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Racconti drammatici

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L'Usuraio

Aveva speso parte della propria esistenza, nel costruirsi una vera fortuna.
Sempre nell'ombra e sempre pronto a mercanteggiare.
Anche con la sua cattiva coscienza.
Un Usuraio, che non si rendeva conto dell'inutilità del proprio operato e
del male causato a tante, a troppe persone.

L'inverno aveva stirato le cuoia e nell'aria sentori di risveglio primaverile.
Nel cielo celeste, un gorgheggiare continuo di canti d'amore.
Nel ruscello, alimentato dal disgelo delle nevi, guizzi argentati.
Nell'Ospizio, i pazienti ammalati e ancora in vita.

Si narra che Qualcuno restò folgorato sulla via di Damasco e si narra anche
che qualcuno si sia pentito dei propri peccati.
Non folgorato, né pentito, il nostro rapace Usuraio giaceva in un cantuccio,
aspettando che il cancro, diagnosticatogli, facesse il proprio dovere.

Già! Il proprio dovere?
Si era dato la pena di nascere e imparò presto che era dura vivere
in una società egoista e piena di falsi sorrisi.
Imparò a dominare le proprie passioni e imparò anche a trarre vantaggi
dalle disgrazie altrui.
Vendeva moneta ed era esoso.
In tanti s'erano arricchiti, comprando il suo danaro e facendo ottimi affari.
Tanti altri, meno fortunati, si erano rovinati per restituire interessi e capitale.
Così vanno le cose della vita e così l'Usuraio si arricchiva.
I prestiti gli erano sempre stati richiesti e mai, Lui, li aveva offerti.

In quel cantuccio rifletteva sugli epiteti di cui lo avevano gratificato.
Licantropo, Vampiro, Succhia-sangue, Avvoltoio, Sciacallo, Serpente, Cancro...
Nessuna illusione.
Adesso, il cancro era il suo capitale e quei dolori lancinanti erano i suoi
miseri interessi.

   15 commenti     di: oissela


Cacciando via la luna

Se ne stava lì. Sotto le bianche lenzuola di cotone del suo letto.
La testa schiacciata contro il cuscino ed i lunghi capelli corvini a coprirle il viso triste e umido di lacrime, solleticandole il naso leggermente aquilino.
Quella notte non aveva dormito. La luna aveva bussato cosi tante volte contro la finestra di quella camera da letto da rubarle il sonno ogni qual volta, aveva avvertito i suoi occhi venirne sommersi.
Che bastarda che era stata la luna quella sera! Lei l'aveva guardata un unica volta, una sola timida sbirciatina, dandole il permesso di essere ospitata nella sua iride azzurra ed essa si era arrogata il diritto di entrare nella stanza senza averne avuto il permesso.
I vetri della finestra, troppo sottili, non le avevano impedito di rimanere fuori e dopo tanto picchiare contro le imposte chiuse per farsi aprire, aveva fatto violentemente irruzione tra quelle quattro strette pareti pitturate di rosa, penetrando da una piccola fessura della tapparella socchiusa, infilandosi subdolamente nel letto accanto a lei.
Aveva dormito abbracciata a quel corpo di donna nudo dalla testa ai piedi, per tutta la notte, ma lei, al contrario non era riuscita a chiudere occhio.
Era troppa la luce che amava quell'astro splendente. Troppo il bagliore che le feriva gli occhi traditi dal pianto. Pesante il bagaglio di dolore e spine che aveva posato sul cuscino accanto al suo volto.
Bugiarda quella luna! Menzognera e falsa come colui che gliela aveva promessa.
Lui, stupido uomo insipido che l'aveva ingannata con le sue bugie infami.
Lei fragile farfalla che gli aveva creduto ciecamente e si era lasciata acciuffare per la punta delle labili ali, senza sapere di venire aggiunta ad una collezione di giovani vittime, schiacciate dal peso di una colpa che non avevano mai commesso.
La luna. Avrebbe voluto strapparla in mille pezzi, ridurla in tanti coriandoli e rispedirla nel cielo a fare compagnia alle invidiose stelle.
Frantumata e defraudata. Dentro e fu

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   3 commenti     di: Eleonora Rossi


L'alpino nella neve

Nel corso della prima guerra mondiale si combatté molto, e duramente, anche sulle alte cime; i crinali furono contesi aspramente dai due contendenti e le difficoltà del terreno, le condizioni climatiche repentinamente mutevoli e l'alta quota determinarono perdite incalcolabili.
Sono passati tanti anni da quando il nonno mi ha lasciato ed io ero ancora bambino, ma non ho dimenticato i suoi racconti di vita, le esperienze drammatiche che lo coinvolsero in quella grande tragedia che lo videro umile alpino combattere sulle nevi eterne dell'Adamello.
Quello che mi appresto a raccontare è un episodio che al nonno, nel rammentare, provocava un'emozione così forte da riuscire a trasmetterla anche a me e che tuttora provo, per la nota dolente che lo contraddistingue.

