Racconto drammatico - Pagina 58
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Racconti drammatici

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La curva del risveglio

La figura dei centauri venne spesso associata all'idea di gimcane rischiose e folli velocità, ma le leggende che li "proclamarono" come degli esagitati dell'asfalto erano per lo più fastidiose...
Alle Coste di Sant'Eusebio, lungo la Statale 237 della Valle Sabbia che conduce al lago d'Idro, v'era una curva pericolosa, definita dai valsabbini la "curva del risveglio"; in effetti, per numerose volte era stata teatro di tragedie ma anche incidenti non ferali. La fallace curva "portò" un totale di tredici centauri in ospedale; proprio in quella curva a 90° i motociclisti praticavano prodigiose frenate per sfizio o dimostrazione della loro abilità, spesso con il rimbalzare del mezzo.
Si era di un pomeriggio di giugno. La bella e affascinante Margherita Gilberti, in arte "Lilì, la tigresse", porno star per locali di lap dance, si recò a un bar-ristorante della medesima Valle per l'inaugurazione della nuova gestione familiare. Sulla porta, la locandina annunciava chiaro: dalle ore 16. 00 alle 19. 00 si organizzava per un "aperitivo dalle forti emozioni": cocktail e stuzzichini serviti in mezzo alla seminuda e scatenata "Lilì".
L'ora d'inizio apertura era una sorta di miracolo; uomini, ragazzi appena maggiorenni e donne con un pizzico di eccentricità, si godevano seduti al bancone i loro "Betty Page", "Magnetic Girls" o "Woman in Red", aperitivi dai nomi strambi ma tutti rigorosamente analcolici, preparati da due avvenenti barman che cercavano d'interpretare il gusto della clientela. A servir essa ci pensava "Lilì" che danzava sul bancone che fungeva da pista. Lei, grazia divina, ancheggiava e agitava il corpo al ritmo della disco music, vestita solo di minuscolo tanga. I seni siliconati, gonfi da capogiro, erano "addolciti" da stelline che coprivano le mammelle. Un servizio pulito, uno spettacolo in cui prevaleva il sorriso e la provocazione sempre pacata, elegante, ma senza eccessi.
A fine esibizione, la bella "Lilì, la tigresse" venne ricompen

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Il Monastero

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   3 commenti     di: Giacomo D'Alia


Quarto piano - seconda parte

Prima di salire al quarto piano mandò un messaggio al suo amore "ho paura...", non so perchè glielo disse, forse per sentirsi protetta, e lui naturalmente non rispose.
Entrò nell'ascensore, si guardò allo specchio e non si riconobbe.
Trovò la porta dell'appartamento semiaperta, entrò dando una veloce occhiata, la casa era spaziosa, le tende svolazzavano leggermente dando un'aria di pulito, grandi tappeti erano un po' ovunque e il tutto lasciava trapelare il buon gusto del padrone di casa... Lui la chiamò e lo vide seduto sul divano bianco proprio di fronte lei.
Lui si alzo e richiuse sorridendo la porta a chiave prendendole la borsa e depositandola su una seggiola.
"Ti aspettavo, vuoi un bicchiere di vino bianco? " - "no grazie il vino bianco no"... ci mancava pure il vino bianco! Sapeva benissimo che effetto avrebbe avuto su di lei, e non doveva essere troppo arrendevole, il gioco voleva condurlo lei!
Lui senza perdere tempo la fece accomodare in camera da letto, una stanza molto spaziosa in penombra, meno male, amava la luce ma non lì con quell'uomo, preferiva una luce delicata, avrebbe reso tutto più semplice, così credeva almeno.
"Non dimentichi nulla prima?" - "Certo, i soldi sono sotto al cuscino prendili". E così lei fece senza controllare appoggiandoli sul comodino.

Lui si sedette su una poltrona osservandola attentamente, le fece i complimenti per come era vestita, per come l'aveva attirato a se semplicemente parlando, per come era stata vulnerabile a parlare delle sue debolezze, cosa a detta sua non facile da trovarsi in una donna... da un'ingenua depressa in cura voleva dire lei!
Le ordinò di fermarsi e di farsi togliere i sandali, così lei gli si avvicinò scoprendo le gambe dal vestito, dove lui senza metterci troppo infilò la mano sotto la veste fino a toccarle il pube, poi non so come qualcosa catturò lo sguardo di lei e il suo cuore cominciò a battere all'impazzata.
Improvvisamente non sentiva niente

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   2 commenti     di: Luce...


