Racconto drammatico - Pagina 2
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Racconti drammatici

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Due ragazzi morti nel Parco premessa

“Due ragazzi morti nel Parco, li ha scoperti all’alba di ieri, un giardiniere del Comune, presumibilmente di età fra i 16 e i 20 anni, un maschio ed una femmina, quasi certamente morti per overdose, li hanno trovati, infatti, con l’ago di una siringa ancora in vena, entrambi.
Le prime indagini sulla scena del macabro ritrovamento, escludono l’ipotesi dell’ omicidio, secondo il magistrato incaricato dell’inchiesta, il Viceprocuratore Russo, due sono le ipotesi investigative:
morte accidentale per errato uso di sostanze stupefacenti, o, suicidio volontario.
(dalle nostre inviate Enza Maggio e Maria Auletta)

°°°°°

Ad una settimana esatta dal ritrovamento dei due giovani corpi nel Parco, finalmente gli investigatori sono riusciti a dare loro un nome.
Si tratta di A. M. di anni 17, mentre la ragazza di soli 15 anni è tale O. D.
L’esame autoptico ha escluso cause diverse dal collasso cardiaco dovuto ad overdose,
ed ha anche escluso che i due corpi abbiano subito violenze di qualsiasi tipo; la mancanza, inoltre, di tracce di altre persone presenti oltre i due giovani, sul luogo della tragedia, ha fatto concludere le indagini con questo risultato:
“Morte accidentale dovuta ad uso esagerato di sostanze stupefacenti, iniettate in vena in dosi talmente massicce da far ritenere, altresì probabile anche una volontà di tipo suicida, da parte dei due giovani.”
Alfredo e Ornella (sono ovviamente nomi di fantasia) avrebbero, quindi, deciso volontariamente di porre fine alla loro esistenza.
La nostra città, ha vissuto ancora una volta un dramma adolescenziale.
(E. M.-M. A)

   0 commenti     di: luigi deluca


Il niente

Il treno correva, fuori dai finestrini tutto era diventato invisibile, il mondo sembrava fatto di mille colori, erano le stesse righe di quando fotografavo qualcosa di veloce e coloravano le mie foto.
Ero diretta al lavoro con una musica assordante negli auricolari del mio lettore cd che si confondeva col rumore del treno. Stavo ascoltando “Me and my monkey” di Robbie Williams; ascoltavo sempre quella, mi aiutava a pervadere la mia mente di fantasia e di milioni di pensieri senza alcun senso. Ero in ritardo al lavoro, come al solito, ma non me ne fregava nulla. Ero triste. Ero stata lasciata dal mio ragazzo, buttata fuori di casa e non avevo più amici perché avevo cambiato città, una città dove non conoscevo nessuno.
Non capivo neanche perché stavo andando al lavoro se non mi fregava più di nulla. Il treno si fermò. Scesi, non era la mia destinazione; era pieno di gente, ma non salivano sul treno, non capivo allora perché erano lì. Una voce dal megafono diceva che le corse erano ferme: perfetto. Non potevo andare al lavoro, chiedevo cos’era successo, perché erano tutti lì, perché tutto era fermo, nessuno mi rispondeva, nessuno mi dava retta. Oltre ad essere diventata invisibile per le persone che amavo, lo ero diventata anche per il resto del mondo. Ero diventata così insulsa, così niente. Ero sola nel mondo intero. E pensare che fino alla notte prima ero disperata, triste, depressa, il mondo mi crollava addosso. Perché ora non mi fregava più di nulla?
Intanto la folla aumentava, non si capiva più nulla. Ed erano solo le sei del mattino. Quella era la prima corsa, la stessa di ogni mattina; il treno si era fermato alla stessa fermata dov’ero ieri sera per svagare la mia mente, di solito è un posto pieno di niente, ed è ottimo per quando si ha voglia di stare da soli a pensare, ma poi avevo preso il treno e sono tornata a casa per andare incontro alla solita routine del giorno dopo. Però non ricordo niente, ma dev’essere andata così.

