Era uno sguardo allenato alle atrocità del mondo, quello che scorreva l'orizzonte sfuggente di uno spazio recintato da spine, analizzandone con scrupolo la struttura anomala, differenziata da curve inspiegabilmente non lineari.
La necessità di sopravvivenza lo imponeva sadica e la sua serva, la fame di conoscenza, offuscava occhi che non provavano più pietà per un universo che si era sempre mostrato con ostilità, nei confronti dei suoi bisogni più elementari.
Un lampo diverso, scoccato dal fango della vita, attirò la sua attenzione famelica, e l'insieme di ossa, tenute assieme da scarni legamenti attaccati a muscoli e nodi di grasso sanguigno, scattò teso e deciso verso la fonte della nuova luce, la quale prometteva di essere la chiave che avrebbe aperto la porta per fuggire da un dolore senza fine, confinato con lui nell'antro dell'aspettativa di morte, certa solo della propria atrocità. L'energia della spinta fece scivolare il corpo, sofferente dietro a quel cercare furioso, fino a fargli sfondare col muso l'ultimo ostacolo di feci, impastate di argilla e piscio, che celava il prezioso brillio e quegli occhi, dall'avamposto della disperazione che ansimava, misero a fuoco, con un'occhiata rapida, il nuovo bagliore affascinante e misterioso.
La delusione gli sorrise sprezzante, in un tremito che percorse tutto il suo piagato corpo, dal naso fino alla coda, aggiungendo un'altra ferita alla sua affievolita speranza: aveva trovato un'altra perla inutile, e la sua fame lasciata sola si vendicò, con un lancinante crampo di solitudine, spingendo i suoi occhi a cercare di nuovo, tra il liquame spento di quell'angusto e lurido porcile.
L’auto si fermò dove terminava la strada militare e iniziava una pietraia scoscesa.
Ne scesero quattro uomini; tre si guardarono all’intorno, mentre il quarto rimase con gli occhi abbassati.
- Signori, siamo arrivati; da qui in avanti vedremo solo trincee, scavate a forza di mani nella roccia carsica, a volte abbastanza profonde, ma altre niente più che dei modesti avvallamenti dove era necessario restare sempre sdraiati. Vi faccio strada.
- Grazie, vada pure avanti lei colonnello; io, il dottore e il mio povero fratello le verremo dietro, ma mi raccomando di procedere piano. Non alza mai gli occhi, ma chissà che con il ricordo di questi luoghi di dolore non possa rinsavire.
Si incamminarono su per l’erta, lungo una traccia di sentiero che procedeva tutto a curve brevi e secche, in un paesaggio quasi lunare e totalmente arido, senza nemmeno il più piccolo filo d’erba.
Arrivarono così a un rialzo di modesta altezza e dimensione, ma pianeggiante.
- Ecco, vedete dove siamo ora c’era il posto di pronto soccorso, una cosa alla buona, niente più di una baracca, dove il chirurgo e i suoi assistenti prestavano le prime cure; per i feriti lievi non c’era nessun problema, perché bastava un leggero bendaggio e poi venivano rispediti in prima linea. Per gli altri le cose erano diverse: se c’erano speranze di sopravvivenza, venivano un po’ rattoppati e successivamente inviati all’ospedale vero e proprio nelle retrovie; se invece erano spacciati, venivano sistemati fuori, distesi sulla barella, insieme agli altri che attendevano la diagnosi del medico, e lì…lì morivano.
- Posso immaginarmi, colonnello, le scene di dolore e di disperazione, a cui avrà forse assistito anche mio fratello.
- No, signor Fabbri, per quanto si possa sforzare non potrà mai farsi un’idea esatta di quello che era e pure io che combattevo un po’ più in là non ho potuto provare l’angoscia della disperazione nell’attesa del verdetto come quando mi ci sono ri
Eccola la scogliera.
