PoesieRacconti utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare gli annunci. Per informazioni o negare il consenso clicca qui.     Chiudi

Racconti fantastici

Pagine: 1234... ultimatutte

l'incanto raccolto

Narrate dalle cantilene femminili
e recitate ai bambini nelle lunghe serate invernali,
quella conoscenza,
inconsapevole atto di un unico accettato sapere,
diveniva per me, piccolo partecipante di un antico disegno,
ben più di una sequenza ritmata di suoni.

Era la melodia di un amore che srotolando la passione, il timore,
la paura che in essa ospitava, imbrigliava il mio essere,
ora invitandolo, ora atterrendolo.

Il sopraggiungere, poi, della controversa ed inquietante figura selvatica,
“l’Om Sarvaigru”,
abitante della regione Fragota,
forse un po’ ridicolizzato per sminuirne la portata aggressiva,
non taceva ancora lo spavento,
quando il percorrere accelerato dei miei passi sull’accidentato
e selvatico sentiero
della Strà Vegia d’an Ara,

o l’incedere del mio sguardo
sulle ciclopiche figure degli affreschi delle Chiese,
forse nel San Cristoforo,
temeva di incontrarne le tracce.



Il giardino zen

Erik era un cacciatore. Non nel senso classico, però: era sì un cacciatore, ma nell’accezione più moderna del termine. Non esistevano più cacciatori, almeno per come li si intendeva fino a un dieci anni prima: era un cacciatore di carcasse. Uno degli ultimi rimasti.
Nessuno stava dietro al Messia.
Tuttavia Erik ci riusciva, anzi, lo aveva quasi raggiunto. Aveva sacrificato tutto ciò che possedeva per inseguirlo, e per non perderlo di vista aveva addirittura abbandonato la sua famiglia lungo la via. “Non c’è più speranza per noi, vai, amore mio! ” gli aveva gridato la moglie Alina e lui, senza pensarci troppo, si era lanciato all’inseguimento del Messia, che proseguiva veloce, seguito dal fumo delle foreste in fiamme.
Non avrebbe avuto senso restare con la moglie, perché se non si rimaneva al passo con il Grande Distruttore non si riusciva a sopravvivere: per nutrirsi degli avanzi dei roghi che provocava il Messia bisognava essergli a non più di qualche chilometro di distanza, altrimenti non si sarebbe riuscito ad ottenere che cenere, dal suo passaggio.
Così, un giorno lei lo baciò e gli disse: “Ferma quella bestia, tanto per me non c’è speranza, come non ce n’è stata per i nostri bambini, e per tutti gli altri”. L’aria rarefatta non le aveva concesso il tempo per dire altro, e lui era partito, intento a fermare la distruzione che si stava diffondendo nel mondo per mano del Messia, il Grande Distruttore.
Rapido come il leopardo, e paziente come la iena, Erik seppe sopportare l’attesa della vendetta. Seppe attendere che il piatto si raffreddasse al punto giusto. All’alba di un giorno che ormai quasi nessuno poteva annotare negli almanacchi, si trovò ad essere non più di cento metri da lui.
Come un seminatore in mezzo a un campo stava il Messia, ma anziché semi per far germogliare la terra, egli diffondeva sale, affinché nulla potesse ricrescere dopo il suo passaggio, dopo aver bruciato per sempre la s

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: Luca Grazioli


L'armadio

Ancora uno scricchiolio. Ce n'erano stati parecchi quella sera. Lucio tendeva le orecchie ogni volta che il vecchio armadio cominciava a farsi sentire. Sembrava che si aggiustasse, nella sua posizione statica. Imponente e massiccio, rumoreggiava in sequenze di tre o quattro piccoli schiocchi. Lucio aveva il tempo di pensare che stava per arrivarne un altro e, puntualmente lo avvertiva.
Viveva in quella casa da quasi vent'anni, la conosceva benissimo e la sentiva sua. Era un vecchio appartamento di famiglia che lui aveva ristrutturato e che aveva abitato un po' da solo e per il resto del tempo con le fidanzate di turno. Alcuni mobili dei parenti erano rimasti nella casa ed erano ormai suoi. Tra questi, l'armadio, che troneggiava in camera da letto. Era un pezzo in stile Liberty, con un'unica grossa anta munita di specchio. Al di sotto dell'anta, un ampio cassetto accoglieva altra roba; ma quasi tutto quello che era riposto al suo interno, non veniva mai utilizzato da Lucio. Le camicie, restate appese da anni e una tuta jeans che sicuramente non gli stava più; anche i pantaloni avevano preso irrimediabilmente la forma delle grucce. Invece Lucio era solito aprire l'armadio e buttarci dentro, alla rinfusa, quello che si toglieva: felpe, jeans, calzini, riposavano ammonticchiati gli uni sugli altri fino all'Indomani.
Ora non si sa perché, si era fatto l'idea che quando era solo e si stava rilassando magari con un buon libro, cominciavano gli scricchiolii. Gli pareva di sentirli forti e netti, come se l'armadio volesse dirgli qualcosa, comunicare con un linguaggio particolare. Forse si sentiva offeso per l'utilizzo che Lucio ne faceva: più estetico che funzionale. Un contenitore per la roba smessa! Non c'era altra spiegazione, forse era addirittura l'anima turbata di qualche suo antenato.
Per quanto cercasse di razionalizzare, l'idea rimaneva fissa: l'armadio scricchiolava e sembrava proprio che si lamentasse, rimproverandolo.
Lucio non credeva a niente c

