I fatti e i personaggi narrati in quest'opera sono frutto di fantasia e non hanno nessuna relazione con persone o fatti realmente accaduti.
Chi lo avrebbe mai detto che nella mia vita mi sarei ritrovata ad esser l'altra. Proprio io che avevo sempre disprezzato tutti coloro che si intrufolavano nelle coppie altrui rovinando matrimoni stabili, mi ritrovavo a ricoprire quel ruolo?
Un ruolo che accettavo di cattivo grado, fingendo di dover far finta di nulla quando lo vedevo assieme a sua moglie, far quasi finta di non conoscerlo per non far capire a nessuno, ma la sola sua presenza mi faceva scoppiare il cuore in petto. Lottavo contro la mia passione e il senso di colpa verso quella donna che lo amava allo stesso modo in cui lo amavo io e lo desideravo. Ogni volta che li incontravo mi sentivo sempre più schiacciata nel vedere il viso di lei raggiante e felice per essere accanto all'uomo che ha giurato di amare, per tutto il resto della sua vita. Che ingenua sia io che lei
All'epoca in cui lo conobbi non sapevo che fosse sposato o quanto meno avesse una doppia vita. Ricordo che quando mi chiese di andare a prendere un caffè, il primo caffè, dopo il lavoro, ero al settimo cielo perché questo invito arrivava dopo settimane di sguardi maliziosi e battute dai doppi sensi che mi facevano vibrare tutta.
Non perse tempo a palesarmi le sue intenzioni mentre sorseggiavamo la bevanda seduti comodamente al tavolino del locale. Non mi sembrava possibile essere così sfacciati e diretti in queste cose, ma lui mi mostrò che tutto era possibile e sempre in quell'occasione passammo la notte assieme. Da lì in poi il rapporto si consolidò, e giorno dopo giorno, mese dopo mesi, ci ritrovammo a festeggiare il primo anno di relazione. Questo evento però mi regalò un dono amaro. Era un sabato e non lavoravamo e fissammo di vederci la sera. Per festeggiare e per l'occasione decisi di preparare una cenata con i fiocchi e andai al supermercato che si trovava nel centro com
Nevica. I fiocchi cadono dal cielo, soffici e silenziosi, e si adagiano sul terreno polveroso. La gente in strada si ferma un attimo ad osservare quel miracolo candido. Un bambino tira il braccio della sua mamma e grida felice, tuffandosi in mezzo alla neve. Sembra anche a me di essere tornata bambina.
Quando ero piccola, arrivato l’inverno, mio padre ritirava le reti dal mare e si prendeva una piccola vacanza, l’unica di tutto l’anno. La mia era sempre stata una famiglia povera: mio padre pescava crostacei che rivendeva ad una catena di ristoranti, mia madre lavorava per un imprenditore che produceva kimono. Il nostro unico lusso erano i dieci giorni di vacanza che miei genitori si prendevano all’inizio di dicembre, per portarci in visita da mia zia, a Sapporo sull’isola di Hokkaido. Hokkaido in giapponese significa “via per il mare settentrionale” ed è così che il resto della nazione la considera, una via di passaggio. È un’isola fredda e poco sviluppata, che d’inverno scompare sotto una spessa coltre di neve candida. Quella neve era la gioia più grande mia e di mia sorella.
Ci svegliavamo la mattina fresche come fiori di ciliegio e la zia ci lasciava bere un po’ di sakè, la bevanda tradizionale giapponese, utilissima quando si ha freddo perchè il sakè è ottenuto dalla fermentazione del riso e quindi è alcolico. Ci coprivamo come potevamo ed uscivamo fuori a rotolarci nella neve. Le nostre mattine passavano così: giocando con gli altri bambini del quartiere. A volte innalzavamo muri altissimi come barricate, ci dividevamo in due eserciti e giocavamo a colpire gli avversari difendendoci dietro i nostri muri. Sono passati tanti anni. Troppi.
- “Harumi, Harumi... Hai visto? Nevica... ”
Sento la voce squillante di mia zia, ancora prima di vedere il suo profilo fiero aprire la porta della mia camera. Sorride, proprio come una bambina, proprio come allora. Solo che adesso, quando sorride, ai lati dei suoi occhi ed intorno alle sue l
Venne risvegliato dal cigolio della porta che si stava richiudendo. Faticò a riconnettersi con la realtà, con quella realtà.
Si era addormentato appoggiando la testa sul tavolo. Un bicchiere di vodka ben stretto nella mano.
Poco più avanti, seduto ad un altro tavolo uno squallido individuo stava palpando il nudo deretano di una prostituta. Tutto intorno a lui un'umanità eterogenea era impegnata a dimenticare che il mondo si era dimenticato di lei. Risate si alternavano a gemiti soffocati e versi gutturali, tremori a sobbalzi e ammiccamenti, nel folle tentativo di esorcizzare i propri fallimenti esistenziali. Volti disfatti dall'alcol e dalle droghe, corpi seminudi, effluvi di umori che lasciavano nell'aria l'odore acre e pungente del sesso rubato.
