Sono seduta sul letto, quella cornice colorata, con all’interno i nostri volti è appoggiata sulle mie gambe, su quella gonna nera, troppo corta per i miei gusti, mentre con un dito vado ad accarezzarti quel viso così allegro e spensierato, ma sotto i miei polpastrelli sento solo il liscio del vetro. Quel vetro freddo che rinchiude il tuo sguardo in una foto di 15 x 20cm. Quel vetro così simile al cuore di quell’uomo che, impugnando una pistola, ti ha sparato, solo perché i tuoi bellissimi occhi innocenti avevano visto cose che non avrebbero dovuto vedere. Ricordo l’ultima volta che mi hai parlato, l’ultima volta che mi hai sorriso, l’ultima volta che le tue labbra hanno incontrato le mie, l’ultima volta che mi hai detto “Ti amo”. Ed ora? È tutto finito. E ora? Tu non ci sei più. Ed ora? Ora sono sola. È successo tutto troppo in fretta, non dovevi lasciarmi, non ora!
Mi alzo e ripongo quella cornice sopra al comodino, prendo in mano il cuscino, lo annuso, il tuo odore mi inebria, e mi ricorda l’ultima volta che quel profumo è giunto al mio naso. Esco dalla tua camera e scendo le scale, all’ingresso la gente mi guarda, nei loro occhi vedo compassione, tenerezza, pietà. Mia madre si avvicina e mi mette un braccio al collo, la guardo, nei suoi occhi pieni di lacrime si riflettono i miei, vuoti, stanchi, ogni movimento mi sembra pesante, ogni parola inutile, ogni sguardo colmo d’odio, di disprezzo per quel mondo che mi ha portato via lui... la persona che amo! Non ho la forza per andare avanti, mi sembra di morire, sprofondare in un abisso senza fondo. Anche le lacrime si rifiutano di scendere dai miei occhi, dopo averlo fatto per 3 giorni. La gente mi stringe la mano e mi fa le condoglianze, mi conforta dicendomi che tutto si sistemerà, che tutto passerà, che sono giovane, mi viene da ridere, nessuno di loro sa cosa sto provando, nessuno! Eppure parlano, parlano e parlano, che stupide le parole, si dice che servano a spiegare tante cose,
Capitolo primo
La bettola emerse dalla foschia come un miraggio.
L'uomo inspirò, espirò, inspirò di nuovo. Frugò nei taschini dell'impermeabile, tra briciole e fazzoletti raggrinziti, e tirò fuori l'astuccio delle sigarette. Lo rivoltò tra le mani rugose e lo soppesò con indifferenza. Era vuoto. Lo gettò via distrattamente. Sospirò e volse il suo sguardo angosciato verso destra, verso il vicolo avvolto nel miasma delle serpentine di scarico, lugubri luci al neon come stelle in un firmamento indistinto. E la pioggia che si infrangeva obliqua e tintinnante sui telai arrugginiti delle finestre. Oltre tenebre immobili e anfratti dimenticati. E più in là ancora, attraverso miglia di nulla, si dischiudeva misterioso e solenne il tetro orizzonte. Eterne distese di detriti e di frammenti e di cenere. La sagoma aguzza della città. Bassifondi marcescenti. Odore di morte e putrefazione.
Tossì. Il bagliore cinereo del lampione irradiava il suo profilo inflessibile, il suo profilo statuario. Attraverso la sozza vetrata della bettola scrutò di sbieco una giovane donna rischiarata dalla fiamma volubile e incerta di una candela. Una come te non dovrebbe essere da queste parti, amica. Guardala. Gli occhi, buchi neri nell'immensità azzurra. Capelli lucenti e la ciocca che le ricade languida sulla fronte. Le sue labbra vagamente curvate in un sorriso capovolto. Quel lungo abito di seta indaco. Guardala.
Era seduta a un tavolo, sola. Stringeva tra le mani un vecchio Moleskine rosso e lo sfogliava con aria assorta. Un raggio di luce obliquo le rischiarava le mani tremanti, le dita così sottili, gli anelli splendenti. Bevve un sorso di vino, gli occhi smarriti nel vuoto della notte e della città. L'impronta del suo rossetto color porpora si impresse come un fantasma, come un monito, come una profezia, sul bordo del bicchiere. Deglutì e riprese a sfogliare il Moleskine logoro, antico scrigno di ricordi sfuggenti.
