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Racconti drammatici

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Sally, Sestilio ed Ermellina

Ermellina uscì chiudendo dietro a se la porta della sua casa e del suo paese. Sua madre non si era alzata a preparargli il solito caffè d'orzo; gli dispiacque, ma non poteva avere remore e non si permise un'inutile "nostalgia da ricchi".
L'incontro con Sally era stato la scoperta di se stessa che non poteva più tacere ed anche la sua unica possibilità di un'uscita dall'atavica miseria verso l'America. Non ne poteva più del fatalismo montanaro che aleggiava da sempre nella sua famiglia e del suo destino segnato da sposa di Sestilio.
In poco tempo era cambiato il volto di ogni cosa, si apprestava alla scoperta del "mondo nuovo" e a una nuova vita con Sally.
Sua madre non poteva fermarla ma neanche comprenderla né seguirla. Era troppo legata ai ricordi di una vita passata tra quei castagni con suo padre scomparso pochi anni prima; un uomo che aveva visto altra gente soltanto da dietro il mirino di un fucile.

Tornò al paese a giovinezza ormai finita, solo molti anni dopo, per ricomprare la casa e la terra sull'Appennino finita all'asta.
Alla morte della madre partecipò al funerale tutto quel poco del suo mondo che era rimasto.

Don Sestilio ebbe parole toccanti.



Mazzacane - cap. I

Montepiano. Un giovedì di metà maggio, anno 1990, ore tredici e trenta circa.
Antonio Capuana, per tutti Nino, si appresta a chiudere la biblioteca che occupa un vasto ambiente del piano terradi un edificio che ospita ai piani superiori la scuola elementare e materna. Adiacente la biblioteca vi è la palestra ginnica con annessi spogliatoio, magazzino e vano caldaia.
Nino, in compagnia dell'anziano bidello Gibbì, ha appena chiuso la porta della biblioteca e si dirige verso l'uscita generale quando un improvviso lampo, immediatamente seguito dal fragore di un tuono li fa sobbalzare. Pochi istanti dopo scatta l'interruttore della corrente elettrica mentre la pioggia inizia a cadere scrosciante. Gibbì, con l'eterna cicca incollata ad un angolo della bocca, alzando lo sguardo al cielo impreca.
"Ecco, ci risiamo! Puntuale come un orologio svizzero. Che gli costa al Padreterno di mandarla giù mezz'ora dopo? No, deve costringerci ad aspettare che passa!
"Dai, non te la prendere tanto Gibbì, dura al massimo mezz'ora" minimizza Nino.
"Bravo! Chè a te lo Stato te lo paga lo straordinario di mezz'ora?"
"Hahaha, quando si tratta di soldi, per te..."
"Ehi Nino, ma non dobbiamo ridare la corrente prima di andarcene?"
"No, meglio di no, potrebbero esserci altre scariche. Nel pomeriggio torno qui e la ridò" afferma Nino mentre Gibbì lo scruta con finto stupore.
"Perché nel pomeriggio tu torni qui? Ecco perché non ti sei ancora sposato, hehehe!"
"Gibbì, quando la smetterai di sfottere?" risponde Nino con un'occhiataccia.
"Eh, povera Italia! Come si può andare avanti così? Con tanto ben di Dio che si perde per strada, ah mani mie, mani mie! Maledetta vecchiaia, maledetta..!"
"Dai smettila una buona volta. Sono stufo dei tuoi sfottò"
Una voce femminile, giungendo dal fondo del corridoio ai piedi della scalinata che porta ai locali superiori, interrompe i due. È Stefania, giovane maestra elementare, che chiama Nino mentre Gibbì a

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   5 commenti     di: Michele Rotunno


