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Racconti fantastici

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La vendetta dei morti

Secoli orsono ai confini con l'oriente esisteva uno splendido regno chiamato Adar, un regno governato da un monarca di nome Petrachis. Salito al trono all'età di vent'anni questo re si era sempre comportato bene migliorando i servizi pubblici, sgravando contadini e operai di alcune tasse inutili, incentivando i commerci e facendo da mediatore tra i re dei paesi confinanti per mantenere la pace. Con la sua linea di governo Petrachis aveva fatto grande il suo paese e si era anche guadagnato l'amore del suo popolo, però aveva un difetto considerato invalidante per un re: era sterile. Aveva già avuto due regine, morte una per un ictus, l'altra per un incidente di caccia, e nessuna delle due gli aveva dato eredi al trono. Neanche dalle concubine oltretutto il re aveva avuto figli. Il povero re allora per avere un erede al trono volle adottare un orfano garantendogli privilegi regali ed una istruzione adeguata. Purtroppo però il giovane crescendo dimostrò chiaramente di non essere figlio di Petrachis, trascurava il regno e gli affari di stato e preferiva darsi ai vizi dissipando enormi somme di denaro, giocando d'azzardo, circondandosi di concubine, e tracannando fiumi di vino. Stimava meno che niente i rimproveri del padre e non si lasciava correggere, finché un giorno correndo ubriaco a cavallo cadde in malo modo e morì, causando al genitore adottivo un dolore indescrivibile. Come se non bastasse c'era un giovane e turbolento feudatario sospettato di vari omicidi, chiamato Harold che criticava il re definendolo "il fiore senza polline, il melo senza mele, l'uomo dai lombi vuoti, etc" Con i suoi discorsi infatti Harold mirava a guadagnare il favore del popolo per destituire Petrachis e siccome era di bell'aspetto, sapeva combattere bene, e si mostrava molto gentile con tutti, ogni giorno si guadagnava maggiori simpatie. Il povero re cercò allora conforto nella magia e chiamò a palazzo i migliori maghi che potessero insegnargli tale arte, ebbe persino

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La fine dell'umanità

Nell'anno 3048 la Terra era diventata un pianeta ostile a qualunque forma di vita. Ogni risorsa naturale era stata esaurita: la foreste erano solo un lontano ricordo, le acque di fiumi, laghi e mari erano avvelenate, il cielo era perennemente oscurato da nere nubi generate dall'inquinamento dell'uomo; i giacimenti petroliferi erano prosciugati e ogni altra fonte di energia scomparsa. In breve tempo le piante iniziarono a morire; poi queste furono seguite dagli animali, e poi dagli uomini stessi. La fame e la mancanza di igiene fecero presto germinare malattie che si rivelarono mortali a causa della carenza di medicine. L'umanità era sull'orlo dell'estinzione. In poco più di un anno l'intera popolazione mondiale fu drasticamente ridotta; da più di 7 miliardi si passò a meno di un miliardo di individui.
Sin dai primi anni in cui le risorse terrestri erano cominciate a scarseggiare, i grandi governi del pianeta avevano messo a disposizione le proprie ricchezze per la costruzione di un'enorme astronave; questa avrebbe portato i pochi superstiti di questo immane cataclisma in giro per l'universo, alla ricerca di un nuovo mondo da colonizzare. L'immensa nave spaziale venne chiamata Nova Gaia e partì dalla Terra con a bordo ciò che restava del genere umano. La stessa umanità che era stata la causa della fine del proprio mondo adesso era costretta ad abbandonarlo. La colossale astronave vagò nello spazio per anni. Essa, nel suo lungo cammino, incontò pianeti in grado di fornire cibo e acqua ai suoi abitanti; ma nemmeno uno di questi corpi celesti si rivelò adatto a sostenere la ricostruzione del genere umano. Nova Gaia divenne quindi la nuova casa dell'uomo.
Anno 3074. L'astronave Nova Gaia che aveva salvato il genere umano dall'estinzione transitava nei pressi di un pianeta denominato Xenon 6. Dalla nave partì un convoglio di esploratori per esaminare questo piccolo mondo intorno al quale orbitava un unico satellite naturale. Esso era una immensa landa des

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   1 commenti     di: Francesco


File eternity

Sono l'inizio e la fine, io sono tutto quello che vedo. Io decido per il mio mondo straordinario e bello, decido per me, paragonabile a un Dio...
Ora sono sospeso nell'aria scossa da una brezza immaginifica, c'è il vuoto sotto di me. Giù molto in basso, sotto un sottile strato di nuvole l'oceano crea

riflessi di arcobaleno. Come voglio posso decidere se cambiare colore.
Io sono tutto...
Faccio quel che devo fare e in men che non si dica l'acqua assume un colore più grigio. Le nubi che affastellavano il cielo sotto di me svaniscono come

se un gigante decide all'improvviso di ripulire i suoi errori. Anche il cielo diventa asettico e lentamente banchi di nubi scure appaiono sopra di me. I

