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Racconti fantastici

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La bottiglia in fondo al mare

Riovecchio è un piccolo borgo, aggrappato alla roccia della montagna, alto sul mare quel tanto che basta a evitare che le tempeste se lo portino via. Case vecchie, modeste, proprie di chi vive dell'immensa distesa liquida che poco più sotto sembra volerle inghiottire; colori vivaci a stemperare il profondo blu che all'intorno regna sovrano e in cui l'occhio si perde alla vana ricerca di tonalità meno cupe, come quelle del cielo che incombe a esaltare nei giorni di sole la bellezza di una natura ancora selvaggia.
La gente di qua vive del mare, di quello che può offrire dopo ore di estenuante fatica a tirar su le reti nelle cui maglie, come gioielli, rilucono pesci che si dibattono per ostacolare invano il loro destino.
I paesani sono quindi, per lo più, pescatori, gente rude, con i volti cotti dal sole, le mani callose, e la naturale inclinazione ad allontanare la realtà di un'esistenza tribolata rifugiandosi spesso nell'alcool.
Fra questi famoso era Paolino, detto anche il Nostromo, gran bevitore per buona parte della sua vita fino a quando aveva deciso di smettere e così una sera, mentre si trovava nella piazzetta del paese, quella che sporge sui flutti sottostanti, si era scolato l'ultima bottiglia, poi dall'alto l'aveva gettata a mare.
L'aveva guardata quasi con rimpianto mentre precipitava per poi inabissarsi, dopo aver cavalcato per un attimo i marosi.
- Basta! - aveva gridato in quell'occasione con voce talmente forte da coprire i rintocchi della campana della chiesetta e il fragore delle onde che da millenni si sforzavano di buttar giù quel torrione di roccia su cui sorge il paese.
Da allora era completamente cambiato, diventando, da taciturno quale era sempre stato, particolarmente ciarliero e sempre disponibile a raccontare quelle nuove virtù che aveva scoperto in lui smettendo di bere.
Il fatto che quella principale fosse l'acquisita capacità di parlare con il mare aveva fatto sorgere più di un dubbio sulla cessata assunzione di alcool, m

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La zona di confine e i due regni (parte 1)

Erano quattro mattine di fila che lo vedevo sull'autobus e quei dieci minuti di tragitto stavano diventando i più importanti di tutta la giornata; vederlo mi provocava uno strano effetto, mi sentivo come una neonata che si affaccia al mondo per la prima volta.
La sua presenza a pochi centimetri di distanza, mi scatenava una dolorosa euforia da cui stavo diventando indipendente; era in assoluto la cosa più bella che avessi mai visto.
Ero talmente assorta nei miei pensieri da non fare caso alle mani ormai intirizzite dal freddo, solo l'arrivo del bus delle 8:24 riuscì in parte a riportarmi alla realtà.
Mentre salivo speravo con tutte le mie forze che lui fosse lì e che incrociasse il mio sguardo con i suoi occhi castani striati di verde.
Come al solito era una gran fatica riuscire a passare, c'era sempre quell'anziano con una ridicola mantella marrone che ingrombrava il passaggio con la sua enorme pancia.
Diedi una rapida occhiata e... eccolo lì, poco più avanti, l'universo che avrei voluto scoprire: il ragazzo con l'i-pod, aveva il volume talmente alto che riuscivo chiaramente a distinguere la canzone, era Archangel di Burial, ma ad ancor più alto volume sentivo il rimbombo del mio cuore impazzito.
Bip-bip-bip-bip-bip-bip-bip,
la sveglia!
No, no, non poteva essere possibile, per la quinta notte di seguito facevo lo stesso sogno. Ho sempre odiato sognare, sì, insomma, ti fa rimanere addosso un senso d'amarezza nello scoprire che non è reale; preferisco di gran lunga gli incubi, è un gran sollievo risvegliarsi e scoprire che non è successo niente.
Dovevo sbrigarmi ero già in ritardo, in venti minuti ero pronta per uscire.
Davanti alla fermata dell'autobus accesi la prima sigaretta della giornata e il fumo che mi usciva dalla bocca mi ricordava tanto quel vivido sogno che svaniva ogni mattina.
Puntualissimo stava arrivando il bus delle 8:24, cavoli, per salire quasi stavo inciampando su un lungo cappotto di uno degli altri passeggeri. La corsa ri

