Leon era del tutto incapace di provare dispiacere, né la paura, lo sconforto e la tristezza trovarono posto in lui mentre ascoltava il racconto degli unici sopravvissuti di Rockford. Aveva avuto amici, in città, aveva una casa, un lavoro, ma niente contava quanto Laila e lei era lì, accanto a lui, e di tanto in tanto gli sorrideva di sottecchi perché, sapeva Leon, anche per lei era lo stesso, anche lei non provava dispiacere.
<<Ma tu, voi... insomma, cos'è successo qui?>> chiese Meltzer impaziente, smanioso di spiegazioni.
Le dita di Leon si intrecciarono un po' di più in quelle di Laila, in cerca di forza, perché in fondo doveva confessare che erano stati loro due a liberare l'inferno a Rockford. <<Stamattina>>, cominciò, poi esitò perché non sapeva che giorno fosse. <<Ieri, forse due giorni fa, abbiamo raccolto una chiave, una chiave di questo posto. Cercavamo qualcuno per restituirla ed abbiamo trovato uno strano ascensore che ci ha portati giù, dentro dei laboratori deserti. Abbiamo premuto un bottone, era difficile resistere, ci... chiamava.>>
La sua voce si affievolì, le parole si fecero troppo pesanti. A lui non dispiaceva ciò che era accaduto, perché ne era uscito vivo e con Laila ancora al suo fianco, ma poteva capire che per chi lo ascoltava era difficile mandar giù qualcosa del genere, dover accettare che tutto quel male fosse stato liberato per caso o, peggio, per curiosità.
<<Siete stati voi, allora? Li avete liberati voi?>>
Le mani di Sonny Meltzer si strinsero forte sul fucile, sembrava sul punto di fare fuoco. Inaspettatamente, fu Kurts a distendere gli animi, l'uomo che aveva fissato Leon per tutto il tempo come se ai suoi occhi apparisse come un problema filosofico, quasi che osservandolo potesse comprendere ogni verità sulla vita e la morte.
<<Loro non hanno colpe>>, minimizzò. <<Sono stati attirati con l'inganno, un inganno architettato da cose che non possiamo nemmeno immaginare. Quei demoni sono stati liberat
Come tutte le sere Jack il secondino preparò la cena per noi della sezione otto e come tutte le sere, ondeggiando nelle scodelle, la brodaglia ed il suo puzzo giunsero puntuali nel corridoio.
Non fosse bastato il cigolio tedioso del carrello portavivande te ne saresti accorto lo stesso per il fetore che saturava le celle in pochi secondi.
Jack si presentò davanti a noi e con maggior spregio del solito ci invitò a prendere le nostre razioni. «Mangiate bastardi! Ringraziate l'amministrazione che anche oggi ha pensato bene di mantenervi! Puah! » e sputò nella minestra con tutta la saliva che aveva in gola.
Come il taglio della fune proietta in avanti la catapulta, così quel suo gesto mi fece scattare verso di lui, urlante. Jack non fece neanche in tempo a passarsi il braccio sulla bocca per ripulirsi che già gli ero addosso, intorno al collo. Con le braccia protese come tenaglie lo afferrai e lo pressai con violenza contro il ferro arrugginito. Ringhiando come una furia, (mi raccontarono poi) cercai di far passare la sua testa nel piccolo spazio fra le sbarre della cella.
Riuscì a divincolarsi a fatica, aiutandosi con il suo manganello elettrico. Ci vollero dieci o venti scariche prima di convincermi a mollare la preda.
Duke, il mio compagno di cella, se ne stava nel suo angolo, come avesse già assistito a quella scena un milione di volte. Non si mosse neanche di un millimetro. Aveva l'aria imperturbabile di chi nella vita ha visto già tutto, anche più di una volta, conoscendo il finale di ogni storia. Non accennò un movimento neanche quando entrò Bob, l'altro secondino, brandendo la siringa e deciso a tutto pur di rendermi inoffensivo.
Quello che accadde negli istanti seguenti non lo ricordo. La memoria mi ripropone spesso brandelli di immagini indistinte. Duke non affrontò mai l'argomento; neanche Bob, con cui in seguito feci amicizia, riuscì mai a descrivermi la scena. Il risultato in ogni caso, fu sotto gli occhi di tutti: Jack gi
Dedicato a tutti coloro che si amano,
che vorrebbero innamorarsi e
a chi, comunque sia,
continua ad amare la vita...
Quasi mi mancò il fiato per quanto avevo corso, come fossi inseguita.
Corsi fino alla balconata laterale, dove la madreperla del palazzo rifletteva i raggi di luna di quella notte così noiosa e fresca. Forse desideravo essere inseguita, almeno avrei avuto un motivo reale e tangibile per scappare in quel modo dalla sala da ballo.
