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Racconti fantastici

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Una giornata particolare

Il vento soffia, il mare è in tempesta e un veliero galleggia come il desiderio del mio cuore, lasciando un impronta di dolcezza sulla terra ferma, qui dove sono approdata, abbandonandomi sulla riva.
Il ritmo delle onde incalza come una dolce canzone, vibrandomi il corpo già così tanto provato da mille emozioni; ma il mio cuore è smarrito e ti chiama echeggiando il tuo nome strappando dal fondo marino la speranza, e con essa mi trascino in un mondo fantastico dove la tua presenza simboleggia un punto fermo per la mia esistenza.
Al mio arrivo dove giace questa striscia di sabbia, ho percorso la strada dei sogni e, adesso, seduta qui in disparte attendo la muta notte con le prime luci dell'alba ascoltando la canzone del mare e, dentro una conchiglia abitata dal frastuono marino, m'illudo di annusare la tua pelle e di veder deposti tutti i miei sogni di donna ancor sognante.
In questa giornata particolare avverto il segno tangibile, seppur ereditato dal mare, dell'amore che provo; mentre la fragranza odorosa della spuma marina, bagnando i miei piedi, mi sazia di quel fresco nettare di pace che trapassa ogni poro della mia pelle, facendomi arrossire.

In questo giorno speciale,
sei come un isola dove vorrei approdare e su di essa colmare questa mia inquietudine per un avverso destino... che viaggia sul mare!



400 anni

Erano passati dua anni dall'incoronazione della regina Sakla nella città di Aralta. Ora la loro terra viveva un lungo periodo di pace, grazie a Re Holsen seduto al trono del regno umano, le due maestà, amati da tutti i loro cittadini, erano ignari di quello che sarebbe successo molti secoli avanti.
Quella, era una giornata ordinaria, con poche nuvole candide nel cielo sereno. La regina era nel giardino del palazzo reale, ad allenarsi con il pugnale come di solito e il re come d'abitudina, passava la sua giornata ad allenare i cavalieri dell'esercito di Aralta.
L'aria del tempio era profumata ma allo stesso stempo inquinata dal troppo fumo degli incensi posizionati in ogni angolo, di ogni stanza. Geyra, la maga di corte era nel suo ufficio a discutere con suo marito di argomenti vari, noti solo ai praticanti di magia. La scrivania, occupata da alti tomi e da alambicchi pregiati, ospitava varie pergamene di incantesimi proibiti che erano solito argomento di litigio fra i due vecchi. Sakla entrò nella grande stanza profumata spalancando le porte senza bussare, ancora vestita con la sua tenuta d'addestramento. "Geyra, devo parlarti!", la maga aggrottò la fronte aggiungendo ulteriori rughe al suo viso che ormai era cadente e minaccioso, poi dopo un sospiro chiese il motivo di tutta quella foga. "è urgente, devi assolutamente venire con me, scoprirai presto il perchè della mia agitazione!", strillò la sovrana secca, la vecchia maga si alzò a fatica dicendo al coniuge di aspettarla lì e poi seguì Sakla fino all'esterno del tempio. Finalmente il profumo asfissiante delle stecche profumate lasciò spazio al buon odore dell'erba umida primaverile.
La regina indicò all'altra una strana ragazza più o meno sulla ventina come lei. "Cosa ci fa qui un elfa!", Urlò la maga spaventata, la giovane aveva lunghi capelli blu e due belle orecchie a punta, camminava spaesata come se cercasse qualcosa. "Posso esserti di aiuto?", Domandò Sakla gentilmente con un espression

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   1 commenti     di: filippo pagani


Il vecchio

Solo sulla sua barca, il vecchio guarda le onde rincorrere il sole, come ogni giorno della sua vita. Non ha ricordi del prima, non sa chi sia né da dove abbia avuto inizio il suo viaggio, anche la sua età si è ormai persa nel tempo. L'unica cosa che sa è che deve andare, scappare più lontano dell'orizzonte, seminare per sempre quegli occhi che lo inseguono.
Capita a volte che il tempo si fermi. Tutto in quei momenti è congelato ed immobile, perfino il vento smette di soffiare. Allora vede solo quegli occhi. Lo fissano, muti, lo scrutano fino alle profondità più nascoste della sua mente. Il vecchio tenta di fuggirli, ma anche lui è imprigionato nell'attimo. Non c'è nessun rumore, il suo cuore ha smesso di battere, non respira, non vive, solo uno sguardo fisso su di lui. Cerca di interrogarlo, di capire cosa voglia, ma gli occhi non parlano. Sente l'ansia crescere dentro di sé, fino a fargli desiderare una vera morte. E mentre la speranza lo abbandona, quando ormai ha smesso di lottare, di nuovo l'acqua batte sullo scafo, il vento soffia tra i suoi capelli. Il tempo ha ripreso il suo corso, gli occhi sono scomparsi. Si ritrova di nuovo solo, sulla sua barca, a fissare l'orizzonte.
All'inizio la paura è stata così forte da spingerlo a partire, senza nessuno scopo se non la fuga, senza altra meta che l'orizzonte. Non si chiese perché quegli occhi lo cercassero. In fondo non gli importava saperlo: voleva solo che sparissero. La solitudine, pensava, sarebbe stata sua complice. Ma dopo le prime interminabili giornate in mare ha cominciato a cercare risposte, senza aver mai il coraggio di farsi domande. Ora rimpiange di essere tanto lontano dal mondo: lì non sarebbe mai arrivato qualcuno in grado di aiutarlo. In realtà, da tempo anche i pesci e gli uccelli lo hanno lasciato solo al suo cammino. La vita anche lo sta abbandonando: a brandelli, un pezzo alla volta, scivola nel vento, portando un ricordo, un respiro, un sorriso. Ora è più spettro che uomo, i

