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Racconti drammatici

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Come foglie nel vento

[prequel di Angelo e L'anglo e il redento]

Nel periodo in cui tutto iniziò, per Michael, l'autunno era appena arrivato col suo vento fresco a staccare le foglie dai rami degli alberi. Tutte foglie rinsecchite che ormai non avevano più linfa per rimanere vive attaccate laddove avevano avuto vita.
Guardando quel turbinio della natura volare nel vento che andava dal forte al leggero, Michael, suo fratello e sua sorella si sentivano proprio così.
Come foglie nel vento che staccate dalla propria 'casa' erano destinati senza scelta a viaggiare nell'aria che non rivelava nulla sulla loro destinazione.
Sapevano solo che un giorno sarebbero riuscite a posarsi di nuovo sulla terra e a trovare il meritato riposo per poi tornare a vivere.
La loro situazione era analoga e pensando che la stagione rispecchiasse i loro animi, realizzarono che dopo l'autunno ci sarebbe statao l'inverno, qualcosa di peggiore rispetto alla stagione che stavano vivendo.
Quando i loro genitori morirono in un tragico incidente e furono affidati ai nonni in un altro quartiere, uno povero e poco raccomandabile, a loro parve di cadere in un sonno pesante e di vivere costantemente in un incubo. La sensazione di non riuscire a svegliarsi era sempre più crescente e sembrava non avessero scelta che lasciarsi vivere così, subendo la crudeltà che la vita aveva riservato per loro.
Ognuno reagì a modo proprio. La sorella più piccola, Hannah, non faceva che piangere dalla mattina alla sera nella sua fragilità innocente e pura. Non avrebbe mai compreso come mai mamma e papà avevano dovuto andarsene così presto, lasciandoli soli. Tutto quel che riusciva a fare era versare lacrime e sperare che fosse tutto davvero un sogno. Aveva iniziato a mangiare sempre meno e la notte riusciva a dormire unicamente abbracciata stretta al fratello maggiore.
Edward era il fratello minore e lui reagì chiudendosi completamente in sé stesso, diventando aggressivo e facendo spesso la cosa più stupida di tut

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   1 commenti     di: Astrid Basso


Primo cap. vorrei morire se non vi disturba troppo

Sarei o meglio, fui, un attore teatrale e, ahimè! di fiction, che di questi tempi vanno per la maggiore, ma sulla carta d'identità preferii dichiarare di essere un banale impiegato.
Per anni fui ospite abbastanza richiesto alle trasmissioni di Raiuno e della De Filippi, dove girano sorrisi d'ipocrisia e complimenti iperbolici, gli spettatori presenti in sala si spellano le mani consigliati dalla manciata di euro che percepiscono. A me di questi inviti era sempre importato meno di zero, li avevo sopportati perché mi erano stati imposti dalla produzione e dal mio agente, io mi ero sempre sentito un attore " vero " con delle responsabilità verso il pubblico... Ma perché mi ostino a perdere il mio tempo a discuterne? Quasi avessi dimenticato che sono accidenti che appartengono tutti quanti al mio passato. Oggi è un giorno diverso, dopo tre mesi d'inutili dubbi ho finalmente sconfitto l'ultima esitazione, ho messo in vendita l'appartamento, quell'appartamento che io e Giulia al termine di una ricerca capillare avevamo scovato alla periferia di Milano, dove il cielo non banalizza le giornate. Tralascio di raccontare con quanto amore e con quanta cura l'avevamo arredato.
L'avvocato mi aveva preparato la procura ed alcune carte, che firmo. Neppure vi do un'occhiata, uno scarabocchio e via, il mio sguardo è attirato da una finestra socchiusa dello studio con il vento che si accanisce contro la tenda.
Sino all'ultimo il buonuomo aveva cercato di convincermi a rimangiarmi la decisione: un appartamento tanto bello, arredato con tanto gusto... Nell'invitarmi ad accomodarmi mi aveva anticipato che si sarebbe permesso di esprimersi non come titolare di uno studio legale che suo nonno aveva aperto nel 1935 o giù di lì, ma da amico quale si onorava di ritenersi. La mia, a suo dire, era un'imprudenza, avevo davanti una carriera teatrale e televisiva avviatissima, sarebbe bastato superare lo choc, l'indubbio choc... Nella foga oratoria si spinge oltre

