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Racconti drammatici

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Pioggia

Venne risvegliato dal cigolio della porta che si stava richiudendo. Faticò a riconnettersi con la realtà, con quella realtà.
Si era addormentato appoggiando la testa sul tavolo. Un bicchiere di vodka ben stretto nella mano.
Poco più avanti, seduto ad un altro tavolo uno squallido individuo stava palpando il nudo deretano di una prostituta. Tutto intorno a lui un'umanità eterogenea era impegnata a dimenticare che il mondo si era dimenticato di lei. Risate si alternavano a gemiti soffocati e versi gutturali, tremori a sobbalzi e ammiccamenti, nel folle tentativo di esorcizzare i propri fallimenti esistenziali. Volti disfatti dall'alcol e dalle droghe, corpi seminudi, effluvi di umori che lasciavano nell'aria l'odore acre e pungente del sesso rubato.
La scena, offuscata dal denso fumo che galleggiava nell'aria oltreché da quello prodotto nella sua mente dalla vodka di cui aveva abbondantemente abusato, gli ricordò in maniera inquietante un'incisione della Divina Commedia ad opera del Dorè di cui aveva una riproduzione a casa.
Svuotò il bicchiere che teneva in mano emettendo un verso di evidente disgusto, poi si recò al banco dove il barista era affaccendato con due clienti alle prese con una sbornia.
- L'ultimo, Mario. -
- Meglio di no, Giorgio. Per questa sera basta così. Vuoi ridurti come loro?-
Il barista accennò in direzione dei due ubriachi che stavano dando in escandescenze a poca distanza, insultando lui e la sua famiglia in tutti i modi possibili ed immaginabili. Giorgio diede uno sguardo a quei due.
- Magari riuscissi ad ubriacarmi in quel modo, almeno potrei dirti quello che penso della tua schifosa vodka e di questo bordello!-
- Va' a casa, Giorgio! -
Gettò due banconote sul bancone e si avviò lentamente verso l'uscita. Sull'asfalto larghe chiazze d'acqua testimoniavano il passaggio di un forte temporale. Tirò su il bavero della giacca e s'incamminò. Fatti pochi passi, vide dietro delle auto parcheggiate una ragazza giovanissima

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Storia di Nessuno che ha incontrato il Niente

Questa è una storia di poche pretese. Anzi, comincia come tante le altre: Vi una persona, un luogo e un tempo. E in questa, come in tante innumerevoli occasioni, si interrogano, si analizzano, si conoscono.
Solo una sottile ombra la differenzia dalla realtà e il noto: la situazione. La situazione in cui questi tre elementi s'intrecciano. Come un una foglia morta fuori stagione, come una persona che è nata dalla madre sbagliata, o come un segnale errato che ha scatenato una carica suicida in guerra, questa storia è sbagliata nel momento che è cominciata. L'assurdità, la coincidenza e la sfortuna si sono incontrati insieme, per caso, forse. O forse, più giustamente, per sbaglio. E adesso, un UOMO, il cui nome è insignificante, ha incontrato un LUOGO in uno spazio proibito, in un TEMPO dove mente e corpo si perdono come gocce di lacrime, disperse nell'eterne distese oceaniche di Europa. L'infinito è una luce troppo brillante per un mortale, il cervello umano troppo fragile per così tante informazioni, cosi tante immagini del nulla assoluto. Questo uomo capitò in un luogo dove l'Infinito e l'Eterno si scontrano con giochi di colori che non ci possiamo neanche immaginare, con colori che l'uomo non ha mai visto ne mai doveva farlo. Questa indifesa creatura vide, e soffrì, succube di un cervello impaurito, capace solo di rigettare l'impossibile comprensione di quelle immagini. Ma come distruggere tale ricordo? Come cancellare tale splendore? Piangevano i suoi sensi, rimbombava nel cuore l'anima.
Il povero umano tanto gridava di dolore quanto di terrore, così che le sue grida disperate furono trasportate dai venti solari, riempiendo di tenebrosi sentimenti i campi dell'ombra. Persi nel tempo, da millenni eterni. Sopravvivenza azzannò la disperazione, e la voce venne soffocata dal bisogno di riprendere fiato. Cancellare il terrore con la logica.
Ma in questo istante di silenzio, in quel secondo così caro ma perso nel diagramma del tempo, il disperato si ac