Lo sa, ma non vuole dirmelo

Gli appuntamenti erano fitti, tra la giornata di lunedì e quella di venerdì mi restava giusto il tempo per guardarmi allo specchio e giocare con l'orecchino regalatomi da zio Tom. Passato il primo giorno della settimana, capii che la situazione stava cimentandosi sull'inverosimile, nel senso che se realmente mi ritrovavo nella realtà ero uno stramaledettissimo uomo fortunato: chi l'avrebbe mai detto che al primo colloquio di lavoro mi avessero preso? Eppure ero giovane, diciottenne, la mia vita la passavo tra il pub di Mostro Joe e le sbronze nella West Side. Non potevo rendermi conto della mia bravura, se non nel momento in cui le ragazze mi si avvicinavano senza alcun ritegno e, molto probabilmente, senza nessun preconcetto tradizionalista del cazzo il quale prevede che il sesso fa male "all'integrità della bontà d'animo". Come potevo rendermi conto della mia bravura attraverso questa idiozia? Semplice, ero bello. Ma certo: il colloquio era ricco di donne ma pure ricco di uomini, esperti, geni senz'altro, anche molto scrupolosi e pignoli direi. Però ero bello, ed ogni mia singola sfumatura errata ed ogni pezzo sbagliato della mia personalità, del mio carattere e della mia professionalità - se non della mia esperienza - passavano in secondo piano - perché appunto ero bello. Attenzione: non ero bella, ma bello. Sono un uomo. Può risultare strano agli occhi e alle orecchie di qualcuno che legge una cosa del genere: "un uomo sfonda nel campo del lavoro (qualsiasi lavoro) per la sua bellezza!" È un'oscenità? Non direi! Le donne sono belle e da un momento all'altro si ritrovano a ballare presso un programma televisivo che due giorni prima l'aveva ben inquadrata a fare la lap dance in un locale stracolmo di rozzi cittadini della contea, sbavosi, con birra e cannocchiale indirizzato verso le parti medio-alte e medio-basse del favoloso corpicino femminile. E perché mai non può essere bello un uomo? No, mi chiedo: una donna realizza i suoi sogni (?) grazie all

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   0 commenti     di: Claudio Morgese


Lasciatemi stare

Sono ancora qui, in questa stanza, la solita stanza divenuta la mia tomba. Le sue mani mi sfiorano come sempre e questo è solo l’inizio di una scena vista e vissuta mille volte, divento rigido ma questo non serve a fermare questa violenza. Chiudo gli occhi per non vedere…lentamente le sue mani scendono sempre più in basso, vorrei urlare, avere la forza di ribellarmi ma sono paralizzato. Inizia a spogliarmi e a toccarmi come sempre, vorrei piangere ma non devo, verserò le mie lacrime dopo, quando tutto sarà finito…. ancora una volta piangerò da solo, lontano dagli occhi di tutti.
Anche lui si spoglia e avvicina le sue parti intime al mio viso, mi viene da vomitare ma non posso farlo…forse mi picchierebbe, mi basta questo………
Cerco di pensare che tra non molto sarà tutto finito, almeno per oggi…. forse domani non mi cercherà…forse si sarà stancato di me o forse avrà trovato una nuova vittima. Perché tutto questo? Perché nessuno fa niente per porre fine a queste torture? Vorrei morire ma devo trovare la forza per resistere, per tornare a casa e rivedere la mia famiglia.
E se non venissi creduto…….. in fondo lui è un adulto, chi ascolterebbe un bambino della mia età…. e poi la gente cosa penserebbe di me……………che è anche colpa mia, che non avrei dovuto assecondarlo, ma chi può capire…………..
Sembra tutto così assurdo ma invece è la realtà, mi tocca…. mi chiede di toccarlo………. mi possiede e io non trovo la forza per un lamento…..
Il suo fiato su di me……il suo odore sgradevole, questa stanza……odio tutto questo, ma subisco……riuscirò mai a dimenticare?
I suoi gemiti mi danno sollievo….. anche questa volta sta per finire, per quanto riuscirò a resistere?...
Con gli occhi ancora chiusi, sento che sta per rivestirsi e anche io lo faccio……ma senza aprire gli occhi, non una parola esce dalla mia bocca, mentre lui mi da una carezza quasi a ripagarmi per quanto ho fatto………ho paura, ho pa

