Il luogo in cui si trovava era buio, provò a muovere le braccia, ma non vi riuscì, era legato. Si sentiva poco bene, gli faceva male la pancia, come era finito là dentro? Non ne aveva la minima idea, l'unica immagine che ricordava con chiarezza era una dirompente luce celeste che lo avvolgeva, poi il nulla totale!
Qualcuno accese la luce e rivelò dove il ragazzo si trovava. Era seduto sopra una sedia in metallo, una di quelle che si trovano dal dottore. Le mani gli erano state legate dietro la schiena, era nudo e sopra le gambe aveva solo un panno che gli copriva i genitali.
Si guardò attorno, nei limiti del possibile, era una stanza piccola, anonima, con i muri bianchi, il pavimento era ricoperto da mattonelle di un verde ormai reso quasi totalmente bianco delle ingiurie del tempo.
Il ragazzo cominciò a sentire freddo, eppure in quella stanza non vi erano finestre. La paura lo assalì d'un tratto, il dolore allo stomaco aumentò, gli veniva da vomitare, poi sentì un rumore metallico seguito da dei passi.
-Finalmente ti abbiamo catturato!- disse una voce proveniente dalle sue spalle -Abbiamo catturato il fantomatico Miguel!-.
Il nome del ragazzo era Miguel. La persona che aveva parlato gli si mostrò: era alto, moro con gli occhi neri, aveva una profonda cicatrice sopra il ciglio destro e indossava una lunga tunica marrone chiaro che gli copriva i piedi:
-Bene!- disse -Adesso risparmiami tempo e fatica e dimmi dove hai messo il pugnale!-. rispose il primo, Miguel per tutta risposta, gli sputò addosso, colpendolo nell'occhio:
-Bene! Vuoi fare il duro?- e gli allentò un cazzotto in faccia, talmente forte da procurargli un taglio sotto l'occhio sinistro.
Per un attimo l'uomo scomparve, ma ricomparve subito dopo con un carrello in metallo, Miguel vi scrutò dentro:c'era ogni sorta di strumento di tortura possibile e immaginabile:
-Ti ripeto la domanda un'ultima volta, poi... passerò alle maniere forti, dove hai messo il pugnale!?-
-Piuttosto la morte
Il mio più grande amico Enrico e morto da poco, dopo il suo lungo viaggio in India, ha preso la peste dalla pasta al pesto dell'ultimo pasto, ma ora è a posto, gli hanno amputato un braccio, ma per problematiche di lingua hanno tagliato quello sano, poi la lingua.
Ma non è morto per la malattia, è finito sotto ad una macchina, stava attraversando la strada strisciando, fuori dalle strisce, con il semaforo verde su un tramonto rosso, sangue.
La mia amica Renza invece è viva gestisce un vivaio di piante morenti nei pressi del parcheggio di un cimitero, e come hobby alleva dei pesce topo per un laboratorio di ricerca crio genetica per il ripopolamento di un laghetto di pesce gatto.
Tony invece è stabile, ascensionista dell'ascesa di ascensori in stallo, assistente dell'elevazione meccanica, sempre terra terra con il modo di essere al di sopra ad ogni individuo, simpatico quando capita antipatico quando non capita, ma capita spesso che capisca quello che ti possa capitare.
Non parlo mai di Frank, perché è sordo muto, quindi va bene così.
La Carla, gran donna di periferia, centro perfetto di ciccia informe, nei suoi immensi stati emotivi è ancora vergine, dopo aver inutilmente fatto un corso di astrologia, per conoscere il santone di turno. La conobbi alle scuole medie, lei era nella classe XXL, ripetente, per la sua balbuzie, mi fece l'oroscopo scopando sulla cattedra, dall'ora seguo ogni giorno gli eventi degli astri del mio segno zodiacale.
Lino, è un amico appena arrivato, quindi lo conosco poco e non posso raccontare gran che di lui.
Chiara, la piccola della compagnia, non ha doti particolari, non ha nulla da farsi guardare, una faccia da sporcacciona, cammina per strada mangiando una mela, con i libri di parapsicologia, le piace studiare e questo la fa vomitare; ma quando mi guarda con quegli occhi piccini, da perfetta bugiarda si vede quello che nasconde, che non vorrebbe mai dire, mai fare, ma quando fa pensieri strani con una mano, una mano,
1.
