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Racconti drammatici

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Space Oddity

12 maggio, 1969
Vicinanze del pianeta Giove.

"Ground control to Major Tom!"

Lugubri suoni venivano dal trasmettitore, rovinando il silenzio.

"Ground control to Major Tom!"

La voce arrivava legggermente disturbata da un brusio di sottofondo, ma le parole erano ben chiare. Nonostante ciò non ebbero risposta.

Torre di controllo, Houstin, Texas.
"Capitano McKenzie, la spia del maggiore Tom è accesa e funzionante. È stata rilevata presenza di vita nell'abitacolo, ma sono ormai ore che dallo shuttle non arrivano risposte."
"E allora mettetevi in contatto con quell'imbecille. I giornali vogliono sapere quale cazzo di squadra tifi a momenti e poi dovrà redarre un bel rapporto di tutto quel che è successo lassù senza il nostro controllo."
"Ma capitano, i nostri messaggi non ricevono risposte, probabilmente il maggiore Tom ha deciso di isolarsi."

2 marzo, 1969
Pasadina, Texas
Il maggiore Tom dell'aeronautica spaziale non aveva molto da differenziarsi rispetto ai suoi colleghi astronauti, una vita di studio per entrare ad Harvard, poi la NASA e la scalata in quegli anni per lui fu facile. Era un epoca di grandi conquiste astronomicamente parlando e lui era giovane, poco più che trentenne, il programma spaziale entusiasmava sia l'opinione pubblica che gli addetti ai lavori, si chiamava Apollo e prevedeva lo sbarco sulla luna entro un decennio dal '61.
Lui era uno dei tanti addetti alla preparazione di questo avvenimento storico, prove di collaudo e test balistici erano il suo pane quotidiano giù alla base, qualche test in sala decompressurizzata ogni tanto. Non avrebbe mai potuto pensare di poter arrivare così in là.
Stava rientrando nella propria abitazione, una villetta borghese sviluppata su di un unico piano, il che la faceva apparire molto estesa. Il giardino era ben curato dalla moglie e appena vi ci mise piede il cane gli saltò addosso, un grande labrador di razza, teneva loro compagnia da anni. Entrato in casa si tols

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   0 commenti     di: fabio


Racconti di storia americana

La Ford del 1932 era MOLTO MA MOLTO vecchia, quasi un'auto d'epoca, eppure tutti i ragazzi ne erano affascinati. Sarà stata forse la vernice nera opaca o la mancanza dei parafanghi che lasciavano scoperte le gomme, vecchie e lise con il profilo bianco, a dare l'impressione di vissuto. Probabilmente l'auto rappresentava qualcosa che, nell'immaginario collettivo, doveva aver macinato migliaia e migliaia di miglia, percorrendo in lungo e in largo gli Stati Uniti. E così era.
Robin l'aveva vista rientrando da scuola sul marciapiede davanti alla malandata saracinesca di una vecchia officina. Cosa avesse di così tanto interessante quel catorcio, neppure lui lo sapeva. Ad ogni buon conto si ripromise, non appena ne avesse avuto la possibilità, di acquistarlo. Il primo passo da fare era quello di scoprire il legittimo proprietario.
La Ford si trovava lungo la strada che portava all'emporio della piccola cittadina, in una zona dimenticata dai comuni mortali, tra vecchie case pericolanti e baracche di legno abitate perlopiù da negri dediti alle più disparate attività illecite. Nella strada accanto abitava Robin con la sua famiglia. Il padre, la madre e la sorella gestivano il fast food che si trovava all'interno del Drive-in. Insieme mandavano avanti a fatica la sorte di quel malandato e umido buco, dai muri intrisi del dolciastro odore di olio fritto, ma questo a Robin poco importava. Il suo unico pensiero era rivolto a quel piccolo spazio, a quei pochi metri di marciapiede sopra i quali sostava, da diversi giorni, lei, la sua auto. Fantasticava ormai senza sosta sui probabili viaggi e incontri che quella Ford poteva aver fatto. Più volte l'aveva immaginata, guidata da un vecchio psicopatico in Texas, lungo la mitica Route 66. Sullo sfondo della scena, appariva il Cadillac Canyon con le sue variopinte auto impiantate verticalmente nel terreno. E lei, vestita di quel nero opaco, con le gomme dalla fascia bianca con al centro la calotta cromata, sfrecciare a gran vel

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   2 commenti     di: silvia


