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Racconti drammatici

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Fulmini & Saette S. p. A.

Immerso nel silenzio della sua cameretta in affitto, Iperbaldo era seduto allo scrittoio: con gli occhi chiusi, e le dita già allungate sui tasti della sua fedelissima, si trovava proprio in quel momento magico in cui l'idea in testa era già bell'e formata, e di lì a qualche istante si sarebbe trasferita, fluida, alle mani, perché la fissassero per sempre sul candore di un foglio nuovo.
Se ti è mai capitato di trovarti in una situazione simile, sai bene quanto quell'equilibrio sia fragile, delicato e fugace: comprenderai bene, dunque, l'intero sgomento che rapì Iperbaldo, nell'attimo esatto in cui venne meno la corrente, e la sua cameretta in affitto piombò d'un tratto nell'oscurità più completa. Imprecò tra i denti, ma non ci mise tutta la fantasia, né la voce, di cui era senz'altro capace: temeva che la sua preziosissima idea potesse sfuggirgli, mimetizzata nel traffico delle male parole.
Fuori imperversava il temporale: fino a pochi istanti prima pareva così lontano da Iperbaldo, quasi fosse in un'altra dimensione, e non semplicemente di là dal vetro doppio della sua finestra che guardava il fiume. Non avrebbe davvero mai creduto che qualche lampo potesse nuocergli, mentre si considerava al sicuro, nella sua tana accogliente. Ma, ora, scaricava sulla bufera tutta quanta la colpa delle sue attuali sventure: ogni tuono lo faceva trasalire, e gli alimentava la digià ben nutrita voglia di esplodere in improperi.
Ma si trattenne, ben conscio del rischio che non aveva alcuna intenzione di correre. Per un bel po', quanto in effetti non avrebbe saputo dirlo lui neppure, se ne rimase semplicemente seduto lì, con gli occhi chiusi e le dita già allungate sui tasti della sua fedelissima: a cullare la sua brillante idea, perché non gli fuggisse di tra le dita proprio ora.
Solo dopo qualche tempo si decise ad alzarsi, con estrema cautela ed attenzione, per andare a cercare un lume. Lentamente, aprì la porta, e scese a bussare all'uscio

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Litho

Andammo a dormire alle dieci di sera, come ormai facevamo tutte le sere da circa un mese a quella parte.
Tu avevi un pigiama in due pezzi, bianco, con un disegno argentato di una coppia di orsi che guardano il cielo: "starry starry night", come il titolo della canzone di McLean.
Hai sempre amato ogni tipo di musica, e in campo artistico non ho mai conosciuto una persona che ne sapesse quanto te di cantanti e canzoni. Eri una specie di guru in materia, eppure sono convinto che proprio quella lì non la conoscevi (non la conoscevo neanche io fino a qualche giorno fa).
Ci stendemmo sul letto senza infilarci nelle lenzuola, era la prima settimana di maggio e il freddo che spesso avvolgeva la tua casa perdeva pian piano vigore. Tu eri sdraiata su di me, torace contro torace, in una posizione che vista da fuori sarebbe sembrata ridicola; somigliavi a una bimba di pezza gettata bocconi su un uomo. A me però piaceva tanto e ricordo che ti abbracciavo sempre forte, con braccia e gambe insieme, in quel misto di comicità e romanticismo che ci è sempre stato proprio. Io ti amavo, Chiara. Io ti amavo, e tu lo sapevi, te lo ripetevo ogni giorno al mattino, rendendo grazie a quel sorriso che mi donavi ogni volta al risveglio. Io ti amavo ma quella volta non te lo dissi, né tu lo chiedesti come spesso facevi nel letto "mi ami? mi ami? mi ami?", ripetendo sempre la stessa domanda fino a quando o dicevo di sì o ti mandavo al diavolo. Tu ti divertivi tantissimo. Io mi impegnavo a fare il finto offeso.
Quella sera era diversa, Chiara, lo si vedeva dai tuoi occhi grigi, lo si capiva dai tuoi affanni mentre cercavi di addormentarti, lo si sentiva nella tua voce mentre mi parlavi del lavoro, raccontandomi la tua giornata passata a lezione da Andrea.
Mi hai detto che il tempo è infinito, che i Greci lo avevano capito, e che conservavano questo sapere nei loro miti e nei loro racconti. Hai raccontato anche tu, poi; la favola di Filemone e Bauci, due anziani innamorati da più