[continua a leggere...]



Trimeri trocoici strambi

Sono daccapo a dodici.
Che razza di modo di dire, perché dopo il dodici si dovrebbe andare a capo?
Mi ripeto che l’energia è la mia.
Forse si riferisce al quadrante d’un orologio.
È mia! Gli angoli della mia bocca possono sfidare la forza di gravità quando voglio!
Già, dev’essere in rapporto col tempo, dopo mezzogiorno non può che tornare l’una. Meno male, ho una fame!

Riscaldo il forno a 180°C. Monto lo zucchero, le aste ricurve del frullino risucchiano avide il burro vincendone presto la durezza. Ora tirano fili cremosi in piccoli gorghi. Aggiungo l’uovo, il cointreau e rovescio la cioccolata fusa che espande, potente, le narici e si fa aroma nelle profondità della gola.
Setaccio la farina col cacao, col peperoncino, con il lievito e poco alla volta, in alternanza col latte, incorporo all’impasto di cioccolato…inforno.

Già, già, l’energia è la mia, ma dov’è ora, mentre aspetto una sua risposta?
Controllo sotto le scarpe…non c’è, forse è colata col cioccolato o magari sta cuocendo la torta mentre balla con le salamandre del forno che intravedo dietro al vetro, sotto la graticola. Se potessi non squagliarmi le raggiungerei volentieri.
Saltellano frenetiche dentro scarpe blu-metano e agitano le teste tirandosi dietro lunghi capelli rossi, qualcuna li ha biondi.
Sono le figlie gas-labili delle longilinee danzatrici dei falò. Anche loro conoscono Prometeo*, ma non lo reputano affatto un ladro. Nella danzante tradizione, mi ha svelato l’abitante d’uno zippo, si balla (la tradizione è tramandata appunto con i movimenti armonici di tutti i componenti del fuoco) che il popolo delle salamandre decise spontaneamente d’abitare la terra e volendo ringraziare il figlio di Giapeto, per avergli indicato la strada, portò in dono Pandora. Non avevano nessuna intenzione di menare seco sciagure e mali come del resto dimostra l’etimologia (*1).
Per la buon riuscita d’una offerta serve anche ottima disposizione d’anim

[continua a leggere...]

   2 commenti     di: Elena


82, Washington Road (Episodio 4)

Le lampade al neon della stazione di servizio sfrigolavano e occhieggiavano, mentre un trillo come di campanello rumoreggiava ogni volta che sul quadrante della pompa un numero sostituiva l'altro. Il gestore della vecchia area di servizio al limitare della città fissava senza vergogna la grossa automobile scura ed il furgone che la seguiva, ma soprattutto gli uomini che ne erano scesi e quelli che ancora sedevano all'interno. Tra questi, Kurts restituiva lo sguardo al bifolco dalla tuta bisunta e si chiedeva quanto ci volesse per riempire un paio di serbatoi.
Dopo il lavoro svolto a Washington Road si erano fermati a cena in una tavola calda, costantemente sorvegliati dall'intera clientela quasi che fossero alieni. Rockford era una cittadina piuttosto grande, ma decisamente isolata, circondata solo da pianura brulla e montagne rocciose; niente ristoranti né distributori per centinaia di miglia. Le due soste erano state dunque necessarie, inevitabili, altrimenti Kurts non avrebbe mai indugiato così a lungo in città.
Il suo cellulare squillò, un suono ovattato e timoroso che emergeva dal taschino interno della giacca. Lo prese con due dita, quasi disgustato, e lesse sul display illuminato l'unico nome che aveva in rubrica, l'unico che lo contattava su quel numero. Schiacciò il tasto verde e rispose facendo a meno di toni interrogativi. <<Si.>>
<<Signor Kurts.>> La voce che gli parlò era come di consueto pacata eppure imponente, debole in sé ma forte dell'autorità che la adoperava. <<Ha visto il telegiornale, per caso?>>
<<No.>>
Kurts non andava oltre i monosillabi perché quelle telefonate non richiedevano mai davvero la sua opinione, erano solo comunicazioni da ricevere. La pompa trillava ancora e il gestore adesso aveva concentrato tutta la sua attenzione sulla conversazione che udiva, ma alle sue orecchie poteva ben trattarsi della moglie di Kurts che lo rimproverava per essersi scordato di comprare il pane di segale.
<<Allora non sa che

[continua a leggere...]



