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Racconti drammatici

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L'amore della maestra.

Marta aveva ventisette anni.
Marta era la maestra del paese.
Marta morì nella primavera del quarantaquattro a causa di Franz.
Franz era tedesco.
Franz era un tenente della wertmarch.
Franz aveva fatto fucilare nella piazza del paese due partigiani e due civili.
Franz e Marta si erano innamorati tre mesi prima, perché Marta aveva gli occhi chiari e se ne fregava che Franz fosse il nemico, se ne fregava che fosse l’occupatore, il crucco, il nazi.
Marta era fatta così, aveva gli occhi chiari e se si innamorava, se ne fregava di un sacco di cose.
Anche su quel ponte quel giorno, non gliene fregava niente.
I partigiani le avevano tagliato i capelli in paese, così adesso non sapevano per dove trascinarla e la prendevano un po’ per il braccio un po’ per la collottola. Le urlavano e le toccavano le tette, senza volere, così per tenerla.
Il ponte non era più lungo di dodici passi.
Il letto del fiume era lontano, inghiottito dalla valle, tra due orribili pareti rocciose che lo nascondevano agli occhi e lo facevano sentire terribile alle orecchie, amplificandone la voce, trasformandola in un ruggito cupo.
La trascinarono verso la balaustra, quel paracarro troppo piccolo per quell’orrido così profondo.
E lei, che non gli importava più di niente, piangeva con quegli occhi chiari. Piangeva per via di Franz.
La balaustra era sempre più vicina ma lei se ne fregava, non la vedeva e piangeva per Franz.
Franz che era morto.
L’aveva visto, con il buco in mezzo alla fronte e gli occhi sbarrati.
Aveva visto il rivolo di sangue che dal buco sulla fronte gli correva verso il naso e poi passava proprio sopra l’occhio sbarrato, cadeva dalla guancia e si seccava nella polvere.
L’aveva visto da dietro i suoi occhi chiari e adesso non le importava più di niente. Aveva solo quel buco stampato in mente e quel rivolo che cadeva nella polvere…e Franz che ansimava, senza più fiato, sopra di lei… e il buco in mezzo alla fronte, e il sangue.
Non l

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   6 commenti     di: Umberto Briacco


Come amiche

Conobbi la morte quando avevo otto anni. A quel tempo per spiegarmi cosa mi stava succedendo usarono parole strane, discorsi illogici basati sulla magia e sulla religione. È strano come gli adulti parlino dell'argomento con i bambini; hanno la strana convinzione che non siano in grado di capire e quindi inventano strani modi che gli confondono soltanto le idee. Io, da parte mia, sapevo già tutto.
Il mio gatto Muffin era morto qualche mese prima cadendo dalla finestra del nostro appartamento. I miei genitori non avevano voluto dirmi la verità. Era giugno, uno degli ultimi giorni di scuola, e, come sempre, mia madre era venuta a prendermi a scuola. Quando ero salita in macchina mi aveva accolta con un forte abbraccio, più lungo del normale.
"Vedi Giulia è successa una cosa brutta." aveva esordito "Muffin è scappato di casa" .
"No, mamma." le avevo detto io, quasi per calmarla "Muffin non farebbe mai una cosa del genere. È troppo vecchio" avevo concluso fiera del mio ragionamento.
"Mi dispiace tesoro." Mia madre aveva scosso la testa e schioccato un bacio sulla mia guancia. "Ti va un gelato?" aveva poi proposto.
"Prima di pranzo?"
"Un piccolo strappo alla regola"
Avevo annuito entusiasta. Non ero preoccupata per Muffin. Non era scappato di casa, era troppo vecchio. Probabilmente era in qualche angoletto della casa che solo io e lui conoscevamo. Mamma e papà non lo avevano cercato bene. Ma tornata a casa neanche io lo trovai. Mi arrampicai sui mobili, spostai i divani, cercai ovunque. Solo pochi giorni più tardi sentii mio padre parlare al telefono con un suo amico che gestiva un piccolo negozio di animali di quanto fosse normale che, alla sua età, il nostro gatto avesse perso l 'equilibrio e fosse caduto.
Piansi. Piansi a lungo e piansi di vero dolore.
Una cosa mi rimase impressa nella memoria: Muffin, paradossalmente, valeva un gelato.
La morte la capivo, si. Quello che non capivo era da cosa dipendesse la mia eventuale morte. Per i miei ge

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   3 commenti     di: Flavia Castelli


