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Racconti drammatici

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Serpico

Serpico si era trasferito in città da tre anni.
A quel tempo vedeva le difficoltà che si trovava ad affrontare come semplici incidenti di percorso, era ancora viva in lui la convinzione che la vita potesse, anzi dovesse, essere migliore di quella che aveva conosciuto: quando si è giovani non ci si rassegna alla sofferenza.
Ma il lavoro al mercato era tremendo e il capo non dissimile dai molti che aveva conosciuto al suo paese, le stesse urla, la stessa arroganza, quella meschina volontà di ricordarti ad ogni momento la tua condizione, la tua inferiorità.
Solo la sera, una volta svestita la tunica che indossava lavorando, si riappropriava di se stesso, quasi che il cambiarsi d'abito gli restituisse la sua indipendenza, la sua libertà, più semplicemente la sua anima... almeno per qualche ora.
Fu così che una notte, mentre stava seduto in riva al grande fiume, ascoltando lo scorrere lento dell'acqua, conobbe Sharib: una storia per certi versi simile alla sua, e a molte altre, egli viveva in città ormai da due anni e meglio di lui conosceva la realtà delle cose, gli raccontò del suo arrivo e dei molti lavori cambiati, e delle botte prese per la sua insolenza, due nostalgie così prossime finirono per incontrarsi.
Da allora camminarono spesso insieme pensando a come ribaltare quella situazione, a come uscire da quella prigione che volevano spacciargli come la vita,
Condivisero quei pochi bicchieri di birra che potevano permettersi, e le troppe risse che almeno quelle erano gratuite, e intanto il fiume continuava a scorrere portando con se un altro giorno di lavoro, e poi un altro e un altro ancora...
Una sera qualsiasi Serpico stava seduto in una taverna ad aspettare l'amico, e rimase sorpreso vedendolo entrare in compagnia di un uomo che non aveva mai visto prima
"Questo è Laslo" gli disse Sharib sedendosi "Ascolta quello che ti propone, potrebbe essere l'occasione che aspettavamo"
Il giorno successivo i due si licenziarono dal lavoro, non senza

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   1 commenti     di: Davide La Torre


Il solo colpevle (prima partre)

Tutto ebbe inizio nella maniera più semplice.
Quella mattina d'inverno, una delle tante, mattine d'inverno.
Appoggiato al mio solito palo; le sei del mattino di un freddo venerdì di dicembre.
"Brrr.. che freddo".
Il giovane uomo mi passo accanto correndo: pantaloncini, felpa e scarpette.
Disse quelle semplici parole in un modo cosi naturale.
Che peccato..
Avrebbe dovuto essere più veloce nel sollevare il suo braccio, anche se un treno in corso non si può fermare facilmente, nemmeno con un braccio ben teso.

Quelle tre parole buttate li a caso, sussurrate nel vento; sciolsero qualcosa congelato nell'io più profondo.
"Ciaaoo!" urlai ormai incapace di modulare le frequenze sonore dalla mia voce. Erano anni che non ne facevo uso.
Il giovane rallento la sua corsa girò la testa verso di me e lentamente si fermo.
"Buongiorno..", ancor prima che potesse aggiungere altro dissi "dammi del tuu; siam' amici no?".
Il giovane inclinò la testa di lato tirandola leggermente indietro, come fanno i piccioni quando ti osservano da sopra un davanzale, con quegli occhi tondi e insignificanti..
Stupore, ecco cosa apparve sul suo volto, semplice stupore quello che ti coglie quando non sei assolutamente preparato a ciò che ti accade.
Coprii la breve distanza che ci separava con quattro passi decisi, afferrai la sua mano ed il contatto con quell'appendice calda e morbida mi commosse.
Con le lacrime che già bagnavano le mie guance mi presentai: "Tanto piaacere mi chiam Rodolfo, quest' è il mio paalo, e sono s-solo quant te".
La sua mano scivolo via veloce dalle mie dita ed il freddo di dicembre si rimpossessò di loro in un lampo.
"Ehy amico... lascia perdere; fa freddo, sono stanco ed ho voglia di qualcosa di caldo. Buona giornata".
Sollevò la mani in segno di resa si girò e ricominciò a correre.
"Veroo fa freddo andiam a beere qualcosa di caldo.. buoona ideea".
Asciugai quel che rimaneva delle mie lacrime ormai vetrificate e gli anda