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   9 commenti     di: Kartika Blue


L'era spirituale (ultrapallio) - 1a parte

Viviamo tempi bui (emergenza profughi e nefandezze Isis) e il mio sogno resta l'era spirituale (ultrapallio), allorquando il sistema nervoso (materia grigia), grazie alla corretta istruzione e cultura, evolverà in sistema spirituale (anima: pensiero illuminato dall'amore alla luce della coscienza) con l'altruismo dell'intelletto (dono spirituale) a sopravanzare l'egoismo della propria ragione (surrogato materiale)!

Dalla sfera perfetta di Parmenide (Cartesio gli carpì il cogito ergo sum/lo stesso è pensare ed essere) passando per la teoria eliocentrica (rivoluzione copernicana) si arriva così all'era spirituale secondo la profezia Maya, allorquando l'umanità evoluta vivrà alla luce (Spirito Santo) dell'amore (Figlio) sotto i raggi del Sole (Padre)!

L'era spirituale

L'universo del Sole
alla luce dell'Amore
nella sua perfezione,
artistica creazione
di divina ideazione,
sarà fantasia di colori
con il profumo dei fiori
ed armonia di cuori
con la fragranza dei valori.

E in virtù dello spiritualismo, messo da parte l'innatismo di Platone, il sillogismo di Aristotele, il naturalismo di Telesio, il metodismo di Cartesio, il razionalismo di Spinoza, l'induttivismo di Bacone, l'empirismo di Locke, lo scetticismo di Hume, il criticismo di Kant e l'idealismo di Hegel, fermo restante il metodo deduttivo (a priori, dal generale al particolare) e il metodo induttivo (a posteriore, dal particolare al generale), sarà l'intuizione (guardarsi dentro da in/dentro e tueor/guardare) dell'intelletto, presidio e dono spirituale, a farci percepire l'essenza dell'umana sostanza, che è amore, il vero motore della vita (quidquid movetur ab alio movetur) che ti conduce tra le braccia del Creatore e questa, senza ricorrere ad amuleti e scongiuri, è la più bella fine che si possa fare...

meglio l'essenza per la speranza (divina misericordia) che l'esistenza per la sostanza (carta moneta)

Questo aforisma la sa lunga sulla filosofia (amore della sapienza), la

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La fedeltà dell'assassina

I Noir erano una di quelle famiglie ricche e pompose, e come ogni famiglia ricca e pomposa, avevano, nella loro casata, ciò che consideravano bene e male. La generazione protagonista è una di quelle che non vuole avere niente a che fare con la "plebaglia", che non si lascia infangare le scarpe da gente qualunque. Ma c'è anche qualcosa che va ammirato in loro: l'orgoglio. "non strisceremo mai ai piedi dei potenti" mi diceva orgogliosa mia madre "questo no. Possono obbligarci a finanziare le gare fra polli del paese, ma nessuno di noi verrà mai sottomesso dal re". Questo era quello che diceva mia madre. Purtroppo aveva torto. Quando io compii sedici anni, proprio quella notte, bussarono alla nostra porta le guardie del re, io andai ad aprire insieme a mia madre. Avevano un mandato d'arresto, per Helenne Noir, per me. Lo lessero ad alta voce tra lo stupore generale, e poi dissero che avevamo tempo fino a mezzanotte. Dopodiché sarei salita al patibolo. L'accusa? Stregoneria. Mi avevano accusata di non essere umana! Vedevo sulle facce dei miei famigliari solo stupore, lo leggevo nelle loro mente, osservavo il loro cuore. Io invece ero molto arrabbiata, dentro di me sentivo crescere un istinto cieco, e da quell'attimo in poi non capii più nulla. So solo che quando mi risvegliai dal torpore, tenevo tra le braccia il corpo senza vita del capitano. Sulla sua gola un taglio, che coincideva con i miei denti. Mentre mi portavano via, ciò che avevo fatto non mi risultava terribile, bensì assolutamente piacevole. L'unico ricordo che avevo degli attimi di torpore era il sapore del sangue dell'uomo, che trovavo dolce sulla lingua, anche se con un sapore insolito. Subito dopo provai disgusto di me stessa; come potevo pensare a cose del genere mentre la mia famiglia era in pericolo, soprattutto se quel pericolo ero io? Stetti ad autoflagellarmi per un po', e poi mi permisi di pensare al mio destino. Ci sarebbe stata la forca all'alba? Un istinto dentro di me, probabilmente qu

