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Racconti drammatici

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Drammaccio

C'erano una volta, a ridosso di un monte, alcune catapecchie, dove parecchie famiglie disgraziate sopravvivevano nutrendosi di castagne ed erba spagna.
Tutti lo sapevano, lo vedevano e passavano facendo finta di nulla.
Un giorno il monte rovinò sulle baracche e fece quel che non avevano fatto la fame e gli stenti: uccise le numerose famiglie di diseredati.
Subito dopo l'accaduto arrivarono le televisioni e i giornali. Commozione e pianto seguirono all'evento cruento e la maligna sorte accanitasi contro quei poveretti.

Finito il clamore, le autorità posero, pietose, una bella lapide a ricordo delle vittime innocenti che così recitava:
"Se il monte non cascava morivano di stenti, ma nessuno ci badava."



Centodieci drammatico



Il buon vicinato

Erano già due giorni che la madre soffriva di un forte esaurimento nervoso e continuava a gridare e a rompere oggetti della cucina; il figlio oramai non riusciva più a sostenere la situazione e nel tardo pomeriggio del giovedì prende una decisione.
Si era già informato di una clinica psichiatrica specializzata per questi casi: i precedenti otto ricoveri in reparto hanno sì risolto in parte la situazione, ma continui pensieri saltuariamente ritornavano alla ribalta rovinando l'equilibrio mentale della madre, anche per colpa di un vicino che ha reso la vita impossibile alla famiglia.
Inoltre una cugina di codesto vicino, di aspetto sgradevole, molto bassa e molto grassa continuava a cercare approcci dal figlio che puntualmente respingeva, provocandole pianti disperati ed altre liti di vicinato.
È una sera fredda e piovosa quella del giovedì, e il figlio oramai stremato prende di peso la madre e la carica sull'auto diretto alla clinica; la madre è intontita e stralunata e non si rende conto del trasporto; all'arrivo in clinica il dottore già informato l'accompagna alla stanza.
Ecco che in quel momento la madre si accorge di non essere più nelle calde pareti domestiche, ma in fredde e tristi stanzone biancastre, tipiche di una clinica. Chiama a gran voce il figlio, che oramai è già sull'auto, deciso a tornare a casa dal padre che lo aspetta preoccupato e stanco data l'età. Si avvicina ai finestroni e con aria triste vede le luci posteriori rosse fiammanti che si allontanano nella pioggia battente, dirette verso l'incrocio con la statale; proprio in quel momento, mentre il figlio comincia a svoltare a sinistra, un'auto a forte velocità si scontra con l'utilitaria, facendo volare via con violenza pezzi di carrozzeria e facendo carambolare l'auto senza sosta, che alla fine si ferma contro un muro.
La madre atterrita vede la scena e comincia ad urlare e a piangere sbattendo i pugni contro il muro, e gli infermieri accorrono per fermarla: non riesce a mani

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   0 commenti     di: loris


Olocausto della mente

Erano nascosti tra i muri, nelle fessure. Non si riuscivano a vedere, a riconoscere. Loro erano i nostri guardiani e non facevano altro che guardarci. Controllarci. La linea sottile tra realtà e finzione era infilzata sotto le unghie dei nostri piedi. La voce non poteva nulla contro la persecuzione. Noi non potevamo nulla. Tutto era nulla. Stavamo tutti in fila, senza pensare a quello che ci aspettava. Non potevamo pensare. Tutte le molecole del nostro cervelle erano intrise del loro veleno. Schizzavano impazziti pensieri tragici. Ci chiusero nella gabbia degli specchi. Il riflesso di ciò che eravamo diventati ci torturava. Non potevamo bere. Non potevamo mangiare. Iniziarono atti osceni di cannibalismo. Non eravamo più esseri, ma diavoli che si mangiavano l'un l'altro. Bestie immonde pronte a qualsiasi cosa. Avevano preso la nostra dignità e l'avevano venduta agli inferi.
Non sapevano più che farci. Tutto era stato sperimentato. Noi eravamo le cavie del loro esperimento. Noi eravamo la materia da plasmare. Noi eravamo qualcosa che serviva a loro. Ma non eravamo più qualcuno. Il progetto disperato di una nuova società era nelle loro mani. Un nuovo ordine planetario che avrebbe retto il suo potere sulla sopraffazione del razzismo genetico e mentale. Il terribile termine di un percorso iniziato anni prima, e perseguito con spietata lucidità. I cani aveano rastrellato le nostre abitazioni. Entravano nel cuore della notte con terribili esseri mutanti che splendevano talmente tanto per quanto uranio era presente nel loro organismo. Occhi che spuntavano dal corpo insieme a tentacoli viscidi e ricoperti di peli sudici. Perdevano bava tutto il tempo. Ma avevano una forza mentale incredibile. Era su quel nuovo processo di sottomissione che la dittatura mentale aveva puntato. Erano ormai lontani le leggi economiche e la disparità di classe. La rosa del sole comandava il popolo con la mente. Era un'ipnosi, una lobotomia che aveva colpito tutti gli esemplari adult