Il tintinnio delle perle sul vestito, si univa nel concerto dei grilli estivi che
accompagnava i miei frenetici passi. Ero ferma ora, ma non al sicuro.
Contemplavo i giochi d'acqua... rumorosi anch'essi alle mie orecchie,
ma così terribilmente silenti al cuore. Mi sforzavo di trovare gradevole quella serata, a tutti i costi, ma inutilmente. Li e altrove mancava qualcosa. Qualcosa di meraviglioso e lontano.
Il rumore delle grandi fontane, accolsero discrete una lacrima che, si perse in un istante nel prato sottostante. Proprio come lei, in quell'inutile "prato" di persone, il vuoto scavava il suo solco attorno a me. La solitudine; unico rifugio, mera salvezza.
Le risa, arrivavano a piccole ondate dall'interno, disperdendosi sulla battigia del mio animo triste.
I pensieri e i desideri viaggiavano sommessi e lontani, ma incatenati come ad una sfera di piombo
a quel malessere incombente.
Ma, come d'incanto, la prigioniera fu libera. La catena si spezzò, ricreando un presente diverso...
Rimasi immobile alle dita delicate che mi cinsero, come piume candide, i fianchi.
Neppure il tocco freddo della balaustra sotto i palmi, mi riportò alla realtà. Non lo avrei permesso.
Tutto fluiva lentamente eppure tutto si fermò... nel mio petto.
Parole soavi pronunciate con premura, scivolarono seriche li dove volevano arrivare.
Forse era il mio bisogno di calore che rese quei sussurri ancora più dolci... chissà.
Pensai d'istinto alla triste storia di Psiche, che voltandosi scacciò per sem
Presi il treno per arrivare a Sollotek. Volevo proprio divertirmi. La serata era partita abbastanza bene grazie alle solite cose che si fanno per poter stare un po' su di giri. Sapete alla fine quei tre o quattro litri di Ronterm giusto per ciondolare un po' la testa. Il gruppo era al massimo. Si proprio al massimo. C'erano tutti: Ron, Noise, Dean, Jones... la cosa più particolare fu vedere Jones. Aveva uno strano taglio di capelli, infatti erano tutti sparati di colore blu-viola. Sembrava un pazzo psicopatico.
Sul treno, obbligatoriamente senza biglietto, ce la spassavamo a prendere per il culo la gente che passava... Una vecchia di merda tra un po' ci infilava l'ombrello nel culo. Si poi abbiamo visto in rassegna i soliti casi umani-ferroviari tipo la coppietta innamorata, il matto, il tossico sdentato. Noi avevamo il ruolo della brutta gente. Arrivati in citta' corriamo nella tube per andare nel posto. I colori di Sollotek di notte sono incredibili. Noi vedavamo tutto incandescente, ci sembrava di camminare in una strada di lava. Arriviamo al posto. Bella musica, bella gente tranne qualche scassacazzo. Ci buttammo subito in pista a ballare. La musica faceva rintronare ogni singola parte del nostro corpo, era incredibile. Sicuramente l'effetto non era dovuto solo ed esclusivamente alla musica, ma è qui che si nascondono i misteri. Personalmente quella sera io dovevo fottere. Ma non fottere, FOTTERE, tutto in maiuscolo. Mi avvicino alla prima ragazza... La chiedo se voleva da bere, e lei mi risponde di si. Prendo due Bronnikor ed iniziamo a ballare un po'. Dopo qualche minuto ci appartiamo, anche perche' comunicare non era molto facile a causa del volume. Lei era stupenda. Alta, occhi azzurri, capelli neri corti, fisico incredibile, in più aveva delle mani fantastiche, piccole e affusolate. Parliamo un po', ci conosciamo un po' e poi ci dirigiamo verso il bagno. Una scopata eccezionale, avevo quasi paura che i gemiti si sentissero dentro il
Prima parte
"Bisogna aiutare i meno fortunati di noi. La prossima volta giuro che non sarò di braccio corto".
Questo raccontavo a me stesso ogni volta che incrociavo un barbone.
Mi è sempre suonato male questo termine.
Il barbone è una persona con la barba lunga; pertanto, tale termine, male si presta a rappresentare una condizione che può essere di ambo i sessi.
Forse è meglio chiamarli clochards. Quelli che camminano "à cloche"pied", che si trascinano senza meta guardando un piede dopo l'altro che avanza.
Meglio ancora chiamarli "senza tetto", nel senso civico che noi diamo al termine residenza come posto dove la società viene a cercati per chiedere conto delle tua azioni, magari utilizzando sigle NFA, SDF (No Fixed Abode Sans domicile fixe).
