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Racconti drammatici

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La fustigazione di Wagner

Quest'anno l'inverno se la sta prendendo comoda. Meglio così.
Torino è una donna austera, elegante. È una donna bella di una bellezza segreta, che pochi possono capire.
Su di lei, il vestito più bello è quello dell'autunno.
Riesco a passeggiare con disinvoltura. È una questione di mimesi: come un attore sul paloscenico, recito per nascondere il terribile segreto che porto in me. Non c'è peso più duro della conoscenza.


Il giornale porta la data del 3 gennaio. Una brezza fresca avvolge i passanti. Le ultime foglie cessano la loro ostinata resistenza e si abbandonano al caso. Forse lo sanno. Forse sanno che nulla ha più senso.
E una volta che si sa questo, che senso ha rimanere attaccati al proprio albero? Una volta che si ha la piena comprensione del concetto, una volta che tutte le parti del proprio corpo e della propria anima hanno pieno e profondo possesso di questa verità, il movimento e la stasi diventano indifferenti. Tutto diventa indifferente.
Non ho avuto bisogno dei miei studi per capirlo. Fin da bambino (ha senso ora parlare di età?) mi è sembrato di precipitare costantemente verso questo momento. Ora ho piena coscienza dei miei poteri e delle mie responsabilità, nonstante continui a parlare usando vecchi luoghi comuni.
Per esempio, la parola "ora" non ha alcun significato. Spazio e tempo si comprimono in un unico grande attimo, in cui tutto è, e tutto ritorna nell'infinito miscuglio dei frammenti del nostro universo. L'ho capito. Ma questo vecchio linguaggio, indegno dell'Uomo, non mi permette di esprimermi come vorrei. È una tortura, aver carpito il segreto della vita e non poterlo nemmeno definire con chiarezza nella propria testa. Troppi limiti imposti.
Ma è qui che deve venir fuori la mia abilità. Devo far finta di nulla, altrimenti torneranno a prendermi. Mi hanno chiamato pazzo, mi hanno fatto assumere medicinali di ogni genere. Eppure è mio compito salvare questi ingrati.
Io sono Dio, io sono Dioniso, io

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Non si può vivere in tre

""Sei sveglio Alvaro?"
"Si, ho dormito tanto?"
Rispondevo e pensavo, pur sentendo vicino un borbottare.
Ripensavo alla sera in allegria, in compagnia dell'amico più caro, fratello amorevole.. che trasforma il contadino in re, il timido in eroe; con te amico mio trascino la barca nell'impetuosa corrente della vita.. abbracciato a te vado verso isole felici e mi sento come in un mare che culla il sole e l'uragano. Ti abbraccio nella stanchezza, mi avvolgi in una stretta confortevole nella malinconia. Con te suono l'arpa del genio, canto compongo e salgo sul podio a declamare versi e rido, rido.
E poi.. che bello! divento spiritoso, mordente, loquace, freddo e felice.. ho caldo sulla testa. Mi capita quando sono pieno.. tutto mi irrita, la mia stessa ironia che diventa amara mista a rabbia, un bruciore che mi gonfia il petto, ulcera in suppurazione che diventa fetida..
Ancora mi son lasciato andare. che mal di testa! sono confuso, ho una nausea che non mi fa aprire gli occhi. ma..
una voce blocca il mio pensare.
"E si, hai dormito tanto, ieri hai fatto un gran baccano!"
"Ti prego non ricominciare con le litanie.. lo so mi sono ubriacato di nuovo!"
" Sono stanca! prima o poi rimarrai in solitudine con la sola compagnia d'insetti, la bottiglia e il delirio.. quello tremens, intendo!".
Ho preparato la valigia.. in questa casa non si può vivere in tre...

