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Racconti drammatici

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GIULIA 6 Premeditazione

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   6 commenti     di: luigi deluca


Inspirazione

Questo è un mio momento d'ispirazione. Nella psicologia contemporanea si offre poca attenzione alla componente dell'"io narrante", quella vocina in terza persona che assume il potere oggettivo e spesso discutibile, della descrizione della situazione..

Non sono capace, non ce la faccio, non mi fa ridere, non ho voglia di parlare. Voglio restare qui zitto e in silenzio a non fare niente.
Insomma sei un artista! Ma di cosa stai parlando?
Non sono abbastanza allenato, insomma non sono pronto.
Ormai sei qui e non puoi tirarti indietro.
Ma no, ti prego, voglio andare a dormire un'oretta.
Ma che ti salta in mente, bevi un sorso di birra e ti riprendi. Te l'avevo detto di non fumare appena sveglio.
È un'inutile domenica mattina e questo non era il sistema giusto per restare svegli. Soffrire di narcolessia è veramente una gran paranoia. Dover trovare ogni momento della propria giornata una ragione valida per tenere gl'occhi aperti è veramente un'impresa. Le giornate trascorrono come quei tentativi di jogging falliti per non riuscire a spezzare il fiato. Ma la costanza premia. Io sono riuscito a fare jogging per tre anni senza mai riuscire a spezzare il fiato e ne ho corsa di strada; eppure è sempre andata così, alla ricerca di un ritmo vitale soddisfacente per i criteri di uno che vuole una vita tranquilla, senza troppe emozioni; uno che ha smesso di cercare di capire il perché delle cose, perché non è mestiere suo, uno di trentasei anni, insomma, uno della mia generazione. Sono nato nel 1973 e sono uno di quelli che l'aveva capito da subito che faceva parte d'una generazione di gente fottuta in partenza. Voglio correre un'ora, un'ora e mezza al giorno (compreso il riscaldamento, ovviamente), ma non ce la faccio perché ogni volta che mi viene voglia di cominciare, arriva immediatamente la domanda meccanica successiva: come faccio a smettere?
Infatti non avrebbe senso indossare le scarpe da tennis solo perché è domenica, perlustrare il circondario di una

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   6 commenti     di: Alfa Alfa


Breve parentesi di una vita, per il resto, condotta con rettitudine

A seguito di fatti che non narreremo, un uomo amareggiato dai fatti di cui non narreremo, prese una decisione che attirò la nostra attenzione al punto da farci venir voglia di raccontare quali furono - nonostante l'ammirazione che proviamo per il pensiero di Sir David Hume - le conseguenze della stessa.
Limitandoci quindi al ruolo di narratori lasciamo a chi lo è quello di protagonista.

Un uomo amareggiato, sebbene ancora giovane, decise che non avrebbe più mosso un dito per aiutare il prossimo né fatto attenzione a non ferire i sentimenti altrui.
Anzi.
Anzi avrebbe fatto del male.
Cercare, volontariamente, di far male al prossimo.
Odia il prossimo più di te stesso.
Fai agli altri soltanto ciò che non vorresti fosse fatto a te.
Aveva deciso, adesso era tranquillo e si addormentò.

Ma non è facile.
Non ci si sveglia una mattina e si cambia di colpo.
Un passo alla volta.
Scartò gli insetti. "Troppo facile", si disse. Ne aveva già uccisi centinaia senza farci caso. Serviva qualcosa con più sangue nelle vene.
"Un gatto non sarebbe male. Un gattino sarebbe un bel passo."
Poi ci pensò.
"Un passo alla volta", pensò.
La bacinella piena d'acqua, le sue mani che lo prendono, miao miao, poi pian piano - glup, glup - miaomorto.
No, meglio qualcosa di più semplice per cominciare
"Una lucertola", pensò. "Una lucertola va bene."
Così, dopo un sana colazione a base di caffè, latte e cereali, inserì la prima della sua auto, per scalare in seconda accanto ad un campo incolto dopo circa cinque chilometri e dieci minuti di semafori e clacson.
Più o meno al chilometro tre e minuto sei e mezzo si rimproverò per essersi fermato davanti a delle strisce pedonali così da permettere ad una vecchietta di attraversare la strada.
"Non va", pensò. "Se uso ancora queste piccole gentilezze dove troverò il coraggio per stringere il filo d'erba?"
Si fece coraggio e ripartì, lasciandosi la vecchietta alle spalle (vecchietta

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   1 commenti     di: Dario Ricciardo


È un non vivere, questo

È un non vivere questo, pensava.
Da tre mesi come morto dentro. Senza di lei.
Perso nei meandri dei pensieri, dei sogni, dei ragionamenti e delle congetture d'ogni tipo che gli solcavano la mente, arandola per lei.
Preparando un terreno che non verrà mai fecondato.

