Quest'anno l'inverno se la sta prendendo comoda. Meglio così.
Torino è una donna austera, elegante. È una donna bella di una bellezza segreta, che pochi possono capire.
Su di lei, il vestito più bello è quello dell'autunno.
Riesco a passeggiare con disinvoltura. È una questione di mimesi: come un attore sul paloscenico, recito per nascondere il terribile segreto che porto in me. Non c'è peso più duro della conoscenza.
Il giornale porta la data del 3 gennaio. Una brezza fresca avvolge i passanti. Le ultime foglie cessano la loro ostinata resistenza e si abbandonano al caso. Forse lo sanno. Forse sanno che nulla ha più senso.
E una volta che si sa questo, che senso ha rimanere attaccati al proprio albero? Una volta che si ha la piena comprensione del concetto, una volta che tutte le parti del proprio corpo e della propria anima hanno pieno e profondo possesso di questa verità, il movimento e la stasi diventano indifferenti. Tutto diventa indifferente.
Non ho avuto bisogno dei miei studi per capirlo. Fin da bambino (ha senso ora parlare di età?) mi è sembrato di precipitare costantemente verso questo momento. Ora ho piena coscienza dei miei poteri e delle mie responsabilità, nonstante continui a parlare usando vecchi luoghi comuni.
Per esempio, la parola "ora" non ha alcun significato. Spazio e tempo si comprimono in un unico grande attimo, in cui tutto è, e tutto ritorna nell'infinito miscuglio dei frammenti del nostro universo. L'ho capito. Ma questo vecchio linguaggio, indegno dell'Uomo, non mi permette di esprimermi come vorrei. È una tortura, aver carpito il segreto della vita e non poterlo nemmeno definire con chiarezza nella propria testa. Troppi limiti imposti.
Ma è qui che deve venir fuori la mia abilità. Devo far finta di nulla, altrimenti torneranno a prendermi. Mi hanno chiamato pazzo, mi hanno fatto assumere medicinali di ogni genere. Eppure è mio compito salvare questi ingrati.
Io sono Dio, io sono Dioniso, io
Terza notte di appostamento.
Le gambe sono diventate insensibili dal freddo ma va bene così.
Il passamontagna mi da l’impressione di un’altra pelle sul viso.
Non stacco l’occhio dal mirino.
Tra il silenziatore applicato al fucile e il casolare ci sono 500 metri scarsi.
Il Boss è lì dentro.
Il verme.
Ripenso tutto il giorno alla sua carriera criminale e sento la testa scoppiarmi.
Lo vedo uccidere, torturare, minacciare.
Un nuovo orrore, messo in pratica alla stessa velocità con cui viene pensato.
Non riesco più a dormire.
Nei miei sogni, un mondo fatto di assassini, di violenza, di innocenti mandati al macello.
Per questo sono stato fuori dal giro per un po’.
Ho avuto dei problemi.
Lo psichiatra dice che ho un sacco di rabbia repressa.
Che se continuo così dovrò abbandonare la carriera.
La “mia” carriera inizia stanotte.
Io sono la nemesi.
Il male è dietro quelle finestre buie.
Fra poco ci sarà l’irruzione.
Avrò tutto il tempo di sparargli un colpo in testa.
I Capi.
Che stupidi.
Pensano che mettendomi nelle retrovie hanno risolto il problema.
Solo perché ho pestato a sangue un “mafiosetto” poco più grande di mio nipote.
Non capiscono.
Quei balordi hanno bisogno di una lezione.
La legge ha fallito.
I processi sono una farsa.
Si dichiarano pentiti e vivono protetti e ben nutriti dallo Stato.
Idioti.
Mi mordo il labbro dalla furia.
Tutto questo deve finire.
Serve una “scrollata” e sono qui per dargliela.
Il “dopo” è un problema che non mi riguarda.
Il messaggio sarà chiaro per tutti.
Sento il segnale della Radio Trasmittente.
Sono pronti ad entrare.
Sposto il peso sul braccio destro.
La visuale è ottima.
La notte è limpida.
Scorgo quel cacasotto di Marculli avvicinarsi lentamente nella boscaglia.
La sezione Catturandi avrebbe bisogno di gente più motivata.
Non di padri di famiglia con i sensi di colpa.
Mi ha confidato che sua moglie vuole lasciarlo.
Non regge il peso del suo lavoro.
Notte. La città si spegne in un rantolo di suoni lontani.
Morte del paesaggio che sparisce dallo sguardo senile di Arthur. Sguardo triste, come il desiderio di aggrapparsi all'età dell'incoscienza per un’ultima notte.
