PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti drammatici

Pagine: 1234... ultima

È tutto finito

Io non ho paura.
E c'è silenzio intorno, solo la mia mente non sta zitta.
Non è difficile, mi siedo e prendo in mano quella lametta, vedo la mia pelle lacerarsi, aprirsi all'istante, vedo la mia carne e il mio sangue scivolare fuori e mi sento bene. Mi dico "adesso si che sto bene".
Poi il silenzio viene rotto dal mio pianto, comincio a parlare a me stessa e un taglio non basta, non sento più dolore e mai l'ho sentito, ho freddo e ora smetto di pensare.

Piangevo e basta, mi sentivo libera e stavo meglio, sono risalita dal fondo con questo gesto e ho cominciato a liberarmi di me e dei miei pensieri che mi martellavano la testa da mesi. E il sangue scorreva goccia goccia, macchiava i miei pantaloni bianchi, come a disegnare un brutto sogno diventato realtà.

Sì, adesso sto bene, ma continuo a piangere.. mi sentono, mi chiamano, mi parlano. Il tempo passa, non so quanto, poi all'improvviso mi rendo conto: torno nel mio baratro di paura. Cosa ho fatto? Cosa dirò alle mie bambine? Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace...
Ho paura, ho freddo, non parlo più, non parlerò mai più con nessuno, sto zitta... insistono.
"Vuoi davvero aiutarmi? Puoi davvero aiutarmi anche così? Guardami!". Voci confuse e spaventate, passi veloci, rumoroso silenzio.
È tutto finito.
Sento un abbraccio, una carezza, come mi mancano le carezze e quante poche se ne danno...
Adesso ho paura, vedo la luce, mi da fastidio, calpesto il mio sangue come se calpestassi i ricordi.
Non dite niente alle mie bambine, non dite niente alla mia mamma, non voglio andare a casa, continuo a piangere.

Ma che ho fatto? Ecco la consapevolezza del mio "non sto bene" di tutti questi mesi, arriva come uno schiaffo improvviso, come ora i tuoi silenzi. Ero stanca di pensare, di parlare o di tacere, non riuscivo più a gestire le mie emozioni. Nell'abbraccio di quell'amica mi sentivo al sicuro, mi accarezzava e le sue mani tremavano.

Mi portano via adesso...
Domande, quante domande

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Luce...


Il delitto

Costante Pes era in fuga da diversi giorni, tra dirupi scoscesi, monti, anfratti, dormiva dove capitava e mai bene.
La bisaccia di pelle ormai vuota, mangiava verdure raccolte dagli orti, frutta dagli alberi e beveva dalle fonti.
I piedi gonfi, doloranti, non toglieva le scarpe neppure per dormire: la paura, l'angoscia era la sua compagna.
Guardando le mani scorticate dai rovi pensava quasi farneticante:
"Ecco cola il sangue... il mio sangue... e altro sangue..."
"Nessuno può cagionare la morte di un uomo" aveva letto nel codice di diritto penale.
Nelle lunghe notti ancestrali, nelle giornate interminabili dietro il gregge nelle valli di Tiscali aveva letto Dante, tutta la Bibbia, l'enciclopedia medica e il diritto penale.
Aveva letto tutti i cantori sardi e sapeva cantare, cantava da solo.
Non cantava più... farneticava:
"ancora sangue... sangue..."
Lo assaliva un'angoscia, un dolore, un tormento mai provati prima.
Aveva dolori in tutto il corpo, la testa stretta in una morsa, era in preda a un senso di vertigine, di nausea, barcollava:
"L'inferno... e se l'inferno esistesse davvero... ma che dico, no, non sono credente, ma non sono i non credenti ad annullare l'inferno... loro non credono... ma può bastare?... ma poi..."
Ecco! Era quello l'inferno, quell'angoscia irrefrenabile, quella paura, quella prostrazione fisica... quel vuoto...
Era quello l'inferno... lui l'aveva visto in quel cranio spappolato da un macigno, aveva visto schizzare il cervello... in quel cervello erano racchiuse ed impresse migliaia di nozioni di medicina... gli affetti più cari, la preghiera...
Prima di morire si era messo in ginocchio ed invocava la Madonna...
"Maledetta quella battuta di caccia..." pensava.
Quella mattina il medico attendeva lì in quel viottolo, come altre volte.
Loro conoscevano ogni dettaglio.
Erano ben informati da quel giuda di Tore Pais, il fattore delle sue terre... quel GIUDA!!!
Il medico attendeva l'avvocato Porru compagno di bevute e di b