Il treno fischiava lontano, si avvicinava, ma era ancora perso nell'orizzonte.
In quello spazio sconfinato ai suoi pensieri ed ai suoi desideri.
Non riusciva a non pensarla, lo sguardo sempre lontano, verso est.
Verso quel grigio così triste circondato d'erba, con i contorni sfumati, quei due binari che si perdevano verso l'infinito.
Verso tutto ciò che desiderava.
E in quei momenti spiegare a sè stesso il fiume di sentimenti e pensieri che lo attraversavano, era impossibile.
Lui per primo si stupiva dell'intensità, dello spessore del suo Amore.
Giacchè altro non poteva essere, se non Amore.

"Le convinzioni, più delle menzogne, sono nemiche pericolose della verità".

Nietzsche, gli risuonava sempre nella mente.
Riportando continuamente a galla tutti gli errori che aveva commesso con Giselle.
La gelosia, la mancanza di fiducia, il rancore per tutti gli errori sbattutigli in faccia, seppur commessi a fin di bene.
Il cercare a tutti i costi di riaverla. Com'era.
Un sogno diventato umano dunque. E con le sue fattezze. Ed impossibile.
Aveva fatto e detto tutto, ed il contrario di tutto, pur di non perderla.
Ma era più forte di lui.
Quando gli sembrava di averla riconquistata, il suo carattere riusciva a farla scappare nuovamente.
Porgendole inconsapevole la sua verità, quella che lei gli sputava in faccia per ritornare a volare..
Così tante volte.

Ed ora sentiva che non sarebbe mai più tornata.

Aveva tentato con tutte le sue forze di dimenticarla, di comprimere, di ridurre con uno sforzo supremo tutto questo sogno, a niente.
Ma non gli era riuscito, non riusciva a cancellare quei suoi occhi neri. Profondi.
Non poteva lasciare quella

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Ana-fine

In quei giorni il telefono squillava continuamente, Roman si precipitava a rispondere, parlava a voce bassa, non riuscivo a capire cosa dicesse. La signora mi chiedeva se avevo notato qualcosa di strano in casa, perché il figliolo era più taciturno del solito. Un giorno, a tavola, Roman ci disse che il movimento studentesco che si riuniva clandestinamente, aveva notizie incoraggianti. Operai e giovani volevano manifestare e scendere in piazza contro il governo. "Potete venire anche voi-disse-quanti più siamo meglio è! anche tu piccolo puoi venire a gridare che hai fame!". Disse rivolgendosi a Samuel. Ci informò che la manifestazione era pacifica, che dovevamo solo urlare e cantare. Naturalmente bisognava trasferirsi in una grande città, per passare inosservati, in mezzo alla folla. Nel nostro piccolo paese, ci avrebbero subito messo in galera prima ancora di scendere per strada. La signora Alina aveva una sorella, a Timisoara, che lavorava in ospedale, faceva l'infermiera, non si vedevano da tanti anni e sarebbe stata felice di accoglierci. Bisognava predisporre tutto, organizzarsi per il viaggio in treno. Io ero desiderosa di partecipare, avrei portato il piccolo con me, era giusto? Forse si! doveva tenerlo ben stretto nella memoria, questo viaggio! Il mio pensiero ogni tanto.. però vacillava.. pensavo che sarebbe stato pericoloso portare Samuel nelle piazze a manifestare. Forse stavo già perdendo il contatto con la realtà. Sognare rende tutto più fluido, conduce in un universo imprevedibile, ignoto, come una notte senza luna nel deserto. È da ingenui pensare che tutto possa cambiare scendendo in piazza, che i tempi duri possano finire. . chissà.. l'immaginazione è come un incantesimo. Per me sarebbe bastato poco per avere una vita migliore, avevo desideri semplici, passioni e ambizioni limitate. Ora non possedevo neppure questo. Riflettevo e i dubbi si dissipavano.. cosa mi sarebbe potuto succedere? Niente! assolutamente niente, era una manifes

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   9 commenti     di: antonina