Nessuna via d'uscita

Una lampada da notte lasciava sprigionare dal battiscopa appena una sottile lama di luce, sufficiente per vedere gli amici, Virginio e Armando, nel letto festonato di pizzo. Si chinò nella semioscurità: Arnaldo aveva la bocca leggermente aperta, con il labbro inferiore ancora bagnato di latte appena bevuto; per qualche momento li ascoltò respirare ne loro sonno profondo. Il "controllore" era nudo sotto la vestaglia di seta viola; inclinò la testa e scrutò i dormienti socchiudendo gli occhi e annusando le loro guance coperte da striminziti peli della barba.
Virginio spalancò gli occhi per mostrarsi stupito.
"Meglio dormirci sopra, "tesoro". È ancora notte fonda!", disse a voce molto assonnata. "Non rispetti neanche il nostro riposo pure in vacanza! Fai l'amore quando ti va."
Virginio lo sentì mormorare. Sentì il fruscio della coperta quando glielo stese addosso al corpo nudo. Arnaldo ritornò al terrazzo superiore dell'albergo "Intercontinental 7. 8. 4.", sito davanti la spiaggia gay di Long Beach e questo dovrebbe già bastare. Considerata una delle mete più hot dell'estate per chi ama i party anche in pieno giorno in riva al mare.
Arnaldo si sdraiò ad osservare l'aurora "americana". Egli aveva due vite separate. Non parlava mai di affari, ma qualcosa filtrava comunque nonostante la segretezza. Figlio di un facoltoso industriale siderurgico bergamasco, sapeva e teneva per sé quel che sapeva: i conti numerati in Svizzera, come li avevano tante aziende rispettabili. Ma la quantità di denaro e la facilità con cui fluiva, lo sorprendevano, anche se in casa di suo padre era stato abituato ad avere il meglio di tutto.
Dunque, figlio di benestanti; per lui futuro aziendale, completa dirigenza direzionale! Anche gli amici Virginio e Armando erano figli di importanti industriali del Nord Italia, ragazzi intelligenti, pieni di risorse (psichiche), simpatici, belli: maschietti che avevano la "pappa" sempre pronta, ragazzi parassiti di mamma

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L'esperimento

Giulio se ne stava in salotto a spiegare i fatti.
La donna si mise sulla difensiva, gli occhi le divennero lucidi al ricordo, e un nodo sembrò formarsi in gola quando disse: “Lucia si è filmata mentre moriva! Più chiaro di così. ”
Lui scosse il capo non convinto, e lei continuò.
“Vorrebbe dirmi che si è finta morta per osservare la reazione di Marco? ”
“Esattamente. Dagli scritti del suo diario emerge una verità che nemmeno lei può fingere di non vedere, e cioè che non si è mai sentita amata e nel momento in cui trova sembrare il ragazzo della sua vita, resta incredula. Ha inscenato la sua morte per vedere la reazione del suo amato. ”
Fabrizia scosse il capo smuovendo il caschetto di capelli castani.
“È assurdo! Lei era troppo innamorata per arrivare fino a questo punto. ”
“Sì, ma ha dimenticato che Lucia non ci stava con la testa... ”
In quel momento la porta si aprì senza far rumore.
“Complimenti dottore... lei è molto perspicace. ”
Entrambi si voltarono. Lucia se ne stava in piedi sulla soglia con un'arma puntata contro entrambi.
“Lucia? ” domandò Fabrizia incredula.
Mentre la ragazza avanzava verso di loro, sorrise e disse: “Fabrizia. Cosa ti prende? Sembra che tu abbia appena visto un fantasma. ”
“Tu eri morta”, disse sillabando.
“No, era solo un bluff. ”
Fabrizia si mise a piangere e tra un singhiozzo e l'altro, domandò: “Perché? ”
“Se non sbaglio te l'ha appena detto il dottorino. Nessuno mi ha mai amata... ” socchiuse gli occhi e ricordò l'affetto del fidanzato. “Tranne Marco. ”
Li riaprì, e disse: “Con lui sono stata bene, mi faceva sentire speciale. ”
“E allora perché hai inscenato il tuo suicidio? ”
Il viso di Lucia espresse ovvietà.
“Dovevo vederlo. Dovevo vedere Marco mentre si disperava perché io ero morta. Nessuno si è mai preoccupato per me. Dovevo vedere cosa si prova. ”
Fabrizia aveva gli occhi stracolmi di lacrime.
“E io, e Miche

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   9 commenti     di: Roberta P.