Imponente come un’espugnabile fortezza. Sotto i primi palpiti dell’alba Marty iniziò a scorgerne la sabbia color della neve. Lo stomaco si era ormai rivoltato come un calzino dopo ore di infinito tormento tra le onde dell’oceano. Aveva rimesso anche l’anima e faticava a mettere a fuoco le cose. “Chissà che razza di faccia avrò” pensò quasi divertito. Se solo avesse potuto specchiarsi era convinto di vederci riflesso una specie di cadavere ambulante, pallido e smunto come i ronzini che è solito incrociare lungo il sentiero che costeggia la fattoria. È proprio li, poco dopo il crocicchio della grande quercia, che aveva incontrato Caroline. Rimase folgorato all’istante: una dea bionda come il mare di grano che ondeggiava lieve alle sue spalle. Era meraviglioso osservare i suoi lunghi capelli luccicare al barbaglio delle stelle sotto il cielo di quasi estate. Distesi nel prato ascoltavano i sussurri del grande ruscello scambiandosi i sogni presso un punto qualsiasi dell’orizzonte oltre la staccionata della vecchia tenuta. “Ho deciso” disse una sera guardandola negli occhi “Tra due settimane parto per l’Europa. Ci ho pensato e mi sono detto che è il momento giusto”. Caroline lo guardò senza dire nulla. “La scuola è finita e prima dell’università credo che un’esperienza così possa farmi solo bene. Tu che ne dici? In fondo starò via solo per poco tempo. Lo sai anche tu come stanno le cose” . Lei continuò a tacere fino a quando non lo vide partire. Poi tornò a casa e si chiuse nella sua stanza ad aspettare. Anche Marty aspettava che il portellone si aprisse. Quanto desiderava mettere i piedi sulla terra ferma. “Ci siamo!” urlò il comandante. “Tenetevi pronti”. Il rumore del mare si fece più intenso mentre il portellone a prua si abbassava mostrando, in fondo, la bianca battigia. Bianca come la luce che s’accese improvvisa dentro Marty. Luce infinita che ti chiama. Ora sei già lontano, Mart
Dalla penombra in cui viene a trovarsi sente una voce femminile che gli dice
"Lascialo socchiuso, per favore, almeno ci eviteremo il fastidio del campanello. Sei Nino, vero? Vieni avanti, io sono Rosaria, la sorella di don Antonio"
Attraversando enormi stanzoni, tutti nella penombra, la donna lo conduce davanti a una porta chiusa. Nino, seguendola, ha solo notato come la casa sia grande e la mobilia antica e che uno spesso tappeto annulla ogni rumore di passi. La donna, allungando la mano verso la maniglia della porta chiusa, prima di aprirla, gli dice
"Cerca di non farlo stancare troppo, mi raccomando"
Nino entra titubante e con gli occhi bassi. La stanza è scarsamente illuminata e al centro della parte adiacente la porta campeggia un letto a baldacchino. Quasi seppellito nelle coltri giace don Antonio Rinaldi. Nino, timoroso di guardarlo, fissa intensamente il bastone poggiato sul bordo del letto. È un bastone da passeggio, nodoso e lucido. L'impugnatura rappresenta la testa di un cane mastino con due luccicanti topazi al posto degli occhi. Per via di quel bastone don Antonio Rinaldi era da tempo e da tutti soprannominato Mazzacane. Un nome che per un trentennio è stato sinonimo di un potere quasi assoluto. Alzando gli occhi, Nino vede una testa calva e un volto rinsecchito, giallo e grinzoso, un naso aquilino e due occhi vividi e lampeggianti come i topazi incastonati nel bastone. L'omone corpulento che Nino ricordava è ormai ridotto a una manciata di ossa ricoperte dalla sola pelle. Se non fosse per gli occhi... Benché allo stremo delle forze, Mazzacane, grazie ai suoi occhi, riesce ancora a suggestionarlo. Con un debole ma deciso gesto della mano lo invita ad avvicinarsi. Nino ubbidisce e Mazzacane, ripetendo il gesto, gli dice
"Avvicinati di più" Poi senza alcun preambolo continua "Devi scrivere un libro sulle mie memorie, senza alcuna fretta, ma devi farlo bene" e dopo un profondo sospiro aggiunge "La.. sul comò.. prendi.."
Seguendo l
Uscii da casa con le lacrime di mia madre ancora fresche sul viso. Aveva pianto mentre la salutavo. Aveva pianto così tanto che quasi mi aveva convinto a restare. Ma il richiamo della mia prima avventura attraverso l’America era così forte che neppure le lacrime di Dio mi avrebbero fatto cambiare idea. Ormai avevo deciso. Sulle spalle uno zaino pieno di viveri e di speranze, e la strada invitante davanti a me.
Uscii da casa e mi misi in cammino. Gli anni settanta stavano per finire. Avevo quasi vent’anni e da sempre vivevo in Florida, sulla costa dell’Atlantico, dove il sole nasce dal mare. Volevo vedere che effetto fa un sole che muore nel mare.
Uscii da casa e mi misi in cammino. La California era lontana.
xxx
Camminai per dieci minuti, finché non arrivai all’ultima fermata dell’autobus diretta ad ovest. La città dove avevo sempre vissuto era piccola, eravamo si e no tremila anime. Era talmente tanto piccola e malmessa da dare l’impressione di poterci crollare addosso da un momento all’altro. E soprattutto non c’era un cazzo da fare. Tampa e Miami erano dei miraggi lontani. Noi giovani ci spingevamo al massimo fino a Daytona City, soprattutto d’estate, quando migliaia di ragazze se ne stavano in costume sulla spiaggia chilometrica ad abbronzarsi al sole nato dal mare. Ce ne stavamo nascosti dietro le barche a guardarle mentre uscivano, luccicanti, sorridenti e così maledettamente sensuali, dall’acqua morbida dell’oceano. Ci masturbavamo velocemente e poi parlavamo del sole dell’ovest, dei romantici tramonti sulla spiaggia, dei falò illuminati da stelle bellissime e dalla complicità silenziosa della luna. Spesso ci lasciavamo prendere dalla fantasia, e i tramonti dell’ovest diventavano spettacoli incredibili. Il cielo bruciava di un fuoco maestoso e i riflessi sul mare arrivavano a riva sotto forma di splendide sirene sorridenti.
