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Racconti drammatici

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Mezzanotte

Farla finita: quel proposito tante volte procrastinato gli si affacciava di nuovo alla mente. Era, infatti, ormai imminente il Capodanno, l'ennesimo, tra i tanti passati nell'inedia.
Purtroppo anche per morire bisogna compiere una scelta, cosa che lui, l'inetto -così lo chiamava sua moglie-, non aveva mai imparato a fare. "Il pericolo è il mio mestiere" avrebbe voluto dire: niente di più falso. Aveva condotto una vita misera e solitaria, un topo in una gabbia che odia ma dalla quale non può e, soprattutto, non vuole uscire. Quelle quattro mura lo spazientivano ma erano, al contempo, l'unico luogo in cui riuscisse a vivere. Vivere, parola grossa.
Insomma, non gli riusciva proprio di stare al mondo. "Chissà se nell'altro, ammesso che esista, avrei fortuna migliore" si chiedeva spesso. Era il vertice delle sue allucinate ossessioni. Una mania che non gli dava tregua. Quante volte aveva provato a compiere il cosiddetto insano gesto! "Mai cosa fu più sana del suicidio", avrebbe, invece, sentenziato lui. Aveva di sicuro perso il conto di quei fiacchi tentativi andati sempre in fumo per via di motivazioni ancor più fiacche. "Questa è l'ultima volta che vedo splendere il sole" pensava tra sé e sé ogni qual volta era diretto verso l'oblio.
Ricordava come se fosse ieri l'ultima volta. L'ebbrezza di poggiare il piede nel vuoto, i brividi d'eccitazione lungo la schiena, la mente svuotata. Poi la vertigine. I fantasmi della sua miserabile esistenza danzavano nella voragine che gli si parava innanzi. Nitidamente li aveva visti uscire dal petto e fluttuare felici, neri e saettanti, sempre più lontano. Si era sentito finalmente soddisfatto di se stesso. Stava per varcare la soglia dell'Ignoto, quello vero. Il panico, suo fedele e instancabile compagno, sotto forma di bestia livida e ringhiante, era volato via insieme agli altri fantasmi. Tutte le mancate azioni della sua vita sarebbero state riscattate da quell'ultimo grande gesto.
E invece. . . come era andata a fi

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   0 commenti     di: allofme


Policarpo lo scemo

- L'hai trovato? - chiese la donna.
- E come no... Ho girato tutte le strade, ma alla fine l'ho agguantato, l'ho portato con una scusa dove nessuno poteva vederci, e gliene ho date tante, ma tante, che stavolta se le ricorderà finché campa, quant'è vero Dio! - rispose l'uomo entrando nella stanza.
- Ti ha visto qualcuno? E dov'è che l'hai lasciato?
- Sotto il ponte del mulino del prete, - spiegò l'altro, ancora tutto sudato ed accaldato, col respiro pesante - a farsi leccare le ferire da quella bestia che si porta sempre dietro... Voglio vedere adesso, voglio proprio vedere se dopo tutte quelle che gli ho suonate ce l'avrà ancora la faccia di ripresentarsi in paese! - E subito dopo, per tranquillizzare la donna: - No, non c'era nessuno che passava da quelle parti.
- Questo è l'essenziale... Speriamo piuttosto che l'abbia capita.
- Capisce, capisce quando vuole! Mi ci gioco l'intero raccolto di olive, guarda! Il male lo sente pure lui, eccome! "Basta, basta!", continuava ad implorare l'animale, "non ci torno più qua, non ci torno più".
- Calmati, Nicola, tieni, bevi. - E la donna gli versò del liquore.
Don Nicola si diede una rassettatina al gilé dopo essersi rimpannucciata la camicia, si ravviò i capelli con le mani, si sedette e cominciò a sorseggiare la "strega" fatta in casa. Poi, scuotendo il capo e con le tempie che gli pulsavano per la collera, riprese:
- Ma guarda tu la Madonna, se io, un galantuomo... mi debbo ridurre a quarantanni, e con la mia posizione, ad andarmi a sporcare le mani con uno straccione vagabondo di quella fatta! Eh, ma adesso basta! Nessuna pietà bisogna avere; avevi ragione tu, come una bestia campa e come una bestia bisogna trattarlo!
- Speriamo che sia la volta buona, e che questa vergogna abbia a finire finalmente. E che diamine! La situazione s'era fatta intollerabile oramai! - concluse la donna stringendo con forza le labbra.