Mazzacane - cap. II

Dalla penombra in cui viene a trovarsi sente una voce femminile che gli dice
"Lascialo socchiuso, per favore, almeno ci eviteremo il fastidio del campanello. Sei Nino, vero? Vieni avanti, io sono Rosaria, la sorella di don Antonio"
Attraversando enormi stanzoni, tutti nella penombra, la donna lo conduce davanti a una porta chiusa. Nino, seguendola, ha solo notato come la casa sia grande e la mobilia antica e che uno spesso tappeto annulla ogni rumore di passi. La donna, allungando la mano verso la maniglia della porta chiusa, prima di aprirla, gli dice
"Cerca di non farlo stancare troppo, mi raccomando"
Nino entra titubante e con gli occhi bassi. La stanza è scarsamente illuminata e al centro della parte adiacente la porta campeggia un letto a baldacchino. Quasi seppellito nelle coltri giace don Antonio Rinaldi. Nino, timoroso di guardarlo, fissa intensamente il bastone poggiato sul bordo del letto. È un bastone da passeggio, nodoso e lucido. L'impugnatura rappresenta la testa di un cane mastino con due luccicanti topazi al posto degli occhi. Per via di quel bastone don Antonio Rinaldi era da tempo e da tutti soprannominato Mazzacane. Un nome che per un trentennio è stato sinonimo di un potere quasi assoluto. Alzando gli occhi, Nino vede una testa calva e un volto rinsecchito, giallo e grinzoso, un naso aquilino e due occhi vividi e lampeggianti come i topazi incastonati nel bastone. L'omone corpulento che Nino ricordava è ormai ridotto a una manciata di ossa ricoperte dalla sola pelle. Se non fosse per gli occhi... Benché allo stremo delle forze, Mazzacane, grazie ai suoi occhi, riesce ancora a suggestionarlo. Con un debole ma deciso gesto della mano lo invita ad avvicinarsi. Nino ubbidisce e Mazzacane, ripetendo il gesto, gli dice
"Avvicinati di più" Poi senza alcun preambolo continua "Devi scrivere un libro sulle mie memorie, senza alcuna fretta, ma devi farlo bene" e dopo un profondo sospiro aggiunge "La.. sul comò.. prendi.."
Seguendo l

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   8 commenti     di: Michele Rotunno


GIULIA 2 Nell'Istituto per ciechi

Se per un adulto, accettare una “disgrazia” può alle volte essere impossibile, la piccola Giulia, passato un periodo di legittimo smarrimento, accortasi che la luce faceva sempre più difficoltà a mostrarle le cose, cominciò istintivamente a “vederle” con le mani, e da allora le sue piccole, tenere, bianche alucce, furono sempre tese verso il mondo circostante, il muro della cameretta, l’orlo del lettino, la seggiola, il pomello della serratura della porta, la mano del papà, le sue guance, ma perché sono bagnate? Papino stai piangendo? Forse sono stata cattiva? Scusami non sarò più cattiva, ma tu non piangere…..

La vita nell’Istituto ha i suoi ritmi, i suoi tempi, le sue regole, ma con l’arrivo della piccola Giulia, qualcosa cominciò a cambiare, l’aura meravigliosa che circonda questa bambina ha pian piano addolcito vecchi e arcigni insegnanti, vecchie e disincantate “balie”, gli altri ospiti del reparto infantile furono conquistati in pochi giorni dalle emanazioni di serenità della piccola, e dopo neanche un mese, fu consentito agli animali del cortile, un vecchio dalmata, un giovane boxer e cinque gatti multicolori e multirazza, di accedere liberamente alle stanze dei bambini e di giocare con loro, poi, anche di restarci infine, la notte, a dormire sui loro lettini!

Una rivoluzione a dir poco Copernicana, provocata dalla capacità di Giulia di catalizzare l’affetto degli animali e di suscitare negli umani un senso di pace e serenità, ingiustificati se si tiene conto della “vita” vissuta dagli ospiti dell’Istituto.

Bravissima, intelligentissima, con una capacità innata di sintonizzarsi con chiunque le fosse vicino, Giulia in breve tempo imparò l’uso del Braille sia in lettura che in scrittura, e a lei fu consentito di usare la speciale macchina da scrivere a caratteri forati, con la quale, oltre a riprodurre testi per i compagni, cominciò a scrivere qualcosa di suo.
Fu così che a circa dieci anni “scriss

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   8 commenti     di: luigi deluca


