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Racconti drammatici

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Sembravano non rompersi mai

In camicia da notte e a piedi nudi apro la porta di quella stanza.

Un museo dove custodivo gelosamente ogni ricordo, ogni attimo. Tutto è rimasto immutato di ciò che un tempo era stato decorato con cura e pazienza ed evidente speranza che tu fossi una bambina perfetta, la piccola principessa., nonostante la camera conservava prove tangibili che perfetta non eri... ballerine, dalla testa ai piedi in varie pose avevi disegnato con i pastelli sulla carta da parati.
Avevi tu, il comando della casa, quando traducevi i pensieri in uno spontaneo flusso di parole e saltellavi con un passo volutamente esagerato.
Mi rifugio in questa stanza di sera, quando il ricordo mi assale, e resto qui ferma, immobilizzata come un blocco di marmo, con poca luce e niente da fare.
Ti immagino ancora addormentata, cullata dalle mie braccia come sulle onde del mare ed illuminata dalla luce delle stelle, mentre
il sussurro della mia voce ti racconta fiabe, saltando come un vecchio disco di vinile da una parola all'altra evitando quella che più ti turbava.
Ma ora su quel letto... resta solo quella bambola.
Tremendo fu, quando mi arrivò quello schiaffo in faccia, la bussola mentale si perse in un intrico di spirali e si addentrò nelle viscere del mio cuore, uccidendolo lentamente. Passai le notti in bianco, sdraiata sul letto con la luce accesa nel tentativo di ladra, di rubare minuti al tempo. Bagnata fradicia sotto la pioggia incessante urlavo disperatamente, inquieta e confusa, con le lacrime fra le dita, ma ancora una volta m'incamminavo ... e ancora e ancora, con la speranza in mano, alla ricerca in ogni angolo della fiducia smarrita mentre occhi di lupo affamati e penetranti si facevano strada, sapevano bene dove assestare il morso.
Mio fiore... ti sei seccato ancora prima di sbocciare.
Ci avvolgeva l'imbrunire ed il silenzio, ci stringemmo affettuosamente come sempre la sera, ma non era una sera come le altre... le tue pupille cercavano aiuto nelle mie, lo sapevo

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   4 commenti     di: Vilma


Sogno di un passato lontano

"Ma nonna non posso portarti fuori!"
"Ti prego tesoro, è il mio ultimo desiderio, portami via da qui, poi mi riaccompagni stasera, promesso"

È così che si trovano a vagare per un boschetto verde e rigoglioso, con la carrozzina per nonna Tina e un piccolo badilino pieghevole legato dietro lo schienale.
Solo ora Janine si rendeva conto di quanto quel luogo fosse magico in tutte quelle sfaccettature di vita (e morte). Il verde era prepotente attorno al sentiero sterrato dove la sedia a rotelle aveva qualche difficoltà a proseguire dritta senza tremare ogni secondo per sassolini o i piccoli rametti caduti dalle piante che coprivano anche le loro teste.
Tina in quella piccola parte di mondo si sentiva a casa, era libera, libera di piangere, di ricordare e rilassarsi.
Procedeva lungo il sentiero sterrato, tutto attorno a lei era verde e rigoglioso, tutto era vivo e i pochi raggi di sole che raggiungevano il sottobosco conferivano a tutto un'aria quasi fatata.
E ricordava, ricordava di quell'amicizia troppo forte per essere dimenticata, quel bene così forte che non avrebbe mai potuto scordare nemmeno col passare di 60 anni esatti quel giorno. Sessant'anni senza lei, una vita senza la sua migliore amica, 21, 900 giorni dove il suo angelo l'aveva guardata da lassù.
Janine la accompagnò in un punto esatto sulla destra della stradina e inizio a scavare col piccolo badile in un punto sotto una roccia ricoperta interamente di muschio. Dissotterrò una valigetta marrone in pelle e la porse alla nonna poi la guardò negli occhi mentre i suoi si riempivano di lacrime. Le diede un bacio sulla fronte e si allontanò ripercorrendo la strada dell'andata.

Tina spinse la sedia a rotelle poco più avanti e poi chiuse gli occhi e i ricordi tornarono a ravvivarle la mente.

Correvano, correvano veloci, quasi come il vento che scompigliava i loro capelli mori e biondi mentre i loro occhi ammiravano tutto attorno a loro e i loro due giovani cuori, senza che se ne a

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   1 commenti     di: Giulia


