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Racconti drammatici

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Storia di Nessuno che ha incontrato il Niente

Questa è una storia di poche pretese. Anzi, comincia come tante le altre: Vi una persona, un luogo e un tempo. E in questa, come in tante innumerevoli occasioni, si interrogano, si analizzano, si conoscono.
Solo una sottile ombra la differenzia dalla realtà e il noto: la situazione. La situazione in cui questi tre elementi s'intrecciano. Come un una foglia morta fuori stagione, come una persona che è nata dalla madre sbagliata, o come un segnale errato che ha scatenato una carica suicida in guerra, questa storia è sbagliata nel momento che è cominciata. L'assurdità, la coincidenza e la sfortuna si sono incontrati insieme, per caso, forse. O forse, più giustamente, per sbaglio. E adesso, un UOMO, il cui nome è insignificante, ha incontrato un LUOGO in uno spazio proibito, in un TEMPO dove mente e corpo si perdono come gocce di lacrime, disperse nell'eterne distese oceaniche di Europa. L'infinito è una luce troppo brillante per un mortale, il cervello umano troppo fragile per così tante informazioni, cosi tante immagini del nulla assoluto. Questo uomo capitò in un luogo dove l'Infinito e l'Eterno si scontrano con giochi di colori che non ci possiamo neanche immaginare, con colori che l'uomo non ha mai visto ne mai doveva farlo. Questa indifesa creatura vide, e soffrì, succube di un cervello impaurito, capace solo di rigettare l'impossibile comprensione di quelle immagini. Ma come distruggere tale ricordo? Come cancellare tale splendore? Piangevano i suoi sensi, rimbombava nel cuore l'anima.
Il povero umano tanto gridava di dolore quanto di terrore, così che le sue grida disperate furono trasportate dai venti solari, riempiendo di tenebrosi sentimenti i campi dell'ombra. Persi nel tempo, da millenni eterni. Sopravvivenza azzannò la disperazione, e la voce venne soffocata dal bisogno di riprendere fiato. Cancellare il terrore con la logica.
Ma in questo istante di silenzio, in quel secondo così caro ma perso nel diagramma del tempo, il disperato si ac

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Mazzacane - cap. IX

È tarda sera, Nino è solo in casa, sprofondato in una poltrona sorseggia del cognac. È in attesa di una visita che tarda a venire quando il silenzio nella stanza è rotto dallo scampanellio della porta d'ingresso. Si alza e va ad aprire, la persona che attendeva è arrivata. È Gibbì. Senza mostrare alcuna sorpresa Nino nota l'abbigliamento trasandato del vecchio bidello, anche l'aspetto lascia a desiderare.
"Tua nipote ti ha rintracciato"
"Non sapevo che mi cercasse, sarei venuto ugualmente domani ma passando ho visto la luce accesa"
"Entra e siediti"
"Grazie. So che sei stato in ospedale.. come sta lei?" Nino lo ferma con un gesto dicendogli..
"Non è di questo che dobbiamo parlare"
"Lo so, dobbiamo parlare di tante cose"
"Voglio delle risposte sincere.. su tutto"
"Saprai la verità.. su tutto, ma prima dimmi come sta lei"
"È più grave delle altre volte. In tanti anni non ho mai immaginato che ti stesse così a cuore"
"Non avevi alcun motivo di chiedermelo"
"Raccontami tutto"
"Sarà una lunga spiegazione"
"Ho tutto il tempo che voglio. Comincia dal principio"
"Sai com'era questa strada trent'anni fa? E questo rione? Già, tu non eri ancora nato, non puoi ricordare ciò che non hai nemmeno visto"
"So che è cambiato molto"
"Puoi ben dirlo. Questa casa esisteva solo come piano terra e faceva da stalla e abitazione di tuo nonno. Qui davanti non c'era una strada così larga ma solo uno stretto vicolo tortuoso e laggiù, in fondo all'angolo, dove oggi c'è quella officina c'era la casa dove sono nato io"
"Perché mi racconti di questo, ha qualcosa a che vedere con me?"
"Perché è da qui che tutto è iniziato, più di mezzo secolo fa"
Nino lo guarda perplesso ma non lo interrompe così Gibbì può continuare.
"Filomena è più grande di me di otto anni. Le nostre famiglie si conoscevano a fondo, non erano imparentate ma si trattavano più che familarmente. I nostri genitori avevano ben poco tempo da dedicarci impegnati com'erano a procurarsi u