   2 commenti     di: antonina


Il canto dei pioppi

Nessuno sapeva da dove fosse venuto, o perché. In paese non erano in molti, a dirla tutta, nemmeno a sapere quand'è che fosse arrivato. Ai bambini raccontavano, con la certezza granitica di chi inventa una nuova fiaba, che in realtà c'era sempre stato. Ma per i più, sostanzialmente, era semplicemente comparso lì una mattina d'ottobre come tante altre: prima non c'era, dopo invece sì.
L'autunno stava, proprio allora, cominciando a fare sentire grossa la sua voce roca: il cielo era grigino anzichenò, tirava da nordovest un vento foriero di rivoluzioni, e poco prima che si levasse il sole c'era anche un'ombrolina di quella nebbia leggera e tenace che in quei paraggi è una parte del paesaggio tanto quanto l'argine del fiume o il campanile della pieve. E proprio dall'argine del fiume era comparso questo tizio: che fosse forse arrivato a nuoto?
Con il tempo, era diventato anche lui una parte del paesaggio: tanto quanto l'argine del fiume, il campanile della pieve o la nebbiolina leggera e tenace. Soleva sedere al limitare del deciduo di pioppi che abitava la golena, e cantava. Era già lì prima dell'alba, quando i contadini assonnati uscivano in silenzio per andar sui loro campi, e cantava. Era ancora lì dopo il tramonto, quando il birocciaio rientrava addormentato sul suo carretto guidato da un mulo che conosceva la via del ritorno meglio di lui, e cantava.
La voce era clamorosamente segnata dall'età che questo individuo aveva ereditato dallo scorrere della sua vita, ma era comunque ferma e ben tenuta. Governata con maestria quasi innaturale, si piegava ora docile, ora ruvida, alle varie esigenze di quel canto solitario e misterioso. Si taceva soltanto quando il campanile della pieve batteva il mezzodì: attendeva con solerte pazienza che il riverbero ovattato dei dodici rintocchi fosse assorbito dalla pianura, poi ricominciava daccapo.
Passarono gli anni, i bimbi divennero adulti e i contadini divennero vecchi. Il mulo del biroccio fu

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Odore di felicità

15 Novembre 2011, foce del fiume Sarno, a sud di Napoli.
Quel giorno aveva piovuto ininterrottamente e aveva continuato per tutta la notte.
Ormai era sera quando un'utilitaria con a bordo un uomo sulla cinquantina, che attraversava il ponte sulla statale a qualche chilometro dalla foce del fiume in piena aveva sbandato, ruotando fino a mettersi di traverso e infine, slittando sul fondo stradale reso viscido dalla pioggia, aveva investito in pieno il parapetto metallico della corsia opposta, finendo in acqua.
L'uomo che viaggiava nell'auto che la precedeva, dopo aver assistito alla scena attraverso lo specchio retrovisore, era sceso dall'auto e aveva dato l'allarme.
Aveva atteso l'arrivo della stradale, aveva dato indicazioni ai vigili del fuoco incaricati delle ricerche, poi era stato ascoltato dal magistrato di turno come persona informata sui fatti e infine era tornato a casa, sfinito.
Le ricerche sarebbero state vane: lo sbarramento a valle del ponte era stato aperto per evitare esondazioni in città per cui l'auto, con la persona che era alla guida, quasi certamente era stata trascinata fino al mare. Chissà se e quando sarebbe ricomparsa.
Tornato a Napoli, Salvatore Perrella, per gli amici Sasà, si era attaccato a una bottiglia da un litro di birra artigianale, che gli era costata quasi quanto un Montepulciano d. o. c., e si era steso sul letto.
Il cuore gli batteva forte. Aveva rischiato di finire dritto nel registro degli indagati, ma poi il magistrato si era reso conto da solo che su quell'asfalto liscio e bagnato, bastava toccare il freno per perdere il controllo, soprattutto con una vecchia Panda del '94.
Fuori infuriava il temporale e la birra che si era scolato non voleva saperne di fare effetto. Sasà chiuse gli occhi e tornò indietro nel tempo, a quando aveva conosciuto Clelia.
L'aveva incontrata una mattina assolata dei primi di novembre del 1985. Lui aveva iniziato a frequentare l'Istituto Tecnico per costruzioni aeronautiche, mentre le

