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Racconti drammatici

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Proteggere e Servire Parte 2

CAPITOLO 9 : LA BARACCA SUL MOLO.

Il risveglio è brusco. Il respiro affannato ed il cuore batte all’impazzata come se dovesse prepararsi ad esplodere. Non è una cosa insolita, nelle ultime notti. Tanti incubi lo hanno assillato da quando ha ucciso quel ragazzo. Non avrebbe mai immaginato di sentirsi così; credeva di essere un uomo forte, fino ad ora. Pensava che i suoi bicipiti scolpiti ed i suoi pettorali ben sporgenti rispecchiassero la sua anima d’acciaio... ora deve fare i conti con la delusione di conoscere davvero ciò che è e che è sempre stato. Quel ragazzino terrorizzato, deriso dai compagni di scuola per essere povero e spaventato dal quartiere in cui viveva, è ancora ben presente dentro di lui, rannicchiato in un angolo della sua testa ed ancora impaurito di ciò che è accaduto e di ciò che ancora deve accadere. Qualche volta pensa alle scelte che ha fatto e che lo hanno portato dove si trova. A volte ci pensa anche se non dovrebbe... la testa si riempie di domande e di ipotesi: ha preso davvero le decisioni giuste? Ha fatto davvero quello che voleva della sua vita? impossibile rispondere e forse non vuole sforzarsi nemmeno di trovare una risposta... perchè in cuor suo è certo che, se dovesse riuscire a trovarne una forse non gli piacerebbe... forse scoprirebbe di essere un fallito adesso più di quanto potesse immaginare... ed avrebbe ancora più paura. Si affretta a scacciare quelle domande che ronzano attorno ma non vuole tornare a dormire anche se è ancora notte.
Alzatosi pigramente dalla sudicia branda che ultimamente gli regala soltanto incubi, Julio si trascina all’esterno e si ferma davanti al molo, fissando intensamente la tranquillità della baia di fronte a lui ed il riflesso dei fari delle chiatte che solcano lentamente la superficie dell’acqua e le luci lontane di palazzi troppo belli che non lo vedranno mai come inquilino o semplice ospite.
“Ancora incubi, Julio? ”
La voce lo fa voltare di scatto. Vicino a lui, i

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Abissi di paura

Estratti repertoriati del diario di Nathaniel Crowe, rinvenuti nei pressi di Cala Scirocco, Isola di Montecristo

(Reperto A)
Forse sto per farcela. Finalmente il sogno di una vita, di studi approfonditi e ricerche infinite sta per regalare i frutti sperati. L’antro è piuttosto stretto ma me lo aspettavo. Dovrei percorrere ancora una distanza di circa trecento metri, dopodiché, secondo la mappa disegnata dal professore, dovrei ritrovarmi direttamente nella grotta della Villa, la misteriosa spelonca nella quale, ormai è certo, la famiglia Spada nascose il proprio prezioso, immenso tesoro.
Per fortuna ho con me la torcia, spero che la luce sia sufficiente per consentirmi di percorrere l’intero tratto che mi divide dalla fortuna che sto per abbracciare. Credo di aver percorso circa duecento metri, eppure la stanchezza inizia a farsi sentire. Il cunicolo presentava un diametro all’incirca di un metro per cui i primi passi sono stati difficoltosi, ma non impossibili. Improvvisamente il tunnel ha iniziato a scendere con pendenza maggiore e la circonferenza si è ristretta. Ma non posso tornare indietro. Ormai sono arrivato fin qui. Devo procedere, a qualsiasi costo.

(Reperto B)
Era un piovoso mattino, il solito piovoso mattino londinese quando di buonora il professor Milton mi convocò a casa sua. Mi presentai trafelato, la sua voce eccitata e scossa m’indusse a ritenere che dovesse comunicarmi qualche evento di particolare importanza, di quelli che non possono attendere oltremodo.
Entrai che sedeva dietro la scrivania, con un cenno mi invitò a sedere di fronte a lui. La governante mi porse una tazza di thè bollente ed ascoltai quanto il professore avesse da riferirmi.
“Mio caro Nathaniel,” esordì “tu sai quanti anni ho dedicato allo studio di questi testi”.
Compresi subito a cosa si riferiva. Per l’ennesima volta mi mostrò i libri e le cartine della misteriosa Isola di Montecristo, nell’Arcipelago Toscano, luogo arcano ed oscuro, l

