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Racconti fantastici

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La verità su come nascono i bambini

Per avere un bambino bisogna che la mamma ed il papà lo desiderino fortemente. Durante la notte, mentre la mamma ed il papà dormono, attraverso le onde del cervello, il loro desiderio arriva al computer centrale del Centro Di Smistamento Bambini, che si trova nei dintorni del Settimo Cielo. Il loro ordine viene accolto e, in meno di un anno, viene evaso. Non è possibile consegnare il bambino prima dei 9 mesi, in quanto il processo di produzione è complesso e richiede tempo per l’allestimento e l’assemblaggio di tutte le parti che costituiscono il bambino. A volte, per ragioni di organizzazione del lavoro, alcuni bambini vengono consegnati prima, ma non sono ancora stati collaudati ed è pertanto necessario una sosta presso l’ospedale di consegna, per la necessaria messa a punto. Non esistono corrieri o fattorini, ma vengono usati per la consegna le cicogne, grandi uccelli dalle grandi ali. La cicogna dopo un lungo viaggio, consegna il bambino in ospedale, per assicurarsi che non gli sia successo nulla durante il tragitto. A volte, in momenti di grosso lavoro, è capitato che una cicogna, particolarmente impegnata, abbia lasciato un bambino sotto un cavolo, fortunatamente senza conseguenze per il piccolo. Bisogna notare che tutti i bambini sono maschi, all’origine. Tutte le mamme portano il loro piccolo al mare per farlo divertire e perchè fa bene al fisico. Molto spesso, i bambini si tolgono il costumino e rimangono completamente nudi. Se la mamma non interviene prontamente a rimetterlo, il bambino corre dei seri rischi. Infatti, tra le onde del mare vive un animale rarissimo e molto feroce: il Gatto del Mare. Il Gatto del Mare, ha un’alimentazione molto particolare: si nutre di pisellini di maschietti. Basta un attimo! Mentre il bambino gioca con le onde, il Gatto del Mare balza fuori e, in un sol boccone, mangia il pisellino del malcapitato. Dopo i primi pianti e alcuni giorni di fastidiosi doloretti, nel bambino inizia il cambiamento che lo porter?

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   3 commenti     di: Fiscanto.


L'ultimo discorso

Un piede dopo l'altro, Eritros salì in cima alla torre bianca, la più alta tra quelle della fortezza di Kelemos.
Lì sopra, dove neanche le aquile osavano arrivare, chiunque poteva osservare per miglia e miglia fino all'orizzonte.
A sud si stendevano le vaste pianure di Fost, ricoperte dai candidi fiori azzurri, e dal biondo grano d'estate. A nord, le alte montagne di Visuria, con la sommità che sembrava toccare il cielo. I grandi Laghi a ovest. Le verdi foreste di Loom a est.
I più grandi poeti e filosofi avevano implorato gli antichi re del passato per poter osservare, anche solo per un attimo, il mondo da quel punto.
Eritros saliva sulla torre fin da bambino, sotto gli occhi attenti di suo padre il re, per poi perdersi nel paesaggio. Ogni volta, lassù, gli era sempre sembrato di essere parte del tutto, di essere in ogni cosa. In ogni fiore, in ogni animale. In ognuna delle migliaia di spighe di grano. In ognuna delle piccole pietre delle montagne. In ogni singola goccia dei laghi e in ogni foglia delle foreste. Si sentiva completo.
Ma ora, ora non era più così. Il suo sguardo era puntato in un'unica direzione, in unico punto, a nord!
Laddove le montagne si aprivano, come per concedere l'onore di passare, il più grande esercito che mai aveva messo piede nel mondo stava avanzando verso Kelemos.
Eritros si era già scontrato con le grandi orde del Signore Dimenticato, su, nei freddi forti del Nord. Ma in confronto a questo esercito, sembrava di aver combattuto con piccole bande disorganizzate.
All'inizio, quando erano ancora tanti, i Difensori avevano resistito per lunghi mesi nel tentativo di impedire al grande esercito di sfociare verso il sud, di aprirsi un varco.
Eppure, più nemici uccidevano, più ne comparivano. Tutti e sette i forti del nord caddero in rovina, infine stremati dalle gelide giornate dell'inverno, non restò altro da fare che ritirarsi, di fuggire, di scappare. Verso Kelomos! Verso l'ultima resistenza!
E ora, migliaia e migl

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82, Washington Road (Episodio 15)

