username: password: dati dimenticati?   |   crea nuovo account

Racconti drammatici

Pagine: 1234... ultimatutte

Prego Dio

La pasta è quasi cotta, l’ultima girata gliel’ho data mentre Ciro mi tira i capelli sulla nuca.
Ho paura a stare vicino alla cucina con Ciro in braccio, perché quella creatura è veramente agitata e ci vuole un niente che mi finisce sul fuoco.
Non come Rocco, Roccuzzo mio come mi piaceva chiamarlo.
Rocco si faceva certe dormite in braccio a me. Pure la polenta sono riuscita a fare, tre quarti d’ora a girare il mestolo di continuo, che se si forma un solo grumo chi lo deve sentire a mio marito Michele.
Ciro invece si muove sempre, ogni tanto si incapriccia e butta la testa all’indietro, e io devo tenerlo stretto se no va per terra.
Pasqualino sta seduto a tavola a fare i compiti, si prende un angolo del tavolo già apparecchiato e sposta il piatto e la tovaglia per farci stare il quaderno. Ma quando sente il campanello fa sparire tutto in fretta, prima che suo padre entri in casa.

Michele lavora all’acciaieria, fa i turni in fonderia e si stanca tanto. Di più quando fa la notte, e fa’ quasi sempre la notte perché così lo pagano di più.
Anch’io lavoro, ormai sono dieci anni che faccio la bidella alla scuola materna comunale.
Mi piace lavorare, perché mi svago e non è pesante. Le maestre mi vogliono bene, e anche i bambini mi cercano sempre.
Il lavoro pesante comincia quando torno a casa. Esco all’una e mezza, e se Michele ha fatto il primo, devo correre. Lui rientra alle due meno un quarto, e deve trovare il piatto pronto altrimenti sono guai, si arrabbia che è meglio non provarci.
Quando ha finito di mangiare si butta sul letto, perché è stanco e due orette se le deve fare.
Nel frattempo, dopo che ho lavato i piatti e messo a cuocere qualcosa per la sera, pulisco la casa e lavo per terra. I letti li faccio la mattina, mentre i bambini fanno colazione con le sorelle più grandi.

Meno male che ci sono loro; Maria, la maggiore, ha quattordici anni; ha finito le medie e le professoresse dicevano che è davvero brava, la p

[continua a leggere...]



Oltre la staccionata

Eccola la scogliera.
Imponente come un’espugnabile fortezza. Sotto i primi palpiti dell’alba Marty iniziò a scorgerne la sabbia color della neve. Lo stomaco si era ormai rivoltato come un calzino dopo ore di infinito tormento tra le onde dell’oceano. Aveva rimesso anche l’anima e faticava a mettere a fuoco le cose. “Chissà che razza di faccia avrò” pensò quasi divertito. Se solo avesse potuto specchiarsi era convinto di vederci riflesso una specie di cadavere ambulante, pallido e smunto come i ronzini che è solito incrociare lungo il sentiero che costeggia la fattoria. È proprio li, poco dopo il crocicchio della grande quercia, che aveva incontrato Caroline. Rimase folgorato all’istante: una dea bionda come il mare di grano che ondeggiava lieve alle sue spalle. Era meraviglioso osservare i suoi lunghi capelli luccicare al barbaglio delle stelle sotto il cielo di quasi estate. Distesi nel prato ascoltavano i sussurri del grande ruscello scambiandosi i sogni presso un punto qualsiasi dell’orizzonte oltre la staccionata della vecchia tenuta. “Ho deciso” disse una sera guardandola negli occhi “Tra due settimane parto per l’Europa. Ci ho pensato e mi sono detto che è il momento giusto”. Caroline lo guardò senza dire nulla. “La scuola è finita e prima dell’università credo che un’esperienza così possa farmi solo bene. Tu che ne dici? In fondo starò via solo per poco tempo. Lo sai anche tu come stanno le cose” . Lei continuò a tacere fino a quando non lo vide partire. Poi tornò a casa e si chiuse nella sua stanza ad aspettare. Anche Marty aspettava che il portellone si aprisse. Quanto desiderava mettere i piedi sulla terra ferma. “Ci siamo!” urlò il comandante. “Tenetevi pronti”. Il rumore del mare si fece più intenso mentre il portellone a prua si abbassava mostrando, in fondo, la bianca battigia. Bianca come la luce che s’accese improvvisa dentro Marty. Luce infinita che ti chiama. Ora sei già lontano, Mart