Rosa purpurea

"Squadrone.. alt!"
Al perentorio comando i cinquantadue soldati componenti il reparto delle nuove reclute provenienti dal CAR si fermarono all'unisono e restando sull'attenti. Poco dopo, un secondo ordine ordinava loro di mettersi in posizione di riposo. Sulla ghiaia che rappresentava il piano di calpestio dello spazio antistante gli uffici del distaccamento di artiglieria contraerea il rumore degli scarponi veniva maggiormente amplificato e più di qualche birba, come già venivano scherniti dal loro sbarco dai camion, non abituata a quel particolare piano stradale sembrò comicamente sbandare provocando ancor più ilarità tra la dozzina di "veci" che bigollonavano nei dintorni pronti a inquadrare le future prede degli scherzi da bullismo a cui saranno sottoposti nell'immediato futuro.
Lo spazio in cui lo squadrone si era fermato era quello delimitato dai vari uffici del distaccamento, Fureria, Amministrazione, Sala riunione, Comando distaccamento, Comando di batteria, Magazzino, Dispensa, Cucina, ed infine OATIO, il secondo per ampiezza dopo quello delle riunioni. Era, quest'ultimo, l'anima dell'intero distaccamento, qui veniva ospitato il centro pianificatore di tutte le attività militari, esercitazioni varie, vi aveva sede il centro degli avvistatori PAO (pattuglie di avvistamento ottico) nelle varie esercitazioni, il centro NTBS (l'apparato radar di primo avvistamento aereo) ed infine quello delle trasmissioni radio.
A gestire tutte le attività dell'OATIO era un maresciallo capo, ma essendo sempre introvabile (dicasi grande imboscato) il tutto era sotto il ferreo controllo del sergente maggiore Loddu Enrico, per tutti "capo" e solo per pochi intimi Rico. Alto un metro e ottanta e con oltre novanta chili di peso, quasi tutti muscoli eccessivamente malriposti, incuteva più che rispetto un vero e proprio timore fisico convalidato da una maschera impressionante che rappresentava il volto, zigomi sporgenti e naso distorto e schiacciato erano solo alcuni dei

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L'alluvione

È sera... Piove da diversi giorni, una pioggia fitta che penetra in profondità, ma il cielo è scuro e i tuoni rimbombano nella valle. Le case sono serrate, avvolte da un vapore lattiginoso e tutt'intorno siepi d'alloro e mirto sembrano inginocchiarsi a pregare. Anche i gatti si sono nascosti in qualche buio angolo di casa e non si sente neppure l'abbaiare d'un cane. I miei parlano in cucina, sottovoce, forse non vogliono che sentiamo i loro discorsi.. ma si capisce che qualcosa li preoccupa. Piove incessantemente e s'odono gli scrosci violenti dell'acqua sul tetto e sui davanzali. Improvvisamente bussano,, nove, dieci colpi fitti alla porta, uno dietro l'altro, mentre una voce alterata dall'affanno dice: " Esca! è terribile!". Mio padre si precipita fuori e dalla strada arrivano voci concitate. Pare che il paese sia circondato da frane e che in periferia, verso il cimitero, un fiume di fango abbia trascinato verso valle intere abitazioni, anche i cumuli di sabbia e pietre della nostra casa in costruzione. Pazienza! i risparmi d'una vita... Meno male che le persone sono indenni... non bisogna perdere tempo perché l'alluvione è un terribile mostro, capace di divorare interi paesi in brevissimo tempo. L'acqua scende inarrestabile, rivoli gonfi solcano muretti a secco e invadono le case, la paura s'impossessa dell'anima e costringe tutti ad uscire di casa, a portarsi in un luogo più riparato. Pare che tutt'intorno alla chiesa il terreno sia più solido e cosi tutti vi si dirigono in massa.. massa che si muove al buio, una comunità che cerca riparo in un luogo sacro... sembra d'assistere ad una scena dei primi cristiani, quando segretamente si recavano in riunione ad ascoltare Pietro. Ma oggi la massa si sposta non con gioia ma con disperazione e con il cuore spezzato. Tutti riescono a ripararsi in chiesa e negli alloggi della canonica. Gli uomini sono assiepati davanti alla porta d'ingresso quasi a voler fare da scudo all'invadenza dell'onda acquosa; le do

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   5 commenti     di: antonina


Il gatto selvatico

Disteso supino nel fitto sottobosco di una natura ancora vergine, Bartolu dormiva saporitamente; concedeva un po' di quiete al suo spirito fiero ed errante, reso esausto dal spostarsi di continuo per monti, fiumi e pianure. Dolorosamente incessanti, funesti sogni attraversavano la mente dello sfortunato giovane... un passato turbolento il suo! Una dura esistenza da uccel di bosco. Non aveva che diciotto anni quando si macchiò del suo primo ed ultimo omicidio...

Avviato alla custodia delle greggi sin dalla tenera età, Bartolu non conobbe mai un solo momento gioioso. Cresceva nell'ingiustizia, nella disparità, nella più sconfortante miseria. Il suo lavoro prematuro contribuiva, seppur in minima parte, a sopperire alle prime necessità della povera famiglia che lo aveva messo al mondo. Poco legato agli austeri genitori, quel vivace ragazzino adorava invece la sua unica e dolce sorella, più grande di cinque anni; lei la guida, la confidente, la sola a comprenderlo mostrandogli tenero affetto. Tale legame era però destinato ad un involontario allontanamento: essendo tutt'altro che lieto l'andamento economico della casa, all'età di ventidue anni Gavina fu collocata come donna di servizio in casa di benestanti signori di un centro vicino. La separazione fu drammatica! Cingendo in un forte abbraccio la primogenita, col pallido viso rigato di lacrime, Bartolu si era abbandonato ad uno sfogo esasperato:- sei la sola a guidarmi in tanta amarezza, in te ho il mio rifugio più sicuro! E ora, oh Gavina, perché mi abbandoni?-. A nulla valsero i soliti tentativi di rassicurare l'afflitto con incerte speranze, il ragazzo s'era allontanato bruscamente, correndo il più lontano possibile da tutti, diretto forse a sfogare in solitudine la sua rabbia repressa.
Triste a dirsi ma, quando una famiglia diviene vittima di una sorte avversa e crudele,
pare che problemi di ogni sorta continuino ad affliggerla senza alcuna tregua! Così, nessuno poteva immaginare quello che sa