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   10 commenti     di: Bonni


Franco

La strada continua. Franco è stanco. Si ferma un attimo. Si guarda in giro. Non c'è nessuno. Chiude gli occhi. In quel momento nella sua mente visualizza Francesca, si ricorda del suo sorriso, dei suoi occhi. Questo gli dà conforto. Riprende il cammino. La salita è ripida. Il vento fischia sull'erba.
Gli era sembrato, in precedenza, che il suo cammino fosse senza termine, invece adesso eccolo arrivato sulla sommita della collina.
Una vecchia capanna è lì. Franco bussa. Una vecchia signora gli apre la porta e gli dice: "Ti aspettavo."
Franco meravigliato domanda: "Mi aspettava?"
"Si, sei venuto per la mia pozione vero?"
Si, certo quella è una strega, è normale che sappia già il motivo della sua venuta.
Franco: "Si, ho bisogno della sua pozione. Mia moglie, Francesca..."
La strega: "Non parlare, non hai tempo, lo so. Eccola."
Franco l'arraffa avidamente.
La strega: "In cambio però.."
Franco: "In cambio però cosa? Ho solo 5 denari d'oro con me. È tutto ciò che possiedo."
La strega: "Dammeli."
Adesso il ritorno sembra più corto. Franco si sente più leggero e la discesa lo spinge in basso, il vento lo spinge dalle spalle. Incespica in un sasso. Franco precipita. La boccetta della pozione si frantuma e lui rotola giù fino a valle.
"Francesca morirà". Ecco qual'è il pensiero che tormenta Franco in questo momento. Piange.
Un contadino passa di lì e gli domanda: "Ti sei fatto male?"
Franco: "No, non è niente."
Ma Franco è visibilmente sanguinante. Eppure non se ne è reso ancora conto. Sviene.
Si risveglia. Francesca è lì, davanti a lui. Franco: "Sono.. in paradiso..."
Ma Franco in realtà si trova su un letto di ospedale. Un vecchio signore anziano domanda: "Si è ripreso?"
Francesca: "Si, si è ripreso dottore. Avrei voluto ammalarmi io a posto suo."
Franco: "Non dire questo amore, ho fatto uno strano sogno in cui a stare male eri tu. Ma adesso sono contento. Ti amo."



Tre lacrime sotto la croce

Erano passate ormai otto albe da quando il piccolo Morin giunse in quel regno, ma quella nuova condizione d'essere, non era ancora riuscito ad accettarla. Giocare con gli amici; ascoltare le storie che raccontava il suo maestro; andare per le campagne con suo padre a raccogliere la legna; oppure fare qualche piccolo dispetto al vecchio Horly: momenti quotidiani diventati soltanto un ricordo. Erano le piume che accarezzavano la sua schiena... quelle piume speciali perché appartenevano alle ali di un piccolo angelo, gli ricordavano in ogni momento, quello che era stato sulla vita terrena e quello che ora si ritrovava ad essere.
Quel giorno Morin si sentì turbato, avvertiva dentro di sé una certa tristezza, ma non riusciva a capire il perché. Decise di confidarsi con due angeli, probabilmente avrebbero potuto aiutarlo e consigliarlo, così come avevano fatto tante altre volte.
<< Perché i Cherubini non cantano più? >> chiese il piccolo angelo ancor prima di arrivare dai suoi amici. Una delle due creature celesti si chinò davanti a lui e posò le mani sulle sue spalle in segno di affetto. Sorrise.
<< Piccolo Morin... >>
<< Questo non è un sorriso di felicità. Nessuno più sorride qui, perché siete tutti così tristi? >> continuò a chiedere il piccolo. L'angelo di fronte a lui "sospirò profondamente" ed attese un po' prima di rispondere.
<< Il tuo Maestro... nostro Signore Gesù, è stato crocifisso dagli uomini e adesso sta morendo... >>
<< NON È VERO! >> esclamò Morin allontanandosi da lui.
<< Mi dispiace, ma è la volontà del Padre Altissimo... vieni, unisciti a noi in preghiera. >> lo invitò l'angelo porgendogli la mano. Morin indietreggiò ancora un po' scuotendo la testa per negare a se stesso quanto gli era stato riferito. Aveva tanto bisogno di piangere ma non riusciva a farlo perché in quel regno, la tristezza era stata da sempre una sensazione sconosciuta, fino a quel momento.
<< Perché nessuno di voi è sceso sulla terra per salvar

