PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti drammatici

Pagine: 1234... ultimatutte

Non è colpa di nessuno

Passarono pochi minuti e la polizia era già sulla scena del crimine. Le auto erano in fiamme, la strada era crollata e nel fumo non si intravedeva nessun sopravvissuto. Non erano rimaste speranze nel trovar qualcuno vivo. I poliziotti facevano il loro lavoro mentre i pompieri tentavano di spegnere quel fuoco ardente. C'era ancora paura di qualche fuga di benzina che avrebbe potuto causare un'esplosione che in pochi secondi avrebbe ucciso tutti. L'ordine fu quello di spegnere prima tutte le fiamme rimanenti, ormai non avevano speranze di trovare ancora qualcuno vivo. Un vecchio ufficiale di polizia si rivolse a un sergente dicendo: "Ehi, sergente Evans! Dobbiamo andare via da qui, porti il culo sull'autoblindo." Evans era di spalle. Osservava la scena. Il camion con il quale era stato compiuto l'attentato. La strada che crollava a pezzi. Le auto distrutte, incendiate. I morti al loro interno non più riconoscibili. Le fiamme si erano nutrite della loro pelle e della loro carne, erano ancora fumanti.
Evans osservava un'auto in particolare. Una BMW Berlina. Al suo interno potevano essere scòrsi quattro corpi, ma i loro visi erano indistinguibili. Le fiamme avevano dato fine a quelle quattro vite e fra quelle quattro ce n'era una in particolare per il quale Evans osservava molto. Un tumulto partì dallo stomaco fino alla gola. Il calore salì e la testa scoppiò. Gli occhi cominciarono a farsi rossi. Evans cercò di trattenere le lacrime, ma fu tutto invano. Le lacrime scesero fino ad arrivare alla benda che portava intorno alla bocca. Quella BMW Berlina non aveva vita lunga. La comprò a suo figlio per la laurea al college e adesso era lì, morto. Non riusciva ad accettarlo, si illudeva che quello non fosse suo figlio ma dentro di se sapeva che lo era. Gli occhi di Evans si oscurarono, non vedeva più nulla. Non aveva bisogno di vedere o sentire nulla. Il pezzo più grande della sua vita era scomparso per sempre.
L'ufficiale si diresse vicino a lui: "Evans, ti ho

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Sante


GIULIA 1 Presentazione parte II

Nessuno mai si premurò di indagare su di un fatto così apparentemente strano e inusuale, anche perché, contemporaneamente, Giulia cominciò a perdere l’uso della vista.

C’è invero tutta una letteratura scientifica che spiega come una piccolissima anomalia genetica, possa inevitabilmente condurre alla cecità totale, una persona altrimenti perfettamente sana; il fatto è, che, per il momento almeno, non c’è via di scampo né possibilità di guarigione, e Giulia a neanche quattro anni, restò al buio, per il resto dei suoi giorni.

Ci sono cose che si accettano, magari dopo un macerante percorso di dolore, ed altre che invece si rifiutano in toto, la mamma di Giulia dopo aver percorso il calvario di medici, ospedali, specialisti omeopati, santoni guaritori, viaggio ed immersione nelle “sante” acque di Lourdes, crollò; “astenia depressiva” fu la diagnosi, e le conseguenze furono, in questo ordine: rottura dei rapporti affettivi col marito e conseguente separazione, allontanamento dalla città, o meglio “fuga”, con ritorno a casa della vecchia madre, in un piccolo borgo del Salernitano; perdita del lavoro. Ed ora è lì, in campagna, in perenne stato vegetativo, accudita dai vecchi parenti come fosse una neonata, incapace perfino di nutrirsi.
Non che al padre sia andata molto meglio, perso l’aiuto economico dello stipendio della compagna, ha dovuto cedere l’appartamento ad una coppia subentrante, sia fra le mura di casa che nel mutuo; ha accettato, su consiglio del primario dell’Ospedale Civile che la piccolina venisse portata in una struttura per nonvedenti ( si, perché non sono ciechi, bensì nonvedenti!) ha poi, accettato dalla sua azienda, un trasferimento a Napoli, dove avrebbe potuto rimanere, se non altro, più vicino alla sua Giulia.

continua...

   8 commenti     di: luigi deluca


Concentrazione, invocare qualcosa che non può essere espresso in parole

"La lenta agonia di un fuggitivo, incapace di far chiarezza con se stesso. Il finto cuore di pietra. Le mani fredde. Sguardo perso, occhi distrutti dal tempo."