Tale colloquio si svolgeva nel

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   0 commenti     di: giovanni


Cento pagine d'amore

Il mio diario fu il testimone silenzioso della storia con Alessia. Anche quando questa finì. E fu allora che divenne un compagno '' Il mio miglore amico '' che ascoltava i miei pensieri, le nostalgie, i ricordi. Non erano ricordi brutti. ANZI! La maggior parte erano ricordi struggenti per la loro bellezza, e quindi, spesso, difficili da sopportare, difficili da sostenere. E lui, il mio diario, lo sapeva. Lo sapeva per tutti quei fazzoletti imbrattati di lacrime che, uno dopo l'altro, ammucchiavo accanto alla mia tastiera mentre lo scrivevo come sto facendo ora. Centinaia di pagine. Punti della situazione. Momenti disperati. Momenti di pianto. Ma anche risate, piccoli ricordi dolcissimi che credevo di aver dimenticato e che invece emergevano all'improvviso. E sorridevo piangendo, mentre scrivevo, con le mani che tremavano quasi mentre i pensieri si confondevano e gli occhi si annebbiavano sotto un velo di lacrime.
Novembre 1998. Alessia e io eravamo perfetti sconosciuti, non ci eravamo mai parlati prima, frequentavamo zone diverse. Un giorno il destino ci mise lo zampino, lei visitò un posto dove scrivevo di solito, lesse un mio verso che parlava d'amore e di sentimenti, gli piacque (così mi disse, in seguito)e mentre mi guardava con i suoi occhi celesti, mi lanciò un sorriso. E così, nei giorni successivi, scambiando alcune idee, facemmo conoscenza. Ironia della sorte, il suo interesse per me era stato motivato anche da un equivoco. Lei pensava che io fossi fidanzato con una ragazza della sua città che frequentava la mia stessa zona e con cui ero in confidenza. Da questo dedusse che fossi della sua città. Io invece abitavo dall'altra parte del mare, e non ero fidanzato. E quando infine, dopo giorni e parecchi sguardi, mi chiese se ero delle sue parti, e gli dissi di no.. ormai era tardi.. eravamo già diventati amici!
Lei e io avevamo lo stesso identico concetto di amicizia, ne avremmo parlato insieme tante volte. Un concetto puro: il donarsi disinteressat

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Oscar

La testa. Quanto gli faceva male la testa.
Se Oscar avesse potuto spiegare quanto gli facesse male la testa in quel momento con un'immagine, avrebbe sicuramente scelto un incidente automobilistico. Fischi dei freni, asfalto bruciato, lamine metalliche distrutte, vetri sbriciolati, urla di dolore. Sentiva tutta quest'orchestra di sinistri suoni nella sua testa, pesanti e ridondanti, incontrollabili e molto, molto fastidiosi.
Non ci poteva far nulla, oramai questi suoni avevano preso affitto dentro di lui. Erano dei coinquilini piuttosto scomodi, di cui avrebbe fatto volentieri a meno, come del resto di tutte quelle altre sensazioni che si portava dietro, come se fossero legate alle sue gambe, che si appiccicavano viscidamente sulla sua schiena come sanguisughe. Solitudine, desolazione, disperazione, confusione, sporcizia.
Ah, la sporcizia!
Non riusciva a sopportarla. Ultimamente Oscar non aveva avuto molte possibilità di lavarsi. Solo grazie a qualche fontanella o a qualche bagno pubblico riusciva a ritrovare un minimo di igiene. Ma per la maggior parte del tempo, puzzava di fritto. Sentiva sempre intorno a sé un odore di piedi fritti. Piedi che avevano percorso migliaia di chilometri. Fritti. Era una sensazione disgustosa, ma per uno come lui, uno che dormiva nella stazione dei treni, era quasi una normalità.
Com'era finito a vivere e dormire in una stazione?
Oscar si poneva spesso questa domanda, senza trovarvi mai risposta. Pensava quasi di esserci nato là dentro, ma nel suo io più nascosto, più vivo e pulito, sentiva che prima di quella squallida vita, ne aveva vissuta un'altra migliore, con una donna al suo fianco, degli amici, un lavoro, una macchina, una casa e, chissà, anche con dei figli. Senza puzza di frittura.
Automaticamente, dopo questo pensiero, si chiedeva sempre quanti anni avesse e dove fosse nato. Non aveva risposte, né carte d'identità. Sapeva solo il suo nome: Oscar. Chi avrebbe potuto dargli un nome simile? Gli ricordava il cine

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   0 commenti     di: Roberto Dessì


Il marionettista

Un'ombra silenziosa nella notte tende i fili, sorride sadico mentre le sue marionette consapevoli danzano.
Marionette dallo sguardo vitreo danzano nella notte, marionette dai sorrisi spenti danzano nel silenzio, marionette il cui trucco cola sulle gote pallide danzano in una flebile fiamma di speranza.
Un'ombra sadica nella notte tende i fili, sorride silenzioso mentre le sue marionette ignare vivono.
Marionette dallo sguardo acceso danzano nella notte, marionette dai sorrisi falsi danzano nei locali, marionette dal trucco perfetto danzano nella luce accecante della loro ipocrisia.
Un'ombra innocente nella notte tende i fili, sorride tristemente mentre le sue marionette tristi si trascinano.
Marionette dallo sguardo rassegnato danzano nella loro immobilità, marionette dal sorriso estinto danzano nella loro rassegnazione, marionette il cui trucco cola insieme a lacrime silenziose danzano con la morte.
L'ombra che tende i fili ride, giocoso aiutante d'inganni, l'ombra che tende i fili ride triste osservando fino a che punto si è spinto per far capire alla gente la verità, invano.
Il marionettista nascosto nell'ombra della notte, silenzioso, implacabile tende i fili di nuovo e ignare e consapevoli marionette danzano sul palmo della sua mano.



