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Racconti drammatici

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Il tiro scacciapensieri

Raggiunto il parco, si fermò a curiosare nel vano tentativo di riconoscere un viso amico. Si avvicino all'inferriata, la superò e gli si avvicinò lei, la sua eterna amica che come sempre implorava una sigaretta. Dopo l'ennesimo sbuffo gliela porse, lei la accese e lui le chiese se poteva fidarsi di lei. Inutile conoscere la risposta, sembrava scontata. Esordì quindi con un "Lo sai mantenere un segreto?". Lei annuì mentre con le dita pigiava lievemente vicino la sigaretta per far cadere la cenere di troppo. Continuò dicendo "Sono un mostro, sono venuto a conoscenza di una brutta novità e l'unico mio pensiero partorito è che non me ne interessa, un' indifferenza a dir poco abissale. Mi sento un mostro. È scomparso ed io sono qui con te a passare l'ennesima serata in questo luogo, a controllare la regolarità dell'evento, non che mi dispiaccia ma..." Lei gli si avvicinò e gli chiese maggiori spiegazioni che lui le diede. Indi gli rispose che come la notte cela i contorni rendendoli piatti e dello stesso colore, anche lui tentava di celare con le parole ciò che il suo sguardo invece ammetteva. Continuò "Non sei un mostro, sei solo un ragazzo con una spigliata sensibilità e il semplice fatto che tu stia qui a parlarne con me, ti rende onore e coerente con il tuo volto marcato da un percettibile dolore. E poi lo sai che so mantenere un segreto. Pensiamo a portare a termine il nostro impegno, nonostante le critiche che ci vengono rivolte". Il pallone cadde a pochi centimetri dalla loro postazione. Lei glielo porse, lui lo tirò con una ferocia, poi prese una penna e appuntò qualcosa su un foglio. Stava completando la sua missione con la stessa foga di sempre.

Fine terza parte

   2 commenti     di: Felice Scala


pazzo

Ho dato alla fissità del tuo sguardo significati intensi. Forse eri solo un po’ miope e guardavi il mondo sfocato in cerca di un punto nitido. La risatina che ti gorgogliava in gola come acqua argentina mi ricordava ruscelli improvvisati d’inizio primavera. Il tuo impaccio tradiva timidezza e le braccia forse troppo lunghe un ché di slogato nell’andatura.
Non ridevo ai tuoi scherzi, così pieni d’angoscia. Non potevo.
Dalla tua allampanata statura la terra doveva apparire così distante, e il cielo troppo vicino per resistergli.
In controluce vedevo spuntarti mozziconi d’ali fra le scapole, ma forse era solo il gioco del tramonto a confondere i miei occhi.
A volte pregavi, balbettando chissà cosa e a chi e se piangevi non sapevo per quale dolore: forse una farfalla impigliata in tela di ragno o forse per l’abisso che improvvisamente s’apriva ai tuoi piedi.
Odiavi le pastiglie, lo so. Uccidevano assieme al dolore, la vita.
Ti ho osservato passeggiare nel bosco, arrancare fra sterpi e accarezzare le bisce e strisciare con loro nell’erba. Non esistono per te animali immondi, non conosci ribrezzo o timore.
Ho visto in te ronzare api e frullar d’ali colorate, trasformarti in pietra granitica o in ghiaccio azzurro e poi scorrere come vino gentile nelle coppe e farti tappeto di fiori.
Misteriosa conoscenza delle cose.
Colui che non ode con l’udito, ma che avverte vibrazioni fra i capelli, colui che non risponde a parole, ma che lascia sibilare il vento tra le labbra.
Così ti ho conosciuto e perso prezioso amico.
Ho saputo che hai già subito due elettroshock da allora e un pezzo di me si è vaporizzato tra le tue lacrime.

   5 commenti     di: elena cidda


Un pomeriggio che era d'inverno

Il telefono squillò fino all'arrivo della voce meccanica della segreteria, ma il ragazzo non lasciò nessun messaggio. Un sms annunciava il posto; lì l'avrebbe attesa come sempre.
Nel pomeriggio, la luce era scarsa e la strada già buia si rompeva in ombre solide costruite dai fari delle vetture. Si girò intorno in un silenzio di voci e guardò in alto il filtro lucente della città diffuso tra le nuvole, distante e non curioso.
Aveva camminato piano per arrivare al luogo, girando intorno ad angoli di case, quasi per disperdersi in una fuga. Aveva incontrato un gatto investito da un'auto; era riverso agonizzante in una macchia di sangue. Strideva in un lamento. Un occhio era stato espulso dall'orbita e l'altro aveva ancora la forza del dolore.
Era rimasto turbato. Nell'oscurità molle aveva sentito il bisogno di piegarsi sulla strada e toccare la bestia lorda di sangue e premere con forza sulla sua carcassa d'ossa frantumate.
Una voce aveva gridato parole che divennero un suono sgraziato che lo fece scappare via imbarazzato. Aveva il sangue del gatto sulle dita e sentiva ancora il contatto con la sua pelle lacerata.
Intinse col sangue il buio della tasca, premendo sulla coscia.
Raggiunse il luogo dell'appuntamento.
Rimase poco sulla strada. Dietro il muro a secco si sentì più protetto. Quell'immagine del gatto straziato non lo abbandonava; quelle viscere distese sull'asfalto mosse dal battito del cuore gli diedero la nausea.
Lo avrebbe raccontato a Lei appena fosse arrivata per provocarne l'orrore. La immaginò con la sua espressione di dolore, come quando le faceva bruciare le guancie con i suoi schiaffi per liberare la sua mente dall'agonia del suo desiderio.
Lei arrivò ma non riusciva a vederlo, ma si sentì chiamare e segui la voce, facendosi prendere dalla sua mano viscida di liquido seminale.
Lei non sentì che il battere del suo cuore e non la nausea di morte che assaliva il suo amico, risalendo dalla punta della lingua al