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   3 commenti     di: Michele Rotunno


Concentrazione, invocare qualcosa che non può essere espresso in parole

"La lenta agonia di un fuggitivo, incapace di far chiarezza con se stesso. Il finto cuore di pietra. Le mani fredde. Sguardo perso, occhi distrutti dal tempo."

Una chiave, un filo, un nesso. Quale potrà mai essere il significato? Era in pericolo più che mai, forse una trappola, il camuffarsi sarà servito?
E che fine avevano fatto la precisione smisurata e la dedizione all'ordine in quella camera?
Breve resoconto: passato difficile, infanzia triste, carattere indomabile, quel segreto della normale diversità che gli aveva fatto perdere il senno: le cure, l'amore della sua bella amata, la crescita, la maturità, il nuovo crollo psicologico, la triste realtà di veder morire l'anima gemella, l'inganno, l'odio, la cattiveria sviscerale delle sue azioni, la fuga, la fortuna, l'incontro con persone del passato celanti parte del suo segreto, gli amici di famiglia, il ritorno di alcune vecchie azioni, paesi e lande desolate, la ricerca della verità, le paranoie che ritornano, gli indizi, il pericolo.
Dopo questo dilungarsi, si fermò. Scese dalla macchina, accese una sigaretta, cominciando a pensare a quella scritta piuttosto bizzarra, con quei codici.
Come nei più intricati rebus letterari in cui non vi era tempo necessario per spremere le meningi, anche lui faceva appiglio ai fugaci ricordi di quel breve lasso di tempo in cui la sua indole era sana e allegra.
Cosa poteva significare quella scritta, le prime tre lettere, intervallate da una dichiarazione d'amore perenne e duraturo e un codice, forse una password, una chiave d'accesso di un mondo ancora nuovo per lui.
L'unica cosa che capiva in quel momento era la F, l'iniziale del suo nome.
Risalì in macchina, percorrendo molte miglia. Non poteva permettersi di perdere così.
E il fuggitivo continuava la sua risalita.

Fine decima parte

   6 commenti     di: Felice Scala


Troverò il colpevole

"Saper comunicare" era il solenne imperativo. Tra speranze e attese il nuovo si affacciava con la pretesa di sovvertire il vecchio fatto di debiti, clientelismo e inefficienze.
E quale data si prestava al meglio per l'inaugurazione del nuovo? Qualche capoccione pensò che far coincidere il nuovo corso con l'entrante secolo e millennio potesse rimanere maggiormente impresso. Così fu deciso per il Gennaio del 2000.
Quell'anno la Chiesa celebrava il Giubileo, ma un'alba raggiante si alzava all'orizzonte pronta a sorridere agli audaci. Un artista isolato e sconosciuto inventò il motto aziendale delle tre E: Etica, Efficienza, Ecologia aziendale; da tale spunto alcuni dirigenti intuirono l'enorme pro attività del tizio e subito gli proposero un contratto di svariati milioni.
A Capo dell'agile e flessibile struttura venne scelta una persona che usava una comunicazione essenziale, senza infiorettature ma capace di compiere, al momento opportuno, delle sguaiate memorabili che nel non detto volevano dire: "fatti da parte, nullità. Qui, comando io!".
Quando un debole non possiede il carisma del ruolo che ricopre e non ha sicurezza dei propri mezzi, né è fiduciosa verso i suoi simili, l'aggressività diventa l'unico mezzo per rimediare ai propri limiti. L'intelligenza, la prudenza e l'obbiettività non sono qualità molto apprezzate dai Baroni che, invece, preferiscono i metodi sanguigni che però offrono vantaggi solo immediati.
La "Signora sto qui, perché qualcuno mi ci ha messo" aveva un'interpretazione accentratrice del proprio ruolo, al punto tale che spesso si sostituiva ai suoi diretti subalterni; scrutava con preclusione e sospetto le attività dei sottoposti, né nascondeva a questi ultimi i suoi sentimenti negativi e non da ultimo, spesso si sottraeva all'obbligo del saluto.
Sin dall'inizio della sua gestione, la filosofia di "Corvo rosso non avrai il mio scalpo" fu quella di sorvegliare il personale e di presidiare il territorio assegnat

