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Racconti drammatici

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Morte di un idiota

Ama guardare il tramonto. Estasi. Occhi aperti buttati là, dove l’infinito decide di colorarsi di rosso. Ama ammirarlo da quel muretto, seduto in modo scomposto, i piedi a ciondoloni. Solo. Com’è solo quell’unico punto di cielo che ha preso un riflesso quasi verdastro. Sensazioni contrastanti in quella testa enorme, coperta da molti capelli già bianchi. Felicità che perde lentamente colore, man mano che il sole va giù. Tristezza che si avvicina, che ritorna, confusa dal buio ormai vicino e dalle prime luci artificiali che cominciano ad ammiccare. Una risata dolce come l’odore di casa, una lacrima che scende nel momento in cui il sole scompare. Vanno giù insieme, ad annunciare la notte. Che renderà scuro quel mondo inscatolato da palazzi fatiscenti, quel mondo di pochi isolati che è il suo quartiere, quel mondo di cui lui fa parte, quel mondo che lo chiama “idiota”. Si alza e va verso casa, cammina come sa fare, zoppo e ciondolante. Ride quando vede un cane che piscia ad un lampione. Ride quando sente un clacson che insiste. Ride ancora davanti ad una coppia che litiga. Ride, nella sua ingenuità, cervello di bambino in un uomo di vent’anni. Non si accorge che il mondo ride di lui, al suo passaggio. Non si accorge che i ragazzi gli fanno il verso, esagerando il suo handicap in grotteschi teatrini improvvisati per strada. Non vede le ragazze, con le gonne tirate su a scoprire le gambe bellissime nelle calze di nylon.
Vivere. Per lui conta solo questo.
Ora è a casa. È seduto sul letto, la testa enorme reclinata da una parte. Sorriso dolce come una filastrocca. È gonfio di lividi. Fatti da chi gli ha regalato la vita. Lui, venuto al mondo per essere di vergogna. Si rannicchia sotto le coperte e chiude gli occhi. Si addormenta cullato dalle preghiere di sua madre, sussurrate lentamente come tenere ninnananne, e dalle bestemmie di suo padre, forti come un bicchiere di whiskey. Lo risveglierà l’alba, col suono festante dei pettirossi

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Inferno

L'uomo era a terra, il corpo impregnato dal suo stesso sangue.
Dave se ne stava in piedi a fissarlo, nella mano destra un fucile a canne.
“Dave? ”
Il ragazzo si voltò lentamente: aveva pianto.
“Cosa ci fai qui? ” chiese.
Senza perdere di vista l'arma, Giovanni rispose: “Ho visto la tua auto fuori, e ho pensato potessi essere qui. ”
Vi fu una pausa. Poi riprese a parlare.
“Ti va di raccontarmi cos'è successo? ”
Dave fece spallucce.
“Ho dovuto farlo”, continuò assumendo un tono preoccupato. “Ho dovuto. Tu mi capisci, vero? ”
“Perché non mi dici che cosa è successo? ” chiese ulteriormente evitando la domanda.
“Tu sei il mio migliore amico. Lo sei ancora, non è così? Non è che hai cambiato idea perché sono tornato vivo?! ”
Giovanni corrugò la fronte e scosse il capo.
“No, non potrei mai pensare una cosa del genere. Perché dici questo? ”
Dave serrò la mascella e deglutì nel disperato tentativo di trattenere il pianto.
“Non c'è stata persona, da quando sono tornato, che non mi abbia fatto capire quanto viscido potessi essere ai loro occhi, quando mi guardavano dall'alto in basso e io non sapevo come comportarmi... ”
Socchiuse gli occhi. Poi li riaprì.
“... o quando non mi vogliono nei locali perché credono che sia un assassino senza scrupoli... ”
Indicò il corpo a terra e gridò: “QUEST'UOMO MI HA ROVINATO LA VITA! ”
“Quello che pensa la gente non ha importanza. Sei tu quello che sa cosa ha vissuto laggiù, solo tu, e non devi rendere conto alle persone quello che sei stato in Vietnam. ”
Dave fece una strana risata. Poi divenne serio.
“Lo dici perché non sai che significa... Non sai cosa significa crescere con un padre severo, a cui non vuoi dare delusioni. Fare di tutto perché ti dia una pacca sulla spalla e sentirlo dire che è fiero di te. ”
Si fermò qualche istante per riprendere a spiegare: “Se non fosse stato per lui e per il suo fottuto pensiero che la guerra

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   8 commenti     di: Roberta P.