Ma a 67 anni non si hanno più desideri ma solo voglie. Capricci infantili agitano il labile sonno sino a quando non li accontenti. Ecco perché Arthur questa sera invece di ritornare a casa dopo le solite quattro chiacchiere con gli amici al bar, si era portato in periferia dove lucciole dell'est vendono sogni a buon prezzo. Sono giovani e sorridenti, ti salutano gentili. Arthur sceglie la più carina, e la più giovane.
Insieme raggiungono un vicino motel e dopo una dozzina di drinks al bar nella hall, si ritirano in una camera tristemente arredata.
In piedi, davanti alla finestra, Arthur guarda la luna che proietta il suo corpo curvo dagli anni su una parete spoglia. Sembra un punto interrogativo: l’incerto divenire che lo tormenta più del disastroso attimo di presente. Il capriccio è passato come il lampo che è entrato dalla finestra ; adesso arriverà l'inevitabile tuono. Intorno polvere bianca aleggia nell’aria.
La ragazza, appena giunta in camera si era messa a saltellare nuda sul letto, ridendo senza motivo. Arthur sapeva che nulla di ciò che stavano facendo aveva un motivo, e partecipò all'ilarità del momento e ingoiò una compressa blu.
La ragazza ancora affannata, aprì una bustina trasparente presa dalla borsetta e ne versò il contenuto sul comodino con un gesto lineare e preciso. Con una cannuccia inspirò la polvere bianca col naso. Arthur si portò in bagno e temporeggiava sotto la doccia mentre attendeva il virile effetto della pillola. Poi, si avvolse in un asciugamano e fece la sua apparizione nella stanza da fiero imperatore romano.
La ragazza aveva smesso di ridere e di sniffare, adesso era intenta a fissare il soffitto. La sua pella perlacea sotto la luce della luna gli conferiva un'aspetto statuario
Prima di salire al quarto piano mandò un messaggio al suo amore "ho paura...", non so perchè glielo disse, forse per sentirsi protetta, e lui naturalmente non rispose.
Entrò nell'ascensore, si guardò allo specchio e non si riconobbe.
Trovò la porta dell'appartamento semiaperta, entrò dando una veloce occhiata, la casa era spaziosa, le tende svolazzavano leggermente dando un'aria di pulito, grandi tappeti erano un po' ovunque e il tutto lasciava trapelare il buon gusto del padrone di casa... Lui la chiamò e lo vide seduto sul divano bianco proprio di fronte lei.
Lui si alzo e richiuse sorridendo la porta a chiave prendendole la borsa e depositandola su una seggiola.
"Ti aspettavo, vuoi un bicchiere di vino bianco? " - "no grazie il vino bianco no"... ci mancava pure il vino bianco! Sapeva benissimo che effetto avrebbe avuto su di lei, e non doveva essere troppo arrendevole, il gioco voleva condurlo lei!
Lui senza perdere tempo la fece accomodare in camera da letto, una stanza molto spaziosa in penombra, meno male, amava la luce ma non lì con quell'uomo, preferiva una luce delicata, avrebbe reso tutto più semplice, così credeva almeno.
"Non dimentichi nulla prima?" - "Certo, i soldi sono sotto al cuscino prendili". E così lei fece senza controllare appoggiandoli sul comodino.
Lui si sedette su una poltrona osservandola attentamente, le fece i complimenti per come era vestita, per come l'aveva attirato a se semplicemente parlando, per come era stata vulnerabile a parlare delle sue debolezze, cosa a detta sua non facile da trovarsi in una donna... da un'ingenua depressa in cura voleva dire lei!
Le ordinò di fermarsi e di farsi togliere i sandali, così lei gli si avvicinò scoprendo le gambe dal vestito, dove lui senza metterci troppo infilò la mano sotto la veste fino a toccarle il pube, poi non so come qualcosa catturò lo sguardo di lei e il suo cuore cominciò a battere all'impazzata.
Improvvisamente non sentiva niente
La pasta è quasi cotta, l’ultima girata gliel’ho data mentre Ciro mi tira i capelli sulla nuca.
Ho paura a stare vicino alla cucina con Ciro in braccio, perché quella creatura è veramente agitata e ci vuole un niente che mi finisce sul fuoco.
Non come Rocco, Roccuzzo mio come mi piaceva chiamarlo.
Rocco si faceva certe dormite in braccio a me. Pure la polenta sono riuscita a fare, tre quarti d’ora a girare il mestolo di continuo, che se si forma un solo grumo chi lo deve sentire a mio marito Michele.
Ciro invece si muove sempre, ogni tanto si incapriccia e butta la testa all’indietro, e io devo tenerlo stretto se no va per terra.
Pasqualino sta seduto a tavola a fare i compiti, si prende un angolo del tavolo già apparecchiato e sposta il piatto e la tovaglia per farci stare il quaderno. Ma quando sente il campanello fa sparire tutto in fretta, prima che suo padre entri in casa.