La scena, offuscata dal denso fumo che galleggiava nell'aria oltreché da quello prodotto nella sua mente dalla vodka di cui aveva abbondantemente abusato, gli ricordò in maniera inquietante un'incisione della Divina Commedia ad opera del Dorè di cui aveva una riproduzione a casa.
Svuotò il bicchiere che teneva in mano emettendo un verso di evidente disgusto, poi si recò al banco dove il barista era affaccendato con due clienti alle prese con una sbornia.
- L'ultimo, Mario. -
- Meglio di no, Giorgio. Per questa sera basta così. Vuoi ridurti come loro?-
Il barista accennò in direzione dei due ubriachi che stavano dando in escandescenze a poca distanza, insultando lui e la sua famiglia in tutti i modi possibili ed immaginabili. Giorgio diede uno sguardo a quei due.
- Magari riuscissi ad ubriacarmi in quel modo, almeno potrei dirti quello che penso della tua schifosa vodka e di questo bordello!-
- Va' a casa, Giorgio! -
Gettò due banconote sul bancone e si avviò lentamente verso l'uscita. Sull'asfalto larghe chiazze d'acqua testimoniavano il passaggio di un forte temporale. Tirò su il bavero della giacca e s'incamminò. Fatti pochi passi, vide dietro delle auto parcheggiate una ragazza giovanissima
Cristina se ne stava seduta in camera sua, al buio, fissando quell’unico raggio di luce che entrava dalla persiana vecchia. Era difficile capire perché non voleva vedere nessuno. Voleva rimanere sola, senza dover per forza sorridere ad un mondo nel quale non si sentiva a suo agio.
No, stava bene solo sola. Non si poteva fidare di nessuno.
Se ne poteva rimanere dei giorni interi al buio a riflettere, ad inventarsi una vita che non aveva, perdendo la cognizione del tempo, senza sapere se era notte o giorno. Senza volerlo sapere.
Si mosse nella sedia per sistemarsi nell’angolo buio.
Aveva paura.
Paura della violenza. Già, come quella che aveva subito da Lui. Niente era peggiore del ricordo di quel sorriso gelido nella notte.
Cristina camminava da sola per una stradina secondaria, vicino a casa sua. Era da poco uscita dal lavoro, quella sera avevano finito maledettamente tardi, erano le due e mezza. Sospirò, fare la cameriera non era per lei. Appena avesse trovato un posto migliore avrebbe lasciato perdere il ristorante.
Era così stanca che quasi non si rese conto di essere arrivata a casa. Cercò le chiavi in borsa, poi aprì la porta, non vedendo l’ora di andare a letto.
Entrò nel salotto senza accendere la luce, lasciando la giacca e la borsa nel divano alla cieca, era meglio cercare di far notare il meno possibile la sua presenza. Non voleva che Lui si svegliasse e la vedesse tornare così tardi, non era lo stesso quando si arrabbiava.
Alzò lo sguardo e vide due iridi brillare nel buio. La colpì un tuffo al cuore, Lui era rimasto sveglio ad aspettarla.
Sembrava un vampiro maligno in cerca della sua preda, mimetizzato nel buio, immobile.
- Perché hai fatto così tardi?- disse, autoritario. Sembrava calmo, ma nella domanda c’era qualcosa che stonava, quella calma era troppo tesa.
- Sai, c’era la cena di un matrimonio, il lavoro era tanto… duecentotrenta persone- la sua voce era flebile, un sussurro, risuonava quasi come una scusa.
Sicura che lo avrebbe trovato sveglio, lo raggiunse penetrando nella stanza e nei suoi pensieri, con una luce metallica.
Profonde occhiaie segnavano il suo viso; i folti capelli castani scompigliati da notti insonni contribuivano al suo aspetto trasandato, sofferente Si teneva la testa tra le mani, fumando una sigaretta dopo l'altra, quasi senza interruzione. Seduto su una sedia in cucina, con i gomiti appoggiati al tavolo guardava la luce della luna. Oltre la grande finestra c'era il cortile. Ancora una luna piena: era tornata e rischiarava le sue notti. Poteva distinguere le forme più grandi: gli alberelli di limone assetati, con le foglie avvizzite e le altre piante morenti per la mancanza d'acqua e di cure. Le erbacce crescevano ormai in ogni spazio con l'invadenza e la forza della natura che da una parte dà e dall'altra prende, apparentemente senza una logica accettabile. Aveva perso quindici chili in sei mesi, la cintura era ormai troppo lunga ed era costretto a rivoltarla su se stessa all'estremità. Gli occhi gonfi e incavati puntavano lo sguardo nel vuoto oppure seguivano le traiettorie capricciose del fumo. Lo osservava uscire dalla sua bocca e disegnare linee immaginarie, come strade impercorribili su cui lasciarsi scivolare prima di sparire. Forse stava vaneggiando ma non gli importava. Ancora quella maledetta luna: erano passati sei mesi, come sei secondi o come l'eternità. La sua bocca socchiusa, come una ferita non rimarginata, compiva piccoli movimenti. Parole accennate, impercettibilmente uscite dal suo intimo e sfuggite scivolando dalle labbra all'ingiù. Si perdevano nell'infinita solitudine, sparendo insieme al fumo. "Dai facciamo un giro, voglio andare al mare e fare il bagno di notte", gli aveva detto. "é da tanto che non lo facciamo", aveva insistito, "Voglio tuffarmi e rimanere in acqua con la luce della luna". Lo aveva convinto. Avevano preso la moto e una coperta.
