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Racconti drammatici

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Storia di un libertino

Il treno è pronto per partire, mi avvicino lentamente.
Solo una borsa tra le spalle, sfuggo a uno sguardo, un controllore dai capelli bianchi, alto, occhi azzurri, poco importa.
Proseguo, respiro lento, non affannoso, equilibrato.
Non sono uno spacciatore finito, sono razionale nel mio agire, controllato, sereno.
Porto con me 2kg tra coca e anfetamine, ma non è un problema.
Dovrò fare solo una decina di km, sarei potuto andare in moto o con l'auto ma preferisco non dare punti di riferimento.
La mia metà è Ancona, parto dal nord Abruzzo.
Fa caldo, è inizio Giugno, non posso lamentarmi.
L'ipod fa girare il cervello che si riposa, prosciugato dalle sue preoccupazioni.
Una donna sui 35 è di fronte a me con suo figlio, è una di quelle che sta sempre in palestra col culo sodo, insomma niente male.
Lo rimprovera, il bambino non ha le palle, resta in silenzio.
Guardo fuori, silenzio, l'immagine si staglia nella mia mente, resta impressa.
Non rimuovo niente, muovo i miei ricordi, sono milioni, continuo a pensare ma sono arrivato.
Do uno sguardo alla donna, come si fa tra brave persone, e la saluto, lei ricambia con un tono di costrizione.
Scendo 2 fermate dopo.
Ancona mia sta aspettando, ma sono diverse ore in anticipo, troverò un occupazione.
Chiamo dei miei amici,"amici"più che altro miei compratori che abitano li, giusto per passare qualche ora.
"Aspettaci lì alla stazione saremo li tra qualche minuto"
Mi prendo un caffè, mi fumo 2 sigarette;e li vedo arrivare sulle loro belle BMW.
"Come stai?"
"Tutto bene, a te come vanno le cose?"
"Ce la caviamo, dai andiamo"
Saliamo in auto vicino a me un giovanissimo cocainomane, avrà massimo 16 anni, mi fa pena.
Proseguiamo a una discreta velocità verso una villa affacciata al mare.
Molto bella, c'è una gran quantità di figa, ma prima di uno scambio non me ne concedo mai.
"Quanto porti con te?"
"Qualche kg, niente di più"
"Ormai stai diventando uno importante"
"Non più di quello che sembr

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L'eleganza tragica del rosso tuo abito

Quel tuo rosso ed elegante vestito in quella stellata notte, mentre la chitarra intonava un motivo spagnolo, ricordò all'imperfetta mia mente le corride iberiche. Il sangue del toro frustato dalla fatica e dal pianto. Il disgusto invase il mio corpo.



A seguito del suicidio di Ada F. ( prima parte)

Il suicidio di Ada F. , di anni cinquantaquattro, fece molto scalpore. Nessuno seppe come ci fosse riuscita, ma la donna, dopo aver scalato la massicciata della Ferrovia, in un tratto isolato, protetto da alte barriere antirumore e lontano da ogni centro abitato, s' era incamminata lungo i binari, in una mattina di splendido sole. La Freccia Rossa proveniente da Roma, perfettamente in orario, si abbattè su di lei alla velocità di circa duecento chilometri orari. La frenata del treno aveva mandato scintille di fuoco visibili persino da un contadino che stava arando il suo campo con un trattore. Il lungo serpe d'acciaio s'era potuto fermare, del tutto, solo dopo alcuni chilometri, con vero terrore dei passeggeri, scaraventati gli uni addosso agli altri e con grande rovinio di bagagli. Per questo c'erano pure stati dei feriti, a bordo. I giornali riportarono che il conducente, resosi conto d'aver investito una persona, aveva avuto un collasso.

Alla lettura della disgrazia, pubblicata dalla stampa cittadina, il notaio Antonio Barberis ebbe un sobbalzo. Stava sfogliando il giornale seduto nella vecchia poltrona Frau di cuoio, nella pace del suo studio, poco prima dell'arrivo delle impiegate. Il notaio arrivava sempre con molto anticipo, sin dal mattino presto ; amava iniziare la giornata leggendo il giornale, cosa che difficilmente avrebbe potuto fare in ore più avanzate, visto il giro di telefonate e di lavoro che si accavallava nelle ore successive. Egli lesse e rilesse i particolari del fatto, davvero sconvolgente.
Alla fine, stese il foglio davanti a sé, lo passò e ripassò con le mani, quasi stesse stendendo un tovagliolo, trasse un lungo sospiro e decise di aprire la cassaforte posta alle sue spalle.

