PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti drammatici

Pagine: 1234... ultimatutte

Il regista

L’asfalto si squarciò mentre l’orologio della piazza segnava le sette e trentasei minuti. Colonne di acqua e vapore, fumo denso e nero, schizzi di liquido nerastro, che fino a qual momento se ne era stato quieto nella sua tranquilla fogna, macchiarono il candore delle lenzuola esposte al sole ad asciugare.
In tanti guardarono il cielo, in tanti non compresero che avevano ancora pochi attimi di vita.

“Forse hai capito male, questo è il mondo vero, non è un film”.
“Ho piena consapevolezza di questo, papà”.
“Allora perché ti butti via come fossi uno straccio da piedi?”.
“Non mi butto via, sto solo cercando di mangiare questa vita a morsi fintanto che dura”.
“Tu non stai mangiando la tua vita, stai dissolvendo la tua esistenza nell’acido della futilità”.
“Acido della futilità? Ma che cavolo dici, non essere patetico”.
“Credi di vivere la tua vita e invece ti lasci strappare l’anima e la carne dall’imperativo della libertà o quello che ti fanno credere che sia tale”.
Intanto i vetri delle finestre avevano iniziato a tremare. Il lampadario oscillava paurosamente, si udivano sinistri scricchiolii provenire dalle altre stanze e pezzi di intonaco caddero ai loro piedi.
“Guardati, sembri un albero di natale addobbato da un paraplegico, hai buchi e orecchini che pendono dappertutto, il tuo viso assomiglia ad un puntaspilli”.
“Mi hai insegnato tu che l’aspetto fisico non è importante quanto ciò in cui crediamo”.
“Si ma questo non è un film dove la bottiglia che ti spaccano in testa non è di vetro e l’amore termina insieme ai titoli di coda”.
Una crepa spaccò in due la parete sull’esterno della strada e mille frammenti di vetro si persero nel caos che si stava generando.
“In questo mondo non esistono effetti speciali, gli attori non risuscitano dopo aver girato una scena”.
“Vorresti mandarmi via di casa? Faccio le valigie, non ci metto molto, non ho bisogno del tuo aiuto, in fondo non s

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Alfonso Mormile


La notte che ho incontrato un angelo

Cap. I
Era una bellissima notte di fine estate, da poco era passata la mezzanotte e com'era solita fare ormai da molti anni, l'ultima notte delle sue vacanze Erica la passava in riva al mare, per meditare, recuperare energie e accomiatarsi da quello scenario che fin da bambina l'affascinava e la rapiva più di ogni altro; quasi un rito di commiato dalle vacanze, dal sole, dalla spensieratezza di quei giorni senza nuvole.
Si accovacciava in un punto di spiaggia abbastanza isolato che ospitava il rimessaggio d'imbarcazioni e in perfetta solitudine salutava quel magico paesaggio notturno, assorta nei suoi pensieri... persa nei ricordi.
Quella notte la luna era piena, il candore che emanava rischiarava l'oscurità tanto da nascondere persino il brillare delle stelle. L'aura argentea si rifletteva sulle acque calme del mar adriatico formando un tappeto di cristalli splendenti che, mano a mano che si allontanava dalla riva, si assottigliava sempre più fino a diventare un puntino all'orizzonte, minuscolo gancio di congiunzione tra cielo e mare.
Come avrebbe voluto camminare su quel tappeto, attraversare l'infinito, raggiungere quel puntino lontano, sparire laggiù, smettere di soffrire per sempre. Ma purtroppo era viva e presente quindi doveva imprimere sul suo essere tutte le sensazioni di quel momento, fissare sulla sua pelle gli odori, i colori, i suoni... per resistere.
Tutto doveva essere chiaro, vivido e tangibile nella sua mente, per darle la forza di continuare a vivere, per trascinare i giorni, dimenticare le notti di tutto l'anno a venire, fino all'arrivo delle prossime vacanze.
L'aria era tiepida salmastra quasi immobile, lo sciabordio delle onde era una nenia intonata solo per lei, per lenire un poco la sofferenza che giorno dopo giorno la annichiliva.
Fu così che si ritrovò rannicchiata ad abbracciare le sue gambe come se davanti avesse un'altra lei, il mento appoggiato sulle ginocchia lo sguardo all'infinito e, lentamente, cominciò a dondolarsi

[continua a leggere...]