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La voliera

La contessa Matilde di Villamarina si aggirava nelle stanze in penombra.
L'autunno pigro e tardo s'annunciava a smorzare la lunga siccità con i primi scrosci temporaleschi.
L'odore della terra, dai vigneti e dagli oliveti, fradicia di pioggia, arrivava dalle persiane socchiuse col primo vento freddo che presagiva l'inverno.
La voliera, ai primi rigori, dal grande giardino, all'ombra delle palme, veniva trasportata con grande cautela da due domestici nel solarium custodito nel cuore della casa.
I canarini giallo - oro non parevano aver avvertito quel consueto trasloco, e svolazzavano e cantavano felici avvolti dalla luce opaca verdognola della grande lanterna di vetro tra papiri e piante acquatiche.
Donna Matilde aveva seguito la scena da lontano, un brivido di freddo invase il suo alto, esile corpo di austera bellezza avvolto dalla lunga vestaglia di seta color ocra.
"È la prima volta che Edoardo non assiste al rito della voliera..." pensò presa da un senso di smarrimento, di vuoto che la stordiva e la rendeva estranea alla realtà che la circondava...
Come un'automa si avvicinò ai canarini che volteggiavano in immensi voli felici, sollevò la testa per seguire meglio le imprevedibili piroette in quell'enorme voliera... tese la mano come per distoglierli dal loro volo... come in un sogno rivide Edoardo che rideva e scherzava con quegli uccelli come fossero esseri umani: "Guardali mamma, sono così belli che sembrano finti... guarda come beccano! Grazie mamma! È il regalo più bello che io abbia mai ricevuto per un compleanno... sai cosa farò, mamma? Li dipingerò in un'enorme tela e lì resteranno immortali... toccali, mamma, sembrano di seta..."
Lo diceva guardandoli con i profondi occhi azzurri, riavviandosi con una mano una bionda ciocca impertinente che ogni tanto gli calava sulla fronte.
Edoardo non festeggiava il compleanno con gli amici, preferiva starsene da solo, e sceglieva in anticipo un regalo che sognava un anno intero... quel regalo era

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   0 commenti     di: Vanna Flore


Concentrazione, la proibizione del piacere

Una stanza vuota, buia. Nudo. Al collo la chiave con l'anagramma della sua amata. Nudo.
Aveva freddo. Era isolato, fragile, inerme: studiava eventuali rumori di fondo per capire dove si trovasse. Chi erano? E cosa volevano? Perché nudo? Cos'altro ancora stava accadendo?
Pianse e allo stesso tempo batteva i denti per il gelo, per l'ansia che lo tartassava, per la rabbia di aver esitato troppo ed essere ad un passo dalla verità.
Come spiegare al mondo intero la sua innocenza stava diventando il male di vivere.
SI accasciò a terra, di lato, lasciando cadere lacrime profonde.
Partirono i suoi pensieri: ricordò anche lui il tempo in cui era ingenuamente fanciullo, dove ogni ricordo veniva impresso sul suo diario. Un diario difficile, diverso dal solito in cui ogni pagina rappresentava un desiderio di cambiamento. Un aiuto verso l'infinito... che non era mai giunto.
La pagina più controversa era quella delle sue inibizioni.
Stava emettendo un buffo risolino nel ricordare quel dolore, quella vergogna nel parlare a se stesso dei suoi desideri sessuali. Quante difficoltà per sentirsi parte viva di un mondo tetro e perverso, che vive in funzione delle sue emozioni e pulsazioni. Sentirsi profondamente in imbarazzo nel mostrare il suo corpo nell'unione di un idillio... E non provare piacere. Era tutto meccanico, quasi uno sforzo che terminava con personali umiliazioni e sensi di colpa laceranti...
Buffo il fatto di non essere capaci di gestire le proprie intimità, esserne tentato e poi non riuscire a godere del momento in se. Come un trauma che lacera la mente e ti fa sentire sottomesso e non appagato.
Rideva e piangeva: in quel buio non riusciva a trovare un'altra distrazione migliore.
I ricordi, tanta confusione e amarezza nel vivere ogni istante della sua vita con continue paturnie e l'immenso grado di solitudine velata nel suo intorno...

Fine tredicesima parte.

   0 commenti     di: Felice Scala


Alzati, Gennà!

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   3 commenti     di: luigi pagano



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