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Racconti drammatici

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Il Monastero

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   3 commenti     di: Giacomo D'Alia


L'angolo buio di Cristina

Cristina se ne stava seduta in camera sua, al buio, fissando quell’unico raggio di luce che entrava dalla persiana vecchia. Era difficile capire perché non voleva vedere nessuno. Voleva rimanere sola, senza dover per forza sorridere ad un mondo nel quale non si sentiva a suo agio.
No, stava bene solo sola. Non si poteva fidare di nessuno.
Se ne poteva rimanere dei giorni interi al buio a riflettere, ad inventarsi una vita che non aveva, perdendo la cognizione del tempo, senza sapere se era notte o giorno. Senza volerlo sapere.
Si mosse nella sedia per sistemarsi nell’angolo buio.
Aveva paura.
Paura della violenza. Già, come quella che aveva subito da Lui. Niente era peggiore del ricordo di quel sorriso gelido nella notte.

Cristina camminava da sola per una stradina secondaria, vicino a casa sua. Era da poco uscita dal lavoro, quella sera avevano finito maledettamente tardi, erano le due e mezza. Sospirò, fare la cameriera non era per lei. Appena avesse trovato un posto migliore avrebbe lasciato perdere il ristorante.
Era così stanca che quasi non si rese conto di essere arrivata a casa. Cercò le chiavi in borsa, poi aprì la porta, non vedendo l’ora di andare a letto.
Entrò nel salotto senza accendere la luce, lasciando la giacca e la borsa nel divano alla cieca, era meglio cercare di far notare il meno possibile la sua presenza. Non voleva che Lui si svegliasse e la vedesse tornare così tardi, non era lo stesso quando si arrabbiava.
Alzò lo sguardo e vide due iridi brillare nel buio. La colpì un tuffo al cuore, Lui era rimasto sveglio ad aspettarla.
Sembrava un vampiro maligno in cerca della sua preda, mimetizzato nel buio, immobile.
- Perché hai fatto così tardi?- disse, autoritario. Sembrava calmo, ma nella domanda c’era qualcosa che stonava, quella calma era troppo tesa.
- Sai, c’era la cena di un matrimonio, il lavoro era tanto… duecentotrenta persone- la sua voce era flebile, un sussurro, risuonava quasi come una scusa.

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Ombra

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   5 commenti     di: Egon


Olga

Era una sera come tante altre, Carlo si accingeva a prepararsi con stanca meticolosità all'appuntamento. Aveva ricevuto un invito da amici per una festa di compleanno a circa due isolati di distanza da casa sua.
Non era molto convinto di andarci, di solito il brusio indistinto di molte voci confinate in un locale, intente a confidarsi mille sciocchezze lo metteva un poco a disagio.
In fondo, pensò non aveva nulla di più importante da fare quella sera.
La serata era fredda e tersa, e si potevano scorgere milioni stelle, milioni di piccoli punti luminosi spettatori silenziosi di quella serata invernale.
Lo scatto automatico della porta che si lasciava alle spalle lo ricondusse alla realtà
Ultimamente gli capitava spesso di perdersi guardando le stelle, o l'eterno movimento delle nubi, fino a perdere di vista l'oggetto osservato, quasi volesse fondersi con ciò che lo circondava, fino a diventare parte del tutto, indifferente e insensibile ad ogni sofferenza.
Non aveva voglia di camminare, quasi volesse disfarsi in fretta di quella serata,
le attese, i trasferimenti, le pause che la vita gli imponeva avrebbe voluto vederle scorrere velocemente semplicemente premendo un tasto.
Raggiunse la destinazione a bordo di un taxi, l'aria pungente che entrava da un finestrino gli sferzava il volto solo le palpebre tentavano una resistenza socchiudendosi, difendendo le pupille fisse oltre l'attesa. Suonò e gli fu aperto, senza chiedergli l'identità, atteggiamento poco prudente pensò, ma ciò non lo meravigliava più di tanto, in fondo li conosceva abbastanza, amici, amici degli amici, gaudenti noiosi e apparentemente spensierati.
L'ascensore che lo avrebbe condotto all'ottavo piano lo attendeva con le porte spalancate e le luci accese, sorrise pensando che assomigliasse ad una testa mostruosa e che di lì a poco lo avrebbe divorato. La luce al neon all'interno della cabina dell'ascensore lampeggiava ad intermittenza creando lampi di luce e rapidissimi momenti di o

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   0 commenti     di: Marco Uberti