Aperto lo sportellino, egli trasse dalla piccola alcova blindata tre buste sigillate, in carta molto spessa. Tre lettere che la signora Ada F. gli aveva consegnato da circa un

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L'ultimo contratto

Un tempo schifoso.
Piove a dirotto da un pezzo ormai e sembra non voler smettere tanto presto.
L'ululare del vento fischia nelle orecchie in modo estremamente fastidioso.
C'è da sperare che tutto questo casino non si trasformi in un fottuto uragano. Non sarebbe certo una cosa fuori dal comune di questi tempi e da queste parti.
Los Angeles è una città che sembri amare la collezione di disastri naturali ed io invece sono una persona tranquilla.
Già il volo in aereo ha fatto schifo. Una prima classe da dimenticare; solo tre ore ma gli ultimi quaranta minuti sono stati davvero tremendi. Vuoti d'aria e turbolenze a non finire, per non parlare dei fulmini che ci sfioravano pericolosamente. Ed ancora più irritante era la voce del comandante che si ostinava a ripetere che tutto andava bene e le hostess con i loro sorrisi finti che erano sempre attaccate al culo dei passeggeri, chiedendo se avessero bisogno di qualcosa.
Non c'è niente da fare: volare non è proprio roba per me. Ho sempre preferito e sempre preferirò la macchina per viaggiare, anche se questa volta era necessario fare un'eccezione. I tempi erano stretti e se non fossi arrivato qui repentinamente l'uccellino avrebbe preso il volo un'altra volta; gli è riuscito piuttosto bene negli ultimi mesi, devo ammetterlo. Per essere un pensionato ha dimostrato molta più grinta di quanto tutti ci aspettassimo da lui, ma adesso la sua libera uscita è terminata. Dovrebbe rientrare a momenti.
Mi dispiace di aver bagnato la moquette, ma non potevo davvero aspettarlo fuori, rischiando di prendere una polmonite o morire affogato. Il divano è decisamente molto comodo... quello che ci voleva per rilassarsi dopo un viaggio del genere e dopo essermi inzuppato sul vialetto di casa e mentre forzavo la serratura.
Il tempo sembra scorrere più lentamente in questo soggiorno... il silenzio è rotto solo dalla pioggia che picchia contro le finestre e dal monotono ticchettio della pendola vicino alla cucina.
Verrebbe vo

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Alba pagana

Il 9 settembre 1943 iniziò con il rumore sordo dei cingoli dei carri armati tedeschi che passavano il Po sul vecchio ponte di barche.
In paese, dopo la momentanea euforia del giorno precedente, già si era installato un piccolo distaccamento della Wermacht e la bandiera con la croce uncinata sventolava sull'asta del municipio: la guerra non era per niente finita, anzi sarebbe diventata sempre più feroce e tragica, ma questo gli abitanti non potevano saperlo, anche se il naturale intuito di gente legata alla terra li aveva prudentemente fatti stare in casa.
Nelle vie non c'era anima viva e perfino i gatti se ne stavano rintanati, mentre i cani guaivano per il rombo assordante degli autocarri carichi di truppe che si avviavano al ponte di barche.
Nonostante ciò l'osteria era gremita e tutti gli avventori, nel timore di parlare, si osservavano, scrutavano le reciproche espressioni, onde avere la risposta inequivocabile su chi sarebbe stato un amico o un nemico.
Il medico condotto, fascista della prima ora, ma uomo sostanzialmente mite, decise di prendere la parola - Gente, non credo che ci verrà fatto del male, per quanto il nostro tradimento li abbia inferociti. Avete letto il proclama affisso sui muri? Non dice forse che solo le azioni ostili avranno una ritorsione pesante da parte loro? Noi ce ne stiamo buoni, facciamo gli affari nostri e vedrete che riusciremo a tirare avanti fino alla fine di questa sporca guerra.
Il Guercio sputò lo stecchino che teneva fra i denti, si alzò in piedi e, fissando il medico, prese a parlare - Lo speri o ci credi? Io ho fatto questa guerra; prima l'Albania, poi la Grecia, dove ho perso l'occhio e ho visto come si sono comportati là i tedeschi. Ho orrore perfino a pensarci: villaggi incendiati, donne violate, uomini massacrati, l'inferno in terra. E i greci non li avevano traditi.
Don Zeffirino si mise a pregare in silenzio e più d'uno si associò, perché tutti sapevano che il Guercio diceva sempre la verità, senza sm