L'uomo aprì timidamente la porta sotto l'in
Valona, agosto 2000, il contingente interforze occupa un edificio mezzo diroccato, dove noi Italiani col nostro saperci arrangiare, abbiamo reso abbastanza vivibile, camerate da 10-12 posti letto, una cucina da campo dell’Esercito Italiano in piena efficienza, una grossa sala con un televisore munito di antenna parabolica, con alcune sedie, fungono da sala ricreativa, un ponte radio in continuo contatto con la sala operativa in Italia. Di fronte a questo edificio vi è un’altra struttura presidiata ed abitata dalla polizia militare Albanese, una specie di milizia pretoriana che, sulla carta ed in parte, combatte la mafia locale, ma piu’ delle volte è concussa con essa. Il Colonnello Adami già da sei giorni ha sostituito il comando del presidio Italiano, lo hanno sistemato un alloggio d’emergenza, da condividere con un Capitano ed un Tenente Medico, si era reso subito conto della situazione quasi precaria, e della sensazione di grande disagio con cui ogni giorno si doveva fare i conti, non ci si poteva allontanare dal presidio da soli ma in gruppo, ed armati poiché continue scorribande di sbandati, si spostavano in cerca di razzie o di regolamenti di conti tra bande rivali, nell'infermeria spesso si presentavano ragazzi feriti da armi da fuoco per non parlare di bambini che giocando con armi d’ogni genere spesso venivano colpiti da esplosioni o da pallottole sparate senza un motivo preciso o per qualche regolamento tra adulti!.
Quella sera il colonnello Adami si era sdraiato nel suo letto con una stanchezza profonda, il lavoro era davvero tanto, ma la sua spossatezza era piu’ che altro psicologica, da quando era arrivato nella Ex Albania i suoi occhi avevano visto solo miseria, povertà , abbandono e prepotenza, la guerra è da un pezzo finita ma quello che ha lasciato alle sue spalle è un popolo tutt’altro che liberato da schiavitù , tutt’altro che risollevato da un economia scellerata, un popolo che non ha ancora risolto n
Pietro torna a casa dal lavoro stanco e annoiato e rivolge un ciao svogliato alla moglie Elena, indaffarata in cucina. Il figlio diciassettenne è chiuso in camera sua a combinare chissà cosa e non si fa vivo. Pietro si cambia, accende la televisione del salotto e si spaparanza in poltrona in attesa della cena. Alto, asciutto e appena brizzolato, a quarantacinque anni è ancora un bell'uomo.
Appena è pronto in tavola si trasferisce in cucina e accende pure lì la tv, giusto in tempo per il telegiornale. Suo figlio arriva, un cenno di saluto al padre e prende posto, dalle cuffie proviene il brusio di una qualche cantante di musica pop. La consorte mette i piatti in tavola in silenzio e altrettanto in silenzio i tre mangiano.
Sono ormai al termine quando squilla il telefono. Elena va a rispondere. È un'amica con cui attacca a chiacchierare. Frattanto il figlio torna in camera, in attesa d'incontrarsi con gli amici e Pietro si rimette davanti allo schermo: la fine del tg, le previsioni del tempo, poi Affari tuoi.
Terminata la telefonata Elena dà una rapida passata ai piatti prima di infilarli nella lavastoviglie, dove è già in attesa il vasellame del pranzo. Pietro sfoglia la guida tv senza trovare nulla d'interessante. Su Rete 4 andrà però in onda Lo chiamavano Trinità. È il film più trasmesso della storia televisiva italiana, un quarto di secolo in programmazione continua, ma in fondo, perché no? Le peripezie di Terence Hill Trinità e Bud Spencer Bambino non lo stancano mai. Nel frattempo la moglie segue la telenovela preferita sull'altro apparecchio e poi si trasferisce nello studiolo, dove va on line, su facebook. Non ci si schioderà fin oltre la mezzanotte. Pietro scuote la testa, incomprensivo: come si può passare metà della propria esistenza in modo così vuoto? Quindi torna a dedicarsi all'intensa occupazione di guardare la tv.
Più tardi il ragazzo sbuca dal suo privè, pronto a uscire. Saluta distrattamente i genitori e ne riceve saluti
Sento ancora fischiare quel maledetto treno e rivedo lo sfasciarsi della bella primavera.
Non sapevo il perché o il come, né cercai di farmene una ragione.
La bottiglia di mandarinetto non riuscì ad ottundere i miei pensieri.
Tre anni di coccole, di progetti e d'amore, volatilizzati dietro a quel suo:
"Non ti importa niente di me, altrimenti mi seguiresti all'inferno."
Non lo so se il tempo sia galantuomo, ma come terapeuta non è male, quando si è giovani.
" Pronto, non si sente bene, ripetete con calma per favore."
"Sono io, ti voglio vedere, sabato, solito posto e solita ora."
Un clic, il suono della sua voce.
Nel cuore, brividi alla ricerca di una risposta diversa.
Andare o non andare all'appuntamento?
È bellissima, è lei.
Mi viene incontro di corsa.
Un saltello e mi balza addosso... come la ragazza di tanti anni fa.
Vuole essere perdonata, pur sapendo che non l'ho mai condannata.
La stringo a me, quasi a toglierle il respiro, non ho alternative.
Mano nella mano, ci incamminiamo lungo il viale.
"Questi alberi maestosi erano fanciulli, quando mi volevi bene."
"Sei sempre bella, come ti senti?"
" Come quelle foglie che non vogliono staccarsi dai rami, ho freddo, accarezzami."
"Ami sempre le foglie cadute?"
"Si, in ognuna di esse è scritto un verso di poesia."
"Eccola la nostra panchina, che squallore! Il solito Barbone che si scola l'ennesima bottiglia."
