Racconto drammatico - Pagina 3
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Racconti drammatici

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La mamma di Chicco

E invece per qualcuno i giorni finirono... la mamma di Chicco morì
Ci dissero che era malata e che un giorno il suo male l'avrebbe portata via, alla morte
Un pomeriggio di un buio autunno ci chiamarono, ci dissero di andare a casa di Amedeo, li c'era anche Chicco. Entrammo nella cameretta di Amedeo su un lettino c'era seduto lui e su quello all 'angolo Chicco

Chicco aveva un fazzoletto di stoffa pieno di lacrime e altre gliene scendevano dal viso. Chicco ci guardò e ci disse : " Ragazzi tenetela da conto la mamma perchè quando muore non c'è più ".
Noi non sapevamo cosa dire, il nostro viso guardava per terra e le nostre labbra erano strette per il dolore. Non sapevamo cos'era la morte, non la conoscevamo, non sapevamo che potesse portarci via i nostri affetti senza chiedere nulla, non eravamo preparati.

La mamma di Chicco era una fata turchina, una di quelle fate dalla pelle chiara e i capelli neri, la sua voce era dolce come quella delle sirene, intorno a lei c'era un 'alone di dolcezza e i suoi modi aveva sempre un tono gentile, anche quando con difficoltà doveva sgridare Chicco. A a volte mi appropriavo della su dolcezza, quando in quei lunghi pomeriggi d'inverno Chicco mi invitava a casa sua e mia madre sembrava non tornasse mai dal lavoro. Mi gustavo quella casa fatata dalla dolcezza, quella casa dove c'era sempre una mamma a scandire il tempo con la sua premura

Non avevo mai trovato una mamma così gentile e quando Chicco la trattava male ci rimanevo male
Non riuscivo a credere che una mamma cosi premurosa potesse meritarsi un tono così cattivo

Mentre pensavo a sua madre chicco disse : " andiamo su dalla mamma " . Chicco parlò come se lei fosse viva , come se fosse a casa ad aspettarlo in un giorno qualunque. Ma io sapevo che sua madre era morta, che non c'era più . Facemmo le due rampe di scale che dividevano la casa di Amedeo da quella di Chicco, nella casa c'era tutto il palazzo, loro
mi sembravano ancora più adulti, tutti t

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   3 commenti     di: luigi granito


Il tiro scacciapensieri

Raggiunto il parco, si fermò a curiosare nel vano tentativo di riconoscere un viso amico. Si avvicino all'inferriata, la superò e gli si avvicinò lei, la sua eterna amica che come sempre implorava una sigaretta. Dopo l'ennesimo sbuffo gliela porse, lei la accese e lui le chiese se poteva fidarsi di lei. Inutile conoscere la risposta, sembrava scontata. Esordì quindi con un "Lo sai mantenere un segreto?". Lei annuì mentre con le dita pigiava lievemente vicino la sigaretta per far cadere la cenere di troppo. Continuò dicendo "Sono un mostro, sono venuto a conoscenza di una brutta novità e l'unico mio pensiero partorito è che non me ne interessa, un' indifferenza a dir poco abissale. Mi sento un mostro. È scomparso ed io sono qui con te a passare l'ennesima serata in questo luogo, a controllare la regolarità dell'evento, non che mi dispiaccia ma..." Lei gli si avvicinò e gli chiese maggiori spiegazioni che lui le diede. Indi gli rispose che come la notte cela i contorni rendendoli piatti e dello stesso colore, anche lui tentava di celare con le parole ciò che il suo sguardo invece ammetteva. Continuò "Non sei un mostro, sei solo un ragazzo con una spigliata sensibilità e il semplice fatto che tu stia qui a parlarne con me, ti rende onore e coerente con il tuo volto marcato da un percettibile dolore. E poi lo sai che so mantenere un segreto. Pensiamo a portare a termine il nostro impegno, nonostante le critiche che ci vengono rivolte". Il pallone cadde a pochi centimetri dalla loro postazione. Lei glielo porse, lui lo tirò con una ferocia, poi prese una penna e appuntò qualcosa su un foglio. Stava completando la sua missione con la stessa foga di sempre.

Fine terza parte

   2 commenti     di: Felice Scala


Una storia nella stanza buia

“Non farmi attendere oltre, per favore... fai quello per cui sei venuto. ”

