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Racconti drammatici

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GIULIA 1 Presentazione parte I

ATTENZIONE Quella che segue è una storia molto triste, molto amara e dolorosa, ha un motivo di esistere ma è davvero molto sofferta.


Giulia ha 15 anni, o meglio li aveva; ma è il caso di cominciare dall’inizio.

È nata da una famiglia medioborghese, a Latina, primogenita a lungo attesa e desiderata; perché i genitori aspettavano di “sistemarsi” per bene, sia col lavoro, che
con la casa, comprata in cooperativa, con un mutuo ventennale, che pareva non dovessero mai finire i lavori di rifinitura;
infine venne il bel momento, tutti i rituali del caso, parenti, amici e colleghi, prima in clinica a complimentarsi con la puerpera, poi a casa a festeggiare il battesimo.

Insomma tutto normale, tutto usuale, tutto monotono perfino!

Ma Giulia non era né monotona, né usuale, né tantomeno normale, nel senso che fin dai primi mesi di vita aveva manifestato un dono ed un difetto genetico.

Il dono era l’empatia con qualsiasi tipo di animale; sia che stesse nel passeggino portata in giro dalla mamma, o nel girello nel cortile del parco, oppure ospite coi genitori a casa di qualche amico di famiglia;
ovunque ci fossero in giro cani, gatti, coniglietti, criceti o chissà quale altro piccolo amico peloso o pennuto, immancabilmente l’animale di turno, si, letteralmente, innamorava della piccola Giulia.

Le prime volte queste manifestazioni di adorazione venivano fraintese dagli adulti presenti, poi, con il ripetersi ossessivo di tali fatti, tutti cominciarono a capire, a scoprire che davvero, non c’era animale, il quale non mostrasse languore e sottomissione con la bimba, la quale, del resto, sembrava dare per scontato che un alano grosso almeno quattro volte più di lei, si acquattasse ai suoi piedi e la fissasse con evidente amore; o che un gatto notoriamente noto per la sua alterigia strusciasse la sua testa vicino i suoi piedini per meritarsi una carezza.

continua...

   11 commenti     di: luigi deluca


Di nuovo felici

È una vita che ormai vive a casa mia! Sì, va bene, la moglie lo ha lasciato, ma è successo quasi tre mesi fa ormai, era il 4 agosto. Maledetto quel giorno e quando decisi di uscire di casa. Quella mattina mi svegliai presto come ogni giovedì, il giorno della raccolta settimanale della spazzatura e quel dannato netturbino inizia tutte le volte il giro da casa mia, quindi devo svegliarmi alle 6 per mettere fuori la spazzatura in tempo. Fatto sta che appena uscito di casa me lo ritrovai davanti. Non lo avevo mai visto così sconvolto, nemmeno quando i suoi morirono nell'incidente in cui lui perse un occhio e due dita della mano sinistra. Era un fottutissimo bel ragazzo una volta, ma ora il suo viso era irriconoscibile. Lo chiamai più volte per nome, ma Marco era perso nel flusso dei suoi pensieri, riusciva solo a balbettare qualche parola senza senso e poi appena prima di svenire disse: "È tornata".
Ed io capii.
Io e Marco ci conosciamo da una vita, abbiamo fatto anche l'asilo insieme e in tutti questi anni non avevamo mai litigato, almeno non prima che arrivasse lei, Helena. Americana, mora, con gli occhi di un verde così cristallino da far ingelosire anche la speranza, era arrivata nella nostra scuola grazie ad uno scambio culturale e sarebbe rimasta solo due mesi. Non avevamo mai visto una ragazza così. Era bellissima. Naturalmente tutti i più belli del liceo andarono a conoscerla. Sapete, quei ragazzi che cambiano fidanzata ogni due mesi e che, quando passano davanti ad un gruppo di ragazze, quelle sospirano mangiandoseli con gli occhi! Bé, vennero rifiutati tutti in massa e Marco era fra loro. Il giorno dopo lei venne da me, voleva conoscermi, diceva che mi trovava molto carino. Non potevo crederci. Prima aveva rifiutato tutti quei ragazzi e poi era venuta da me, uno che a 18 anni ancora non aveva dato il primo bacio! Ero intimorito, quasi spaventato. Avevo bisogno di aiuto e allora lo dissi a Marco. Da quel giorno non ci parlammo più. I giorni p

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   0 commenti     di: mattia dezi


