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Racconti drammatici

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Vitae

Una densa nube rossa veniva sollevata dal terreno, ad ogni passo, come se l'inferno stava tentando di risalire i meandri della terra, mentre, veniva avvolto da una spirale di fumo nero.
Gli occhi, ricolmi di vivida rabbia, riversavano lacrime di sangue che gli rigavano il viso e terminavano dinanzi ai propri piedi; evaporando lentamente per unirsi alla nube infernale.
Una danza di arrogante violenza che non aveva nome né forma, solo due occhi rosso sangue...
Improvvisamente la sveglia squillò talmente forte da farlo sobbalzare dal letto, alterando ogni tipo di concezione e mescolando la realtà con quello sconcertante incubo.
L'accelerato battito cardiaco lo stringevano in una robusta morsa di cattivi pensieri e ambigue realtà, insinuandosi pian piano nella propria ragione, prendendone il controllo e riuscendo a capire cosa fosse accaduto.
Un banale incubo. Forse non tanto banale a sua detta...
Balzò in piedi, ricomponendosi fisicamente e moralmente, cercando di non pensarci più, magari affogando la strana sensazione in una tazza di latte e cereali, prima di affrontare l'ennesima giornata scolastica.
La tanto odiata, per precisarne l'importanza.
Non ci volle molto per tornare alle proprie facoltà e riuscire a prendere il bus in tempo, bastò poco tempo e già era ritornato ad essere il solito ragazzo che ambisce alla ragazza più bella del liceo, che viene schernito, che accumula passioni, ma nulla di tutto ciò può portare a buon fine se prima non termina tutti gli anni rimasti.
Sedici anni, con una vita in procinto di cambiamento e tanta, tanta, arroganza da offrire gratuitamente insieme alla indole indifesa di fronte al mondo maturato.
I banchi di scuola erano l'unica ancora di salvezza per redimersi dalla mentalità offuscata dal bighellonare e fantasticare su come avrebbe scuoiato il bullo di turno che continuava a lanciargli palline di carta.
Patetico, davvero. Lo era.
Studiare per lui era abbastanza importante, riusciva sempre nei suoi ob

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   1 commenti     di: Valerio


Angelo della Morte

Una città del duemila. Una grande metropoli con un paio di migliaia di abitanti. In una stanza come tante c’é lei, é bianca, pallida, due grandi occhiaie le bruciano gli occhi verdi ogni giorno, il silenzio le ha ormai incenerito il cuore e della sua anima non é rimasto molto. Ma questo non é importante, quello che conta é che i suoi uomini escano soddisfatti dalle lenzuola macchiate di peccato e di speranze ormai strappate.
Ogni volta ne arriva uno nuovo, eppure le sembrano tutti uguali, ha dimenticato il suo nome, nessuno glielo ricorda più da troppo tempo, c’é solo indifferenza in quelle mani che la toccano, desiderio senza passione nei corpi che la stringono a sé e orgoglio nel tentativo vano di incontrare le sue labbra ancora vergini. I graffi e le cicatrici sulle braccia non le toglievano la bellezza mozzafiato che aveva come adolescente, nessuno avrebbe potuto desiderare di meglio da lei, sotto i leggeri e quasi trasparenti indumenti intimi si scorgevano le sue forme delicate, che ancora dovevano crescere. Il suo corpo sembrava in ritardo rispetto alla sua mente, come se si rifiutasse di accettare una realtà troppo palese e affermata da poter cambiare. Che differenza c’era tra lei e un qualsiasi oggetto? Nessuna, eppure lei continuava a sperare. Non sapeva il motivo, ma se avesse abbandonato anche quell’ultimo briciolo di sogno che possedeva non le sarebbe rimasto più nulla di umano. Ogni tanto si era chiesta la sua età, ogni tanto uno di quegli uomini le chiedeva quanti anni aveva, forse per puro interesse, forse per poter godere di più, ma lei non ricordava più nulla. Le avevano cancellato ogni cosa, ogni notte c’era qualcosa che svaniva nei suoi ricordi, e al suo posto entrava la rabbia per i profumi, le cravatte, le giacche e quelle stupide fedi che continuavano a incorniciare le loro mani. Un giorno avrebbero capito che non valeva niente? Che non serviva promettere e avere simboli di un amore che era solo poesia? Era stanca...

