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Racconti fantastici

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Notte insonni in casa Asimov

Sono raddoppiati Quiply, ti rendi conto? Non ti preoccupare Poisbeige. Ma come, i pinguini imperatore sono aumentati in un baleno, secondo il nuovo censimento satellitare, come triplicati e tu dici di non preoccuparti? Lo sai che da oramai tre generazioni ci siamo trasferiti in Antartide grazie alla "favola" dell'effetto serra, sperando di trovare aria più mite, che a parte una primavera, ora di nuovo fa un freddo della madonna, dobbiamo volare con il pellicciotto, e tu... tu... coccinella Quiply, vieni a dirmi di strare tranquilla? Ma che genere di deficente ho sposato? Quiply alzò l'aletta trasparente per abbracciare Poisbeige che scoppiò a piangere." Qui sperduti e lo senti, lo senti il terreno come trema? È cominciata la migrazione dei pinguini imperatori, che tra l'altro vanno ghiotti di noi. Che, che fine orrenda! Masticata da un cucciolo bastardo di pinguino. Non è questa la vita che mi avevi promesso signor Pino Quiply alucce blu! Dobbiamo andarcene, e alla svelta!

Il compagno fenne cenno di si con un'antennina, ma non sapeva come fare. Dall'alto l'immagine era impressionante, centinaia di migliaia di pinguini imperatore tutti accanto uno all'altro per sopportare il freddo, con in più sette razze diverse nuove non ancora identificate dagli studiosi. Si dice alti funzionari della Pinguin Bank Word Food. Insopportabili, per ogni beccata di cibo che conservavano tra le gote causa lo Squeek (differenziale sulla quantità masticata di cibo tra pinguini di alto rango e pinguini normali), erano grassi da far paura. Per ogni masticata che offirvano a un pinguino normale, ne volevano, con gli interessi, sette in cambio. Una cosa mai vista. Tanto che anche tra i pinguini imperatore c'era disparità sociale. Il News Pinguin, giornale continentale, stampato in più di diecimila copie, ne dava notizia ogni giorno. E lo Squeek si alza e lo Squeek si abbassa, ma la situazione era sempre in mano a quei bastardi.

A un tratto Quiply alzò gli occhi al c

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   0 commenti     di: Raffaele Arena


L'uomo con il cappello verde o del perdono

Era l'inizio di settembre.
Tutto era già trascorso: il fiorire delicato della primavera, il mese di giugno e i suoi giorni di verità attraverso i quali solamente si approda ad un altro anno del tempo, il fuoco imperioso dell'estate che pesa su ogni cosa per spingerla e raccoglierla nuovamente nella terra mentre i pianeti ruotano ancora, la luce si fa sottile, le albe più tese e fresche e la promessa di un nuovo germinare - verso cui il mondo già muove per decreto dei cieli - è lanciata nel futuro oltre i mesi del buio.
Stavo leggendo - rileggendo e rivivendo, perchè questo solo conta sino a che tutto venga compreso nella sua verità - un libro che amavo.
Dal tavolo della sala potevo scorgere una delle finestre sul ballatoio, quel ballatoio largo meno di un metro delle case milanesi di un tempo sul quale hanno dato e danno le soglie di così tanti destini.
Oltre la tenda dorata vidi muovere un'ombra.
Mi parve lenta, dalla forma liquida e bizzarra, quasi troppo grande per un uomo.
Qualcuno che doveva raggiungere una delle porte dopo la mia, pensai.
Dopo un tempo stranamente lungo - e benchè a lato della porta vi sia un campanello rotondo con al disopra una sottile striscia di metallo bianco che reca incise le tre iniziali del mio nome - sentii bussare.
Tre colpi leggeri, forse un accento sull'ultimo: la loro delicatezza, la loro limpidezza sonora mi raggelarono, come annunciassero qualcosa di inaudito.
Chi era?
La scelta di non usare il campanello escludeva quasi certamente una visita ufficiale: poste, elettricità, messi comunali, consegne.
I conoscenti avrebbero preavvisato della loro visita con una telefonata.
Un Testimone di Geova? Un Mormone? Un piazzista?
Ricordai che in uno dei racconti del libro che avevo tra le mani un uomo riceveva una visita non dissimile: un venditore di libri che intendeva liberarsi da qualcosa di insostenibile, di cui non era stato in grado di penetrare il senso e per il quale si sarebbe perduto nella follia sino