L'apostolo segreto

Frequentavo da anni la Librairie de l'Est.
Nota in città per la competenza del proprietario, Pierre Dujol, per le iniziative; le letture e i concerti di musica da camera che vi si tenevano.
Quattro vetrine al centro della via lunga e stretta dallo stesso nome, Rue de l'Est, che terminava contro Avenue Barthou e l'enorme quinta verde di alberi secolari del Bois de Boulogne.
Il 19 settembre del 2015 - conservo ancora, piegato, all'interno del libro, il cartoncino di invito - il rabbino e studioso Shalom Ben-Chorin vi tenne una conferenza che presentava la sua opera "Fratello Gesù: un punto di vista ebraico sul Nazareno".
La sala era come sempre piena.
Ben Chorin aveva parlato di un Gesù nato probabilmente come figlio illegittimo in Galilea, ebreo ardente e osservante, mago e taumaturgo di altissimo potere, enigma per se stesso, dapprima convinto di essere il Messia di Israele e del mondo - convinto che il mondo nuovo sarebbe stato per allora, attraverso di lui - poi destinato a confrontarsi con il proprio fallimento, con il niente, con l'abbandono del Padre, disperatamente invocato dalla croce.
Un punto di vista totalmente ebraico, certo, ma la novità, la coerenza delle tesi, la loro rispondenza con brani - mai illuminati per me in quel modo prima di allora - dei vangeli canonici che Ben Chorin leggeva con voce lenta e roca in aramaico e poi in un ottimo francese, la profondità e il destino d'uomo che erano stati così evocati avevano impressionato.
Le sue considerazioni finali, su un Gesù impossibilitato a salvarsi - come avrebbe facilmente potuto solo trattando la sua posizione, usando una sola diversa parola o con il proprio infinito potere - per l'ebraico "odio verso se stesso" di chi si vede incapace di compiere, consistere, di essere degno del Padre, mi colpirono come inaudite.
Nonostante l'età, doveva essere oltre gli ottanta, lo scrittore si trattenne per più di un'ora a discutere con chi era restato.
Quando se ne andò, con un giova

[continua a leggere...]



La Pietra2

Un milione di Sterline in oro non si giustificava in alcun modo, nemmeno raschiando i brandelli della ragionevolezza. L'ombrello chiuso, appeso al braccio del Doctor Ossian, oscillava più del normale. L'amico era nervoso, pur ostentando una flemma tutta britannica. Va da sé, che Il tentativo di acquisto, abortì sul nascere. Avevo visto il film Quemada e convenendo a lui, non conveniva a me. Durante la nostra conversazione, mi tradii solo una volta, lanciando uno sguardo assassino verso la Pietra, che tranquilla e beata si godeva gli ultimi raggi del sole morente. Il mio colpo d'occhio stralunò il figlio della perfida Albione. Due giorni prima, avevo rilasciato un'intervista sul web ed ero stato fotografato con la Pietra sotto braccio. Temendo tiri mancini, adotto sempre adeguate precauzioni. Liberatomi del Gentleman, portai la Pietra in terrazza e la posizionai con gli occhi rivolti verso lo spuntar del sole. Dopo di che, andai, lemme-lemme, a lavoricchiare e prima della mezzanotte già ronfavo e ronfavo di brutto.
L'indomani, dopo una lauta colazione, scesi in giardino. La rete in ferro del recinto era stata tranciata di netto. Mariuoli? Non nego di averlo pensato. Con calma, mi recai al capanno degli attrezzi di lavoro, dove non era stato rubato nulla. Motozappa, taglia- erba, pala, zappa, vanga, trapano, ed altro stavano lì. Ma poi, chi volete che rubi gli attrezzi di lavoro?
Qualche ladro di polli, forse? Nemmeno. I volatili svolazzavano sul trespolo. Ma e però, qualcuno aveva tagliato la rete del recinto. Perché? Aprii il cancello dell'orto e anche lì, tutto a posto. Cavoli, piselli, zucchine, fragole e ortaggi vari facevano bella mostra di sé, solo che ritornando indietro, dimenticai di chiudere il cancello. Quello che non fecero i Mariuoli, lo hanno fatto le galline. Non riuscendo a spiegarmi l'arcano, andai dai vicini pe

[continua a leggere...]

   3 commenti     di: oissela



Pagine: 1234... ultimatutte



Cerca tra le opere

Racconti fantasticiQuesta sezione contiene racconti di fantascienza, storie fantasy, racconti fantastici