Racconto drammatico - Pagina 4
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Racconti drammatici

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Gocce di piombo

Dannazione.
Ma perchè deve sempre succedere a me?
"Pensaci tu, Froster".
Il bastardo non è capace di dire altro.
Bella roba essere commissario. Mi sa che un giorno o l'altro mi prendo anch'io una laurea, così da poter finalmente smettere di dipendere da Mulliver.
Anche il cielo di New York ha pena per me, a quanto pare. Un pianto fitto, senza tregua; lacrime calde provienti da neri occhi di nubi. La fabbrica abbandonata che ho davanti non potrebbe apparire meglio che con un tempo come questo. Il sole non dovrebbe toccare certi incubi partoriti dalla mano dell'uomo. Una massa grigia, rovinata, decrepita.
Morta.
E nelle viscere abominevoli di questo cadavere della rivoluzione industriale un piccolo verme sopravvive, nascondendosi dai predatori del mondo esterno. Come me. Un tossico tanto giovane quanto imbecille, che ha rovinato la propria vita e quella altrui con il suo vizio maledetto. La sua ultima bravata è stata aggredire un povero fallito che gestiva un negozietto per prendergli i quattro soldi della cassa. Ma io mi dico, se non sei miliardario come anche solo pensi di poterti drogare? Comunque, un imbecille con una pistola non diventa Lupin; alla prima, goffa, reazione del commerciante è partito il colpo, che per fortuna di entrambi si è infranto nella laida gamba. Jimmy poi si è rintanato come il ratto che è in questo bel rudere davanti a me.
Prenderlo e sbatterlo in cella sarebbe il lavoro per una squadra, ma a New York ne abbiamo troppi di problemi per sprecare poliziotti così. E come Mulliver ben sa, per certe faccende io solo sono più che sufficiente.
Pochi metri mi separano dall'entrata dell'edificio. La porta non c'è più da chissà quanto, il varco rettangolare è grande abbastanza da sembrare una dantesca porta di questo inferno urbano. Chissà se Jimmy avrà lasciato ogni speranza, dopo essere entrato.
Varco la soglia con passo lento a calcolato, accompagnato dal cigolio della suola di gomma dei miei stivali. Il mio impermeabi

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   0 commenti     di: Andrea Bocca


L'età della ragione

La vecchiaia è il compimento della vita, l'ultimo atto della commedia (Cicerone)
* * *
Il sorriso dell'infermiera annulla per un attimo la puzza di piscio che contraddistingue i cronicari per vecchi. Non è cattivo odore, è molto peggio. Un fetore che sa di morte. I pavimenti lucidi, le pareti bianchissime, la formica dei tavoli che brilla non fanno che accrescere il contrasto. Una tortura crudele che nemmeno l'affetto e la gentilezza riescono a mitigare. L'attesa del nulla, una dimensione sospesa dove c'è posto solo per la sofferenza.
Nessuno può davvero dire di conoscere quello che si prova se non ci è passato. Chi entra e esce non può immaginare, non può sapere. Solo la speranza che tutto finisca presto ti aiuta a sopportare. Eppure anche lì, convenzioni e meccanismi resistono stoicamente. Intorno al tavolo del salotto il posto d'onore spetta alla cariatide più carismatica. La sedia a rotelle non sconfigge la vanità: un filo di rossetto, una patina rossastra che invece di nascondere le rughe ottiene l'effetto contrario. Qualcuno apprezza o fa finta. Una botta di vita.
Filippo evita di farsi coinvolgere, all'inizio per non sembrare scostante aveva giocato a tombola, ascoltato l'animatrice leggere articoli di giornale. Il film: decine di sguardi vuoti puntati sullo schermo. Si era sentito soffocare. Soltanto le lunghe passeggiate nel parco riuscivano a dargli qualche sollievo.
Spesso si chiedeva quanto può essere crudele la vita ma subito abbandonava quel pensiero, troppa la vergogna per non aver mai notato prima queste tragedie. Quando ti senti invulnerabile guardi con fastidio tutto ciò che può scalfire le tue certezze.
E adesso perché gli altri dovrebbero tenderti una mano? Lo spettacolo deve continuare...
Lisetta si avvicina, gli porge un pacchetto e un bacio sulla guancia. Il calore di quelle labbra per un attimo lo riportano a una dimensione dimenticata. Una annotazione sull'age

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   6 commenti     di: Ivan Bui


