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Racconti drammatici

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Fuoriuscita di intestini

E ogni volta che avrei voglia di vederti di abbracciarti forte e stritolarti fra le mie braccia fino a non farti respirare?
E ogni volta che avrei voglia di raccoglierti con due dita i capelli dietro le orecchie e baciarti il lobo morbido?
E ogni volta che mi svegliero' da solo e tu non sarai con me!?
Piano, si rischia di finire come in certe canzoni del Blasco o di Jovanotti. O peggio. Una bella croce sopra. Un cadavere nell'armadio, un fantasma. E se i fantasmi nell'armadio imparano la combinazione della serratura ed iniziano ad uscire quando piu gli aggrada? Tutto fatto di caffeina, andare al lavoro. Si dimentica l'ombrello, si dimentica i documenti, scappa il gatto dall'uscio, andare a prenderlo in cantina. Prima che la vecchia "hater" del quarto piano glielo faccia ritrovare secco stecchito avvelenato. No non fare cosi. Riprenditi!! Andare al lavoro. Certo, è una parola! Andare al lavoro con tutto il cuore che sanguina sotto la camicia, minimo bisogna indossare una camicia rosso fuoco e sperare che non si noti la macchia che si allarga sul petto. Andare al lavoro con tutti gli intestini che escono dalla ferita trasversale aperta.. bisogna continuamente rimetterseli dentro, per fortuna che non deve prendere un aereo, ad esempio, perchè gli sbirri della sicurezza aereoportuale antiterrorismo sarebbero un minimo insospettiti dal continuo armeggiare sotto il cappotto, penserebbero che nasconde un kalashnikov sotto il giubbotto e lo seccherebbero all'istante. Invece è solo una fuoriuscita intestinale, una ferita slabbrata per il lungo. Son problemi. E non immaginate la puzza poi.
E la bolletta da pagare? Ogni due mesi novanta euro di gas. Gas russo, e per fortuna che il nostro premier è un beneamato amico del dittatoriale leader ex-KGB, senò, manco avremmo il gas. Si ritornerebbe alla stufa a legna. Ma che poi non odiava i comunisti, lui!? Mah. Comunque si aprono ferite dappertutto, chiudendosi il giubbotto si accorse che pure il dito gli sanguinava. Se lo

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   1 commenti     di: Simone Suzzi


Schegge di follia

Dopo 12 interminabili rampe di scale, Chris giunse al cospetto della piccola porta di metallo che dava sulla terrazza dell'ultimo piano di uno squallido appartamento, nel centro della città. La scalata del palazzo si rivelò più ardua del previsto, aggravata sia dalla non perfetta forma fisica del quarantottenne, sia dal peso dell'"Archer Sniper Rifle" che si portava appresso, contenuto in una pratica valigetta. Col fiato corto e ancora accaldato per l'inevitabile fatica notturna, Chris spalancò faticosamente la porta arrugginita e, dopo averla saldamente bloccata dall'esterno con una catena, a passi lenti si accinse ad accorciare la distanza che lo separava dal parapetto del grattacielo, sempre imprecando contro l'architetto che aveva progettato quello stupido palazzo privo di ascensore. Il fiabesco cielo stellato che lo sovrastava sarebbe stato l'unico spettatore, il solo che avrebbe assistito a ciò che stava per accadere in quella fredda e asciutta notte di gennaio.
Le strade di quell'isolato erano ben illuminate ma semideserte. Di rado transitava una macchina giù in strada, per non parlare dei pedoni. Ne passava in media uno ogni quarto d'ora, tutti con una andatura frettolosa, impazienti di raggiungere la propria abitazione e di sfuggire alla morsa del gelo invernale.
Quando Chris raggiunse la sua postazione, accovacciandosi, estrasse il suo "Archie" dal contenitore, cominciando meticolosamente ad assemblarlo. Come in ogni analogo evento, quei piccoli e semplici gesti meccanici ripetuti ormai chissà quante volte nella sua lunga carriera di killer, portarono alla mente dell'assassino i volti delle decine di persone alla quale aveva tolto la vita, senza sapere il vero motivo, la ragione per la quale quelle stesse persone meritassero di morire. "Eseguire gli ordini" era il suo compito, solo e soltanto eseguire degli ordini, senza fare domande, senza chiedere spiegazioni od ottenere informazioni aggiuntive: da 23 anni a questa parte, Chris av

