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Racconti drammatici

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GIULIA 6 Premeditazione

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   6 commenti     di: luigi deluca


Storie di vita

“Eccola lì, la mia Ford, l’ ho presa a vent’ anni e non l’ ho lasciata più” Si lasciò andare in un malinconico sorriso, di fronte a lui quell’auto vecchia e dissipata dalle numerose fatiche che aveva affrontato. In origine era nera ma oramai per il pulviscolo di Perrikton, era diventata grigia, il telaio era completamente distrutto, i vetri erano limati dalla rena, e l’interno poteva far trasparire una negligenza di più di trent’ anni nei suoi confronti.
L’odore era nauseante, dentro quella macchina vi era di tutto, si poteva trovare del cibo sotto i sedili e delle sigarette o degli insetti decomposti.
Diceva sempre ai suo figlio che non l’avrebbe cambiata per nulla al mondo, ma in cuor suo mentiva spudoratamente, difatti avrebbe abbandonato volentieri quel rottame se solo avesse avuto un migliaio di dollari per comprarsene una migliore.
Banchi di nebbia si espandevano su tutto l’isolato, un esercito di fantasmi che marciavano senza sosta, luci rimbalzavano sull’asfalto, foglie secche si scorgevano come serpenti nascosti tra i sassi.
Paul, ormai cinquantenne entrò nell’auto, comincio a piangere come un uomo sul braccio della morte.
Probabilmente pensava a ciò che gli era accaduto poco prima.
Nella fabbrica semivuota, le macchine lavoravano incessantemente sotto il carente controllo di una decina di operai.
“Paul a te quanto manca? ”Disse uno degli operai mentre spostava rapidamente scarpe da una macchina all’altra.
“cinque minuti e finisco”Rispose Paul.
“Domani io non vengo”disse l’operaio
“Perché? ”Domandò Paul
“Vado a vedere la partita dei Bokker”Esclamo l’operaio con in mano due biglietti.
“E per chi è l’altro biglietto? ”
“Per Mat”
“Ok”Disse Paul con una trasparente delusione in viso mentre continuava ad arrancare sulla macchina.
Erano ormai le 18, si stavano spegnendo le luci.
“lunedì non vengo a lavoro”Disse l’operaio
“Perché? ”Domandò Paul
“Vado

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   2 commenti     di: Marco Lanciotti


FURIA D'AMORE

Il Varese era più frequentato del solito, clienti occasionali, che non avevo mai visto, entravano ed uscivano con l’aria distratta di chi cerca di dimenticare i problemi quotidiani, gironzolando da un bar all’altro, alla ricerca di niente, La serata era calda, ma non eccessivamente, del resto indossavo i miei pantaloncini bianchi e la maglietta in stile caprese, che mettevano in risalto il mio fisico asciutto e muscoloso. Matteo, il ricciolino dei Barbuti, come gli amici lo chiamavano, sonnecchiava nella sua poltroncina, forse sognando la sua Rosemary e Livio, il bello di via Arce, con uno dei suoi completini da mercato rionale, discuteva animatamente con Flavio, il saracino di via Tasso. Giovanni, invece, ribattezzato il morto che parla, se ne stava in disparte, russando col bastone tra le mani. Erano circa le ventidue ed il traffico era più sostenuto che mai, del resto accadeva ogni sabato sera, quando arrivava gente dalla provincia ed le uniche due vie di accesso alla città si intasavano.
Ad un tratto, il “ricciolino” spalancò gli occhi e, poggiandosi ai braccioli della sedia, si sporse in avanti, guardando verso una cabriolet rossa, targata Firenze, e guidata da una bruna stupenda, una di quelle che solleticano le fantasie erotiche di noi maschietti, quando l’incontro con l’altro sesso costituisce ancora una necessità primaria. Il nostro sguardo si diresse automaticamente in quella direzione e la ragazza per un breve attimo mi guardò, mi strizzò l’occhio ed avanzò di un passo, per fermarsi, subito dopo, dietro una fiesta blu notte. Mi alzai dalla sedia e ricambiai l’occhietto, sperando in un miracolo. Girò leggermente il capo e con uno splendido sorriso mi fece cenno di salire in macchina, mentre gli amici mi fecero il coro.
Mi tremavano le gambe, ma tutto il resto si era allertato e proiettato verso conclusioni piccanti e fantasiose. Mi sembrava un sogno: ero lì, affianco a lei, e tutto mi sembrava più bell

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   1 commenti     di: Franco pastore


Fulmini & Saette S. p. A.

