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Racconti fantastici

Pagine: 1234... ultimatutte

La fuga dei cervelli

La notizia apparve ripetutamente sulle pagine di tutti i giornali. Si propagò a macchia d'olio, allarmando i diretti interessati: i cervelloni.
Che pensarono anch'essi di fuggire.
"-Non tira aria buona qua in Italia -si dissero. Dobbiamo andarcene, altrimenti finiremo fritti!-
Come fare? Bisognava trovare una via di fuga. Non era possibile rimanere.
Corteccia, lobi, tutte le aree ed anche le scissure di Silvio e di Rolando si attivarono spronando i due emisferi a connettersi fra loro per elaborare nel minor tempo possibile un piano di azione. Il piano f, così fu chiamato, constava di quattro mosse fondamentali:
1° Uscita dalla scatola.
2° Individuazione e scelta di una via di uscita
3° Trasformazione della massa corporea a misura dell'apertura individuata.
4° Sviluppo di appendici idonee allo spostamento.

Un gioco da ragazzi per loro... infatti in quattro e quattro otto, sgusciarono fuori.
Presero la decisione collegiale di chiamarsi ence", che poi non era altro che l'inizio del loro nome di battesimo.
Qualcuno di loro sviluppò un paio di ali, alcuni pinne, e branchie, altri ruote e motore. Così chi lasciò l'Italia viaggiando per via aerea, chi per mare, chi per via terrestre,. Partirono tutti, lasciando i loro involucri.
Così i nostri "ence" approdarono in diversi paesi del globo. Dove riuscirono a diventare famosi. Un po spaesati all'inizio, soprattutto per la drastica scissione, dal loro corpo che erano stati costretti fare, adesso soddisfatti e orgogliosi per la conquistata autonomia.
Non essendo di piacevole aspetto la gente diffidava di loro, ma cambiava opinione quando veniva a conoscenza del livello del loro quoziente intellettivo. Venivano invitati nei migliori salotti, e la bella gente si vantava di averli ospiti.

Intanto in Italia, i loro corpi vennero prelevati dai burattinai che non aspettavano altro.
Furono da loro muniti di fili e utilizzati come marionette nelle piazze e nei teatri di tutta Italia, per raggiungere i loro

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Il Viaggiatore

Se ne stava fischiettando seduto sopra un piccolo sgabello con i gomiti appoggiati sulla tavola.
Ogni tanto smetteva di fischiettare e ascoltando l'incessante gracchiare delle rane nel laghetto lì vicino, osservava dall'alto della sua terrazza, la luce che lentamente veniva risucchiata dietro le montagne mentre queste ancora più lentamente iniziavano a trasformarsi in piccole isole sopra un mare di nebbia. Con un fiammifero accese le tre candele bianche sopra la tavola. La rossastra luce delle piccole fiamme ondeggianti per quel lieve soffio di vento, illuminò dei folti capelli bianchi e un pallido viso marcato dai molti anni ormai passati.
Una piccola goccia di cera cadde sopra un foglio pieno di frasi scritte a mano. La grattò via con la punta della matita che poi ripose sopra la tavola, e afferrando con entrambe le mani il foglio incominciò a leggere:
-"Si poteva incontrare, in quei tempi, passeggiando in una strana e piccola pianura, di una qualche regione accantonata da qualche parte del mondo, un'enorme roccia buttata lì fra il nulla, lasciata in una distesa di sabbia chiarissima senza tracce nè di alberi, nè di cespugli, nè di fiori, nè di erba, nè di erbacce.
Ed è così che un qualsiasi viandante poteva vedere, arrivato dai sentieri più alti delle montagne, una piccola pianura bianca con un grande occhio nero, incastrata fra due lunghe catene di piccoli monti.
E se il viandante si avvicinava di più a quella roccia, tanto da toccarla, poteva leggere un'antica scritta incisa su di essa. Così come fece un certo Girolamo lo Sperduto, che dopo essere arrivato da chissà quale lontano posto e giunto fin quella pianura, si trovò innanzi a quell'occhio nero. Non potè di certo fare a meno di leggere quella scritta:
-" Che sia fuoco che sia grandine che sia vento o tempesta, mai il nostro paese verrà distrutto. Se ora guardando a nord potrete ancora vedere le due regine, in qualunque giorno, mese, anno, secolo, epoca vi troviate ricordat

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   2 commenti     di: Silvia Nottoli


347... morto che parla

Non c'è nulla
come comunicare
per fare più leggera la vita.