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Senza di te

Sono seduta sul letto, quella cornice colorata, con all’interno i nostri volti è appoggiata sulle mie gambe, su quella gonna nera, troppo corta per i miei gusti, mentre con un dito vado ad accarezzarti quel viso così allegro e spensierato, ma sotto i miei polpastrelli sento solo il liscio del vetro. Quel vetro freddo che rinchiude il tuo sguardo in una foto di 15 x 20cm. Quel vetro così simile al cuore di quell’uomo che, impugnando una pistola, ti ha sparato, solo perché i tuoi bellissimi occhi innocenti avevano visto cose che non avrebbero dovuto vedere. Ricordo l’ultima volta che mi hai parlato, l’ultima volta che mi hai sorriso, l’ultima volta che le tue labbra hanno incontrato le mie, l’ultima volta che mi hai detto “Ti amo”. Ed ora? È tutto finito. E ora? Tu non ci sei più. Ed ora? Ora sono sola. È successo tutto troppo in fretta, non dovevi lasciarmi, non ora!
Mi alzo e ripongo quella cornice sopra al comodino, prendo in mano il cuscino, lo annuso, il tuo odore mi inebria, e mi ricorda l’ultima volta che quel profumo è giunto al mio naso. Esco dalla tua camera e scendo le scale, all’ingresso la gente mi guarda, nei loro occhi vedo compassione, tenerezza, pietà. Mia madre si avvicina e mi mette un braccio al collo, la guardo, nei suoi occhi pieni di lacrime si riflettono i miei, vuoti, stanchi, ogni movimento mi sembra pesante, ogni parola inutile, ogni sguardo colmo d’odio, di disprezzo per quel mondo che mi ha portato via lui... la persona che amo! Non ho la forza per andare avanti, mi sembra di morire, sprofondare in un abisso senza fondo. Anche le lacrime si rifiutano di scendere dai miei occhi, dopo averlo fatto per 3 giorni. La gente mi stringe la mano e mi fa le condoglianze, mi conforta dicendomi che tutto si sistemerà, che tutto passerà, che sono giovane, mi viene da ridere, nessuno di loro sa cosa sto provando, nessuno! Eppure parlano, parlano e parlano, che stupide le parole, si dice che servano a spiegare tante cose,

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   9 commenti     di: Anna Bona


La luce della salvezza

Salve, mi chiamo Artur, ho 69 anni e una storia da raccontare.
Questa storia è realmente accaduta e ha lasciato in me segni che non potrò mai cancellare, segni che rammentano la mia debolezza... la debolezza di ogni uomo che pensa di farcela con la propria forza.
Tutto ebbe inizio nove anni fa, quando ero un uomo diverso da oggi, quando pensavo che la vita era uno stupido scherzo, quando pensavo che il destino di ogni uomo era nascere, crescere tra mille difficoltà e morire nel dolore e nella consapevolezza di essere stato inutile, di non aver raggiunto un vero scopo che possa far nascere in te la soddisfazione di aver vissuto.
Premetto che fino a 10 anni fa ero ateo, confidavo fermamente nella scienza, nel progresso e in altri valori... ma non nella speranza, il più grande tra questi.
Il fallimento dell'impresa edile in cui lavoravo, il divorzio da mia moglie, la morte di mio figlio di soli dieci anni mi fecero cadere in una grave depressione.
Non avrei mai creduto che mi sarebbe successa una cosa del genere, pensavo di essere caratterialmente ed emotivamente abbastanza forte da superare ogni difficoltà... ma evidentemente mi sbagliavo; ora sono qui che scrivo, senza pensare troppo alle parole e alla correttezza delle frasi, per testimoniare la mia storia e farvi riflettere su cosa è giusto porre la vostra totale fiducia.
Era una sera d'estate, ero stato licenziato da un mese, lo stesso mese del divorzio e della morte di mio figlio.
Mi trovavo nel giardino di casa mia, seduto su una sedia a dondolo e avevo quasi preso sonno, quando sentii delle voci provenire dalla mia camera da letto; mi sembrò strano, visto che ero l'unico ad abitare li.. pensai fossero i ladri.
Andai a vedere, il televisore era acceso, sintonizzato su un canale che non era mia abitudine vedere e il volume era al massimo. Io lo spensi quasi indifferente, stavo troppo male per raggionare correttamente e me ne andai a dormire.
In piena notte, erano circa le due, sentii un rumore

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L'Urlo di Munch

Sono le diciotto e trenta e finalmente in casa sono solo. I figli, uccelli di bosco, moglie e suocera, una volta tanto fuori casa insieme, forse per qualche visita, magari ci restano fino a tardi. Non so che fare, la tv trasmette ovunque repliche già abbondantemente replicate. I mondiali sono ormai al loro epilogo e prima di sabato non vi sono partite, Mettermi a leggere qualche libro, non ne ho voglia così come dedicarmi all'enigmistica a schema libero, la mia preferita.
Accendo il pc ma non ho molta voglia di starci, comunque faccio un salto su facebook. Che noia! Non c'è un amico in linea, nemmeno i miei cugini all'estero. Quello che sta in Francia è partito per le vacanze, quelli della California a quest'ora probabilmente dormono ancora. Intanto vado sul sito della mia radio preferita (monacensis), dove ascolto le ultime note di un concerto per cornamuse, una specie di musica celtica. Nel frattempo ha inizio un altro brano di musica religiosa con tanto di coro.
Ritento su facebook, potrei mandare dei poke a qualche amico che immagino sta sul sito ma desisto, so che li disturberei, fanno parte della tribù che passa il tempo su farmville, il passatempo per me più inconcepibile, e non aggiungo altro sperando di non urtare la suscettibilità di alcuno.
Nel frattempo la musica si sta facendo tambureggiante. Le note penetrano nel cervello coinvolgendomi in un'atmosfera irreale.
Qualcosa di positivo, in tutti i sensi, la potrei fare come scrivere un racconto su poesie e racconti. Per la verità qualche idea già da qualche giorno che mi sta frullando in testa ma non è ancora giunta a maturazione, è ancora un frutto acerbo, necessita di ulteriore maturazione. Allora che faccio?
Ecco, improvvisamente la soluzione! Stamattina mia figlia mi ha chiesto cosa sapessi del Grido, un famoso quadro. Le ho risposto di non saperne nulla sebbene il nome mi dicesse qualcosa, ma non riuscivo a collegarlo a nulla di preciso. Ora posso benissimo documentarmi. Non ci vuole