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Mazzacane - cap. II

Dalla penombra in cui viene a trovarsi sente una voce femminile che gli dice
"Lascialo socchiuso, per favore, almeno ci eviteremo il fastidio del campanello. Sei Nino, vero? Vieni avanti, io sono Rosaria, la sorella di don Antonio"
Attraversando enormi stanzoni, tutti nella penombra, la donna lo conduce davanti a una porta chiusa. Nino, seguendola, ha solo notato come la casa sia grande e la mobilia antica e che uno spesso tappeto annulla ogni rumore di passi. La donna, allungando la mano verso la maniglia della porta chiusa, prima di aprirla, gli dice
"Cerca di non farlo stancare troppo, mi raccomando"
Nino entra titubante e con gli occhi bassi. La stanza è scarsamente illuminata e al centro della parte adiacente la porta campeggia un letto a baldacchino. Quasi seppellito nelle coltri giace don Antonio Rinaldi. Nino, timoroso di guardarlo, fissa intensamente il bastone poggiato sul bordo del letto. È un bastone da passeggio, nodoso e lucido. L'impugnatura rappresenta la testa di un cane mastino con due luccicanti topazi al posto degli occhi. Per via di quel bastone don Antonio Rinaldi era da tempo e da tutti soprannominato Mazzacane. Un nome che per un trentennio è stato sinonimo di un potere quasi assoluto. Alzando gli occhi, Nino vede una testa calva e un volto rinsecchito, giallo e grinzoso, un naso aquilino e due occhi vividi e lampeggianti come i topazi incastonati nel bastone. L'omone corpulento che Nino ricordava è ormai ridotto a una manciata di ossa ricoperte dalla sola pelle. Se non fosse per gli occhi... Benché allo stremo delle forze, Mazzacane, grazie ai suoi occhi, riesce ancora a suggestionarlo. Con un debole ma deciso gesto della mano lo invita ad avvicinarsi. Nino ubbidisce e Mazzacane, ripetendo il gesto, gli dice
"Avvicinati di più" Poi senza alcun preambolo continua "Devi scrivere un libro sulle mie memorie, senza alcuna fretta, ma devi farlo bene" e dopo un profondo sospiro aggiunge "La.. sul comò.. prendi.."
Seguendo l

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   8 commenti     di: Michele Rotunno


Uomo senza vita, uomo senza futuro...

Le macerie del terremoto d’Abruzzo raccontano storie di vita e di morte. Quelle immagini televisive di volti segnati dal dolore e dal pianto e il desiderio di aiutare quelle persone la cui vita è stata distrutta e che hanno perso tutto ciò che avevano mi spinsero a recarmi sul posto per cogliere più profondamente la sofferenza che provavano. Partii il 30 aprile 2008 e cominciai a guardare fuori dal finestrino: a Scafati la gente sorrideva felice e i ragazzi, troppo contenti per non essere andati a scuola, erano incuranti di ciò che a pochi chilometri di distanza da loro stava accadendo. Procedendo i volti delle persone erano sempre più cupi, io ero stanca, chiusi gli occhi e sognai … ”Ero distesa sul mio letto in un sonno profondo quando ad un tratto la terra aveva cominciato a tremare, i miei occhi si erano aperti, terrorizzati, le lacrime riflettendosi parevano mare, il respiro lento e affannato … profondo … le urla di mia mamma che correva per salvarmi, era come se la terra si stesse aprendo sotto i nostri piedi. Stavo per afferrare la sua mano quando una forte scossa mi ha portata dal lato opposto della stanza: lontana da lei, lontana dall’unica persona accanto alla quale avrei preferito morire. La paura mi ha assalita. Ho cominciato a pensare a tutti i miei amici e al fatto che forse non avrei mai potuto rivederli; alle frasi mai dette, alle cose mai dimostrate, ai sentimenti mai rivelati … “ Mi svegliai di soprassalto respirando a tratti. Ci fermammo perché per mia mamma non era il caso di portarmi a vedere gli orrori del terremoto: ma io volevo andare, io dovevo sapere e dentro di me ero sicura che lì fosse la risposta a tutte le mie domande, a tutti i miei “perché”. Riprendemmo il viaggio e giunti sul posto osservai attentamente il mondo attorno a me: le case crollate avevano distrutto vite e ricordi e ogni oggetto nascondeva una sua storia; sentii il forte pianto di un uomo e mentre i miei genitori aiutavano dei ragazzini io segu

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Il marionettista

Un'ombra silenziosa nella notte tende i fili, sorride sadico mentre le sue marionette consapevoli danzano.
Marionette dallo sguardo vitreo danzano nella notte, marionette dai sorrisi spenti danzano nel silenzio, marionette il cui trucco cola sulle gote pallide danzano in una flebile fiamma di speranza.
Un'ombra sadica nella notte tende i fili, sorride silenzioso mentre le sue marionette ignare vivono.
Marionette dallo sguardo acceso danzano nella notte, marionette dai sorrisi falsi danzano nei locali, marionette dal trucco perfetto danzano nella luce accecante della loro ipocrisia.
Un'ombra innocente nella notte tende i fili, sorride tristemente mentre le sue marionette tristi si trascinano.
Marionette dallo sguardo rassegnato danzano nella loro immobilità, marionette dal sorriso estinto danzano nella loro rassegnazione, marionette il cui trucco cola insieme a lacrime silenziose danzano con la morte.
L'ombra che tende i fili ride, giocoso aiutante d'inganni, l'ombra che tende i fili ride triste osservando fino a che punto si è spinto per far capire alla gente la verità, invano.
Il marionettista nascosto nell'ombra della notte, silenzioso, implacabile tende i fili di nuovo e ignare e consapevoli marionette danzano sul palmo della sua mano.