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   1 commenti     di: aleks nightmare


La gentilezza

"Perché sono qui?" pensai, mentre stavo cercando di ricordare, o forse di capire cosa mi fosse acca-duto.
Il mal di testa non mi aiutava, questo era certo, ma almeno mi permetteva di restare sveglio e non ripiombare nel coma da cui ero uscito non so nemmeno io da quanto. Avevo perso il senso del tempo e dello spazio e, credetemi, non esiste sensazione peggiore.
Sapevo che qualcuno mi aveva legato - del resto non serviva essere un cervellone per capirlo - e che a imprigionarmi era un letto a piazza singola con un materasso piuttosto duro. Doveva essere uno di quei materassi ortopedici che vendono in televisione e che sono sempre in offerta speciale.
Ecco, ero talmente confuso che la mia testa si soffermava in ragionamenti futili, in ricordi che avrebbero dovuto mantenermi collegato alla realtà, alla vita di tutti i giorni.
Poi tornavo in me, e sentivo il panico divorarmi da dentro.
Se c'è una cosa che ricordo con chiarezza è che di tanto in tanto urlavo, con tutto il fiato che avevo nei polmoni. Urlavo al nero che mi circondava, perché di luce non ce ne era nemmeno uno spiraglio. E le mie grida ritornavano al mittente sotto forma di un'eco che mi faceva rabbrividire, che aveva il potere di farmi sentire più solo di quanto in effetti fossi, e anche quella è una sensazione che non auguro a nessuno. Dicono che la solitudine altro non sia che una condizione volontaria, una forma mentis, ma sfido chiunque a provare una solitudine forzata come quella che ho dovuto vivere io. Non fosse stato per le corde che mi stringevano i polsi, che maligne me li bruciavano con stolta mancanza di vita, mi sarei sentito come fuliggine sospinta per una infinita canna fumaria.
Cercai di mettere da parte le sensazioni e di mettere in moto il cervello, unica speranza di salvezza e tutto ciò che di me esisteva in quel momento. Una spiegazione doveva esserci per forza, seppur non avessi nemici, anche se dubito che una persona ordinaria come me possa averne di tali da essere co

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   1 commenti     di: Carlo Araviadis


La guerra di Piero

"Non voglio vivere da ammalato per morire da sano".
Questa la frase che diceva il dottor Piero. In vecchiaia lo aveva colpito il diabete, dopo che era andato in pensione; ora che poteva godersi due soldi gli era arrivata questa rogna.

Minimizzando i sintomi dei suoi pazienti, quando glieli spiegavano, diceva:
"Ce l'ho anch'io!"
Non si perse d'animo e minimizzò anche la sua malattia dichiarandole guerra, continuando a divertirsi, a fumare, mangiare e bere in cene conviviali con gli amici.
All'occorrenza si faceva un'iniezione d'insulina e via.

Certo morì, "come tutti si muore", ma visse sempre a modo suo, col suo "ridere rauco e ricordi tanti, e nemmeno un rimpianto".



Centodieci medico



E fu sera, e fu mattina

L'aereo faceva ritorno dalla sua missione, ma il suo sistema di sganciamento non aveva vuotato completamente il carico di bombe.