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   0 commenti     di: loris bassini


Non è colpa di nessuno

Passarono pochi minuti e la polizia era già sulla scena del crimine. Le auto erano in fiamme, la strada era crollata e nel fumo non si intravedeva nessun sopravvissuto. Non erano rimaste speranze nel trovar qualcuno vivo. I poliziotti facevano il loro lavoro mentre i pompieri tentavano di spegnere quel fuoco ardente. C'era ancora paura di qualche fuga di benzina che avrebbe potuto causare un'esplosione che in pochi secondi avrebbe ucciso tutti. L'ordine fu quello di spegnere prima tutte le fiamme rimanenti, ormai non avevano speranze di trovare ancora qualcuno vivo. Un vecchio ufficiale di polizia si rivolse a un sergente dicendo: "Ehi, sergente Evans! Dobbiamo andare via da qui, porti il culo sull'autoblindo." Evans era di spalle. Osservava la scena. Il camion con il quale era stato compiuto l'attentato. La strada che crollava a pezzi. Le auto distrutte, incendiate. I morti al loro interno non più riconoscibili. Le fiamme si erano nutrite della loro pelle e della loro carne, erano ancora fumanti.
Evans osservava un'auto in particolare. Una BMW Berlina. Al suo interno potevano essere scòrsi quattro corpi, ma i loro visi erano indistinguibili. Le fiamme avevano dato fine a quelle quattro vite e fra quelle quattro ce n'era una in particolare per il quale Evans osservava molto. Un tumulto partì dallo stomaco fino alla gola. Il calore salì e la testa scoppiò. Gli occhi cominciarono a farsi rossi. Evans cercò di trattenere le lacrime, ma fu tutto invano. Le lacrime scesero fino ad arrivare alla benda che portava intorno alla bocca. Quella BMW Berlina non aveva vita lunga. La comprò a suo figlio per la laurea al college e adesso era lì, morto. Non riusciva ad accettarlo, si illudeva che quello non fosse suo figlio ma dentro di se sapeva che lo era. Gli occhi di Evans si oscurarono, non vedeva più nulla. Non aveva bisogno di vedere o sentire nulla. Il pezzo più grande della sua vita era scomparso per sempre.
L'ufficiale si diresse vicino a lui: "Evans, ti ho

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   0 commenti     di: Sante


Storia di ordinario degrado

Mia mamma la trovo che sta seduta per terra nella sua stanza. Vicino al balcone, con le spalle appoggiate al muro. Si lamenta, grida e c'ha lividi dappertutto. Ha anche le labbra spaccate. Sanguina. Piangendo mi dice Salvatore non dire niente a nessuno. E poi ripete che ha fatto una cazzata, che è stata una scema. Lo ripete in continuazione. Ha fatto una cazzata. È stata scema.

Mi chiamo Salvatore Rosano. Vado a scuola al ponte di Casanova. Faccio la prima media. Mia madre è un'operatrice socio-sanitaria. Lavora al Loreto Mare. Viviamo nel Vasto. Per chi non è di Napoli è un casino a spiegare dov'è il Vasto.
In casa stiamo solo io e lei. Mio padre ci ha appesi. Ci ha lasciati soli. Quando torno a casa da scuola sto quasi sempre io da solo. Dipende dai turni di mia madre. Nei giorni che non lavora o comunque quando torna a casa, mia madre sta sempre vicino al computer. Se l'è comprato da poco. Ha chiesto un prestito per comprarlo. Dice che tutte le infermiere e le dottoresse dell'ospedale parlano dell'importanza dei computer. Dice che è un regalo per me. Che mi servirà. Ma io non lo uso mai. Non lo so usare.