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   3 commenti     di: Ethel Vicard


L'angolo buio di Cristina

Cristina se ne stava seduta in camera sua, al buio, fissando quell’unico raggio di luce che entrava dalla persiana vecchia. Era difficile capire perché non voleva vedere nessuno. Voleva rimanere sola, senza dover per forza sorridere ad un mondo nel quale non si sentiva a suo agio.
No, stava bene solo sola. Non si poteva fidare di nessuno.
Se ne poteva rimanere dei giorni interi al buio a riflettere, ad inventarsi una vita che non aveva, perdendo la cognizione del tempo, senza sapere se era notte o giorno. Senza volerlo sapere.
Si mosse nella sedia per sistemarsi nell’angolo buio.
Aveva paura.
Paura della violenza. Già, come quella che aveva subito da Lui. Niente era peggiore del ricordo di quel sorriso gelido nella notte.

Cristina camminava da sola per una stradina secondaria, vicino a casa sua. Era da poco uscita dal lavoro, quella sera avevano finito maledettamente tardi, erano le due e mezza. Sospirò, fare la cameriera non era per lei. Appena avesse trovato un posto migliore avrebbe lasciato perdere il ristorante.
Era così stanca che quasi non si rese conto di essere arrivata a casa. Cercò le chiavi in borsa, poi aprì la porta, non vedendo l’ora di andare a letto.
Entrò nel salotto senza accendere la luce, lasciando la giacca e la borsa nel divano alla cieca, era meglio cercare di far notare il meno possibile la sua presenza. Non voleva che Lui si svegliasse e la vedesse tornare così tardi, non era lo stesso quando si arrabbiava.
Alzò lo sguardo e vide due iridi brillare nel buio. La colpì un tuffo al cuore, Lui era rimasto sveglio ad aspettarla.
Sembrava un vampiro maligno in cerca della sua preda, mimetizzato nel buio, immobile.
- Perché hai fatto così tardi?- disse, autoritario. Sembrava calmo, ma nella domanda c’era qualcosa che stonava, quella calma era troppo tesa.
- Sai, c’era la cena di un matrimonio, il lavoro era tanto… duecentotrenta persone- la sua voce era flebile, un sussurro, risuonava quasi come una scusa.

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Un incontro a sorpresa

Un incontro a sorpresa

Per parlare col mio amico uso la chat. Lui vive a Parigi io qui a Roma. Ci conviene, col telefono costerebbe troppo, rimaniamo ore intere collegati. Microfono e cuffie ed è meglio del telefono. Certo non stiamo sempre a parlare. In poche parole è come vivere nella stessa casa ogni tanto uno dice qualcosa, l'altro risponde poi si torna alle proprie attività.
Le chat, quella con tutta quella gente non le reggo, scrivi qualcosa e nessuno ti caga sembra che si conoscono tutti da sempre ed i nuovi arrivati nessuno se li fila.
L'unico sistema è quello di cliccare sul nome nella lista e chiamare in privato magari con una frase simpatica che incuriosisce. Le ragazze ci cascano sempre.
Per uno come me, con tutti gli interessi che ho, non è difficile. Basta una poesia, il verso di una canzone e loro si chiedono chi sei.
La prima cosa che cercano di scoprire è l'età e qui si fregano da sole, fai il vago, ironizzi su un ipotetica quanto improbabile età e loro s'incuriosiscono di più. Per non farsi vedere troppo interessate stanno allo scherzo proponendosi di scoprire il tutto più avanti.
Ne avevo conosciute parecchie con questo sistema ma tutte troppo superficiali, settimane d'intense chiacchiere e poi niente di veramente interessante.
Lei era diversa. Lo avevo capito subito. Di sicuro doveva essere più grande di me perché parlando di musica faceva riferimento a gruppi del passato "progressive anni 70". Quei gruppi piacevano anche a me, li conoscevo anche io quindi forse non era così.
Avevo l'impressione che stesse studiando ogni mia parola per arrivare a capire chi ero realmente. Così divenne un gioco di frasi sibilline, metafore e doppi sensi.
Il tutto diveniva sempre più curioso ed eccitante. Si cominciava a creare una sintonia strana un legame insolito. Ci sentivamo tutti i giorni. La febbre saliva. Non potevo neanche immaginare di tornare a casa e non trovarla in rete.
Era amore? Non credo. Io non m'innamoravo. Il mio cuor