Il marionettista

Un'ombra silenziosa nella notte tende i fili, sorride sadico mentre le sue marionette consapevoli danzano.
Marionette dallo sguardo vitreo danzano nella notte, marionette dai sorrisi spenti danzano nel silenzio, marionette il cui trucco cola sulle gote pallide danzano in una flebile fiamma di speranza.
Un'ombra sadica nella notte tende i fili, sorride silenzioso mentre le sue marionette ignare vivono.
Marionette dallo sguardo acceso danzano nella notte, marionette dai sorrisi falsi danzano nei locali, marionette dal trucco perfetto danzano nella luce accecante della loro ipocrisia.
Un'ombra innocente nella notte tende i fili, sorride tristemente mentre le sue marionette tristi si trascinano.
Marionette dallo sguardo rassegnato danzano nella loro immobilità, marionette dal sorriso estinto danzano nella loro rassegnazione, marionette il cui trucco cola insieme a lacrime silenziose danzano con la morte.
L'ombra che tende i fili ride, giocoso aiutante d'inganni, l'ombra che tende i fili ride triste osservando fino a che punto si è spinto per far capire alla gente la verità, invano.
Il marionettista nascosto nell'ombra della notte, silenzioso, implacabile tende i fili di nuovo e ignare e consapevoli marionette danzano sul palmo della sua mano.



L'inizio della nuova era

Formica Formica, abitante in uno dei formichieri di periferia, della nazione di Formitalina accese la televisione. Aveva un televisore in bianco e nero, che i colori loro non li vedono mica. All'ora della cena, sintonizzato sul telgiornale, la notizia clamorosa. È caduto il governo Ferluschini!. Formica saltò dalla sedia per la felicità. Una notizia così non se l'aspettava davvero. Si era tempo che si parlava di una crisi legato al governo, il cui primo formica capo governo era rinomato per saper cantare, dire le barzellette, incontrare un sacco di grande belle formiche femmine. Ma questo Ferluschini era un tipo intraprendente, senza peli sullo stomaco. Aveva una ricchezza pari a quella del ventiduesimo paese delle formiche del mondo. Lui dopo il paese di Formigam, come P. I. L. Lui da solo ricco come una nazione ricca, che molti suoi connazionali non avevano nemmeno una mollica da mangiare, tante ne mangiava lui e i suoi amici. Formica chiamò a rapporto tutta la famiglia. Cari miei, ascoltate la televisione! Gridò ! Ferluschini non c'e' più!. Il formichino piccino disse: lo hanno rapito? Formica piangendo gli allungo una carezza con l'antenna destra. Ascolta Gino. Mamma Formica era cupa in volto, era dalla mattina che non parlavano altro alla radio, alla televisione, al computer, sui giornali, della fine del governo Ferluschini. Era stufa. E poi qalcosa gli faceva intuire che la situazione non era così semplice. Venivano razionate le molliche, i formicai di lavoro erano stati chiusi, e il lavoro nero, era tutto in mano alle formiche nere. Che la famiglia Formica era invece del tipo color terra. Le formiche rosse poi stranamente avevano accolto il nuovo primo ministro Formiconti, con grande entusiasmo, pur di non avere Ferluschini tra le balle, che poi, ci litigavano di giorno, e ci si divertivano di notte.

Insomma, mamma Formica, per non rovinare la gioia momentanea del marito, che aveva preso sul groppone dalla gioia Formichinina, la più piccina, si

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   2 commenti     di: Raffaele Arena


Due ragazzi morti nel parco conclusione

I nostri lettori ricorderanno il triste caso di Alfredo e Ornella, i ragazzi che continueremo a chiamare con nomi di fantasia, perché dopo gli accertamenti dovuti, l’attuale titolare delle indagini il Dott Bardi, ha concluso che la lettera pervenuta nella nostra redazione, a oggi 30 giorni fa, è stata effettivamente manoscritta dalle due giovani vittime.
Abbiamo richiesto (seppur non obbligati, se non dalla nostra etica) l’autorizzazione alla pubblicazione, anche alle famiglie dei ragazzi, ed ottenutola, pubblichiamo qui di seguito il manoscritto in questione:

Ciao xxxx( il nome del destinatario è stato omesso perché trattasi di minore, amico dei giovani scomparsi, al quale gli stessi hanno spedito questa lettera) se ci stai leggendo, allora vuol dire che non ci hai visti a scuola, magari da qualche giorno, vuol dire che non ci hai visti, col gruppo degli amici, sul motorino, ai bastioni; vuol dire che non ci hai visti e non ci vedrai più.
Vuol dire che ce ne siamo andati, per sempre, fuori dal mondo, via da questa noia, via da questa puzza.
Sai, xxxx, quando ho visto Ornella, la prima volta, l’anno scorso, e lei, guardandomi negli occhi, ha sorriso, facendomi capire che era la donna della mia vita, non credevo fosse possibile tanto amore, tanta felicità, tanta dolce complicità.
Almeno fino a quando…no, non ho la forza di continuare, lascio che a farlo sia Ornella. Addio xxxx.
Ciao xxxx, lo capisco sai, Alfredo non trova il coraggio di dirti una cosa terribile, io stessa per accettarlo c’ho messo mesi. È accaduto a Natale, avevo invitato Alfredo a casa mia, sai che mi ci ero segretamente fidanzata, e con l’occasione di una festa, mi piaceva fargli vedere la mia stanza, fargli conoscere i miei, insomma, introdurlo pian piano in famiglia.
Ricordo come fosse oggi, mio padre, sbiancare in volto come un morto, mentre stringendogli la mano, lo accoglieva in casa nostra; lì per lì non ci feci caso, poi però la mattina dopo, alzatami prest