Ne erano rimaste ancora tre che non potevano essere riportate alla base. La procedura era standard: gli ordigni non utilizzati dovevano essere sganciati prima del ritorno, non importava dove. Solitamente l'equipaggio in quei casi, poiché la missione era finita, li lasciava cadere in zone senza case, o con poche abitazioni perché non facessero vittime inutili, come utili dovevano essere invece quelle fatte nelle città che dovevano essere colpite.

L'incursione era stata nel pomeriggio e si tornava a casa che era quasi sera, comunque ancora si vedeva bene, si poteva fare un lancio avendo una certa cura di lanciarle in una zona giusta.
Si decise per farlo vicino a un piccolo colle, fuori dalla città più vicina; ci sarebbero state solo delle abitazioni sparse, ma il rischio era minimo.
"Procedura di sganciamento. 3, 2, 1 libere..."

Il fischio si sparse nella campagna, il terribile sibilo che annunciava l'arrivo dell'ordigno a terra, poi una di seguito all'altra due forti esplosioni che riecheggiarono fra le piantagioni di ulivo fino ad arrivare alla villa posta su di una collinetta tra due fiumiciattoli.
Niente era stato colpito, solo due grosse buche nel terreno e la terra smossa dalla deflagrazione.

"Ci siamo liberati delle bombe?" Chiese il comandante dell'aereo.
"Si signore, aereo vuoto"
"Via allora, si torna alla base..."

L'aereo, ripresa la sua rotta originaria dalla quale si era allontanato, tornava alla base da dove sarebbe decollato il giorno seguente.
E fu sera.


Nella tarda mattinata del giorno dopo, alcuni ragazzini delle famiglie sfollate dalla città nella villa, andarono a vedere dove fossero cadute quelle bombe che avevano sentito la sera precedente. Il rumore delle bombe lo conoscevano, purtroppo, ma la curiosità di vedere la grande buca fu più forte.
Sul terreno la distanza che separava la vil

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La delusione

In un breve romanzo ho interpretato Santippe in chiave femminista, assumendola a metafora di tutte le donne del passato e del presente che hanno lottato per affermare, pur nella diversità, la pari dignità con l'uomo. Ho detto del presente perché io credo che l'emancipazione femminile sia
un processo avviato ma non concluso. Propongo un brano del
romanzo in cui Santippe che aveva creduto di poter costruire con Socrate un rapporto paritario, prende coscienza dell'inganno in cui è caduta. Vi invito, se volete, a discutere il tema: " La donna, oggi, ha raggiunto la pari dignità con l'uomo?"


Era già notte inoltrata. Santippe mise a posto gli indumenti che aveva appena rammendato. riprese la lampada che aveva appoggiato su uno stipo e, prima di uscire
dalla stanza, la sollevò un p' in alto per vedere meglio i figli
che dormivano nei loro letti. Un nodo di tenerezza le
addolc' la pena cupa che aveva nel petto e le inumidì gli occhi.
Uscì lentamente dalla stanza ma non aveva voglia di andare a letto. Si fermò in cucina, spalancò le imposte, si sedette
vicino al tavolo e spense la lampada. Sperava che la luce della luna che si insinuava discretamente nel piccolo ambiente le desse conforto e un po' di pace. E invece sentì
montarle dal petto un'ansia più forte: l'assalì un senso di
solitudine totale e il suo mondo quotidiano di persone e cose
sembrò perdersi in lontananze inaccessibili. Appoggiò
i gomiti sul tavolo, la testa fra le mani. Scoppiò in un pianto
di dolore e di rabbia, cercando di non singhiozzare forte per
non svegliare i figli.
Non era certo la prima volta che Socrate usciva di casa, dopo cena. Quella sera era andato ad un banchetto che
doveva essere importante se c'era, come Santippe aveva
sentito dire, anche Alcibiade. Santippe vedeva la sala illuminata. la tavola carica di cibi, di coppe, di brocche per il vino. E immaginava il crescendo delle conversazioni. l'andi-
rivieni dei servi, l'accendersi dei vo

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