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Racconti drammatici

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Il compleanno di Samuele

Mi piace arrivare sempre un po' prima, fare una specie di sopralluogo, controllare che niente sia fuori posto, che niente possa darle fastidio.
Ancora oggi, dopo tutti questi anni, non riesco ad essere tranquillo mentre la aspetto, mi chiedo se è stato sempre così, o se tutto quello che è successo mi ha condizionato al punto da avere paura delle sue reazioni.
É marzo, e qui di sera fa ancora freddo, scendo per la stradina centrale, mi guardo attorno, arrivo alla piazza sul mare.
Vedo uomini oltre i vetri di un ristorante che si inventano cose da fare per ingannare il tempo, spostano sedie, raddrizzano tovaglie, si osservano sospettosi e complici. Pregano affinché questo tempo trascorra il più in fretta possibile, perché in questo momento sembra non passare mai, e l'idea è insopportabile, anche se fra un po', quando si muoveranno tra i tavoli, esausti, rimpiangeranno questa noia.
Non c'è nessuno per strada, io non esisto, sono solo uno sguardo che osserva.
Provo a fissare qualcosa, tutto scorre via, come il suo sangue. Provo a fermare un punto, un profilo, un movimento, un colore, una luce che possa fare la differenza, che nel tempo mi aiuti a distinguere questo anno dagli altri.
Il mare, è scuro, si adagia sullo scivolo su cui sono alcune barche di legno umido, inclinate di lato sulla chiglia, osservo le luci riflesse, l'odore dell'aria salata.
C'è la solita Chiesa illuminata dal basso, Lei sì, lei può, ci guarda dall'alto, sulla destra, ed io sono solo un puntino. Mi volto, le case sono vuote, senza persone, senza tempo, senza idee, le finestre sono chiuse, scorgo solo un lume acceso, oltre le tende chiare di una finestra al secondo piano. Provo ad immaginare cosa ci sia oltre, e vorrei che ci fosse calma, tranquillità, il giusto ritmo del tempo, lento, quello che io non ricordo più.
Famiglie unite e felici.
Immaginare cosa ci sia oltre, cosa c'è oltre quello che si vede, la verità non esiste, qualsiasi cosa può essere nascosta perché ni

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   3 commenti     di: dario pasquali


La luce della salvezza

Salve, mi chiamo Artur, ho 69 anni e una storia da raccontare.
Questa storia è realmente accaduta e ha lasciato in me segni che non potrò mai cancellare, segni che rammentano la mia debolezza... la debolezza di ogni uomo che pensa di farcela con la propria forza.
Tutto ebbe inizio nove anni fa, quando ero un uomo diverso da oggi, quando pensavo che la vita era uno stupido scherzo, quando pensavo che il destino di ogni uomo era nascere, crescere tra mille difficoltà e morire nel dolore e nella consapevolezza di essere stato inutile, di non aver raggiunto un vero scopo che possa far nascere in te la soddisfazione di aver vissuto.
Premetto che fino a 10 anni fa ero ateo, confidavo fermamente nella scienza, nel progresso e in altri valori... ma non nella speranza, il più grande tra questi.
Il fallimento dell'impresa edile in cui lavoravo, il divorzio da mia moglie, la morte di mio figlio di soli dieci anni mi fecero cadere in una grave depressione.
Non avrei mai creduto che mi sarebbe successa una cosa del genere, pensavo di essere caratterialmente ed emotivamente abbastanza forte da superare ogni difficoltà... ma evidentemente mi sbagliavo; ora sono qui che scrivo, senza pensare troppo alle parole e alla correttezza delle frasi, per testimoniare la mia storia e farvi riflettere su cosa è giusto porre la vostra totale fiducia.
Era una sera d'estate, ero stato licenziato da un mese, lo stesso mese del divorzio e della morte di mio figlio.
Mi trovavo nel giardino di casa mia, seduto su una sedia a dondolo e avevo quasi preso sonno, quando sentii delle voci provenire dalla mia camera da letto; mi sembrò strano, visto che ero l'unico ad abitare li.. pensai fossero i ladri.
Andai a vedere, il televisore era acceso, sintonizzato su un canale che non era mia abitudine vedere e il volume era al massimo. Io lo spensi quasi indifferente, stavo troppo male per raggionare correttamente e me ne andai a dormire.
In piena notte, erano circa le due, sentii un rumore