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La Botola. Prima parte

Mi chiamo Emilio e non sono una gran brava persona, almeno così la raccontano. Amo la natura, tutte le cose belle del Creato e, anche, i miei consimili. La Dea Bendata, deve avermi scambiato per qualcun'altro, visto che, ogni tanto, sbaglia bersaglio. La solita vita di lavoro, sacrifici e fregature, ma veniamo ai fatti. Nel settantanove, i miei risparmi finirono nelle mani di un Leguleio, che mi fece entrare in possesso di sessantadue ettari di pietraie. In cambio, mi spogliò di ogni mio altro avere, riducendomi sul lastrico. Cosa potevo mai fare con quella sterminata sassolaia? Nella migliore delle ipotesi... prendermela con la mia dabbenaggine. Nemmeno gli ovini sapevano trarre profitto dai radi arbusti e dall'erba macilenta. In compenso, reddito agrario e reddito dominicale andavano inseriti nella dichiarazione del 740. Negli anni che seguirono tirai la carretta, mentre gli eventi della vita seguivano il loro corso. Ci incrociammo nel 96, allorché il mio possedimento fu inserito nel Piano Regolatore Generale. Lo smottamento della Pedemontana aveva costretto gli Uffici Tecnici ad una scelta obbligata. Espropriarono alcuni ettari della Proprietà : Strada, Complesso scolastico, Edilizia agevolata, Verde pubblico, Caserma dei Carabinieri, Campo sportivo ed altro. Il resto attirò l'attenzione degli Speculatori e degli Imprenditori. Un fiume di danaro che si riversò anche nelle mie tasche. Trentasette miliardi delle vecchie lire, non erano una bazzecola.
Niente più code alla banca o alla posta, anzi inchini e tappeti srotolati. Nel duemila, mi ritrovai con una bella casa, giardino e ( dispiace questo termine) Servitù. Memore dei soprusi e angherie subite nella vita lavorativa, decisi di trattare i miei collaboratori, con i guanti bianchi. Una villetta, dotata di ogni comfort, tutta per loro, stipendi superiori alla media, orari di lavoro inferiori a quelli dei Docenti e piccole regalie. Un sistema di video-sorveglianza miniaturizzato e invisibile mi permetteva

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   6 commenti     di: oissela


Come amiche

Conobbi la morte quando avevo otto anni. A quel tempo per spiegarmi cosa mi stava succedendo usarono parole strane, discorsi illogici basati sulla magia e sulla religione. È strano come gli adulti parlino dell'argomento con i bambini; hanno la strana convinzione che non siano in grado di capire e quindi inventano strani modi che gli confondono soltanto le idee. Io, da parte mia, sapevo già tutto.
Il mio gatto Muffin era morto qualche mese prima cadendo dalla finestra del nostro appartamento. I miei genitori non avevano voluto dirmi la verità. Era giugno, uno degli ultimi giorni di scuola, e, come sempre, mia madre era venuta a prendermi a scuola. Quando ero salita in macchina mi aveva accolta con un forte abbraccio, più lungo del normale.
"Vedi Giulia è successa una cosa brutta." aveva esordito "Muffin è scappato di casa" .
"No, mamma." le avevo detto io, quasi per calmarla "Muffin non farebbe mai una cosa del genere. È troppo vecchio" avevo concluso fiera del mio ragionamento.
"Mi dispiace tesoro." Mia madre aveva scosso la testa e schioccato un bacio sulla mia guancia. "Ti va un gelato?" aveva poi proposto.
"Prima di pranzo?"
"Un piccolo strappo alla regola"
Avevo annuito entusiasta. Non ero preoccupata per Muffin. Non era scappato di casa, era troppo vecchio. Probabilmente era in qualche angoletto della casa che solo io e lui conoscevamo. Mamma e papà non lo avevano cercato bene. Ma tornata a casa neanche io lo trovai. Mi arrampicai sui mobili, spostai i divani, cercai ovunque. Solo pochi giorni più tardi sentii mio padre parlare al telefono con un suo amico che gestiva un piccolo negozio di animali di quanto fosse normale che, alla sua età, il nostro gatto avesse perso l 'equilibrio e fosse caduto.
Piansi. Piansi a lungo e piansi di vero dolore.
Una cosa mi rimase impressa nella memoria: Muffin, paradossalmente, valeva un gelato.
La morte la capivo, si. Quello che non capivo era da cosa dipendesse la mia eventuale morte. Per i miei ge

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   3 commenti     di: Flavia Castelli


Il ponte di barche

Non si era pentito della scelta di trasferirsi in campagna, aveva bisogno di riprendersi dopo il brutto incidente. Quella pace, quella solitudine erano quello che serviva, i suoi pensieri però non erano stati avvisati e sembravano intenzionati a rimanere agganciati a quel momento. Una ragazzina sbucata fuori da un vicolo contromano. Una frenata disperata, la corsa inutile all'ospedale, l'incontro con la madre che dopo un attimo di esitazione lo aveva abbracciato piangendo quasi in silenzio. Tutti a ripetergli che non poteva evitare l'impatto, che non aveva nessuna colpa.
Non aveva colpa ma quel sorriso non si sarebbe più acceso.
Le prime settimane aveva cercato la soluzione nella normalità, ufficio, amici, qualche puntata al cimitero dove spesso incontrava Marzia che non gli negava mai un abbraccio, una parola di incoraggiamento. Un comportamento che lo lasciava sconcertato, non riusciva a spiegarsi come una madre a cui ammazzi una figlia di quattordici anni possa preoccuparsi per te, eppure bastava guardarla per capire la sua disperazione.
Una donna coraggiosa, rimasta incinta ai tempi dell'università, aveva cresciuto quella figlia da sola, non aveva mai svelato il nome del padre. Anni difficili in quella comunità bigotta, aveva lottato, non si era arresa.
Si erano conosciuti a un meeting aziendale, per qualche tempo avevano lavorato nella stessa società, un breve periodo, poi lui aveva fatto altre scelte. Non erano mancate le occasioni di frequentarsi, aveva anche pensato di approfondire quel rapporto che anche lei sembrava apprezzare ma, aveva prevalso la paura di farle altro male. Era sempre stato il suo problema quello di pensare, di farsi troppe domande, di restare a guardare la vita scorrere.
Ce l'aveva messa tutta per riprendere a vivere normalmente, aveva intuito subito però che niente sarebbe tornato come prima. Una sera mentre cercava di distrarsi facendo scorrere sul monitor le migliaia di fotografie mai catalogate, ritrovò a