L'albero maledetto

In Ospedale, quel giorno d’Agosto 1994, il personale discuteva di una vicenda accaduta qualche giorno prima e che rappresentava l'argomento del momento, forse perché non c'era altro d’interessante, in quel periodo relativamente tranquillo, a Matany.
Fu Roberto, il responsabile tecnico dell'Ospedale, piemontese dalle mani d'oro, a parlarmene quel pomeriggio, mentre io, stupito e con la faccia di chi si sente tenuto all'oscuro di tutto e si domanda “come mai solo io non so nulla”, cercavo delle informazioni il più dettagliate possibili. Discutevamo davanti all'officina dell'Ospedale, quando arrivò John Bosco con aria da caporione che sa sempre tutto. Ci raccontò dell'accaduto come se fosse stato presente ai fatti, mentre io pensavo: "Qui in Africa, da un piccolo fatto si ricamano leggende infinite, che, passando poi di villaggio in villaggio, crescono in particolari, come da noi con la misura del pesce del pescatore”; facevo fatica a credergli, mentre John Bosco, con il sostegno di Roberto, appariva già deciso ad intervenire.
Il fatto, che mi pareva ricamato da tanta fantasia africana, era questo: un bambino era caduto dentro un albero.
Arrampicandosi sui rami di un grande ed ombroso albero sulle rive del fiume, assieme ad altri ragazzini, si era introdotto nel buco di un grosso ramo ed era scivolato, proprio come in uno scivolo, nel cavo vuoto del ramo fino alla base del tronco.
Fin qui niente di drammatico; mi appariva anzi proprio uno scherzo.
Il problema, che John Bosco riferiva serio, era che tutto questo era accaduto già da una settimana e il bambino era sempre lì dentro prigioniero. Veniva nutrito attraverso un buco nell'albero, però nessuno era riuscito a farlo uscire.
Si era intanto formato intorno a noi un bel capannello di persone ed ognuno che arrivava portava nuovi particolari come, per esempio, che il parroco del vicino villaggio e poi alcuni missionari avessero provato a tirare fuori il bambino senz

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Antonio Sattin


Mazzacane - cap. III

[continua a leggere...]

   5 commenti     di: Michele Rotunno


Blue hoar

Si ritrovarono invecchiati.. dopo anni di battaglie tra di loro,
di rinunce.. erano indeboliti..
sedevano davanti alla tele per caso videro una puntata di
molti anni fa, già era andata in onda qundo erano
giovani e raggianti..
A quel tempo il loro amore era tanto forte
da tenere a bada i loro caratteri,
lei vedendo quel dibattito cucinava e sbraitava contro la
televisione.. già.. e diceva:
"come fa una persona, una donna, a farsi togliere la libertà
e tutto ciò a cui tiene da un uomo!!
è colpa sua avrebbe dovuto lasciarlo già molto tempo fa!"
Ora composta stava su quel divano marroncino, coperto da un
lenzuolo forse più vecchio di loro e rovinato dall'ombra,
già.. povera.. era un divano che mai avrebbe comprato da giovane,
svaccato affianco c'era il marito.. si.. lui si sentiva
più forte che mai.
Le cadde una lacrima, non sapeva il perchè.. un filo di luce trapelava
dalla finestra illuminando le polveri sospese davanti al televisore,
pensò fosse quello.. poi poco a poco ricordò com' era il sole,
poi ricordò i campi della sua lontana terra, le risate e
la sua voglia di vivere infine ricordò che già aveva visto
quella trasmissione.
Scoppiò in lacrime.. già quella donna, quell'anziana donna nel
televisore, era diventata lei. Ed anche per lei era ormai troppo
tardi..
A fatica si alzò, coi crampi allo stomaco per la tristezza,
adndò verso la cucina.. a bere un po' d'acqua.
Li vide un coltello era quello che usava sempre il
marito quando insieme cucinavano, e si rese conto che nemmeno
più in quello era libera nè brava come un tempo.
Chiuse forte il pugno, quello sinistro, e piegò il braccio,
così vi ci appoggiò la lama e leggera la fece scivolare più volte.
In poco si sentì tranquilla e potè sorridere come un tempo,
era anche di nuovo morbida come quando giovane si coccolava
ed amava col marito. Si spense.
Lui così la amò e la strinse come un tempo
la baciò sulla

