Ecco è tornata.
La gola si stringe, il respiro si fa faticoso, le mani sudano. Una sensazione di oppressione sotto lo sterno, i muscoli intorno al plesso solare che si irrigidiscono. La mente ti dice che morirai presto e che quel respiro, si, proprio quel respiro, potrebbe essere l'ultimo. Paura di morire. Paura che questo corpo non respiri più. Qualcosa continua a dirti che stai per impazzire e che presto comincerai a gridare come un ossesso frasi sconnesse. La mente proietta delle immagini che si sovrappongono con la realtà circostante, in cui ci sei tu che ti rotoli vorticosamente ad un palmo da terra. Come quegli ammassi di paglia secca che fluttuano nervosamente, trasportati dal vento, in uno di quei paesaggi desertici e desolati che vediamo spesso nei film americani.
La notte ti svegli con il cuore in gola e non perché hai fatto un brutto sogno, ma perché l'incubo sta solo per cominciare; è la cara, vecchia, tachicardia. Devo stare calmo ti dici, ma di quella calma che non si può spiegare a parole. Infatti, più ti agiti nello sforzo mentale di riprendere per i capelli la situazione catastrofica, e più senti il tuo cuore battere all'impazzata in un ritmo ossessivo e tribale nel quale si sta svolgendo un sacrificio umano: il tuo! ... Bum bu bu bum bum bu bu bu bu bum... poi, improvvisamente, ti ricordi che non è il ritmo del tuo cuore impazzito, il tuo ritmo vitale primario; ma è quello del respiro. Ma si, certo, te lo aveva detto lo psicologo da cui eri in cura. Così ti sdrai sul letto e provi a respirare profondamente a intervalli regolari, coinvolgendo anche la pancia. Piano, piano cominci a calmarti, il respiro si fa meno faticoso, il cuore abbandona i ritmi frenetici, il corpo si rilassa e la mente si distende. A questo punto hai smesso di fare la guerra con te stesso e ti scappa anche da ridere, di un riso amaro e quasi rassegnato. Tutto è assurdo. Si, bastava che mi rilassassi ti ripeti, è così facile, sembra così facile. Ma in realtà
Jonas scostò la tenda da un lato e sbirciò fuori.
“Jo-nas Jo-nas Jo-nas”
La folla acclamava il suo nome. Sembravano impazziti.
Era pronto per stupirli. Era da tempo che non provava quel numero ma l’occasione lo richiedeva. Sicuramente sarebbero rimasti a bocca aperta. Rimanevano tutti a bocca aperta quando faceva il “triplo jonas incrociato”.
Era un numero che si era inventato lui anni addietro e da allora in tanti avevano cercato di copiarlo ma senza riuscirci. Era la sintesi di tutto ciò che aveva imparato durante i lunghi anni di apprendistato con leggende del settore. Tutto ciò che aveva mai appreso condensato in una singola esibizione di un minuto e mezzo.
Chiuse gli occhi e visualizzò mentalmente la routine. Doveva essere tutto scolpito perfettamente nella sua mente. Bastava la minima esitazione e il numero sarebbe stato un clamoroso fallimento.
“Sei pronto? ”, disse una voce alle sue spalle.
Era Jenna, una delle ballerine. Aveva sempre avuto una cotta per lei. D’altra parte tutti avevano una cotta per lei perché era di gran lunga la più bella, la più aggraziata e la più, diciamo, disinibita di tutto il corpo di ballo.
In tanti, tra i membri del gruppo, raccontavano di scorribande sussuali con lei, vere e proprie maratone che duravano per intere notti. Jonas non ci aveva mai provato, era troppo timido e intimidito da quello che dicevano gli altri. Però, forse anche proprio per quello, lei era particolarmente affezionata a lui e lo incoraggiava sempre quando ne aveva bisogno.
“Sì, credo di sì. Tanto è come andare in bicicletta no? ”, disse senza alzare gli occhi, “Non si scorda mai, giusto? ”
“Giusto! ” disse Jenna sorridendo teneramente. Gli diede un bacino sulla guancia. “Falli secchi campione”.
Mentre aspettava che il presentatore annunciasse il suo nome, Jonas si rese conto che gli tremavano un po’ le gambe. Era da tanto tempo che non gli succedeva. All’inizio della sua carriera succedeva sempre e
Kevin arrivò al cimitero di buon ora (non erano ancora suonate le nove) e si diresse alla tomba di Dana Matthews.
Era appena cominciato l'inverno e faceva un freddo glaciale, ma le aveva promesso di andare a trovarla e mai avrebbe rinunciato a quell'impegno.
Dana era conosciuta da tutti come una criminale facente parte di una banda che mesi prima aveva sequestrato un treno con la minaccia di farlo deragliare se non ci fosse stato un grosso riscatto. Il piano fallì e i passeggeri si salvarono quasi tutti grazie all'impresa di un piccolo gruppo di essi; o almeno così dissero tutti i giornali e i notiziari, ma non era l'esatta verità.