I nostri tramonti provenivano invece da dietro i palazzi, e nonostante la bellezza delle
Ancora immerso nella penombra di quella stanza buia e fredda. Dopo i pensieri perversi di un'inibizione sessuale, la sua contorta mente riversava qualcosa di più leggero e nobile al cuore...
Il blog di Ursula. Il sogno della vita.
"Amore mio, questa è la prima volta che ti scrivo... sei entrato nella mia vita e l'hai resa migliore. Non è stato necessario aprirmi a te, mi hai dato sicurezza. Hai permesso al mio corpo di entrare in sintonia con te e con il mondo, e per la prima volta mi sono sentita in pace. Ho ritrovato la voglia di camminare, di ascoltare, di rendere questo posto, con i miei passi, migliore. E lo devo a te. Come regalo per questo nuovo capitolo voglio donarti quanto di più prezioso ho. È il mio sogno più grande riposto nel cassetto della mia fiducia verso te. Spero tanto di poter condividere questo luogo a me caro con te e di farne tesoro con la crescita del nostro rapporto. Il sogno è l'amore incondizionato che nutro verso te e tutti quelli che hanno permesso di maturare e rendermi quella che sono. È un sogno così luminoso che non bisogna sprecarlo, va alimentato con la speranza e la fiducia con le quali mi hai accolto. E quanto prima vedrà nuova luce. So bene di essere alquanto misteriosa e complicata. Ma tu non me lo fai pesare. E sono certa che grazie a te starò sempre bene, anche quando il destino mi chiamerà altrove.
Sei una parte fondamentale della mia vita. Ti auguro tutto il bene che meriti. Non dar ascolto a chi in passato ha fatto di te una persona vuota. Non rinnegare mai il bene.
Ti amo.
Ursula"
Quanto mistero che avvolgeva la sua amata. Non poteva starsene lì come un derelitto. Bisognava affrontare questa luce di speranza, trovare la grinta giusta per portare a termine il suo sogno. Altrimenti le sue parole risultavano vuote...
Aveva raggiunto la password del loro amore. La verità era solo questione di tempo. Ora bisognava evadere da quella cella. Bisognava usare l'ingegno in maniera adeguata...
F
"Perché sono qui?" pensai, mentre stavo cercando di ricordare, o forse di capire cosa mi fosse acca-duto.
Il mal di testa non mi aiutava, questo era certo, ma almeno mi permetteva di restare sveglio e non ripiombare nel coma da cui ero uscito non so nemmeno io da quanto. Avevo perso il senso del tempo e dello spazio e, credetemi, non esiste sensazione peggiore.
Sapevo che qualcuno mi aveva legato - del resto non serviva essere un cervellone per capirlo - e che a imprigionarmi era un letto a piazza singola con un materasso piuttosto duro. Doveva essere uno di quei materassi ortopedici che vendono in televisione e che sono sempre in offerta speciale.
Ecco, ero talmente confuso che la mia testa si soffermava in ragionamenti futili, in ricordi che avrebbero dovuto mantenermi collegato alla realtà, alla vita di tutti i giorni.
Poi tornavo in me, e sentivo il panico divorarmi da dentro.
Se c'è una cosa che ricordo con chiarezza è che di tanto in tanto urlavo, con tutto il fiato che avevo nei polmoni. Urlavo al nero che mi circondava, perché di luce non ce ne era nemmeno uno spiraglio. E le mie grida ritornavano al mittente sotto forma di un'eco che mi faceva rabbrividire, che aveva il potere di farmi sentire più solo di quanto in effetti fossi, e anche quella è una sensazione che non auguro a nessuno. Dicono che la solitudine altro non sia che una condizione volontaria, una forma mentis, ma sfido chiunque a provare una solitudine forzata come quella che ho dovuto vivere io. Non fosse stato per le corde che mi stringevano i polsi, che maligne me li bruciavano con stolta mancanza di vita, mi sarei sentito come fuliggine sospinta per una infinita canna fumaria.
Cercai di mettere da parte le sensazioni e di mettere in moto il cervello, unica speranza di salvezza e tutto ciò che di me esisteva in quel momento. Una spiegazione doveva esserci per forza, seppur non avessi nemici, anche se dubito che una persona ordinaria come me possa averne di tali da essere co
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