Come amiche

Conobbi la morte quando avevo otto anni. A quel tempo per spiegarmi cosa mi stava succedendo usarono parole strane, discorsi illogici basati sulla magia e sulla religione. È strano come gli adulti parlino dell'argomento con i bambini; hanno la strana convinzione che non siano in grado di capire e quindi inventano strani modi che gli confondono soltanto le idee. Io, da parte mia, sapevo già tutto.
Il mio gatto Muffin era morto qualche mese prima cadendo dalla finestra del nostro appartamento. I miei genitori non avevano voluto dirmi la verità. Era giugno, uno degli ultimi giorni di scuola, e, come sempre, mia madre era venuta a prendermi a scuola. Quando ero salita in macchina mi aveva accolta con un forte abbraccio, più lungo del normale.
"Vedi Giulia è successa una cosa brutta." aveva esordito "Muffin è scappato di casa" .
"No, mamma." le avevo detto io, quasi per calmarla "Muffin non farebbe mai una cosa del genere. È troppo vecchio" avevo concluso fiera del mio ragionamento.
"Mi dispiace tesoro." Mia madre aveva scosso la testa e schioccato un bacio sulla mia guancia. "Ti va un gelato?" aveva poi proposto.
"Prima di pranzo?"
"Un piccolo strappo alla regola"
Avevo annuito entusiasta. Non ero preoccupata per Muffin. Non era scappato di casa, era troppo vecchio. Probabilmente era in qualche angoletto della casa che solo io e lui conoscevamo. Mamma e papà non lo avevano cercato bene. Ma tornata a casa neanche io lo trovai. Mi arrampicai sui mobili, spostai i divani, cercai ovunque. Solo pochi giorni più tardi sentii mio padre parlare al telefono con un suo amico che gestiva un piccolo negozio di animali di quanto fosse normale che, alla sua età, il nostro gatto avesse perso l 'equilibrio e fosse caduto.
Piansi. Piansi a lungo e piansi di vero dolore.
Una cosa mi rimase impressa nella memoria: Muffin, paradossalmente, valeva un gelato.
La morte la capivo, si. Quello che non capivo era da cosa dipendesse la mia eventuale morte. Per i miei ge

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   3 commenti     di: Flavia Castelli


Concentrazione, parole, segreti e promesse che s'imprimono nel cuore Capitolo 12

La sua vita era appesa ad un filo. Conviveva con ansie e paure. E non erano finite. Ad un passo da apprendere quel segreto, forse il primo di una lunga serie.
Non bastava a rallegrarlo. Costituiva un'evidenza: la prova della sua innocenza.

(Non sapeva di esser seguito. Il male cela sempre altro male)

Il viaggio disperato alla ricerca di un minimo di tranquillità misto a quella fuga stava diventando snervante. Poteva esser riconosciuto ovunque.
Si procurò, quindi l'ennesimo travestimento e torno da quella famigliola con il cuore spezzato dalla morte del figlio e del suo ragazzo. Una evidente prova di solidarietà dopo tanto patire. Una evidente prova: il perdono. Ma non li aveva ancora perdonati per le umiliazioni e le prese in giro. Accettava sì, il loro aiuto.

Senza proferir parola entrò dopo aver bussato. Con un cenno indicò la stanza a lui riservata. Si poggiò sul letto e per qualche minuto si lasciò andare nei suoi tormentati pensieri.
Chiese un pc e lo ottenne. Si richiuse in camera.
La donna stava per dir qualcosa ma esitò.

Cominciarono le ricerche frenetiche virtuali. La ricerca del vero. La prova tangibile del loro amore oltre la morte.

(Il male era sempre più presente)

Riuscì a trovare l'accesso nonostante il servizio fosse in disuso da mesi.
Era nel suo mondo. Ricco, sconfinato, immenso: parole su parole; pensieri, amori e dolori.
Passioni.
Vi era un'intera sezione a lui dedicata.
SI fermò e cominciò ad esplorarla pronto a deglutire e far riaffiorare dolorosi ricordi.
Sospirò...
Cominciò a leggere.
Passarono alcuni minuti e sentì bussare ripetutamente alla porta.
Poi degli spari.
SI bloccò lasciando cadere il portatile.
Altri spari. La porta fu sfondata...
Non era la polizia. Una donna armata e con una benda gli puntava una pistola contro urlandogli di alzare le mani ed uscire.
Obbedì nonostante la rabbia di non esser riuscito a scovare il vero...

Gli partì un pensiero, una musica dolce

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   2 commenti     di: Felice Scala