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   1 commenti     di: Elen David


L'androide

All'esterno della porta blindata il sensore di movimento fece scattare la telecamera di sorveglianza.
Un pannello annegato nella parete dell'ingresso mostrava il corpo di una donna accasciato davanti alla porta. Era coperta di sudore ed era scalza.
Aumentò il guadagno del microfono e percepii un flebile "Aiutatemi... vi prego...", poi la vide perdere i sensi, o almeno così gli sembrò.
Azionò il menù di controllo e fece fare alla telecamera un'ampia panoramica di centottanta gradi. Apparentemente nessun pericolo, i lunghi corridoi che conducevano al suo appartamento sembravano sgombri, illuminati a giorno come al solito.
"Nessun pericolo" ripeté la sua mente.
Non era soddisfatto, lui i pericoli se li sentiva sulla pelle e in quel momento qualcosa di inesplicabile lo metteva in allarme.
Lei era immobile, decise di non ascoltare il suo istinto per una volta e fece scattare l'apertura della porta.
Dodici pistoni di acciaio rientrarono docilmente all'interno della porta e un servomotore la sospinse verso l'interno del suo appartamento. Lei crollò sul fianco, non sembrava davvero priva di sensi ma solo senza forze, senza difese.
Si fletté sulle gambe e senza sforzo la sollevò, le guardò il viso dolce e gli occhi grandi, si sentii per un attimo felice come un bambino con quell'angelo fra le braccia caduto dal cielo, anzi, salito al cielo del cinquantesimo piano.
La adagiò delicatamente sul divano, le mise un cuscino sotto la testa e con un tovagliolo di carta inumidito le rinfrescò la fronte e le guance. Non sembrava aver riportato contusioni né lacerazioni almeno sul volto, era solo inzuppata di sudore con gli abiti sporchi di chi era caduto diverse volte.
Lentamente lei riprese le forze, si portò una mano alla spalla destra e fece una smorfia di dolore, poi aprì gli occhi e lo vide.
Lui si era allontanato dal divano, le voltava le spalle, stava riflettendo su cosa fare mentre attendeva il suo risveglio.
Venne raggiunto da un "Grazie!" Per un

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   3 commenti     di: Marco Uberti


