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Racconti drammatici

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Pioggia in coda

Sta diluviando. Nella mia auto in coda all'ennesimo semaforo della città, tamburello sul volante il motivo ora in onda alla radio. Nell'abitacolo accompagno il ritornello con la mia voce vagamente stridula ma pur sempre intonata, a mio parere. Stamattina è una di quelle giornate destinate a essere ricordate forse per sempre nella mia piatta vita condotta finora.
Un colloquio di lavoro, dopo mesi di disoccupazione vissuti non certo con il sorriso sulle labbra. E Roberta ne sapeva qualcosa. Teso e facilmente infiammabile più di una tanica di kerosene, il mio umore era al limite di una crisi. Cavoli, avevo sempre lavorato sodo, in quella fabbrica di mattoni, fino al suo tragico epilogo. La chiusura. E con altri venti operai, da quel giorno non ci furono più sveglie all'alba e le mani tornarono più lisce, senza quei nodosi calli: gli unici elementi positivi di quel licenziamento di massa che mi venivano rammentati fino alla nausea per evitare che facessi il pericoloso passo verso il limbo della disperazione. La mia dignità di uomo che protegge e mantiene la sua donna era minata pericolosamente. La mia compagna di vita, Roberta appunto, sapeva quanto fosse doloroso per me vivere col suo solo sostentamento economico. Peraltro appena sufficiente. Faceva la cassiera da MacDonald's, la catena americana di quel cibo rovina-viscere (così lei stessa lo definiva). Ogni mattina prima di andare al lavoro mi passava una mano tra i capelli e nello stesso istante mi accarezzava l'orecchio con il suo respiro che svaniva nel sussurro più dolce che un ragazzo di trent'anni avesse mai potuto percepire. Un "Ti amo" speciale. Erano le solite parole che si scambiano due innamorati. Ma Roberta ci metteva tutta la sua anima nel pronunciarle. E a me scaldavano il cuore infreddolito dagli eventi. Sapeva quello che stavo passando ed io apprezzavo enormemente quanto tenesse a me.
Ma quella mattina mi alzai prima io di lei. E quel suo procedimento amoroso, glielo rubai. Le dis

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   0 commenti     di: andrea anfossi


Ritratto di signora in rosso

Trovo sempre più difficile stendere il colore sulla tela. Ogni mia pennellata sfuma sempre nello stesso tono. Si tingono di rosso.
Finché dipingevo albe o tramonti, la cosa poteva sembrarmi normale; ma quando ho cominciato a dipingere di rosso alberi e prati la cosa non mi è sembrata più normale.
Ho dato una un'ultima pennellata al carretto seguito dal cagnolino, e anche lì è emerso quel tono rosso. Allora ho smesso per qualche giorno di dipingere.
Tutto questo è successo da quando ha fatto il suo ingresso nel mio studio Lara.
Era accompagnata dal marito, un bell'uomo, non c'è che dire; mi ha commissionato il ritratto della moglie.
Con modi gentili, cortesi mi ha illustrato sin nei minimi dettagli come eseguire il ritratto.
Mentre lui parlava, io a volte guardavo nello specchio di fronte: notavo le sue spalle, la sua folta chioma, il movimento preciso delle sue mani, e vedevo la faccia di un uomo brutto, deformata nello specchio.
La bella dama perlustrava con in mano il suo ombrellino i miei quadri; aveva un'aria annoiata. Capivo che non era interessata alla mia pittura.
Il marito continuava a parlare ed io a buttar giù degli schizzi.
Lara si ferma di colpo davanti al ritratto della mia domestica.
Non potevo cogliere le espressioni della sua faccia, ma mi sorpresi che sostasse a lungo davanti a quel ritratto.
Carmen, la mia domestica, non è affatto una bella donna, ha un naso prominente (che ho tentato di addolcire in tutti i modi), un viso lentigginoso e due occhietti volpini.
Ogni volta che si vede in quel suo ritratto mi fa sempre la stessa domanda: ma sono davvero così brutta? Ed io sempre lì a consolarla dicendole che in realtà ho dipinto l'anima non il corpo.
In realtà ho dipinto il corpo, anche perché non vedo l'anima. Ed io dipingo solo ciò che vedo.
L'ho ritratta a figura intera, seduta su una sedia mentre sbuccia le patate.
Ho messo in risalto il movimento delle gambe, la loro rotondità, anche se coperte con un panno grossol

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   2 commenti     di: Bruno Corino


L'americano

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Una storia nella stanza buia

“Non farmi attendere oltre, per favore... fai quello per cui sei venuto. ”