" Ciò che per noi è squallido, per gli altri potrebbe essere stupendo."
"È vero, sai che non ci avevo pensato, adagiamoci sull'erba, sono stanca."
" Ti ritrovo più bella di prima."
"Dillo ancora che sono bella, sono vanitosa e amo sentirmelo dire."
"Lo sai che sono geloso, tu sei sempre bella e a me piace ripetertelo."
"Ancora, ancora, dimmelo e smettila con le mani, no, no, continua."
"Ho prenotato una camera al Victoria Hotel, letti separati, staremo più a nostro agio."
" Mi toccherà unire i due letti, siamo adulti e a noi è dovuto quel qualcosa in più
Ci sono cose che non si possono dire, ci vuole troppo coraggio, ed io non ce l’ho, sono gli occhi, però, che ti tradiscono, gli occhi non mentono mai.
Per mia “fortuna” Giulia non ha mai potuto guardarmi negli occhi, e così mi sono illuso di essere riuscito ad ingannarla, a tenerle segreta la gravità del suo male.
Per mesi e mesi, durante i ricoveri per accertamenti, le visite specialistiche, i consulti più disparati; sono stato convinto d’aver ingannato ad arte la piccola eroina. Eroina perché, nonostante, evidentemente disorientata ed imbarazzata, da tutti quei passaggi da un luogo sconosciuto, ad un altro, ancora più lontano, dalla sua zona di sicurezza; Giulia, mostrava a tutti un cortese distacco, quasi non fosse lei, l’attrice di tutte quelle scene.
Ho detto mi sono illuso, perché in realtà la mia piccola amica, aveva già percepito, dai miei balbettii, dalle parole dei medici e dai bisbiglii di commento del personale dell’Istituto, la gravità del suo nuovo “dono ricevuto dal cielo”.
E qui, Giulia, s’è superata, non è mai crollata in nostra presenza, non ha mai pianto davanti a me, perché, sono sicuro, non voleva che noi tutti, suoi adoratori, soffrissimo per lei.
Oh Giulia, sono un bastardo; ti ho mentito per non farti piangere, in realtà, era per non ammettere che io stesso, volevo mentire a me stesso; negare l’ovvio, per paura, per vigliaccheria, per incapacità di condividere con te un così infinito dolore!
E come al solito, tu, piccolo, smunto, tremante cucciolo di donna; ti sei dimostrata migliore di me, migliore di tutti.
Ho coinvolto R. un “fratello” oncologo di un ospedale all’avanguardia in questo orrendo campo. Ha letto i referti, s’è messo in macchina, s’è fatto 800 km solo per venire a Napoli e visitare la mia Giulia. I suoi occhi mi hanno subito detto quel che temevo. Le metastasi accertate, non consentivano alcun tipo di intervento chirurgico. E fra un po’, sarebbe sopraggiunta
Così all’improvviso come se ne era andato, altrettanto inaspettatamente Cosimo Gasparini riapparve in paese, uno dei primi giorni di agosto del 1950, dopo ben 15 anni di assenza.
Scese dall’autobus, ritirò dal bagagliaio la valigia e si guardò intorno: nulla sembrava cambiato. Stava respirando a pieni polmoni l’aria umida, olezzante del putridume del vicino fiume quasi in secca, quando un’esclamazione lo fece trasalire.
- Ma sì, sei proprio tu, Cosimo! È ritornato, gente, è ritornato!
Si volse a guardare chi lo chiamava e vide un uomo in tuta da meccanico, sulla porta di un’officina da fabbro, che gli si faceva incontro. Gli sembrò che il viso non gli fosse nuovo, ma c’era qualche cosa che non quadrava in quel volto, che un tempo doveva essergli stato familiare: una benda nera infatti copriva l’occhio sinistro.
- Non mi riconosci, cavolo. Non vedi che sono io, il Guercio.
- Il Guercio?
- Ah sì, è vero che tu mi puoi ricordare con tutti e due gli occhi; uno l’ho perso quando non c’eri ed è stato in guerra. Però non puoi esserti dimenticato delle nuotate che facevamo nel Po, io nudo e tu pudico con le mutande tutte scucite.
Cosimo si portò la mano alla fronte, fissò il suo interlocutore ed esplose:
?" Ma certo! E quando andavamo a rane di notte con la lampada ad acetilene e tu riempivi il sacco e poi ti divertivi a guardare quelle che cercavano di saltar fuori? Sì, ti riconosco, sei il mio vecchio amico Annibale!
- Sei vestito come un damerino, da gran signore. Hai fatto fortuna via e io ci avrei scommesso perché, anche se non hai studiato, hai sempre avuto una mente sveglia. Senti, facciamo un salto all’osteria, che lì troviamo senz’altro qualcun altro che ti conosce, e poi, detto fra noi, questo caldo, la polvere di ferro e l’urlata mi hanno fatto venir sete.
Nell’osteria erano in pochi ma, come si suol dire, di quelli buoni, cioè tutta gente che era in paese da una vita e che, avendo già udito l’urlata
La pagina riporta i titoli delle opere presenti nella categoria Drammatico.