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Racconti drammatici

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Una storia nella stanza buia

“Non farmi attendere oltre, per favore... fai quello per cui sei venuto. ”

Le corde stringono i polsi da parecchi minuti ed hanno sortito un tremendo effetto di doloroso indolenzimento e fastidioso formicolìo alla carne.
Ma non va meglio nemmeno alle caviglie, incrociate ed imprigionate anch’esse da robuste corregge di cuoio. Pur avendo i calzini a parziale protezione della pelle, il dolore si fa sentire bene anche in quel punto e rende difficile formulare un pensiero moderatamente impegnato. Non che ve ne sia più un gran bisogno, ormai. E certamente, non è la prima cosa che si cerca di fare quando si è ben legati ad una sedia di legno di ciliegio europeo, davvero troppo forte per sperare lontanamente che si rompa o soltanto si incrini, date le sue ottime proprietà di resistenza.
Legati ed isolati all’interno di una stanza buia... avvolti da tenebre artificiali talmente opprimenti che costituiscono una prigione ancora peggiore della prigione stessa che le contiene e che ospita anche il poveretto, colpevole di qualcosa, anche se non è dato bene saperlo, almeno per il momento.
Si possono soltanto formulare svariate ipotesi, ma probabilmente ci si avvicinerebbe soltanto alla soluzione dell’enigma e forse nemmeno.
Ma va da sé che la maggior parte delle persone che si troverebbero di fronte uno spettacolo del genere o potessero bene immaginarlo nella propria mente, proverebbero pietà incondizionata per la vittima in questione e per la sua sofferenza, che la meriti o non la meriti.
D’altronde, gli elementi sono pochi per formulare un giudizio ben preciso.
Si tratta solo di un uomo dall’aspetto insignificante, nemmeno troppo alto, decorato di abrasioni ed ecchimosi sul volto, possibile prova di un furioso pestaggio.
Potrebbe essere un pedofilo assassino caduto nelle grinfie di un genitore delle sue molte vittime, che da tempo sognava di realizzare la sua personale giustizia per il mostro che lo ha privato di tutto ciò che rappresentava la s

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Ana- prima parte

Era notte.. la mia prima notte di lavoro. Dovevo farmi coraggio, da sola in un bosco. . ma perché coraggio?... non sono certo una paurosa, io non temo nessuno! mi sono corazzata nel breve arco della mia vita. Una corazza dura che avvolge il mio giovane corpo, dove nessun fendente può penetrare e se dovesse superare questo strato di carne, che riveste le mie ossa, non riuscirebbe a superare la mia anima.. ormai dura rivestita di diamante. "Ti pagherò bene.!." mi aveva detto il vecchio boscaiolo Andrei, al bar del paese. Il mio paese svettava su una grande montagna circondata da boschi fitti, nevicava per mesi, ma le case erano sempre calde, scaldate da capienti camini accesi tutto il giorno, perché la legna era l'unico bene che possedevamo. Andrei, boscaiolo da sempre, aveva una piccola baita nei suoi possedimenti, immersa in un fitto bosco di faggi , dove viveva, ormai da molti anni, tagliando legna e trattando con i compratori che venivano dai paesi vicini e anche dall'estero. Da mesi cercava qualcuno che lo sostituisse la notte, che vigilasse sul suo bene, perché voleva stare in città, a valle, vicino a sua moglie Adina, colpita da una malattia degenerativa. Andrei mi chiese di prendere il suo posto. Un lavoro adatto più ad un boscaiolo che ad una donna giovane ed inesperta. Ma. . da quando si era sparsa in paese la voce su ciò che mi era capitato un mese prima, tutti mi temevano. . Ero diventata una leggenda!. Come mai? dovete sapere che dopo l'ennesima lite con mio marito Auriel, ho avuto il coraggio di prenderlo per il colletto e dargliele di santa ragione, lasciandolo ferito e piangente nella piazza del paese, tra le risate dei presenti.. Una scena da saloon! Grazie a Dio sono una donna alta e robusta e mi sono potuta difendere! Eravamo sposati da solo un mese. . lui mi piaceva, anche se non era uno stinco di santo. . beveva, rubacchiava, piccoli furti.. niente di grave! "cosa sarà mai!-pensavo - meglio vivere con lui che stare in campagna co

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   2 commenti     di: antonina