Kevin era uno dei pochi a sapere realmente come si erano svolti i fatti; egli infatti faceva parte dei passeggeri assieme a sua moglie e alle due figlie. Fu uno degli artefici della disfatta dei criminali, ma sapeva bene che tutto ciò riuscì solo grazie all'aiuto di una sola persona.
Il suo nome era proprio Dana Matthews, la quale si era rivoltata contro i suoi stessi compagni per salvare quegli innocenti. Ci aveva rimesso la vita per farlo, ma nessuno lo sapeva. Quasi nessuno.
Kevin invece sì e sapeva anche che in un agguato dei criminali aveva portato in salvo sua moglie e le sue bambine poco prima che venissero uccise.
Alla fine era morta proprio fra le sue braccia dicendogli qualche parola tra le lacrime.
"Spero solo che... che almeno tu possa perdonarmi."
Si stupì di vedere un uomo davanti alla sua lapide e lo stesso accadde quando quest'ultimo lo vide avvicinarsi.
"Non mi dica che è qui per visitare questa tomba?" gli domandò lo straniero.
"Perché mi fa questa domanda?" replicò lui guardandolo attentamente e notando una vaga somiglianza con Dana.
"Perché finora nessuno l'ha mai visitata a parte me; è la lapide di una criminale, chi potrebbe volerla piangere.
"Allora lei è suo parente giusto?"
"Sono suo fratello," rispose questo. "Anche se dopo aver saputo del suo stile di vita non l'ho più vista ne
La terza raccomandata arrivò fino ad una cittadina siciliana, nota località vacanziera e venne consegnata a tal Giovanni Lorusso, agente immobiliare, piccolo proprietario di appartamenti che locava con profitto durante le vacanze estive, amico stretto di alcuni politici locali che lo favorivano introducendolo in occasioni utili ai propri affari.
Lorusso era un personaggio alquanto noto nella sua cittadina, presente in tutte le circostanze pubbliche di rilievo, riusciva a farsi invitare a pranzi e cene con grande destrezza, anche per merito del suo carattere loquace, ma sempre attento a non parteggiare manifestamente per chi fosse più forte o più importante di lui. Sapeva celare bene la propria ambizione... Insomma, era un uomo che stava in equilibrio in una contesto sociale in cui facilmente " si momorava".
La raccomandata proveniente da una zona così lontana d'Italia, lo stupì di molto. Tranne qualche viaggio per affari a Roma, Lorusso conosceva soltanto Torino e Milano, né a dire il vero il resto dell'Italia aveva per lui un particolare interesse. Non era un viaggiatore, nemmeno per turismo. Né gli interessavano le bellezze artistiche.
Le uniche bellezze cui era sensibile erano quelle femminili, per avvicinare le quali gli erano più che sufficienti, durate la lunga estate sicula, la bella e lunga spiaggia locale, la impressionante scogliera e, di sera, i vari locali che si affacciavano luccicanti sul lungo mare. A quarantacinque anni Giovanni Lorusso, benché non potesse definirsi a pieno titolo un " bell'uomo ", onorava la categoria dei siciliani galanti e conquistatori. Gran parte del suo fascino gli derivava dal suo modo di parlare, con un accento regionale appena appena rilevabile e dal fatto di saper ascoltare. E le donne, si sa, amano chi le sta ad ascoltare...
Durante l'inverno , invece, quando le serate incombevano umide e battute dal vento, Lorusso se ne stava rintanato nel suo ufficio e
Pietro torna a casa dal lavoro stanco e annoiato e rivolge un ciao svogliato alla moglie Elena, indaffarata in cucina. Il figlio diciassettenne è chiuso in camera sua a combinare chissà cosa e non si fa vivo. Pietro si cambia, accende la televisione del salotto e si spaparanza in poltrona in attesa della cena. Alto, asciutto e appena brizzolato, a quarantacinque anni è ancora un bell'uomo.
Appena è pronto in tavola si trasferisce in cucina e accende pure lì la tv, giusto in tempo per il telegiornale. Suo figlio arriva, un cenno di saluto al padre e prende posto, dalle cuffie proviene il brusio di una qualche cantante di musica pop. La consorte mette i piatti in tavola in silenzio e altrettanto in silenzio i tre mangiano.
Sono ormai al termine quando squilla il telefono. Elena va a rispondere. È un'amica con cui attacca a chiacchierare. Frattanto il figlio torna in camera, in attesa d'incontrarsi con gli amici e Pietro si rimette davanti allo schermo: la fine del tg, le previsioni del tempo, poi Affari tuoi.