L'aria era satura di elettricità. Se ne respirava l'odore un po' dappertutto. Negli androni delle case, nei giardini, nelle vie della città. Il temporale, in fuga verso l'orizzonte, stava cedendo il passo a un mesto tramonto. Andrea, bavero alzato, aveva lo sguardo fisso su una pozzanghera, mentre l'acqua, percorsa da una leggera brezza, gli restituiva la figura incerta di un uomo con l'impermeabile, come dentro lo schermo di un vecchio televisore bianco e nero in vena di bizze. Uno di quei sarcofaghi lignei del secolo scorso, dal carattere assai instabile, e bisognosi di ripetuti cazzotti prima di tornare in sè.
- Meno male: oggi le maniere forti non servono più - pensò Andrea - miracoli della tecnologia! Tutto è più stabile. Almeno per quanto riguarda la tivù.
Con questa riflessione, stimolante e profonda come la pozzanghera che gli stava davanti, mise fine alle trasmissioni infrangendo lo schermo con una scarpa. Poi, uscito da quello stato di trance, prese a camminare senza molta convinzione verso la fermata del bus. La giornata era stata un inferno: una riunione via l'altra! E le telefonate? Tante che aveva perso il conto. L'orecchio bolliva ancora.
Il bus era lì, con le fauci aperte. Sarebbe bastato uno sprint finale e il mostro lo avrebbe inghiottito. Quindi, dopo averlo masticato ben bene, lo avrebbe sputato fuori a due passi da casa, come un chewing-gum! Invece Andrea, all'ultimo momento, rallentò. Ripensandoci, l'avrebbe fatta a piedi, così si sarebbe rilassato un po'. I pensieri si agitavano e rincorrevano scomposti nella mente. Non riusciva a sintonizzarsi su niente che valesse la pena di essere acchiappato al volo e rivoltato come un calzino. Dopo alcuni minuti svoltò l'angolo, in una stradina un po' in ombra. Cinquanta metri più avanti, fu attirato da una vetrina illuminata. Sembrava la versione ridotta di uno di quei bazar di T

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La bottiglia in fondo al mare

Riovecchio è un piccolo borgo, aggrappato alla roccia della montagna, alto sul mare quel tanto che basta a evitare che le tempeste se lo portino via. Case vecchie, modeste, proprie di chi vive dell'immensa distesa liquida che poco più sotto sembra volerle inghiottire; colori vivaci a stemperare il profondo blu che all'intorno regna sovrano e in cui l'occhio si perde alla vana ricerca di tonalità meno cupe, come quelle del cielo che incombe a esaltare nei giorni di sole la bellezza di una natura ancora selvaggia.
La gente di qua vive del mare, di quello che può offrire dopo ore di estenuante fatica a tirar su le reti nelle cui maglie, come gioielli, rilucono pesci che si dibattono per ostacolare invano il loro destino.
I paesani sono quindi, per lo più, pescatori, gente rude, con i volti cotti dal sole, le mani callose, e la naturale inclinazione ad allontanare la realtà di un'esistenza tribolata rifugiandosi spesso nell'alcool.
Fra questi famoso era Paolino, detto anche il Nostromo, gran bevitore per buona parte della sua vita fino a quando aveva deciso di smettere e così una sera, mentre si trovava nella piazzetta del paese, quella che sporge sui flutti sottostanti, si era scolato l'ultima bottiglia, poi dall'alto l'aveva gettata a mare.
L'aveva guardata quasi con rimpianto mentre precipitava per poi inabissarsi, dopo aver cavalcato per un attimo i marosi.
- Basta! - aveva gridato in quell'occasione con voce talmente forte da coprire i rintocchi della campana della chiesetta e il fragore delle onde che da millenni si sforzavano di buttar giù quel torrione di roccia su cui sorge il paese.
Da allora era completamente cambiato, diventando, da taciturno quale era sempre stato, particolarmente ciarliero e sempre disponibile a raccontare quelle nuove virtù che aveva scoperto in lui smettendo di bere.
Il fatto che quella principale fosse l'acquisita capacità di parlare con il mare aveva fatto sorgere più di un dubbio sulla cessata assunzione di alcool, m