Quando sta al computer scrive. Cioè chatta. Parla con la gente. Se le vado vicino lei si gira tutta scocciata. A stento mi dà retta. Inoltre ogni volta che mi avvicino fa scomparire il quadrato dove si scrive con la gente. Lo fa scomparire verso il basso dello schermo. Una volta però ho visto che c'era lei stessa nello schermo. Come se qualcuno la riprendeva con la telecamera.

La professoressa dice che io studio troppo poco, che forse ho bisogno di essere seguito di più. Mi chiede se mia madre controlla mai i miei quaderni. Io vorrei dirle che mia madre non c'è mai e quando c'è sta sempre davanti al computer. È vero, ogni tanto cucina e fa i servizi per casa, però per la maggior parte del tempo sta vicino al computer. Vorrei dire così alla professoressa troia che non è altro ma non glielo dico. Lei minaccia che fa chiamare a casa s

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IL GUSTO DELLA VITA

(Gerardina)

Gente che va e che viene, senza sosta e senza riguardo per chi soffre. Vengono preparati come per una festa o un incontro conviviale senza invito; col sorriso idiota stampato sulle facce e profumati, come travestiti in calore. Si siedono sui letti, alzano la voce come se fossero al bar, con uno sguardo globale e compassato alla camerata ed ha chi sta rantolando, pronto ad esalare l'ultimo respiro.
Io me ne sto per i casi miei, nell'attesa paziente della mia ora, godendomi qualche infermiera decente e le carezze di mio figlio, che spera ancora di riportarmi a casa per il novantacinquesimo compleanno. Povero figlio mio! Non ho sbagliato a volergli tanto bene da dare l'impressione di preferirlo agli altri, ma era solo un modo di ricompensarlo per tanta dedizione. L'unica cosa che mi dispiace è di non avere con me la mia Gerardina, con le sue chiappe dure ed il sorriso di Sisina, una simpatica contadinotta dell'agro, che sapeva ben soddisfare le mie esuberanze giovanili. Non è che Maria, l'ostetrica paganese, non sapesse fare all'amore, ma non aveva estro e pensava esclusivamente al suo piacere. Tanina, invece, una splendida trentenne del mio paese, sapeva come accendermi: misteriosa e graffiante, giocava con i miei capelli biondi, alitandomi sull'orecchio come una gattina in amore. Ma la più spregiudicata era Nobile, una brunetta senza scrupoli, che correva dietro tutti i pantaloni del quartiere. Olga, poi, era la "Maddalena" della situazione, per lei ogni occasione era buona per "festeggiare" alla sua maniera. Bianchina era una bambola tascabile, bruna, delicata e piccolina, sospirava come Giulietta da Rimini davanti al suo Romeo. La sua vocina era tutta un fremito, quando veniva a prendere il piacere nel folto giardino di mio nonno, profumato d'aranci e biancospini.
Ma ecco l'infermiera che ritorna, speriamo che non aggiunga altre flebo a questa che sta finendo.
- Eccolo qua, il mio simpaticone!-
- Cosa posso fare p

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   3 commenti     di: Franco pastore