Il treno

Aspettava un treno che sembrava non arrivasse mai, un grande orologio circolare era fermo sulle cinque di un giorno dimenticato dal tempo.
Gli venne in mente che nacque proprio a quell'ora di tanti anni prima. Sorrise amaramente, era passato tutto troppo in fretta, o aveva sprecato la propria vita, come tanti. Aveva aspettato troppi treni nella sua vita e aveva rincorso quelli sbagliati.
Un fischio lacerante interuppe i suoi pensieri, un treno in transito che attravarsava la stazione senza fermarsi si avvicinava a grande velocità. Sorrise, un dolce pensiero gli avvolse la mente, sentì le mani di una donna sul suo volto, sentì il calore di quei ricordi.
Decise di non aspettare ancora, per una volta decise di prendere in mano la propria vita e di scagliarla con rabbia contro quel fischio lacerante.

   2 commenti     di: Marco Uberti


Una bambina

Stamattina sono stata interrogata alla cattedra.
Sentivo tutti gli occhi puntati addosso mentre stavo lì in piedi col terrore che qualcuno potesse accorgersi del mio segreto.
A un tratto mi è addirittura sembrato che il professore avesse cambiato faccia, come se un'espressione di disgusto gli si fosse affacciata dietro gli occhiali, invece ha solo annotato un voto nel registro prima di rimandarmi al posto.
Ho appoggiato la testa sul banco freddo. Avrei voluto piangere ma poi tutti mi avrebbero fatto un sacco di domande.
Su dallo stomaco ho sentito salire un qualcosa di acido e sono dovuta scappare in bagno senza neppure chiedere il permesso. Piegata in due sul water ho vomitato anche l'anima con la speranza di riuscire a buttare fuori ogni errore, poi mi sono appoggiata con la schiena contro il muro lasciandomi scivolare a sedere sul pavimento sporco.
Oggi all'ultima ora c'è il compito di matematica e io non sono pronta, se non sono in grado di affrontare uno stupido compito come potrei mai mettere al mondo un bambino?
Lascio scivolare la mano sulla pancia. Sembra sempre la stessa eppure lì dentro c'è un piccolo miracolo, un miracolo che mi terrorizza.
Mi concentro come una stupida ma non c'è niente di diverso, nessun movimento che testimoni la sua presenza, eppure lui c'è. Lo so.
Chissà se è maschio o femmina... da quando l'ho scoperto me lo domando spesso. Se proprio dovessi scegliere preferirei una femminuccia, un qualcosa più simile a me.
I flashback sono dolorosi. Quando penso a queste cose mi vedo con il bimbo in braccio, immagino il profumo della sua pelle, la sua manina che stringe il mio dito. Ma poi devo guardare in faccia la realtà.
Sono appena passate le tredici quando Camilla mi viene a prendere a scuola per condurmi dal professore in una clinica privata.
La mia è una famiglia molto in vista, sarebbe uno scandalo troppo grande se si venisse a scoprire che a quattordici anni sono incinta. Per fortuna si può evitare ogni vergogn

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   5 commenti     di: Noir Santiago


Asylum

Respiro. Respiro pesante tra l'acciaio e l'odore di disinfettante, di quelli che danno il voltastomaco.
Un respiro, insieme ad altri mille lì dentro, densi di pensieri e di parole che non possono essere dette, di quelli che farebbero impazzire chiunque, anche un matto. Il consueto cigolio, poi la luce, che abbaglia, che per quanto tu possa tentare di allontanare, penetra anche tra le dita, disperate, che coprono gli occhi. Ma lei avanza, senza pietà, e colpisce. Ormai non porta con sé neanche più speranza. Colpisce.
Ti costringe ad abituarti a lei, ti seduce, ti forza ad alzarti, e tu la segui, cadi nel tranello, ogni singola volta, due o tre al giorno, anche quattro se va male. Tu la segui e lei fugge. Hai imparato a tacere se non sei pazzo davvero, ed il più delle volte è così, e almeno ti eviti le botte, ma le corde, quelle non perdonano mai.
Graffiano, lacerano, scavano, sembrano non averne mai abbastanza, e per quanto tu possa essere forte, per quanto tu possa tentare di resistere, le mani cedono e le lacrime affiorano perché nessuno potrebbe mai resistere ad un simile dolore. E col tempo, col tempo impari a trattenere le grida che sembrano volerti strappare fuori intenzionalmente, impari a trattenerle per risparmiarti altro dolore.
Poi rantoli nel nulla, tra quelle pareti bianche come il vuoto che riflettono i neon altrettanto bianchi, che ti pungono gli occhi come aghi e ti concedono una visione della realtà che ti circonda solo parziale, annebbiata, ma tu non vuoi chiuderli, perché ti aggrappi a quel poco che ti viene concesso. È uno sforzo terribile, costringi la mente a rielaborare ed interpretare ciò che la vista sola non è capace di definire.
Figure in movimento, vaghe ombre, muro, dolore. Buio. Ombre. Figure in movimento, muro, dolore. Buio. Una porta. E ogni giorno, ogni santo giorno in più che ti viene inflitto, ti chiedi se sarai mai pronto per quella porta.
-Anni?-
-Non ricordo. Circa quaranta.-
-Anni dall'isolamento?-
-Non r