Leon era del tutto incapace di provare dispiacere, né la paura, lo sconforto e la tristezza trovarono posto in lui mentre ascoltava il racconto degli unici sopravvissuti di Rockford. Aveva avuto amici, in città, aveva una casa, un lavoro, ma niente contava quanto Laila e lei era lì, accanto a lui, e di tanto in tanto gli sorrideva di sottecchi perché, sapeva Leon, anche per lei era lo stesso, anche lei non provava dispiacere.
<<Ma tu, voi... insomma, cos'è successo qui?>> chiese Meltzer impaziente, smanioso di spiegazioni.
Le dita di Leon si intrecciarono un po' di più in quelle di Laila, in cerca di forza, perché in fondo doveva confessare che erano stati loro due a liberare l'inferno a Rockford. <<Stamattina>>, cominciò, poi esitò perché non sapeva che giorno fosse. <<Ieri, forse due giorni fa, abbiamo raccolto una chiave, una chiave di questo posto. Cercavamo qualcuno per restituirla ed abbiamo trovato uno strano ascensore che ci ha portati giù, dentro dei laboratori deserti. Abbiamo premuto un bottone, era difficile resistere, ci... chiamava.>>
La sua voce si affievolì, le parole si fecero troppo pesanti. A lui non dispiaceva ciò che era accaduto, perché ne era uscito vivo e con Laila ancora al suo fianco, ma poteva capire che per chi lo ascoltava era difficile mandar giù qualcosa del genere, dover accettare che tutto quel male fosse stato liberato per caso o, peggio, per curiosità.
<<Siete stati voi, allora? Li avete liberati voi?>>
Le mani di Sonny Meltzer si strinsero forte sul fucile, sembrava sul punto di fare fuoco. Inaspettatamente, fu Kurts a distendere gli animi, l'uomo che aveva fissato Leon per tutto il tempo come se ai suoi occhi apparisse come un problema filosofico, quasi che osservandolo potesse comprendere ogni verità sulla vita e la morte.
<<Loro non hanno colpe>>, minimizzò. <<Sono stati attirati con l'inganno, un inganno architettato da cose che non possiamo nemmeno immaginare. Quei demoni sono stati liberat

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Bravi, violenti ragazzi

I ragazzi erano riuniti nella sede del Grifone fans club da battaglia nel centro storico di Genova, in Via San Luca. Dovevano organizzare le coreografie e i combattimenti per la successiva domenica di campionato, quando il Genoa avrebbe giocato in casa della Lazio.
Quell'anno entrambe le squadre si erano dimostrate mediocri ed erano impelagate nella lotta per non retrocedere. Per fortuna ci pensavano gli ultras a tenere alto l'onore delle rispettive società. Nel campionato che li riguardava di persona, infatti, i fans club di Genoa e Lazio lottavano per lo scudetto parallelo, appaiati in terza posizione, staccati di quattro lunghezze dai guerrieri al vertice, i temibili e spietati Atalanta fauns, e di due dagli Inter constrictors.
I Grifoni, ultras del Genoa e campioni in carica, avevano testa, cuore e fegato a sufficienza per puntare di nuovo allo scudetto. Inoltre sapevano infierire su ogni avversario in difficoltà in maniera così crudele da rasentare addirittura l'arte con la A maiuscola. Le nullità che ogni domenica calcavano il "campo verde", cioè il tradizionale rettangolo di gioco in erba, e infangavano i colori del Genoa, moltiplicavano nei ragazzi le energie e la rabbia da scaricare sul loro terreno di gioco, il cosiddetto "campo grigio", le gradinate in cemento.
Il match di andata tra le due bande metropolitane organizzate era stato intenso, sofferto e combattuto, con oltre un terzo dei lottatori schierati costretti all'abbandono prima del termine. Alla fine era stato dichiarato il pareggio, l'unico subito dal Genoa nel corso del girone di andata, e adesso, dopo un'infinita serie di proclami, entrambe le formazioni attendevano con ansia il giorno della resa dei conti.
In quel momento i ragazzi stavano discutendo sulla tattica migliore da utilizzare in battaglia.
"Le Aquile Lazio attaccano sempre sulle linee centrali." - disse il biondo e robusto Gran Grifone Sergio Papa, il capo, anzi, il Papa, com'era ormai noto in tutta Italia i

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   9 commenti     di: Massimo Bianco


L'era spirituale (ultrapallio) - 1a parte

Viviamo tempi bui (emergenza profughi e nefandezze Isis) e il mio sogno resta l'era spirituale (ultrapallio), allorquando il sistema nervoso (materia grigia), grazie alla corretta istruzione e cultura, evolverà in sistema spirituale (anima: pensiero illuminato dall'amore alla luce della coscienza) con l'altruismo dell'intelletto (dono spirituale) a sopravanzare l'egoismo della propria ragione (surrogato materiale)!

Dalla sfera perfetta di Parmenide (Cartesio gli carpì il cogito ergo sum/lo stesso è pensare ed essere) passando per la teoria eliocentrica (rivoluzione copernicana) si arriva così all'era spirituale secondo la profezia Maya, allorquando l'umanità evoluta vivrà alla luce (Spirito Santo) dell'amore (Figlio) sotto i raggi del Sole (Padre)!

L'era spirituale

L'universo del Sole
alla luce dell'Amore
nella sua perfezione,
artistica creazione
di divina ideazione,
sarà fantasia di colori
con il profumo dei fiori
ed armonia di cuori
con la fragranza dei valori.