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   1 commenti     di: Antonio Perrone


L'alpino nella neve

Nel corso della prima guerra mondiale si combatté molto, e duramente, anche sulle alte cime; i crinali furono contesi aspramente dai due contendenti e le difficoltà del terreno, le condizioni climatiche repentinamente mutevoli e l'alta quota determinarono perdite incalcolabili.
Sono passati tanti anni da quando il nonno mi ha lasciato ed io ero ancora bambino, ma non ho dimenticato i suoi racconti di vita, le esperienze drammatiche che lo coinvolsero in quella grande tragedia che lo videro umile alpino combattere sulle nevi eterne dell'Adamello.
Quello che mi appresto a raccontare è un episodio che al nonno, nel rammentare, provocava un'emozione così forte da riuscire a trasmetterla anche a me e che tuttora provo, per la nota dolente che lo contraddistingue.

L'anno, mi pare fosse il 1916; la guerra era già entrata nel secondo anno e le nostre speranze di una rapida vittoria erano già svanite; eravamo partiti da Mantova in otto ed ero rimasto solo io (Cavedaschi era caduto nei primi giorni, Moretti non si era più svegliato una mattina ed il freddo se l'era portato con sé; gli altri, gli altri? Sì, gli altri non mi erano sconosciuti, ma ho imparato presto che è meglio dimenticare l'amicizia per evitare la sofferenza per la perdita di un caro compagno).
Eravamo incavernati su un bastione di roccia che guardava sul ghiacciaio del Mandrone; uno spazio angusto, scavato con il piccone, vivevamo in mezzo ai nostri stessi escrementi, si mangiava ogni tanto, quando la corvé riusciva a raggiungerci; il freddo era sempre intenso e non potevi dormire più di un'ora di seguito, altrimenti ti si congelavano gli arti.
Gli austriaci erano dall'altra parte, fra le rocce fronteggianti, ad una distanza non superiore ai 200 metri, in una posizione di fatto imprendibile, perché noi avremmo dovuto uscire dalla caverna, calarci con le funi sul bordo del ghiacciaio, attraversarlo, aggirando i crepacci, e risalire il pendio per attaccare il nemico. E la stessa cosa era per

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La malvagità

Sto per morire... lo so bene. Sto per morire! Ma prima di lasciare questo orrido mondo voglio raccontarvi una storia. La storia di un ragazzo che cercava la malvagità.
Prima di tutto mi presento, nei miei ultimi anni di vita sono sempre stato conosciuto come il vecchio saggio della montagna o perlomeno la gente mi chiamava così.
Il vecchio saggio della montagna...
Di certo l'ho sempre trovato strano essere chiamato in quel modo da quella stessa gente da cui mi sono isolato per vivere da eremita.
Quando ero più giovane ho fatto questa scelta radicale che mi ha cambiato totalmente la vita.
Non so perché l'ho fatta... forse perché ho sempre odiato le persone e la loro stupida mentalità stereotipata e il loro modo di ragionare. Sono sempre stato preso in giro per il mio modo di pensare fuori dall'ordinario. Oramai sarà quasi 60 anni che mi ritrovo in questa montagna solo con me stesso. E adesso sto per morire. Lo so... sto per morire!
Nel tempo, non so per quale motivo si è sviluppata la fama che io fossi un vecchio saggio. Non so perchè, forse avevano capito che ero saggio poiché mi ero allontanato da loro. Ma non credo sia così. Sapete come funziona no? Basta far iniziare a circolare una voce che subito dopo tutti ne parlano come se fosse un fatto certo. Da quando si è sviluppata questa voce, la gente ha incominciato dal villaggio a salire su per la montagna per chiedermi aiuto.
Per questi pezzenti sono sempre stato solo buono per dare consigli alla loro schifosa e mediocre vita.
Non mi hanno mai considerato prima che venissi qua. Si accorgono che esisto solo quando hanno bisogno di consigli per i loro futili problemi.
Ma adesso... sto per morire! Lo so... lo so bene! Lo sento, sento che la morte mi sta abbracciando.
Eheh... finalmente potrò scoprire il segreto che tutti cercano: cosa c'è dopo la morte?
Quanta gente è venuta da me per chiedermi questa stupida e banale domanda. Siccome per tutti ero il vecchio saggio, si fidavano ciecamente

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   5 commenti     di: Luigi Greco


