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Racconti drammatici

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Mia madre

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   6 commenti     di: bruna lanza


Drammaccio

C'erano una volta, a ridosso di un monte, alcune catapecchie, dove parecchie famiglie disgraziate sopravvivevano nutrendosi di castagne ed erba spagna.
Tutti lo sapevano, lo vedevano e passavano facendo finta di nulla.
Un giorno il monte rovinò sulle baracche e fece quel che non avevano fatto la fame e gli stenti: uccise le numerose famiglie di diseredati.
Subito dopo l'accaduto arrivarono le televisioni e i giornali. Commozione e pianto seguirono all'evento cruento e la maligna sorte accanitasi contro quei poveretti.

Finito il clamore, le autorità posero, pietose, una bella lapide a ricordo delle vittime innocenti che così recitava:
"Se il monte non cascava morivano di stenti, ma nessuno ci badava."



Centodieci drammatico



Intimità violata

C'era sangue dappertutto. Sangue sul pavimento, sul lavandino, sulla parte terminale dello specchio. Si raccoglieva in chiazze scure unite dal filo conduttore di gocce isolate. Formava disegni indelebili, profonde ferite nella ceramica bianca, promesse di oblio sui riflessi di uno specchio impietoso. Un filo d'acqua scorreva, tinta di rosso anch'essa. Sembrava aumentare tutto quel sangue, raddoppiare ciò che veniva effettivamente versato, triplicare ciò che era già troppo. Le sue dita tremavano incontrollabilmente, ma non per paura o per rabbia. Era piuttosto un riflesso incondizionato, dovuto a quel fottuto cervello o chissà che altro. Il suo sguardo fissava le ferite ancora aperte e avvolte dal vapore che saliva lentamente da quella poca acqua. Ma quello sguardo era vuoto. I suoi occhi erano semplicemente aperti e puntavano su quelle ferite, ma non le guardavano davvero. Guardavano in tempi ormai andati, tornavano a momenti passati e finiti. Momenti che in realtà non sarebbero mai davvero passati. I polsi erano piegati in avanti, così che le ferite fossero più aperte. Così che il sangue scorresse meglio. Così che si mescolasse a quell'acqua bollente.
Uno specchietto da borsa frantumato giaceva sulle piastrelle candide del pavimento, affianco ad una goccia di liquido color rubino perfettamente rotonda. Non aveva usato la solita lametta, bensì un frammento di quello specchio.
Originale.
Perverso.
Lui aveva usato quello specchio per farle vedere cosa si era divertito a fare al suo fragile corpo di donna. Donna. Piccola donna.
Le dita continuavano a tremare, ormai troppo veloce per potersi fermare da sole. La testa girava lievemente, imprimendo un moto rotatorio all'intera stanza. Ma i suoi occhi non potevano accorgersene. Fissavano il vuoto. Il vuoto della sua anima perduta. Rubata. Strappata in mille pezzi e buttata nel vento di quella terribile notte. Quegli occhi potevano vedere solo ciò che ne era stato di lei. Potevano vedere altri occhi. Fiam

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   4 commenti     di: *Sunflower*


This is the end

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino? ». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete (la genesi 3, 1-7)

Avevo dodici anni quando incontrai per la prima volta Joseph. Era un vero bastardo. Era cresciuto in mezzo alla violenza della sua famiglia. Sua madre una troia che veniva pestata regolarmente da suo padre, che usciva ed entrava continuamente dalla galera. Il gabbio era la regolarità per il padre di Joseph. La galera era la sua casa, la sua casa era il suo albergo. Ci tornava per pestare e scopare sua moglie, e per insegnare l'arte della violenza al figlio. Fu così che Joseph divenne Joseph Il gramo. Si avevo solo dodici anni quando l'ho incontrato la prima volta, lui aveva solo un anno più di me, ma era già il doppio e nel suo sguardo c'era già quel luccichio da psicopatico. Un luccichio che aspettava solo il momento giusto per esplodere nella fiamma dell'odio. Ero uscito dal scuola e stavo tornando tranquillamente a casa mia. Ero quasi arrivato quando mi ha pestato la prima volta, voleva dei soldi. Sapeva che venivo da una famiglia normale, che non mi faceva mancare l'amore. Voleva i soldi che i miei mi davano per comprarmi le cose che mi servivano. Insomma la classica storia del bullo che vuole fregare i soldi al più piccolo. Soldi che in quel momento io non avevo, li avevo già spesi per comprarmi le prime sigarette e le corde nuove della chitarra che stavo imparando a suonare
Ma lui non voleva solo i miei soldi, voleva la mia paura. Mi spinse a terra e mi prese a calci. Calci nello stomaco, mi sputava e insultava. Lui odiava la normalità della mia famiglia, il mio crescere in una situazione tranquilla. Mi odiav

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L'ultimo monologo del reietto