La bambina che scriveva lettere ai riformatori

"Gentile riformatorio di Casal Ferrino,
Vi chiedo gentilmente di non fare del male gratuito ai detenuti. Molti sono ragazzi indifesi, alcuni non meritano neanche di essere lì. Vi prego di non esercitare su di loro nessun tipo di violenza. R."

"Le lettere portano tutte lo stesso testo e la stessa iniziale, firmate R. Tutto tale e quale in tutte le lettere che alcuni riformatori di Roma hanno ricevuto."
"Il timbro postale?"
"Spedite da Castel Porziano, la ventinovesima zona del comune di Roma nell'Agro Romano, più di quindici anni fa. Le date riportano i mesi estivi dell'anno 1989."
"Solo che il serial killer agisce solo ora, per quale motivo?", domandò il direttore dell'edificio.
Il vicequestore scosse il capo.
"Non si riesce a venirne fuori. Sono settimane che io e i miei uomini stiamo dietro a questo caso. Non un nuovo indizio, o qualcosa che possa portare sulla giusta strada, niente di niente..."
"Siete stati sul posto?"
"Non ho agenti necessari."
"Andiamo bene..."
Dalia fissò il direttore e suo amico da molti anni.
"Tu sei certo che non vi sia violenza gratuita qua dentro?"
Il direttore lo fissò risentito.
"Perché me l'ho chiedi, non ti fidi? Dannazione, siamo amici da più di vent'anni e mi domandi una cosa del genere?"
"Proprio perché siamo amici te lo dico. Lo so che tu con la violenza e gli abusi non c'entri, ma le tue guardie potrebbero non essere così oneste. Il serial killer a cui stiamo dando la caccia non toppa mai", fece una pausa. "Stando alle indagini, i carcerieri uccisi brutalmente, in seguito si sono rivelati aguzzini."
Non vi fu risposta, e nella stanza calò il silenzio finché il vicequestore non parlò nuovamente.
"Ucciderà ancora", unì le mani e continuò. "Finché le sue lettere non saranno terminate."
Alle otto del mattino dopo, il vicequestore Dalia convocò nel suo ufficio, i suoi uomini più fidati.
"Come mai ci ha fatti chiamare, dottoressa?"
La donna si alzò dalla poltrona e si appoggiò al tavolo,

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   5 commenti     di: Roberta P.


Il solo colpevle (prima partre)

Tutto ebbe inizio nella maniera più semplice.
Quella mattina d'inverno, una delle tante, mattine d'inverno.
Appoggiato al mio solito palo; le sei del mattino di un freddo venerdì di dicembre.
"Brrr.. che freddo".
Il giovane uomo mi passo accanto correndo: pantaloncini, felpa e scarpette.
Disse quelle semplici parole in un modo cosi naturale.
Che peccato..
Avrebbe dovuto essere più veloce nel sollevare il suo braccio, anche se un treno in corso non si può fermare facilmente, nemmeno con un braccio ben teso.

Quelle tre parole buttate li a caso, sussurrate nel vento; sciolsero qualcosa congelato nell'io più profondo.
"Ciaaoo!" urlai ormai incapace di modulare le frequenze sonore dalla mia voce. Erano anni che non ne facevo uso.
Il giovane rallento la sua corsa girò la testa verso di me e lentamente si fermo.
"Buongiorno..", ancor prima che potesse aggiungere altro dissi "dammi del tuu; siam' amici no?".
Il giovane inclinò la testa di lato tirandola leggermente indietro, come fanno i piccioni quando ti osservano da sopra un davanzale, con quegli occhi tondi e insignificanti..
Stupore, ecco cosa apparve sul suo volto, semplice stupore quello che ti coglie quando non sei assolutamente preparato a ciò che ti accade.
Coprii la breve distanza che ci separava con quattro passi decisi, afferrai la sua mano ed il contatto con quell'appendice calda e morbida mi commosse.
Con le lacrime che già bagnavano le mie guance mi presentai: "Tanto piaacere mi chiam Rodolfo, quest' è il mio paalo, e sono s-solo quant te".
La sua mano scivolo via veloce dalle mie dita ed il freddo di dicembre si rimpossessò di loro in un lampo.
"Ehy amico... lascia perdere; fa freddo, sono stanco ed ho voglia di qualcosa di caldo. Buona giornata".
Sollevò la mani in segno di resa si girò e ricominciò a correre.
"Veroo fa freddo andiam a beere qualcosa di caldo.. buoona ideea".
Asciugai quel che rimaneva delle mie lacrime ormai vetrificate e gli anda

