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Racconti drammatici

Pagine: 1234... ultimatutte

Jack... come cade una foglia in autunno

Jack... come cade una foglia in autunno

La notte avvolge la città che dorme profondamente, sono poche le macchine che passano nelle grandi strade che la dividono...
In uno dei terrazzi dei possenti palazzi che la dominano dal alto, ci sei tu... nel freddo gelido di una notte d'inverno, seduto in una sedia di uno squallido motel osservi tristemente il celo...
La sigaretta si consuma lentamente, agiti leggermente il bicchiere con il baffo, il Jack Daniel's, ultimo amico che ti è rimasto, il ghiaccio batte nel vetro del bicchiere e assorto nei tuoi mille pensieri è sempre uno e soltanto uno quello che domina, lei, lei e soltanto lei... è stata lei la tua unica ragione di vita... lei che purtroppo è diventata la tua unica ragione di vita... lei che con tanta fatica veniva e subito se ne andava... lei che non ti bastava mai... lei che potrebbe essere di tutti ma è solo per pochi... lei che ti faceva volare... anzi ti illudeva di star volando... lei che non parlava mai...
Lei che... lei che... lei che ti a preso, spremuto, rovinato e gettato via... lei che non tornerà perché non ti è rimasto più niente... solo l'ultima sigaretta, l'ultimo bicchiere di whiski di una bottiglia finita troppo presto e i vestiti che hai addosso...
Accendi l'ultima sigaretta, anche il tuo ultimo amico, Jack se ne è andato... getti il bicchiere in terra, ti alzi dalla sedia... vai verso la ringhiera... ti appoggi barcollando... guardi giù verso la strada...
Il tuo sguardo si perde tra la nebbia e il whisky... 20 piani ti separano dalla strada e 24 anni dal giorno in cui sei nato... l'ultima sigaretta è oramai finita... la tua speranza e la tua anima sono spazzate via come la cenere della cicca... volata via dal vento laggiù nel profondo degli abissi... arrese al destino che hai voluto dargli... per un attimo lo sguardo offuscato si ferma in una finestra del palazzo di fronte dove si è appena accesa una luce... una donna sta cambiando il suo bambino appena nato... c'è a

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Inferno paradise

Mi è successa una cosa buffissima Gino! Oh Mario sei semplicemente tumefatto. Ma cosa ti è succeso. Una cosa buffissima, non ti preoccupare... Ma insomma, il labbro rotto, un occhio pesto, raccontami mentre ti porto al pronto soccorso! Ma che prondo doccordo, non d'è bidogno. Ti son caduti anche due denti, lo senti come parli, sanguini di brutto. Ma dai dadciami daccondade poi andiado dode duoi. Addora, mi tono metto davanti un Bancomatte, no? Si, dovevi ritirare lo stipendio, allora?

Eh, intomma. Che ritate... Ma come, ti hanno rapinato? Hai i soldi? Sei stato a fare denuncia? Ma che tenuntia, cota vuoi tenuntiare una tciena comica? Allora, infdo la mia tetteta microthippata, fattio il codice. Ma che ore erano? Ma, le tinque di mattina. E tu fai un operazione al bancomat alle cinque di mattina? Ma sei fuori di testa? Maria ti ha lasciato uscire?
Ma Madia mi ha latiato avevo betuto troppo, ma intoma mi ascolti o no?

Mi fai venire il nervoso, cosa hai da sghignazzare, ti son rimasti solo due denti ora, stai morendo dissanguato, andiamo su... sali in macchina. Ma perchè non mi ascolti. Una roba da matti! Davanti i bancomat si è crata una fila di gente un po' fuori di testa come me. Poi uno ha cominciato a spingere, io gli ho dato una gomitata e... ma mi ascolti? Insomma ne è venuta fuori una collutazione, ma non hai sentito?
Ero sotto la tua porta di casa, vicino. Lo sportello del bancomat non era attivo.