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Paradosso

Sono di fronte al mio quinto bicchiere di Jack Daniel’s e non ho intenzione di smettere.
La pioggia ticchetta sopra i vetri della mia stanza e io non sono ancora abbastanza ubriaco. Cazzo. Sono troppo sconvolto pure per esserlo.
Se fossi ubriaco, probabilmente non potrei scrivere, ma lo sto facendo…in fondo chi cacchio leggerà mai queste pagine? Non ho la minima intenzione di farle vedere a nessuno, né di raccontare quello che io so, figuriamoci se mi metto a pubblicare un libro di memorie.
“I ricordi di Cesare Antini” edizioni Vattelapesca.
Che schifo, mai.
Ma sto divagando. Cosa strana, per me che sono famoso quale lo scienziato più scrupoloso e precisino della Terra…che onore eh? Voi non ci credereste, ma darei qualsiasi cosa al mondo per non aver mai preso la laurea in Fisica e soprattutto per non aver mai inventato quella maledetta macchina.
Il cervello mi sta scoppiando. Se solo penso alle implicazioni di quello che ho fatto…mio Dio…
No, mi spiace, foglio di merda. So che tu ora ti aspetti che io descriva chissà quale scoperta mostruosa che ha portato chissà quale cataclisma all’Umanità. Ma resterai deluso. Il mondo se ne sbatte di quello che ho scoperto, perché riguarda me soltanto. È il mio mondo ad essere distrutto.
Mamma aveva ragione, ma io ho sempre creduto che fosse pazza. Continuava a dirmelo, anche sotto sedativi, in quell’ospedale psichiatrico dove s’è spenta poco a poco…
“Cesare…tuo padre non era di qui, non apparteneva a questo tempo”
E io: “Si mamma, certo mamma”
“Ascoltami, tuo padre mi disse di venire da un posto lontano”
Certo mamma, come no mamma.
“Ha sempre detto di venire dal futuro”
Ah si mamma? Tieni, ecco il Tavor, mamma.
“Ascoltami, sembra assurdo anche a me, ma è cosi”
E io non ho mai voluto ascoltarla. Non aveva una singola prova di quello che diceva. Nemmeno una foto di mio padre. Non un biglietto, non una lettera, non un disegno e nemmeno una ciocca di capelli.

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   3 commenti     di: Giuseppe C.


Hai mai ucciso un topo a mani nude?

In una terra lontana, lontanissima; un luogo popolato dalle razze più disparate, dove noi "umani" siamo quella in minoranza, ogni tanto scoppia una specie di guerra; una guerra spietata, a cui nessuno, di nessuna razza, può sottrarsi! Si tratta di un evento terribile, una mattanza che ogni volta affligge e flagella il nostro pianeta di milioni di vittime... Nessuno ama quest'evento a dir la verità, ma tutti vi prendono parte... Esso incombe su noi tutti come una mannaia sulla testa del condannato a morte (un po' come la vodtra spada di Damocle); e ogni qual volta il nostro Re ci viene a mancare (per un motivo piuttosto che per l'altro, sia esso della stirpe degli Uomini come di quella delle Bestie) questa mannaia si abbatte inesorabile, prepotente e noncurante su tutto il nostro popolo; risvegliando in ogni razza l'istinto cieco e massacratore della supremazia, e trasformando la pacifica coesistenza che ci impegnano a mantenere fra le specie in una carneficina fraticida.

Di queste guerre c'è n'è una ogni generazione: quindi sai che, bene o male, almeno una te la dovrai fare; e, inoltre, non c'è alcun modo per prevedere QUANDO avverrà la prossima: perchè sappiamo solo che scoppierà "esattamente allo scoccare della prima mezzanotte dopo la morte del Re". E pssiamo solo ringraziare il cielo, almeno, che la durata di questi inevitabili conflitti sia circoscritta all'arco di una giornata: "esattamente 24 ore da una mezzanotte all'altra".

Da tempo immemore c'è un oggetto, un orecchino d'oro a forma di campanellino, che con questa cruenta battaglia si tramanda dal regale lobo di un Sovrano a quello d'un altro... Colui il quale allo scoccare della nuova mezzanotte ne sia in possesso, infatti, diverrà il nuovo Re, con buona pace di tutti gli altri... È questo l'unico modo che abbiamo trovato per non creare "territori" o "discriminazioni razziali" nel nostro mondo.
Certo, così paghiamo il dazio di una giornata di caos incontrollato o

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   9 commenti     di: marco carlino


La leggenda dell'anima gemella

Dio creò l'uomo e la donna, che sono due. Poi, creò la loro anima. una sola. perchè si sentì un po' pigro. la divise in due e ne diede metà per uno. poi, disperse le due metà nei due corpi, in lungo e in largo sulla terra. perchè si sentì giocherellone. diede a ciascuno una vita di tempo, affinchè si ritrovassero. e si riunissero. poi, se ne restò a guardare.
.. e sta ancora guardando. chissà se gli è mai venuto il dubbio di aver fatto un po' di confusione.. così?
(mica avrò bestemmiato)'




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