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   7 commenti     di: Michele Rotunno


Odore di felicità

15 Novembre 2011, foce del fiume Sarno, a sud di Napoli.
Quel giorno aveva piovuto ininterrottamente e aveva continuato per tutta la notte.
Ormai era sera quando un'utilitaria con a bordo un uomo sulla cinquantina, che attraversava il ponte sulla statale a qualche chilometro dalla foce del fiume in piena aveva sbandato, ruotando fino a mettersi di traverso e infine, slittando sul fondo stradale reso viscido dalla pioggia, aveva investito in pieno il parapetto metallico della corsia opposta, finendo in acqua.
L'uomo che viaggiava nell'auto che la precedeva, dopo aver assistito alla scena attraverso lo specchio retrovisore, era sceso dall'auto e aveva dato l'allarme.
Aveva atteso l'arrivo della stradale, aveva dato indicazioni ai vigili del fuoco incaricati delle ricerche, poi era stato ascoltato dal magistrato di turno come persona informata sui fatti e infine era tornato a casa, sfinito.
Le ricerche sarebbero state vane: lo sbarramento a valle del ponte era stato aperto per evitare esondazioni in città per cui l'auto, con la persona che era alla guida, quasi certamente era stata trascinata fino al mare. Chissà se e quando sarebbe ricomparsa.
Tornato a Napoli, Salvatore Perrella, per gli amici Sasà, si era attaccato a una bottiglia da un litro di birra artigianale, che gli era costata quasi quanto un Montepulciano d. o. c., e si era steso sul letto.
Il cuore gli batteva forte. Aveva rischiato di finire dritto nel registro degli indagati, ma poi il magistrato si era reso conto da solo che su quell'asfalto liscio e bagnato, bastava toccare il freno per perdere il controllo, soprattutto con una vecchia Panda del '94.
Fuori infuriava il temporale e la birra che si era scolato non voleva saperne di fare effetto. Sasà chiuse gli occhi e tornò indietro nel tempo, a quando aveva conosciuto Clelia.
L'aveva incontrata una mattina assolata dei primi di novembre del 1985. Lui aveva iniziato a frequentare l'Istituto Tecnico per costruzioni aeronautiche, mentre le

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12, 36

12, 36

Sono rilassato…. non ricordo l’ultima volta in cui lo sono stato così tanto, non avverto nemmeno la solita tensione muscolare, specialmente alle gambe ed alle mascelle normalmente così continua che ormai il dolore è quasi una compagnia.
Sto camminando lentamente, ed anche se non riesco esattamente a stabilire rapporti e proporzioni tra le distanze, la cosa non solo non mi preoccupa, ma sembra costituire la mia condizione naturale.
In effetti, a pensarci, questo procedere irresponsabilmente a vista, stabilendo di passo in passo la direzione da seguire, gli appoggi da usare, cercando di non disturbare troppo col rumore prodotto dal mio spostamento, è sempre stato il mio modo preferito di navigare in questa distesa lattiginosa, perché è chiaro che, anche se dapprincipio non si distinguono, dei rami urticanti devono annidarsi un po’ ovunque, camminare sfiorando il terreno può essere un buon metodo per limitare i danni.
In ogni caso sono calmo e continuo ad avanzare.
C’è una specie di portale davanti a me ora, (o qualcosa che interpreto come tale), ed anche se incongruo con la realtà circostante, (non si distingue nulla attorno ad esso, ed in una frazione di secondo il mio cervello ha già elaborato le informazioni disponibili, e concludo che dal momento che a parte la caligine che costituisce tutto il visibile, i cardini del portale non poggiano a niente, ed attorno allo stesso non c’è niente. Esso costituisce quindi una anomalia, ma dato che ho già deciso di accettare la situazione, respingo l’informazione in un circuito neurale secondario), apro:

La giornata è calda, e seduto accanto a me al tavolo di un caffè che dà sul corso c’è un uomo con un viso inquietante, sembro io in tutto e per tutto, solo alcuni particolari differiscono; la montatura degli occhiali, il taglio dei capelli, il vestito dall’uomo indossato con disinvoltura e sicuramente più consono alla mia/nostra età rispetto alla mia consueta divisa T-shirt +

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