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   3 commenti     di: Fabio Mancini


Sangue Piovano

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   0 commenti     di: Federica.


Cos'era io non lo so

Era la pioggia che batteva forte sui tetti delle case.
Era un lamento che si faceva sempre più insistente lungo corridoi senza luce dove un bambino giocava da solo.
Era la sete e la fame insieme.
Era spiga appassita, era rosa calpestata.
Era il maleodorante odore di qualche bar che ho conosciuto.
Era il suono pigro di un telefono isolato. Il vento freddo, un camino ormai spento.
Tutto questo lo ricorderò per sempre.
Ero io e gli altri insieme.
Rinchiusi in recinti di ferro senza possibilità di uscita.
All'apparenza ci sembravano d'oro ma erano in realtà erano tristi rifugi costruiti per non dover guardare il mondo in faccia.
Era qualcosa a cui non ho mai saputo dare un nome ma che conosco come fosse un mio braccio.
Tempesta ora fuori da qui.
Discordia nel cuore.



L'Odore della Pioggia

 La malconcia porta di legno si aprii e io, finalmente, fui fuori. Il vento della notte mi colpii violentemente alla faccia e mi riparai sotto la leggera maglietta del pigiama. Gli scarponi che avevo frettolosamente infilato nel buio erano gelati. Intorno a me l'aria odorava di pioggia. L'odore della pioggia, quell'odore umido che mi prendeva le narici e quello stesso odore che non avrei mai più sentito.
Qualcosa di freddo e umido mi sfiorò la mano : era il naso di Diana, il mio cane e il cane più bello mai esistito sulla terra. Le presi la testa fra le mai e le sussurrai, quasi potesse capirmi, quanto le volessi bene e che mai l'avrei lasciata sola.
Una promessa che non mantenni.
Ripresi a camminare. Con il mio cane al seguito.
Passai davanti alla porta della stalla e il rumore dei campanacci che ne proveniva dall'interno mi riempì il cuore di una felicità assoluta e provai a sentire l'amore sconfinato che provavo per tutto ciò, senza riuscirci : troppo grande. Provai ad immaginare gli animali all'interno che si muovevano e i più piccoli che bevevano il latte dalle loro mamme.
Arrivai alla piccola fontana fai da te e mi specchia per qualche secondo. Diana ne approfittò per abbeverarsi.
Proseguimmo fino a un piccolo ruscello e ascoltai il rumore monodico dell'acqua ma allo stesso tempo affascinante, un rumore che non avrei mai più sentito. Lo attraversai con l'agilità dell'abitudine.
Conoscevo quel sentiero a memoria, avrei potuto farlo ad occhi chiusi senza problemi. Ne conoscevo ogni filo d'erba, ogni sassolino. Tutte le volte che l'avevo percorso, e quella sarebbe stata l'ultima volta ma io di ciò non ne avevo alcuna coscienza.
L'odore dell'erba fresca mi arrivava dolcemente alle narici facendomi sognare. Iniziavo a rilassarmi.
Da lì a poco avrebbe piovuto, si sentiva nell'aria; l'odore della pioggia.
Finalmente giunsi alla mia meta : la cima.
Lì l'aria era molto forte e mi scompigliava i lunghissimi capelli neri. L'erba era alta lì più

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   1 commenti     di: Traumer



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