Le corde stringono i polsi da parecchi minuti ed hanno sortito un tremendo effetto di doloroso indolenzimento e fastidioso formicolìo alla carne.
Ma non va meglio nemmeno alle caviglie, incrociate ed imprigionate anch’esse da robuste corregge di cuoio. Pur avendo i calzini a parziale protezione della pelle, il dolore si fa sentire bene anche in quel punto e rende difficile formulare un pensiero moderatamente impegnato. Non che ve ne sia più un gran bisogno, ormai. E certamente, non è la prima cosa che si cerca di fare quando si è ben legati ad una sedia di legno di ciliegio europeo, davvero troppo forte per sperare lontanamente che si rompa o soltanto si incrini, date le sue ottime proprietà di resistenza.
Legati ed isolati all’interno di una stanza buia... avvolti da tenebre artificiali talmente opprimenti che costituiscono una prigione ancora peggiore della prigione stessa che le contiene e che ospita anche il poveretto, colpevole di qualcosa, anche se non è dato bene saperlo, almeno per il momento.
Si possono soltanto formulare svariate ipotesi, ma probabilmente ci si avvicinerebbe soltanto alla soluzione dell’enigma e forse nemmeno.
Ma va da sé che la maggior parte delle persone che si troverebbero di fronte uno spettacolo del genere o potessero bene immaginarlo nella propria mente, proverebbero pietà incondizionata per la vittima in questione e per la sua sofferenza, che la meriti o non la meriti.
D’altronde, gli elementi sono pochi per formulare un giudizio ben preciso.
Si tratta solo di un uomo dall’aspetto insignificante, nemmeno troppo alto, decorato di abrasioni ed ecchimosi sul volto, possibile prova di un furioso pestaggio.
Potrebbe essere un pedofilo assassino caduto nelle grinfie di un genitore delle sue molte vittime, che da tempo sognava di realizzare la sua personale giustizia per il mostro che lo ha privato di tutto ciò che rappresentava la s

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Teatro di battaglie

Fui colpito con irruenza alle spalle.
Non seppi riconoscere con certezza lo strumento dell'aggressione, aveva la forza di un martello, ed era tagliente come un pugnale, era la mia fine.
Caddi a terra, cominciai a vedere solo foschia davanti a me, perdevo sangue.
Nonostante il colpo non svenni, rimasi tra la polvere, non riuscivo a muovermi, i muscoli erano stati storditi come la mia testa ed arrancavo tentando non so cosa.
La battaglia proseguiva, centinaia di uomini che si scontravano, un frastuono di lame mi stordiva l'udito.
Sapevo che mi sarebbe rimasto poco da vivere, ero stato ferito gravemente, e difficilmente sarei stato ignorato da tutti quei nemici;ero un preda facile, ormai morente.
Ad ogni respiro affannavo sempre di più, è difficile pensare i quei momenti, il dolore ti annebbia la mente, ma sai che possono essere le ultime riflessioni della vita, perciò si cerca di fare un resoconto.
Mi apparve tutto il percorso dei miei trent'anni, rimasi abbastanza soddisfatto, era stata un vita con alti e bassi, una morte gloriosa, troppi rammarichi, non serve a nulla rifletterci.
Sentivo l'odore delle erbacce, era forte, pungente, ma quella sensazione era affievolita dal vento, ma nello stesso tempo era inasprita dal sangue, esso bagnava ogni lembo di erba, uno spettacolo orrendo, carne, ossa, cadaveri insieme dipingevano questo quadro di idiozia.
Da quella posizione si poteva guardare la battaglia da un altro punto di vista, si diveniva impotenti senza una spada, e si rifletteva sulla morte, e magari se per un presunto miracolo si potesse tornare in piedi con colpiresti più nessuno perché l'hai conosciuta troppo da vicino.
Ho avuto ricchezze, ma no so fino a che punto valga la pena ricordarle, sono stato un nobile, ma anche questo mi lascia nel vuoto.
Non so se definirle cose vane, di certo, mi hanno fatto vivere bene per molti anni, ma arriva sempre un giorno nella vita in cui si perde un qualcosa, si riflette su altro e si diventa pessimisti, la v

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Overdose

Lasciammo andare gli ultimi rimasugli di decenza proprio nel momento in cui Jess vomitò sul prato del parco. Fino a quel momento eravamo ancora intenti in discussioni metafisiche e allucinanti, prodotte esclusivamente da quelle droghe leggere e squallidamente affascinanti. Ma fu proprio quando Jess vomitò che la serata prese una piega diversa. Eravamo abituati, certo. Eravamo tutti abituati a quel peso dolce sulla nuca, dopo il quinto tiro di canna saggiamente rinforzato da una bevuta collettiva di vino rosso. Ma l'aria si fece velenosa, Jess continuava a biascicare bestemmie, Winona si grattava il collo appiccicoso per la lacca sui capelli, Francis masticava uno stuzzicadenti ridotto in uno stato pietoso. E io arrotolavo e srotolavo una rivista di prodotti farmaceutici. Mi era venuta in mente l'idea di aiutare Jess, tanto per riacquistare uno sprazzo di lucidità, ma quel sacco di merda si tirò su passando la manica della felpa sulla bocca. "Erv... Eravate li a guad... a guardarmi." mugugnò con una nota barcollante di biasimo, sembrava che volesse solo descriverci. Io, Winona e Francis. Avevo voglia di chiudere gli occhi e aprire la bocca, come se fossi in estasi religiosa. Avevo voglia di sentire il mondo girare silenziosamente fino a farmi salire la nausea. La panca di cemento che ci ospitava traballava appena, e potevo divertirmi a spingere con gli stivali incrostati di fango. Su. Giù. Su. Giù. Su. Vomito. Winona mi guarda apatica. "Fate una gara?" "Vahanhulo". Vomito. Era stato bello, conservare la decenza fino al punto massimo di fusione totale. L'alba ci dipinse le facce pallide ed emaciate, senza vergogna ci alzammo dalla pancaltalena. "Possiamo morire un altro giorno." sentenziò Francis. "Immagino di si." rispose Winona passandosi un dito sul collo appiccicoso. "Saremo pronti." ci stavamo solo allenando a morire.