Il corridoio di specchi

Rara dolcezza della vita! Gli aguzzini che mi avevano imprigionata seppero strapparmi, nonostante le mie suppliche, le mie continue richieste di non farlo più, urla di terrificante forza e altre espressioni di dolore con le loro severe mani e la loro arte raffinata che sapeva scaraventarmi fuori dai piaceri abituali: i dolci piaceri in cui nuotavo tutto il giorno.
Sotto le loro cure sputavo più saliva che lacrime. La soluzione ai quei dolori non erano che i piaceri successivi, amplificati e grandiosi, che mi avrebbero dilettato con la loro forza mortale e piacevolissima. E durante la tortura, potevo ripetermi: finir, finir e poi ti daranno da mangiare, da dormire su morbidi cucini, e tutto il resto. Avrei avuto infatti sempre grandi lussi ogni giorno, grandi piaceri, le migliori bevande da bere. E si veda in quei piaceri e in quelle voluttà solo il significato di un principio di magnifica durezza: “C’è speranza dopo la tortura!”. La mattina mi si avvicinarono gli aguzzini mentre io ancora mi crogiolavo tra bottiglie di champagne e cuscini e altre meraviglie di lusso.
Scesi dal divano-letto e mi preparai e entrare nella sala torture, che mi aveva accolta tante volte.
Ma proprio vicino alla stanza asettica e brillante che mi ricordava le ore di quella vita densa di sofferenza, la vita che mi aveva ospitato e che avvinceva e distruggeva nelle sue varie forme di sottile strazio, feci il gesto. Proprio davanti alla terribile stanza ebbi il fulmine di coraggio, come una scarica elettrica, un impulso magnetico. Una scioltezza, una velocità nei movimenti inconsueta, mi fece rizzare la schiena: afferrai una spranga di ferro che di solito usavano contro di me e colpii il primo di loro. L’altro cominciò a cercare di fermarmi, ma colpii anche lui. E ora picchiavo i corpi svenuti dei due aguzzini ed ero come pazza. Maledivo tutto e tutti urlando, e quando arrivarono i due “guardiani” colpii anche loro con una specie di furia paurosa, e li atterrai come gli a

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   1 commenti     di: Yuri Bizzoni


La delusione

In un breve romanzo ho interpretato Santippe in chiave femminista, assumendola a metafora di tutte le donne del passato e del presente che hanno lottato per affermare, pur nella diversità, la pari dignità con l'uomo. Ho detto del presente perché io credo che l'emancipazione femminile sia
un processo avviato ma non concluso. Propongo un brano del
romanzo in cui Santippe che aveva creduto di poter costruire con Socrate un rapporto paritario, prende coscienza dell'inganno in cui è caduta. Vi invito, se volete, a discutere il tema: " La donna, oggi, ha raggiunto la pari dignità con l'uomo?"


Era già notte inoltrata. Santippe mise a posto gli indumenti che aveva appena rammendato. riprese la lampada che aveva appoggiato su uno stipo e, prima di uscire
dalla stanza, la sollevò un p' in alto per vedere meglio i figli
che dormivano nei loro letti. Un nodo di tenerezza le
addolc' la pena cupa che aveva nel petto e le inumidì gli occhi.
Uscì lentamente dalla stanza ma non aveva voglia di andare a letto. Si fermò in cucina, spalancò le imposte, si sedette
vicino al tavolo e spense la lampada. Sperava che la luce della luna che si insinuava discretamente nel piccolo ambiente le desse conforto e un po' di pace. E invece sentì
montarle dal petto un'ansia più forte: l'assalì un senso di
solitudine totale e il suo mondo quotidiano di persone e cose
sembrò perdersi in lontananze inaccessibili. Appoggiò
i gomiti sul tavolo, la testa fra le mani. Scoppiò in un pianto
di dolore e di rabbia, cercando di non singhiozzare forte per
non svegliare i figli.
Non era certo la prima volta che Socrate usciva di casa, dopo cena. Quella sera era andato ad un banchetto che
doveva essere importante se c'era, come Santippe aveva
sentito dire, anche Alcibiade. Santippe vedeva la sala illuminata. la tavola carica di cibi, di coppe, di brocche per il vino. E immaginava il crescendo delle conversazioni. l'andi-
rivieni dei servi, l'accendersi dei vo

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GIULIA 7 L'azione

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   16 commenti     di: luigi deluca



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