Personalmente, la cosa che mi colpisce di più di questi individui sono gli occhi. Il loro sguardo vuoto e rassegnato. La quinta essenza della percezione temporale dell'ora, inteso come adesso, il presente, senza ieri e senza domani.
Per questo motivo Lei mi colpì; i suoi occhi erano diversi".
Ero a Milano dalle parti della stazione centrale. Uscito da una riunione durata meno del previsto, facevo due passi nei dintorni.
Fu allora che la notai. La solita Donna senza età, infagottata e informe dalla coltre di vestiti sovrapposti che portava indosso. Capelli da pazza di colore grigio cenere. Sembrava una lumaca in retromarcia che invece di trascinare la propria chiocciola, spingeva lenta la sua casa carrello di supermarket, sede di tutti i suoi averi terreni.
Insomma una delle tante anime di purgatorio che orbitano attorno alle stazioni delle grandi città. Quando però percepì la mia attenzione, alzo il capo e si guardò attorno alla ricerca di qualcosa. Era come se il mio sguardo l'avesse destata da chi sa quali meditazioni profonde. I nostro occhi si incontrarono, i suoi erano quelli vividi e profondi di una mente indagatrice. Sorrise sorniona e venne verso di me. "Offrimi qualcosa da m
La luce filtra sbilenca tra le assi di legno che formano quel cubicolo scuro che è il capanno degli attrezzi. Stano per aria come decine di lame bianche sospese nel nulla, sembrano tanto solide da poter tagliare la realtà se gli capita di passargli accanto. Dalla mia posizione posso ammirare il cappio che dondola tra loro, legato alla base della trave portante. Sembra quasi chiamarmi con voce invitante: vieni!
(Sei sicuro di volerlo fare?)
Oggi è una splendida giornata. Nel parco in cui lavoro come giardiniere ci sono tanti prati verdi e aiuole fiorite, famiglie e bambini che giocano felici.
(Non è ancora giunta la tua ora.)
- BASTA!
Il mio urlo rimbalza tra le assi, persino il cappio sembra colpito dalla sua forza che pare fargli aumentarne il rollio. La voce dentro la mia testa continua a parlare.
(Non sono stato io a decidere, nessuno a colpa )
- Certo, sono le stesse parole che ha usato il dottore per dirmelo non è colpa di nessuno.
Quel momento mi ritorna in mente con una forza dirompente, quasi sia ancora lì, in quell'ospedale, ad aspettare il responso della visita. La sala bianca, nell'aria un forte odore di medicinali, dovrebbe dare l'idea di pulito, invece riesce a rendermi ancora più stordito. Sui muri sono appesi poster d'anatomia umana, enormi scaffali pieni di scatole medicinali, una scrivania, un computer acceso, qualche sedie, il letto su cui sono sdraiato. La vita dalla visuale del malato non è piacevole, e fatta soprattutto di paura e apprensione. Il dottore entra con passo veloce nella stanza. Con un gesto della mano mi fa segno di rimanere sdraiato, bloccando sul nascere il tentativo di mettermi in piedi. Sembra molto giovane, potremmo essere quasi coetanei, ma il suo sguardo è spento, freddo in maniera innaturale, come se avesse visto cose capaci di spegnergli ogni emozione se non la rassegnazione.
- La sua TAC è uscita molto bene. Ora abbiamo un quadro abbastanza chiaro della situazione clinica. Come si sente ora?
- Meglio,
"Il sole era curioso e apparve lungo le prime ore solo un po' timido di raggi ed era lì, tra nubi sbuffanti, e un pezzo di cielo pallido...
Il sole guardava giù per scorgere un fiore che amava e desiderava porgere la sua luce a far brillare i suoi petali, e, così poi al suo tepore, accarezzarlo d'amore...
Il sole dopo un po' divenne malinconico, poiché, coperto completamente da nubi nere, guardava il suo orizzonte senza poter più scrutare il prato dove sorrideva la sua amata e intristì di nostalgia.
Attese per vari giorni che il cielo tornasse limpido e poter quindi dichiarare la sua passione... ma quando ciò avvenne quel fiore non c'era più... Forse strappato dal vento, forse portato via per abbellire una stanza chiusa.. e poi desolatamente appassito.
La pioggia in un tramonto trovò, tra le sue impetuose gocce, le lacrime d'oro del sole ma ormai stanca d'aver tanto gocciato per giorni e giorni, le raccolse e le affidò alla rugiada che avrebbe per sempre imperlato di riflessi innamorati, la terra, ed ogni altro bocciolo, ad ogni sereno albeggio roseo."
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