Le corde stringono i polsi da parecchi minuti ed hanno sortito un tremendo effetto di doloroso indolenzimento e fastidioso formicolìo alla carne.
Ma non va meglio nemmeno alle caviglie, incrociate ed imprigionate anch’esse da robuste corregge di cuoio. Pur avendo i calzini a parziale protezione della pelle, il dolore si fa sentire bene anche in quel punto e rende difficile formulare un pensiero moderatamente impegnato. Non che ve ne sia più un gran bisogno, ormai. E certamente, non è la prima cosa che si cerca di fare quando si è ben legati ad una sedia di legno di ciliegio europeo, davvero troppo forte per sperare lontanamente che si rompa o soltanto si incrini, date le sue ottime proprietà di resistenza.
Legati ed isolati all’interno di una stanza buia... avvolti da tenebre artificiali talmente opprimenti che costituiscono una prigione ancora peggiore della prigione stessa che le contiene e che ospita anche il poveretto, colpevole di qualcosa, anche se non è dato bene saperlo, almeno per il momento.
Si possono soltanto formulare svariate ipotesi, ma probabilmente ci si avvicinerebbe soltanto alla soluzione dell’enigma e forse nemmeno.
Ma va da sé che la maggior parte delle persone che si troverebbero di fronte uno spettacolo del genere o potessero bene immaginarlo nella propria mente, proverebbero pietà incondizionata per la vittima in questione e per la sua sofferenza, che la meriti o non la meriti.
D’altronde, gli elementi sono pochi per formulare un giudizio ben preciso.
Si tratta solo di un uomo dall’aspetto insignificante, nemmeno troppo alto, decorato di abrasioni ed ecchimosi sul volto, possibile prova di un furioso pestaggio.
Potrebbe essere un pedofilo assassino caduto nelle grinfie di un genitore delle sue molte vittime, che da tempo sognava di realizzare la sua personale giustizia per il mostro che lo ha privato di tutto ciò che rappresentava la s

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Sangue Piovano

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   0 commenti     di: Federica.


Realtà deformata :annientamento

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Viveva ora una realtà parallela. La casa, la madre, gli amici, si affacciavano nella
sua mente solo di tanto in tanto. La vera vita era là , nello schermo, in quella città
virtuale. Era stato facile entrare. Bisognava registrarsi: aveva usato un nome falso
poi si era creato un nick ed ora si sentiva un altro, libero, sicuro di sè , forte nella
mente e nel fisico, con rapporti sessuali virtuali a volontà. Ormai si vedeva un
essere superiore che poteva disporre degli altri, assoggettarli, mortificarli.
Comandava su migliaia di persone e, per questo, mal sopportava
di ritornare in quella che gli altri chiamavano realtà. Il mondo reale lo aveva
lasciato sempre solo, non aveva capito il suo valore, le sue potenzialità.
Comunque, dopotutto, non solo lui la pensava così. Quasi tutti i suoi vecchi amici
preferivano vivere come lui perchè anche loro avevano scoperto che in tal modo erano più appagati, realizzati. Odiavano la famiglia. Era un ostacolo, una prigione da cui fuggire per vivere emozioni forti dentro quello schermo.
Fabius, ora,, usciva dalla sua stanza, quando proprio non ne poteva fare
a meno, giusto il tempo per procurarsi il cibo in cucina. Era diventato infatti
magrissimo, quasi uno scheletro.
Metteva delle cuffie per non sentire i rumori della casa e la voce di quella che un tempo chiamava mamma e che ora percepiva come un'estranea.
I sentimenti? Roba da deboli, da donnette.
Ultimamente cominciava anche ad odiarla. Stava maturando idee terribili. Se l'avesse fatta fuori, non sarebbe stato poi, libero per sempre? Poteva realizzare facilmente il suo progetto. Non era, lui, un essere superiore?
Ci sarebbe riuscito, come riusciva in tutto ciò che faceva a " Webcity" , la bellissi
ma città virtuale che aveva conquistato e di cui era il capo.
Una notte mentre lei dormiva, lo fece.. .. Sentì solo un rantolo.
Poi la mise nel congelatore Ecco, era finalmente libero di restare per sempre

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   4 commenti     di: MD L.


Cliff

Non sa quanto tempo è trascorso da quando tutto questo è iniziato.
La testa gli ronza come un alveare... le pareti del magazzino sembrano essersi deformate ai suoi occhi... gli pare addirittura che si muovano come anguille impazzite. La nebbia che avvolge lo sguardo come una coperta non se ne andrà, anzi si farà ancora più densa. Questo lo sa bene.
I contorni delle suppellettili che lo circondano non sono più definiti come in principio... sarebbe bello se fosse solo una sbronza colossale.
Sarebbe fantastico se potesse tuffarsi sopra un soffice materasso... potrebbe dormire come un bambino fino a tarda mattinata del giorno dopo.
Se fosse una sbronza, quel martellante mal di testa sparirebbe all'arrivo del giorno e potrebbe affrontare la sua vita come se non fosse successo niente.
Sarebbe semplice in fondo... sarebbe bello se potesse svegliarsi e scoprire che ha fatto solo un brutto sogno e che ora è finito.
Ma non è una sbronza... e non è un brutto sogno.
L'impatto con l'acqua gelata sulla faccia lo desta un poco e gli ammortizza il dolore per il tempo sufficiente ad ascoltare la voce cavernosa dell'uomo in piedi davanti a lui:
“Non mi sembri in gran forma, Cliff. ”
La crudele risata che segue la considerazione evidenzia il sarcasmo. Le condizioni di salute del poveretto non rappresentano affatto motivo di ansia o di pietà... solo di sadico divertimento.
“No... non hai proprio una bella cera, ragazzo. Eppure non puoi biasimare che te stesso per quello che ti sta succedendo. Hai provocato questa situazione con le tue mani, non puoi negarlo. E sapevi anche che non sarebbe stato né breve né indolore. ”
È la sacrosanta verità, purtroppo... tutto questo sta succedendo solo a causa di sé stesso. Avrebbe potuto evitarlo.
In realtà dipende dai punti di vista. Ogni situazione offre sempre svariate ottiche... ognuno può dare tante interpretazioni di una qualsiasi cosa. Tutte possono essere giuste o sbagliate. Ma a volte si pensa anche di no

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