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Teatro di battaglie

Fui colpito con irruenza alle spalle.
Non seppi riconoscere con certezza lo strumento dell'aggressione, aveva la forza di un martello, ed era tagliente come un pugnale, era la mia fine.
Caddi a terra, cominciai a vedere solo foschia davanti a me, perdevo sangue.
Nonostante il colpo non svenni, rimasi tra la polvere, non riuscivo a muovermi, i muscoli erano stati storditi come la mia testa ed arrancavo tentando non so cosa.
La battaglia proseguiva, centinaia di uomini che si scontravano, un frastuono di lame mi stordiva l'udito.
Sapevo che mi sarebbe rimasto poco da vivere, ero stato ferito gravemente, e difficilmente sarei stato ignorato da tutti quei nemici;ero un preda facile, ormai morente.
Ad ogni respiro affannavo sempre di più, è difficile pensare i quei momenti, il dolore ti annebbia la mente, ma sai che possono essere le ultime riflessioni della vita, perciò si cerca di fare un resoconto.
Mi apparve tutto il percorso dei miei trent'anni, rimasi abbastanza soddisfatto, era stata un vita con alti e bassi, una morte gloriosa, troppi rammarichi, non serve a nulla rifletterci.
Sentivo l'odore delle erbacce, era forte, pungente, ma quella sensazione era affievolita dal vento, ma nello stesso tempo era inasprita dal sangue, esso bagnava ogni lembo di erba, uno spettacolo orrendo, carne, ossa, cadaveri insieme dipingevano questo quadro di idiozia.
Da quella posizione si poteva guardare la battaglia da un altro punto di vista, si diveniva impotenti senza una spada, e si rifletteva sulla morte, e magari se per un presunto miracolo si potesse tornare in piedi con colpiresti più nessuno perché l'hai conosciuta troppo da vicino.
Ho avuto ricchezze, ma no so fino a che punto valga la pena ricordarle, sono stato un nobile, ma anche questo mi lascia nel vuoto.
Non so se definirle cose vane, di certo, mi hanno fatto vivere bene per molti anni, ma arriva sempre un giorno nella vita in cui si perde un qualcosa, si riflette su altro e si diventa pessimisti, la v

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Schegge di follia

Dopo 12 interminabili rampe di scale, Chris giunse al cospetto della piccola porta di metallo che dava sulla terrazza dell'ultimo piano di uno squallido appartamento, nel centro della città. La scalata del palazzo si rivelò più ardua del previsto, aggravata sia dalla non perfetta forma fisica del quarantottenne, sia dal peso dell'"Archer Sniper Rifle" che si portava appresso, contenuto in una pratica valigetta. Col fiato corto e ancora accaldato per l'inevitabile fatica notturna, Chris spalancò faticosamente la porta arrugginita e, dopo averla saldamente bloccata dall'esterno con una catena, a passi lenti si accinse ad accorciare la distanza che lo separava dal parapetto del grattacielo, sempre imprecando contro l'architetto che aveva progettato quello stupido palazzo privo di ascensore. Il fiabesco cielo stellato che lo sovrastava sarebbe stato l'unico spettatore, il solo che avrebbe assistito a ciò che stava per accadere in quella fredda e asciutta notte di gennaio.
Le strade di quell'isolato erano ben illuminate ma semideserte. Di rado transitava una macchina giù in strada, per non parlare dei pedoni. Ne passava in media uno ogni quarto d'ora, tutti con una andatura frettolosa, impazienti di raggiungere la propria abitazione e di sfuggire alla morsa del gelo invernale.
Quando Chris raggiunse la sua postazione, accovacciandosi, estrasse il suo "Archie" dal contenitore, cominciando meticolosamente ad assemblarlo. Come in ogni analogo evento, quei piccoli e semplici gesti meccanici ripetuti ormai chissà quante volte nella sua lunga carriera di killer, portarono alla mente dell'assassino i volti delle decine di persone alla quale aveva tolto la vita, senza sapere il vero motivo, la ragione per la quale quelle stesse persone meritassero di morire. "Eseguire gli ordini" era il suo compito, solo e soltanto eseguire degli ordini, senza fare domande, senza chiedere spiegazioni od ottenere informazioni aggiuntive: da 23 anni a questa parte, Chris av

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   1 commenti     di: Gabriele Lunghi


L'Usuraio

Aveva speso parte della propria esistenza, nel costruirsi una vera fortuna.
Sempre nell'ombra e sempre pronto a mercanteggiare.
Anche con la sua cattiva coscienza.
Un Usuraio, che non si rendeva conto dell'inutilità del proprio operato e
del male causato a tante, a troppe persone.

L'inverno aveva stirato le cuoia e nell'aria sentori di risveglio primaverile.
Nel cielo celeste, un gorgheggiare continuo di canti d'amore.
Nel ruscello, alimentato dal disgelo delle nevi, guizzi argentati.
Nell'Ospizio, i pazienti ammalati e ancora in vita.

Si narra che Qualcuno restò folgorato sulla via di Damasco e si narra anche
che qualcuno si sia pentito dei propri peccati.
Non folgorato, né pentito, il nostro rapace Usuraio giaceva in un cantuccio,
aspettando che il cancro, diagnosticatogli, facesse il proprio dovere.

Già! Il proprio dovere?
Si era dato la pena di nascere e imparò presto che era dura vivere
in una società egoista e piena di falsi sorrisi.
Imparò a dominare le proprie passioni e imparò anche a trarre vantaggi
dalle disgrazie altrui.
Vendeva moneta ed era esoso.
In tanti s'erano arricchiti, comprando il suo danaro e facendo ottimi affari.
Tanti altri, meno fortunati, si erano rovinati per restituire interessi e capitale.
Così vanno le cose della vita e così l'Usuraio si arricchiva.
I prestiti gli erano sempre stati richiesti e mai, Lui, li aveva offerti.