fulmini iniziano a cantare.
Sono l'inizio e la fine... decido io la musica.
Pochi secondi bastano perchè le immense forze della natura inizino a fondersi. Un vento arriva da sud per scontrarsi con le correnti opposte. Si sente un

fischio nell'aria che cresce, inesorabile, mentre il mare ora è tempesta. Un onda si solleva come un macigno e spuma di potenza. Un altro fulmine seguito

dopo due istanti dal suo tuono, poi ne segue un altro, e di nuovo. Altre onde colossali prendono vita dal fischio delle potenti correnti, la quale si

scontrano come dèi per il dominio di un mondo. Lo spumare del mare, i gridi dei venti, i lampi dei tuoni, insieme:la più rilassante sinfonia mai

sentita. Io, sospeso nel mezzo di tutto, come un meditatore.
Io sono tutto quello che vedo. Lo voglio ancora più forte, lo voglio al massimo. E l'acqua non sembra più oceano ma una dimensione istabile dove

nessuno ha dato ordine. Sono in mezzo alle correnti, turbinanti. Ora formano un vortice largo chilometri, un panorama impossibile prende vita sotto di

me quando le acque si lasciano guidare dal vento. Turbinano a velocità indecifrabili senza più fermarsi. Agli estremi della tromba si erige un muro di

oceano, tutto intorno a me, così esteso che devo sforzarmi

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   0 commenti     di: kevin castle


L'ultima poesia

Quanto aveva scritto, una miriade di versi, un'impressionante continuo scavo dentro se stesso alla ricerca di un confine che mai aveva trovato, ora gli sembrava solo un lontano ricordo, un susseguirsi di parole che si incrociavano, si scontravano, si perdevano a brandelli nella mente.
Era un poeta, era uno di quelli che si erano illusi nel corso dell'esistenza di aver trovato il modo di comunicare, attraverso gli altri, con il proprio io, forse era solo un presuntuoso, o magari solo un illuso che aveva creduto di dare un senso ai giorni che passavano attraverso una ricerca interiore per giungere a capire il significato di ogni cosa. Tante domande di cui aveva creduto di trovare la risposta si erano rivelate solo l'inizio di una lunga e interminabile serie di quesiti irrisolti e ora che il tempo sembrava scandire le ultime ore, si chiedeva, quasi con angoscia, il perché di tanto affannarsi senza giungere a una conclusione.
Forse è un destino dell'uomo correre dietro ai miraggi della mente, forse è un riaffermare la supremazia, pretesa, ma tutt'altro che realizzabile, del singolo sul proprio destino.
Una volta, in un convegno a cui aveva partecipato con altri letterati, poeti, scrittori, filosofi affermati, uno dei presenti gli aveva chiesto se la poesia era il mezzo o il fine.
L'aveva guardato in volto, stupito, come se all'improvviso quella domanda fosse la risposta a tante altre ancora lì in sospeso, in attesa probabilmente vana di una soluzione.
Lui era rimasto attonito, poi aveva risposto che era l'uno e l'altro, un giudizio salomonico, anche se in realtà pensava fosse il mezzo per arrivare al fine. Nulla in effetti si svelava in quei versi che sembravano un treno che corre diritto verso la meta, quel limite estremo a cui pareva di essere prossimi ad ogni passo e ad ogni passo sempre più si allontanava.
Teorie, ipotesi, aveva concluso, ma per la prima volta si era incrinato qualcosa in lui, aveva compreso che la corsa ormai era senza fine.
Aveva c

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Francesca Usa ha accettato la tua amicizia

I sogni delle nostre notti tribolate sono tutti lì, alle nostre spalle, pronti a condizionare il corso della nostra vita. È il nostro subconscio ad averli inventati. Sono più veri della realtà e più falsi della menzogna. Noi li condizioniamo e loro ci condizionano. È sempre stato così dalla notte dei tempi. Che siano amori improbabili, insetti mostruosi che camminano sui nostri corpi o visite dall'aldilà, sono un insieme ristretto di cause con o senza effetto sulla strada della nostra vita. Dobbiamo collezionarli, giudicarli e rifletterci sopra? Oppure dobbiamo semplicemente dimenticarli? Ci aiutano a vivere meglio? Assolutamente no. Ci aiutano a vivere? Neanche. Forse non ci aiutano affatto.