Cento pagine d'amore

Il mio diario fu il testimone silenzioso della storia con Alessia. Anche quando questa finì. E fu allora che divenne un compagno '' Il mio miglore amico '' che ascoltava i miei pensieri, le nostalgie, i ricordi. Non erano ricordi brutti. ANZI! La maggior parte erano ricordi struggenti per la loro bellezza, e quindi, spesso, difficili da sopportare, difficili da sostenere. E lui, il mio diario, lo sapeva. Lo sapeva per tutti quei fazzoletti imbrattati di lacrime che, uno dopo l'altro, ammucchiavo accanto alla mia tastiera mentre lo scrivevo come sto facendo ora. Centinaia di pagine. Punti della situazione. Momenti disperati. Momenti di pianto. Ma anche risate, piccoli ricordi dolcissimi che credevo di aver dimenticato e che invece emergevano all'improvviso. E sorridevo piangendo, mentre scrivevo, con le mani che tremavano quasi mentre i pensieri si confondevano e gli occhi si annebbiavano sotto un velo di lacrime.
Novembre 1998. Alessia e io eravamo perfetti sconosciuti, non ci eravamo mai parlati prima, frequentavamo zone diverse. Un giorno il destino ci mise lo zampino, lei visitò un posto dove scrivevo di solito, lesse un mio verso che parlava d'amore e di sentimenti, gli piacque (così mi disse, in seguito)e mentre mi guardava con i suoi occhi celesti, mi lanciò un sorriso. E così, nei giorni successivi, scambiando alcune idee, facemmo conoscenza. Ironia della sorte, il suo interesse per me era stato motivato anche da un equivoco. Lei pensava che io fossi fidanzato con una ragazza della sua città che frequentava la mia stessa zona e con cui ero in confidenza. Da questo dedusse che fossi della sua città. Io invece abitavo dall'altra parte del mare, e non ero fidanzato. E quando infine, dopo giorni e parecchi sguardi, mi chiese se ero delle sue parti, e gli dissi di no.. ormai era tardi.. eravamo già diventati amici!
Lei e io avevamo lo stesso identico concetto di amicizia, ne avremmo parlato insieme tante volte. Un concetto puro: il donarsi disinteressat

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Ammalato è un cuore

Ammalato è un cuore quando non è a lui dolce il volteggiare del sole in estate.
Quando tenta maldestro di nascondersi in una tasca scucita e non si vuol mostrare.
La luna alla sera si accende e a lei pronuncia il suo male riponendo lacrime di sale e di affanni sotto al cuscino. Sente che solo la notte gli è amica.
É ammalato un cuore che vive lontano da dove si trova. Angusta è la cella in cui ripara il suo giovane viso dai giudizi di un mondo superficiale che si comporta da giudice.
La sua mano è edera appassita e il trionfo suo più grande è la lontananza peggiore: quella da se stesso.
È ammalato un cuore che cerca di non avere nemmeno un ricordo e fango e sabbia a coprire la spuma di antichi giorni.
Nessuno slancio. Nessun rumore. Solo il silenzio del suo tremare. Ecco il buio nello scorrere del sangue. Che a stento vive. A stento sa di quanto sia puro.



Asylum

Respiro. Respiro pesante tra l'acciaio e l'odore di disinfettante, di quelli che danno il voltastomaco.
Un respiro, insieme ad altri mille lì dentro, densi di pensieri e di parole che non possono essere dette, di quelli che farebbero impazzire chiunque, anche un matto. Il consueto cigolio, poi la luce, che abbaglia, che per quanto tu possa tentare di allontanare, penetra anche tra le dita, disperate, che coprono gli occhi. Ma lei avanza, senza pietà, e colpisce. Ormai non porta con sé neanche più speranza. Colpisce.
Ti costringe ad abituarti a lei, ti seduce, ti forza ad alzarti, e tu la segui, cadi nel tranello, ogni singola volta, due o tre al giorno, anche quattro se va male. Tu la segui e lei fugge. Hai imparato a tacere se non sei pazzo davvero, ed il più delle volte è così, e almeno ti eviti le botte, ma le corde, quelle non perdonano mai.
Graffiano, lacerano, scavano, sembrano non averne mai abbastanza, e per quanto tu possa essere forte, per quanto tu possa tentare di resistere, le mani cedono e le lacrime affiorano perché nessuno potrebbe mai resistere ad un simile dolore. E col tempo, col tempo impari a trattenere le grida che sembrano volerti strappare fuori intenzionalmente, impari a trattenerle per risparmiarti altro dolore.
Poi rantoli nel nulla, tra quelle pareti bianche come il vuoto che riflettono i neon altrettanto bianchi, che ti pungono gli occhi come aghi e ti concedono una visione della realtà che ti circonda solo parziale, annebbiata, ma tu non vuoi chiuderli, perché ti aggrappi a quel poco che ti viene concesso. È uno sforzo terribile, costringi la mente a rielaborare ed interpretare ciò che la vista sola non è capace di definire.
Figure in movimento, vaghe ombre, muro, dolore. Buio. Ombre. Figure in movimento, muro, dolore. Buio. Una porta. E ogni giorno, ogni santo giorno in più che ti viene inflitto, ti chiedi se sarai mai pronto per quella porta.
-Anni?-
-Non ricordo. Circa quaranta.-
-Anni dall'isolamento?-
-Non r

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   0 commenti     di: Simone



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