E in virtù dello spiritualismo, messo da parte l'innatismo di Platone, il sillogismo di Aristotele, il naturalismo di Telesio, il metodismo di Cartesio, il razionalismo di Spinoza, l'induttivismo di Bacone, l'empirismo di Locke, lo scetticismo di Hume, il criticismo di Kant e l'idealismo di Hegel, fermo restante il metodo deduttivo (a priori, dal generale al particolare) e il metodo induttivo (a posteriore, dal particolare al generale), sarà l'intuizione (guardarsi dentro da in/dentro e tueor/guardare) dell'intelletto, presidio e dono spirituale, a farci percepire l'essenza dell'umana sostanza, che è amore, il vero motore della vita (quidquid movetur ab alio movetur) che ti conduce tra le braccia del Creatore e questa, senza ricorrere ad amuleti e scongiuri, è la più bella fine che si possa fare...

meglio l'essenza per la speranza (divina misericordia) che l'esistenza per la sostanza (carta moneta)

Questo aforisma la sa lunga sulla filosofia (amore della sapienza), la

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S. O. S. nello spazio

Tempo, spazio,
né la vita, né la morte
è la risposta:
(Ezra Pound)

Il pilota della navetta stava compiendo distrattamente il solito volo di routine dalla stazione orbitante terrestre all'avamposto lunare. Era partito un'ora prima ed era immerso nella lettura del suo settimanale preferito. La sua presenza sulla navetta era del tutto inutile, l'intero viaggio veniva gestito dal computer di bordo che era col-legato in rete sia con gli elaboratori della stazione che con quelli dell'avamposto. Ma le severe leggi dello spazio, e le corporazioni sindacali, prevedevano una presenza umana, anche se questa si era sempre dimostrata del tutto priva d'utilità. Dunque il solito viaggio di routine per un pilota che n'aveva già compiuti centinaia e mai, dico mai, era dovuto intervenire manualmente sui comandi. Mentre dalla lettura stava pas-sando al sonno, una leggera luminescenza viola vibrò all'interno dell'abitacolo segui-ta da una vibrazione che lo destò all'improvviso. Sorpreso dette un'occhiata alla con-sole e vide che un led del computer di bordo stava nervosamente lampeggiando. Il pi-lota subito cercò freneticamente le istruzioni per capire cosa diavolo significasse quel led, ma non riuscì a trovare il cubetto di memoria delle istruzioni. Intanto dal verde il colore del led passò al rosso, poi iniziarono ad accendersi molti altri led sulla console e allora il pilota nella totale confusione disinserì le funzioni di guida del computer e lasciò la navetta a volo libero. Dopo l'iniziale sorpresa seguita da un momento di pa-nico, il pilota cominciò ad esser contento: finalmente poteva pilotare manualmente, in anni di lavoro era successo una volta sola, la prima volta che aveva condotto il modu-lo sulla Luna per conseguire l'abilitazione al volo spaziale di linea. Tutti i mesi dove-va fare un viaggio simulato in preparazione proprio di quell'improbabile evenienza che oggi si era verificata. La navetta era carica d'apparecchiature scientifiche e di ge-neri perso

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Devo svelarvi un segreto inconfessabile

Devo svelarvi un segreto inconfessabile che non riesco più a tenere dentro: ho un'amante.
È una super gnocca mora che tutte le notti immancabilmente viene a trovarmi. Si infila in casa leggiadra e silenziosa a notte fonda, quando mia moglie e mia figlia sono immerse in un sonno profondo. Viene in camera da letto dove io attendo pazientemente che arrivi Morfeo.
Con un soffio suadente mi sussurra all'orecchio: "Ti prometto una notte d'amore e amplessi? Alzati che facciamo all'amore! Non possiamo farlo nel talamo nuziale; abbiamo bisogno di spazio per la nostra passione e fantasia".
Faccio fatica ad alzarmi ma appena vedo il suo corpo stupendo è tutto un risveglio dei sensi. I pochi ormoni rimasti si rimettono in moto vorticosamente come impazziti. Scopro che la zona del mio corpo che sta sotto la cintola è ancora viva, pulsante.
È bellissima, da perdere la testa; avrà sui trent'anni. Al diavolo le convenzioni sociali. In fondo è lei che mi ha sedotto. Se fossi stato io a prendere l'iniziativa sarei passato per un vecchio maiale. Sa anche a mettersi in ghingheri. Noi uomini ci facciamo facilmente istupidire dai ghingheri: ci piacciono ancora il reggicalze e calze a rete, le culottes di pizzo, il reggiseno a balconcino, i tacchi a spillo... Non siamo solo fallici siamo anche un po' cerebrali.
Al mattino pur essendo stremato scopro che ho una resistenza estrema. Lei non si fa prendere dalla passione selvaggia. Tanto meno il sottoscritto che deve saper sparare le poche cartucce rimaste al momento giusto. Abbiamo gli stessi gusti. Abbiamo dei preliminari lunghissimi ma lei ha una pazienza infinita. Freud avrebbe detto che è rimasta allo stadio orale ma non capiva un cazzo.
Facciamo l'amore tutta la notte, in tutte le posizioni, sulla poltrona, sul tappeto, sulla lavatrice.
Certe notti ci gode a sottrarsi al momento giusto dopo avermi eccitato allo spasmo. È una sofferenza atroce. Ma a tutto c'è un rimedio. Ho trovato i miei surrogati: la nutella o in manca

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   0 commenti     di: Renato Galetto



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