Se c'è una cosa che proprio non posso sopportare è un interista che non sa parcheggiare la macchina. Eccolo. Come si fa a verniciare di nerazzurro metallizzato un'automobile? Infatti. Giuro che, se tocca la mia, io sclero. Si vede che non ci sta in quei pochi metri che separano la mia automobile da quella davanti. Mette la retro e si avvicina. Non così veloce. Ecco che la tocca. Cazzo! Sento i rumori di vetri rotti. Mi metto ad urlare e, come in una scena al rallentatore, esco dal portone di casa. Sento l'allarme della mia auto. Cerco le chiavi, mentre un enorme scarafaggio attraversa il marciapiede. Spengo l'antifurto ed inizio ad urlare. Non so cosa dico ma so che devo aggredirlo. L'uomo esce dalla macchina e mi urla qualcosa pure lui. Sembra sia colpa mia che ho parcheggiato male. Sono basito ed allora urlo più forte, tenendo il dito indice puntato verso il suo naso che spunta da una folta barba bianca. Sento un impulso violento dentro di me e vorrei schiaffeggiarlo quando, una dolce voce femminile, interrompe i miei pensieri. "Papi! Lascia stare il signore!".
I capelli bruni, lunghi ed ondulati, cadono sulle spalle magre di questa bellissima ragazza dalla pelle chiara. Un golfino viola stringe i piccoli seni che sembrano desiderosi di uscirne con prepotenz

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   4 commenti     di: Marco Donna


Sacrificio

Un suono acuto e fastidioso lo svegliò di soprassalto. Con un gesto deciso Thor, il dio del tuono, scostò le coperte, afferrò la sveglia e la scagliò contro le pareti, poi si levò a sedere e rimase immobile ad osservare i pezzi metallici sparpagliati sul pavimento marmoreo, a venti centimetri dalle pareti, a due metri dal suo letto.
- Un tempo sarebbero stati venti chilometri, - sospirò.
Ripensò a quando i vichinghi solcavano i mari, depredavano le città che si affacciavano sulla costa e attraversavano l'oceano, fino alle coste americane. Ripensò alle volte in cui lo avevano adorato, avevano invocato la sua protezione e lui aveva combattutto al loro fianco. All'inizio li aveva aiutati solo perché era nel suo interesse farlo. Gli dei hanno bisogno degli uomini più di quanto gli uomini abbiano bisogno degli dei, perché la forza degli dei è nella fede e nell'adorazione degli uomini.
- Fede e adorazione, un prezzo onesto in cambio del nostro aiuto, - aveva sempre sostenuto il figlio di Odino, un prezzo che gli uomini avevano smesso di pagargli.
Lentamente Thor aveva perso il vigore che lo aveva reso leggendario e invincibile quando si abbatteva sui nemici impugnando Mjolnir, il suo martello incantato. Nessuno, né uomo, né demone, né dio poteva maneggiare il martello di Thor, perché nessuno, eccetto Thor, aveva la forza necessaria per sollevarlo. Ora neanche lui.
I tempi erano cambiati da quando gli dei combattevano giganti, uccidevano orchi e ispiravano poeti e cantastorie, che ne narravano le impavide gesta. I tempi erano cambiati da quando festeggiavano con sontuosi banchetti in cui l'ambrosia scorreva a fiumi e la musica riempiva le sale.
- Da quando ci sono delle metodologie per valutare in modo oggettivo l'operato di un dio? - Si chiese il tonante, mentre faceva colazione e leggeva la lettera di convocazione presso l'ufficio del dott. Erik Vakund, che gli era stata recapitata con la posta mattutina.
Gent. Sig. Thor,
si

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La bottiglia in fondo al mare

Riovecchio è un piccolo borgo, aggrappato alla roccia della montagna, alto sul mare quel tanto che basta a evitare che le tempeste se lo portino via. Case vecchie, modeste, proprie di chi vive dell'immensa distesa liquida che poco più sotto sembra volerle inghiottire; colori vivaci a stemperare il profondo blu che all'intorno regna sovrano e in cui l'occhio si perde alla vana ricerca di tonalità meno cupe, come quelle del cielo che incombe a esaltare nei giorni di sole la bellezza di una natura ancora selvaggia.
La gente di qua vive del mare, di quello che può offrire dopo ore di estenuante fatica a tirar su le reti nelle cui maglie, come gioielli, rilucono pesci che si dibattono per ostacolare invano il loro destino.
I paesani sono quindi, per lo più, pescatori, gente rude, con i volti cotti dal sole, le mani callose, e la naturale inclinazione ad allontanare la realtà di un'esistenza tribolata rifugiandosi spesso nell'alcool.
Fra questi famoso era Paolino, detto anche il Nostromo, gran bevitore per buona parte della sua vita fino a quando aveva deciso di smettere e così una sera, mentre si trovava nella piazzetta del paese, quella che sporge sui flutti sottostanti, si era scolato l'ultima bottiglia, poi dall'alto l'aveva gettata a mare.
L'aveva guardata quasi con rimpianto mentre precipitava per poi inabissarsi, dopo aver cavalcato per un attimo i marosi.
- Basta! - aveva gridato in quell'occasione con voce talmente forte da coprire i rintocchi della campana della chiesetta e il fragore delle onde che da millenni si sforzavano di buttar giù quel torrione di roccia su cui sorge il paese.
Da allora era completamente cambiato, diventando, da taciturno quale era sempre stato, particolarmente ciarliero e sempre disponibile a raccontare quelle nuove virtù che aveva scoperto in lui smettendo di bere.
Il fatto che quella principale fosse l'acquisita capacità di parlare con il mare aveva fatto sorgere più di un dubbio sulla cessata assunzione di alcool, m

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