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   0 commenti     di: Michele Loreto


GIULIA 3 I libri

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   10 commenti     di: luigi deluca


la donna nel cono d'ombra

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   4 commenti     di: Manuela Terzo


Concentrazione, invocare qualcosa che non può essere espresso in parole

"La lenta agonia di un fuggitivo, incapace di far chiarezza con se stesso. Il finto cuore di pietra. Le mani fredde. Sguardo perso, occhi distrutti dal tempo."

Una chiave, un filo, un nesso. Quale potrà mai essere il significato? Era in pericolo più che mai, forse una trappola, il camuffarsi sarà servito?
E che fine avevano fatto la precisione smisurata e la dedizione all'ordine in quella camera?
Breve resoconto: passato difficile, infanzia triste, carattere indomabile, quel segreto della normale diversità che gli aveva fatto perdere il senno: le cure, l'amore della sua bella amata, la crescita, la maturità, il nuovo crollo psicologico, la triste realtà di veder morire l'anima gemella, l'inganno, l'odio, la cattiveria sviscerale delle sue azioni, la fuga, la fortuna, l'incontro con persone del passato celanti parte del suo segreto, gli amici di famiglia, il ritorno di alcune vecchie azioni, paesi e lande desolate, la ricerca della verità, le paranoie che ritornano, gli indizi, il pericolo.
Dopo questo dilungarsi, si fermò. Scese dalla macchina, accese una sigaretta, cominciando a pensare a quella scritta piuttosto bizzarra, con quei codici.
Come nei più intricati rebus letterari in cui non vi era tempo necessario per spremere le meningi, anche lui faceva appiglio ai fugaci ricordi di quel breve lasso di tempo in cui la sua indole era sana e allegra.
Cosa poteva significare quella scritta, le prime tre lettere, intervallate da una dichiarazione d'amore perenne e duraturo e un codice, forse una password, una chiave d'accesso di un mondo ancora nuovo per lui.
L'unica cosa che capiva in quel momento era la F, l'iniziale del suo nome.
Risalì in macchina, percorrendo molte miglia. Non poteva permettersi di perdere così.
E il fuggitivo continuava la sua risalita.

Fine decima parte

   6 commenti     di: Felice Scala


Overdose

Lasciammo andare gli ultimi rimasugli di decenza proprio nel momento in cui Jess vomitò sul prato del parco. Fino a quel momento eravamo ancora intenti in discussioni metafisiche e allucinanti, prodotte esclusivamente da quelle droghe leggere e squallidamente affascinanti. Ma fu proprio quando Jess vomitò che la serata prese una piega diversa. Eravamo abituati, certo. Eravamo tutti abituati a quel peso dolce sulla nuca, dopo il quinto tiro di canna saggiamente rinforzato da una bevuta collettiva di vino rosso. Ma l'aria si fece velenosa, Jess continuava a biascicare bestemmie, Winona si grattava il collo appiccicoso per la lacca sui capelli, Francis masticava uno stuzzicadenti ridotto in uno stato pietoso. E io arrotolavo e srotolavo una rivista di prodotti farmaceutici. Mi era venuta in mente l'idea di aiutare Jess, tanto per riacquistare uno sprazzo di lucidità, ma quel sacco di merda si tirò su passando la manica della felpa sulla bocca. "Erv... Eravate li a guad... a guardarmi." mugugnò con una nota barcollante di biasimo, sembrava che volesse solo descriverci. Io, Winona e Francis. Avevo voglia di chiudere gli occhi e aprire la bocca, come se fossi in estasi religiosa. Avevo voglia di sentire il mondo girare silenziosamente fino a farmi salire la nausea. La panca di cemento che ci ospitava traballava appena, e potevo divertirmi a spingere con gli stivali incrostati di fango. Su. Giù. Su. Giù. Su. Vomito. Winona mi guarda apatica. "Fate una gara?" "Vahanhulo". Vomito. Era stato bello, conservare la decenza fino al punto massimo di fusione totale. L'alba ci dipinse le facce pallide ed emaciate, senza vergogna ci alzammo dalla pancaltalena. "Possiamo morire un altro giorno." sentenziò Francis. "Immagino di si." rispose Winona passandosi un dito sul collo appiccicoso. "Saremo pronti." ci stavamo solo allenando a morire.




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