Nella foresta il vento sferzava e Sylos correva in cerca di un luogo per riposarsi, stremato dalla lunga corsa che aveva fatto a causa dei nemici che lo inseguivano. Era iniziato tutto 3 anni fa, quando Sylos aveva ancora 12 anni e da poco aveva appreso dai suoi genitori di non essere come gli altri, infatti secondo la leggenda delle quattro valli ogni 100 anni tra gli umani nasce un bambino appartenente alla razza dei maghi, uomini apparentemente normali, ma dotati di straordinari poteri. Sylos dopo aver ascoltato ciò chiede ai suoi genitori Selem e Mera cosa dovrà fare d'ora in poi, come apprendere i poteri e usarli; loro gli consigliano di andare dal sommo Lodred che conosce e sa tutto. Il ragazzo allora decise di recarsi all'abitazione del sommo ignaro di ciò che lo attendeva; giunto lì bussò alla porta e gli si presentò il domestico del sommo "Devo vedere il sommo Lodred, per chiedergli consiglio" disse Sylos poco prima che un vecchietto si materializzò dal nulla di fronte al ragazzo che indietreggiò spaventato. Lodred era di media altezza con una lunga barba e la testa rasata poteva avere al massimo 95 anni anche se agl'occhi di Sylos ne aveva di più " Io so perché sei qui, nella mia mente ho avvertito che saresti venuto" "Vuoi sapere cosa dovrai fare per apprendere e usare i tuoi poteri" "Tu come fai a saperlo? Sei un mago anche tu?" chiese Sylos "No. Sono un sommo e come tale so e conosco tutto" "Allora se sai tutto aiutami a risvegliare i miei poteri, ed imparare ad usarli" "Non è così facile, occorre molto tempo per risvegliarli e molto di più per saperli usare bene" "Tu puoi aiutarmi?" " Si, ma ad una condizione, devi giurarmi che li userai solo a fin di bene" Sylos rimase un po' perplesso, ma poi annuì "bene, Adesso che me lo hai giurato seguimi, perché prima dovrai conoscere la storia dei tuoi antenati" il ragazzo lo seguì, ma era molto inquieto perché aveva paura del destino a cui era legato. Sylos camminava a passi lenti e decisi
In mezzo alla corrente del Mare il vascello procede, imponente e calmo, coscienziosamente deciso. Va per la sua rotta in quelle acque sì burrascose, ma non abbastanza per smuoverlo. Alla sua guida non c’è nessuno da mesi, il capitano è invecchiato e si è riscoperto un piacente marinaio dongiovanni: vaga per le camere distribuendo bibite, prevalentemente tè al limone. Ma tutti i passeggeri hanno lasciato la nave da molto tempo ormai. Al capitano è cresciuta la barba, bianca e folta, e mentre serve le tazze di te a nessuno, a volte pensa a cosa serva quella strana foschia che in certi momenti si ritrova davanti agli occhi: allora si fa aria con la mano per diradarla, oppure si stropiccia con vigore le palpebre, dimenticandosi della tazza di tè che ha tra le mani; la bibita si riversa su di lui e sul pavimento, e presto si ritrova tutto appiccicoso e bagnato; ma almeno non bruciato, perché anche il tè è invecchiato, raffreddato dal tempo.
Nel punto costruito per la vedetta non è mai salito nessuno: la paura di scorgere di nuovo il niente non è mai passata. Un cannocchiale è appeso a un chiodo lassù, e aspetta un momento di gloria che non giungerà mai dilettandosi ad osservare a grandezze mostruose le increspature del legno. La scala che porta alla vedetta non è in cattivo stato, anzi con un po’ di fantasia potresti sentirne l’odore di nuovo. Solo il primo gradino è impercettibilmente scalfito, per la voglia che un bambino curioso aveva di giungere in cima e giocare ai pirati. Preso dalla foga saltava sul primo gradino, ma al momento di passare al secondo si fermava, il piedino sollevato per aria, improvvisamente troppo pesante per quel passo. Così, anche riuscire diventava improvvisamente impossibile.
Forse il bambino ci riprovò, forse no. Che abbia scelto di ammirare mestamente il suo sogno navigare lassù, più nei suoi pensieri che su quel vascello, o si sia limitato a farlo scendere di un piano di scale, pur di giocarci in santa pace, opp
E allora addio artrite alle ossa, addio dolori di ventre, addio malinconia…
Legge incuriosito il personaggio che da il via alla nostra avventura.
L’omino curvo e spigoloso è un impiegato del catasto. È lì che scartabella tutti i gironi cifre e numeri, quando gli capita tra le mani questo bigliettino. La tentazione è di buttarlo via senza neanche leggerlo, come si trattasse di un fastidioso inciampo alla sua ordinata numerazione. Ma quei primi versi: addio…
Catturano il suo sguardo e lo incuriosiscono.
Lo prende e lo infila intasca.
Poi non ci pensa più.
Le quattro e trenta. Finisce la sua giornata. Chiude il libro contabile, si toglie gli occhiali. Indossa la giacca e va a casa.
Cammina e fa per mettere le mani in tasca, come d’abitudine, così si ricorda del bigliettino: addio dolori di ventre…
Legge con attenzione e un misto di avidità. Si chiede chi può averlo scritto e perché… se non si tratti di una beffa. Quando smette di leggerlo si impadronisce di lui una sensazione di quiete, calma, liberazione. Ma allo stesso modo lo avvolge una strana malinconia.
Turbato giunge fino alla porta di casa. Squilla il telefono. È ancora con il biglietto in una mano e la borsa nell’altro. Corre, inciampa, ma riesce ad arrivare prima che smetta di squillare.