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: andrea macario


La mamma di Chicco

E invece per qualcuno i giorni finirono... la mamma di Chicco morì
Ci dissero che era malata e che un giorno il suo male l'avrebbe portata via, alla morte
Un pomeriggio di un buio autunno ci chiamarono, ci dissero di andare a casa di Amedeo, li c'era anche Chicco. Entrammo nella cameretta di Amedeo su un lettino c'era seduto lui e su quello all 'angolo Chicco

Chicco aveva un fazzoletto di stoffa pieno di lacrime e altre gliene scendevano dal viso. Chicco ci guardò e ci disse : " Ragazzi tenetela da conto la mamma perchè quando muore non c'è più ".
Noi non sapevamo cosa dire, il nostro viso guardava per terra e le nostre labbra erano strette per il dolore. Non sapevamo cos'era la morte, non la conoscevamo, non sapevamo che potesse portarci via i nostri affetti senza chiedere nulla, non eravamo preparati.

La mamma di Chicco era una fata turchina, una di quelle fate dalla pelle chiara e i capelli neri, la sua voce era dolce come quella delle sirene, intorno a lei c'era un 'alone di dolcezza e i suoi modi aveva sempre un tono gentile, anche quando con difficoltà doveva sgridare Chicco. A a volte mi appropriavo della su dolcezza, quando in quei lunghi pomeriggi d'inverno Chicco mi invitava a casa sua e mia madre sembrava non tornasse mai dal lavoro. Mi gustavo quella casa fatata dalla dolcezza, quella casa dove c'era sempre una mamma a scandire il tempo con la sua premura

Non avevo mai trovato una mamma così gentile e quando Chicco la trattava male ci rimanevo male
Non riuscivo a credere che una mamma cosi premurosa potesse meritarsi un tono così cattivo

Mentre pensavo a sua madre chicco disse : " andiamo su dalla mamma " . Chicco parlò come se lei fosse viva , come se fosse a casa ad aspettarlo in un giorno qualunque. Ma io sapevo che sua madre era morta, che non c'era più . Facemmo le due rampe di scale che dividevano la casa di Amedeo da quella di Chicco, nella casa c'era tutto il palazzo, loro
mi sembravano ancora più adulti, tutti t

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: luigi granito


Midnight Crisis

C'è silenzio, in stanza, mentre cominciano i preparativi. Pareti color marroncino, cioccolato sciolto dal caldo. Pavimento polveroso. Tiepido.
Una figura magra e molle, che si agita tra le pareti mettendo fine a ogni ultimo legame con la sua realtà.
Ponendo al posto giusto gli oggetti giusti, con molta cura e attenzione, per recidere anche l'ultimo filo.
Questa sarei io.
Le cose importanti nella vita iniziano sempre in sordina, e come per le ruote delle carrozze che passano per strada, neanche ci si fa caso. Un rumore di fondo che sembra del tutto ordinario.
Sembra.
Qualcosa è nascosto in quel rumore e pian piano lo amplifica finchè non diventa l'unica cosa reale. Questo è quel che credo mi sia successo, e per questo non posso dire come e dove sia iniziato. So solo che all'improvviso mi sono accorta che il mondo esterno mi era venuto a noia.
Prima gli oggetti.
La loro forma, la loro presenza, mi infastidiva. Esterni, quindi estranei, apparivano come pezzi strappati al mio stesso corpo.
È normale per chi cresce nell'alta società il pensare di possedere tutto, ma tutto ciò che possedevo mi si ribellava. Ero costernata dall'impossibilità fisica di inserire gli oggetti che usavo di comune, il pettine, lo specchio, la penna, nella mia fisionomia. E vederli fuori di me mi spaventava. Da quando poi mi ero ferita, proprio tentando di unire a me le mie forbicine da unghie, non osavo più nemmeno manipolarli. Nemmeno avvicinarmi a loro. Se avessi dormito nel letto, ero certa, sarei stata io a diventare parte di lui.
Di conseguenza, le persone sarebbero parse un ancora di salvezza. Mi avrebbero potuto aiutare. E invece nemmeno questo accadeva. Ognuna di loro, per quanto disponibile, per quanto disposta ad ascoltare con pietà e sincero compatimento, era in fondo estranea. Ognuna presiedeva alle proprie funzioni. Ognuna si curava solo del suo personale accrescimento, fisico e mentale, e infine sperava in un sereno consumarsi. Niente a che vedere con me.

[continua a leggere...]




Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Drammatico.