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   0 commenti     di: Ivan Bui


L'alpino nella neve

Nel corso della prima guerra mondiale si combatté molto, e duramente, anche sulle alte cime; i crinali furono contesi aspramente dai due contendenti e le difficoltà del terreno, le condizioni climatiche repentinamente mutevoli e l'alta quota determinarono perdite incalcolabili.
Sono passati tanti anni da quando il nonno mi ha lasciato ed io ero ancora bambino, ma non ho dimenticato i suoi racconti di vita, le esperienze drammatiche che lo coinvolsero in quella grande tragedia che lo videro umile alpino combattere sulle nevi eterne dell'Adamello.
Quello che mi appresto a raccontare è un episodio che al nonno, nel rammentare, provocava un'emozione così forte da riuscire a trasmetterla anche a me e che tuttora provo, per la nota dolente che lo contraddistingue.

L'anno, mi pare fosse il 1916; la guerra era già entrata nel secondo anno e le nostre speranze di una rapida vittoria erano già svanite; eravamo partiti da Mantova in otto ed ero rimasto solo io (Cavedaschi era caduto nei primi giorni, Moretti non si era più svegliato una mattina ed il freddo se l'era portato con sé; gli altri, gli altri? Sì, gli altri non mi erano sconosciuti, ma ho imparato presto che è meglio dimenticare l'amicizia per evitare la sofferenza per la perdita di un caro compagno).
Eravamo incavernati su un bastione di roccia che guardava sul ghiacciaio del Mandrone; uno spazio angusto, scavato con il piccone, vivevamo in mezzo ai nostri stessi escrementi, si mangiava ogni tanto, quando la corvé riusciva a raggiungerci; il freddo era sempre intenso e non potevi dormire più di un'ora di seguito, altrimenti ti si congelavano gli arti.
Gli austriaci erano dall'altra parte, fra le rocce fronteggianti, ad una distanza non superiore ai 200 metri, in una posizione di fatto imprendibile, perché noi avremmo dovuto uscire dalla caverna, calarci con le funi sul bordo del ghiacciaio, attraversarlo, aggirando i crepacci, e risalire il pendio per attaccare il nemico. E la stessa cosa era per

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Da scrittore a lettore

Renato entra in libreria e se lo ritrova subito davanti. Un libro. Il suo libro.
In copertina, rigorosamente rigida, c'è l'urlo di Munch che si contorce sotto il titolo scintillante a caratteri maiuscoli: Racconti ritrovati. Renato prende il libro in mano e lo gira trovandosi rispecchiato nella quarta: un uomo sulla cinquantina con cappelli brizzolati e occhi neri nascosti da lenti senza montatura, in una classica posa da intellettuale. All'interno in poche righe è stata schedata la sua vita: laureato in Lettere moderne alla Sapienza di Roma dopo il suo primo libro Oltre il tempo, un vero caso editoriale, ha scritto altri cinque libri tradotti in più di trenta lingue. Autore acclamato dal pubblico e dalla critica ha da poco ceduto i diritti della sua opera di debutto ad un'importante casa di produzione cinematografica che intende trasformarla in un film.
Renato sorride "In qualche modo devo pur campare".
Ripone il libro e sospira. Ancora si ricorda della prima volta in cui aveva visto Oltre il tempo in libreria: poche copie sul bancone delle proposte con una copertina anonima. Era scoppiato a ridere tra la gente che lo guardava di traverso da dietro libri di celebri autori; aveva acquistato l'intera pila rinunciando al pranzo per un intero mese.
E ora? Nessuna emozione. Sparita come, d'altronde, la voglia di scrivere che da giovane lo costringeva a stare alla scrivania fino a notte fonda. Quella che era stata definita la sua "ultima fatica", in realtà, altro non era che un insieme di racconti mediocri scritti in gioventù, alcuni persino tra i banchi di scuola, spacciati per il lavoro di revisione di una vita. Persino il suo editor, persona tutt'altro che sincera, era stato costretto a dirgli la verità: " Renà, se tu non fossi così famoso 'sta roba l'avrei subito buttata nel cesso ".
Renato cammina tra gli scaffali leggendo quei titoli di libri che ha visto così tante volte da fargli venire la nausea. E dire che una volta quello era l'unico posto in

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   2 commenti     di: Flavia Castelli



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