Tutti dietro di me, come pensando che ci fosse, che scherzo. Si mi hanno poi dato un paio di cazzotti, alcuni non eran di spirito, che qui sotto c' è ancora l'insegna della banca ma il bancomat lo so, è fuori uso da mesi, e la banca non esiste più.
"Dottore come stà?" "Putroppo ha perso troppo sangue, è rimasto come con un sorriso stampato sulla faccia, si tenga forte..."

Mario è morto, non ho fatto in tempo a salvarlo, maledetta la sua voglia di prender le cose sempre sul ridere, e sul far gli scherzi alla gente, e poi Maria, chi la sente

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   1 commenti     di: Raffaele Arena


Troverò il colpevole

"Saper comunicare" era il solenne imperativo. Tra speranze e attese il nuovo si affacciava con la pretesa di sovvertire il vecchio fatto di debiti, clientelismo e inefficienze.
E quale data si prestava al meglio per l'inaugurazione del nuovo? Qualche capoccione pensò che far coincidere il nuovo corso con l'entrante secolo e millennio potesse rimanere maggiormente impresso. Così fu deciso per il Gennaio del 2000.
Quell'anno la Chiesa celebrava il Giubileo, ma un'alba raggiante si alzava all'orizzonte pronta a sorridere agli audaci. Un artista isolato e sconosciuto inventò il motto aziendale delle tre E: Etica, Efficienza, Ecologia aziendale; da tale spunto alcuni dirigenti intuirono l'enorme pro attività del tizio e subito gli proposero un contratto di svariati milioni.
A Capo dell'agile e flessibile struttura venne scelta una persona che usava una comunicazione essenziale, senza infiorettature ma capace di compiere, al momento opportuno, delle sguaiate memorabili che nel non detto volevano dire: "fatti da parte, nullità. Qui, comando io!".
Quando un debole non possiede il carisma del ruolo che ricopre e non ha sicurezza dei propri mezzi, né è fiduciosa verso i suoi simili, l'aggressività diventa l'unico mezzo per rimediare ai propri limiti. L'intelligenza, la prudenza e l'obbiettività non sono qualità molto apprezzate dai Baroni che, invece, preferiscono i metodi sanguigni che però offrono vantaggi solo immediati.
La "Signora sto qui, perché qualcuno mi ci ha messo" aveva un'interpretazione accentratrice del proprio ruolo, al punto tale che spesso si sostituiva ai suoi diretti subalterni; scrutava con preclusione e sospetto le attività dei sottoposti, né nascondeva a questi ultimi i suoi sentimenti negativi e non da ultimo, spesso si sottraeva all'obbligo del saluto.
Sin dall'inizio della sua gestione, la filosofia di "Corvo rosso non avrai il mio scalpo" fu quella di sorvegliare il personale e di presidiare il territorio assegnat

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   3 commenti     di: Fabio Mancini


Uccidimi fratello mio

Io sono Ignazio Atenza. E tu eri Clemente Delugu.
Più che amici, più che fratelli.
Cresciuti nel podere di Tanca Cuada, in riva al mare.
Che bello andare a cavallo lungo la riva! Ti ricordi Clemente?
Le navi carboniere che passavano, ci salutavano.
E ti ricordi, quando si falciava il grano a giugno?
La sera si ballava e si cantava in casa del nonno.
Ad agosto la festa di S. Maria, e portavamo a spalla la sua statua carica di oro, in processione.
E cantavamo
- Santa Maria, mama de Deus, prega pro nos attros peccadores…-
(trad. “Santa Maria, madre di Dio, prega per noialtri peccatori”).
Guardavamo le ragazze dietro il fumo dell’incenso e loro ci guardavano, sorridendo, con la bocca nascosta dietro i lembi dei loro fazzoletti della festa. Il prete alzava la voce pregando e ci spruzzava l’acqua benedetta dall’aspersorio e tu chinavi la testa. Anche i loro padri ci guardavano, mentre arrostivano la carne di capra, all’ombra degli olivastri secolari, intorno alla chiesa bianca. Ridevano fra i baffi e ci mostravano la frusta dei loro cavalli, battendosela come niente, lentamente, sui gambali, mentre si toglievano il berretto per farsi il segno della croce.
Stavamo diventando uomini anche noi, Clemente.
Poi scoppiò la guerra.
Uomini partivano e non tornavano. Allora veniva la tristezza anche da noi. Le nostre madri ci guardavano. Noi non pensavamo. Eravamo ragazzi. Nati nel 1899.
Chiamarono anche noi. Bisognava partire e piangevamo. Tu eri più delicato e io dovevo proteggerti. Non ci piaceva quella divisa grigioverde che ci soffocava nel collo. Odiavo le urla di quei caporali.
Quando ci fecero salire sulla nave e attraversare il mare…
Poi ci separarono. Sento ancora il mio pianto che copriva il tuo.