Contagiati dalla stessa febbre, impregnati dei loro odori, entusiasti
Nei giorni successivi, per fortuna di Nino, non vi sono altri omaggi. Egli, comunque, continua il suo lavoro di lettura che lo impegna ormai ogni pomeriggio. Dopo i documenti datati passa agli altri. Sempre più spesso s'imbatte in quella "M" puntata e nelle citazioni di quella strana località "la Scannatora". L'unica cosa chiara è che in quel posto vengono prese, dai tre personaggi noti più il fantomatico M. le vere decisioni circa gli atti amministrativi comunali. Riunioni di partito, Giunte e Consigli comunali sono semplici messinscene per dare una parvenza di legalità al loro operato. Sempre più frequentemente Nino si chiede chi sia quell'M. tanto importante, quasi quanto Mazzacane stesso. Una mattina, in biblioteca, Gibbì gli chiede come va il lavoro ed egli risponde laconico "procede" al che lo attacca risentito.
"Ehi, non ti ho fatto niente, ti ho solo chie.."
"So già dove vuoi andare a parare"
"Santa pazienza come sei intrattabile! Avevi detto che appena organizzato.."
"Gibbì, non ho voglia di discutere. Il lavoro procede come deve. Tutto qua"
"Mi sembri attaccato con gli spilli"
"Ma no, niente di personale, stavo solo sovrappensiero. Tutto qua"
"È lecito chiederti cosa t'impensierisce... amico?"
"Ma sì, in fin dei conti potresti anche essermi d'aiuto. Sai cos'è la Scannatora?"
"Perché? Dove l'hai trovata scritta?" chiede guardingo Gibbì.
"Ecco vedi? Per questo che sto sulle mie. Ti offri di aiutarmi, ti faccio una richiesta e tu? Tu mi fai delle domande. Bell'aiuto che mi dai!"
"Non lo so, potrebbe voler dire tante cose.."
"Credo sia una località"
"Non ho mai sentito che ci sia una contrada con questo nome, almeno nel nostro paese"
"E sennò dove, in America, forse?"
Il dialogo tra i due viene interrotto dall'ingresso di un giovane, rimasto a loro insaputa a origliare dietro la porta socchiusa. È Alfredo Volpicella, coetaneo di Nino e figlio di don Ferdinando. Appena entrato si rivolge a Nino in tono ironico.
"Buongiorno a d
Un gruppo di amici era andato di buon mattino a casa di Socrate
per accompagnarlo in tribunale. Santippe era uscita poco dopo e,
lentamente, si era avviata per la stessa strada. Quando arrivò
davanti al tribunale c'erano già parecchi gruppi di persone che
parlavano animatamente dell'evento che aveva scosso la città.
Santippe si informò se il processo fosse iniziato. Le dissero che
i giudici erano già arrivati e che Socrate e Meleto erano ai loro
posti. Appena finito il sacrificio, iniziato da poco, il presidente
degli Eliasti avrebbe dato inizio al processo.
Santippe si avvicinò ad un gruppo di donne, come a cercarvi un
un punto d'appoggio. Sentiva un cerchio alla testa e un vuoto nello
stomaco che le dava un senso di nausea. Dai discorsi delle donne
capì che erano ostili a Socrate. Parlavano di giovani, di quanti
nuovi pericoli ci fossero per loro, nel tempo presente, di quanta
malvagia abilità fossero stati capaci vecchi senza scrupoli, per
portarli sulla strda della dissolutezza e della disobbedienza.
"Non c'è più rispetto né per la famiglia, né per le leggi, né per
gli dei" - diceva una di loro. Le altre annuivano e si davano
sulla voce per raccontare episodi a dimostrazione di quanto fosse
vero il traviamento della gioventù. Santippe si allontano e si avviò
verso un gruppo di giovani, sperando di sentire un altro genere di
commenti. I giovani erano eccitatissimi. Esprimevano discordi giudizi
sui motivi delle accuse contro Socrate ma tutti concordavano sulla
innocenza del filosofo. "Anito è uno strumento di Trasibulo. - diceva
uno - Come può pensare che gli ateniesi prendano sul serio le sue
ridicole accuse? In realtà, attraverso Anito, Trasibulo vuole mettere
a tacere Socrate giudicato troppo progressista per la sua democrazia
di facciata". "Ma che dici - controbatteva un altro - Trasibulo,
secondo me considera Socrate un nemico della democrazia e lo
ritiene in qualche modo coinvolto con il regime oligarchico-arist
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