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   6 commenti     di: Sergio Manconi


Kunstwollen è il Paradiso

Capitolo primo

La bettola emerse dalla foschia come un miraggio.
L'uomo inspirò, espirò, inspirò di nuovo. Frugò nei taschini dell'impermeabile, tra briciole e fazzoletti raggrinziti, e tirò fuori l'astuccio delle sigarette. Lo rivoltò tra le mani rugose e lo soppesò con indifferenza. Era vuoto. Lo gettò via distrattamente. Sospirò e volse il suo sguardo angosciato verso destra, verso il vicolo avvolto nel miasma delle serpentine di scarico, lugubri luci al neon come stelle in un firmamento indistinto. E la pioggia che si infrangeva obliqua e tintinnante sui telai arrugginiti delle finestre. Oltre tenebre immobili e anfratti dimenticati. E più in là ancora, attraverso miglia di nulla, si dischiudeva misterioso e solenne il tetro orizzonte. Eterne distese di detriti e di frammenti e di cenere. La sagoma aguzza della città. Bassifondi marcescenti. Odore di morte e putrefazione.
Tossì. Il bagliore cinereo del lampione irradiava il suo profilo inflessibile, il suo profilo statuario. Attraverso la sozza vetrata della bettola scrutò di sbieco una giovane donna rischiarata dalla fiamma volubile e incerta di una candela. Una come te non dovrebbe essere da queste parti, amica. Guardala. Gli occhi, buchi neri nell'immensità azzurra. Capelli lucenti e la ciocca che le ricade languida sulla fronte. Le sue labbra vagamente curvate in un sorriso capovolto. Quel lungo abito di seta indaco. Guardala.
Era seduta a un tavolo, sola. Stringeva tra le mani un vecchio Moleskine rosso e lo sfogliava con aria assorta. Un raggio di luce obliquo le rischiarava le mani tremanti, le dita così sottili, gli anelli splendenti. Bevve un sorso di vino, gli occhi smarriti nel vuoto della notte e della città. L'impronta del suo rossetto color porpora si impresse come un fantasma, come un monito, come una profezia, sul bordo del bicchiere. Deglutì e riprese a sfogliare il Moleskine logoro, antico scrigno di ricordi sfuggenti.
L'uomo aprì timidamente la porta sotto l'in

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   1 commenti     di: Dario Russo


Ventisettembreduemilanove

Ciao Vincenzo,
anzi ciao Enzo. È così che ti facevi chiamare, così che amavano chiamarti tutti. È già passato un anno, un incredibile, lunghissimo anno. E non ci sei più. Dove tu sia finito non saprei dirlo, il perchè neanche. Non avrebbe alcun senso cercare di rispondermi. So soltanto che esattamente un anno fa, il ventisettembreduemilanove ti ho perduto per sempre. E nessuno potrebbe capire, nessuno. Il dolore che si prova. Il vuoto, la solitudine, l'amarezza, l'odio. Ho odiato il mondo, la vita, tutte le persone che mi circondavano, per molto, troppo tempo. Nessuna di loro, niente, mi sembrava dovesse meritare attenzione. In fondo sono state la mia salvezza e tu lo sai bene. Addio Enzo, addio. Perchè sei andato via in autunno? Amavo così tanto questa stagione. E le foglie morte, raccontarti di noi due per mano in riva al mare senza smettere di ridere. Perchè proprio in autunno? Quante volte ho desiderato di svegliarmi, che sciocca, e trovarti in camera, come sempre, con la tv accesa e il telecomando a terra. I tuoi libri, le poesie, i cd ordinatissimi e la tua mania di conservare tutto. Nessuno potrebbe capire, nessuno. O forse si, ma non saprei condividere il mio dolore. Che ora ho imparato a custodire gelosamente, come un dono, come qualcosa che non si chiede, di cui tu sola conosci il potere devastante, la capacità di distruggerti fin dentro l'anima. E ho desiderato di morire con te. Cos'altro altrimenti? Cosa avrei potuto desiderare se non annientarmi. Ma ho saputo allontanare anche questo. L'istinto si domina, il dolore un po' meno. Questo ti succede quando non credi più a nulla, quando tutto è lontano da te, non hai la forza di reagire, di sperare, di avere fiducia, tantomeno fede. Quella non mi ha mai aiutato, mai mi aiuterà. So che se fossi qui mi diresti di non essere così ingenua, così stupida. Ma non ci sei, altrimenti avrei amato quelle parole una ad una. Tutte. Come mai prima d'ora. Sopravvivere a te è sopravvivere ad una ragione di

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   2 commenti     di: Riccardo



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