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   1 commenti     di: Riko Zodiako


Microteatro parte 1: scriviamo la mia vita fingendo

PERSONAGGI:
- L'insicuro;
- La riccia;
- La testarda;
- Il simpatico;
- Il custode.
ATTO PRIMO
SCENA UNICA
Due sedie. L'insicuro e il simpatico discutono.
SIMPATICO: E così andrebbe a finire? Perché? Perché mai?
INSICURO: te l'ho detto migliaia di volte. Non ce la faccio.
SIMPATICO: PERCHE'? devi fregartene. Se va, bene, se non va, meglio.
INSICURO: meglio?
SIMPATICO: ah, scusa, ma ti sei visto? In questi giorni sei praticamente un cadavere.
INSICURO: no, non è vero.
SIMPATICO: VEDI? Vedi che neghi sempre l'evidenza?
INSICURO: io? Ce l'hai forse con me?
SIMPATICO(rivolgendosi al pubblico): ce l'ho forse con lui?
Il simpatico si alza dalla sedia e va dritto verso la prima fila. Indicando una ragazza riccia le chiede di alzarsi, e lei lo fa. Rivolgendo di nuovo lo sguardo verso l'insicuro:
SIMPATICO: era con lei che parlavo, idiota! come hai fatto a non accorgertene?
INSICURO(voltando le spalle) : FANCULO!
RICCIA( parlando all'orecchio con il simpatico) : posso tornare a sedermi?
SIMPATICO( con tono alterato): che domande sono mai queste? Si interrompe così una piece teatrale? CHE SVERGOGNATA!
(con tono pacato) però ti perdono, dai, vieni a sederti con noi.
INSICURO: e su quale sedia, furbone?
SIMPATICO: e menomale che doveva essere insicuro. Fottiti!
INSICURO: ma fottiti tu, stronzo!
SIMPATICO: come mi hai chiamato?
INSICURO: hai sentito benissimo. Ti ho chiamato stronzo. STRONZO. S- T-R-O-N-Z-O. Se vuoi te lo ripeto.
SIMPATICO: fallo.
INSICURO: STRONZO!
SIMPATICO(rivolgendosi alla ragazza, quasi incredulo): l'ha fatto di nuovo. (Alzando lo sguardo verso l'insicuro) Per questa volta sei perdonato, ma alla prossima non scappi. Ti ricordi ancora l'ultima volta eh? ( con sguardo compiaciuto si rivolge al pubblico mostrando i muscoli).
INSICURO: quale? Quella volta che sei finito in ospedale dopo che quei ragazzi rumeni ti avevano riempito di lividi? Oh, si che me la ricordo.
Il pubblico scoppia a ridere. Il simpatico arrossisce

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   4 commenti     di: Andrea