(Il protagonista entra, con un gruppo di nobili, in una stanza stretta e buia, illuminata fiocamente da una lampada ad olio e da qualche candela)
"Miei cari signori, sto per darvi una notizia che non vi piacerà. Almeno credo. Bene, se volete accomodarvi darò inizio al mio ultimo spettacolo. Forse vi starete chiedendo perché vi abbia convocati proprio qui, nella mia umile e fredda stanza. Avrei potuto scegliere meglio, lo so. Conosco i vostri gusti. Quello squallido armadio a muro, divorato senza pietà dalle termiti, bene quello è il segreto del mio successo. E cosi quella inutile lampada ad olio appoggiata sul comodino. Si, proprio quel comodino, signora, dove lei adesso poggia il suo grasso e ipocrita culo borghese. È inutile che mi guarda male, lo sa benissimo anche lei. Vive alle spalle dei popolani come me, come mio nonno, che ha impregnato quel fottuto comodino di sudore e lacrime solo per darmi qualcosa prima di morire. Lo so che ti schifa il sudore plebeo, lurida puttana! E so anche che provi orrore per le mie rughe! Invece lei, che bel visino grazioso che ha, signora! Che bel visino di merda! Provi a lavarselo. Provi a specchiarsi. Vuole sapere cosa vedrà? Se stessa, e tutto qui. Nient'altro che una vecchia racchia incapace di accettarsi così come è, e che si maschera da guerriero incipriato, per nascondere le sue debolezze senili. "
(Un nobile signore, adirato, si accinge ad uscire dalla stanza)
"Vattene, stronzo, và pure a ingozzarti di brioches nel tuo palazzo di cristallo! Se non ti piace come parlo, fottiti pure! E ricorda, che se tocchi uno, e solo uno dei mattoni del pavimento, tocchi il sangue di mio padre! Perché lui lì ci è morto! Lui l'ha costruita, la tua casa delle bambole! E almeno abbi il coraggio di guardarmi negli occhi mentre ti parlo, codardo!"
(La porta sbatte con violenza)
"Che modi! Ecco a voi il bon ton aristocratico, signori miei! Il vostro caro collega ha appena pisciato su di voi, lo sapete? Su di voi

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   7 commenti     di: Andrea


Ana- prima parte

Era notte.. la mia prima notte di lavoro. Dovevo farmi coraggio, da sola in un bosco. . ma perché coraggio?... non sono certo una paurosa, io non temo nessuno! mi sono corazzata nel breve arco della mia vita. Una corazza dura che avvolge il mio giovane corpo, dove nessun fendente può penetrare e se dovesse superare questo strato di carne, che riveste le mie ossa, non riuscirebbe a superare la mia anima.. ormai dura rivestita di diamante. "Ti pagherò bene.!." mi aveva detto il vecchio boscaiolo Andrei, al bar del paese. Il mio paese svettava su una grande montagna circondata da boschi fitti, nevicava per mesi, ma le case erano sempre calde, scaldate da capienti camini accesi tutto il giorno, perché la legna era l'unico bene che possedevamo. Andrei, boscaiolo da sempre, aveva una piccola baita nei suoi possedimenti, immersa in un fitto bosco di faggi , dove viveva, ormai da molti anni, tagliando legna e trattando con i compratori che venivano dai paesi vicini e anche dall'estero. Da mesi cercava qualcuno che lo sostituisse la notte, che vigilasse sul suo bene, perché voleva stare in città, a valle, vicino a sua moglie Adina, colpita da una malattia degenerativa. Andrei mi chiese di prendere il suo posto. Un lavoro adatto più ad un boscaiolo che ad una donna giovane ed inesperta. Ma. . da quando si era sparsa in paese la voce su ciò che mi era capitato un mese prima, tutti mi temevano. . Ero diventata una leggenda!. Come mai? dovete sapere che dopo l'ennesima lite con mio marito Auriel, ho avuto il coraggio di prenderlo per il colletto e dargliele di santa ragione, lasciandolo ferito e piangente nella piazza del paese, tra le risate dei presenti.. Una scena da saloon! Grazie a Dio sono una donna alta e robusta e mi sono potuta difendere! Eravamo sposati da solo un mese. . lui mi piaceva, anche se non era uno stinco di santo. . beveva, rubacchiava, piccoli furti.. niente di grave! "cosa sarà mai!-pensavo - meglio vivere con lui che stare in campagna co

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   2 commenti     di: antonina


Quarto piano - seconda parte

Prima di salire al quarto piano mandò un messaggio al suo amore "ho paura...", non so perchè glielo disse, forse per sentirsi protetta, e lui naturalmente non rispose.
Entrò nell'ascensore, si guardò allo specchio e non si riconobbe.
Trovò la porta dell'appartamento semiaperta, entrò dando una veloce occhiata, la casa era spaziosa, le tende svolazzavano leggermente dando un'aria di pulito, grandi tappeti erano un po' ovunque e il tutto lasciava trapelare il buon gusto del padrone di casa... Lui la chiamò e lo vide seduto sul divano bianco proprio di fronte lei.
Lui si alzo e richiuse sorridendo la porta a chiave prendendole la borsa e depositandola su una seggiola.
"Ti aspettavo, vuoi un bicchiere di vino bianco? " - "no grazie il vino bianco no"... ci mancava pure il vino bianco! Sapeva benissimo che effetto avrebbe avuto su di lei, e non doveva essere troppo arrendevole, il gioco voleva condurlo lei!
Lui senza perdere tempo la fece accomodare in camera da letto, una stanza molto spaziosa in penombra, meno male, amava la luce ma non lì con quell'uomo, preferiva una luce delicata, avrebbe reso tutto più semplice, così credeva almeno.
"Non dimentichi nulla prima?" - "Certo, i soldi sono sotto al cuscino prendili". E così lei fece senza controllare appoggiandoli sul comodino.

Lui si sedette su una poltrona osservandola attentamente, le fece i complimenti per come era vestita, per come l'aveva attirato a se semplicemente parlando, per come era stata vulnerabile a parlare delle sue debolezze, cosa a detta sua non facile da trovarsi in una donna... da un'ingenua depressa in cura voleva dire lei!
Le ordinò di fermarsi e di farsi togliere i sandali, così lei gli si avvicinò scoprendo le gambe dal vestito, dove lui senza metterci troppo infilò la mano sotto la veste fino a toccarle il pube, poi non so come qualcosa catturò lo sguardo di lei e il suo cuore cominciò a battere all'impazzata.
Improvvisamente non sentiva niente

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   2 commenti     di: Luce...



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