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   4 commenti     di: Maurizio Triolo


Il suicidio di Ada F. ( terza parte)

La terza raccomandata arrivò fino ad una cittadina siciliana, nota località vacanziera e venne consegnata a tal Giovanni Lorusso, agente immobiliare, piccolo proprietario di appartamenti che locava con profitto durante le vacanze estive, amico stretto di alcuni politici locali che lo favorivano introducendolo in occasioni utili ai propri affari.
Lorusso era un personaggio alquanto noto nella sua cittadina, presente in tutte le circostanze pubbliche di rilievo, riusciva a farsi invitare a pranzi e cene con grande destrezza, anche per merito del suo carattere loquace, ma sempre attento a non parteggiare manifestamente per chi fosse più forte o più importante di lui. Sapeva celare bene la propria ambizione... Insomma, era un uomo che stava in equilibrio in una contesto sociale in cui facilmente " si momorava".
La raccomandata proveniente da una zona così lontana d'Italia, lo stupì di molto. Tranne qualche viaggio per affari a Roma, Lorusso conosceva soltanto Torino e Milano, né a dire il vero il resto dell'Italia aveva per lui un particolare interesse. Non era un viaggiatore, nemmeno per turismo. Né gli interessavano le bellezze artistiche.
Le uniche bellezze cui era sensibile erano quelle femminili, per avvicinare le quali gli erano più che sufficienti, durate la lunga estate sicula, la bella e lunga spiaggia locale, la impressionante scogliera e, di sera, i vari locali che si affacciavano luccicanti sul lungo mare. A quarantacinque anni Giovanni Lorusso, benché non potesse definirsi a pieno titolo un " bell'uomo ", onorava la categoria dei siciliani galanti e conquistatori. Gran parte del suo fascino gli derivava dal suo modo di parlare, con un accento regionale appena appena rilevabile e dal fatto di saper ascoltare. E le donne, si sa, amano chi le sta ad ascoltare...
Durante l'inverno , invece, quando le serate incombevano umide e battute dal vento, Lorusso se ne stava rintanato nel suo ufficio e

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Amori riemersi con richieste di verità

Ho amato e sperato, ho amato e sognato; ho amato e perso, ho amato e non ho nulla da nascondere, un legame particolare, indivisibile, penetrante, che mi ha causato brividi immensi di gioia, di chi sorride ingenuamente alla beltà della vita...
Con una mano nella sua mano bisbigliava queste strazianti parole; copiose lacrime inondavano il suo volto scivolando sul suo esile, freddo, rigido residuo di corpo ormai pietrificato e intriso di quel ricordo perduto e mai più recuperabile.
La stanza era fredda, l'inserviente ancora impaurita si rannicchiò in un angolo e pianse. Lui la guardò, alzando il viso, con questo suo gesto, socchiuse gli occhi e spirò: il male che covava all'interno era ancora presente; l'amare e aver perso, per colpa sua, per colpa dei suoi nemici, per colpa della sua indole, del suo segreto covato gelosamente e delle sue vendette nei confronti di chi, ancora, nonostante tutto cercava di colpirlo nel suo intimo. L'inserviente lo sapeva, così come sapeva di aver tradito la fiducia, rivelando tempo addietro pesanti parti del suo passato, di quel passato che gelosamente ancora custodisce.
Lui sapeva tutto, sapeva di essere ancora messo in cattiva luce e che quell'ennesimo duro colpo infetto con l'accusa nei suoi confronti, nei riguardi della sua "bella" che giace ora in quella camera priva di vita rappresentava l'ennesima sfida, l'ennesima prova di superare il passato, accettare la sua condizione, allontanando quel pregiudizio che l'avevano trasformato in quella persona paranoica, paurosa e solitaria in cui viveva.
Tra lacrime di ricordi, lacrime di passioni infrante, lacrime d'amore, di odio e di vendetta, lacrime di codardia ed egoismo, lacrime di paura e timori non superati, lacrime di dolore e rivalsa, la stanza cadeva in un vertiginoso triangolo di persone che l'avevano colpito di più nel passato.
Allora baciò la sua amata, le mise una rosa tra le mani. Richiuse la celletta. Si potevano udire i battiti del cuore accelerato

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   2 commenti     di: Felice Scala



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