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Vanna Flore


Avevo paura

non volevo crederci, anzi non avevo nemmeno mai immaginato di poter sentire quelle parole, avevo vissuto sempre così follemente, sempre così libera che non mi ero accorta del rischio. quando mi dissero che ero malata, non volevo crederci, avevo paura, iniziai a dimenticare le cose belle della vita, iniziai a dimenticare i visi dei miei famigliari e delle persone care, iniziai a sparire. non avevo mai pensato che si potesse morire così giovane, o almeno non avevo mai pensato che sarebbe capitato a me, a quest'età. Avevo paura che quando sarei caduta nel sonno, non mi sarei più svegliata, che quando avrei visto il sole, quello sarebbe stato l'ultimo giorno della mia via. non ho trovato il coraggio di rialzami, non ho fatto altro che colpevolizzarmi e odiarmi, si, mi odiavo, tremendamente. bensì iniziai a curarmi, il mio umore era meno di zero, le persone che mi facevano compagnia, venivano a trovarmi per pietà, nessuno mi comprendeva davvero, nessuno diceva davvero "come stai?", erano tutto bravi a non mettersi nei miei panni, tutti bravi ad incoraggiarmi e a farmi forza, ma cosa ne sapevo loro del dolore? della sofferenza? della perdita della tua stessa vita? ero solo un corpo vuoto e stanco, stanco anche di combattere quelle battaglie che mi erano state inflitte, incominciai a non avere più fede in quel Dio che mi aveva sempre sorretto, avevo paura di morire. "signorina, lei non risponde più alle cure" cadì nel più profondo e tetro buio. Non riemersi mai del tutto, nonostante siano già passate settimane, e sono ancora quì, all'ultimo stadio della malattia, a capire ancora cosa ho sbagliato, quale parte della mia vita ho commesso peccato, ho commesso errore. Aspetto solo che la mia ora, quella in cui so che vedrò quel Dio che tutti venerano, allora li non avrò più paura, non avrò più rimpianti.



Istinto

Istinto animale.
Trieb : pulsione umana.
"Lo spinarello : pesce maschio. Nel periodo riproduttivo aggredisce gli altri maschi, stimolato dal colore rosso del loro addome."
Non credo alla tendenza innata all'omicidio.
Ritengo che ognuno di noi nella propria vita abbia avuto almeno una volta l'istinto ad aggredire per uccidere.
Il limite tra pensiero e azione è una linea laser invisibile.
Oltrepassarla facendo scattare l'allarme nel tuo io è come essere in equilibrio su un piede solo.
Ti senti un calore che ti pervade tutto il corpo, l'adrenalina ti riempie le viscere.
Gli arti si muovono da soli come se qualcuno ti ordinasse di farlo.
Tu sei un robot. Tu non dipendi più da te stesso.
Ti fai coinvolgere da una griglia di sentimenti contrapposti.
Sì, no, sì, no.
Lo faccio, non lo faccio...
Passano frazioni di secondo nell'incertezza.
Tu non hai premeditato quello che stai per compiere.
Senti il prurito sulle labbra, sulla lingua, ti senti esplodere dentro un airbag che ti frantuma.
Il tuo nemico è lì di fronte.
Vorresti scappare ma una forza ti inchioda al presente.
Il terreno si trasforma in sabbie mobili dove sprofondi senza fine.
Non te ne puoi andare : il tuo ego si rifiuta.
Puoi soccombere, offrire l'altra guancia.
Le parole come lame tagliano il tuo orgoglio. Ti triturano sul tagliere dell'animo.
La decisione viene presa nel tempo di un respiro.
No, non puoi più sopportare la lapidazione che di giorno in giorno ti ha annientato come persona.
Nella favola, "il mostro peloso" pieno di rabbia si gonfia fino ad esplodere in mille farfalle variopinte.
La tua furia non si trasforma in mille colori.
Sono mille al contrario le macchie sul suo corpo e sul pavimento e sono di un unico colore.
Rosso sangue.



Mazzacane - cap. I

Montepiano. Un giovedì di metà maggio, anno 1990, ore tredici e trenta circa.
Antonio Capuana, per tutti Nino, si appresta a chiudere la biblioteca che occupa un vasto ambiente del piano terradi un edificio che ospita ai piani superiori la scuola elementare e materna. Adiacente la biblioteca vi è la palestra ginnica con annessi spogliatoio, magazzino e vano caldaia.
Nino, in compagnia dell'anziano bidello Gibbì, ha appena chiuso la porta della biblioteca e si dirige verso l'uscita generale quando un improvviso lampo, immediatamente seguito dal fragore di un tuono li fa sobbalzare. Pochi istanti dopo scatta l'interruttore della corrente elettrica mentre la pioggia inizia a cadere scrosciante. Gibbì, con l'eterna cicca incollata ad un angolo della bocca, alzando lo sguardo al cielo impreca.
"Ecco, ci risiamo! Puntuale come un orologio svizzero. Che gli costa al Padreterno di mandarla giù mezz'ora dopo? No, deve costringerci ad aspettare che passa!
"Dai, non te la prendere tanto Gibbì, dura al massimo mezz'ora" minimizza Nino.
"Bravo! Chè a te lo Stato te lo paga lo straordinario di mezz'ora?"
"Hahaha, quando si tratta di soldi, per te..."
"Ehi Nino, ma non dobbiamo ridare la corrente prima di andarcene?"
"No, meglio di no, potrebbero esserci altre scariche. Nel pomeriggio torno qui e la ridò" afferma Nino mentre Gibbì lo scruta con finto stupore.
"Perché nel pomeriggio tu torni qui? Ecco perché non ti sei ancora sposato, hehehe!"
"Gibbì, quando la smetterai di sfottere?" risponde Nino con un'occhiataccia.
"Eh, povera Italia! Come si può andare avanti così? Con tanto ben di Dio che si perde per strada, ah mani mie, mani mie! Maledetta vecchiaia, maledetta..!"
"Dai smettila una buona volta. Sono stufo dei tuoi sfottò"
Una voce femminile, giungendo dal fondo del corridoio ai piedi della scalinata che porta ai locali superiori, interrompe i due. È Stefania, giovane maestra elementare, che chiama Nino mentre Gibbì a

[continua a leggere...]