Un topolino allo spiedo

Nei giardini dell’Ospedale, all'ombra delle numerose piante che lo abbellivano e lo rendevano veramente un’oasi rigogliosa nel mezzo della savana, sostavano parenti e pazienti tutto il giorno.
I pazienti rientravano in reparto per il giro medici e per la terapia e alla sera per dormire.
Al tramonto era davvero uno spettacolo vedere i numerosi fuochi sparsi e la gente affaccendata a cucinare la polenta.
Passando per i corridoi aperti dell'Ospedale, vedevo ogni sera questo suggestivo spettacolo e potevo cogliere quegli aspetti di vita famigliare attorno al fuoco, altrimenti, per me, quasi impossibili da osservare.
In Karamoja, il piatto principale è rappresentato dalla polenta di sorgo, spesso l'unico alimento consumato nella giornata.
Al mattino, solitamente, la polenta è preparata aggiungendo un po' di latte di mucca, denso, cremoso che lo arricchisce in sapore.
La quantità di latte prodotta dalle mucche, che nell'intera regione sono proprio magrissime, come i loro pastori, è veramente minima, data la scarsità di foraggio ed acqua, molto meno di un litro al giorno.
Il pasto è spesso consumato insieme alla birra che è di bassa gradazione alcolica e sempre di sorgo. La birra è bevuta calda ed io la trovavo nauseante e ripugnante perchè densa e pastosa per il sorgo fermentato, che è, anch’esso, in mancanza della polenta, talvolta, l'unico pasto.
La birra viene bevuta in compagnia, insieme alla famiglia, agli amici o invitati, da un unico recipiente, scaldato sul focolare, chiuso da un coperchio perché si mantenga caldo. Si beve a turno succhiando da una cannuccia. Un po’ per uno, a rotazione, non di rado fino ad ubriacarsi.
Quasi tutti i medici, che hanno vissuto a Matany, hanno prima o poi dovuto bere, come me, questa loro bevanda e moltissimi hanno contratto un’epatite.
Il sorgo è l'unica pianta che cresce abbastanza bene in quella terra arida, se la stagione delle piogge è ovviamente regolar

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   0 commenti     di: Antonio Sattin


L'inizio della nuova era

Formica Formica, abitante in uno dei formichieri di periferia, della nazione di Formitalina accese la televisione. Aveva un televisore in bianco e nero, che i colori loro non li vedono mica. All'ora della cena, sintonizzato sul telgiornale, la notizia clamorosa. È caduto il governo Ferluschini!. Formica saltò dalla sedia per la felicità. Una notizia così non se l'aspettava davvero. Si era tempo che si parlava di una crisi legato al governo, il cui primo formica capo governo era rinomato per saper cantare, dire le barzellette, incontrare un sacco di grande belle formiche femmine. Ma questo Ferluschini era un tipo intraprendente, senza peli sullo stomaco. Aveva una ricchezza pari a quella del ventiduesimo paese delle formiche del mondo. Lui dopo il paese di Formigam, come P. I. L. Lui da solo ricco come una nazione ricca, che molti suoi connazionali non avevano nemmeno una mollica da mangiare, tante ne mangiava lui e i suoi amici. Formica chiamò a rapporto tutta la famiglia. Cari miei, ascoltate la televisione! Gridò ! Ferluschini non c'e' più!. Il formichino piccino disse: lo hanno rapito? Formica piangendo gli allungo una carezza con l'antenna destra. Ascolta Gino. Mamma Formica era cupa in volto, era dalla mattina che non parlavano altro alla radio, alla televisione, al computer, sui giornali, della fine del governo Ferluschini. Era stufa. E poi qalcosa gli faceva intuire che la situazione non era così semplice. Venivano razionate le molliche, i formicai di lavoro erano stati chiusi, e il lavoro nero, era tutto in mano alle formiche nere. Che la famiglia Formica era invece del tipo color terra. Le formiche rosse poi stranamente avevano accolto il nuovo primo ministro Formiconti, con grande entusiasmo, pur di non avere Ferluschini tra le balle, che poi, ci litigavano di giorno, e ci si divertivano di notte.

Insomma, mamma Formica, per non rovinare la gioia momentanea del marito, che aveva preso sul groppone dalla gioia Formichinina, la più piccina, si

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   2 commenti     di: Raffaele Arena


Alcide

Trovata esanime il 27 giugno 2003.
Si ricorda il padre Omar morto il 19 aprile 1943. Contribuì alla liberazione d'Italia.
Si ricorda la madre Teresa morta il 14 gennaio 1962. L'infarto la colpì davanti ai fornelli.
Si ricordano i fratelli Mario, Pietro, Adelino e Riccardo. Mario e Adelino sono morti. Rispettivamente il 22 maggio 1997 e il 3 settembre 1999.
Si ricorda la sorella Marisa. Viva e vegeta.
Si ricordano Luca e Margherita, due figli ubbidienti.
Si ricordano i nipotini Massimo, Eleonora e Lorenzo. Che Dio vi benedica.

La sua epigrafe recita: "Visse per la famiglia, morì per sè stessa".

   2 commenti     di: Danl Or



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