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   8 commenti     di: Carmelo Trianni


2 secondi

Solo, finalmente solo! Sono andati via tutti, con discrezione, pavidi e tentennanti, ma sono andati via.
È la prima volta che resto solo da... ormai più di sei mesi, voglio godermi questo momento iniziando con un profondo sospiro di sollievo. Mi guardo intorno, sono in un piccolo bilocale in un grande condominio. Unica parete esterna una grande vetrata che affaccia su un terrazzo. L'ingresso dà direttamente in casa, un ampio soggiorno, in un angolo la zona cottura con a fianco un bagno, dirimpetto l'angolo notte. Non una camera da letto ma un vero e proprio angolo letto, ovverosia uno striminzito spazio dove a stento vi entra un letto ad una piazza e mezzo, senza alcun comodino, vi sono solo due piccole mensole ai lati, grandi appena da contenere un abat-jour e una piccola sveglia, nient'altro.
Il soggiorno invece è grande, quasi quaranta metri quadri, altrettanto grande è il terrazzo, non quanto la stanza, forse la metà, ma essendo collocato al trentaseiesimo piano ti da una piacevole sensazione vertiginosa.
Tutto il palazzo comprende sessanta piani e si snoda come un immenso serpente sul litorale adriatico per una lunghezza di oltre mille metri. Ormai le costruzioni si fanno con questi criteri, ovvero deturpando la natura in ogni modo.
Mi avvicino alla vetrata, sento il bisogno di respirare aria fresca, l'apro e mi sento invadere da una folata di vento. È solo un momento, quanto basta per stordirmi, poi varco la soglia e mi dirigo verso la rete di protezione che funge da parapetto. La vista è da mozzare il fiato, il mare sotto di me è di una bellezza unica. Le prime ombre pomeridiane mi permettono di scrutare senza bagliori un orizzonte di azzurro intenso.
Respiro profondamente poi, inebriato, mi dirigo verso l'unico mobile presente, una sedia a sdraio ben imbottita e con sopra un quotidiano dai lembi svolazzanti. Mi siedo accomodando la spalliera ed apro il giornale, è il Cronic, titoli e foto non mi dicono nulla, solo la data, spezzando l'incante

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   6 commenti     di: Michele Rotunno


La scalinata

L'inconfondibile odore di salsedine mi impregnava le narici in quella calda notte di metà giugno. La brezza marina mitigava il clima e le stelle componevano sulla volta celeste uno splendido mosaico degno di un sontuoso palazzo dell'antica Roma. Alle mie spalle, il clamore della città sembrava attutito dalla florida vegetazione di arbusti e alberi da frutto che circondava la radura dove il mio corpo si trovava senza un come: ero lì e basta. Dinnanzi a me una scalinata di marmo bianco si avviava, serpeggiante, a salire una scoscesa collina che era preclusa ai miei occhi da una fitta coltre di nebbia che saliva come una colonna a raggiungere le stelle: non avevo idea di dove si trovasse la sommità di quell'altura.
Senza sapere perché, le mie gambe si misero in moto e iniziai a salire con passo incerto, uno dopo l'altro, i gradini che mi trovavo davanti. Mano a mano che salivo, riuscivo a fendere con gli occhi la nebbia, ma senza riuscire a scorgere con certezza niente, se non un numero imprecisato di scalini. Dopo averne saliti un po', mi trovai in un piccolo spiazzo, e davanti ai miei occhi si parò una scultura a forma di croce. Possedeva, nella sua semplicità, una tacita eleganza, come se in quel pezzo di pietra, alto poco più di me, fosse nascosto l'impenetrabile segreto di quell'inquietante e oscuro paesaggio. Non seppi mai esattamente perché ma l'aver visto quella scultura mi diede la forza per riprendere con vigore la scalata verso l'ignoto.
Continuai a salire per quelli che mi parvero millenni. A tratti la nebbia si diradava, e riuscivo a scorgere un poco più distante, ma solo per brevi attimi. Ad un certo punto, una figura umana mi venne incontro dalla direzione opposta. Era un uomo alto, i cui occhiali a mezzaluna e i capelli brizzolati conferivano un aspetto autoritario. Si rivolse a me con voce piatta, ma allo stesso tempo la violenza delle sue parole mi parve inequivocabile. Mi disse di scendere, di tornare da dov' ero venuto.
"Questo è

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   2 commenti     di: lorenzo



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