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Il busto maledetto

Stava salendo le scale con un andatura calma, pacata, come se non avesse alcuna fretta, o cose in sospeso da concludere. Camminava piano un po' per l'età, un po' per quell'incidente domestico accaduto domenica scorsa a casa del suo allievo, mentre cercavano di spostare un vecchio e pesante cimelio preso in qualche villaggio sperduto della foresta amazzonica che, secondo la tribù del luogo, trasformava ogni oggetto in pietra.
Le saliva sempre lentamente, come se nessuno lo stesse aspettando, come se avesse compiuto ogni singola mansione si potesse fare nell'arco di una vita. Sale quei gradini oramai centenari, in ottimo stato, fatte di un marmo pregiatissimo color latte. Come pregiatissime sono le rifiniture d'oro e il legno che adornano il lungo e tortuoso corrimano delle scale del palazzo: "Professore" una voce echeggia nell'androne delle scale.
"Professore presto!" una voce giovane, preoccupata con un misto di eccitazione chiama a gran voce il professore, esortandolo a salire più velocemente le scale: "Forza professore faccia presto, la vogliono al telefono." Il vecchio professore alza la testa e vede il ragazzo appoggiato al corrimano del settimo piano che si dimena in modo frenetico, inducendo al professore di accelerare il passo.
Al telefono il professore parla con l'ispettore di polizia, una sua vecchia conoscenza. ma ora non c'è tempodi dirvi i modi e le circostanze che hanno fatto si che il professore diventasse un loro stretto collaboratore per faccende particolari, diciamo soprannaturali e inspiegabili: "Professore?! Professore?! Ah eccola! C'è stato un omicidio e abbiamo bisogno del suo parere ehm, tecnico".
"Mi dica tutto quello che sa."
"Sappiamo soltanto che la vittima era sola in casa ed è stata brutalmente uccisa e... bhe" esita per un attimo, come se avesse paura di dire qualcosa: " C'è una cosa che deve vedere assolutamente."
Il professore e il ragazzo accorrono sulla scena del crimine, un appartamentino in centro città. Trovano il c

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   0 commenti     di: luca fiore


Le due serpi

È un soleggiatissimo giorno d'estate, l'ideale per fare una bella, lunga, rilassante e tranquilla passeggiata pomeridiana domenicale. Serpe Zoppina Ovovipara, dopo avere pranzato a sazietà, gironzolò come d'abitudine nei dintorni fischiettando e cantando allegramente: "Fffiùùh, fffiùùh, la pancia piena mi mette allegria, fffhiùùh, fffiùùh, la pancia vuota mi mette malinconia". Aggirando un grosso macigno incontrò serpe Stortina Proteroglifa, sua antipatica coetanea e rissosa vicina di casa, le due striscianti creature non si sopportavano a vicenda e per poco non sbattevano violentemente la testa tra di loro, rischiando di farsi molto male. Entrambe infastidite dall'indesiderato incontro, quasi scontro, finsero di non vedersi e ognuna girò di scatto, sbuffando, l'affusolato muso inviperito dall'altra parte. "Voglio proprio vedere dove sta andando la vecchia decrepita pettegola", disse incuriosita serpe Zoppina Ovovipara. "Voglio proprio vedere dove sta andando la vecchia stolta ruffiana", disse incuriosita serpe Stortina Proteroglifa. per alcuni minuti si rincorsero comicamente, avanti e indietro, su e giù, girando maldestramente di continuo intorno alla stessa grossa, calda pietra, fingendo di ignorarsi a vicenda, ma rischiando più volte di scontrarsi con violenza e farsi molto male. All'improvviso un debole squittio di paura risuonò poco distante, richiamando la loro attenzione, un nido di teneri topolini, ancora nudi, appena nati, si trovava al centro della instancabile disputa, dimenticando per un momento la loro antica rivalità si precipitarono su di loro. Anche serpe Stortina Proteroglifa doveva avere mangiato a sazietà, si notava dal gonfiore della pancia appesantita, ma nessuna delle due colleriche bisce voleva cedere all'altra la soddisfazione di rivendicare le gustose prede. serpe Zoppina Ovovipara impettita, disse di essere stata lei la prima a vedere il nido, perchè aveva la vista più acuta, serpe Stortina Proteroglifa baldanzosa, riba

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Sangue e Arena

Nel ventre dell'arena la guerriera aspettava trepidante il segnale convenuto.
Poteva udire la folla dei Babilonesi fremente ed eccitata sulle gradinate, erano lì per vederla combattere, erano lì per vederla vincere, forse erano lì per veder scorrere il suo sangue. Ma lei non se ne curava, l'importante per la guerriera era vedere l'arena ricolma e brulicante di pubblico. Viveva per loro, combatteva per loro, uccideva per loro da così tanto tempo che ormai non poteva più farne a meno.
La sua vita era consacrata con il sangue all'arena e sapeva bene che un giorno l'arena se la sarebbe ripresa, dolorosamente, con il sangue, consacrando in cambio il suo nome alla Gloria eterna.
Si sistemò con meticolosa precisione lo spallaccio sul braccio sinistro, lo strinse, ma non troppo, doveva resistere ai colpi dell'avversario, ma non intralciarle i movimenti. Sollevò la rete e controllò per l'ennesima volta la solidità delle maglie di crine, la soppesò e l'avvolse con estrema lentezza attorno al braccio, quasi a controllare, con quel gesto meccanico, l'agitazione che ancora dopo tanti anni la investiva prima della battaglia; infine strinse la mano sinistra fino ad aver presa salda tra le maglie della rete.
Aveva quella rete dal combattimento che le aveva regalato il titolo, più di vent'anni prima, l'aveva fatta sistemare più volte, ma anche se ormai era logora e gualcita non se ne voleva separare, credeva le portasse fortuna, era il suo amuleto.
Udì uno squillo di tromba provenire dagli spalti.
Con estrema calma la guerriera controllò le punte del bel tridente affilato, regalatole dal Tribuno Militare Titus Tiberio Taneo come premio cinque anni prima; era il primo campione dell'arena a rimanere in carica tanto a lungo, vent'anni di combattimenti, vent'anni di vittorie.
Un secondo squillo di tromba.
La folla tacque lasciando l'arena in un silenzio innaturale; la quiete prima della tempesta.
La guerriera prese un pugno di sabbia e lo fece scorrere tra le di