Una chiave, un filo, un nesso. Quale potrà mai essere il significato? Era in pericolo più che mai, forse una trappola, il camuffarsi sarà servito?
E che fine avevano fatto la precisione smisurata e la dedizione all'ordine in quella camera?
Breve resoconto: passato difficile, infanzia triste, carattere indomabile, quel segreto della normale diversità che gli aveva fatto perdere il senno: le cure, l'amore della sua bella amata, la crescita, la maturità, il nuovo crollo psicologico, la triste realtà di veder morire l'anima gemella, l'inganno, l'odio, la cattiveria sviscerale delle sue azioni, la fuga, la fortuna, l'incontro con persone del passato celanti parte del suo segreto, gli amici di famiglia, il ritorno di alcune vecchie azioni, paesi e lande desolate, la ricerca della verità, le paranoie che ritornano, gli indizi, il pericolo.
Dopo questo dilungarsi, si fermò. Scese dalla macchina, accese una sigaretta, cominciando a pensare a quella scritta piuttosto bizzarra, con quei codici.
Come nei più intricati rebus letterari in cui non vi era tempo necessario per spremere le meningi, anche lui faceva appiglio ai fugaci ricordi di quel breve lasso di tempo in cui la sua indole era sana e allegra.
Cosa poteva significare quella scritta, le prime tre lettere, intervallate da una dichiarazione d'amore perenne e duraturo e un codice, forse una password, una chiave d'accesso di un mondo ancora nuovo per lui.
L'unica cosa che capiva in quel momento era la F, l'iniziale del suo nome.
Risalì in macchina, percorrendo molte miglia. Non poteva permettersi di perdere così.
E il fuggitivo continuava la sua risalita.

Fine decima parte

   6 commenti     di: Felice Scala


La traversata notturna

Chiusa la porta alle mie spalle indossai frettolosamente il pesante mantello. Coprii la testa con il cappuccio, perfetto riparo dalle prime gocce di pioggia, a tratti leggere a tratti più pesanti. I miei passi, veloci e sicuri, furtivi e attenti. "Evitare di percorrere le strade illuminate dalla luna" mi ripetevo ogni istante, lungo i saliscendi di ponti e scale. Osservai la grande città con gli occhi di chi, costretto alla schiavitù, non può che ritrovarsi a odiarla ogni giorno. E poi tutta quell'acqua, regina di canali e fiumi. Acqua ovunque. Odiavo trovarmela intorno. Odiavo il sole che riflette su di lei con un abbaglio, il pesce che nuota attirato dall'amo. Odiavo perfino il rumore schioccante dei sassi che inabissano, lanciati da un bambino. E il tutto dal giorno del mio settimo anno di vita in cui rischiai di affogare nella laguna. Ricordo ancora l'uomo in maschera che mi afferrò trascinandomi a terra. Seppure la sua gentile voce paterna chiedeva se stessi bene, non riuscivo a distogliere lo sguardo dalla sua maschera giullaresca che gocciolava su di me, perdeva forma e diventava una torbida chiazza azzurrastra. Cercai di coprirmi, di urlare, di agitarmi come potevo, di distogliere lo sguardo da quella folle visione opaca, ma le gocce avevano il potere di impedirmi di usare qualsiasi senso cercassi di mettere in atto per implorare aiuto. L'artista di strada riuscì a calmarmi dopo un tempo immemore, ma quel momento sarebbe rimasto nello scantinato della mia esistenza, fra una botte di speranze perdute e un vaso di sogni andato in frantumi.
Mentre attraversavo la grande piazza del mercato lanciai un'occhiata alla cattedrale che regna sul mare. La luna, un disco chiaro fra le nubi del cielo nero, disegnava i contorni delle statue lungo la facciata. Dalle loro nicchie come giudici inquisitori puntavano il loro sguardo ferreo e duro, un dito su me e sulle mie intenzioni. Prima o poi sarei morto per quello che stavo facendo, ma a che scopo vivere se non

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Andrew Abel


27 gennaio, non dimentichiamo mai

No, non dimentico... come potrei! Mi chiamo Marcus, 16 anni, corpo tozzo, sguardo volpino; mi han preso la', nel ghetto di Varsavia, penso due giorni fa, insieme ai miei genitori, mia sorella.
Non so dove sono loro, forse li han caricati su un altro vagone, non so... Su questo treno, ammassato con altri mille, scruto da una fessura bianca... Ho visto campi verdi, immensi, non finivano mai... colline rivestite di neve purpurea, fresche come gelati... ed ora, stretti come sardine, con questo puzzo immondo, con i lamenti dei vecchi sul collo, i pianti dei bimbi sul petto, mi chiedo dove ci porteranno, dove siamo diretti e, soprattutto, perché non ci dan da bere?
Che cosa gli costa fermarsi un attimo, darci un secchio d'acqua, un po' di pane, anche ammuffito, rinsecchito.
Niente.
E me ne sto qui, tenuto in piedi per forza perché non c'è spazio per sedersi, qui... a pensare a quello che ho lasciato sul tavolo, a casa. Il mio disegno stinto, i miei pastelli, i miei libri, quaderni: li schierati, ad aspettarmi, a chiedersi dove sono quelle mani che tanto delicatamente li effigievano... Cos'è sto sbalzo? Che stridio di freni... Si, siam arrivati, il treno è fermo. Schianto improvviso. Qualcuno, con voce dura, apre lo sportello. La luce per un attimo m'acceca... Ci intimano di scendere, lo faccio.. lo facciamo. Ci dividono in due file, i più giovani a destra, anziani a sinistra, È tutto innevato, ho freddo, le gambe sono inutili. Cerco con lo sguardo i miei... non li vedo... ma dove saranno? C'incamminiamo, stravolti. A suon di spinte e manate giungiamo davanti ad un capannone enorme, grigio. Dobbiamo dividerci in squadre, accatastare i nostri indumenti, le nostre cose, e spogliarci. Ma come! Qui, davanti agli altri, ma come faccio.. ho vergogna.. umiliazione più feroce non c'è.
Un soldataccio, con fare mellifluo, ci spiega che dobbiamo lavarci, che prima di entrare nelle camerate dei campi lavoro dobbiam esser puliti. DIO MIO! una doccia calda!