L'anno, mi pare fosse il 1916; la guerra era già entrata nel secondo anno e le nostre speranze di una rapida vittoria erano già svanite; eravamo partiti da Mantova in otto ed ero rimasto solo io (Cavedaschi era caduto nei primi giorni, Moretti non si era più svegliato una mattina ed il freddo se l'era portato con sé; gli altri, gli altri? Sì, gli altri non mi erano sconosciuti, ma ho imparato presto che è meglio dimenticare l'amicizia per evitare la sofferenza per la perdita di un caro compagno).
Eravamo incavernati su un bastione di roccia che guardava sul ghiacciaio del Mandrone; uno spazio angusto, scavato con il piccone, vivevamo in mezzo ai nostri stessi escrementi, si mangiava ogni tanto, quando la corvé riusciva a raggiungerci; il freddo era sempre intenso e non potevi dormire più di un'ora di seguito, altrimenti ti si congelavano gli arti.
Gli austriaci erano dall'altra parte, fra le rocce fronteggianti, ad una distanza non superiore ai 200 metri, in una posizione di fatto imprendibile, perché noi avremmo dovuto uscire dalla caverna, calarci con le funi sul bordo del ghiacciaio, attraversarlo, aggirando i crepacci, e risalire il pendio per attaccare il nemico. E la stessa cosa era per

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L'ultimo monologo del reietto

(Il protagonista entra, con un gruppo di nobili, in una stanza stretta e buia, illuminata fiocamente da una lampada ad olio e da qualche candela)
"Miei cari signori, sto per darvi una notizia che non vi piacerà. Almeno credo. Bene, se volete accomodarvi darò inizio al mio ultimo spettacolo. Forse vi starete chiedendo perché vi abbia convocati proprio qui, nella mia umile e fredda stanza. Avrei potuto scegliere meglio, lo so. Conosco i vostri gusti. Quello squallido armadio a muro, divorato senza pietà dalle termiti, bene quello è il segreto del mio successo. E cosi quella inutile lampada ad olio appoggiata sul comodino. Si, proprio quel comodino, signora, dove lei adesso poggia il suo grasso e ipocrita culo borghese. È inutile che mi guarda male, lo sa benissimo anche lei. Vive alle spalle dei popolani come me, come mio nonno, che ha impregnato quel fottuto comodino di sudore e lacrime solo per darmi qualcosa prima di morire. Lo so che ti schifa il sudore plebeo, lurida puttana! E so anche che provi orrore per le mie rughe! Invece lei, che bel visino grazioso che ha, signora! Che bel visino di merda! Provi a lavarselo. Provi a specchiarsi. Vuole sapere cosa vedrà? Se stessa, e tutto qui. Nient'altro che una vecchia racchia incapace di accettarsi così come è, e che si maschera da guerriero incipriato, per nascondere le sue debolezze senili. "
(Un nobile signore, adirato, si accinge ad uscire dalla stanza)
"Vattene, stronzo, và pure a ingozzarti di brioches nel tuo palazzo di cristallo! Se non ti piace come parlo, fottiti pure! E ricorda, che se tocchi uno, e solo uno dei mattoni del pavimento, tocchi il sangue di mio padre! Perché lui lì ci è morto! Lui l'ha costruita, la tua casa delle bambole! E almeno abbi il coraggio di guardarmi negli occhi mentre ti parlo, codardo!"
(La porta sbatte con violenza)
"Che modi! Ecco a voi il bon ton aristocratico, signori miei! Il vostro caro collega ha appena pisciato su di voi, lo sapete? Su di voi

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   7 commenti     di: Andrea


Plenilunio

Sicura che lo avrebbe trovato sveglio, lo raggiunse penetrando nella stanza e nei suoi pensieri, con una luce metallica.
Profonde occhiaie segnavano il suo viso; i folti capelli castani scompigliati da notti insonni contribuivano al suo aspetto trasandato, sofferente Si teneva la testa tra le mani, fumando una sigaretta dopo l'altra, quasi senza interruzione. Seduto su una sedia in cucina, con i gomiti appoggiati al tavolo guardava la luce della luna. Oltre la grande finestra c'era il cortile. Ancora una luna piena: era tornata e rischiarava le sue notti. Poteva distinguere le forme più grandi: gli alberelli di limone assetati, con le foglie avvizzite e le altre piante morenti per la mancanza d'acqua e di cure. Le erbacce crescevano ormai in ogni spazio con l'invadenza e la forza della natura che da una parte dà e dall'altra prende, apparentemente senza una logica accettabile. Aveva perso quindici chili in sei mesi, la cintura era ormai troppo lunga ed era costretto a rivoltarla su se stessa all'estremità. Gli occhi gonfi e incavati puntavano lo sguardo nel vuoto oppure seguivano le traiettorie capricciose del fumo. Lo osservava uscire dalla sua bocca e disegnare linee immaginarie, come strade impercorribili su cui lasciarsi scivolare prima di sparire. Forse stava vaneggiando ma non gli importava. Ancora quella maledetta luna: erano passati sei mesi, come sei secondi o come l'eternità. La sua bocca socchiusa, come una ferita non rimarginata, compiva piccoli movimenti. Parole accennate, impercettibilmente uscite dal suo intimo e sfuggite scivolando dalle labbra all'ingiù. Si perdevano nell'infinita solitudine, sparendo insieme al fumo. "Dai facciamo un giro, voglio andare al mare e fare il bagno di notte", gli aveva detto. "é da tanto che non lo facciamo", aveva insistito, "Voglio tuffarmi e rimanere in acqua con la luce della luna". Lo aveva convinto. Avevano preso la moto e una coperta.
Contagiati dalla stessa febbre, impregnati dei loro odori, entusiasti

