Gennaio è forse l’unico che attraversa la piazza.
Viene da Via Ripetta, e se qualcuno potesse vedere il suo volto non ostante l’oscurità, si accorgerebbe che non appena entrato nel perimetro di Piazza del Popolo, il suo volto sofferente si è disteso, come quello di uno che ha molto camminato, ma alla fine è riuscito a tornare a casa.
Ed è proprio così che si sente Tano, a casa, perché quella Piazza, con quelle due chiese gemelle che innumerevoli volte hanno ascoltato i suoi discorsi da ubriaco, dagli scalini di quell’obelisco fino a cui si è trascinato sorridente col suo passo alticcio e sfasato, sono davvero casa sua, sono davvero una sua proprietà.
E mentre Tano si accascia ai piedi dei ventiquattro metri dell’obelisco Flaminio, gli sembra che dalle nebbie del tempo i Faraoni Ramesse II e Mineptah, ed Augusto che lo portò a Roma, lo stiano aspettando per vegliarlo in questa sua ultima notte.
Tano sta morendo, e lo sa, e mentre le pupille si dilatano ancora e le palpebre sembrano ad ogni battito un po’ più collose, egli si rende conto che quella piazza lo stava aspettando, e che a lui tocchera’ morire in una delle più belle tombe del mondo.
Allora si rilassa, non ha paura della morte, hanno fatto tanta strada insieme, ed ora è giusto che lei sia lì, in quel particolare momento. Tano spera solo che lei abbia il rispetto di lasciargli ancora qualche attimo, per ripensare al suo passato.
Si, lo sa’, è un po’ borghese come desiderio, ma dopo una vita trascorsa eternamente “contro”, o meglio, “fuori”, un piccolo pensiero borghese può anche concederselo, e poi sarà l’ultimo no?
Un modo anche questo per essere ancora “fuori”.
Si conoscono da tempo, da quando suo fratello Francesco si era suicidato all’interno dell’Unite’ d’Habitation di Le Curbusiere, no, anzi… da prima, da molto prima, almeno dai suoi diciotto anni, da quando aveva s

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La ragazza di Kabul

Si può essere più felici di me?
Presto il giorno sconfiggerà questa notte, come noi, che col nostro amore abbatteremo la stupidità dei nostri padri.
Ma dove sei? Hai deciso di non venire?
Al solo pensiero il mio cuore protesta. Devi venire!
Un raggio di sole colpisce i miei occhi, riportandomi alla mente il nostro incontro nel polveroso mercato di Kabul. Io camminavo con mia madre, cercando di vedere oltre il burqa per non sbattere contro le bancarelle.
Da quando mio padre è morto e lo zio si è appropriato di tutti i nostri beni, per mangiare siamo costrette a chiedere la carità al mercato, ma è rischioso perché alle donne è proibito.
Quante volte siamo state picchiate con le canne dai talebani? Neppure lo ricordo più, ci picchiano sempre.
Vorrei tanto poter camminare per strada senza preoccuparmi costantemente per la mia vita, senza il peso opprimente del burqa, ma qui il destino di una donna è questo.
Ogni volta che mia madre allunga la mano e dice "Vi prego, fate la carità." Sento dentro una vergogna logorante. Perché tutto ciò? Non siamo come tutti gli altri?
Nascere donne dalle mie parti vuol dire essere inferiore, ma per me non sarà più così. Ora ci sei tu.
La prima volta che ti vidi, un uomo stava mangiando un tozzo di pane e dopo averlo addentato due volte, lo gettò a terra.
Io non mangiavo da due giorni, così mi affrettai a raccoglierlo.
<<Come osi!>> Aveva urlato lui alzando un bastone per picchiarmi.
Ho portato istintivamente le mani davanti al viso, aspettando il dolore che non è mai arrivato e caddi indietro.
<<Può bastare così.>> Aveva detto qualcuno trattenendogli il braccio.
Quello avrebbe senz'altro voluto picchiare anche te, ma sei un uomo, un suo pari, quindi si era limitato a borbottare <<Screanzato.>>
Mi sorridesti con aria serena, come se tutto fosse come doveva essere ed io ho dimenticato la paura.
<<Mi chiamo Talal.>> Mi dicesti porgendomi la mano, <<Ti aiuto ad alzarti.>>
"No! Non posso toccare un

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   7 commenti     di: Noir Santiago