Litho

Andammo a dormire alle dieci di sera, come ormai facevamo tutte le sere da circa un mese a quella parte.
Tu avevi un pigiama in due pezzi, bianco, con un disegno argentato di una coppia di orsi che guardano il cielo: "starry starry night", come il titolo della canzone di McLean.
Hai sempre amato ogni tipo di musica, e in campo artistico non ho mai conosciuto una persona che ne sapesse quanto te di cantanti e canzoni. Eri una specie di guru in materia, eppure sono convinto che proprio quella lì non la conoscevi (non la conoscevo neanche io fino a qualche giorno fa).
Ci stendemmo sul letto senza infilarci nelle lenzuola, era la prima settimana di maggio e il freddo che spesso avvolgeva la tua casa perdeva pian piano vigore. Tu eri sdraiata su di me, torace contro torace, in una posizione che vista da fuori sarebbe sembrata ridicola; somigliavi a una bimba di pezza gettata bocconi su un uomo. A me però piaceva tanto e ricordo che ti abbracciavo sempre forte, con braccia e gambe insieme, in quel misto di comicità e romanticismo che ci è sempre stato proprio. Io ti amavo, Chiara. Io ti amavo, e tu lo sapevi, te lo ripetevo ogni giorno al mattino, rendendo grazie a quel sorriso che mi donavi ogni volta al risveglio. Io ti amavo ma quella volta non te lo dissi, né tu lo chiedesti come spesso facevi nel letto "mi ami? mi ami? mi ami?", ripetendo sempre la stessa domanda fino a quando o dicevo di sì o ti mandavo al diavolo. Tu ti divertivi tantissimo. Io mi impegnavo a fare il finto offeso.
Quella sera era diversa, Chiara, lo si vedeva dai tuoi occhi grigi, lo si capiva dai tuoi affanni mentre cercavi di addormentarti, lo si sentiva nella tua voce mentre mi parlavi del lavoro, raccontandomi la tua giornata passata a lezione da Andrea.
Mi hai detto che il tempo è infinito, che i Greci lo avevano capito, e che conservavano questo sapere nei loro miti e nei loro racconti. Hai raccontato anche tu, poi; la favola di Filemone e Bauci, due anziani innamorati da più

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   1 commenti     di: Antonio Perrone


[Senza titolo]

Morire è semplicemente traumatico.
Fluttuavo nello spazio circostante al mio corpo da circa una mezz'ora e già la disperazione aveva preso il pieno possesso della mia coscienza; le lamiere della mia automobile distrutta dall'impatto sembravano assumere i contorni grotteschi di un disegno di mia figlia e la totale mancanza del dolore mi fece capire che anche l'ultimo barlume di speranza di poterla riabbracciare era sparito.
L'auto che si era scontrata contro la mia non era messa meglio, il suo paraurti era completamente scomparso e i vetri del passeggero erano completamente distrutti, dove all'interno intravedevo quattro giovanotti probabilmente ancora vivi, visto che oltre a me in quella carreggiata solitaria e spazzata dalla brezza notturna non c'era nessun'altro.
Io c'ero, morto chiaro, ma presente ad ammirare disgustato il mio corpo così curato quando ero in vita tanto quanto era distrutto in quel momento; il mio viso era irriconoscibile, schiacciato, deforme e sanguinolento.
"Chissà cosa penserà mia moglie quando vedrà la mia faccia, lei che aveva insistito perchè mi facessi quel ritocco al naso come suo regalo di compleanno" pensai cinicamente, ma immediatamente dopo il pensiero si fissò sul fatto che non avrei mai più rivisto mia moglie.

I miei rapporti con Chiara non erano molto rosei nell'ultimo periodo. Il lavoro di rappresentante di una società di assicurazioni mi aveva spinto a viaggiare molto trascurando così lei e la nostra bambina, ciò causava sempre al mio ritorno immancabili sguardi di rabbia e di risentimento, sguardi che creavano una sottile patina di diffidenza tra di noi mascherata da felicità coniugale nel ritrovarsi.
Una volta messa a letto Giulia incominciava la solita scenetta, sempre uguale:
Lei : - Tua figlia ieri aveva la recita di Natale e dopo mi ha chiesto di te!-.
-Lo sai che è dura anche per me, ma abbiamo bisogno dei soldi, lo faccio per voi!-
-Non tirare fuori la storia dei soldi, con il tuo vecchio lavoro

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