Il Fronte. Nel Fango, nel Freddo. Filo spinato. Stai giu! Fuma il sigaro con il fuoco in bocca di notte o il cecchino ti vede! La Gavetta. Questa è Anice, bevete, bevete, che facciamo l’assalto!
Fuori! Fuori! Viva! Tà! Pùm!

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   8 commenti     di: alberto tosciri


Mazzacane - cap. V

Dopo la cena in pizzeria Nino accompagna Stefania verso casa. I due, chiacchierando, passeggiano lentamente.
"È incredibile! - dice Stefania - credevo di conoscerti bene dopo tanti anni e, invece, sono bastate poche settimane per scoprire tante dfaccettature"
"Mi trovi davvero tanto cambiato?"
"Sì, e molto anche. Direi che sei in continua trasformazione. Stamattina eri allegro e... sfacciato e stasera, poi, non so.. sei pacato, riflessivo e anche.. come dire.. sicuro di te stesso"
"Per la verità anch'io mi sento diverso stasera"
"È sempre per via del libro?"
"Sì, lo ammetto, quel libro mi sta cambiando"
"Ed anche profondamente. Lo sai, mi piace stare con te stasera"
"Ti scoccio se parlo delle mie ricerche?"
"Al contrario, mi affascina"
"Oggi ho fatto una lunga chiacchierata con Gibbì. Ha detto delle cose che mi hanno fatto riflettere e, non volendo, mi sono sentito coinvolto"
"Su cosa in particolare?"
Abbiamo parlato dell'emigrazione, di quello che è costato in sentimenti, di quandto abbia condizionato i rapporti familiari. Sai, anche la mia famiglia vi è passata ed io nemmeno lo sapevo. Mio padre è morto in Svizzera cadendo da una impalcatura, io non ero ancora nato"
"Perciò sei cresciuto senza neanche avvertire la sua mancanza"
"No, senza neanche avvertire la sua presenza. Il concetto è diverso"
"C'è qualche appunto che riguarda l'emigrazione nei documenti in tuo possesso?"
"In un cereto senso, non proprio edificante, ma vi è qualcosa. Forse più di qualcosa"
"Si tratta di considerazioni politiche?" Sorridendo Nino puntualizza
"Noo, affatto. Si tratta di gestione del potere. Sai cosa sono le vedove bianche?"
"Le vedove bianche? No, mai sentito"
"Erano le mogli degli emigranti, quelle che restavano in paese ad attendere la buona sorte dei mariti. Un'attesa lunga.. troppo lunga per delle donne sole e.. a volte anche indifese"
"Forse capisco cosa vuoi dire. Donne sole e..."
"anch'io

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   4 commenti     di: Michele Rotunno