La voliera

La contessa Matilde di Villamarina si aggirava nelle stanze in penombra.
L'autunno pigro e tardo s'annunciava a smorzare la lunga siccità con i primi scrosci temporaleschi.
L'odore della terra, dai vigneti e dagli oliveti, fradicia di pioggia, arrivava dalle persiane socchiuse col primo vento freddo che presagiva l'inverno.
La voliera, ai primi rigori, dal grande giardino, all'ombra delle palme, veniva trasportata con grande cautela da due domestici nel solarium custodito nel cuore della casa.
I canarini giallo - oro non parevano aver avvertito quel consueto trasloco, e svolazzavano e cantavano felici avvolti dalla luce opaca verdognola della grande lanterna di vetro tra papiri e piante acquatiche.
Donna Matilde aveva seguito la scena da lontano, un brivido di freddo invase il suo alto, esile corpo di austera bellezza avvolto dalla lunga vestaglia di seta color ocra.
"È la prima volta che Edoardo non assiste al rito della voliera..." pensò presa da un senso di smarrimento, di vuoto che la stordiva e la rendeva estranea alla realtà che la circondava...
Come un'automa si avvicinò ai canarini che volteggiavano in immensi voli felici, sollevò la testa per seguire meglio le imprevedibili piroette in quell'enorme voliera... tese la mano come per distoglierli dal loro volo... come in un sogno rivide Edoardo che rideva e scherzava con quegli uccelli come fossero esseri umani: "Guardali mamma, sono così belli che sembrano finti... guarda come beccano! Grazie mamma! È il regalo più bello che io abbia mai ricevuto per un compleanno... sai cosa farò, mamma? Li dipingerò in un'enorme tela e lì resteranno immortali... toccali, mamma, sembrano di seta..."
Lo diceva guardandoli con i profondi occhi azzurri, riavviandosi con una mano una bionda ciocca impertinente che ogni tanto gli calava sulla fronte.
Edoardo non festeggiava il compleanno con gli amici, preferiva starsene da solo, e sceglieva in anticipo un regalo che sognava un anno intero... quel regalo era

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   0 commenti     di: Vanna Flore


Laggiù in fondo

Da quando avevano scoperto il giacimento di antracite ed era stata avviata l'attività di estrazione tutti gli uomini del paesino avevano lavorato nella miniera, una generazione dietro l'altra, e anche ora che la vena stava inaridendosi nessuno pensava di lasciare quella pericolosa attività e di emigrare all'estero, come avevano fatto quelli della valle vicina. Il rischio era sembra incombente, la fatica ogni giorno più improba, ma il legame con la propria terra, con le origini era più forte di qualsiasi considerazione.
Anche Fasulin, benché avesse solo 14 anni, ogni giorno scendeva nel pozzo a sudare, a respirar polvere di carbone per 12 ore, perché così aveva fatto suo padre, e prima ancora suo nonno, e perché la fame era sempre tanta. Aveva cominciato a 10 anni, quando ancora le mani avevano quella morbidezza e quel colorito roseo dell'età, e ora si erano già indurite e nelle unghie si annidava il nero del carbone, così tenace che nemmeno a lavarle con la spazzola veniva via.
Era stato il bisogno a farlo scendere in miniera, ma in lui c'era anche una vocazione, nata nelle lunghe sere d'inverno intorno al focolare, quando il nonno e gli altri vecchi raccontavano le storie del mondo sotterraneo. Lui se ne stava ad ascoltare per ore, gli occhi sgranati, quasi rapito da quelle vicende di elfi, di folletti che animavano le buie gallerie del sottosuolo. E anche se alla fine dicevano che non era vero, ma solo una favola, lui stava zitto, mentre i suoi occhi vedevano profondi cunicoli animati da lucine volteggianti, da omini verdi che cantavano canzoncine allegre e melodiose.
Quando, in uno dei tanti incidenti, gli venne a mancare il babbo e la sera si ritrovò di colpo solo con il nonno da tempo inabile e con la mamma, stravolta dal dolore e da una vita di stenti, fu giocoforza proporsi di andare a lavorare giù in miniera. Lo presero subito, visto che se rendeva la metà di un adulto, però lo pagavano un quarto del salario, una miseria appena suffi

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L'Urlo di Munch

Sono le diciotto e trenta e finalmente in casa sono solo. I figli, uccelli di bosco, moglie e suocera, una volta tanto fuori casa insieme, forse per qualche visita, magari ci restano fino a tardi. Non so che fare, la tv trasmette ovunque repliche già abbondantemente replicate. I mondiali sono ormai al loro epilogo e prima di sabato non vi sono partite, Mettermi a leggere qualche libro, non ne ho voglia così come dedicarmi all'enigmistica a schema libero, la mia preferita.
Accendo il pc ma non ho molta voglia di starci, comunque faccio un salto su facebook. Che noia! Non c'è un amico in linea, nemmeno i miei cugini all'estero. Quello che sta in Francia è partito per le vacanze, quelli della California a quest'ora probabilmente dormono ancora. Intanto vado sul sito della mia radio preferita (monacensis), dove ascolto le ultime note di un concerto per cornamuse, una specie di musica celtica. Nel frattempo ha inizio un altro brano di musica religiosa con tanto di coro.
Ritento su facebook, potrei mandare dei poke a qualche amico che immagino sta sul sito ma desisto, so che li disturberei, fanno parte della tribù che passa il tempo su farmville, il passatempo per me più inconcepibile, e non aggiungo altro sperando di non urtare la suscettibilità di alcuno.
Nel frattempo la musica si sta facendo tambureggiante. Le note penetrano nel cervello coinvolgendomi in un'atmosfera irreale.
Qualcosa di positivo, in tutti i sensi, la potrei fare come scrivere un racconto su poesie e racconti. Per la verità qualche idea già da qualche giorno che mi sta frullando in testa ma non è ancora giunta a maturazione, è ancora un frutto acerbo, necessita di ulteriore maturazione. Allora che faccio?
Ecco, improvvisamente la soluzione! Stamattina mia figlia mi ha chiesto cosa sapessi del Grido, un famoso quadro. Le ho risposto di non saperne nulla sebbene il nome mi dicesse qualcosa, ma non riuscivo a collegarlo a nulla di preciso. Ora posso benissimo documentarmi. Non ci vuole