Immerso nel silenzio della sua cameretta in affitto, Iperbaldo era seduto allo scrittoio: con gli occhi chiusi, e le dita già allungate sui tasti della sua fedelissima, si trovava proprio in quel momento magico in cui l'idea in testa era già bell'e formata, e di lì a qualche istante si sarebbe trasferita, fluida, alle mani, perché la fissassero per sempre sul candore di un foglio nuovo.
Se ti è mai capitato di trovarti in una situazione simile, sai bene quanto quell'equilibrio sia fragile, delicato e fugace: comprenderai bene, dunque, l'intero sgomento che rapì Iperbaldo, nell'attimo esatto in cui venne meno la corrente, e la sua cameretta in affitto piombò d'un tratto nell'oscurità più completa. Imprecò tra i denti, ma non ci mise tutta la fantasia, né la voce, di cui era senz'altro capace: temeva che la sua preziosissima idea potesse sfuggirgli, mimetizzata nel traffico delle male parole.
Fuori imperversava il temporale: fino a pochi istanti prima pareva così lontano da Iperbaldo, quasi fosse in un'altra dimensione, e non semplicemente di là dal vetro doppio della sua finestra che guardava il fiume. Non avrebbe davvero mai creduto che qualche lampo potesse nuocergli, mentre si considerava al sicuro, nella sua tana accogliente. Ma, ora, scaricava sulla bufera tutta quanta la colpa delle sue attuali sventure: ogni tuono lo faceva trasalire, e gli alimentava la digià ben nutrita voglia di esplodere in improperi.
Ma si trattenne, ben conscio del rischio che non aveva alcuna intenzione di correre. Per un bel po', quanto in effetti non avrebbe saputo dirlo lui neppure, se ne rimase semplicemente seduto lì, con gli occhi chiusi e le dita già allungate sui tasti della sua fedelissima: a cullare la sua brillante idea, perché non gli fuggisse di tra le dita proprio ora.
Solo dopo qualche tempo si decise ad alzarsi, con estrema cautela ed attenzione, per andare a cercare un lume. Lentamente, aprì la porta, e scese a bussare all'uscio

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La nuova alba

Non avevo che tempo da perdere passando le mie dita tra i capelli. Lo specchio che mi era stato regalato da bambina dalla mia zia Greta stava ancora posato sul davanzale della finestra. Lo presi tra le mani e dovetti soffiare un po' per spostare tutto lo strato di polvere che offuscava la mia immagine. Mi ritrovati poi a chiedermi se quel sole che iniziava ad intravedersi da dietro i colli, segnassero l'arrivo della domenica o del lunedì. Ma alla fine, perché me lo domandavo? Tanto per quanti conti avessi potuto fare non sarei riuscita ad ottenere una risposta. Un altro pezzettino di sole scorgeva, la penombra nella quale mi ritrovavo un po' s'affievoliva e riuscivo a veder meglio riflesso il mio volto.
Avevo perso il vizio di guardarmi allo specchio come facevo da ragazza e accidenti, le rughe avevano del tutto cancellato i miei lineamenti. Avevo un nome si, ma che altro se pure la mia identità andava scomparendo? Le scelte sono scelte, e dovevo averne coscienza.
Quanti anni avevo, forse settanta? Una certezza l'avevo, la solitudine la si sente forte e chiara quando non è più lo scheletro a sorreggere te, ma sei tu a dover sorreggere lui.
Era passato tantissimo tempo dall'ultima volta che avevo visto Tom e le mie tre figlie, e la cosa peggiore e per me al tempo impensabile, era che mi mancavano, eccome se mi mancavano. Fissavo ancora a volte lo specchio, altre il sole che ormai si dava da fare per illuminare questo nuovo giorno, mentre pensavo a quanto avrei voluto abbracciarvi o sentire un ''grazie'' da una delle mie bambine, che avranno passato la loro adolescenza a maledirmi.
Ero stata io a scegliere di scappare, a scegliere di andare via senza nemmeno versare una lacrima. Credevo fosse l'unica cosa utile che potessi fare scappare. Non ero mai stata una brava moglie, tanto meno una brava madre. Sarei stata una donna migliore solamente pensandovi di più dopo l'abbandono e invece, niente.
L'aria faceva fischiare le fessure e la giornata appariva fresca