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L'uomo dal volto di creta

Il mondo da lassù era veramente uno spettacolo, e quasi mi dispiacevo al pensiero che avrei abbandonato quel corpo... 27 anni, soli 27 anni, e già la vita umana mi pesava sulla schiena come un grosso macigno.
Mi scendevano, e Dio, non so se in quel momento ridessi o piangessi. Era un patto con me stesso, era la fiducia che avevo dato all'uomo dal volto di creta.
Andavo a trovarlo ogni giorno nella sua cella, imprigionato perché ritenuto spaventoso, orrido, putrido, ed addirittura, uno sporco uomo. Erano occhi nascosti i suoi, emergevano dal volto inesistente esprimendo tutto quel che potevano. Occhi neri come la sua vita di tenebre, vissuta nell'oscurità per non spaventare il mondo. Le sue erano parole sagge, di quelle che ti rimangono impresse vicino alla bocca dello stomaco e ti rivoltano del tutto la vita. Lui d'umanità sapeva ben poco, ma sapeva cosa volesse dire vivere da animale, da scarto sociale, inutile pezzo di mondo...
Sentiva che tutto lo sporco che lo circondava poteva esser scacciato via sentendosi egli per prima, umano dentro.
Gli pareva un appellativo strano quello: ''uomo'', lui che uomo non era mai stato chiamato, lui che, da quel poco che d'umano aveva osservato, si era sempre allontanato o sentito diverso...
Parlava di diversità perché se quel nome era anche sinonimo di violenza, lui non ci si rispecchiava.
In quello spazio recintato da alluminio quasi arrugginito, aveva imparato a tenersi le mosche perché gli facessero compagnia, aveva imparato che pure loro nella loro piccolezza potevano starti accanto. Se per un giorno, due, erano lì a ronzarti attorno e quasi ti facevano compagnia con le loro misere vibrazioni. Persino le farfalle, che sempre aveva odiato, ora erano le sue migliori compagne. Andavano a trovarlo in primavera, e donavano un po' di colore alla sua anima. Erano così leggere e raffinate nei movimenti, raccontava... e qualche volta ebbi pure la fortuna di conoscere qualcuna. Uliuli era stata la farfalla che più

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   0 commenti     di: Giulia


A seguito del suicidio di Ada F. ( prima parte)

Il suicidio di Ada F. , di anni cinquantaquattro, fece molto scalpore. Nessuno seppe come ci fosse riuscita, ma la donna, dopo aver scalato la massicciata della Ferrovia, in un tratto isolato, protetto da alte barriere antirumore e lontano da ogni centro abitato, s' era incamminata lungo i binari, in una mattina di splendido sole. La Freccia Rossa proveniente da Roma, perfettamente in orario, si abbattè su di lei alla velocità di circa duecento chilometri orari. La frenata del treno aveva mandato scintille di fuoco visibili persino da un contadino che stava arando il suo campo con un trattore. Il lungo serpe d'acciaio s'era potuto fermare, del tutto, solo dopo alcuni chilometri, con vero terrore dei passeggeri, scaraventati gli uni addosso agli altri e con grande rovinio di bagagli. Per questo c'erano pure stati dei feriti, a bordo. I giornali riportarono che il conducente, resosi conto d'aver investito una persona, aveva avuto un collasso.

Alla lettura della disgrazia, pubblicata dalla stampa cittadina, il notaio Antonio Barberis ebbe un sobbalzo. Stava sfogliando il giornale seduto nella vecchia poltrona Frau di cuoio, nella pace del suo studio, poco prima dell'arrivo delle impiegate. Il notaio arrivava sempre con molto anticipo, sin dal mattino presto ; amava iniziare la giornata leggendo il giornale, cosa che difficilmente avrebbe potuto fare in ore più avanzate, visto il giro di telefonate e di lavoro che si accavallava nelle ore successive. Egli lesse e rilesse i particolari del fatto, davvero sconvolgente.
Alla fine, stese il foglio davanti a sé, lo passò e ripassò con le mani, quasi stesse stendendo un tovagliolo, trasse un lungo sospiro e decise di aprire la cassaforte posta alle sue spalle.

Aperto lo sportellino, egli trasse dalla piccola alcova blindata tre buste sigillate, in carta molto spessa. Tre lettere che la signora Ada F. gli aveva consegnato da circa un

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