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   1 commenti     di: Gabriele Lunghi


Follia e amore

È così poco distante la follia dall'amore.
Mio padre fu accecato dalla gelosia e il suo amore si trasformò in tragedia.
Avevo sette anni quando trovai mia madre stesa a terra e piangente con il mascara che scivolava lentamente sulle sue guance bianche.
Mi avvicinai come terrorizzato ma nello stesso tempo con il bisogno di baciarle il viso.
Mi prese, mi strinse, mi abbracciò dolcemente tra le sue mani tremanti.
Mi baciò la fronte e cercò di asciugarsi le lacrime.
Non parlavo, la guardavo solamente sperando che rispondesse ai miei occhi interrogativi.
Si alzò e sorrise per rassicurarmi: "Che stupidina la tua mamma... Sono caduta... Sono scivolata come succede nei cartoni animati..."
Io cosa potevo fare se non crederle?
La mattina dopo, senza trucco, mentre facevamo colazione mi accorsi che aveva dei segni rossi e violacei intorno al collo e la sua guancia era gonfia.
Matteo, mio fratello si svegliò e si sedette vicino a me per bere il latte.
"Buon giorno! "- dissi.
"Buon giorno..."- sbadigliò- "Uffa, oggi ho il compito in classe! Compito di latino..."
"Vedrai che andrà bene..."- rispose la mamma da dietro la cucina.
"Ma mamma, non fai colazione con noi? "- domandò Matteo.
"Io ho già fatto colazione... "- sembrava che la mamma volesse nascondersi da mio fratello che si alzò e andò da lei.
"Lo ha fatto di nuovo? Lo ha fatto di nuovo quel bastardo? Ti ha picchiato, mamma? "- Matteo urlò e diede un pugno allo sportello della credenza.
"No, tesoro... No... Tuo padre non c'entra nulla..."
Allora mi alzai e a voce bassa dissi: "La mamma ha detto che ha scivolato..."
Speravo in questo modo di calmare le acque.
Matteo, più basso dei suoi compagni di classe frequentanti il primo ginnasio, diede un altro pugno allo sportello e guardò la mamma: "E tu continui a difenderlo? Ti ostini a far sembrare nostro padre un angelo? È un farabutto, mamma! È un bastardo! Ma... ma questa volta decido io per tutti noi! Ci trasferiamo tutti dalla nonna! E

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   8 commenti     di: Giorgia Spurio


La delusione

In un breve romanzo ho interpretato Santippe in chiave femminista, assumendola a metafora di tutte le donne del passato e del presente che hanno lottato per affermare, pur nella diversità, la pari dignità con l'uomo. Ho detto del presente perché io credo che l'emancipazione femminile sia
un processo avviato ma non concluso. Propongo un brano del
romanzo in cui Santippe che aveva creduto di poter costruire con Socrate un rapporto paritario, prende coscienza dell'inganno in cui è caduta. Vi invito, se volete, a discutere il tema: " La donna, oggi, ha raggiunto la pari dignità con l'uomo?"