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   0 commenti     di: loris bassini


L'alpino nella neve

Nel corso della prima guerra mondiale si combatté molto, e duramente, anche sulle alte cime; i crinali furono contesi aspramente dai due contendenti e le difficoltà del terreno, le condizioni climatiche repentinamente mutevoli e l'alta quota determinarono perdite incalcolabili.
Sono passati tanti anni da quando il nonno mi ha lasciato ed io ero ancora bambino, ma non ho dimenticato i suoi racconti di vita, le esperienze drammatiche che lo coinvolsero in quella grande tragedia che lo videro umile alpino combattere sulle nevi eterne dell'Adamello.
Quello che mi appresto a raccontare è un episodio che al nonno, nel rammentare, provocava un'emozione così forte da riuscire a trasmetterla anche a me e che tuttora provo, per la nota dolente che lo contraddistingue.

L'anno, mi pare fosse il 1916; la guerra era già entrata nel secondo anno e le nostre speranze di una rapida vittoria erano già svanite; eravamo partiti da Mantova in otto ed ero rimasto solo io (Cavedaschi era caduto nei primi giorni, Moretti non si era più svegliato una mattina ed il freddo se l'era portato con sé; gli altri, gli altri? Sì, gli altri non mi erano sconosciuti, ma ho imparato presto che è meglio dimenticare l'amicizia per evitare la sofferenza per la perdita di un caro compagno).
Eravamo incavernati su un bastione di roccia che guardava sul ghiacciaio del Mandrone; uno spazio angusto, scavato con il piccone, vivevamo in mezzo ai nostri stessi escrementi, si mangiava ogni tanto, quando la corvé riusciva a raggiungerci; il freddo era sempre intenso e non potevi dormire più di un'ora di seguito, altrimenti ti si congelavano gli arti.
Gli austriaci erano dall'altra parte, fra le rocce fronteggianti, ad una distanza non superiore ai 200 metri, in una posizione di fatto imprendibile, perché noi avremmo dovuto uscire dalla caverna, calarci con le funi sul bordo del ghiacciaio, attraversarlo, aggirando i crepacci, e risalire il pendio per attaccare il nemico. E la stessa cosa era per

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Rosa purpurea

"Squadrone.. alt!"
Al perentorio comando i cinquantadue soldati componenti il reparto delle nuove reclute provenienti dal CAR si fermarono all'unisono e restando sull'attenti. Poco dopo, un secondo ordine ordinava loro di mettersi in posizione di riposo. Sulla ghiaia che rappresentava il piano di calpestio dello spazio antistante gli uffici del distaccamento di artiglieria contraerea il rumore degli scarponi veniva maggiormente amplificato e più di qualche birba, come già venivano scherniti dal loro sbarco dai camion, non abituata a quel particolare piano stradale sembrò comicamente sbandare provocando ancor più ilarità tra la dozzina di "veci" che bigollonavano nei dintorni pronti a inquadrare le future prede degli scherzi da bullismo a cui saranno sottoposti nell'immediato futuro.
Lo spazio in cui lo squadrone si era fermato era quello delimitato dai vari uffici del distaccamento, Fureria, Amministrazione, Sala riunione, Comando distaccamento, Comando di batteria, Magazzino, Dispensa, Cucina, ed infine OATIO, il secondo per ampiezza dopo quello delle riunioni. Era, quest'ultimo, l'anima dell'intero distaccamento, qui veniva ospitato il centro pianificatore di tutte le attività militari, esercitazioni varie, vi aveva sede il centro degli avvistatori PAO (pattuglie di avvistamento ottico) nelle varie esercitazioni, il centro NTBS (l'apparato radar di primo avvistamento aereo) ed infine quello delle trasmissioni radio.
A gestire tutte le attività dell'OATIO era un maresciallo capo, ma essendo sempre introvabile (dicasi grande imboscato) il tutto era sotto il ferreo controllo del sergente maggiore Loddu Enrico, per tutti "capo" e solo per pochi intimi Rico. Alto un metro e ottanta e con oltre novanta chili di peso, quasi tutti muscoli eccessivamente malriposti, incuteva più che rispetto un vero e proprio timore fisico convalidato da una maschera impressionante che rappresentava il volto, zigomi sporgenti e naso distorto e schiacciato erano solo alcuni dei

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GIULIA 7 L'azione

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   16 commenti     di: luigi deluca



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