[continua a leggere...]

   6 commenti     di: max22 -


Linea di aangue

Nella immensa città di San Francisco, nel 1997 viveva un piccolo boss locale di nome John Talbot, Un uomo di 51 anni dalla corporatura alta e forte, i capelli brizzolati, gli occhi blu e un carattere cinico e sarcastico.
John si occupava di contrabbando di armi e spaccio di droga, dirigeva i suoi affari assistito dal figlio Morris un uomo di 30 anni che gli somigliava molto nella persona e nella forza, ma dotato di un carattere ancor più feroce e maligno che spaventava tutti quelli che praticavano con lui, talvolta persino il padre. John aveva anche una figlia più piccola di nome Sarah, una bella ragazza molto somigliante alla defunta moglie, che contrariamente al fratello aveva un carattere dolce, un animo nobile, e la passione per l'arpa. Per non sporcare questa sua natura il padre la teneva nella sua villa e nelle migliori scuole private attorniata da personale e amicizie scelte e lontana dai suoi affari.
Per la protezione sua e di suo figlio John aveva al soldo 8 sicari denominati gli avvoltoi. Questi erano uomini scelti per la loro abilità nelle armi e nel combattimento corpo a corpo, vestivano in abito nero con cravatte gialle per creare una impressione di distinzione, ma al contempo di dejà vu, e svolgevano i lavori più delicati e rischiosi per conto del loro capo; non si allontanavano mai troppo dal boss e dai suoi due figli e vivevano con lui nella sua villa. I nomi degli avvoltoi erano: Harvey Preston, Lucas Dent, Dan Taylor, Marc Simpson, John Stark, Derek Madsen, Cormak Stevens, e Jerry lohan. Tutti loro erano uomini con un passato infelice alle loro spalle, fatto di abbandono minorile, maltrattamenti e povertà che avevano deciso di darsi al crimine per arricchire e trovare felicità, così erano diventati gli scagnozzi dello spregiudicato Talbot, il quale soddisfatto dei loro servizi sembrava trattarli con premura.
Il più caro e vicino al capo fra tutti gli avvoltoi era John Stark, un ragazzo di 28 anni, con capelli castani, occhi verdi e un

[continua a leggere...]



La donazione degli organi

L’ambulanza corre veloce in mezzo al consueto e disordinato traffico, cercando di guadagnare più tempo possibile. Gli operatori della Croce Rossa sanno bene, che a volte, anche pochi minuti possono fare la differenza per evitare di superare quell’invisibile confine che divide la vita dalla morte.
Sulla barella giace disteso un bambino di circa nove anni, di nome Luca. Su di lui il medico del pronto intervento ha già predisposto i primi importanti presidi per la rianimazione, di cui la speciale ambulanza è dotata. Accanto a loro, confusa e disperata, c’è Alessia, la giovane mamma, che non potendo fare altro, tiene una mano sulla gamba del figlio, quasi a volergli trasmettere parte della sua energia vitale, per contrastare le conseguenze dell’improvviso incidente occorso a Luca, solo pochi minuti prima.
Incredula ed attonita, Alessia rivede la sequenza dell’incidente come se fosse un sogno, sperando che tutto ciò che le stia accadendo intorno sia solo un terribile incubo: suo figlio e lei, stanno camminando tranquillamente sul marciapiede, diretti al vicino semaforo. Lì avrebbero attraversato la strada per recarsi dall’altro lato per vedere alcuni negozi. Attendono che il semaforo pedonale dia loro il via libera ed appena si accende l’omino verde, Luca, con i riflessi e l’impulsività tipica dei ragazzi, scende con uno scatto dal marciapiede ed anticipa la mamma nell’attraversare la strada. In quel preciso istante, un grosso scooter, lanciato per attraversare l’incrocio, nonostante il giallo fosse già scattato da qualche secondo, diventato rosso, non riesce a fermarsi in tempo e piomba addosso a Luca che stava attraversando la strada. Nessuna manovra è stata possibile per evitarlo, in quelle condizioni, a causa della sicumera che sfacciatamente ed inconsciamente dimostrano molti guidatori delle due ruote e degli scooteroni in particolare, che hanno uno scarso senso del rischio.
Luca, investito in pieno, è scagliato a qualche metro

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Sergio Maffucci



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Drammatico.