Michele lavora all’acciaieria, fa i turni in fonderia e si stanca tanto. Di più quando fa la notte, e fa’ quasi sempre la notte perché così lo pagano di più.
Anch’io lavoro, ormai sono dieci anni che faccio la bidella alla scuola materna comunale.
Mi piace lavorare, perché mi svago e non è pesante. Le maestre mi vogliono bene, e anche i bambini mi cercano sempre.
Il lavoro pesante comincia quando torno a casa. Esco all’una e mezza, e se Michele ha fatto il primo, devo correre. Lui rientra alle due meno un quarto, e deve trovare il piatto pronto altrimenti sono guai, si arrabbia che è meglio non provarci.
Quando ha finito di mangiare si butta sul letto, perché è stanco e due orette se le deve fare.
Nel frattempo, dopo che ho lavato i piatti e messo a cuocere qualcosa per la sera, pulisco la casa e lavo per terra. I letti li faccio la mattina, mentre i bambini fanno colazione con le sorelle più grandi.
Meno male che ci sono loro; Maria, la maggiore, ha quattordici anni; ha finito le medie e le professoresse dicevano che è davvero brava, la p
ero alla deriva, immersa dentro il caos della mia pelle, l'unica cosa che vedevo erano i suoi immensi occhi blu, blu come il mare, come il cielo, come una stanza vuota. diceva di amarmi, eppure non lo notavo, diceva che ero la più bella donna sul pianeta, eppure a volte mi faceva sentire così piccola e sola. iniziava sempre con i complimenti, mentre si scolava la sua bottiglia di vino preferita, poi continuava a deridermi ed infine a picchiarmi. all'inizio mi dicevo tra me e me che erano solo lividi d'amore, ma l'amore non dovrebbe far male, ma solo bene. erano troppi questi lividi d'amore, troppo amore mi regalava e questo non andava bene, non così. allora presi la valigia, e nel cuore della notte me ne andai. ed è stato lì il momento in cui mi sentì alla deriva, immersa dentro il caos della mia pelle, non avevo ricevuto niente da questo "amore", ero stata solo un bambola di pezza che lui poteva infilzare con il coltello dell'ubriachezza. Uomini del genere, uomini che ti fanno innamorare grazie a degli enormi occhi blu, uomini così non dovrebbero essere crudeli, dovrebbero essere solo uomini, un po' dolci e un po' caparbi, non innamoratevi di uomini del genere, che vi comprano con i complimenti e vi gettano con i lividi nella pelle e nel cuore.
Nel silenzio della sua stanza Guido si guardava allo specchio. Aveva appena finito di pregare. Doveva prepararsi.
Karim vendeva il fumo. Karim aveva quattordici anni. Abitava a Porta Palazzo: uno dei quartieri più famosi di Torino, ma anche uno dei più popolari e degradati. Una volta, lì, abitavano i meridionali che si erano trasferiti nella città attirati dalle possibilità che le numerose aziende torinesi davano. Erano gli anni del miracolo economico: c'era il lavoro, c'era la speranza. Ma ora loro, i meridionali, si erano spostati almeno la maggior parte, ed era diventato un quartiere più che altro popolato da immigrati extracomunitari.
Karim abitava in quel quartiere da circa un anno. Karim adorava il mercato all'aperto di Porta Palazzo: era il più grande d'Europa. Lui adorava girare per le bancarelle in quel brulicare di voci ed etnie. Per lui quel momento era un rito sacro, quasi come la preghiera da recitare rivolto verso la Mecca. Quando c'era, il mercato Karim faceva dei furti. Non derubava gli italiani, aveva una sua etica. Pensava che siccome abitava in Italia, non era giusto derubare un italiano, era il suo modo di esprimere riconoscenza. Lui si divertiva a fregare i crucchi o gli inglesini: tanto stupidi da andare al mercato con orologi d'oro al polso e portafogli rigonfi di soldi e carte di credito. -Non è colpa mia se loro mi mettono sotto il naso, la loro ricchezza, poveri scemi-. Si divertiva proprio a immaginare le loro facce incredule nell'accorgersi, che il Dio del consumismo non li aveva protetti.
Karim, era credente, era musulmano. Non era come suo fratello più grande Ghafûr; lui diceva che l'uomo bianco doveva essere punito, Ghafûr era un estremista islamico. Almeno era quello che sosteneva. Continuava a ripetere che prima o poi, si sarebbe fatto esplodere in qualche locale sui Murazzi o in qualche centro commerciale. Avrebbe fatto una strage di cristiani. Karim invece non era così, era un ragazzino buono. Credeva in
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