La notte che ho incontrato un angelo (Capitoli III e IV)

Da quando era successo l'incidente le lacrime spessissimo accompagnavano le serate solitarie che Erica passava nel suo elegante appartamento milanese, rannicchiata sul divano di fronte alla televisione che spenta o accesa che fosse non riusciva più a farle alcuna compagnia. In un solo istante la sua vita felice, piena e appagata sprofondò nel tunnel del dolore più straziante.
Uno schianto terribile, l'auto in cui viaggiava Davide fu investita da un'altra autovettura che ad un incrocio non aveva rispettato il segnale di stop, l'impatto fu tremendo e Davide morì quasi subito stritolato tra le lamiere.
Erica non riusciva a darsi pace, metabolizzare la perdita di una persona cara è sempre un processo difficile, tormentato e di grande introspezione, però se a questo si somma il senso di colpa di chi resta tale processo diventa talmente impervio da risultare praticamente impossibile da praticare.
Se non avesse insistito così tanto se avesse aspettato il suo arrivo per l'indomani, se non fosse stata così egoista... se...
Erano già passati cinque anni dalla tragedia ma il dolore era ancora così vivo e pungente e non passava giorno che Erica, nei momenti di solitudine si abbandonasse alla disperazione rifugiandosi nel pianto o indugiasse nei ricordi per lenire lo sgomento, tanto struggente che quasi la soffocava. Era talmente presente talmente reale e fisico quel dolore che a volte era certa di avere due mani forti e ossute intorno al collo che stringevano e stringevano fino a strangolarla... quante volte avrebbe voluto morire, "è tutta colpa mia... sono l'unica responsabile" si ripeteva in continuazione e desiderava lasciarsi andare a quella sofferenza, ritrovare il suo amore altrove in quel luogo indescrivibile dove desolazione, angoscia e amarezza non hanno tempo, né materia né essenza... era il 18 marzo del 2000 Erica doveva partecipare ad incontro formativo, un seminario di approfondimento sul tema "Spigolature giurisprudenziali La Voce della Cassazio

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Storia di ordinario degrado

Mia mamma la trovo che sta seduta per terra nella sua stanza. Vicino al balcone, con le spalle appoggiate al muro. Si lamenta, grida e c'ha lividi dappertutto. Ha anche le labbra spaccate. Sanguina. Piangendo mi dice Salvatore non dire niente a nessuno. E poi ripete che ha fatto una cazzata, che è stata una scema. Lo ripete in continuazione. Ha fatto una cazzata. È stata scema.

Mi chiamo Salvatore Rosano. Vado a scuola al ponte di Casanova. Faccio la prima media. Mia madre è un'operatrice socio-sanitaria. Lavora al Loreto Mare. Viviamo nel Vasto. Per chi non è di Napoli è un casino a spiegare dov'è il Vasto.
In casa stiamo solo io e lei. Mio padre ci ha appesi. Ci ha lasciati soli. Quando torno a casa da scuola sto quasi sempre io da solo. Dipende dai turni di mia madre. Nei giorni che non lavora o comunque quando torna a casa, mia madre sta sempre vicino al computer. Se l'è comprato da poco. Ha chiesto un prestito per comprarlo. Dice che tutte le infermiere e le dottoresse dell'ospedale parlano dell'importanza dei computer. Dice che è un regalo per me. Che mi servirà. Ma io non lo uso mai. Non lo so usare.

Quando sta al computer scrive. Cioè chatta. Parla con la gente. Se le vado vicino lei si gira tutta scocciata. A stento mi dà retta. Inoltre ogni volta che mi avvicino fa scomparire il quadrato dove si scrive con la gente. Lo fa scomparire verso il basso dello schermo. Una volta però ho visto che c'era lei stessa nello schermo. Come se qualcuno la riprendeva con la telecamera.

La professoressa dice che io studio troppo poco, che forse ho bisogno di essere seguito di più. Mi chiede se mia madre controlla mai i miei quaderni. Io vorrei dirle che mia madre non c'è mai e quando c'è sta sempre davanti al computer. È vero, ogni tanto cucina e fa i servizi per casa, però per la maggior parte del tempo sta vicino al computer. Vorrei dire così alla professoressa troia che non è altro ma non glielo dico. Lei minaccia che fa chiamare a casa s

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Alcide

Trovata esanime il 27 giugno 2003.
Si ricorda il padre Omar morto il 19 aprile 1943. Contribuì alla liberazione d'Italia.
Si ricorda la madre Teresa morta il 14 gennaio 1962. L'infarto la colpì davanti ai fornelli.
Si ricordano i fratelli Mario, Pietro, Adelino e Riccardo. Mario e Adelino sono morti. Rispettivamente il 22 maggio 1997 e il 3 settembre 1999.
Si ricorda la sorella Marisa. Viva e vegeta.
Si ricordano Luca e Margherita, due figli ubbidienti.
Si ricordano i nipotini Massimo, Eleonora e Lorenzo. Che Dio vi benedica.

La sua epigrafe recita: "Visse per la famiglia, morì per sè stessa".

   2 commenti     di: Danl Or



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