Mazzacane - cap. IV

Nei giorni successivi, per fortuna di Nino, non vi sono altri omaggi. Egli, comunque, continua il suo lavoro di lettura che lo impegna ormai ogni pomeriggio. Dopo i documenti datati passa agli altri. Sempre più spesso s'imbatte in quella "M" puntata e nelle citazioni di quella strana località "la Scannatora". L'unica cosa chiara è che in quel posto vengono prese, dai tre personaggi noti più il fantomatico M. le vere decisioni circa gli atti amministrativi comunali. Riunioni di partito, Giunte e Consigli comunali sono semplici messinscene per dare una parvenza di legalità al loro operato. Sempre più frequentemente Nino si chiede chi sia quell'M. tanto importante, quasi quanto Mazzacane stesso. Una mattina, in biblioteca, Gibbì gli chiede come va il lavoro ed egli risponde laconico "procede" al che lo attacca risentito.
"Ehi, non ti ho fatto niente, ti ho solo chie.."
"So già dove vuoi andare a parare"
"Santa pazienza come sei intrattabile! Avevi detto che appena organizzato.."
"Gibbì, non ho voglia di discutere. Il lavoro procede come deve. Tutto qua"
"Mi sembri attaccato con gli spilli"
"Ma no, niente di personale, stavo solo sovrappensiero. Tutto qua"
"È lecito chiederti cosa t'impensierisce... amico?"
"Ma sì, in fin dei conti potresti anche essermi d'aiuto. Sai cos'è la Scannatora?"
"Perché? Dove l'hai trovata scritta?" chiede guardingo Gibbì.
"Ecco vedi? Per questo che sto sulle mie. Ti offri di aiutarmi, ti faccio una richiesta e tu? Tu mi fai delle domande. Bell'aiuto che mi dai!"
"Non lo so, potrebbe voler dire tante cose.."
"Credo sia una località"
"Non ho mai sentito che ci sia una contrada con questo nome, almeno nel nostro paese"
"E sennò dove, in America, forse?"
Il dialogo tra i due viene interrotto dall'ingresso di un giovane, rimasto a loro insaputa a origliare dietro la porta socchiusa. È Alfredo Volpicella, coetaneo di Nino e figlio di don Ferdinando. Appena entrato si rivolge a Nino in tono ironico.
"Buongiorno a d

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   5 commenti     di: Michele Rotunno


Il delitto

Costante Pes era in fuga da diversi giorni, tra dirupi scoscesi, monti, anfratti, dormiva dove capitava e mai bene.
La bisaccia di pelle ormai vuota, mangiava verdure raccolte dagli orti, frutta dagli alberi e beveva dalle fonti.
I piedi gonfi, doloranti, non toglieva le scarpe neppure per dormire: la paura, l'angoscia era la sua compagna.
Guardando le mani scorticate dai rovi pensava quasi farneticante:
"Ecco cola il sangue... il mio sangue... e altro sangue..."
"Nessuno può cagionare la morte di un uomo" aveva letto nel codice di diritto penale.
Nelle lunghe notti ancestrali, nelle giornate interminabili dietro il gregge nelle valli di Tiscali aveva letto Dante, tutta la Bibbia, l'enciclopedia medica e il diritto penale.
Aveva letto tutti i cantori sardi e sapeva cantare, cantava da solo.
Non cantava più... farneticava:
"ancora sangue... sangue..."
Lo assaliva un'angoscia, un dolore, un tormento mai provati prima.
Aveva dolori in tutto il corpo, la testa stretta in una morsa, era in preda a un senso di vertigine, di nausea, barcollava:
"L'inferno... e se l'inferno esistesse davvero... ma che dico, no, non sono credente, ma non sono i non credenti ad annullare l'inferno... loro non credono... ma può bastare?... ma poi..."
Ecco! Era quello l'inferno, quell'angoscia irrefrenabile, quella paura, quella prostrazione fisica... quel vuoto...
Era quello l'inferno... lui l'aveva visto in quel cranio spappolato da un macigno, aveva visto schizzare il cervello... in quel cervello erano racchiuse ed impresse migliaia di nozioni di medicina... gli affetti più cari, la preghiera...
Prima di morire si era messo in ginocchio ed invocava la Madonna...
"Maledetta quella battuta di caccia..." pensava.
Quella mattina il medico attendeva lì in quel viottolo, come altre volte.
Loro conoscevano ogni dettaglio.
Erano ben informati da quel giuda di Tore Pais, il fattore delle sue terre... quel GIUDA!!!
Il medico attendeva l'avvocato Porru compagno di bevute e di b

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   0 commenti     di: Vanna Flore



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