Vent'anni di matrimonio

Pietro torna a casa dal lavoro stanco e annoiato e rivolge un ciao svogliato alla moglie Elena, indaffarata in cucina. Il figlio diciassettenne è chiuso in camera sua a combinare chissà cosa e non si fa vivo. Pietro si cambia, accende la televisione del salotto e si spaparanza in poltrona in attesa della cena. Alto, asciutto e appena brizzolato, a quarantacinque anni è ancora un bell'uomo.
Appena è pronto in tavola si trasferisce in cucina e accende pure lì la tv, giusto in tempo per il telegiornale. Suo figlio arriva, un cenno di saluto al padre e prende posto, dalle cuffie proviene il brusio di una qualche cantante di musica pop. La consorte mette i piatti in tavola in silenzio e altrettanto in silenzio i tre mangiano.
Sono ormai al termine quando squilla il telefono. Elena va a rispondere. È un'amica con cui attacca a chiacchierare. Frattanto il figlio torna in camera, in attesa d'incontrarsi con gli amici e Pietro si rimette davanti allo schermo: la fine del tg, le previsioni del tempo, poi Affari tuoi.
Terminata la telefonata Elena dà una rapida passata ai piatti prima di infilarli nella lavastoviglie, dove è già in attesa il vasellame del pranzo. Pietro sfoglia la guida tv senza trovare nulla d'interessante. Su Rete 4 andrà però in onda Lo chiamavano Trinità. È il film più trasmesso della storia televisiva italiana, un quarto di secolo in programmazione continua, ma in fondo, perché no? Le peripezie di Terence Hill Trinità e Bud Spencer Bambino non lo stancano mai. Nel frattempo la moglie segue la telenovela preferita sull'altro apparecchio e poi si trasferisce nello studiolo, dove va on line, su facebook. Non ci si schioderà fin oltre la mezzanotte. Pietro scuote la testa, incomprensivo: come si può passare metà della propria esistenza in modo così vuoto? Quindi torna a dedicarsi all'intensa occupazione di guardare la tv.
Più tardi il ragazzo sbuca dal suo privè, pronto a uscire. Saluta distrattamente i genitori e ne riceve saluti

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   18 commenti     di: Massimo Bianco


Il compleanno di Samuele

Mi piace arrivare sempre un po' prima, fare una specie di sopralluogo, controllare che niente sia fuori posto, che niente possa darle fastidio.
Ancora oggi, dopo tutti questi anni, non riesco ad essere tranquillo mentre la aspetto, mi chiedo se è stato sempre così, o se tutto quello che è successo mi ha condizionato al punto da avere paura delle sue reazioni.
É marzo, e qui di sera fa ancora freddo, scendo per la stradina centrale, mi guardo attorno, arrivo alla piazza sul mare.
Vedo uomini oltre i vetri di un ristorante che si inventano cose da fare per ingannare il tempo, spostano sedie, raddrizzano tovaglie, si osservano sospettosi e complici. Pregano affinché questo tempo trascorra il più in fretta possibile, perché in questo momento sembra non passare mai, e l'idea è insopportabile, anche se fra un po', quando si muoveranno tra i tavoli, esausti, rimpiangeranno questa noia.
Non c'è nessuno per strada, io non esisto, sono solo uno sguardo che osserva.
Provo a fissare qualcosa, tutto scorre via, come il suo sangue. Provo a fermare un punto, un profilo, un movimento, un colore, una luce che possa fare la differenza, che nel tempo mi aiuti a distinguere questo anno dagli altri.
Il mare, è scuro, si adagia sullo scivolo su cui sono alcune barche di legno umido, inclinate di lato sulla chiglia, osservo le luci riflesse, l'odore dell'aria salata.
C'è la solita Chiesa illuminata dal basso, Lei sì, lei può, ci guarda dall'alto, sulla destra, ed io sono solo un puntino. Mi volto, le case sono vuote, senza persone, senza tempo, senza idee, le finestre sono chiuse, scorgo solo un lume acceso, oltre le tende chiare di una finestra al secondo piano. Provo ad immaginare cosa ci sia oltre, e vorrei che ci fosse calma, tranquillità, il giusto ritmo del tempo, lento, quello che io non ricordo più.
Famiglie unite e felici.
Immaginare cosa ci sia oltre, cosa c'è oltre quello che si vede, la verità non esiste, qualsiasi cosa può essere nascosta perché ni

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   3 commenti     di: dario pasquali



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