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Racconti drammatici

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Mazzacane - cap. III

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   5 commenti     di: Michele Rotunno


Ferita mortale

Sono appena le sei del mattino. C’è chi a quest’ora è ancora a letto a dormire, chi ha appena aperto gli occhi, chi si sta preparando per uscire di casa e chi invece ora sta rientrando; c’è chi sta nascendo in questo momento e chi invece sta levando proprio ora il suo ultimo sospiro.
Io non sono tra questi, perché io sono diversa, diversa da tutto e da nulla: io non ho una sveglia da poter regolare a che ora mi pare e piace, io mi alzo quando lui mi chiama, potranno essere le due, le cinque, le undici di sera, non importa per lui, l’unica cosa importante, invece, è solo lavorare, lavorare ed ancora lavorare.
Oggi è Natale e tutto il mondo lo festeggia, ma io non faccio parte del mondo e perciò non è mio diritto festeggiarlo; per me è una giornata come tante altre, passata tra lavoro e pasti, anzi, quest’oggi mi tocca fare lo straordinario, perché molti lavoratori mancano.
Ora sono le sei e trenta, il capo ci lascia un quarto d’ora per fare colazione, ma io non ho niente da mangiare ed è perciò che mi limito ad osservare la città: oggi, a differenza degli altri giorni, tutto sembra più solare, sarà l’atmosfera natalizia!
Per le strade non c’è quasi nessuno, tranne qualche barbone o qualche cucciolo abbandonato; in cielo l’alba ancora verdastra si accinge a levarsi in alto verso la cima del campanile, ma nessuno sembra accorgersi della sua bellezza!
Il silenzio che avvolge la quiete mattutina è, per me, allo stesso tempo, impercettibile ed assordante!
Purtroppo è già ora, il capo mi rivuole al lavoro e mi tocca ritornare in fretta, prima che mi becchi qualche strigliata, o, addirittura qualche ceffone.
Oggi il mio turno termina alle sei di stasera, ma non si sa mai, forse il direttore mi vuole far rimanere per qualche oretta in più; ma oggi è di buon umore e alle sei mi lascia tornare a casa.
La mia casa è diversa da tutte le altre; è piccola e poca spaziosa ed è fatta di legno e stoffa messi assieme, inoltre, dentro

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Mondo Sommerso

Sommersa. Il fumo d'improvviso si fece più fumo. Non so come spiegarlo. È una sensazione che solo se sei lì in quel posto puoi capire. I polmoni diventano neri, gli occhi grigi, i capelli madidi di sogni infranti, il cervello diventa poltiglia. I pensieri sgorgano come mare di petrolio. Tutto così intaccato. Mio Dio... come ne usciremo. Ne usciremo vivi? Non lo so... non ho mai saputo niente.
Vedo la mia città così grigia, il mio mondo così sporco. Apro la finestra e sento la gente parlare. Lì fuori c'è vita falsa. È la morte che arriva al sospirare di ogni parola, al sospirare ed al respirare. Incredula rimango immobile, non riesco a fare nulla. Non parlo e non mangio. Ma! Parlo!
E mangio anche! Sciocca. Sciocca e stupida. Ho gli occhi appannati. Vedo bianco e livido.
Vedo livido. Vedo lividi enormi e pesti. Il dolore pervade le strade. Così nere... così. Senza nome è il mondo. Senza faccia e dignità. Senza noi. Ci vorrebbe luce. C'è ma non la vogliamo... sciocchi.
I piedi pesanti camminano sul dolore. Un dolore nero ed oppresso. Il sorriso nasconde dolore. Chi non sorride in realtà è felice? Il sorriso delle persone è falso: vogliono nascondere il dolore che portano dentro. L'ho sempre pensata così. Ridi per nascondere. Da come ridi capiscono i dolori che ti hanno trafitto, oltrepassato e i dolori che stai sentendo nell'attimo, in quel momento sputato di respiro, non durerà che un secondo di più. Il secondo in più che mi serve per esaminarti fino alle viscere. Mi serve per esaminarti l'anima..
Ho visto anime sudicie. Poche pure ma molte oscure. Ho visto cose da capogiro e da svenimenti che neanche la memoria è in grado di riprodurre. Dov'è il problema?
Se riesci a vedere così in profondità. Devi temere della gente così. Una passata di sguardi e ti leva l'anima, la condiziona. E lentamente la divora.
È l'essenza dell'essere il mare. È parole mai dette, è me è te. È parole senza senso con un senso più profondamente

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   3 commenti     di: Federica.