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Olocausto della mente

Erano nascosti tra i muri, nelle fessure. Non si riuscivano a vedere, a riconoscere. Loro erano i nostri guardiani e non facevano altro che guardarci. Controllarci. La linea sottile tra realtà e finzione era infilzata sotto le unghie dei nostri piedi. La voce non poteva nulla contro la persecuzione. Noi non potevamo nulla. Tutto era nulla. Stavamo tutti in fila, senza pensare a quello che ci aspettava. Non potevamo pensare. Tutte le molecole del nostro cervelle erano intrise del loro veleno. Schizzavano impazziti pensieri tragici. Ci chiusero nella gabbia degli specchi. Il riflesso di ciò che eravamo diventati ci torturava. Non potevamo bere. Non potevamo mangiare. Iniziarono atti osceni di cannibalismo. Non eravamo più esseri, ma diavoli che si mangiavano l'un l'altro. Bestie immonde pronte a qualsiasi cosa. Avevano preso la nostra dignità e l'avevano venduta agli inferi.
Non sapevano più che farci. Tutto era stato sperimentato. Noi eravamo le cavie del loro esperimento. Noi eravamo la materia da plasmare. Noi eravamo qualcosa che serviva a loro. Ma non eravamo più qualcuno. Il progetto disperato di una nuova società era nelle loro mani. Un nuovo ordine planetario che avrebbe retto il suo potere sulla sopraffazione del razzismo genetico e mentale. Il terribile termine di un percorso iniziato anni prima, e perseguito con spietata lucidità. I cani aveano rastrellato le nostre abitazioni. Entravano nel cuore della notte con terribili esseri mutanti che splendevano talmente tanto per quanto uranio era presente nel loro organismo. Occhi che spuntavano dal corpo insieme a tentacoli viscidi e ricoperti di peli sudici. Perdevano bava tutto il tempo. Ma avevano una forza mentale incredibile. Era su quel nuovo processo di sottomissione che la dittatura mentale aveva puntato. Erano ormai lontani le leggi economiche e la disparità di classe. La rosa del sole comandava il popolo con la mente. Era un'ipnosi, una lobotomia che aveva colpito tutti gli esemplari adult

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   1 commenti     di: aleks nightmare


La fuga

Non aveva ancora compiuto quaranta anni e conosceva da molto alcool e hascisc... Pasquale aveva incominciato a fumare e bere a quindici anni, quasi per gioco, per apparire grande, per ridere e divertirsi con i suoi amici.. poi era diventata un'abitudine. Pasquale era un uomo dalla pelle scura, magro e ossuto; rideva raramente, forse perché non aveva tutti i denti. Aveva il naso grosso, reso rosso dall'alcol e tutto questo lo faceva apparire più vecchio.
Non era un mio assistito.
Lo era, invece, la sorella Vincenza, con cui viveva.
Lo avevo conosciuto durante un inverno in cui si era ammalato d'influenza e sapevo molte cose su di lui, perché la sorella, ogni volta che veniva da me, finiva col parlarmene; si vedeva che per lei era un vero cruccio.
Il problema esisteva ed era di difficile soluzione, perché lui lo negava a se stesso affermando che tutti, dopo il lavoro, si fermavano al bar per bere.
Beveva di tutto: vino, birra e super alcolici; al mattino prendeva " il caffè corretto ", come se volesse far intendere che nel caffè l'effetto dell'alcool si neutralizzasse.
Quando rientrava a casa poggiava cioccolatini e caramelle sul tavolo, quasi a dimostrare l'innocuità di quella serata con gli amici.
"Lo vedi che non ho bevuto, ho preferito prendere le caramelle per te!" diceva, ma Vincenza, ormai, lo riconosceva a distanza quando beveva: il barista era solito dare dolcetti, in mancanza di spiccioli, come resto.
Questo ormai lo sapevano tutti.
Pasquale non frequentava le donne, non guardava la tv, non leggeva i giornali, per lui esisteva solo il lavoro, le bevute con gli amici e qualche canna di sera, per sentirsi appagato, felice... felice di quella miseria interiore che, come la nebbia, non gli permetteva di vedere oltre.. di esplorare sentimenti, sensazioni ed esperienze, e di prendere coscienza che l'esistenza aveva pure altre facce.
Il suo era un mondo di apatia, solitudine e rassegnazione.
Un giorno Vincenza mi chiese di passare a trovarla,

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   3 commenti     di: antonina



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