Olocausto della mente

Erano nascosti tra i muri, nelle fessure. Non si riuscivano a vedere, a riconoscere. Loro erano i nostri guardiani e non facevano altro che guardarci. Controllarci. La linea sottile tra realtà e finzione era infilzata sotto le unghie dei nostri piedi. La voce non poteva nulla contro la persecuzione. Noi non potevamo nulla. Tutto era nulla. Stavamo tutti in fila, senza pensare a quello che ci aspettava. Non potevamo pensare. Tutte le molecole del nostro cervelle erano intrise del loro veleno. Schizzavano impazziti pensieri tragici. Ci chiusero nella gabbia degli specchi. Il riflesso di ciò che eravamo diventati ci torturava. Non potevamo bere. Non potevamo mangiare. Iniziarono atti osceni di cannibalismo. Non eravamo più esseri, ma diavoli che si mangiavano l'un l'altro. Bestie immonde pronte a qualsiasi cosa. Avevano preso la nostra dignità e l'avevano venduta agli inferi.
Non sapevano più che farci. Tutto era stato sperimentato. Noi eravamo le cavie del loro esperimento. Noi eravamo la materia da plasmare. Noi eravamo qualcosa che serviva a loro. Ma non eravamo più qualcuno. Il progetto disperato di una nuova società era nelle loro mani. Un nuovo ordine planetario che avrebbe retto il suo potere sulla sopraffazione del razzismo genetico e mentale. Il terribile termine di un percorso iniziato anni prima, e perseguito con spietata lucidità. I cani aveano rastrellato le nostre abitazioni. Entravano nel cuore della notte con terribili esseri mutanti che splendevano talmente tanto per quanto uranio era presente nel loro organismo. Occhi che spuntavano dal corpo insieme a tentacoli viscidi e ricoperti di peli sudici. Perdevano bava tutto il tempo. Ma avevano una forza mentale incredibile. Era su quel nuovo processo di sottomissione che la dittatura mentale aveva puntato. Erano ormai lontani le leggi economiche e la disparità di classe. La rosa del sole comandava il popolo con la mente. Era un'ipnosi, una lobotomia che aveva colpito tutti gli esemplari adult

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   1 commenti     di: aleks nightmare


A 13 anni soldato

Oggi è il primo giugno del duemilaotto, sono con mia madre, al calduccio fra le sue braccia rovinate da trent' anni di lavoro nei campi di grano; oggi è il mio compleanno.
Dodici anni fa nacqui a Naypyidaw, la capitale di Myanmar, con il nome di Kirikù, avevo undici anni quando il due Maggio si è abbattuto su di noi il Ciclone Nargis che ha spazzato via la mia baracca, mio padre, i miei migliori amici e la mia sorellina ancora in fasce.
Da quel funesto giorno mia madre non è più in sé, delira, urla, piange e si scortica il viso con le sue lunghe unghia che un tempo erano sempre pulite e curate; ma oggi sembra che si sia calmata, mi stringe a se, mi molla un bacio umido sulla mia guancia sudata e poi mi sussurra, quasi cantilenando, che da domani sarei dovuto andare a lavorare nella casa di un ricco signorotto in periferia, come domestico, perché non abbiamo più soldi e se non paghiamo l'affitto del magazzino del pesce in cui viviamo, ci cacceranno via.
Cerco di opporre resistenza ma ho sempre saputo che non avrebbe mollato, allora non discuto oltre, perché prevedo che mi arriverà un ceffone.
Mi sveglio al sorgere del sole, mi siedo sul mio pagliericcio umido e mi lavo la faccia con dell'acqua che mia madre era andata a prelevare nel pozzo in centro; mi vesto e poi esco, trovo mia madre sull'uscio mentre saluta il proprietario del magazzino, un'omone basso e tozzo.
Io e lei ci incamminiamo per le viuzze desolate che portano direttamente in un villaggio al centro di una foresta pluviale; nel nostro cammino abbiamo incontrato un imponente albero del mango, con i frutti dolci e succosi e ne abbiamo prelevato qualcuno per il nostro piccolo viaggio.
Dopo un'ora piena di cammino finalmente siamo arrivati alla casa del mio futuro padrone, una piccola struttura di tre piani cementata e rozza, ma si può considerare una residenza per ricchi dalle nostre parti.
Non c'erano porte, solo una specie di tenda fatta di foglie di banano, mia madre si avvicina

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