   5 commenti     di: Michele Rotunno


Space Oddity

12 maggio, 1969
Vicinanze del pianeta Giove.

"Ground control to Major Tom!"

Lugubri suoni venivano dal trasmettitore, rovinando il silenzio.

"Ground control to Major Tom!"

La voce arrivava legggermente disturbata da un brusio di sottofondo, ma le parole erano ben chiare. Nonostante ciò non ebbero risposta.

Torre di controllo, Houstin, Texas.
"Capitano McKenzie, la spia del maggiore Tom è accesa e funzionante. È stata rilevata presenza di vita nell'abitacolo, ma sono ormai ore che dallo shuttle non arrivano risposte."
"E allora mettetevi in contatto con quell'imbecille. I giornali vogliono sapere quale cazzo di squadra tifi a momenti e poi dovrà redarre un bel rapporto di tutto quel che è successo lassù senza il nostro controllo."
"Ma capitano, i nostri messaggi non ricevono risposte, probabilmente il maggiore Tom ha deciso di isolarsi."

2 marzo, 1969
Pasadina, Texas
Il maggiore Tom dell'aeronautica spaziale non aveva molto da differenziarsi rispetto ai suoi colleghi astronauti, una vita di studio per entrare ad Harvard, poi la NASA e la scalata in quegli anni per lui fu facile. Era un epoca di grandi conquiste astronomicamente parlando e lui era giovane, poco più che trentenne, il programma spaziale entusiasmava sia l'opinione pubblica che gli addetti ai lavori, si chiamava Apollo e prevedeva lo sbarco sulla luna entro un decennio dal '61.
Lui era uno dei tanti addetti alla preparazione di questo avvenimento storico, prove di collaudo e test balistici erano il suo pane quotidiano giù alla base, qualche test in sala decompressurizzata ogni tanto. Non avrebbe mai potuto pensare di poter arrivare così in là.
Stava rientrando nella propria abitazione, una villetta borghese sviluppata su di un unico piano, il che la faceva apparire molto estesa. Il giardino era ben curato dalla moglie e appena vi ci mise piede il cane gli saltò addosso, un grande labrador di razza, teneva loro compagnia da anni. Entrato in casa si tols

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: fabio


Blue hoar

Si ritrovarono invecchiati.. dopo anni di battaglie tra di loro,
di rinunce.. erano indeboliti..
sedevano davanti alla tele per caso videro una puntata di
molti anni fa, già era andata in onda qundo erano
giovani e raggianti..
A quel tempo il loro amore era tanto forte
da tenere a bada i loro caratteri,
lei vedendo quel dibattito cucinava e sbraitava contro la
televisione.. già.. e diceva:
"come fa una persona, una donna, a farsi togliere la libertà
e tutto ciò a cui tiene da un uomo!!
è colpa sua avrebbe dovuto lasciarlo già molto tempo fa!"
Ora composta stava su quel divano marroncino, coperto da un
lenzuolo forse più vecchio di loro e rovinato dall'ombra,
già.. povera.. era un divano che mai avrebbe comprato da giovane,
svaccato affianco c'era il marito.. si.. lui si sentiva
più forte che mai.
Le cadde una lacrima, non sapeva il perchè.. un filo di luce trapelava
dalla finestra illuminando le polveri sospese davanti al televisore,
pensò fosse quello.. poi poco a poco ricordò com' era il sole,
poi ricordò i campi della sua lontana terra, le risate e
la sua voglia di vivere infine ricordò che già aveva visto
quella trasmissione.
Scoppiò in lacrime.. già quella donna, quell'anziana donna nel
televisore, era diventata lei. Ed anche per lei era ormai troppo
tardi..
A fatica si alzò, coi crampi allo stomaco per la tristezza,
adndò verso la cucina.. a bere un po' d'acqua.
Li vide un coltello era quello che usava sempre il
marito quando insieme cucinavano, e si rese conto che nemmeno
più in quello era libera nè brava come un tempo.
Chiuse forte il pugno, quello sinistro, e piegò il braccio,
così vi ci appoggiò la lama e leggera la fece scivolare più volte.
In poco si sentì tranquilla e potè sorridere come un tempo,
era anche di nuovo morbida come quando giovane si coccolava
ed amava col marito. Si spense.
Lui così la amò e la strinse come un tempo
la baciò sulla

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: andrea macario



Pagine: 1234... ultima



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Drammatico.