La Botola. Prima parte

Mi chiamo Emilio e non sono una gran brava persona, almeno così la raccontano. Amo la natura, tutte le cose belle del Creato e, anche, i miei consimili. La Dea Bendata, deve avermi scambiato per qualcun'altro, visto che, ogni tanto, sbaglia bersaglio. La solita vita di lavoro, sacrifici e fregature, ma veniamo ai fatti. Nel settantanove, i miei risparmi finirono nelle mani di un Leguleio, che mi fece entrare in possesso di sessantadue ettari di pietraie. In cambio, mi spogliò di ogni mio altro avere, riducendomi sul lastrico. Cosa potevo mai fare con quella sterminata sassolaia? Nella migliore delle ipotesi... prendermela con la mia dabbenaggine. Nemmeno gli ovini sapevano trarre profitto dai radi arbusti e dall'erba macilenta. In compenso, reddito agrario e reddito dominicale andavano inseriti nella dichiarazione del 740. Negli anni che seguirono tirai la carretta, mentre gli eventi della vita seguivano il loro corso. Ci incrociammo nel 96, allorché il mio possedimento fu inserito nel Piano Regolatore Generale. Lo smottamento della Pedemontana aveva costretto gli Uffici Tecnici ad una scelta obbligata. Espropriarono alcuni ettari della Proprietà : Strada, Complesso scolastico, Edilizia agevolata, Verde pubblico, Caserma dei Carabinieri, Campo sportivo ed altro. Il resto attirò l'attenzione degli Speculatori e degli Imprenditori. Un fiume di danaro che si riversò anche nelle mie tasche. Trentasette miliardi delle vecchie lire, non erano una bazzecola.
Niente più code alla banca o alla posta, anzi inchini e tappeti srotolati. Nel duemila, mi ritrovai con una bella casa, giardino e ( dispiace questo termine) Servitù. Memore dei soprusi e angherie subite nella vita lavorativa, decisi di trattare i miei collaboratori, con i guanti bianchi. Una villetta, dotata di ogni comfort, tutta per loro, stipendi superiori alla media, orari di lavoro inferiori a quelli dei Docenti e piccole regalie. Un sistema di video-sorveglianza miniaturizzato e invisibile mi permetteva

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   6 commenti     di: oissela


Vent'anni di matrimonio

Pietro torna a casa dal lavoro stanco e annoiato e rivolge un ciao svogliato alla moglie Elena, indaffarata in cucina. Il figlio diciassettenne è chiuso in camera sua a combinare chissà cosa e non si fa vivo. Pietro si cambia, accende la televisione del salotto e si spaparanza in poltrona in attesa della cena. Alto, asciutto e appena brizzolato, a quarantacinque anni è ancora un bell'uomo.
Appena è pronto in tavola si trasferisce in cucina e accende pure lì la tv, giusto in tempo per il telegiornale. Suo figlio arriva, un cenno di saluto al padre e prende posto, dalle cuffie proviene il brusio di una qualche cantante di musica pop. La consorte mette i piatti in tavola in silenzio e altrettanto in silenzio i tre mangiano.
Sono ormai al termine quando squilla il telefono. Elena va a rispondere. È un'amica con cui attacca a chiacchierare. Frattanto il figlio torna in camera, in attesa d'incontrarsi con gli amici e Pietro si rimette davanti allo schermo: la fine del tg, le previsioni del tempo, poi Affari tuoi.
Terminata la telefonata Elena dà una rapida passata ai piatti prima di infilarli nella lavastoviglie, dove è già in attesa il vasellame del pranzo. Pietro sfoglia la guida tv senza trovare nulla d'interessante. Su Rete 4 andrà però in onda Lo chiamavano Trinità. È il film più trasmesso della storia televisiva italiana, un quarto di secolo in programmazione continua, ma in fondo, perché no? Le peripezie di Terence Hill Trinità e Bud Spencer Bambino non lo stancano mai. Nel frattempo la moglie segue la telenovela preferita sull'altro apparecchio e poi si trasferisce nello studiolo, dove va on line, su facebook. Non ci si schioderà fin oltre la mezzanotte. Pietro scuote la testa, incomprensivo: come si può passare metà della propria esistenza in modo così vuoto? Quindi torna a dedicarsi all'intensa occupazione di guardare la tv.
Più tardi il ragazzo sbuca dal suo privè, pronto a uscire. Saluta distrattamente i genitori e ne riceve saluti

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   18 commenti     di: Massimo Bianco



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