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   7 commenti     di: Michele Rotunno


Plenilunio

Sicura che lo avrebbe trovato sveglio, lo raggiunse penetrando nella stanza e nei suoi pensieri, con una luce metallica.
Profonde occhiaie segnavano il suo viso; i folti capelli castani scompigliati da notti insonni contribuivano al suo aspetto trasandato, sofferente Si teneva la testa tra le mani, fumando una sigaretta dopo l'altra, quasi senza interruzione. Seduto su una sedia in cucina, con i gomiti appoggiati al tavolo guardava la luce della luna. Oltre la grande finestra c'era il cortile. Ancora una luna piena: era tornata e rischiarava le sue notti. Poteva distinguere le forme più grandi: gli alberelli di limone assetati, con le foglie avvizzite e le altre piante morenti per la mancanza d'acqua e di cure. Le erbacce crescevano ormai in ogni spazio con l'invadenza e la forza della natura che da una parte dà e dall'altra prende, apparentemente senza una logica accettabile. Aveva perso quindici chili in sei mesi, la cintura era ormai troppo lunga ed era costretto a rivoltarla su se stessa all'estremità. Gli occhi gonfi e incavati puntavano lo sguardo nel vuoto oppure seguivano le traiettorie capricciose del fumo. Lo osservava uscire dalla sua bocca e disegnare linee immaginarie, come strade impercorribili su cui lasciarsi scivolare prima di sparire. Forse stava vaneggiando ma non gli importava. Ancora quella maledetta luna: erano passati sei mesi, come sei secondi o come l'eternità. La sua bocca socchiusa, come una ferita non rimarginata, compiva piccoli movimenti. Parole accennate, impercettibilmente uscite dal suo intimo e sfuggite scivolando dalle labbra all'ingiù. Si perdevano nell'infinita solitudine, sparendo insieme al fumo. "Dai facciamo un giro, voglio andare al mare e fare il bagno di notte", gli aveva detto. "é da tanto che non lo facciamo", aveva insistito, "Voglio tuffarmi e rimanere in acqua con la luce della luna". Lo aveva convinto. Avevano preso la moto e una coperta.
Contagiati dalla stessa febbre, impregnati dei loro odori, entusiasti

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La curva del risveglio

La figura dei centauri venne spesso associata all'idea di gimcane rischiose e folli velocità, ma le leggende che li "proclamarono" come degli esagitati dell'asfalto erano per lo più fastidiose...
Alle Coste di Sant'Eusebio, lungo la Statale 237 della Valle Sabbia che conduce al lago d'Idro, v'era una curva pericolosa, definita dai valsabbini la "curva del risveglio"; in effetti, per numerose volte era stata teatro di tragedie ma anche incidenti non ferali. La fallace curva "portò" un totale di tredici centauri in ospedale; proprio in quella curva a 90° i motociclisti praticavano prodigiose frenate per sfizio o dimostrazione della loro abilità, spesso con il rimbalzare del mezzo.
Si era di un pomeriggio di giugno. La bella e affascinante Margherita Gilberti, in arte "Lilì, la tigresse", porno star per locali di lap dance, si recò a un bar-ristorante della medesima Valle per l'inaugurazione della nuova gestione familiare. Sulla porta, la locandina annunciava chiaro: dalle ore 16. 00 alle 19. 00 si organizzava per un "aperitivo dalle forti emozioni": cocktail e stuzzichini serviti in mezzo alla seminuda e scatenata "Lilì".
L'ora d'inizio apertura era una sorta di miracolo; uomini, ragazzi appena maggiorenni e donne con un pizzico di eccentricità, si godevano seduti al bancone i loro "Betty Page", "Magnetic Girls" o "Woman in Red", aperitivi dai nomi strambi ma tutti rigorosamente analcolici, preparati da due avvenenti barman che cercavano d'interpretare il gusto della clientela. A servir essa ci pensava "Lilì" che danzava sul bancone che fungeva da pista. Lei, grazia divina, ancheggiava e agitava il corpo al ritmo della disco music, vestita solo di minuscolo tanga. I seni siliconati, gonfi da capogiro, erano "addolciti" da stelline che coprivano le mammelle. Un servizio pulito, uno spettacolo in cui prevaleva il sorriso e la provocazione sempre pacata, elegante, ma senza eccessi.
A fine esibizione, la bella "Lilì, la tigresse" venne ricompen

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