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Mazzacane - cap. IX

È tarda sera, Nino è solo in casa, sprofondato in una poltrona sorseggia del cognac. È in attesa di una visita che tarda a venire quando il silenzio nella stanza è rotto dallo scampanellio della porta d'ingresso. Si alza e va ad aprire, la persona che attendeva è arrivata. È Gibbì. Senza mostrare alcuna sorpresa Nino nota l'abbigliamento trasandato del vecchio bidello, anche l'aspetto lascia a desiderare.
"Tua nipote ti ha rintracciato"
"Non sapevo che mi cercasse, sarei venuto ugualmente domani ma passando ho visto la luce accesa"
"Entra e siediti"
"Grazie. So che sei stato in ospedale.. come sta lei?" Nino lo ferma con un gesto dicendogli..
"Non è di questo che dobbiamo parlare"
"Lo so, dobbiamo parlare di tante cose"
"Voglio delle risposte sincere.. su tutto"
"Saprai la verità.. su tutto, ma prima dimmi come sta lei"
"È più grave delle altre volte. In tanti anni non ho mai immaginato che ti stesse così a cuore"
"Non avevi alcun motivo di chiedermelo"
"Raccontami tutto"
"Sarà una lunga spiegazione"
"Ho tutto il tempo che voglio. Comincia dal principio"
"Sai com'era questa strada trent'anni fa? E questo rione? Già, tu non eri ancora nato, non puoi ricordare ciò che non hai nemmeno visto"
"So che è cambiato molto"
"Puoi ben dirlo. Questa casa esisteva solo come piano terra e faceva da stalla e abitazione di tuo nonno. Qui davanti non c'era una strada così larga ma solo uno stretto vicolo tortuoso e laggiù, in fondo all'angolo, dove oggi c'è quella officina c'era la casa dove sono nato io"
"Perché mi racconti di questo, ha qualcosa a che vedere con me?"
"Perché è da qui che tutto è iniziato, più di mezzo secolo fa"
Nino lo guarda perplesso ma non lo interrompe così Gibbì può continuare.
"Filomena è più grande di me di otto anni. Le nostre famiglie si conoscevano a fondo, non erano imparentate ma si trattavano più che familarmente. I nostri genitori avevano ben poco tempo da dedicarci impegnati com'erano a procurarsi u

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   3 commenti     di: Michele Rotunno


Una storia vera

Era primavera inoltrata e il profumo dell'aria nonostante l'inquinamento, tradiva la volontà della natura ad avere il sopravvento, ancora una volta. Passo dopo passo, senza fretta mi diressi nel piccolo parco davanti alla stazione degli autobus e mi accoccolai su una panchina soleggiata, raccolsi le gambe verso il torace abbracciandole, appoggiai il mento sulle ginocchia e osservai di quale mondo facevo parte.
Alle spalle della stazione due anziani signori, vestiti con l'abito buono, traslucido per le troppe stirature, sedevano su di una panchina all'ombra di un grande albero, pareva una splendida immagine, due anziani con gli abiti consunti come un'antica corteccia.
Appoggiavano le mani deformate sui loro bastoni, cercando un punto d'equilibrio, si scambiavano battute rapide che non potevo sentire, erano troppo lontani, uno dei due, forse quello che parlava meno, sembrava più intorpidito dell'altro, una specie di comparsa che pareva destarsi ogni tanto.
Nonostante la distanza capii che qualche cosa cominciava a turbarli, guardavano alla loro sinistra quasi all'entrata del parco, in preda ad una certa eccitazione.
Dovetti ruotare il capo alla mia destra per osservare quella ragazza.
Giovane, vestita con un abitino celeste, troppo corto e sudicio, avanzava come uno Zombi, incespicando nei suoi stessi passi, gli occhi persi chissà dove, si muoveva come un'automa nella direzione dei due vecchi.
A pochi metri da loro, uno dei due, il più arzillo, facendo un certo sforzo e aiutandosi con il bastone, riuscì a mettersi in piedi, l'altro nonostante l'esortazione dell'amico rimase al suo posto ad osservare la scena.
La ragazza ad un passo da lui si fermò, come fosse giunta a destinazione, sembrava un burattino senza fili appoggiato ad un muro.
Li conosceva bene quegli scellerati, tese una mano nella direzione del vecchio, una mano stanca, come fosse appoggiata su di un supporto invisibile e lui le rispose sussurrandole qualche cosa all'orecchio.
Poi, goffamen

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   2 commenti     di: Marco Uberti