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   9 commenti     di: luigi deluca


L'Odore della Pioggia

 La malconcia porta di legno si aprii e io, finalmente, fui fuori. Il vento della notte mi colpii violentemente alla faccia e mi riparai sotto la leggera maglietta del pigiama. Gli scarponi che avevo frettolosamente infilato nel buio erano gelati. Intorno a me l'aria odorava di pioggia. L'odore della pioggia, quell'odore umido che mi prendeva le narici e quello stesso odore che non avrei mai più sentito.
Qualcosa di freddo e umido mi sfiorò la mano : era il naso di Diana, il mio cane e il cane più bello mai esistito sulla terra. Le presi la testa fra le mai e le sussurrai, quasi potesse capirmi, quanto le volessi bene e che mai l'avrei lasciata sola.
Una promessa che non mantenni.
Ripresi a camminare. Con il mio cane al seguito.
Passai davanti alla porta della stalla e il rumore dei campanacci che ne proveniva dall'interno mi riempì il cuore di una felicità assoluta e provai a sentire l'amore sconfinato che provavo per tutto ciò, senza riuscirci : troppo grande. Provai ad immaginare gli animali all'interno che si muovevano e i più piccoli che bevevano il latte dalle loro mamme.
Arrivai alla piccola fontana fai da te e mi specchia per qualche secondo. Diana ne approfittò per abbeverarsi.
Proseguimmo fino a un piccolo ruscello e ascoltai il rumore monodico dell'acqua ma allo stesso tempo affascinante, un rumore che non avrei mai più sentito. Lo attraversai con l'agilità dell'abitudine.
Conoscevo quel sentiero a memoria, avrei potuto farlo ad occhi chiusi senza problemi. Ne conoscevo ogni filo d'erba, ogni sassolino. Tutte le volte che l'avevo percorso, e quella sarebbe stata l'ultima volta ma io di ciò non ne avevo alcuna coscienza.
L'odore dell'erba fresca mi arrivava dolcemente alle narici facendomi sognare. Iniziavo a rilassarmi.
Da lì a poco avrebbe piovuto, si sentiva nell'aria; l'odore della pioggia.
Finalmente giunsi alla mia meta : la cima.
Lì l'aria era molto forte e mi scompigliava i lunghissimi capelli neri. L'erba era alta lì più

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   1 commenti     di: Traumer


Cites

2006

L'uomo guardò nervosamente l'indicatore del carburante, la riserva cominciava a lampeggiare sempre più frequentemente, guardò le indicazioni sui cartelli autostradali per cercare un distributore, ve ne era uno a tre chilometri, si tranquillizzò e ridusse progressivamente la velocità: il vecchio Land Rover rifiatò un poco, il motore divenne meno rumoroso, abbassò un poco il finestrino dalla parte della guida e si accese una sigaretta. Come sempre quando si concedeva quel vizio, s'immerse nei suoi pensieri e per poco non sbagliò l'entrata: s'immise nella corsia di decelerazione a velocità elevata, frenò bruscamente; parcheggiata proprio all'entrata dell'area di servizio sostava una volante della Polstrada, non era proprio il caso di attirare l'attenzione, visto il suo prezioso carico. Il benzinaio guardò con curiosità il vetusto Land Rover e il suo strano guidatore: la barba bionda incolta, i lunghi capelli color sabbia trattenuti da una coda di cavallo, l'abbronzatura molto accentuata, gli occhi grigio acciaio con l'espressione dura e determinata, la camicia kaki tipo sahariana.
"Facciamo il pieno, dottore?"
"Sì, certo, e guardi l'acqua e l'olio"
"Subito, ci sarebbero anche le spazzole del tergicristallo da cambiare, le rigano il parabrezza".
"No, va bene così" rispose asciutto: non sopportava quelle piccole furbizie tipiche da italiano. Scese dall'auto, si sgranchì le lunghe gambe, il ginocchio convalescente gli dava molto fastidio, prese un analgesico dal blister che teneva nel taschino della camicia, e lo inghiottì senz'acqua. La volante gli passò davanti a velocità limitata, fece un leggero cenno di saluto all'agente toccandosi la fronte, e si girò verso la carreggiata, fingendo di guardare le auto in transito. In vari anni di quell'attività aveva sviluppato un certo sesto senso e una conoscenza del modus operandi delle forze dell'ordine, ed era sempre riuscito ad evitare comportamenti sospetti. Il tonfo sommesso del cofano della s

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   2 commenti     di: luca del bue



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