Era già notte inoltrata. Santippe mise a posto gli indumenti che aveva appena rammendato. riprese la lampada che aveva appoggiato su uno stipo e, prima di uscire
dalla stanza, la sollevò un p' in alto per vedere meglio i figli
che dormivano nei loro letti. Un nodo di tenerezza le
addolc' la pena cupa che aveva nel petto e le inumidì gli occhi.
Uscì lentamente dalla stanza ma non aveva voglia di andare a letto. Si fermò in cucina, spalancò le imposte, si sedette
vicino al tavolo e spense la lampada. Sperava che la luce della luna che si insinuava discretamente nel piccolo ambiente le desse conforto e un po' di pace. E invece sentì
montarle dal petto un'ansia più forte: l'assalì un senso di
solitudine totale e il suo mondo quotidiano di persone e cose
sembrò perdersi in lontananze inaccessibili. Appoggiò
i gomiti sul tavolo, la testa fra le mani. Scoppiò in un pianto
di dolore e di rabbia, cercando di non singhiozzare forte per
non svegliare i figli.
Non era certo la prima volta che Socrate usciva di casa, dopo cena. Quella sera era andato ad un banchetto che
doveva essere importante se c'era, come Santippe aveva
sentito dire, anche Alcibiade. Santippe vedeva la sala illuminata. la tavola carica di cibi, di coppe, di brocche per il vino. E immaginava il crescendo delle conversazioni. l'andi-
rivieni dei servi, l'accendersi dei vo

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La malvagità

Sto per morire... lo so bene. Sto per morire! Ma prima di lasciare questo orrido mondo voglio raccontarvi una storia. La storia di un ragazzo che cercava la malvagità.
Prima di tutto mi presento, nei miei ultimi anni di vita sono sempre stato conosciuto come il vecchio saggio della montagna o perlomeno la gente mi chiamava così.
Il vecchio saggio della montagna...
Di certo l'ho sempre trovato strano essere chiamato in quel modo da quella stessa gente da cui mi sono isolato per vivere da eremita.
Quando ero più giovane ho fatto questa scelta radicale che mi ha cambiato totalmente la vita.
Non so perché l'ho fatta... forse perché ho sempre odiato le persone e la loro stupida mentalità stereotipata e il loro modo di ragionare. Sono sempre stato preso in giro per il mio modo di pensare fuori dall'ordinario. Oramai sarà quasi 60 anni che mi ritrovo in questa montagna solo con me stesso. E adesso sto per morire. Lo so... sto per morire!
Nel tempo, non so per quale motivo si è sviluppata la fama che io fossi un vecchio saggio. Non so perchè, forse avevano capito che ero saggio poiché mi ero allontanato da loro. Ma non credo sia così. Sapete come funziona no? Basta far iniziare a circolare una voce che subito dopo tutti ne parlano come se fosse un fatto certo. Da quando si è sviluppata questa voce, la gente ha incominciato dal villaggio a salire su per la montagna per chiedermi aiuto.
Per questi pezzenti sono sempre stato solo buono per dare consigli alla loro schifosa e mediocre vita.
Non mi hanno mai considerato prima che venissi qua. Si accorgono che esisto solo quando hanno bisogno di consigli per i loro futili problemi.
Ma adesso... sto per morire! Lo so... lo so bene! Lo sento, sento che la morte mi sta abbracciando.
Eheh... finalmente potrò scoprire il segreto che tutti cercano: cosa c'è dopo la morte?
Quanta gente è venuta da me per chiedermi questa stupida e banale domanda. Siccome per tutti ero il vecchio saggio, si fidavano ciecamente

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   5 commenti     di: Luigi Greco


Inferno paradise

Mi è successa una cosa buffissima Gino! Oh Mario sei semplicemente tumefatto. Ma cosa ti è succeso. Una cosa buffissima, non ti preoccupare... Ma insomma, il labbro rotto, un occhio pesto, raccontami mentre ti porto al pronto soccorso! Ma che prondo doccordo, non d'è bidogno. Ti son caduti anche due denti, lo senti come parli, sanguini di brutto. Ma dai dadciami daccondade poi andiado dode duoi. Addora, mi tono metto davanti un Bancomatte, no? Si, dovevi ritirare lo stipendio, allora?