[continua a leggere...]



E=mc2

Sto nuotando. Ma non sento il tepore dell'acqua intorno a me. Ad essere sincera non sento nulla. Ecco, questa deve essere la sensazione che devono provare gli astronauti quando fanno le loro evoluzioni galleggiando nella totale assenza di gravità, solo che io non compio evoluzioni, me ne sto immobile, e la gravità mi inchioda.
Non vedo nulla, né colori, né ombre, né immagini, in compenso però ho un udito finissimo, posso sentire anche i sussurri dietro le porte, come quel personaggio di una serie televisiva di quando ero bambina. Come si chiamava?... ah ecco, ora ricordo, " La donna bionica", solo le che lei però vedeva anche a chilometri di distanza e correva più veloce del vento. Io no.
Ma non è stato sempre così, ci sono stati giorni in cui io vedevo, camminavo, ridevo, parlavo, vivevo. Ma è stato tanto tempo fa, oppure no. Non lo so più.
All'inizio ho cercato di tenere il conto del tempo che passava attraverso i rumori e i suoni che mi circondavano, poi, ad un certo punto tutto si è fatto confuso, e non sono più riuscita a distinguere il rumore stridente del carrello delle medicazioni del mattino da quello più ovattato del carrello delle medicazioni della sera, ed anche le voci intorno a me non hanno più seguito un mutare cadenzato dal tempo.
Potrei essere qui da un giorno, oppure da un anno, per me non fa nessuna differenza. Sono come un gigantesco feto immerso nel liquido amniotico, solo che ora per me nascita e morte coincidono.
Non sento dolore, né fame né sete, ma soffro ugualmente. Soffro perché sento la solitudine, la paura, la precarietà.
Quello della memoria è un meccanismo strano, posso ricordare perfettamente le filastrocche imparate all'asilo, i paradigmi dei verbi irregolari, i versi iniziali dell'Iliade e della Divina Commedia, ricordo perfino il nome del mio primo grande amore: un bimbetto di 7 anni biondo e dalle ginocchia perennemente sbucciate... ma non ricordo come ho fatto a trovarmi qui.
In queste lunghe ore

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Simona Durante


Policarpo lo scemo

- L'hai trovato? - chiese la donna.
- E come no... Ho girato tutte le strade, ma alla fine l'ho agguantato, l'ho portato con una scusa dove nessuno poteva vederci, e gliene ho date tante, ma tante, che stavolta se le ricorderà finché campa, quant'è vero Dio! - rispose l'uomo entrando nella stanza.
- Ti ha visto qualcuno? E dov'è che l'hai lasciato?
- Sotto il ponte del mulino del prete, - spiegò l'altro, ancora tutto sudato ed accaldato, col respiro pesante - a farsi leccare le ferire da quella bestia che si porta sempre dietro... Voglio vedere adesso, voglio proprio vedere se dopo tutte quelle che gli ho suonate ce l'avrà ancora la faccia di ripresentarsi in paese! - E subito dopo, per tranquillizzare la donna: - No, non c'era nessuno che passava da quelle parti.
- Questo è l'essenziale... Speriamo piuttosto che l'abbia capita.
- Capisce, capisce quando vuole! Mi ci gioco l'intero raccolto di olive, guarda! Il male lo sente pure lui, eccome! "Basta, basta!", continuava ad implorare l'animale, "non ci torno più qua, non ci torno più".
- Calmati, Nicola, tieni, bevi. - E la donna gli versò del liquore.
Don Nicola si diede una rassettatina al gilé dopo essersi rimpannucciata la camicia, si ravviò i capelli con le mani, si sedette e cominciò a sorseggiare la "strega" fatta in casa. Poi, scuotendo il capo e con le tempie che gli pulsavano per la collera, riprese:
- Ma guarda tu la Madonna, se io, un galantuomo... mi debbo ridurre a quarantanni, e con la mia posizione, ad andarmi a sporcare le mani con uno straccione vagabondo di quella fatta! Eh, ma adesso basta! Nessuna pietà bisogna avere; avevi ragione tu, come una bestia campa e come una bestia bisogna trattarlo!
- Speriamo che sia la volta buona, e che questa vergogna abbia a finire finalmente. E che diamine! La situazione s'era fatta intollerabile oramai! - concluse la donna stringendo con forza le labbra.