Evielle & Preston

Dormivo tranquilla nel mio letto quando un rumore mi svegliò di soprassalto. Proveniva dall'armadio. Mi alzai di scatto e mi guardai intorno, non ci vedevo, accesi la lampada da comodino e mi alzai, sentii di nuovo quello strano rumore, mi voltai di scatto, proveniva dal mio bagno, la porta era aperta, ma ciò che vidi fu solo la mia immagine riflessa nel vecchio specchio ovale, i capelli rossi mi ricadevano sulle palle e sulla fronte, ma non me ne curai, sentii di nuovo i rumori provenire dall'armadio. Ero spaventata, ma avevo visto abbastanza film da sapere che urlare "Chi è la'?"non mi avrebbe aiutato, restai immobile ad ascoltare, tutti i sensi tesi al massimo. Poi lo sentii, sentii uno strano odore, un misto di rose, sole e sabbia bagnata, lo riconobbi immediatamente! Perhè era un odore indementicabile, non quando come amico del cuore si ha un vampiro!
Preston era il mio migliore amico da quasi 10 anni, ci eravamo conosciuti in un cimitero, era notte, io mi ero persa, ero sola, piangevo.
*
[Dieci anni prima]
"Mamma, Papà, dove siete?!"Evielle si era persa, ormai era passato già da tempo l'orario di chiusura del cimitero, il custode non l'avevo vista, giucava in silenzio tra le tombe, una bambina di sei anni nei pressi di una foresta ai confini di un cimitero, non dovrebbe passare inosservata, ma Evie era bassa anche per la sua età e si era accovacciata, era invisibile."Hey tu!"gridò una voce profonda dietro di lei. Quella voce metteva i brividi, sembrava provenire dalla tomba. Evie si girò, ingenuamenta, il volto bagnato di lacrime. La creatura era pallida, il volto tirato, era molto alta, ma forse quella era solo l'impressione di Evie, doveva avere avuto più o meno 17 anni, era bello, aveva i capelli neri, gli occhi castani. In un guizzo bianco la creatura estrasse i lunghi canini bianchi e fece per avventarsi sul suo collo, proprio in quel momento la bambina lo guardò negli occhi. Lui incrociò il suo guardo e rabbrividì, quegli occhi, qu

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   3 commenti     di: isalù


Il treno dei sogni

Uno strano treno è giunto stamane nella stazione di Roma S. Pietro, si, proprio strano, sopra non c'era nessuno, neanche sul locomotore, c'era nessuno... poi il Papa in persona si è affacciato da una finestra, ha impartito la sua benedizione ed il treno è ripartito, ha iniziato il suo viaggio verso nord, per essere strano era strano davvero, ogni tanto rallentava, si fermava, si aprivano le porte ed i finestrini ma nessuno saliva... almeno all'apparenza, si, perché la verità è che questo treno sapeva benissimo dove e quando fermarsi e qualcuno, anzi qualcosa, saliva ad ogni sua sosta, salivano i sogni, salivano i sogni delle persone che sognavano anche ad occhi aperti e questo treno lo sapeva e li raccoglieva tutti, gli faceva fare proprio un bel viaggio a questi sogni, tutto il lungomare dell'alto Lazio e poi quello Toscano, poi ancora più su la Liguria fino a Ventimiglia, lì raccolse tantissimi sogni, quelli di persone fuggite da fame e guerre e che non potevano andar via da lì perché la "politica"..."che parola strana, cosa c'entra con i sogni, i sogni sono liberi e non hanno confini, non li conoscono affatto!" Bene, lì entrarono talmente tanti sogni soprattutto quelli dei bambini erano così tanti, che si dovette aggiungere un altro locomotore ed altre vetture poi il treno ripartì passò sotto le Alpi le Fantastiche Dolomiti, poi giunse a Bolzano, qui si riempì ancora di tantissimi altri sogni, le nazioni, la politica... fermavano, ma i sogni partivano lo stesso e gioiosamente riempivano il treno, poi si sollevò di pochi centimetri e passò dentro la laguna veneta, passò sul canal grande, si fermò davanti Piazza S. Marco e li gli occhi dei sogni e le loro bocche rimasero affascinate ancor di più dall'ingegno umano e dalle sue capacità artistiche, poi riprese i binari e scese giù lungo tutto il mare adriatico, passò per L'Emilia le Marche, l'Abruzzo, fece un bel giro in Puglia ed i sogni si accumulavano, il treno diventava sempre più lungo, m

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   4 commenti     di: leopoldo



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