Uomini dalla barba lunga

Un passo dopo l'altro.
Un piede si sussegue al precedente in un ticchettio ovattato e regolare provocato dalle scarpe sgualcite che picchiano sul marmo. Nessuno si gira, nessuno incontra il suo sguardo, nessuno ode il ritmo regolare delle solette: consapevole indifferenza che la gente nutre verso chi, a differenza loro, non può permettersi una camicia sempre pulita.
Svolta un angolo e si ritrova in un'altra strada priva di significato: non c'è un abitazione che lo riguarda, né un ufficio, né tanto meno un luogo ove entrare e trovare il caloroso affetto di un amico che lo invita a sedersi e a prendere un alcolico per raccontargli le ultime vicissitudini con la propria ragazza. Nulla di tutto questo è riservato a coloro che indossano gli abiti immancabilmente forgiati dal tempo passato in strada e portano la barba lunga per proteggere il viso dal freddo imperterrito che aleggia quando ci si trova senza un tetto a dividere il proprio capo dalle stelle. Ogni tramonto è uguale al precedente, a ogni notte segue sempre un giorno che si differenzia da quello passato come i passi nel marmo si differenziano l'uno dall'altro. È questa la vita che conduce un uomo dalla barba lunga e dagli abiti sgualciti; a volte uno scalino, altre volte una panchina sotto un albero possono offrirgli riposo e accoglienza al pari di un letto; mezzo panino abbandonato da un turista può placargli parte del vuoto provocato dall'arrogante fame al pari di un pasto caldo, una scatola di cartone rapita al supermercato del quartiere gli offre caldo e protezione come un piumone o un plaid. Agadit passa così la sua vita, trascinandosi da un luogo all'altro dalla città senza alcuna meta apparente, in cerca di qualcosa che possa aiutarlo a placare e mai soddisfare i suoi fabbisogni primari; però lui conserva un segreto, una speranza, un obiettivo che non ha mai confessato a nessuno dei suoi amici migliori per paura di essere tradito: nei bagni della metropolitana abbandonata conserva u

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Alzati, Gennà!

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   3 commenti     di: luigi pagano


Cinqant'anni

Columbia (SC), 07/01/1999
Mi chiamo Robert Life, nato nei pressi di Fulton St., Columbia nel South Carolina, l'8 Gennaio 1949. Mio padre morì quando avevo sei anni, fu colpito involontariamente da un proiettile vagante durante una sparatoria. Faceva il macellaio. Mia madre non faceva un cazzo oltre a ciò che fanno tutte le madri. Da bambino mi piaceva...
Oh, al diavolo. Sono Robert Life e scrivo questa lettera come ultimo atto di un qualche cosa di meraviglioso. A dir poco. Sono passati cinquant'anni e guardandomi alle spalle, oggi, noto qualcosa che è sempre sfuggito alla mia mente, al mio cuore. Qualcosa che solo gli uomini i quali si trovano attualmente nella mia stessa situazione, possono notare. Proprio ora che dinanzi a me scorgo il buio, la luce entra di prepotenza nella mia testa. E ricordo tutto. Ricordo il mio primo regalo di Natale, uno dei primi, una chitarra. Non potrò mai dimenticare la mia felicità e le mie lacrime ed il sorriso di mio padre. Ricordo il primo giorno di scuola, tra pianti e urla, mi mancava il mio papà, quasi come se già sapessi che dopo quel giorno non l'avrei più rivisto. Ho vissuto nella merda e con astuzia sono sopravvissuto fino ad oggi. Ho sempre guardato le mie tasche, ragguagliato mia madre, difeso il mio fratellino e mangiato quello che c'era. E ricordo quando attraversavo quei bui e stretti vicoli, osservato anche dal cane randagio. E piansi, piansi per la scomparsa di colui che per sei anni mi ha amato, difeso, addestrato. Ma nel South Carolina non c'è tempo per piangere. Nella mia vita non c'era tempo per piangere.
Non scordo il mio primo lavoro. Ero un fottuto lustrascarpe come quei negri figli di puttana. Ero il miglior lustrascarpe del Sud. Lustravo signori, ricchi, mafiosi. Era un lavoro di merda, ma mia madre era lì, povera ed indifesa, con due figli da sfamare anche con un dollaro a settimana. Li ricordo tutti quegli stronzi: Vincent Langella, Sonny Cady, Johnny "la roccia" Corrado, Michael Winnfi

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   1 commenti     di: Claudio Morgese



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