Tale colloquio si svolgeva nel

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: giovanni


Un incontro a sorpresa

Un incontro a sorpresa

Per parlare col mio amico uso la chat. Lui vive a Parigi io qui a Roma. Ci conviene, col telefono costerebbe troppo, rimaniamo ore intere collegati. Microfono e cuffie ed è meglio del telefono. Certo non stiamo sempre a parlare. In poche parole è come vivere nella stessa casa ogni tanto uno dice qualcosa, l'altro risponde poi si torna alle proprie attività.
Le chat, quella con tutta quella gente non le reggo, scrivi qualcosa e nessuno ti caga sembra che si conoscono tutti da sempre ed i nuovi arrivati nessuno se li fila.
L'unico sistema è quello di cliccare sul nome nella lista e chiamare in privato magari con una frase simpatica che incuriosisce. Le ragazze ci cascano sempre.
Per uno come me, con tutti gli interessi che ho, non è difficile. Basta una poesia, il verso di una canzone e loro si chiedono chi sei.
La prima cosa che cercano di scoprire è l'età e qui si fregano da sole, fai il vago, ironizzi su un ipotetica quanto improbabile età e loro s'incuriosiscono di più. Per non farsi vedere troppo interessate stanno allo scherzo proponendosi di scoprire il tutto più avanti.
Ne avevo conosciute parecchie con questo sistema ma tutte troppo superficiali, settimane d'intense chiacchiere e poi niente di veramente interessante.
Lei era diversa. Lo avevo capito subito. Di sicuro doveva essere più grande di me perché parlando di musica faceva riferimento a gruppi del passato "progressive anni 70". Quei gruppi piacevano anche a me, li conoscevo anche io quindi forse non era così.
Avevo l'impressione che stesse studiando ogni mia parola per arrivare a capire chi ero realmente. Così divenne un gioco di frasi sibilline, metafore e doppi sensi.
Il tutto diveniva sempre più curioso ed eccitante. Si cominciava a creare una sintonia strana un legame insolito. Ci sentivamo tutti i giorni. La febbre saliva. Non potevo neanche immaginare di tornare a casa e non trovarla in rete.
Era amore? Non credo. Io non m'innamoravo. Il mio cuor

[continua a leggere...]

   1 commenti     di: Riko Zodiako


La fustigazione di Wagner

Quest'anno l'inverno se la sta prendendo comoda. Meglio così.
Torino è una donna austera, elegante. È una donna bella di una bellezza segreta, che pochi possono capire.
Su di lei, il vestito più bello è quello dell'autunno.
Riesco a passeggiare con disinvoltura. È una questione di mimesi: come un attore sul paloscenico, recito per nascondere il terribile segreto che porto in me. Non c'è peso più duro della conoscenza.