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   0 commenti     di: Giulia


Ana- seconda parte

Spesso mi svegliavo la notte in preda al terrore, con il corpo sudato e con la sensazione di avere la febbre. .
Non è possibile dimenticare, non è possibile pensare che altri possano usare il tuo corpo come fosse un oggetto, non è possibile superare i limiti e invadere spazi così intimi che appartengono solo a te! Oggi mi scoppia la testa, devo smettere di pensare, devo metabolizzare.. devo! devo!
Facile dirlo! bisogna viverlo per capire. Anche oggi mi sono lavata con molto sapone eppure non mi sento pulita; è una brutta sensazione sentirsi sporca nonostante l'abbondante acqua che mi verso addosso, ogni giorno. Ancor più brutto è sentire i risolini della gente quando passi per strada, perché questi bastardi sono dei porci ignoranti, perché, secondo loro la colpa è mia, una donna sola in montagna.!. " Cosa pretendevi che ti portassero i biscotti?". dicevano quando osavo lamentarmi. Insomma, ora, vogliono farmi credere che la colpa è tutta mia se quei balordi hanno abusato di me! Non mi ridurrete come un agnellino solo perché sono nata donna! Ana non cede, ci sarà pure un angolo di cielo anche per me!
Ero dovuta tornare a vivere con i miei, non potevo vivere per strada!
Conobbi Costantin all'uscita di una sartoria dove, in cambio delle pulizie, mi veniva insegnato a cucire. Eravamo in primavera inoltrata e io mi ero vestita con la mia prima opera, un abito a fiori di colore turchese che mi donava molto, completamente cucito a mano. Costantin sembrava un ragazzo per bene, garbato e gentile.. sapeva della mia storia ma non si lasciò condizionare. Ci sposammo nella chiesa ortodossa di Arad, un rito semplice, ci incoronarono come sovrani; la bellezza e il vero significato del matrimonio ortodosso è che esso va al di là di un accordo legale. Nel corso del rito, gli sposi, oltre a realizzare l'impegno reciproco accettano anche l'apertura all'azione di Dio nella loro unione. Fu così anche per noi. Ero felice! Ci stabilimmo ad Aiud., una città indus

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   5 commenti     di: antonina


Il treno

Aspettava un treno che sembrava non arrivasse mai, un grande orologio circolare era fermo sulle cinque di un giorno dimenticato dal tempo.
Gli venne in mente che nacque proprio a quell'ora di tanti anni prima. Sorrise amaramente, era passato tutto troppo in fretta, o aveva sprecato la propria vita, come tanti. Aveva aspettato troppi treni nella sua vita e aveva rincorso quelli sbagliati.
Un fischio lacerante interuppe i suoi pensieri, un treno in transito che attravarsava la stazione senza fermarsi si avvicinava a grande velocità. Sorrise, un dolce pensiero gli avvolse la mente, sentì le mani di una donna sul suo volto, sentì il calore di quei ricordi.
Decise di non aspettare ancora, per una volta decise di prendere in mano la propria vita e di scagliarla con rabbia contro quel fischio lacerante.

   2 commenti     di: Marco Uberti



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