Picnic

Gio ha la fronte alta e gli occhi nerissimi leggermente vicini; con questo non voglio dire che sia brutta - sono assolutamente certo del contrario - ma la sua bellezza è di quelle che scopri poco per volta, quasi controvoglia e alla fine ne rimani catturato.
La sua camicetta azzurra la riempie davvero bene, bisogna riconoscerlo e dai mini-short bianchi le sue gambe lunghe e abbronzate agiscono sui pedali con un movimento lento e ipnotico che mi fa desiderare di rinascere sottoforma di sellino.
Mi viene da ridere e per fortuna non se ne accorge.
Pedaliamo insieme, in una domenica tiepida e luminosa, scivolando su sentieri umidi e spugnosi, all'ombra delle robinie in fiore.
Affrontiamo una leggera pendenza e Gio non frena; si preoccupa solamente di tenere premuto il cappello di paglia in testa, ma se dovesse sganciarsi il borsone dal portapacchi sarebbe un disastro.
Urla e ride, divertita per lo scampato "pericolo" e si gira verso di me, facendo una smorfia.
"Come farai a cavartela così bene con quei sandali dalla zeppa altissima? Lo sai solo tu..."
- Vedi di non perdermi di vista! - mi dice e devia improvvisamente a sinistra, in un fuoripista abbastanza impegnativo; ma grazie alle sue calzette rosse-fuoco, smarrirmi è davvero impossibile...
Dopo qualche minuto di ciclo-cross il terreno torna ad essere soffice e pianeggiante - con immensa soddisfazione del mio fondoschiena - e per un po' ci troviamo a costeggiare un ruscello striminzito dalle acque scure: un rigagnolo pigro e sottile che schiva rocce ed alberi, strisciando senza possibilità di scelta verso il proprio destino.
Gio frena di colpo e per evitarla, quasi mi ammazzo.
- Va bene qui. - dice.
Se così hai deciso...
Tolgo dal cestino un plaid più infuocato dei suoi calzini e lo stendo per terra, ad una decina di metri dalla riva del torrente.
Lascio cadere la bici e mi siedo sulla coperta; il sole filtra a malapena tra le foglie e i rami della fitta boscaglia, ma facciamo in modo di cattura

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   2 commenti     di: arrigo geroli


Perdono

Kevin arrivò al cimitero di buon ora (non erano ancora suonate le nove) e si diresse alla tomba di Dana Matthews.
Era appena cominciato l'inverno e faceva un freddo glaciale, ma le aveva promesso di andare a trovarla e mai avrebbe rinunciato a quell'impegno.

Dana era conosciuta da tutti come una criminale facente parte di una banda che mesi prima aveva sequestrato un treno con la minaccia di farlo deragliare se non ci fosse stato un grosso riscatto. Il piano fallì e i passeggeri si salvarono quasi tutti grazie all'impresa di un piccolo gruppo di essi; o almeno così dissero tutti i giornali e i notiziari, ma non era l'esatta verità.
Kevin era uno dei pochi a sapere realmente come si erano svolti i fatti; egli infatti faceva parte dei passeggeri assieme a sua moglie e alle due figlie. Fu uno degli artefici della disfatta dei criminali, ma sapeva bene che tutto ciò riuscì solo grazie all'aiuto di una sola persona.
Il suo nome era proprio Dana Matthews, la quale si era rivoltata contro i suoi stessi compagni per salvare quegli innocenti. Ci aveva rimesso la vita per farlo, ma nessuno lo sapeva. Quasi nessuno.
Kevin invece sì e sapeva anche che in un agguato dei criminali aveva portato in salvo sua moglie e le sue bambine poco prima che venissero uccise.
Alla fine era morta proprio fra le sue braccia dicendogli qualche parola tra le lacrime.
"Spero solo che... che almeno tu possa perdonarmi."

Si stupì di vedere un uomo davanti alla sua lapide e lo stesso accadde quando quest'ultimo lo vide avvicinarsi.
"Non mi dica che è qui per visitare questa tomba?" gli domandò lo straniero.
"Perché mi fa questa domanda?" replicò lui guardandolo attentamente e notando una vaga somiglianza con Dana.
"Perché finora nessuno l'ha mai visitata a parte me; è la lapide di una criminale, chi potrebbe volerla piangere.
"Allora lei è suo parente giusto?"
"Sono suo fratello," rispose questo. "Anche se dopo aver saputo del suo stile di vita non l'ho più vista ne

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