Il giornale porta la data del 3 gennaio. Una brezza fresca avvolge i passanti. Le ultime foglie cessano la loro ostinata resistenza e si abbandonano al caso. Forse lo sanno. Forse sanno che nulla ha più senso.
E una volta che si sa questo, che senso ha rimanere attaccati al proprio albero? Una volta che si ha la piena comprensione del concetto, una volta che tutte le parti del proprio corpo e della propria anima hanno pieno e profondo possesso di questa verità, il movimento e la stasi diventano indifferenti. Tutto diventa indifferente.
Non ho avuto bisogno dei miei studi per capirlo. Fin da bambino (ha senso ora parlare di età?) mi è sembrato di precipitare costantemente verso questo momento. Ora ho piena coscienza dei miei poteri e delle mie responsabilità, nonstante continui a parlare usando vecchi luoghi comuni.
Per esempio, la parola "ora" non ha alcun significato. Spazio e tempo si comprimono in un unico grande attimo, in cui tutto è, e tutto ritorna nell'infinito miscuglio dei frammenti del nostro universo. L'ho capito. Ma questo vecchio linguaggio, indegno dell'Uomo, non mi permette di esprimermi come vorrei. È una tortura, aver carpito il segreto della vita e non poterlo nemmeno definire con chiarezza nella propria testa. Troppi limiti imposti.
Ma è qui che deve venir fuori la mia abilità. Devo far finta di nulla, altrimenti torneranno a prendermi. Mi hanno chiamato pazzo, mi hanno fatto assumere medicinali di ogni genere. Eppure è mio compito salvare questi ingrati.
Io sono Dio, io sono Dioniso, io

[continua a leggere...]



Oscar

La testa. Quanto gli faceva male la testa.
Se Oscar avesse potuto spiegare quanto gli facesse male la testa in quel momento con un'immagine, avrebbe sicuramente scelto un incidente automobilistico. Fischi dei freni, asfalto bruciato, lamine metalliche distrutte, vetri sbriciolati, urla di dolore. Sentiva tutta quest'orchestra di sinistri suoni nella sua testa, pesanti e ridondanti, incontrollabili e molto, molto fastidiosi.
Non ci poteva far nulla, oramai questi suoni avevano preso affitto dentro di lui. Erano dei coinquilini piuttosto scomodi, di cui avrebbe fatto volentieri a meno, come del resto di tutte quelle altre sensazioni che si portava dietro, come se fossero legate alle sue gambe, che si appiccicavano viscidamente sulla sua schiena come sanguisughe. Solitudine, desolazione, disperazione, confusione, sporcizia.
Ah, la sporcizia!
Non riusciva a sopportarla. Ultimamente Oscar non aveva avuto molte possibilità di lavarsi. Solo grazie a qualche fontanella o a qualche bagno pubblico riusciva a ritrovare un minimo di igiene. Ma per la maggior parte del tempo, puzzava di fritto. Sentiva sempre intorno a sé un odore di piedi fritti. Piedi che avevano percorso migliaia di chilometri. Fritti. Era una sensazione disgustosa, ma per uno come lui, uno che dormiva nella stazione dei treni, era quasi una normalità.
Com'era finito a vivere e dormire in una stazione?
Oscar si poneva spesso questa domanda, senza trovarvi mai risposta. Pensava quasi di esserci nato là dentro, ma nel suo io più nascosto, più vivo e pulito, sentiva che prima di quella squallida vita, ne aveva vissuta un'altra migliore, con una donna al suo fianco, degli amici, un lavoro, una macchina, una casa e, chissà, anche con dei figli. Senza puzza di frittura.
Automaticamente, dopo questo pensiero, si chiedeva sempre quanti anni avesse e dove fosse nato. Non aveva risposte, né carte d'identità. Sapeva solo il suo nome: Oscar. Chi avrebbe potuto dargli un nome simile? Gli ricordava il cine

[continua a leggere...]

   0 commenti     di: Roberto Dessì



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Drammatico.