La vita agra di Vito

A chi, ultimo tra i parenti andò a trovarlo, Vito rivolse la stessa supplica: "Aiuto, ti prego, fammi uscire di qui".
Seguì un pianto disperato, poi più nulla. Nel senso che nessuno più andò da lui. Era il 1954.
Aveva dodici anni Vito quando suo padre cominciò a picchiarlo, come si picchiava nell'ignoranza di un mondo di padri padroni, con cinghie e corde bagnate, schiumando violenza.
Accusava il figlio di far sparire l'olio, di venderselo, di essere ladro a casa sua, anche se in paese si raccontava un'altra storia, molto bisbigliata, di familiari che da tempo gabbavano il vecchio, mentre le colpe e le frustate ricadevano sempre sul ragazzino.
Aveva 17 anni Vito quando scelse di ammazzare il padre, prima che il padre ammazzasse lui, di botte.
Usò un'accetta, un colpo solo. Poi aiutò i carabinieri a recuperare il corpo del vecchio, giù nel dirupo.
Al processo nessuno raccontò delle angherie, delle botte e l'avvocato glielo scelsero i familiari, quelli che il paese definiva troppo furbi ed interessati.
Nessuno invocò attenuanti e fu ergastolo.
Solo che a certi quella sentenza non bastava, infatti c'era di mezzo anche la terra e l'olio.
Scattò, così la richiesta accolta d'interdizione, che dichiarò il ragazzo incapace d'intendere e di volere.
Vito uscì così dall'eredità e fu internato in un'ospedale psichiatrico-giudiziario... Siamo ancora negli anni cinquanta.
Due soli parenti, andarono a trovarlo là dentro; L'ultimo cinquant'anni fa. Poi l'oblio: Fine della storia di Vito, cancellato dal mondo a 17 anni.
Solo che Vito è ancora vivo e tra pochi giorni, a settant'anni suonati, uscirà infine dall'ospedale psichiatrico, che implorava di abbandonare mezzo secolo fa.
Non possiede più nulla, se non la sua solitudine, non sa più la vita fuori cosa sia, ammesso che la vita di Vito, dentro la sua condanna, dentro la sua testa, gli sia ancora comprensibile e soprattutto accettabile.
Quella che un tempo, anagraficamente parlando, fu la sua fami

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   1 commenti     di: Auro Lezzi


Dippy

Dippy l’avevo incontrata una mattina che ero andato a prendere un caffè al bar sulla tangenziale. Ricordo due ragazze dietro al bancone, con una divisa estremamente sensuale che si capiva facilmente essere studiata appositamente con lo scopo di attirare clientela maschile, minigonna super corta e calze rete, col nome scritto in una etichetta attaccata alla divisa, Moira e Dippy. Entrambe carine, Moira bionda sopra i trenta, con dei boccoli biondi che le sfioravano le spalle, Dippy mora, molto giovane, con fattezze lievemente orientali, fisico molto proporzionato, belle gambe e culetto tondo. Attrasse la mia attenzione. Inizialmente la credevo italiana, magari ben abbronzata, sì perché il colore della carnagione faceva pensare soltanto ad una bellissima abbronzatura. Quando ebbi finito il caffè le chiesi scherzosamente se Dippy fosse un soprannome, ma lei mi rispose seria che era il suo vero nome e che lei non era italiana, ma bensì che era nata in India. E chi l’avrebbe mai detto un’indiana così sensuale, non l’immaginavo proprio.
Uscii dal bar col desiderio di rivederla e di farne conoscenza. Tornai altre volte, ma era difficile attaccare bottone e finalizzare l’approccio; il locale era sempre affollato di avventori e lei restava molto sulle sue. Era del resto comprensibile. Ma intanto mi attraeva sempre di più.
Quella sera eravamo andati al disco pub con Mik. Lui aveva con se della marijuana che ci facemmo nel parcheggio. Soltanto pochi minuti dovettero trascorrere perché sentissi la testa e gli arti informicolirsi. Ci eravamo detti poche parole fino ad allora. “Third Uncle” dei Bauhaus ci aveva accompagnati durante la fumata e ci aveva decisamente caricati per iniziare una nottata delle nostre. Lo guardai dritto negli occhi. Erano dolci e languidi come quelli di un cane bastonato. Erano teneri. Li adoravo. Mik capì il mio sguardo, avvicinò il suo viso al mio e le nostre labbra si unirono mentre le lingue si cercavano. Un breve ma int

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   0 commenti     di: Massimo Zanardi


Etica di Guerra

La dottoressa Palmer, biochimica di fama internazionale, non stava in sé per la gioia.
"Le molecole della longevità" non erano più astratta teoria, ma una splendida certezza.
Un balzo gigantesco per l'Umanità. Almeno trenta anni in più di longevità e buona salute, anche, oltre i cento anni. Un sogno che diventava realtà. Per raggiungere lo scopo, nel laboratorio, non aveva esitato a far vivisezionare centinaia di bambini, colpevoli solo di essere innocenti. Che strano paese l'Africa, basta un niente e s'infiamma. Nell'ultima fiammata, purtroppo, il Centro di Ricerche Biologiche di Laukasa, cadde nelle mani sbagliate dei Rivoltosi. Comunicazioni interrotte e nessun dato sulla dottoressa Palmer e i suoi assistenti. Si sapeva solo, dalle foto del satellite, che la struttura della sede era ancora in piedi. Mister Mulligan, l'uomo incaricato di trovare una soluzione, squadrò i quattro mercenari che componevano il "Commando." "... E questo è tutto, sapete cosa fare e sapete anche che per 36 ore etica di guerra." " Mister, il mancato arrivo del Cobra Mustang, alle ore nove, annulla il nostro patto." " Mi sembra ragionevole, d'accordo." I quattro componenti del "Commando" erano delle autentiche belve feroci: Franz, aveva una ventina di cadaveri all'attivo e voglia di arricchire il bilancio. Julien era il Mozart del tritolo e dove operava lui, niente restava in piedi. Andrew era un chirurgo raffinato, i suoi occhi sembravano perle di ghiaccio. Giulio era detto l'Africano, per la profonda conoscenza del continente nero. Una visitina al mercato e subito fu individuato il furgone di un paio di Ribelli. Accopparli e far scomparire le loro carcasse fu un gioco da ragazzi. La pista degli elefanti era in buone condizioni e a bordo del vecchio bedford, macinarono chilometri su chilometri, avvicinandosi alla meta. Dei feroci guerriglieri africani nessuna traccia. Ogni tanto qualche mandria di mucc

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   6 commenti     di: oissela



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