In quel cantuccio rifletteva sugli epiteti di cui lo avevano gratificato.
Licantropo, Vampiro, Succhia-sangue, Avvoltoio, Sciacallo, Serpente, Cancro...
Nessuna illusione.
Adesso, il cancro era il suo capitale e quei dolori lancinanti erano i suoi
miseri interessi.

   15 commenti     di: oissela


Ana- prima parte

Era notte.. la mia prima notte di lavoro. Dovevo farmi coraggio, da sola in un bosco. . ma perché coraggio?... non sono certo una paurosa, io non temo nessuno! mi sono corazzata nel breve arco della mia vita. Una corazza dura che avvolge il mio giovane corpo, dove nessun fendente può penetrare e se dovesse superare questo strato di carne, che riveste le mie ossa, non riuscirebbe a superare la mia anima.. ormai dura rivestita di diamante. "Ti pagherò bene.!." mi aveva detto il vecchio boscaiolo Andrei, al bar del paese. Il mio paese svettava su una grande montagna circondata da boschi fitti, nevicava per mesi, ma le case erano sempre calde, scaldate da capienti camini accesi tutto il giorno, perché la legna era l'unico bene che possedevamo. Andrei, boscaiolo da sempre, aveva una piccola baita nei suoi possedimenti, immersa in un fitto bosco di faggi , dove viveva, ormai da molti anni, tagliando legna e trattando con i compratori che venivano dai paesi vicini e anche dall'estero. Da mesi cercava qualcuno che lo sostituisse la notte, che vigilasse sul suo bene, perché voleva stare in città, a valle, vicino a sua moglie Adina, colpita da una malattia degenerativa. Andrei mi chiese di prendere il suo posto. Un lavoro adatto più ad un boscaiolo che ad una donna giovane ed inesperta. Ma. . da quando si era sparsa in paese la voce su ciò che mi era capitato un mese prima, tutti mi temevano. . Ero diventata una leggenda!. Come mai? dovete sapere che dopo l'ennesima lite con mio marito Auriel, ho avuto il coraggio di prenderlo per il colletto e dargliele di santa ragione, lasciandolo ferito e piangente nella piazza del paese, tra le risate dei presenti.. Una scena da saloon! Grazie a Dio sono una donna alta e robusta e mi sono potuta difendere! Eravamo sposati da solo un mese. . lui mi piaceva, anche se non era uno stinco di santo. . beveva, rubacchiava, piccoli furti.. niente di grave! "cosa sarà mai!-pensavo - meglio vivere con lui che stare in campagna co

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   2 commenti     di: antonina


Sogno di un passato lontano

"Ma nonna non posso portarti fuori!"
"Ti prego tesoro, è il mio ultimo desiderio, portami via da qui, poi mi riaccompagni stasera, promesso"

È così che si trovano a vagare per un boschetto verde e rigoglioso, con la carrozzina per nonna Tina e un piccolo badilino pieghevole legato dietro lo schienale.
Solo ora Janine si rendeva conto di quanto quel luogo fosse magico in tutte quelle sfaccettature di vita (e morte). Il verde era prepotente attorno al sentiero sterrato dove la sedia a rotelle aveva qualche difficoltà a proseguire dritta senza tremare ogni secondo per sassolini o i piccoli rametti caduti dalle piante che coprivano anche le loro teste.
Tina in quella piccola parte di mondo si sentiva a casa, era libera, libera di piangere, di ricordare e rilassarsi.
Procedeva lungo il sentiero sterrato, tutto attorno a lei era verde e rigoglioso, tutto era vivo e i pochi raggi di sole che raggiungevano il sottobosco conferivano a tutto un'aria quasi fatata.
E ricordava, ricordava di quell'amicizia troppo forte per essere dimenticata, quel bene così forte che non avrebbe mai potuto scordare nemmeno col passare di 60 anni esatti quel giorno. Sessant'anni senza lei, una vita senza la sua migliore amica, 21, 900 giorni dove il suo angelo l'aveva guardata da lassù.
Janine la accompagnò in un punto esatto sulla destra della stradina e inizio a scavare col piccolo badile in un punto sotto una roccia ricoperta interamente di muschio. Dissotterrò una valigetta marrone in pelle e la porse alla nonna poi la guardò negli occhi mentre i suoi si riempivano di lacrime. Le diede un bacio sulla fronte e si allontanò ripercorrendo la strada dell'andata.

Tina spinse la sedia a rotelle poco più avanti e poi chiuse gli occhi e i ricordi tornarono a ravvivarle la mente.

Correvano, correvano veloci, quasi come il vento che scompigliava i loro capelli mori e biondi mentre i loro occhi ammiravano tutto attorno a loro e i loro due giovani cuori, senza che se ne a

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   1 commenti     di: Giulia



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