Una storia nella stanza buia

“Non farmi attendere oltre, per favore... fai quello per cui sei venuto. ”

Le corde stringono i polsi da parecchi minuti ed hanno sortito un tremendo effetto di doloroso indolenzimento e fastidioso formicolìo alla carne.
Ma non va meglio nemmeno alle caviglie, incrociate ed imprigionate anch’esse da robuste corregge di cuoio. Pur avendo i calzini a parziale protezione della pelle, il dolore si fa sentire bene anche in quel punto e rende difficile formulare un pensiero moderatamente impegnato. Non che ve ne sia più un gran bisogno, ormai. E certamente, non è la prima cosa che si cerca di fare quando si è ben legati ad una sedia di legno di ciliegio europeo, davvero troppo forte per sperare lontanamente che si rompa o soltanto si incrini, date le sue ottime proprietà di resistenza.
Legati ed isolati all’interno di una stanza buia... avvolti da tenebre artificiali talmente opprimenti che costituiscono una prigione ancora peggiore della prigione stessa che le contiene e che ospita anche il poveretto, colpevole di qualcosa, anche se non è dato bene saperlo, almeno per il momento.
Si possono soltanto formulare svariate ipotesi, ma probabilmente ci si avvicinerebbe soltanto alla soluzione dell’enigma e forse nemmeno.
Ma va da sé che la maggior parte delle persone che si troverebbero di fronte uno spettacolo del genere o potessero bene immaginarlo nella propria mente, proverebbero pietà incondizionata per la vittima in questione e per la sua sofferenza, che la meriti o non la meriti.
D’altronde, gli elementi sono pochi per formulare un giudizio ben preciso.
Si tratta solo di un uomo dall’aspetto insignificante, nemmeno troppo alto, decorato di abrasioni ed ecchimosi sul volto, possibile prova di un furioso pestaggio.
Potrebbe essere un pedofilo assassino caduto nelle grinfie di un genitore delle sue molte vittime, che da tempo sognava di realizzare la sua personale giustizia per il mostro che lo ha privato di tutto ciò che rappresentava la s

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Il solo colpevole (la fine)

Fu un attimo, un lampo attraversò i miei occhi.
Il suo braccio teso si schiantò sul mio petto come un sasso lanciato da lontano.
Caddi a terra in uno schianto, il respiro stroncato dall'urto.
Sollevai la teste lentamente fino ad incontrare i suoi occhi fissi su di me. Paura, odio, stanchezza difficile dire cosa raccontavano.
Il suo respiro spezzato dalla rabbia ed il suo braccio ancora teso nell'aria indicavano la fine di una relazione mai iniziata.
Cercai di rialzarmi, ma il dolore era troppo forte; ad ogni respiro fitte intense e penetranti pungevano i miei polmoni come mille spilli. Scariche elettriche troppo intense per essere sopportare.
Tutto sì coloro di nero, l'odio come un motore lanciato al massimo s'impossessò del mio corpo.
Quell'uomo doveva essere punito, era lui con la sua indifferenza, il solo colpevole di tutto ciò che il mondo aveva gettato su di me.
Scattati in avanti il dolere ormai lontano, il sasso ben stretto nella mia mano.
Colpii alla cieca, senza controllo, il sangue imbrattò di rosso Il muro alle sue spalle, schizzi impazziti d'artista maledetto.
Il colore intenso e l'odor ruggine del suo sangue mi eccitavano, come una iena mi accanii sulla preda ferita.
Ad ogni colpo che infliggevo il peso che da troppo tempo portavo dentro diminuiva la sua intensità, la corda che stritolava le mie viscere s'allentava e quando il sasso scivolò via dalla mia mano insanguinata ero finalmente libero.
Ciò che rimaneva delle mie paure, delle mie insicurezze, era un cranio spappolato ed il volto ormai irriconoscibile della mia vita passata.
Erano le sei e quarantacinque di un tiepido venerdì di dicembre.