Terminata la telefonata Elena dà una rapida passata ai piatti prima di infilarli nella lavastoviglie, dove è già in attesa il vasellame del pranzo. Pietro sfoglia la guida tv senza trovare nulla d'interessante. Su Rete 4 andrà però in onda Lo chiamavano Trinità. È il film più trasmesso della storia televisiva italiana, un quarto di secolo in programmazione continua, ma in fondo, perché no? Le peripezie di Terence Hill Trinità e Bud Spencer Bambino non lo stancano mai. Nel frattempo la moglie segue la telenovela preferita sull'altro apparecchio e poi si trasferisce nello studiolo, dove va on line, su facebook. Non ci si schioderà fin oltre la mezzanotte. Pietro scuote la testa, incomprensivo: come si può passare metà della propria esistenza in modo così vuoto? Quindi torna a dedicarsi all'intensa occupazione di guardare la tv.
Più tardi il ragazzo sbuca dal suo privè, pronto a uscire. Saluta distrattamente i genitori e ne riceve saluti
Un incontro a sorpresa
Per parlare col mio amico uso la chat. Lui vive a Parigi io qui a Roma. Ci conviene, col telefono costerebbe troppo, rimaniamo ore intere collegati. Microfono e cuffie ed è meglio del telefono. Certo non stiamo sempre a parlare. In poche parole è come vivere nella stessa casa ogni tanto uno dice qualcosa, l'altro risponde poi si torna alle proprie attività.
Le chat, quella con tutta quella gente non le reggo, scrivi qualcosa e nessuno ti caga sembra che si conoscono tutti da sempre ed i nuovi arrivati nessuno se li fila.
L'unico sistema è quello di cliccare sul nome nella lista e chiamare in privato magari con una frase simpatica che incuriosisce. Le ragazze ci cascano sempre.
Per uno come me, con tutti gli interessi che ho, non è difficile. Basta una poesia, il verso di una canzone e loro si chiedono chi sei.
La prima cosa che cercano di scoprire è l'età e qui si fregano da sole, fai il vago, ironizzi su un ipotetica quanto improbabile età e loro s'incuriosiscono di più. Per non farsi vedere troppo interessate stanno allo scherzo proponendosi di scoprire il tutto più avanti.
Ne avevo conosciute parecchie con questo sistema ma tutte troppo superficiali, settimane d'intense chiacchiere e poi niente di veramente interessante.
Lei era diversa. Lo avevo capito subito. Di sicuro doveva essere più grande di me perché parlando di musica faceva riferimento a gruppi del passato "progressive anni 70". Quei gruppi piacevano anche a me, li conoscevo anche io quindi forse non era così.
Avevo l'impressione che stesse studiando ogni mia parola per arrivare a capire chi ero realmente. Così divenne un gioco di frasi sibilline, metafore e doppi sensi.
Il tutto diveniva sempre più curioso ed eccitante. Si cominciava a creare una sintonia strana un legame insolito. Ci sentivamo tutti i giorni. La febbre saliva. Non potevo neanche immaginare di tornare a casa e non trovarla in rete.
Era amore? Non credo. Io non m'innamoravo. Il mio cuor
Fronte dell'Isonzo - 15 ottobre 1916.
- Signor Tenente, è vero che verso sera ci sarà l'attacco?
- Sembra di sì; hai immaginato a causa della distribuzione straordinaria di grappa, vero?
- Sì, sempre così quando
Il soldato Mario Paltrinieri, classe 1896, abbassò gli occhi come a cercare la punta degli scarponi affondata nel fango, poi si sedette su una panca sgangherata, trasse di tasca un foglio sgualcito e una matita smozzicata; restò assorto un attimo, gli occhi fissi verso il cielo plumbeo, poi cominciò a scrivere.
"Cara Marta,
ho ricevuto ieri la tua lettera di due settimane fa e non sai la gioia che ho provato nel leggere le tue poche righe; per alcuni minuti mi sono ritrovato con te, al paese, sotto il pergolato: è stato meraviglioso. Ho pensato al nostro bambino che nascerà fra un paio di mesi e mi sono sentito felice in mezzo a queste miserie di ogni giorno. Da noi non è poi così male come certa gente dice; la guerra non è peggio della vita a casa, con qualche accettabile rischio in più. Non temere per me: sto attento e voglio portare a casa questa pellaccia; già sogno quando ti stringerò a me. Un lungo bacio e un abbraccio
Tuo Mario"
Piegò il foglio, lo mise in una busta, ma non la chiuse: tanto l'avrebbe riaperta la censura militare.
Guardò di nuovo il cielo pieno di nubi cariche di pioggia e si incupì; era da sei mesi in quell'inferno, in quel girone di disperati, distrutti dalle bombe, dalle pallottole, dalla disperazione per aver firmato con la morte una cambiale a vista.
Ogni tanto arrivavano le zaffate di carne putrescente, di quelli che giacevano esanimi nella terra di nessuno; le prime volte gli era venuto da vomitare, ma poi si era rassegnato..
- Mario, vuoi darmi la lettera per la spedizione?
Si scosse e - Un attimo, Signor Tenente, un attimo solo, devo scrivere ancora: sa, potrebbe essere l'ultima e voglio che mio figlio, che nascerà fra poco, possa avere almeno una lettera dal suo papà.
- Va bene, m
La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Drammatico.