Le meraviglie notturne, l'alter ego mortale

Aveva un gran mal di testa; le sue narici erano piene zeppe di quel terreno in cui era stato buttato, così per scherzo. Era tardi pensò, ma non dal demorderlo dalla sua abitudinaria voglia di prender parte di quel mondo virtuale in cui ormai tutti vivono. Così fu: avviò uno dei suoi tanti pc (non aveva che l'imbarazzo della scelta, altro neo che denotava la sua sfrenata passione verso un consumismo quasi inutile), si adagiò sul letto e porse il suo benvenuto a quell'elettronica tanto cara quanto dolorosa. Clic: era entrato nel suo mondo -"Certa gente ha dell'incredibile" esclamò, -"guarda quanta gente insonne che esiste e questo qui che vuole ora? Chi è? L'ennesimo rifiuto umano?". Una sbirciatina qui, un commentino lì, una buona dose di vanto sottoforma di pensiero profondo la' ed era a posto. Anche per quella notte aveva dato il buon esempio ai suoi sostenitori. -"Hehehehehehe" sghignazzava fiero del suo costante operato; ma la sua missione non era ultimata:
< Ciao
<<Ciao
<Ti va?
<<Cosa mi va?
<Suvvia lo sai benissimo!
<<Ah si forse parli del va per intendere un vaffanculo? Non sapevo si abbreviasse in questo modo.

La sua acidità era in forma anche quella notte; che futuro si poteva mai aspettare, quanta rabbia e quanto rancore.
< C6? Ho capito non ti va, ciao.

-"Ohibò se ne è andato, beh pazienza!". Non sapeva invece che il destino stava per regalargli una nuova prova, di lì a breve...
Stavolta era davvero tardi, si decise a spegnere quella diavoleria e lasciare da parte ogni pensiero... Notte!
... Dopo innumerevoli tentativi e continui sbuffi entrò nella fase REM. Respirava profondamente. Non s'era mai udito russare e chissà con quale tonalità lo faceva. D'un tratto ebbe inizio il sogno: si risvegliò in una landa verde, disseminata di foglie; al suo interno come a dividere equamente la zona in due parti scorreva un ruscello. -"Che pace" pensò, l'unico rumore che si ode è l'acqua limpida che scorre. Preso

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   5 commenti     di: Felice Scala


Overdose

Lasciammo andare gli ultimi rimasugli di decenza proprio nel momento in cui Jess vomitò sul prato del parco. Fino a quel momento eravamo ancora intenti in discussioni metafisiche e allucinanti, prodotte esclusivamente da quelle droghe leggere e squallidamente affascinanti. Ma fu proprio quando Jess vomitò che la serata prese una piega diversa. Eravamo abituati, certo. Eravamo tutti abituati a quel peso dolce sulla nuca, dopo il quinto tiro di canna saggiamente rinforzato da una bevuta collettiva di vino rosso. Ma l'aria si fece velenosa, Jess continuava a biascicare bestemmie, Winona si grattava il collo appiccicoso per la lacca sui capelli, Francis masticava uno stuzzicadenti ridotto in uno stato pietoso. E io arrotolavo e srotolavo una rivista di prodotti farmaceutici. Mi era venuta in mente l'idea di aiutare Jess, tanto per riacquistare uno sprazzo di lucidità, ma quel sacco di merda si tirò su passando la manica della felpa sulla bocca. "Erv... Eravate li a guad... a guardarmi." mugugnò con una nota barcollante di biasimo, sembrava che volesse solo descriverci. Io, Winona e Francis. Avevo voglia di chiudere gli occhi e aprire la bocca, come se fossi in estasi religiosa. Avevo voglia di sentire il mondo girare silenziosamente fino a farmi salire la nausea. La panca di cemento che ci ospitava traballava appena, e potevo divertirmi a spingere con gli stivali incrostati di fango. Su. Giù. Su. Giù. Su. Vomito. Winona mi guarda apatica. "Fate una gara?" "Vahanhulo". Vomito. Era stato bello, conservare la decenza fino al punto massimo di fusione totale. L'alba ci dipinse le facce pallide ed emaciate, senza vergogna ci alzammo dalla pancaltalena. "Possiamo morire un altro giorno." sentenziò Francis. "Immagino di si." rispose Winona passandosi un dito sul collo appiccicoso. "Saremo pronti." ci stavamo solo allenando a morire.




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