Le nostre domeniche

<<Mi sono sempre piaciute le nostre domeniche.>> Dice Robert abbracciando Sara.
<<Anche a me, Rob>>
Il ticchettio della pioggia si fa più insistente contro il vetro della finestra.
<<Lo senti?>>
<<La pioggia?>> Domanda incerta lei.
Lui non risponde, si alza per affacciarsi alla finestra. L'aria profuma di pulito, come sempre quando la pioggia arriva inaspettata.
<<Rob, che fai?>>
<<Tutto mi appare diverso. Quante volte ci siamo fermati a vedere un temporale?>>
<<Tante.>> Risponde Sara cominciando a singhiozzare.
La città gli appare sconfinata. Non sembra la stessa, eppure lo è.
I tetti sembrano più rossi, perfetti. Non si era mai accorto che la facciata della casa di fronte fosse imbrattata da un murales. È tutto così vivido.
<<Vieni a vedere com'è tutto perfetto! Perché non ce ne siamo mai accorti?>>
Sara scuote la testa e gli fa cenno di andare a sedersi vicino a lei.
Rob si avvicina, si siede sul letto. Anche quello gli pare estraneo, diverso, non aveva mai prestato attenzione alla sua morbidezza.
Sara lo guarda. È Rob con i suoi occhi verdi, ma ha ragione lui, è diverso.
<<Lo sai cos'è perfetto?>> Dice accarezzandogli il viso, <<la nostra amicizia è perfetta.>>
La voce le si strozza in gola, esce dalla bocca come l'ultimo respiro di un morente.
China un attimo lo sguardo, tira su col naso e poi torna a guardarlo. Non è possibile che quello che le ha detto sia vero.
<< Rob, è impossibile.>>
<<Lo penso anch'io, ma devi aiutarmi.>> Ammette stringendola forte. <<Abbiamo giurato che ci saremmo aiutati sempre, ricordi>>
Sara annuisce, il cuore le batte all'impazzata come per toccare quello di Rob.
Lo osserva meglio. Il suo viso sembra proprio lo stesso. Fa scorrere un dito sul sopracciglio diviso dalla caduta dal motorino, percorre i solchi ai lati del naso, gli tocca le labbra, sembra tutto normale.
Le sorride.
<<Stai sorridendo. Se fosse vero come potresti?>>
<<Mi vengono in mente i pomeriggi d'estate, quando eravamo bambini.

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   5 commenti     di: Noir Santiago


Il mondo di Tonio

Quando nacque fu subito chiaro che c'era qualche cosa che non andava, con quella testa sproporzionata, gli zigomi sporgenti, il naso schiacciato, per non parlare delle orecchie, enormi, quasi da elefante, come ebbe più volte a ridire in paese l'ostetrica, con la raccomandazione che doveva essere considerato un segreto, e aggiungendo, per maggior chiarezza - È un mostro, qualche cosa di orrendo, peggio di una scimmia.
Per quanto ovvio, tutta la comunità nel giro di ventiquattro ore era già a conoscenza dell'avvenimento e nel passaparola ogni caratteristica somatica veniva ingrandita, tanto che più d'uno ebbe a raccomandare alle gestanti di evitare accuratamente di guardarlo, onde non rischiare di perdere il nascituro.
Il medico condotto, il vecchio ed esperto Dottor Chesi, dopo averlo esaminato, si passò le mani nei capelli e si rivolse agli attoniti genitori - Purtroppo, non è normale; è affetto da una grave sindrome, di cui al momento ignoro il nome; vedremo come si svilupperà.
Il piccolo fu chiamato Antonio, ma, per le tradizionali abitudini dei paesi di storpiare, il nome venne ben presto modificato in Tonio.
Per tutto il tempo che fu in fasce l'occasione di vederlo da parte di estranei all'ambiente familiare fu del tutto casuale, preferendo i genitori non portarlo in carrozzina per le vie del paese; nondimeno in giro tutti sapevano di altre caratteristiche emerse, quali la costante irrequietezza e il fatto che non riuscisse a parlare, fatta eccezione per improvvisi e acuti strilli. Era la zia che passava le notizie e che aveva anche trovato il motivo di quella disgrazia; che fosse vero o inventato, infatti, andava ripetendo - È stato tutto al sesto mese, quando un pipistrello una notte d'estate è entrato nella camera da letto di mia sorella; ha preso uno spavento incredibile e sapete bene che certe cose, in quello stato, possono provocare conseguenze irreparabili.
Gli altri annuivano e qualcuno più maligno diffondeva la voce di una ta

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