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   0 commenti     di: Simone


Ricordami

Ti vidi la prima volta all'uscita della scuola, un motorino senza marmitta, una sigaretta spenta, ti avvicinasti e la mie amiche si allontanarono, non riuscivo a capire... "Hai da accendere?" io ti risposi "no, mi dispiace", te ne andasti con le spalle curve. Ti rividi il giorno dopo davanti al bar, tu eri con un gruppo di ragazzi, io non ti conobbi ma tu mi chiamasti e ci sorridemmo. Chiesi di te alla mie amiche e tutte continuavano a dirmi "lascialo stare, quello è sbattuto, uno sbandato". Sento parlare di te dal professore di inglese "è uno sbandato, un ragazzo difficile". Ti rividi quello stesso giorno, ci fermammo a parlare del prof., ad un certo punto, come una doccia fredda mi dissi "MI BUCO". Rimasi di sasso e ti chiesi il perchè. "Mio padre si ubriaca, mia madre si fa la vita, è una vecchia storia" disse, "non ti credo" e lui "facile non credere, rimanere estranei ad una città come questa, ognuno pensa ai fatti suoi". Mi stringesti la mano e mi accorsi che avevi le lacrime agli occhi "mi presti il diario? devo copiare degli appunti" gliedo diedi. Dopo qualche giorno una mia compagna venne a riportarmi il diario "e davide?" chiesi, "è ammalato?" "come non lo sai? Davide è morto il 26"... Rimasi seduta come una stupida sul suo banco nella classe vuota col diario aperto sul giorno 26... su quella pagina c'era scritto:
RICORDAMI!

   2 commenti     di: No Name


Diario dei miei giorni senza di te Parte I

Dove sei? In quale angolo dell’universo ti devo cercare? Sono stanca di cercare quegli occhi, quello sguardo che mi fa sentire bene, ma non ti trovo …
Lei si alzò spaventata dal sonno. L’ora indicava l’una di notte. Il pensiero di doversi alzare presto la mattina per andare a lavorare e il presentimento che quella notte l’avrebbe passata in bianco, la facevano disperare ancora di più . Anche se erano passati mesi da quando non lavorava sui marciapiedi di notte, non si stava ancora abituando al nuovo regime. Le passo in mente tutto quello che aveva passato e maledisse ancora il suo cattivo fato, un orfana che era finita nelle mani di un… cercò di allontanare questi pensieri. A che pensare? Si attacco timidamente come ci si potrebbe attaccare ad un filo di paglia, tutta impaurita di non spezzarsi, dietro la foto…
Picchiata, violentata dal fidanzato col quale l’aveva messo suo zio per farla andare via di casa, un pensiero in meno per lui. Ma il fidanzato non l’aveva voluta per sposarsi, era solo un mezzo per guadagnare soldi. La costringeva ad andare in strada e le trovava clienti. E i soldi erano tutti suoi. Lei stanca, umiliata, mentre tornava a casa sentendo tutto lo schifo dei marciapiedi e di quei uomini sul suo corpo si metteva subito sotto la doccia. Ma non finiva qui, dopo la doccia era la volta che lui abusasse di lei più di tutti gli uomini con chi aveva passato la notte. E quando non era d’accordo, se a volte si ribellava, ci provava, le sbatteva la testa sul muro, le sputava addosso e la insultava : Puttana!

No, lei non riusciva a guardare quei vestiti, si era giurata che in tutta la sua vita non avrebbe mai messo una minigonna. Le proprie gambe lunghe e belle le facevano schifo. Erano state belle, tanto tempo fa, quando appartenevano solo a lei e non a tutti per sfogare i propri istinti per due miseri soldi che finivano in tasca a lui. Fino a quando? Perch

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   1 commenti     di: suzana Kuqi



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