   0 commenti     di: loris bassini


Il cavaliere e il fuoco

Trentaduesimo capitolo

"Il giorno declinava.
Sullo sfondo tenue del tramonto Edward, immagine stagliata contro il sole morente, galoppava senza sosta. Incerto sul dal farsi, alla ricerca sfrenata del coraggio per portare a termine il suo ingrato compito. Non vi era più nessuno a confortarlo, sussurrando sagge parole alle sue orecchie, specie ora che anche Margaret lo aveva lasciato. Lei di certo non avrebbe approvato, ma sarebbe stata in grado di trovare la migliore soluzione per uscirne.
Edward dopotutto non aveva nulla da perdere, eccetto l'onore che, purtroppo, deteneva un posto troppo alto fra i suoi principi.
Gli risuonavano ancora in mente le parole di Karl, colui che un tempo aveva definito grande amico: "Non voglio passi falsi; c'è in gioco la tua vita!"
Cessò di riflettere e prese una decisione; ne approfittò, per evitare che la risolutezza appena nata in lui non si dileguasse col tempo sprecato.
Di scatto voltò il cavallo nella direzione opposta, dirigendosi verso l'antica rimessa di casa Dyser. L'edificio, ancora in buono stato, era disabitato da anni. Il vento scuoteva gli alberi le cui ombre si allungavano fino a mescolarsi con le pareti della vecchia casa.
Edward smontò di sella; annusò l'aria come a verificare la presenza del pericolo: era necessario che non vi fosse nessuno, eccetto naturalmente... Non gli andava di pensarci; avrebbe compiuto quel gesto con assoluto distacco, senza pensarci, evitando l'insorgere di ripensamenti o rimorsi, con la consapevolezza di chi è vittima di un ricatto e conosce l'unico modo per venirne fuori pulito.
Con estrema cautela si avvicinò al portone di legno, consumato dalla poggia. Ne afferrò la maniglia e spinse. Non vi fu cigolio; qualcuno aveva da poco oliato i cardini, situazione quanto mai inaspettata per un posto deserto come quello.
Silenzioso varcò l'uscio, consapevole di cosa lo attendeva, fremente e tuttavia composto, impassibile a dispetto delle emozioni che lo scuotevano. Guardando

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   2 commenti     di: Marta Fanello


Il mondo non è abbastanza

Una, due, tre, infinite volte compieva quel gesto malevolo di aspirare il fumo di una maledetta sigaretta. Ed ogni volta da quel balcone completava la sua opera. I peggior dieci minuti persi a crogiolare tra le paranoie ossessive che lo attanagliavano. Ancora una volta il telefono interruppe il suo viavai di informazioni estremamente pericolose. Rientrò di fretta, rispose, ammiccò un paio di volte, si recò all'uscio e s'incammino con passo svelto. Si domandava cosa potesse mai aver turbato la quiete di quella giornata, l'ozio quotidiano del dolce far niente. Era nevrotica l'ansia che iniettava nei suoi polmoni, ma quella volta non poteva divincolarsi, pur se appariva come un obbligo. Giunse frettolosamente nella sua abitazione: la trovò estremamente persa nel vuoto. Si tuffò su di lui, tra le sue braccia incredule, lo strinse ma lui non ricambiò l'abbraccio. Divenne seria, con le mani prese il suo volto attirando la sua attenzione degli occhi, gli si avvicinò e lo baciò. A nulla valse il vano tentativo di lasciare la presa; con un violento urto la scaraventò sul letto e cominciarono un'impetuosa unione. Che non durò molto. Di li a poco il gemito si trasformò in sussulto e dal sussulto divenne un esile ultimo respiro accompagnato da lancinanti sospiri di ultime parole "perdonami". Un frastuono riempì la stanza, grondarono lacrime, il suo corpo ancora adagiato in quella posizione così intima e misteriosa. Si rivestì, andò alle scale, ruzzolò. Si rialzò dolorante, avvicinò una mano al capo che rivelò un'evidente traccia di sangue e corse. Singhiozzava immensamente. -"L'ha fatto, ci è riuscita". Si accasciò per terra, ancora incredulo. Incrociò gli sguardi della folla che volontariamente si affrettava a cambiar direzione. "- È morta lo volete capire, mi ha usato. Non esiste più". Si rialzò con fatica e raggiunse il boschetto lì vicino dove si accasciò in un torpido pianto, mentre perdeva i sensi e il sangue ricopriva la guancia

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   2 commenti     di: Felice Scala



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