- pronto? Pronto?
- Niente. Non sono pronti.
Squilla il cellulare, un messaggio: ma dove sei?
Si chiede il povero impiegato perché lo perseguitino anche fuori dal lavoro, si chiede perché ce l’abbiano sempre con lui. Insomma si lamenta come un anziano.
Si sente stanco, un’ondata di stanchezza lo invade. Decide di uscire e prendere un po’ d’aria. La serata è silenziosa. Ci sono tante stelle. Vicino a dove abita c’è un parco, in realtà assomiglia di più ad una palude che a un parco. Si vedono però le stelle da li.
Gli strani versi gli tornano di nuovo alla mente. Sembra che lo mettano in contatto con un altro mondo; con un altro modo di pensare e di vive
Che splendore... e che musica... si comincio`a sentire... quando i nostri protagonisti attraversata la porta del tempo... si trovarono... catapultati in una nuova terra. E che meraviglia quando davanti a loro... subito si manifesto`.. . dal nulla... una strada dal pavimento... del color d`oro zecchino... delimitata preziosamente da rocce.. . color zaffiro... alterante qua e la` da pietre diamantine e incantevole rubino... come spillo in un grosso cuscino... che appunto era il cielo... cosi` blue... che blue non c`e`. E che magia... poi! Infatti... i fiori che facevano cornice alla strada, si muovevano... cullati da quella musica che sembrava provenire dal nulla - ma che dico - i fiori ballavano e cantavano felici... Alcuni fiori... addirittura.. . si abbracciavano e cantavano insieme... altri s`inchinavano come paggetti al passaggio dei nostri visitatori, che non solo camminavano confusi ed a bocca aperta... ma che non potevano credere ai loro occhi.. . tanto che Tommaso, il piu grande dei tre, esclama "Ah.. ho capito tutto adesso... stiamo sognaaaaando!" e Susanna aggiunge "ad occhi aperti?""Ma-ma-ma io non-on mi rico-co-cordo di essermi addormenta-ta-ta-to"dice Giovanni avvicinandosi ad un fiore il quale pero`subito... non perde l`occasione, per salutare a modo suo lo straniero.. . spruzzandogli sul viso.. . un po`della propria fragranza dal delicato profumo.
Ma... ce n`erano... altri ancora... c`e n`erano a migliaia e dai mille colori... violetti... lilla... giallo limone... verde speranza... rosso cuore... e persino argento vivo... e stavano tutti incredibilmente ben ordinati... i piu` bassi avanti... i piu` alti indietro... tutti ben pettinati e vestiti... Cosi` pensava infatti il piccolo Giovanni sempre un po` spettinato.. . arruffato e... come al solito... col suo pigiama alla rovescia... Alcuni tra i fiori... potevano persino chiamare i nostri amici per nome... tanto che infatti Susanna non può` che declamare "Incredibile...""co-co-conoscono i nostri no-
Quando il campanello suonò delicatamente, Paolo dette un'ultima occhiata alla sua fatica e la trovò perfetta. Il tavolo apparecchiato era per due, con in mezzo uno stupendo bouquet di rose rosse, vino bianco nel porta ghiaccio, luci soffuse e nell'aria un delicato aroma. Dalla porta più lontana, leggermente aperta si poteva intravedere un letto: c'erano anche "le lenzuola con il grigio" come consigliava il guru del tradimento. "Si, tutto preciso come un orologio svizzero", pensò Paolo, mentre col telecomando faceva partire la musica. Aveva inserito nel lettore dieci tra i più romantici Cd che aveva scaricato: gli avrebbero dato una mano per tutta la notte. Ecco, finalmente era giunto il momento di far entrare Anna, la caposala di Ortopedia. Paolo era anestesista nello stesso ospedale, a Voghera. Quando la donna entrò, fu profondamente colpita da quello che lui le aveva preparato curando con attenzione ogni minimo particolare. Si sentì orgogliosa di se stessa: aveva davvero messo gli occhi sul migliore!
La serata si avviò meravigliosamente. Sapevano entrambi come sarebbe finita, era già da qualche giorno che lo speravano e ogni loro mossa sembrava studiata per raggiungere quel traguardo. Fu quindi con grande disappunto che udirono suonare campanello. Paolo gesticolando cercò di tranquillizzare Anna e le fece cenno di non far rumore, ma il campanello suonò di nuovo: evidentemente chi stava li fuori, chiunque fosse, voleva entrare. L'anestesista si alzò in silenzio per andare a vedere, ma non era nemmeno arrivato alla porta che si sentì una voce, quella della moglie, che gli intimava in tono perentorio di aprire. Era successo, alla fine dopo tanti altri tradimenti, lo aveva colto in flagrante. Si trovò all'improvviso e con un'insolita intensità ad implorare aiuto e qualcosa incredibilmente avvenne: mentre apriva la porta notò che sul tavolo era comparso un altro posto apparecchiato, come se fossero stati in tre a cena. Quando la moglie Marta fece il su
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