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First Life

L’isola è avvolta da bagliori giallastri, rade increspature rosse su un cielo pietra levigata. Un cielo che freme, instabile di milioni di pixel che scuotono se stessi e rendono la simulazione di un movimento incessante, nuvole accartocciate sfrigolano come su rotaie striate, voli d’uccelli che sono macchie nere nel presagio della notte che si avvicina. Attorno l’oceano, distesa immensa di blu cobalto, flutti dispersi e tuffi d’acqua sintetica, gocce perfette a comporre il quadro di una singola onda: Hokusai non avrebbe saputo fare meglio, nessuno saprebbe rendere meglio ogni singolo puntino polarizzato da un energia che non si esaurisce. Sedute al tavolo, le quattro persone finiscono i rimasugli di un aperitivo ricco. Resti di carne adagiati su foglie d’insalata, bicchieri di cristallo con un liquido rosso al fondo, sigarette piegate su di un portacenere a conchiglia.
- La pioggia pare che abbia come una consistenza, capite?
- In che senso?
- Nel senso che si sente
- Si ascolta?
- No, non in quel senso…
- E in quale?
- È difficile da spiegare. Dicono che sia come se ci fosse una pressione di energia che dura pochissimo eppure tu la avverti nel profondo di te - Amanda Logan scuote la testa alle parole di Friedrich Jano, e il suo casco di riccioli ocra si avvolge su se stesso, i minuscoli tentacoli a spirale che lo compongono titillano.
- Boh. Cazzate - dice Amanda, e il suo labbro ha un tentennamento quasi cattivo.
- Tanti però ci perdono un sacco di tempo
- Tanti non sanno fare altro che stare dietro alle cose che inventano di continuo. Poi si stufano e le abbandonano
- Può darsi, ma io ci proverei. Un po’ di curiosità ce l’ho, voi no? - Gulp Ho si alza stirandosi. Prende il bicchiere e finisce ciò che rimane del suo Daiquiri alla fragola. Il liquido pare scomparire risucchiato nell’intervallo di spazio tra la sua bocca, immobile, e il bordo del bicchiere.
- Le cose nuove attraggono sempre, in fondo - aggiunge risedendosi.

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   0 commenti     di: vito ferro


Il figlio degli Elfi - I° parte

Il sole stava ormai sorgendo all'orizzonte, ma lasciava solamente intravedere alcuni piccoli raggi che scivolavano nella vallata bagnandola di una fioca luce dorata.
In cima alla creste dei pendii si potevano scorgere qua e la dei gruppi di cervi che pascolavano liberi, lontani da tutto il male della terra.
Nel lago formato dalla sorgente del torrente Riara vi erano dei piccoli lucci che cacciavano disturbati ogni tanto dai lupi che venivano ad abbeverarsi e, increspando l'acqua, facevano fuggire le loro inconsce prede.
Quel mattino Mylo si alzò presto, aveva fretta di raggiungere lo zio Macan che viveva più in alto in una piccola ma accogliente capanna al limitare della foresta.
Si levò dal letto, infilò i calzoni velocemente, dopodiché si sistemò la maglia alla meglio e calzò gli stivali che gli aveva regalato il padre e corse velocemente fuori dalla porta.
Mylo era un ragazzo di quindici anni, orfano di padre, che viveva nel paese di Undine nella contrada della Lumaca insieme alla madre sarta e ad una sorella maggiore che lavorava in una birreria al centro del villaggio.
Mentre correva verso la casa dello zio l'ultima porzione di sole si era fatta strada fra le colline e illuminava ormai tutti i tetti tanto che, salita una piccola scala scavata nella roccia, Mylo si girò e vedendo quel panorama esclamò:-Uao!-.
Il ragazzo doveva fare molta strada per arrivare dove voleva, in linea d'aria non era moltissimo, ma la strada si perdeva fra le innumerevoli insenature rocciose e le varie pinete che abbondavano in quella zona.
Arrivato ormai a metà del suo percorso Mylo decise di fermarsi un poco a riprendere fiato e a bere un po' dell'acqua pura del Riara da una delle sue insenature fra i canyon; bevve molto perché la corsa gli aveva seccato la bocca e la lingua, poi immerse la folta chioma bionda e la testa interamente nell'acqua poi, con un gesto fulmineo si buttò in un prato vicino al laghetto dal quale si era ristorato.
Forse per la stanch

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