Eh, intomma. Che ritate... Ma come, ti hanno rapinato? Hai i soldi? Sei stato a fare denuncia? Ma che tenuntia, cota vuoi tenuntiare una tciena comica? Allora, infdo la mia tetteta microthippata, fattio il codice. Ma che ore erano? Ma, le tinque di mattina. E tu fai un operazione al bancomat alle cinque di mattina? Ma sei fuori di testa? Maria ti ha lasciato uscire?
Ma Madia mi ha latiato avevo betuto troppo, ma intoma mi ascolti o no?

Mi fai venire il nervoso, cosa hai da sghignazzare, ti son rimasti solo due denti ora, stai morendo dissanguato, andiamo su... sali in macchina. Ma perchè non mi ascolti. Una roba da matti! Davanti i bancomat si è crata una fila di gente un po' fuori di testa come me. Poi uno ha cominciato a spingere, io gli ho dato una gomitata e... ma mi ascolti? Insomma ne è venuta fuori una collutazione, ma non hai sentito?
Ero sotto la tua porta di casa, vicino. Lo sportello del bancomat non era attivo.

Tutti dietro di me, come pensando che ci fosse, che scherzo. Si mi hanno poi dato un paio di cazzotti, alcuni non eran di spirito, che qui sotto c' è ancora l'insegna della banca ma il bancomat lo so, è fuori uso da mesi, e la banca non esiste più.
"Dottore come stà?" "Putroppo ha perso troppo sangue, è rimasto come con un sorriso stampato sulla faccia, si tenga forte..."

Mario è morto, non ho fatto in tempo a salvarlo, maledetta la sua voglia di prender le cose sempre sul ridere, e sul far gli scherzi alla gente, e poi Maria, chi la sente

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   1 commenti     di: Raffaele Arena


Uccidimi fratello mio

Io sono Ignazio Atenza. E tu eri Clemente Delugu.
Più che amici, più che fratelli.
Cresciuti nel podere di Tanca Cuada, in riva al mare.
Che bello andare a cavallo lungo la riva! Ti ricordi Clemente?
Le navi carboniere che passavano, ci salutavano.
E ti ricordi, quando si falciava il grano a giugno?
La sera si ballava e si cantava in casa del nonno.
Ad agosto la festa di S. Maria, e portavamo a spalla la sua statua carica di oro, in processione.
E cantavamo
- Santa Maria, mama de Deus, prega pro nos attros peccadores…-
(trad. “Santa Maria, madre di Dio, prega per noialtri peccatori”).
Guardavamo le ragazze dietro il fumo dell’incenso e loro ci guardavano, sorridendo, con la bocca nascosta dietro i lembi dei loro fazzoletti della festa. Il prete alzava la voce pregando e ci spruzzava l’acqua benedetta dall’aspersorio e tu chinavi la testa. Anche i loro padri ci guardavano, mentre arrostivano la carne di capra, all’ombra degli olivastri secolari, intorno alla chiesa bianca. Ridevano fra i baffi e ci mostravano la frusta dei loro cavalli, battendosela come niente, lentamente, sui gambali, mentre si toglievano il berretto per farsi il segno della croce.
Stavamo diventando uomini anche noi, Clemente.
Poi scoppiò la guerra.
Uomini partivano e non tornavano. Allora veniva la tristezza anche da noi. Le nostre madri ci guardavano. Noi non pensavamo. Eravamo ragazzi. Nati nel 1899.
Chiamarono anche noi. Bisognava partire e piangevamo. Tu eri più delicato e io dovevo proteggerti. Non ci piaceva quella divisa grigioverde che ci soffocava nel collo. Odiavo le urla di quei caporali.
Quando ci fecero salire sulla nave e attraversare il mare…
Poi ci separarono. Sento ancora il mio pianto che copriva il tuo.

Il Fronte. Nel Fango, nel Freddo. Filo spinato. Stai giu! Fuma il sigaro con il fuoco in bocca di notte o il cecchino ti vede! La Gavetta. Questa è Anice, bevete, bevete, che facciamo l’assalto!
Fuori! Fuori! Viva! Tà! Pùm!

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   8 commenti     di: alberto tosciri



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